Bibliomanie

Ma aveva proprio ragione Manzoni? Il caso Manzoni-Le Monnier
di , numero 1, aprile/giugno 2005, Saggi e Studi

Il diritto d’autore è un diritto moderno. Non esisteva nel diritto romano. Nessuno dei testi raccolti nel Corpus Juris di Giustiniano tratta della proprietà letteraria. In quell’ordinamento, non erano riconosciuti diritti della personalità; ogni diritto era una creazione della legge, dipendeva dalla volontà incondizionata del legislatore (stat pro ratione voluntas, si diceva). In più, nel diritto romano, l’esercizio delle arti liberali non rientrava nella figura giuridica della locazione d’opera: solo quest’ultima prevedeva una retribuzione, mentre dall’esercizio delle arti liberali poteva (ma non doveva) conseguire solamente una remunerazione a titolo di gratitudine, un honorarium. Non esistette nemmeno nel Medio Evo, ai tempi dei nostri glossatori, che si richiamavano al diritto giustinianeo. Dopo l’invenzione della stampa, si cominciò a porre concretamente la questione della tutela dei libri, peraltro in un’ottica di difesa degli editori. Nacque il sistema dei privilegi librari, che a quanto pare fu ideato e realizzato nella Repubblica Veneta. La natura del privilegio librario era analoga, si può dire, a quella di un brevetto di invenzione, e consisteva nel diritto esclusivo di stampare e commerciare un libro per un tempo determinato. La dizione “cum privilegiis” cominciò ad apparire sempre più frequentemente sui frontespizi delle opere a stampa. È forse all’interno di questo... continua a leggere

torna su

I Nuclei Armati Rivoluzionari. Un percorso di storicizzazione
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

I Nuclei Armati Rivoluzionari. Un percorso di storicizzazione

La vicenda dei Nuclei Armati Rivoluzionari è probabilmente quella maggiormente conosciuta, in particolare grazie a diverse pubblicazioni di taglio giornalistico, della storia del neofascismo italiano. Una parabola breve, di pochi anni, e tremendamente tragica che ha trovato il suo fulcro narrativo nella responsabilità della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, attribuita giudizialmente a quattro esponenti di primissimo piano del più importante gruppetto di lotta armata dell’estrema destra italiana. Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno sempre rifiutato l’accusa di aver compiuto quell’attentato, pur ammettendo la responsabilità di molteplici omicidi e rapine che hanno costellato la loro attività; stesso discorso per Gilberto Cavallini che, recentemente condannato per concorso nella strage dalla Corte d’Assise di Bologna, ha continuato ad affermare l’estraneità del gruppo al terribile attentato del 2 agosto. Lo stesso iter giudiziario, complesso, travagliato, prolungatosi per più di trent’anni, addensato da un notevole coinvolgimento pubblico, nonché dalle... continua a leggere

torna su

La Lega Nord e la reinvenzione dei miti identitari (1984-2010)
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

La Lega Nord e la reinvenzione dei miti identitari (1984-2010)

«Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. Noi offriamo, gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore». Con questa celebre dichiarazione, il 15 settembre 1996, il segretario della Lega Nord Umberto Bossi proclama la secessione della Padania di fronte a centinaia di migliaia di militanti convenuti a Venezia nei pressi del «grande fiume». Con la caduta del primo governo Berlusconi materializzatasi il 17 gennaio 1995, la Lega Nord ristruttura la propria identità dirottando tutte le forze propagandistiche e organizzative verso la definitiva costruzione del disegno indipendentista. Anche se priva di alcun valore legale nell’ordinamento giuridico italiano, la Padania si propone come un’entità politica indipendente, dotata di tutte le strutture e gli organi rappresentativi che costituiscono una nazione: nell’arco di due anni designa un parlamento, una bandiera, una capitale, un inno, una moneta, una Guardia Nazionale, dei comitati, dei... continua a leggere

torna su

La ‘Ndrangheta calabrese e la sua evoluzione
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

La ‘Ndrangheta calabrese e la sua evoluzione

La ‘ndrangheta è il fenomeno criminale che ha interessato e occupato, specialmente negli ultimi 15 anni, le cronache giudiziarie e le imponenti operazioni antimafia, portando alla luce aspetti nascosti dell’organizzazione criminale più potente al mondo. Lo sviluppo storico-scientifico del fenomeno viene visto come un intreccio di continuità e trasformazione. Lo storico inglese John Dickie, con «Mafia Republic, Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndragheta dal 1946 ad oggi» ci illustra la prima storia comparata fra le tre mafie. Scrittori del calibro di Enzo Ciconte e Rocco Sciarrone si immedesimano nel dare una spiegazione plausibile nei processi di infiltrazione ‘ndraghetista e conoscenza nel percorso di mutamento in «mafia di ieri» e mafia di oggi»: il primo attraverso il testo «‘Ndrangheta», edito da Rubbettino nel 2011, mentre il secondo con «Mafie vecchie, Mafie nuove», edito da Donzelli nel 2009. Grazie agli studi affrontati da Fabio Truzzolillo, docente e storico lametino, attraverso la rivista di storia e scienze s... continua a leggere

torna su

L’Unione Radiofonica Italiana tra il 1923 e il 1927: storia e contesto politico
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

L’Unione Radiofonica Italiana tra il 1923 e il 1927: storia e contesto politico

In Italia la prima legge in materia di radiotelegrafia e radiotelefonia risale al 1910, anno in cui il Parlamento emana una legge apposita con la quale dettare norme riguardanti le prime comunicazioni senza filo, pensate per soli scopi di natura militare e sicurezza nazionale. La legge 30 giugno 1910, n. 395, infatti, stabilisce il principio dell’interesse e del controllo pubblico in materia radio. In Italia l’interesse per le comunicazioni radiofoniche rimane circoscritto, almeno inizialmente, agli ambienti militari, della marina in particolare, e a quelli della ricerca in campo tecnologico. Nei primi anni venti in Italia non si è ancora sviluppato, nonostante la legge del 1910, un sistema radiofonico articolato ed efficiente. L’unico apparecchio simile a quella che poi sarebbe diventata la radio è per il momento l’Araldo Telefonico dei fratelli Ranieri, un’emittente di programmi sonori trasmessi tramite cavi telefonici e istituita nel 1909. Il Governo italiano deve poi far fronte alle vicende belliche del periodo 1915-1918, che rallentano in maniera decisiva la crescita d... continua a leggere

torna su

2 agosto 1980: narrazione pubblica di una strage
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

2 agosto 1980: narrazione pubblica di una strage

Estate 1980. Il primo sabato d’agosto. Chiusi i cancelli delle fabbriche, abbassate le saracinesche dei negozi, gli italiani si preparano a partire per le ferie estive: le città iniziano a svuotarsi e famiglie, giovani e turisti si riversano in autostrada e affollano le stazioni. È gremita anche quella di Bologna, nodo ferroviario nevralgico dell’Italia Settentrionale, crocevia imprescindibile per le destinazioni del versante Adriatico e, in generale, per il Mezzogiorno del Paese. L’inflazione è al 22%, la cassa integrazione ha toccato anche la Fiat, gli effetti della crisi economica internazionale si fanno sentire e una violenza incessante ha scandito gli ultimi mesi. A gennaio la mafia ha assassinato il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, mentre il mese successivo è caduto per mano brigatista il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, seguito a maggio da Pino Amato (Consigliere Nazionale della Dc) e dal giornalista Walter Tobagi, vittima di un’altra formazione terroristica di estrem... continua a leggere

torna su

27 giugno 1980: la strage di Ustica, una lettura storica
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

27 giugno 1980: la strage di Ustica, una lettura storica

Occuparsi della vicenda di Ustica in termini di comprensione storica implica considerare una pluralità di storie. Vi è innanzitutto la perdita del DC-9 Itavia, avvenuta il 27 giugno 1980. Una strage avvenuta nella più totale opacità e su cui è sempre mancata la benché minima spiegazione ufficiale. Come noto, diciannove anni di indagini e svariati processi, penali e civili, hanno concluso che la caduta dell’aereo è avvenuta nell’ambito di “un’azione militare di intercettamento”, ma hanno anche dovuto constatare che gli autori della strage rimangono “ignoti”. È ormai certo che nei cieli di Ustica, al momento del passaggio dell’aereo civile italiano, erano in atto manovre aeree militari, e che tali manovre hanno determinato la tragedia. Le numerose perizie condotte sui tracciati radar non hanno lasciato alcun dubbio sulla presenza di aerei militari nei pressi del luogo dell’incidente. Aerei di cui non è stato possibile conoscere la nazionalità – o le nazionalità. Di conseguenza non si è finora potuto risalire alla natura e agli scopi dell'a... continua a leggere

torna su

1980: L’Italia sospinta dal riflusso
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

1980: L’Italia sospinta dal riflusso

Come va rubricato il 1980? Coda degli anni di piombo o avvio della sfolgorante parabola della Milano da bere? Uno sguardo alla cronologia farebbe propendere per la prima opzione. Vediamo, in rapida carrellata: la strage di Ustica, quella di Bologna, il terremoto in Irpinia, le uccisioni del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, dei magistrati Guido Galli, Girolamo Minervini e Mario Amato, del giornalista Walter Tobagi, del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, il sequestro di Giovanni D’Urso, altro magistrato, il blitz dei carabinieri a Genova in via Fracchia, la rivolta nel supercarcere di Trani. E a Torino la marcia dei 40 mila della Fiat, a segnare simbolicamente il passaggio da un decennio all’altro. È l’anno delle Olimpiadi di Mosca, boicottate dall’Occidente, ma anche quello della vittoria presidenziale di Ronald Reagan. Un anno, sempre a proposito di simboli e di passaggi, che si chiude con l’assassinio di John Lennon, 8 dicembre, ma giusto poche settimane prima esce l’album di debutto di una sconosciuta rockband irlandese, chiamata U2. È... continua a leggere

torna su

Rimini di Vittorio Tondelli. La città invisibile e la fenomenologia degli spazi
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

<em>Rimini</em> di Vittorio Tondelli. La città invisibile e la fenomenologia degli spazi

Difficile spiegare a un lettore giovane, nel 2020, perché su Rimini di Pier Vittorio Tondelli, romanzo pubblicato da Bompiani per la prima volta nel 1985, valga la pena di spendere il proprio tempo. Leggerlo, perché costituisce un modello di narrativa onnicomprensiva, sistematica ed ‘estendibile’, così come richiedono le fiction del presente? No, perché Rimini chiude vicende che dovrebbero, almeno in base ai loro significati, rimanere aperte e differibili nei tempi, e ne lascia aperte altre il cui senso richiederebbe un compimento sintetico, un the end definito. Per l’originalità del linguaggio, allora? Neanche. Rimini parla con la voce del best seller: limpidezza espressiva, limpidezza emotiva, limpidezza sintattica, limpidezza lessicale. L’espressionismo di Altri libertini (1980) è soltanto un vago ricordo. Ultima possibilità: perché Rimini è il primo romanzo italiano che dà la parola alla società dello spettacolo (Baudrillard), della terziarizzazione del tempo libero, e all’industria del divertimento; in ultima analisi, dunque, il ... continua a leggere

torna su

Attualità dell’inattuale. Benito Mussolini: variazioni semiotiche di un dittatore
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

Attualità dell’inattuale.  Benito Mussolini: variazioni semiotiche di un dittatore

Nel 2018 viene distribuito in Italia “Sono tornato” un film che, sulla scia di quanto già visto in Germania tre anni prima con “Er ist wieder da” (Lui è tornato, 2015), immagina il ritorno di Benito Mussolini nel tempo presente. L’ex dittatore d’Italia si risveglia dal mondo dei morti con l’obiettivo – tra un selfie e l’altro con i suoi fan –di “ricreare l’impero”. Non considerando lo scarso successo di pubblico e i commenti dei critici che stroncano la pellicola all’unanimità per il revisionismo “soft” che propone, il solo merito da riconoscere a questa produzione è l’aver posto l’accento sulla inattualità dell’estetica e del linguaggio mussoliniano. Il dittatore, interpretato da Massimo Popolizio, parla in modo vetusto, è spesso vittima di equivoci grotteschi dovuti al diverso clima culturale in cui è inserito. Mussolini è inattuale per i tempi contemporanei. Lasciando da parte il cinema, virando la riflessione verso la politica e il linguaggio, sarebbe impensabile oggi, in democrazia, avere un esponente di partito, per quanto di destra t... continua a leggere

torna su

Sulla conversione di Alessandro Manzoni
di , numero 27, ottobre/dicembre 2011, Saggi e Studi

Per quanto la conversione costituisca un fatto determinante, capitale, nel destino di uno scrittore e di un uomo, Manzoni non amava parlarne. Restano solo poche allusioni: una, ellittica, a san Paolo, e alcuni racconti riferiti, ma probabilmente degni di fede, su ciò che accadde in quel famoso 2 aprile 1810, quando Manzoni con la giovane moglie, Enrichetta, si trovò a Parigi, nel pieno dei festeggiamenti per le nozze di Napoleone. Si sa che a un certo punto, nella confusione generale, la moglie svenne, e i due restarono divisi. E finalmente Manzoni si ritrovò nella chiesa vicina di San Rocco, con una sorta di nuova epifania. È probabile che in tutto questo pesi l’umiltà dello scrittore: vi sono pagine straordinarie, nelle Osservazioni sulla morale cattolica, intorno alla modestia e all’umiltà. All’uso della parola «io», Manzoni preferiva il «noi». Non aveva neppure l’inclinazione straordinaria di Newman, a cui pure può essere avvicinato, nelle omissioni o nel gioco malizioso dei riferimenti agli scrittori. Il rapporto di Manzoni con i lettori non è mai semplice, e viene da chiedersi come mai, da un evento di cui non ha mai parlato, abbia ricavato due temi principali del romanzo. Nei Promessi sposi vi sono due storie di conversione: quella di padre Cristoforo, già Ludovico, e quella dell’Innominato, due personaggi tra i più significativi del romanzo. La parola «conversione» rimbalza una volta nelle pagine su padre Cristofor... continua a leggere

torna su

Gérard de Nerval e la poetica dell’Assoluto
di , numero 27, ottobre/dicembre 2011, Saggi e Studi

26 gennaio 1855: il corpo di Gérard de Nerval viene trovato in un sottoscala di Rue de la Vielle Lanterne, appeso per il collo. «Quel luogo infame che invitava all’assassinio e al suicidio», ad oggi non esiste più, e solo sopravvive in un’incisione di Gustave Dorè, La mort de Gérard de Nerval, che rappresenta il corpo del poeta circondato da uno stormo etereo, mentre l’anima luminosa viene liberata dal braccio della Morte. La tesi del suicidio è generalmente ammessa. A Parigi «la sua morte ha scavato un vuoto che non è stato colmato», scrive in un ricordo Théophile Gautier, caro amico dell’artista sin dai tempi del liceo Charlemagne ... continua a leggere

torna su

Albert Caraco, Il salterio della rovina
di , numero 27, ottobre/dicembre 2011, Saggi e Studi

Pessimismo e nichilismo vanno a braccetto, ma solo in Albert Caraco raggiungono quella tonalità oscura che impedisce ogni speranza e chiude ogni spiraglio d’illusione. Dalle sue pagine si esce guariti da ogni miraggio sul mondo, preparati per il macello prossimo futuro – e definitivamente redenti da ogni viziosa idea di soavità dell’uomo e della realtà. Rispetto a lui, i grandi pessimisti sono roba dolciastra, profeti zuccherati, voci infiacchite dalla chimera che “l’uomo ce la farà”. Non altro che questo può succedere con chi ha scelto la strada di una scrittura ossessiva e disperata, un uomo che rifiuta ogni ottimismo delirante – simile secondo lui all’erezione dell’impiccato –, un dandy solitario i cui gesti misurati celano una soffice contiguità col tragico, che egli accetta come segno della libertà («Il rifiuto del tragico è proprio degli schiavi», annotava). Tentare di classificare Caraco lascia sgomenti per i tanti aspetti che incarnò: invasato che impreca contro tutto e tutti; barbaglio gnostico nelle tenebre del mondo; creatura garbata in devota attesa che lo spirito femminile affranchi l’orrore maschile; ebreo convertitosi per convenienza familiare al cristianesimo, ma del quale disprezza la viltà e la bassezza; cantore di una fulgida sterilità che finalmente impedisca all’uomo di perpetuarsi. Un’intelligenza che medita su tutto questo genera infine una sola requisitoria: quella sul male e sull’apoc... continua a leggere

torna su

Per una nuova cultura nazionale. Impegno civile e morale cattolica nella tragedia storica manzoniana
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Saggi e Studi

Dopo avergli annunciato, alla fine di marzo, l’intenzione di scrivere una tragedia che avesse per soggetto la morte di Francesco Carmagnola, il 13 luglio 1816 Manzoni informava l’amico Fauriel: «J’ammasse des idées et des observations pour un long discours qui doit accompagner ma Tragédie»; tornando a scrivergli nel 1817, l’11 giugno, precisava:J’ai aussi commencé quelques discours sur la tragédie, mais c’est des sujets si rebattus que je n’ose presque pas vous les nommer. C’est… ah ! vous allez vous écrier… c’est, oui, c’est sur les trois unités. Mais que voulez vous s’il me paraît que ma manière d’envisager cette question est neuve ? et si elle ne l’était pas, ce me serait un malheur commun avec presque tous mes Confrères en écrivaillerie. C’est encore sur la moralité de la Tragédie. Eh bien ! je me suis donné à croire qu’il y a des difficultés de Bossuet, de Nicole, et de Rousseau qu’on peut résoudre, qu’on n’a jamais résolues, et que je résous. Je crois aussi avoir quelque chose de nouveau à dire sur les deux systèmes modernes de tragédies sur lesquels on dispute... ... continua a leggere

torna su

Piccolo contributo al ritratto di un maestro. Per l’ultimo libro di Ezio Raimondi
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Saggi e Studi

Presuntuoso e, di fatto, impossibile delineare, in questa sede, un ritratto fedele e, comunque, accettabile di Ezio Raimondi. Fortunatamente, tuttavia, numerose opere di taglio enciclopedico (tradizionali e telematiche) ne offrono, ora, un profilo che può informare – in maniera ora più ora meno adeguata, va da sé – gli interessati; per di più, studiosi di fama quali Andrea Emiliani, Claudio Magris, Carlo Ossola, Andrea Battistini, Giorgio Zanetti, Alberto Bertoni ed altri hanno dedicato al critico felsineo contributi egregi ed accessibili. Nelle righe che seguono, vorrei invece offrire alcuni elementi di base sulla figura e l’opera utili a qualunque lettore di cultura – docenti di area non umanistica, ma pure studenti universitari, magistrati, diplomatici, liberi professionisti, imprenditori etc. – non troppo avvezzo a frequentare le terre e i mari delle scienze filologiche. Ho deciso di muovermi in tal modo poiché sono persuaso, come del resto tanti altri, che l’essenza d... continua a leggere

torna su

Sull’intelligenza ed il cuore di Giuseppe Caputo, nobile umanista del novecento
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Saggi e Studi

Potevamo scegliere, per ricordare Giuseppe a vent’anni dalla scomparsa, anche un luogo diverso, contando sul fatto che la sua figura aveva via via nel tempo assunto un ruolo istituzionale ed intellettuale che varcava i confini della Facoltà di Giurisprudenza e, più in generale, del diritto. Abbiamo scelto, invece, di ricordarlo qui perché, a distanza di tempo, il suo luogo, il fondale di teatro dove io continuo ad immaginarlo è e rimane pur sempre l’aula universitaria. C’è qualcosa nella dimensione di totalità con la quale Giuseppe Caputo aveva abbracciato ed esercitato questo mestiere che ancora colpisce ed affascina: il rapporto con le generazioni più giovani costituiva per lui una sorta di linfa vitale non sostituibile con nessun’altro alimento spirituale ed istituzionale. Non ho mai conosciuto un’incarnazione più significativa dei tedofori di cui parlava Giorgio Federico Hegel: di coloro, cioè, deputati a trasmettere di mano in mano la luce del sapere in grado di illuminare la tenebra della nostra provenienza. Quella stessa luce ho visto accendersi negli occhi di studenti che affollavano le aule, stipatissime ed oceaniche, delle sue lezioni allorquando riusciva ad interpretare, attraverso il suo magistero, le loro stesse vite: quella luce che ancora vedo accendersi quando riesco, a tratti, a ricalcare le tracce dei suoi insegnamenti. In questo senso Giuseppe Caputo si è rivelato maestro insuperato e insuperabil... continua a leggere

torna su

La caduta dell’acqua. Clemente Rebora e la lucciola
di , numero 12, gennaio/marzo 2008, Saggi e Studi

Chi ha trascorso molto tempo sulle poesie di Rebora, sulle lettere, sulla documentazione edita e sulla letteratura critica (che sta diventando immensa, a testimonianza che davvero, come disse una volta Raboni, Clemente Rebora è tra i dieci poeti novecenteschi da salvare) è discretamente accompagnato dalla figura di Lydia Natus, la baccante maddalena, la lucciola rivelazione. Una sensazione attraversa molti di coloro che seguono la vicenda di Rebora: Lydia spicca onorevolmente nella biografia del poeta, non è figura negativa, non è elemento di perdizione o distruzione. È anzi invidiabile, per uno spirito poetico, la relazione con una donna che riesce a farsi levatrice di creatività. È come se con Lydia sia capitata a Rebora l’esperienza dell’Eterno Femminino di goethiana memoria. Fu la sola donna da lui amata, pur nelle tante e anche intense amicizie femminili: Daria Banfi Malaguzzi, Sibilla Aleramo, Bice Jahn Rusconi. Lydia era una donna colta e sensibile, madre di una bimba scomparsa in tenera età, un matrimonio infelice alle spalle: insomma una donna provata dalla vita, e per questo capace di conforto, di senso materno, di forza ispiratrice. C’è un complesso scambio simbolico tra gli elementi delle coppie femminili Eva-Maria, Serpente-Madre e infine Lydia-Madonna: il termine negativo (nelle diverse incarnazioni di Eva-Serpente-Lydia) è coessenziale alla formazione della diade, che sarebbe nuda se fosse composta solo da Maria-Madre-... continua a leggere

torna su

Il docente come osservatore e attore
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Saggi e Studi

Più volte ho ragionato sul problema di come fosse nato in me il gusto dell’insegnare. E dicevo – ma è sempre difficile congetturare su se stessi – che forse molto nacque da uno stato di necessità. Avevo fre­quentato l’università solo per due anni, tra il 1941 e il 1943: invece, il ’44 e la prima metà del ’45 furono assorbiti, quasi ingoiati, da altre avventure e da altre ragioni, lontane da quel­le universitarie. Mi trovai a essere uno degli insegnanti di cui il Comune di Bologna si serviva per tappare i buchi delle assenze improvvise in questa o in quella scuola. Ed ero una specie di maestro picaresco, che si spostava qua e là, nei vari luoghi della città, usando naturalmente il tramvai, mentre all’università andavo soltanto di pomeriggio, salvo i rari casi in cui le supplenze riguardavano corsi pomeridiani. Durante quegli anni feci esperienza di molti ragazzi e di molte classi. Il primo problema che si presentava era che suc­cedeva arrivasse in una classe di quarta o di quinta un ragaz­zo di diciassette, diciotto anni, vestito alla meglio (anche se in modo decoroso), e i bambini, immediatamente, si approfittavano dello sconosciuto. Io allora, per cercare di tenere a bada queste persone e ottenere il loro rispetto, dovevo mobilitare tutti gli espedienti possibili e tutte le arti didattiche. Usavo due mezzi: da una parte, cercavo di memorizzarne rapidamente i cognomi, poiché a quel tempo i ragazzi venivano chiamati pe... continua a leggere

torna su

Per il ritratto di Liano. Petroni Idee e stile di un maestro cosmopolita nella memoria di un allievo
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Saggi e Studi

Mi è impossibile delineare in questa occasione un’immagine completa o, comunque, accettabile di Liano Petroni (1921-2006). Fortunatamente, tuttavia, studiosi di fama internazionale come Ezio Raimondi, François Germain, Pierre Brunel, Robert Jouanny, Giorgio De Piaggi ed altri hanno dedicato al Nostro saggi puntuali, affettuosi ed accessibili, i quali contribuiscono, specie se esaminati comparativamente, a restituirne un profilo appagante e fedele. Nelle righe che seguono, desidererei invece offrire alcuni elementi sull’uomo e l’opera che possano risultare utili a qualunque lettore di cultura – docenti di ambito non filologico, così come studenti universitari, magistrati, diplomatici, liberi professionisti, imprenditori etc. – non troppo avvezzo a frequentare le impervie regioni delle scienze filologiche. Ho deciso di muovermi in tal modo poiché sono persuaso che l’essenza del magistero lungamente ponderato e ampiamente rappresentato da Liano Petroni sia in grado di giovare ad ogni cittadino europeo da più punti di vista non certo marginali. A onor del vero, la totalità d... continua a leggere

torna su

Verga, Milano e le avvisaglie della nuova maniera
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Saggi e Studi

Il 13 novembre 1872, come d’abitudine ormai da qualche mese, Giovanni Verga scrive all’amico Capuana, divenuto frattanto sindaco di Mineo, e gli annuncia la sua imminente partenza per il capoluogo lombardo: «Mio caro Luigi, lunedì prossimo probabilmente partirò per Milano». Né, al solito, perde l’occasione di sollecitare dal suo corrispondente, ben più inserito, eventuali raccomandazioni, seppur in modi garbati e manierosi e non senza promettere in cambio premurosi servizi: «Se in qualche cosa potrei esserti utile a Firenze o a Milano, scrivimi, sicuro di farmi un piacere. Se sei nel caso di presentarmi per lettera a qualche editore o direttore di giornale l’avrei assai caro e se per mezzo tuo potessi ottenere un’occupazione modestissima in qualche giornale te ne sarei assai grato». Giacché, poi, una strategia promette maggiori garanzie di successo se impiegata contemporaneamente su due fronti, il catanese suggerisce la stessa cortesia anche al vecchio Dall’Ongaro, che nel frattempo ha lasciato Firenze per occupare la cattedra di Letteratura Drammatica all’Università di Napoli ... continua a leggere

torna su

Docuforum#0
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Saggi e Studi

“La vie meme prise sur le vif” è uno dei proclama che ha accompagnato la nascita del cinema. O, forse, darebbe meglio dire del cinematografo. “La vita colta sul vivo” era infatti uno degli slogan che circolava insieme alle prime proiezioni dei film dei fratelli Lumière, istantanee in movimento di avvenimenti quotidiani che altro non erano che una pionieristica documentazione video. Che si tratti di vita colta sul vivo è forse l'unico criterio che ci siamo date nello scegliere cosa proiettare. Per il resto, i titoli sono venuti uno dopo l'altro, in ordine, seguendo un percorso più simile al flusso di coscienza che non ad una ricerca vera e propria. Non c'è nessun intento storiografico o di analisi: solo una proposta di esplorazione di un genere cinematografico che ha vissuto e continua a vivere – nella distribuzione ma non nella produzione, vivacissima – negli spazi residuali del cinema di fiction. Oltre che all'esplorazione, vorremmo anche che fosse un invito alla proposta. A chi ha girato piccoli documentari, ma non trova spazi per proiettarli. Ma anche a chi, semplicemente, ha in mente una sua personale “playlist” e vuole condividerla. Docuforum #0 | Proiezione #1 Cecilia Mangini, Firenze di Pratolini (1956) | Pier Paolo Pasolini, Comizi d'amore (1965) “Gli devo molto io, ma tutta l’Italia gli deve molto. Il mio incontro con lui? Lo cercai sull’elenco del telefono per chiedergli di collaborare, e lui ... continua a leggere

torna su

Sulla Lectio incontentabile di Ezio Raimondi
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Saggi e Studi

Anche al cospetto di Ezio Raimondi (1924), specie se lo si incontra nel suo studio, «caverna scolpita di libri», può sorgere spontanea, a un visitatore sprovveduto, la stessa domanda ingenua e pleonastica che, nel ricordo affabile di Contini, veniva da rivolgere a Spitzer: «Sta lavorando, come al solito?». È però molto improbabile che, nel caso nostro, si possa avere un tipo di risposta collimante con quella del maestro viennese («Lavorando? No, no, godendo, come al solito, godendo»), non solo perché a Raimondi non si conviene la definizione di «sibarita» concessa da Contini a Spitzer, per niente adatta a un round head inquieto e turbato da un ricercare inesauribile in cui il piacere della lettura è inseparabile dalla fatica e dalla responsabilità, ma soprattutto perché molto del suo tempo consacrato al lavoro viene messo a piena disposizione degli allievi, tenacemente perseveranti nel sottoporgli i loro scritti, siano essi piccole esercitazioni, capitoli di tesi o saggi o libri destinati alla pubblicazione. Eppure, per quanto non tutti gli esercizi di lettura siano ameni, vengono sempre fatti di buon grado, quando non sollecitati, sorretti comunque da un entusiasmo didattico che molto spesso affiora nella bontà dei risultati, nei quali a volte non si riesce nemmeno più a distinguere la penna originariamente incerta dell’allievo da quella sicura ed elegante del maestro generoso. L’impegno del Raimondi docente non differisce... continua a leggere

torna su

Le pievi medievali bolognesi. Note storiche e riflessioni a partire da un libro recente
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Saggi e Studi

Il libro sulle pievi medievali bolognesi, edito dall’Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna, segue la pubblicazione di due grossi volumi quali lo studio del Codice diplomatico della Chiesa bolognese e quello del Codice Angelico 123. Alcune ricerche su singole pievi erano già state date alle stampe, ma questo volume “poderoso” (così lo definisce il Cardinal Carlo Caffarra nella Introduzione) risulta fondamentale per ampiezza di visione del quadro d’insieme, per la copiosa produzione di documenti, nonché per un’attenta e approfondita rilettura degli stessi, che porta gli autori a formulare nuove (e fondate) ipotesi sull’origine delle pievi, sulla complessa vita plebana medievale e il suo sviluppo nel tempo. Il curatore del volume, Lorenzo Paolini, nell’ampia Introduzione, delinea un esauriente affresco del tema delle pievi, precisando anzitutto che, dalla prima era cristiana all’alto Medioevo, il nome “pieve” (plebs) ha subito varie trasformazioni: inizialmente indicava o l’intera comunità dei cristiani (plebs Dei) o la singola comunità dei battezzati laici; infine, verso la fine del VII secolo (in Toscana e, gradualmente, nell’Italia centro-settentrionale), anche la chiesa battesimale fu chiamata “plebe” (plebs baptismalis). Nell’VIII secolo il nome cominciò a riferirsi al territorio di competenza, al “pievato”, quando Carlo re dei Franchi, con i capitolari del 782 e dell’813, introdusse il pagam... continua a leggere

torna su

Mario Untersteiner, la fisiologia del mito
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Lo scopo dichiarato dell'indagine filosofica di Mario Untersteiner intorno al pensiero mitico è ritrovare le tappe del passaggio dal mito al logos:< “Che l'evoluzione del pensiero greco, dalle sue più remote origini alla sofistica, si possa definire un graduale passaggio dal mito al logos, può considerarsi come un principio ormai chiaro [...] Ma finora, per quello che a me sembra, sono state messe in rilievo solo le tappe successive di questo moto spirituale, senza che ne venissero rintracciati gli spunti genetici nel loro formarsi e negli interni sviluppi progressivi” . Non c'è problematicità irrisolta quindi nel rapporto di filiazione storico-genetica che dal mito ha portato al logos, e il principale – e meno dubbioso all’apparenza - filo conduttore dell'indagine è ritrovare l'esatto percorso delle tappe di questo passaggio, e il vero quesito da risolvere è, secondo Untersteiner, l’equivoco mai chiarito nella giusta articolazione della questione; essa è stata mal posta perché “si è avuto di mira il logos più del mito, il punto di arrivo invece del punto di partenza. Si tratta perciò di indagare e portare alla luce i successivi cambiamenti del mito all'interno delle varie fasi della civiltà ellenica per ritrovare quel filo rosso della razionalità che ha condotto allo sviluppo della cultura occidentale. Nel mito il logos ritrova pre-formate le proprie categorie perché “il logos s... continua a leggere

torna su

Montesquieu in Italia: il contributo di Salvatore Rotta (1926-2001)
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Nel panorama degli studi italiani su Montesquieu della seconda metà del XX secolo, le ricerche di Salvatore Rotta (1926-2001) occupano un posto eminente Raro esempio di passione e di intelligenza critica per il «lavoro intellettuale come professione» e verso gli autori e la materia trattati, esse – a dispetto del logorio del tempo – hanno illuminato e illuminano aspetti e princìpi essenziali del pensiero dell’autore dell’Esprit des lois (1748), aspetti e princìpi con i quali l’età presente, più delle passate, non può non fare i conti, se vuole seriamente porre un qualche argine alla crescente barbarie dei suoi insani stili di vita... ... continua a leggere

torna su

Qualche osservazione su “mito” di Venezia e governo misto tra Basso Medioevo e Rinascimento
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Nel Quattrocento e nel Cinquecento assai diffusa in Europa è un’immagine positiva della Repubblica di Venezia, della quale si celebrano in special modo – oltre all’eccezionalità del sito geografico – la stabilità dell’ordinamento, le virtù e la libertà dei cittadini, la concordia regnante all’interno della società e le ricchezze pubbliche e private provenienti in massima parte dai commerci, tutti caratteri che i trattatisti e pure i semplici osservatori fanno sempre derivare dalla natura della sua plurisecolare costituzione, che parecchi autori esplicitamente considerano mista... ... continua a leggere

torna su

Su Roberto Roversi
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Che cosa si può dire, oggi, di Roberto Roversi riferendosi all’odierna poesia? Intanto del silenzio steso sulla sua opera da molti anni, oramai, da parte della critica e non solo, salvo alcuni - e qui vorrei citare due persone su tutte: Fabio Moliterni che con il suo Roberto Roversi. Un’idea di letteratura I (Edizioni dal Sud, 2003), ha tracciato un quadro ampio e informato; e Arnaldo Picchi, che ne sta curando il lavoro teatrale, facendolo rappresentare e ripubblicandolo. Alcuni, dicevo, che continuano a seguire il suo lavoro, a promuoverlo (nel senso di farlo conoscere, farne oggetto di discussione, riflessione, connessione con quanto ci circonda). Salvo questi pochi, attorno alla sua opera c’è un assordante silenzio, e direi anche desolante per la nostra poesia e la nostra letteratura. Intanto questo (che non è poco, direi); poi si può dire della sua attività, che continua appartata ma non solitaria: appartata perché distante dalle luci, dalle scene illuminate, dalle telecamere e dalle varie ribalte (dove tutto viene ribaltato), lontano dalle istituzioni, ma non ritirato a vita privata; non solitaria perché Roversi da sempre è presente sia per le persone che per le vicende. Roversi ha usato e usa tuttora la parola scritta sotto molteplici aspetti: ha pubblicato importanti libri di poesia e lavori per il teatro; come spettatore attento alle vicende politiche ha scritto e scrive su quotidiani, riviste, piccoli samiztad, fogli volanti e aut... continua a leggere

torna su

Annotazione inattuale su un libro recente
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Se mille voci si fanno parole di un libro, è come ridurre sul tavolo di casa, sotto gli occhi o vicino al cuore, un bosco di mille alberi che ci copre intero; che fruscia con tutte le foglie per non lasciarci assopire; che inquieta con inesorabile temperanza la nostra immaginazione, il nostro cauto lento sapere, il nostro desiderio di sonno (il sonno della ragione) o la nostalgia di esso. Quindi, per me, ho un preoccupato timore mescolato a una curiosità che vibra, nel guardare prima il mucchio ordinato e intero dei fogli, poi nello scorrere con lentezza attenta (partecipata) questo decalogo di sospirata saggezza. Che può essere sfiorata (mai del tutto raggiunta e conquistata) solo, a mio parere, con una insistenza vorace, con uno scavo fra i pensieri minuto, approfondito, al fine di scioglierli, correggerli, sistemarli, integrarli. Può essere l’inizio di una cura prolungata (ma necessaria) per gli autentici guasti che ciascuno di noi nasconde nei risvolti più segreti, spesso neanche disposto a condividerli. Ma sappiamo davvero se questi grani, dall’aspro sapore di una sapienza centellinata, riusciranno a scrostare la nostra intemperanza? Quella supponenza reale mescolata alla falsa umiltà di facciata, che è la caratteristica della società contemporanea, dalle nostre parti intanto? Allora, se l’opera chiede per necessità di essere letta adagio, in profondo, e non di essere solo scorsa – come dicevo – con impazienza, il ... continua a leggere

torna su

Da L’Italia sepolta sotto la neve (1984)
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Vorrei avere molti libri da leggere. Ancora. Tempo davanti. Libri con segni sconosciuti, vecchie tipologie, polverosi libri trovati nel ripostiglio di casa, odore di tonaca e di cera davanti a una chiesa, sull’argine del fiume, sulla balaustra di un ponte di ferro fra paese e paese – aspettare un foglio portato dal vento dentro alla stanza. è più facile che una voce si conservi sotto la neve. ... continua a leggere

torna su

Pietro Aretino e i suoi Ragionamenti
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili “qualità” naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere), l’autore di quest’opera “incriminata”, relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un “grosso” scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio (“ho partorito ogni opera quasi in un dì”; “né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio”). Ma era la “brama” a spingerlo, a pungolarlo, con una persistenza amara, cattiva (e per brama intendo una precisa fame di cose e di risultati, di successi mondani pubblicamente largiti); la brama di accumulare e primeggiare, seguendo gli esempi del tempo; costringendolo essa ad un operare rapido, secondo una programmazione di fini e di lucro “m... continua a leggere

torna su

Da Bologna e Bologna (2003)
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

Tanti e tanti anni fa, quando ero un ragazzino, si correva in Italia una gara automobilistica su strada aperta, la Mille Miglia, che partiva da Brescia e arrivava, lungo la via adriatica, a Roma; per ritornare sùbito a Brescia passando per Firenze, per il passo della Futa, per Bologna. A Borgo Panigale, seduto tutto solo su un muretto, davanti al cancello di una villa molto vicina alla strada, aspettavo con emozione. Alle mie spalle si protendeva il ramo di un albero di fichi. Al passaggio delle macchine più veloci e potenti – che a me, quella prima volta, sembrò quasi di poter sfiorare con le mani – per le zaffate dell’aria, alcune foglie e alcuni fichi ancora in fiore mi scivolarono, in un certo momento, sulla schiena. Un ricordo. Un ricordo da niente, naturalmente. Ma anche allora ho pensato, con la infantile meraviglia che mi accompagnava in tante occasioni, che le macchine velocissime lì passavano perché Bologna era il centro del mondo. Era il centro del mondo. Un passaggio obbligato, dovuto alla signora del regno. A quel tempo, da noi, c’era ancora un re. Mi sentivo, non so come, partecipe di un tale insigne destino. Così che la città, ritornandoci verso sera, mi sembrò ancora una volta bellissima. Bologna è ancora bella, bellissima? E’ ancora il centro del mondo? […] E allora, direi che Bologna non ha più potuto, forse non ha più saputo, conservare i ritmi t... continua a leggere

torna su

Il laico pensiero. Piccolo breviario con dieci riflessioni
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Saggi e Studi

1. Il laico pensiero è il pensiero che ha mille problemi, nessuna paura. E’ travolto, mai sommerso, da dubbi di ogni genere ma mai dalla disperazione. E’ l’albero posto al confine di un bosco infuocato, ma per sé non ha confine. 2. Il pensiero laico crede al buon inesausto pensare, al buon e inesausto fare, al buon dialogare e a una libertà del fare pensare dialogare che non si arresta ai limiti delle convinzioni. 3. Il pensiero laico è quello che pensa (che crede) che le cose parlano sorgendo dalla terra, non precipitando paurose, ammonenti dall’alto dei cieli. E inoltre è quello che pensa, e ascolta, che gli oggetti intorno (il rassicurante beneficio della compagnia), le mille viventi realtà del creato, continuamente lo richiamano al suo leggendario dovere: “Qua siamo, con te; non ignorarci; non dimenticarci. Ascolta, ascolta, ascolta”. 4. Il pensiero laico è anche quello, dunque, che rifiuta il silenzio; e ha sempre come sottofondo lo scorrere dell’acqua del pensiero (tumultuoso rifluire di un fiume che fuoriesce da una caverna). Come un invito stressante a non assopirsi, a non stupirsi; ad essere sempre inquieti. Ad essere sempre pronti alla vivificante, aspra schermaglia delle idee. Sicché il pensiero laico è un camminatore imperterrito fra gli sterpi (intriganti) del pensiero. 5. Il pensiero laico ha lo sguardo basso, striscia anche per terra, ed è impietoso; perché procede sui sassi a piedi nudi. 6. Il... continua a leggere

torna su

Un ebreo che aveva creduto nel fascismo. Formíggini e le sue Ficozze
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

La promulgazione nel 1938 delle leggi razziali colse Angelo Fortunato Formíggini del tutto impreparato, al punto che scelse di mettere in atto, in maniera consapevole, la forma più strepitosa di protesta, il suicidio, gettandosi il 29 novembre 1938 dalla torre Ghirlandina di Modena. Se ci s’interroga sulla ragione di questi fatti sorprendenti in relazione a un intellettuale ebreo, la risposta che sembra ormai assodata è che Formiggini giunse fino al 1938, l’anno fatidico della campagna e della legislazione razzista in Italia, senza sentirsi né ebreo né antifascista. La biografia di Formiggini testimonia di una lucida sagacia: eppure egli non capì. Gli eventi della sua tarda biografia testimoniano qualcosa che, per comune sensibilità, fatichiamo a cogliere: che l’estrazione culturale di molti uomini dell’epoca impediva di captare la pericolosità degli eventi. In che senso Formiggini non era ebreo? in quello comune a molti ebrei italiani: non praticava i riti tradizionali, proveniva da una famiglia ampiamente cristianizzata e lui stesso aveva contratto matrimonio con una donna non israelita. L’identità ebrea che per le leggi del 1938 costituiva motivo di discriminazione era identità da lui non riconosciuta. La tarda Epistola agli ebrei d’Italia, pubblicata assieme ad altri testi degli ultimi mesi di vita di Formiggini nel volume delle Parole in libertà, è documento straordinario per entrare nella mente di un ebreo laicizzato che si ... continua a leggere

torna su

L’Île des esclaves di Marivaux. Sofferenza e potere come esperienze trasformative
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

L’Hôtel de Bourgogne fu il primo edificio ad ospitare la mise en scène dell’L’Île des esclaves di Marivaux, nel 1725. Come poté questa pièce, ibrido tra favola filosofica, farsa all’italiana e terapia curativa, essere replicata ben ventun volte prima di essere messa in scena a Versailles? La vicenda trattata è tutto sommato molto lineare: dopo essere naufragati sull’isola, schiavi (Arlequin e Cléanthis) e padroni (Iphicrate ed Euphrosine) sono costretti a scambiarsi le rispettive posizioni sociali per un tempo limitato, alla fine del quale i loro reciproci rapporti saranno risanati. È il capo del governo repubblicano che vige sull’isola, il «maestro di cerimonia» Trivelin, a prescrivere l’inversione di ruoli: «Non fatevi scrupoli, sfogatevi pure con furore, trattatelo per miserabile, e fatelo anche con noi: adesso tutto vi è permesso. Ma trascorso questo momento, non scordatevi che siete Arlequin, che lui è Iphicrate e che voi siete per lui ciò che lui è stato per voi». Il suo intento è chiaro e dichiarato fin da subito: «Vogliamo cancellare la barbarie dei vostri animi». I servi ottengono pertanto la facoltà di dare personalmente ordini agli ex-padroni, la loro incondizionata obbedienza ed il pieno utilizzo della parola in quanto forma di potere. Quest’episodio, che si richiama alla pratica dei Saturnali romani, si svolge in un luogo chiuso e protetto al di fuori del quale i rapporti di potere verranno (in un certo se... continua a leggere

torna su

I sogni inquieti di Franz Kafka. Intorno a La Metamorfosi
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

Non dai preziosi Diari, che sono lacunosi proprio alla fine del 1912, ma dalla corrispondenza con la fidanzata Félice abbiamo la cronaca precisa della stesura de La metamorfosi, Die Verwandlung, che occupò una ventina di giorni di scrittura travagliata, dal 17 novembre al 7 dicembre, e rappresentò il secondo racconto lungo e compiuto prodotto da Franz Kafka ventinovenne. Un raccontino, così lo definisce l’autore, che sbuca fuori in giornate vorticose per nervosismo, ansia, oppressione. Kafka ha conosciuto da pochissimo Félice, si è aperto tra loro un epistolario sentimentale, ma le lettere si susseguono, si rincorrono o latitano in una ossessione amorosa che già è segno di un rapporto non equilibrato: «Oggi, probabilmente scriverò ancora, anche se dovrò andare molto in giro e scrivere un breve racconto che mi è venuto in mente a letto nella mia pena, e incalza dentro di me» (17 novembre) «Mi sono riaccostato al mio racconto di ieri con un infinito desiderio di espandermi, chiaramente pungolato dalla sconforto – le scrive il giorno dopo – […] con l’ardente desiderio di continuare il nuovo racconto... continua a leggere

torna su

Montesquieu e i suoi nemici. Bagatelle ‘invernali’ sui nipotini di Voltaire
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

A dispetto di quanto “predica” Catherine Larrère, taluni recenti studiosi e interpreti di Montesquieu (tra i quali Larrère stessa, quando “razzola”) sembrano perseguire come unico scopo quello di imposer aux lecteurs le ‘loro’ conclusioni, ossia le ‘loro’ opinioni – sempre che si possano definire così gli ‘arzigogoli’ – su come dovrebbero andare, ma non vanno (ed è la loro fonte di perenne angustia), le cose di questo mondo. Le ultime, ‘fresche’ dimostrazioni di quanto appena affermato sono offerte da quattro nipotini di Voltaire ancora in circolazione, e segnatamente: Pierre Rétat, ‘direttore’ del tomo 7 della nuova edizione delle Œuvres complètes de Montesquieu, contenente la Défense de l’Esprit des lois; Marco Platania, nel suo saggio Montesquieu e la «necessità» della religione, pubblicato nel volume dal titolo (che è in realtà solo l’ultimo ‘programma italiota’ degli ‘atei da salotto’) I filosofi e la società senza religione (Bologna, il Mulino, 2011); e la coppia Catherine Volpilhac-Auger–Philip Stewart, curatori del seguente libretto ‘in vendita nei supermercati’ (basta guardare la vogliosa immagine di copertina o la carta in cui è stampato, per sincerarsene): Montesquieu, Histoire véritable et autres fictions (Paris, Gallimard [“Folio classique”], 2011).... ... continua a leggere

torna su

Storia dell’Hard Rock
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

“Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. […] Arrivano e dopo non sei più uguale” Giorgio Faletti, “Io Uccido” Scegliere è la condizione necessaria al fine della concretizzazione di un’idea, un progetto, un desiderio, un sogno. Credo che la parte più difficile della scelta sia quel bivio che immancabilmente si spalanca di fronte a noi; quel bivio che, a volte, ci paralizza perché non possiamo avere la certezza di cosa troveremo e cosa perderemo in entrambe le direzioni, ecco, non lo sappiamo…. Quando è arrivato il momento di scegliere su quale argomento scrivere la mia tesi, la risposta è arrivata in modo spontaneo e naturale, senza titubanza. Volevo parlare di qualcosa che fosse importante per me, e che valesse la pena di essere raccontata. Come non pensare a qualcosa riguardante la musica, da sempre mia più grande passione? Quello della musica è un mondo immenso. Affascinante per via dei suoi mille volti, magico perché coinvolge la sfera emotiva degli individui come poche altre cose sanno fare. E’ un labirinto dove scegliamo di perderci e di rifugiarci, dove riponiamo i nostri sogni nascosti, dove il nostro mondo prende forma e i nostri ricordi rimangono intatti, immortalati tra le membra delle melodie di quelle canzoni, quelle che erano il sottofondo del presente prima che si trasformasse in ricordo…. Il rapporto tr... continua a leggere

torna su

Manzoni e “L’invenzione dell’inevitabile”. Il Saggio sulla rivoluzione francese del 1789
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

Il Mounier conclude la sua giustificazione con questo argomento: «Perché noi fossimo in colpa, bisognerebbe che avessimo potuto prevedere con certezza tutte le circostanze che dovevano condurre i Francesi sotto il giogo della tirannia popolare». No davvero. Sarebbe troppo iniqua la condizione dell’uomo se per discernere il diritto dal torto, ci fosse bisogno d’esser profeta Confinato in un luogo meno che marginale, al fondo della lunghissima novantesima nota, questo passo, soprattutto con quella chiusa fortemente gnomica, esprime in nuce tutto il senso del vasto lavoro inconcluso di Alessandro Manzoni, il Saggio sulla Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione Italiana del 1859: il suo intendimento e la sua aporia. Di fronte all’evento inaugurale dell’età moderna, al più drammatico laboratorio storico-sociale degli ultimi due secoli, a un fascio di fatti così carichi d’avvenire, l’interrogazione sulle conseguenze dei propri gesti si pone come un crocevia ineludibile. E addita il dramma perenne della condizione umana, che è sospesa tra l’impossibilità di vedere il futuro, compreso quello contenuto nelle proprie azioni, e la necessità, oltre che il desiderio, di provare non diremo a divinarlo, bensì a produrlo. Con tutte le approssimazioni e gli errori del caso. Ciò che il Manzoni chiede ai suoi lettori, e a se stesso, e a ogni uomo degno di tale nome, è per l’a... continua a leggere

torna su

Il Sileno e il Titano. Salvemini contro Mussolini
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

Con l’avvento al potere del fascismo, sul finire del 1922, Gaetano Salvemini, spirito indomito e coraggioso, temprato dagli stenti nella tenerà età, la famiglia era numerosa e scarsi erano gli averi, e dalla tragedia nella maturità, a Messina perse sotto le macerie del terremoto del 1908 una sorella, la moglie e i cinque figli, ingaggia la sua battaglia più aspra e lunga, per la difesa della libertà e della democrazia; altre già ne aveva combattute contro il ministro della malavita, per il Mezzogiorno, per gli insegnanti, per il suffraggio ai poveri cristi, per l’intervento nella guerra mondiale, e ne portava adosso, tutt’interi, i segni e le fatiche. In un primo momento la reazione di questo veterano coriaceo e dalla scorza dura all’ascesa fascista non fu ostile, perché giudicò l’esperienza mussoliniana, dopo un periodo di grandi e violente convulsioni, come utile al ripristino dell’ordine civile, ed anche in considerazione dell’indignazione profonda e di vecchia data per la classe dirigente liberale (per gente come Giolitti, Facta, Bonomi e Salandra) e della sfiducia maturata via via verso i socialisti, ritenuti settari e indolenti con il Mezzogiorno, e troppo inclini al compromesso con il governo: lasciò il partito in aperta polemica nel 1911. Nel marasma generale la soluzione estrema del fascismo prendeva quota e faceva meno paura: era per Salvemini una carta che si poteva giocare, un rischio che si poteva correre, data la... continua a leggere

torna su

Ripensare Angelo di Bontà nel terzo millennio
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

Presentare Angelo di bontà al lettore del 2013 impone, prima di tutto, una riflessione sulle ragioni del recupero, non solo per il fatto che la tradizione critica ha relegato questo testo fra le opere minori di Nievo, facendone niente più che una delle tappe di avvicinamento, in un percorso all’interno di uno stretto giro di anni (esattamente, la prima edizione risale all’anno 1856), alle Confessioni di un italiano (terminato nel 1858), ma anche perché si tratta di un romanzo nato in un’epoca che a noi, genti in fase di allontanamento dalla condizione postmoderna, non ha forse più nulla da dire: per essere un poco più precisi, un’epoca che non suscita in noi nessun senso di appartenenza, né alcuna familiarità. Invero, il Risorgimento, i Savoia, i patrioti, i liberali piemontesi, i Mille etc. non rappresentano più nulla di significativo per l’Italia di oggi, neppure nella propaganda mediatica. Basti pensare a cosa abbia lasciato nella memoria della società civile il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, celebrato nel 2011. Le idee, gli ideali, gli idealismi di quella cultura si sono spenti addirittura prima, forse, di quell’esperienza di “fine della storia” dalla quale noi stessi cominciamo solo ora a emanciparci; il concetto di letteratura come mezzo di «progredimento civile della nazione» – come scrive lo stesso Nievo nei suoi Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia (1854) – semplicemente svanisc... continua a leggere

torna su

Colori e suoni delle stazioni ferroviarie
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

Da quando è principiata l’“età del treno”, si è assistito a una rivoluzione pressoché copernicana nei modi e negli stili del viaggiare per il Paese, inducendo – inter alia – una modifica sostanziale dei tessuti urbani e rurali che ha generato, agli esordi, timori e sospetti gravi. A ogni modo, tutte le stazioni ferroviarie hanno costituito e costituiranno – per almeno due secoli tondi tondi… – uno strumento affatto inedito di emancipazione, di conoscenza, di avventura, di lavorio impietoso dentro se stessi, di officia familiari, di vacanza, di divertimento etc. D’altra parte, l’universo cognitivo e affettivo connaturato al perenne divenire del treno – e di chi guarda il treno passare con intelligenza responsabile, un giorno dopo l’altro – appare singolarmente vicino: il treno sul ponte, il treno nell’anima della campagna, che corre fulmineo sotto la pioggia, il fumo denso e pesante che avviluppa tutto (“sembrava un giovane puledro che appena liberato il fumo mordeva la rotaia con muscoli d’acciaio”), il vapore, il rumore “che mi porta lontano” e il treno che incrocia un altro treno, quasi lo prendesse in pieno. Nella Penisola, con la Napoli-Portici del 1839, era la prima volta che un uomo andava così veloce, dimostrando nero su bianco non solo una vera e propria rivoluzione complessiva, ma pure un’idea di viaggio utilissima a diverse professioni nuove. Ma ecco apparire, giusto in tale congiuntur... continua a leggere

torna su

Storia dell’Hard Rock Dalla NWOBHM a Scream Bloody Gore (seconda parte)
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

La NWOBHM in Inghilterra generò un’irrefrenabile mania tra gli appassionati di Metal, rendendo la scena musicale sempre più grande e frequentata: i fan supportavano le bands presenziando ai concerti e acquistando il loro merchandise. Le location che fino ad allora avevano ospitato i concerti (per lo più pub e centri sociali) iniziavano ad essere troppo piccoli per ospitare il numero sempre crescente di fan. Le case discografiche iniziarono ad accorgersi di questo fermento, e fu così che – per la prima volta – una major mise sotto contratto una band Heavy Metal: gli Iron Maiden. Fu la major inglese EMI a rilasciare sul mercato l’album di debutto Iron Maiden del 1980, che riscosse un immediato successo in Inghilterra; con l’uscita di Piece of Mind (1983) e Powerslave (1984) la band conquistò la fama mondiale. Gli Iron Maiden vennero così definiti la band che consacrò l’Heavy Metal come fenomeno di massa. La “massificazione” dell’ Heavy Metal causò una frattura all’interno della scena. Da una parte vi erano i defenders of the faith, i quali sostenevano che la scena metal dovesse rimanere underground, lontano dalle masse e dalle major; dall’altra vi erano band che aspiravano al successo commerciale, e che si dedicarono quindi alla produzione di un genere più appetibile per le masse. Questi ultimi vennero additati come “poser” e accusati... continua a leggere

torna su

L’elemento acquatico e le alcove di Paolo Conte
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

«L’alcova è un cronotopo della letteratura, luogo e tempo del racconto che sarebbe superficiale limitare al teatro di un’occasione erotica e di un incontro galante. Vi è ben altro. Il letto è uno dei tanti modi di narrare la vicenda umana che si dipana fra gli ambienti concreti e quelli mentali della vita. A letto uomini e donne si amano e si raccontano, si riconoscono e si perdono per sempre. […] Passando da una camera da letto a un’altra, dai talami nuziali ai nascosti e furtivi ritrovi amorosi, ci si può chiedere se questi luoghi possono essere in qualche modo storicizzati, se mutino i contorni della loro rappresentazione». Bruno Capaci, in un ricco excursus storico-letterario presente nel saggio Alcova, traccia un quadro significativo sulle preferenze degli scrittori riguardo alla scelta dei posti deputati alla soddisfazione delle pulsioni erotiche: «le novelle del Decameron sono ricche di camere da letto in cui trionfa un amore giovane e felicemente incontinente, o piuttosto quello che ha il sapore della beffa ardita del piacere rubato, della lascivia trionfante. Altre volte è il pathos tragico a fare dell’alcova un luogo segreto e riposto, in cui gli amanti vivono furtivamente un amore nega... continua a leggere

torna su

Luigi Galvani, scienziato, miles Christi e homme de lettres europeo. La ricerca come stile di pensiero e di vita
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

Legherete a me rane e fatti elettrici, Utili passi per critiche tesi. Indubbiamente – sempre – resto un medico, Gioioso solo quando salva vite, Immortalate altrove e qui fra i ceppi. Già è noto il mio calvario per la scienza, Avallato da furbi e da baggiani; Lucia, però, rimane fra comparse! Vero, assoluto affetto e... continua a leggere

torna su

Virgilio Malvezzi da Bologna all’Europa
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

Il successo delle opere di Virgilio Malvezzi fu immediato e proseguì per tutto il secolo decimosettimo, in Italia e in Europa. Con il Romulo del 1629 – in cui egli si legava stilisticamente al neostoicismo lipsiano e teorizzava, sin dall’incipit, i cardini dello stile laconico: «mercenario colui che in molti fogli stringe pochi precetti […]. Rubba il tempo che non può restituire […]. Io scrivo a’ principi perché scrivo di principi. Trattenergli in dicerie è un peccare ne’ commodi pubblici. Si medicano i loro malori con le quinte essenze, non si nauseano co’ decotti» – il moraliste petroniano incontrava i gusti di un orizzonte d’attesa pronto ad accogliere la sua soluzione stilistica e ideologica. Particolarmente sensibile alle sue proposte fu la Spagna del Conte Duca d’Olivares. Già nel 1632 Quevedo, affascinato dal laconismo del Bolognese, traduceva El Romulo e dava alle stampe un «romanzo politico» di chiara ispirazione malvezziana: il Bruto. Di lì a breve tutti e quattro i «ritratti» bolognesi sarebbero stati tradotti in castigliano, suscitando l’entusiastica adesione dello stesso Balthasar Gracián: Sia il Romulo che il Tarquinio del marchese Virgilio Malvezzi – ebbe a scrivere l’autore dell’Oracolo manual – vincono in profondità, concisione e sentenziosità tanti altri poemi, perché di essi si pu... continua a leggere

torna su

Contro la feroce forza che fa nomarsi diritto. Verdi e il dispotismo: una proposta di lettura
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

Non è certo impresa facile cercare di riconoscere nell’opera di Giuseppe Verdi – pur così consistente, così ricca di riflessioni di vario ordine – un tratto apparentemente di secondo piano come il rapporto dell’artista col dispotismo. Eppure, cercando di portare l’indagine non solo entro il corpus verdiano, ma anche nella sua biografia, il dato della ripugnanza verso il dispotismo si pone, come dire, trasversalmente. Si è dinanzi, de facto, a un filo sottile ma (quasi) costante che – nuovo filo d’Arianna possibile – costituisce un aspetto di non poco momento, di là dalle principali, note istanze dell’estetica e della drammaturgia del Nostro. Onde condurre in tal maniera l’analisi, pare anzitutto necessario possedere un contesto affidabile, che chiarisca, fra il resto, cosa s’intende per dispotismo e che sgombri, nel contempo, il campo da inutili tentazioni cronologiche, aprendolo così a uno sguardo più ampio, capace d’indagare oltre i limiti del tempo e dello spazio. A partire da queste coordinate, ci si potrà addentrare in una disamina della questione a più livelli (biografico, professionale e, soprattutto, morale), tenendo sempre presente come una straordinaria tensione etico-civile pervada l’opera di questo musicista, in grado di elaborare a tutto tondo la cultura romantica, imprimendole il sigillo – riconoscibile in quanto personalissimo – di una ricerca lucida e rig... continua a leggere

torna su

Nella cripta sacra di Ramón
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

I primi decenni del Novecento esplodono in mille scintille, dall’Italia alla Spagna, dalla Francia alla Germania. Sono decenni vitali, creativi, sensuali, laicissimi: uno dei rari momenti dell’evoluzione culturale d’Occidente in cui umorismo e scetticismo, libertà e agnosticismo, si sono fusi in una figura originale, il cui sembiante si mostra in una miriade di “ismi”. Dietro ognuno di essi fermentava un gruppetto di intelligenze, di spiriti infuocati, che nei caffè e negli studioli polverosi davano forma a tutti i rivoli dell’avanguardia. E gli “ismi” con cui l’avanguardia europea s’è manifestata sono davvero tanti, a riprova di come in quel momento storico si sia propriamente manifestato un “pluriverso” (la smagliante differenza dei movimenti, dei tipi, delle personalità). E in quel pluriverso ci sta anche il “ramónismo”, meteora avanguardistica che in quegli anni solcò il cielo di Madrid e andò ad infiggersi tra i tavolini del caffè Pombo, dove Ramón Gómez de la Serna passava il suo tempo armato di taccuino, con la pipa in bocca e una bottiglia di acqua minerale per sopravvivere al tempo e dove, dal 1914, diede vita a una tertulia, cioè un gruppo letterario, e alle “riunioni del sabato”, giorno in cui, dalle dieci della sera fino alle due della notte, intellettuali e artisti di Madrid vi si davano appuntamento. Ci andavano i “locali”, come Jiménez e José Bergamín, Azorín ed Eugenio d’Ors, e ci ... continua a leggere

torna su

Karl Eugen Gass, l’allievo prediletto di Ernst Robert Curtius
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

Abbiamo cercato di prendere sul serio l’invito di Marianello Marianelli di offrire al lettore italiano la possibilità di conoscere da vicino la voce dell’allievo prediletto di Ernst Robert Curtius, Karl Eugen Gass da Kassel. Era nostra prima intenzione dedicarci esclusivamente alla decennale corrispondenza intercorsa fra l’allievo e il maestro, seguendo alla lettera la preziosa indicazione del germanista di San Miniato, ma ci siamo ben presto resi conto che era opportuno completare un quadro sempre più convincente con una serie di contributi ulteriori, che andavano a definire una personalità di primo rango, e che possedeva tutti i talenti per una splendida carriera scientifica, poi sacrificata alla guerra – per riprendere le stesse battute di Curtius. Ecco allora che, accanto alla vicenda epistolare, disponibile grazie alla straordinaria collaborazione della figlia di Gass, Bettina, è parso opportuno dare in questo stesso volume le riflessioni e gli appunti delle agende (1937-1944), del diario dei libri, degli anni romani (1938-1942), del diario di guerra (1942), nonché le lettere inviate alla moglie Ilse Riemenschneider (1942-1944), cinque parti contraddistinte da un dialogo interiore costante, filtrato attraverso i testi letti, i libri, trattati come persone care, luoghi di sogno che chiamano la vita per nome, nei giorni immoti degli anni bui, nei quali Gass non smette fino all’ultimo di donare una luce rara: il piacere di stupirsi ... continua a leggere

torna su

Agostino Paradisi iunior (1736-1783). Uomo di lettere e di teatro. Storico ed economista
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Saggi e Studi

A poco più di duecentotrent’anni dalla prematura morte di Agostino Paradisi iunior e a duecentocinquanta esatti dalla pubblicazione dei primi due volumi della Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi tradotte in verso sciolto, opera nell’àmbito della quale egli fa la “parte del leone” e che raccoglie versioni destinate ad avere un ruolo non marginale sia nella maturazione della nostra lingua poetica e teatrale durante il tardo Settecento sia nello sviluppo di quel patriottismo culturale che in Italia darà frutti politici nel secolo successivo, ci è parso di qualche utilità dedicare le pagine seguenti a quest’insigne intellettuale, celebrato dai contemporanei ora come superbo versificatore “oraziano”, ora come sommo “poeta-filosofo”, ora come ispirato autore di odi sacre; conosciuto anche al di là delle Alpi per la robusta eloquenza e per le eleganti versioni dal francese all’italiano; tenace fautore del rinnovamento del gusto teatrale ed estetico; penetrante studioso di storia e di economia politica; in contatto con alcuni dei più brillanti ingegni europei del suo tempo; dapprima sovrintendente agli spettacoli in vari Teatri e insegnante di Collegio e di Ateneo chiamato ad iniziare i giovani allievi alla letteratura, poi professore universitario incaricato di collaborare alla creazione di magistrati civici all’altezza dei propri cómpiti futuri e lui stesso instancabile e coscienzioso alto funzionario pubblico promotore di ri... continua a leggere

torna su

Il verbo come imago aeternitatis. Note su Francesco Acri interprete di Platone
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Saggi e Studi

Dall’antichità al Medioevo all’Umanesimo (da Cicerone artifex più che interpres, artista e ricreatore, ben più che mero, passivo traduttore, del testo platonico, a San Girolamo, con la sua idea della traduzione che rende non verbum e verbo, ma sensum e sensu, non la lettera esteriore, per così dire epifenomenica, del testo sacro, ma il suo messaggio recondito, le risonanze e le armoniche di quel mysterium che è insito nello stesso verborum ordo, nella stessa tessitura verbale e grammaticale della voce divina, fino al De interpretatione di Leonardo Bruni, persuaso, come Dante, che il discorso della bellezza e della sapienza fosse cosa «per legame musaico armonizzata», retta da equilibri ed intrecci sottili, necessari, delicatissimi – «verba inter se festive coniuncta, tamquam in pavimento ac emblemate vermiculato» – che il traduttore doveva saper salvaguardare nel momento stesso in cui li trasfigurava nella nuova creazione), l’atto della traduzione è stato intimamente associato a quello, in senso lato, dell’ermeneutica: ermeneutica intesa, nel suo valore più autentico ed essenziale, come investigazione del mistero, esplorazione del sostrato semantico e speculativo più celato e oscuro del testo, della parola e, attraverso di essi, dell’Essere stesso, la cui struttura profonda, la cui configurazione metafisicamente spazio-temporale, si riflettono, in certo modo, nel tessuto verbale e retorico della scrittura, riversandovi, e in essa ef... continua a leggere

torna su

Il delitto Matteotti visto dai quotidiani statunitensi
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Il rapporto tra Mussolini e l’opinione giornalistica internazionale – in particolare statunitense – si può dire caratterizzato da una profonda ambiguità. In effetti ciò che più sorprende ad una rapida lettura del materiale cronachistico internazionale dell’epoca, è la sostanziale ammirazione che per un lungo periodo di tempo Mussolini e il fascismo riuscirono a godere presso le grandi testate giornalistiche internazionali. Il fascino della sua leadership non si configurò esclusivamente come un fenomeno locale, ma ottenne consensi ben oltre i confini nazionali, riuscendo a conquistare per lungo tempo non solo gran parte dell’Europa, ma anche gli Stati Uniti. In particolare la stampa americana, francese, inglese e norvegese parteciparono unitamente al coro di elogi che in gran parte dell’Italia si innalzava verso le doti carismatiche del dittatore. Appena dopo la marcia su Roma, gli apprezzamenti verso Mussolini si intensificarono presso tutte le grandi testate giornalistiche internazionali, e in particolar modo presso quelle statunitensi. Il 3 novembre 1922 il New York Herald lo definì, al pari di Garibaldi, un autentico rigeneratore della società italiana, meritevole di conservare un posto speciale nella storia del popolo italiano. Nell’autunno dello stesso anno il New York Tribune si interrogava se Mussolini somigliasse più a Garibaldi o a Cesare e il New York Times profetizzava che il mento di Mussolini sarebbe rimasto giustament... continua a leggere

torna su

Schegge di frequentazione storiografica. Delio Cantimori e la cultura europea
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Se c’è uno scritto ove si svela con più chiarezza l’animo di Delio Cantimori (1904-1966), questo è Conversando di storia. Chiunque volesse ricostruirne la parabola intellettuale ed umana tout court non potrebbe trascurare le pagine di tale opuscolo quasi laterale, singolarmente composito ma – anche per questo, forse – adatto a restituire quel tratto biografico quasi sotterraneo che contribuisce a dare, probabilmente, la misura del battito del suo polso, concedendo molteplici ricami intimi e fondi, decisivi per tracciarne un profilo più persuasivo e appagante. Le lettere a F.C. Rossi – preparate per la rivista «Itinerari» dal gennaio 1960 al settembre 1964 e quindi raccolte nel volume – costituiscono un sorprendente dialogo unitario, rivolto ben oltre lo spazio urbano e circoscritto di una rubrica coltivata con riserbo e fermezza, e dominata da una generosità amplificata nel richiamo continuo al metodo storiografico e al senso della cultura storica, mai disgiunto dalla vita ancor prima che dalla cultura. Cultura è qui intesa col senso dell’essere individuale e collettivo insieme al proprio significato espressivo, fisico, spaziale e intelligibile, ove la storia è «l’attuazione di una cultura possibile». Come suona familiare il tono tutto teso alla conoscenza, all’istruzione, alla nozione e alla cognizione della storia, così in esse riposano di per sé quei valori educativi e formativi – sostiene Cantimori – che ... continua a leggere

torna su

Gioventù di Umberto Toschi. Poesia, futurismo e goliardia di un grande geografo
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Nacque il 10 giugno 1897 in Romagna, a Dozza imolese, uno dei più noti geografi italiani, Umberto Toschi, venuto alla luce in una famiglia rurale di nobile ascendenza. La sua biografia è tutta calata nella carriera accademica: si laureò a Bologna nel 1921 con la tesi L’individualità geografica Carpato-Danubiana e la sua influenza in quanto fattore storico. Praticò il giornalismo e per dieci anni insegnò in istituti commerciali di Ancona e Bologna. Partecipò poi a un concorso universitario e fu chiamato nel 1933 alla cattedra di geografia economica all’Università di Catania. Nel 1935 passò a Bari, dove fu anche rettore per alcuni anni; nel 1949 fu chiamato a Ca’ Foscari di Venezia e infine, nel 1951, ebbe sede definitiva all’Ateneo di Bologna, anche qui nella cattedra di geografia economica, disciplina cui si dedicò fin dai lavori giovanili e che, in certo modo, affiancava la corrente di geopolitica fondata in Italia verso la fine degli anni trenta. Assurse alla direzione dell'Istituto di geografia della Facoltà di Lettere e, proprio mentre stava lavorando nel suo studio morì, improvvisamente nell’estate del 1966. Essendo nel comitato redazionale della rivista “Méditerranée”, alla sua scomparsa E. Dalmasso gli dedicò su quella rivista un necrologio che suona: «L’università italiana è in lutto. Il professor U. Toschi, direttore dell’Istituto di geografia della Facoltà di Lettere di Bologna, è morto al suo tavolo di lav... continua a leggere

torna su

La lunga attività del cavalier Gazzoni. Imprenditore sui generis fra Bologna e l’Europa
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi

L’immagine che meglio sembra descrivere il rapporto fra l’imprenditore Arturo Gazzoni e la Massoneria è quella di un fiume carsico, che in alcuni frangenti scorre sotterraneo e, in altri, riemerge con forza in superficie. Già nelle precedenti edizioni di Bologna massonica altri autori – Stefania Mirandola e Giuseppe Scarenzi – avevano fornito le poche notizie disponibili sull’attività latomistica di Gazzoni. Viene iniziato libero muratore l’11 marzo 1908 nella loggia Carlo Pisacane di Roma, promosso Compagno d’Arte il 6 aprile e, infine, elevato al grado di Maestro Venerabile della loggia “ça ira” di Bologna, diventando in seguito presidente della loggia di rito Simbolico Italiano. In cerca di altre fonti, ci siamo imbattuti in una rivista quanto mai curiosa – il “Mulo” – che, in un supplemento del 1914, pubblica entusiasticamente l’elenco dei vertici del Grande Oriente d’Italia, delle Logge regionali del Rito Simbolico, di Logge e Triangoli: ne risulta che Gazzoni era ancora il Venerabile della “Ça ira”: «Emilia, Bologna: Ça ira (rito simbolico) – Indirizzo: sig. Arturo Gazzoni, via S. Stefano 30, palazzo Bonora». Settimanale “anticanagliesco” di area cattolica, il “Mulo” condusse aspre battaglie proprio contro la Massoneria, testa di turco principale assieme ai socialisti e agli anticlericali. È dunque «per il bene della Religione e della Patria» che gli autori azzardano la pubblicazione, in... continua a leggere

torna su

La concezione del linguaggio di Giambattista Vico e l’opposizione alla cultura francese
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi

Uno dei problemi che maggiormente giungono a maturazione nel contesto dei secoli XVII e XVIII, suscitando vivo interesse sia sul piano teorico sia su quello delle implicazioni pratiche, è costituito dalla questione del linguaggio e del suo ruolo nell’ambito della conoscenza. Più in generale, nel corso del tempo, il problema della lingua era stato sentito, almeno negli ambienti di livello culturale più elevato, come uno dei più importanti e significativi. Data la complessità del fenomeno linguistico, va chiarito che non è possibile parlarne come se fosse un problema unitario, ma esso ebbe molteplici risvolti e vari piani di discussione. Non a caso, Umberto Eco elenca una serie di problematiche linguistiche sviluppatesi durante i secoli ed originatesi dall’assunto che, in primo luogo, con il peccato originale, l’uomo avesse perso la capacità di formulare un linguaggio che fosse capace di esprimere la vera natura delle cose (onomathesia) e, in secondo luogo, che da quel momento si era originata una confusione di lingue alla quale occorreva porre rimedio, ricercando una lingua comune a tutti gli uomini. Le difficoltà dell’impresa furono tali che, ad un certo punto, la ricerca di una lingua che doveva aspirare in qualche modo alla perfezione, si intrecciava con quella più modesta ma non meno ambiziosa di una lingua universale e spesso i d... continua a leggere

torna su

Francesco Giorgio Veneto e la Venezia del suo tempo
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi

Il ruolo e il successo che Francesco Giorgio Veneto (1466 - 1540) ha avuto nella cultura del suo tempo risiedono nella capacità che questi ebbe di conciliare e attualizzare saperi diversi. I molteplici contenuti delle sue opere hanno contribuito a comprendere la sottile, ma esistente linea di affinità e continuità con gli astronomi, i matematici e, più in generale, i filosofi a lui contemporanei. Del frate verranno apprezzate la cultura mai enfatica ed esibita, il tono misurato, la grande pertinenza e ricchezza terminologica, la portata delle sue fonti, l’ordine, la misura, l’equilibrio, la simmetria e l’armonia come forma mentis individuale. In Zorzi convivono più anime, mai in conflitto l’una con l'altra e sempre, a loro modo, coerenti: il francescano colto, il patrizio raffinato, il diplomatico discreto, l’intellettuale ‘onnivoro’, il mistico iniziato, ma soprattutto l’uomo di Chiesa che coglie la crisi di Roma e che, pur vivendo in una città fortemente antagonista nei confronti di quella (Venezia, va da sé), nel De Harmonia mundi, il suo capolavoro, non cita mai. Agli inizi del Cinquecento, Venezia versa in una crisi politica, economica e religiosa destinata a condizionare la vita culturale della Serenissima per il resto della sua storia. Nel giro di trent’anni, si ritrova accerchiata e costretta a ripiegare, contenere, combattere, negoziare e infine abbandonare il sogno espansionistico accarezzato per secoli. ... continua a leggere

torna su

Fra labirinti di templi complessi. Premesse storico-critiche allo studio di letterati tedeschi del Sette – Ottocento prossimi agli ideali della Massoneria
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi

La Germania, insieme con l’Inghilterra, la Scozia e la Francia, è una delle culle della Massoneria moderna, di quella, dunque, definita “speculativa”. Anche se, antecedentemente al XVIII secolo, le cosiddette Logge “operative” sono state importanti e numerose, ed hanno saputo ben presto accogliere, come del resto le omologhe inglesi, dei “muratori accettati” (vale a dire uomini che non appartenevano al mestiere, come artisti e filosofi), le prime vere Logge moderne furono, in Germania come in tutt’Europa, di origine britannica. Probabilmente ad Amburgo, nel 1737, fu fondata la prima Loggia speculativa tedesca, che nel 1741 prese il nome di “Absalon”. Una sua delegazione iniziò, il 14 agosto 1738, il futuro re di Prussia, Federico II, ‘despota illuminato’ e gran sostenitore della Massoneria in Europa, nonché istitutore egli stesso di una prima Loggia a carattere privato nella propria residenza di Rheinsberg, e successivamente promotore a Berlino di un’officina destinata a divenire la più importante dell’intera Germania. Il 13 settembre 1740 avviene l’apertura ufficiale della Loggia berlinese intitolata “Ai tre Globi”, che avrebbe accolto insigni personalità di Prussia, fra le quali i fratelli di Federico II e il Margravio del Brandeburgo, dedicatario, fra l’altro, dei celeberrimi Concerti brandeburghesi (1721) di Johann Sebastian Bach. Le pr... continua a leggere

torna su

Il romanzo italiano del Settecento tra autori ed editori
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi

L'attenzione nei confronti della narrativa romanzesca italiana del XVIII secolo è un fenomeno assai recente nell'ambito della critica letteraria. Soltanto negli ultimi decenni, grazie ai contributi di Carlo Alberto Madrignani e Luca Clerici, tra gli altri, si è potuti giungere ad un corretto inquadramento stilistico, tematico, nonché filologico di autori quali Pietro Chiari o Antonio Piazza. Le occasioni di ricerca sono ancora tante, in un ambito che rimane tuttora largamente ignorato a causa della mancanza di analisi e documentazione. Tra le varie strade possibili, non è stata compiuta, al momento, un'indagine in prospettiva editoriale. Il presente studio ha appunto il modesto obiettivo di introdurre un tentativo di inchiesta in tal senso, puntando l'accento ora sui dati relativi alla produzione libraria, ora sulla condizione degli autori e sulle strategie dei loro editori, nella convinzione che anche temi così lontani dalle storie della letteratura possano contribuire a spiegare la nascita, nel nostro paese, del genere letterario cardine della modernità ... continua a leggere

torna su

Ludovico Antonio Muratori. La difesa della cultura italiana fra tradizione e innovazione
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

Nel periodo compreso fra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento, la cultura italiana risultò caratterizzata dal fenomeno artistico e letterario del Barocco, all’interno del quale emerse il preponderante ruolo esercitato dalla retorica, disciplina codificata – com’è noto – da Aristotele, Cicerone e Quintiliano, che ne avevano proposto una scansione articolata in cinque parti: inventio, dispositio, elocutio, actio e memoria. Tale divisione era rimasta sostanzialmente inalterata fino al XVI secolo, quando le riforme messe in campo da Rodolfo Agricola e da Pietro Ramo l’avevano profondamente snaturata. In particolare, con questi mutamenti l’inventio, al cui interno trovavano posto i loci, venne inclusa nel contesto della dialettica e della logica, portando così suddetta componente della retorica, fondata sul rinvenimento dei contenuti più significativi di un argomento, ad occuparsi di ambiti del tutto diversi da quelli che le erano originariamente propri. Ciò provocò uno svilimento della retorica, con la conseguente riduzione di essa a disciplina meramente formalistica, ove le componenti che rimanevano, lungi dal possedere ancora un fondamento solido, risultavano pressoché fini a se stesse. Fra le principali conseguenze di un simile stato di cose, vi fu il formarsi, nel XVII secolo, del fenomeno chiamato «C... continua a leggere

torna su

Il romanzo parlamentare nell’Italia tra otto e novecento
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

A partire dalla seconda metà del Novecento, le ricerche condotte da un ristretto numero di esperti ci hanno consegnato un corpus di romanzi comunemente noti come «romanzi parlamentari». Tale filone, sviluppatosi in Italia tra XIX e XX secolo, è stato in tempi recenti oggetto di alcuni articoli di quotidiani, propensi a vedervi le origini delle attuali dimostrazioni di malcontento popolare nei confronti delle istituzioni. Il presente studio analizza la questione da un altro punto di vista, quello più specificamente letterario, che i giornalisti, a causa anche della destinazione dei propri scritti, non hanno potuto toccare, se non in maniera marginale. Il primo problema per chi voglia occuparsi di romanzo parlamentare è di na­tura squisitamente class... continua a leggere

torna su

Pietro Antonio Bernardoni (1672-1714). Annotazioni su vita, viaggi, incontri e produzione lirica e drammatica di un inquieto poeta cesareo amico e conterraneo di Lodovico Antonio Muratori
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

Ingegno letterario precoce, viaggiatore inquieto – «mattissimo» e «poetissimo», secondo la definizione datane dall’amico, coetaneo e conterraneo, Lodovico Antonio Muratori –, provinciale assurto alla ribalta della vita mondana presso la Corte viennese, Pietro Antonio Bernardoni nacque il 30 giugno 1672 «in Vignola, terra ragguardevole nel Ducato di Modena», da Francesco e Lodovica Monsi. Non si hanno molte notizie sulla famiglia, composta, oltre che dal Nostro, da due fratelli minori, Giovanni Francesco e Giuseppe, e da uno zio, Niccolò. Applicatosi sin dall’età giovanile agli studi, Bernardoni dimostrò e assecondò la propria vocazione per le lettere, giungendo ben presto a far parte di importanti cenacoli letterari e prestigiose istituzioni culturali: nel 1691, a soli diciannove anni, fu associato all’Arcadia romana, con il nome di «Cromiro Dianio»; in seguito, venne ascritto all’Accademia degli Accesi (Trento), a quella dei Gelati (Bologna), a quella degli Scomposti (Fano) e a quella degli Animosi (Venezia). Molto probabilmente non frequentò mai l’Università. All’inizio degli anni Novanta del Seicento, fu attivo a Modena, entro il consesso culturale creatosi attorno al marchese Giovanni Rangoni, dove si scrivevano, scambiavano e commentavano versi poetici; qui strinse amicizia con Gian Giacomo Tori, Francesco Buosi e Francesco Caula, ed ebbe modo di incontrare spesso l’amico d’infanzia Mu... continua a leggere

torna su

Francesco Selmi e i Trattati morali di Albertano da Brescia
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

Nel 1873 il vignolese Francesco Selmi (1817-1881), celebre scienziato, uomo di vasta cultura e patriota, dà alle stampe il volume Dei trattati morali di Albertano da Brescia. Volgarizzamento inedito fatto nel 1268 da Andrea da Grosseto. L’opera vede la luce all’interno della “Collezione di opere inedite e rare dei primi tre secoli della lingua”, collana a cura della Regia Commissione per i Testi di Lingua. Selmi è uno dei membri maggiormente attivi di questa importante istituzione, fondata nel 1860 con lo scopo di ricercare i codici dei più antichi testi di lingua italiana promuovendone la pubblicazione. Il volume contiene i trattati composti nel XIII secolo da Albertano da Brescia, giurista insigne del quale abbiamo peraltro a disposizione poche notizie biografiche. Annoverato tra i protagonisti della vita politica dell’Italia comunale, egli ricoprì incarichi pubblici nella sua città e a Genova, e partecipò alla guerra contro l’imperatore Federico II. La sua produzione letteraria a noi nota consta di cinque sermoni di forte impianto religioso e di tre trattati morali, cui l’autore bresciano deve la propria fama: il Liber de amore et dilectione Dei et proximi et aliarum rerum et de forma vite (1238), nel quale viene affrontata la questione dei rapporti sociali e familiari, dando vita ad un’etica strettamente legata all’ambiente comunale; il Liber de doctrina dicendi et tacendi (1245), dedicato alla costruzione di un’etica della parol... continua a leggere

torna su

Risonanze gaddiane
di , numero 1, aprile/giugno 2005, Saggi e Studi

Mi sono soffermato a lungo, ier sera, sfogliando un catalogo dei dipinti del Van Eyck, sul ritratto del cardinale Albergati. Si tratta di un olio su tavola, della misura originale di circa 34 cm x 27 cm, databile attorno al 1438, molto ben fatto dal punto di vista dell’esecuzione e assai espressivo dell’individualità lucida e, al contempo, problematica, prima di Guicciardini, del cardinale toscano, il quale venne mandato ad Arras a mediare tra Filippo il Buono ed il re di Francia Carlo VII per porre fine alla guerra scoppiata in seguito all’assassinio di Filippo l’Ardito. La mia riflessione, attraversato un primo momento di assorbimento empatico dovuto alla bellezza del dipinto, nasceva dalla convinzione che, in fondo, se oggi uno andasse con la macchina fotografica in giro per i caffé, per le piazze della pianura padana o, anche, dei centri toscani, non avrebbe difficoltà a trovare un volto simile, una faccia con gli stessi caratteri somatici dipinti dal fiammingo. Certo, si sa che variazioni significative del nostro patrimonio genetico, sia sul piano della filogenesi come quello dell’ontogenesi, vanno ben oltre i pochi secoli che ci separano dal periodo in cui l’Albergati visse, ma io trovo sempre stupefacente questa vicinanza col passato, la sequenzialità sincretica della storia che si spinge fin nelle pieghe del presente, della nostra memoria e che non ci fa sentire isole isolate nel gran mare dell’esistenza. Insomma, se ben si gua... continua a leggere

torna su

Vivere la saggezza. Gli Aforismi di Schopenhauer
di , numero 18, luglio/settembre 2009, Saggi e Studi

Rileggere gli Aforismi di Schopenhauer oggi, a circa cento cinquant’anni dalla loro pubblicazione, quando vennero raccolti all’interno del volume Parerga e Paralipomena, potrebbe risultare pleonastico, inutile o – peggio – una concessione tutt’altro che saggia a una tendenza, a un modus del presente. Di consigli per il bene vivere sono stracolmi gli scaffali della nostra esperienza, così come le pagine dei giornali che ci rubano tempo sui crocicchi polverosi e semaforati della quotidianità. Se tuttavia l’avventurato lettore sarà così tenace da non scoraggiarsi di fronte a una così disancorata proliferazione di suggestioni vaporose e ingombranti, per lui si potrebbe aprire una nuova esperienza, e un nuovo grado della riflessione potrebbe dischiudersi in direzione della saggezza, della prova del vivere saggio. Vivere la saggezza è un progetto che, prima o poi, va concepito nel percorso esistenziale di ogni essere umano, è un sentiero che chiede di essere illuminato accanto a quelli pur legittimi e immaginosi che guidano, a volte languidamente, i pensieri di tutti. Abitare la saggezza significa essere il gesto che illumina i luoghi dolorosi della nostra soggettività, significa identificarsi empaticamente con la sapienza del mondo e con la salute che scaturisce dal contatto. Del resto, considerare la saggezza come una costruzione da compiersi, un percorso da misurare e dunque intendere la filosofia ... continua a leggere

torna su

Breve ma veridica storia della Rai
di , numero 19, ottobre/dicembre2009, Saggi e Studi

Forse in virtù della sua vocazione mediatica che non esaurisce in sé il contenuto del messaggio, la storia della Rai può essere riguardata come la storia di uno degli istituti più rappresentativi della nostra identità collettiva, il punto di incontro di tante riflessioni più particolari, di tanti sguardi sulla realtà che ormai stazionano nella memoria pubblica o, almeno, sono suo potente referente immaginale. La Rai, Radio televisione italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”: erano le undici di mattina del 3 gennaio 1954 quando la televisione italiana nacque ufficialmente. A pronunciare l’annuncio in diretta dai nuovissimi studi del Centro di produzione di Corso Sempione a Milano fu Fulvia Colombo. La televisione allora trasmetteva in bianco e nero e la qualità del segnale non era entusiasmante, pagava un canone che si aggirava attorno alle diciotto mila lire. Il suo successo tra la gente fu subito folgorante e nel giro di quattro anni gli abbonati superarono ampiamente il milione. Il gradimento sarebbe stato anche maggiore se la rete dei trasmettitori che distribuiva il segnale video fosse stata più efficiente, ma la particolare conformazione orografica italiana con la sua prevalenza di picchi e avvallamenti costringeva a lasciare in ombra non poche zone del nostro territorio. Ad ogni modo già nel ’58 vennero “illuminati”, come si diceva in termini tecnici, oltre il 95% degli italiani; la quasi to... continua a leggere

torna su

Medioevo inquieto. La storia di Cola di Rienzo nella Cronica di Bartolomeo di Iacovo da Valmontone
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Saggi e Studi

Capolavoro è il termine che sembra ricorrere maggiormente negli interventi della critica letteraria italiana, almeno dal 1940 in poi, sulla Cronica di Bartolomeo di Iacovo da Valmontone, da quando, cioè, l’acuta filologia di Gianfranco Contini con un articolo dal gesto perentorio, la introdusse al pubblico colto, auspicandone una consuetudine di lettura come per le nostre grandi opere. Certo, per un testo rimasto per tanti secoli nella sua originalità e completezza sconosciuto, il tono di quell’intervento sembrò, più che realmente, volutamente entusiastico, ma l’eccezionalità della scoperta, il significato e la consapevolezza dell’operazione lo giustificavano. Il testo, della cui vicenda filologica brevemente diremo, si trova nel III Tomo delle Antiquitates Italiacae Medii Aevi stampata dal Muratori nel 1740, sotto il titolo di Historiae Romanae Fragmenta, prima che un allievo del Contini (altri ne avevano curato singole parti), Giuseppe Porta, ce ne fornisse una edizione esemplare e integrale, stampata a Milano nel 1979 dall’editore Adelphi attribuendola ad Anonimo romano, prima che Giuseppe Billanovich non ce ne fornisse una identificazione più certa, e da noi sostanzialmente avallata, in un celebre studio. Il testo della Cronica, come si desume dalla prefazione dell’edizione costituita dal Porta, ebbe una vicenda filologica assai tormentata. Prima che l’opera conosciuta sott... continua a leggere

torna su

Sulla Lectio incontentabile di Ezio Raimondi
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Anche al cospetto di Ezio Raimondi (1924), specie se lo si incontra nel suo studio, «caverna scolpita di libri», può sorgere spontanea, a un visitatore sprovveduto, la stessa domanda ingenua e pleonastica che, nel ricordo affabile di Contini, veniva da rivolgere a Spitzer: «Sta lavorando, come al solito?». È però molto improbabile che, nel caso nostro, si possa avere un tipo di risposta collimante con quella del maestro viennese («Lavorando? No, no, godendo, come al solito, godendo»), non solo perché a Raimondi non si conviene la definizione di «sibarita» concessa da Contini a Spitzer, per niente adatta a un round head inquieto e turbato da un ricercare inesauribile in cui il piacere della lettura è inseparabile dalla fatica e dalla responsabilità, ma soprattutto perché molto del suo tempo consacrato al lavoro viene messo a piena disposizione degli allievi, tenacemente perseveranti nel sottoporgli i loro scritti, siano essi piccole esercitazioni, capitoli di tesi o saggi o libri destinati alla pubblicazione. Eppure, per quanto non tutti gli esercizi di lettura siano ameni, vengono sempre fatti di buon grado, quando non sollecitati, sorretti comunque da un entusiasmo didattico che molto spesso affiora nella bontà dei risultati, nei quali a volte non si riesce nemmeno più a distinguere la penna originariamente incerta dell’allievo da quella sicura ed elegante del maestro generoso. L’impegno del Raimondi docente non differisce in... continua a leggere

tag:

torna su

Sulla violenza nel secondo dopoguerra. Alcune tracce interpretative
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Si tratta di un tema che ancora negli anni Zero del XXI° secolo è stato al centro di un intenso dibattito pubblico, totalmente piegato a esigenze di legittimazione (e delegittimazione) politica, anziché essere rivolto a un reale approfondimento. Il dopo liberazione italiano appartiene al più ampio contesto europeo di uscita dal conflitto mondiale. Ovunque sia giunta l’occupazione delle armate dell’Asse, le comunità si spaccano - non in parti uguali - tra chi collabora con gli invasori e chi vi si oppone. Il regolamento di conti con i collaborazionisti nazifascisti conosce una prima fase extragiudiziale ed una successiva fase, regolamentata da precise procedure a garanzia degli accusati. In ciascuna comunità nazionale ci sono storie di divisioni e tensioni che precedono l’inizio dell’occupazione. L’arrivo delle armate naziste accentua e rende quasi irredimibili le spaccature interne a ciascun Paese: la Francia e il Belgio, nella seconda metà degli anni Trenta, hanno subito il condizionamento dei movimenti fascisti che sono diventati un indispensabile puntello per gli occupanti. L’attività di collaborazionismo si è esplicata in parte come risorsa militare al fianco dell’occupante, ma soprattutto come disaggregante interno fornito di un occhio speciale nell’individuare oppositori ed ebrei che non possedevano i nazisti. Ne discende l’identificazione dei collaborazionisti come... continua a leggere

tag: ,

torna su

Piazza Fontana: une longue déclinaison de significations
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Piazza Fontana: une longue déclinaison de significations

Le 12 décembre 1969, sur la Piazza Fontana à Milan, une bombe explose à l’intérieur de la Banca Nazionale dell’Agricoltura. Le bilan est dramatique: 17 victimes et 88 blessés. Les années 1970 ont projeté l’Italie parmi les grandes puissances économiques mondiales et contribué à transformer profondément le pays d’un point de vue social. Les exigences quant aux conditions du travail et aux droits ont augmenté. La politisation a augmenté également, grâce à une forte poussée venant du bas et que les partis et les syndicats ne contrôlent pas totalement: la composition de la base sociale a changé et comporte désormais les étudiants, les femmes, les jeunes. L’engagement politique s’exprime de moins en moins au sein des partis mais provient directement de la société: sur le lieu de travail, à l’école, à l’université, pendant le temps libre, sous l’influence des groupes musicaux. La société italienne est également une société en profonde transformation sur le plan de la morale et des mœurs: on valorise le principe de choix de l’individu et toujour... continua a leggere

tag: ,

torna su

Testamento spirituale ed eredità letteraria di Francis Jammes
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Testamento spirituale ed eredità letteraria di Francis Jammes

In una pagina dei Quaderni di Malte Laurids Brigge, Rilke evoca, ammaliato, la figura ‒ così lontana, peraltro, dal baudelairiano choc, dalle epifanie stranianti o salvifiche, luminose o perturbanti, della vorticosa vita metropolitana ‒ di un poeta che non vive a Parigi, ma «in una casa silenziosa sulle montagne»: un poeta che «risuona come una campana nell'aria pura», che vede «pensosamente riflessa», nelle vetrate della sua libreria, «una cara, solitaria lontananza», ed è capace (come poi Gozzano, anche in questo debitore a Jammes, come tanta poesia italiana, da Pascoli a Govoni a Corazzini) di conoscere ed evocare l'amore di fanciulle morte da un secolo, i cui nomi recano in sé «una minima eco del fato, una minima delusione e morte». Ebbene, quel poeta è proprio Jammes. E sarebbe bastata un'attenta lettura di quella pagina, di quell'inserto lirico e insieme critico, all'interno di una narrazione realistica e in pari tempo memoriale ed evocativa, per evitare tanti fraintendimenti, tante letture in parte riduttive, che in Jammes hanno visto solo un cantore rusticale, provinciale, isti... continua a leggere

torna su

La nascita della redazione bolognese de “La Repubblica”. L’analisi del contesto e le testimonianze dei giornalisti
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

La nascita della redazione bolognese de “La Repubblica”. L’analisi del contesto e le testimonianze dei giornalisti

Repubblica Bologna nasce nel mese di ottobre del 1980 come terza edizione locale, dopo Roma e Milano, ma come prima edizione locale di una città media. È la prima esperienza in una città non capitale, dopo la capitale del Nord (Milano) e la capitale d’Italia (Roma): ha avuto immediatamente l’imprinting della Repubblica nazionale, nel senso che aveva gli stessi canoni di giornalismo del nazionale, adeguato ovviamente alla realtà locale". Aldo Balzanelli, storico caporedattore dell’edizione bolognese di “Repubblica” dal 1997 al 2010, racconta con queste parole l’esordio dell’edizione locale del giornale di Scalfari in Emilia Romagna. L’“imprinting” di cui parla il direttore è chiaramente dichiarato nella campagna pubblicitaria che ha preceduto fra la fine del 1975 e l’inizio dell’anno successivo l’uscita del quotidiano nazionale nelle edicole: «Il fatto di cronaca è lì, semplice, perentorio. La versione ufficiale, pronunciata con modi conclusivi da persone autorevoli, sembra non lasciare spazio a nessun dubbio. ... continua a leggere

torna su

Solidarietà illegale. Il fronte intellettuale a sostegno di Danilo Dolci nel “processo all’articolo 4”
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Solidarietà illegale. Il fronte intellettuale a sostegno di Danilo Dolci nel “processo all’articolo 4”

Questo non è un processo “comunissimo”: è un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo. Questo non è neanche un processo: è un apologo. Un processo in cui si vorrebbe condannare gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l'imputazione di volontaria osservanza della legge con l'aggravante della premeditazione! Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalità e assurdità di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparirà, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda . Prima che i giudici leggessero la sentenza, l’ultima arringa di Piero Calamandrei concluse il “... continua a leggere

tag: ,

torna su

Petrolio di Pasolini nella rilettura del magistrato Vincenzo Calia
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

<em>Petrolio</em> di Pasolini nella rilettura del magistrato Vincenzo Calia

La morte di Pasolini avvenne durante la notte del primo novembre del 1975. La stessa notte viene arrestato il giovane diciassettenne Pino Pelosi detto “la Rana”. Il ragazzo, interrogato il 5 novembre dal giudice Carlo Alfredo Moro, fratello del deputato Dc Aldo, rilascia quella che sarà la versione dei fatti ufficiale fino alla completa ritrattazione avvenuta solo nel 2005. Abbordato dallo scrittore, Pelosi viene portato prima a cena al ristorante “Il Pommidoro”, nel quartiere di san Lorenzo, a Roma, poi all’idroscalo di Ostia dove, rifiutando di compiere delle prestazioni sessuali cerca di fuggire. Aggredito da Pasolini, sceso anch’esso dall’auto, Pelosi intraprende una colluttazione alla fine della quale, riuscendo a raggiungere l’auto di Pasolini, ne investe il possessore prima andando in retromarcia e poi scappando definitivamente. Lo scrittore sarebbe dunque morto, non per i colpi ricevuti durante la colluttazione, bensì per lo scoppio del cuore causato dallo schiacciamento del torace nel momento in cui Pelosi gli passava sopra con la sua stess... continua a leggere

tag: ,

torna su

Vita spericolata di Francis Scott Fitzgerald. Verso una nuova biografia intellettuale
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Vita spericolata di Francis Scott Fitzgerald. Verso una nuova biografia intellettuale

Ogni interpretazione, ogni analisi testuale si stabilisce sempre, pirandellianamente, come un atto di equilibrio sopra la follia dell’opera d’arte, sopra il guazzabuglio del testo e l’esercizio del lettore: interpretare, in fondo, è portare alla luce una voce nella polifonia discorde del narrato, il particolare di uno sguardo acciuffato nel caos di una folla in movimento. Sì, perché il tempo e il luogo in cui nasciamo non definiscono la nostra identità e nemmeno i tratti del nostro volto e, a voler guardare in profondità – sosteneva la saggezza antica di Eraclito e di altri – nessuno conosce i confini dell’anima di un uomo e, tanto meno, quelli di uno scrittore, di un artista de race. Quand’anche riuscissimo a tracciare, ad esempio, la fisionomia della Firenze medievale o del contesto culturale del Medioevo fiorentino, non riusciremmo comunque a spiegarci il genio di Dante Alighieri, né il perché di una cattedrale di parole come La Divina Commedia, e così, se volessimo definire il valore e il significato narrativo dell’opera di Francis Scott Fitzgerald, che della cosidde... continua a leggere

torna su

Terrore e territorio nel Novecento. Il movimento conflittuale nel XX secolo
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Terrore e territorio nel Novecento. Il movimento conflittuale nel XX secolo

Il termine “terrorismo” si è imposto come uno dei significanti principali dell’inizio del XXI secolo, sulla scia degli eventi dell’11 settembre 2001. Al crollo delle Twin Towers è seguito il proliferare di studi sul fenomeno terroristico in tutti i campi socio-umanistici e oltre. La ricerca storica, non immune da fenomeni di strumentalizzazione, ha tuttavia contribuito ad approfondire l’analisi di questo vecchio ma rinnovato significante con opere importanti, come il lavoro dello storico italiano Francesco Benigno, Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica (2018). Oltre a una ricostruzione critica dei fenomeni terroristici a partire dalla Rivoluzione francese, Benigno offre un’analisi dell’evoluzione delle tendenze storiografiche che li riguardano. La crescita di studi ha riguardato altresì il campo della geografia, da cui sono scaturite letture fondamentali, utili a una lettura multidisciplinare e più chiara dei fenomeni del terrore. Questo saggio ha come primo punto di riferimento proprio il lavoro di un geografo e teorico politico, Stuart Elden, c... continua a leggere

tag: ,

torna su

Per una storia di Avanguardia Nazionale
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Per una storia di Avanguardia Nazionale

Avanguardia nazionale [An] rappresentò, assieme a Ordine nuovo [On], la maggiore organizzazione dell'estrema destra fra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Tuttavia, non ha ricevuto alcuna particolare attenzione storiografica e quello che c’è, sostanzialmente si reduce alla memorialistica o dalla pubblicistica di parte. Al contrario, le vicende di questa organizzazione, nell’insieme ristretta (non raggiunse mai i 10.000 aderenti, anche se va detto che erano in massima parte attivisti) sono un frammento rilevante per comprendere molti aspetti della strategia della tensione, a cominciare dal rapporto fra estrema destra e apparati di sicurezza. Uno spiraglio venne aperto già dai primi anni Ottanta con le interviste di Delle Chiaie a giornali latino americani e, poco dopo, dalla sua audizione davanti alla Commissione di Inchiesta parlamentare sul Terrorismo e le Stragi presieduta dall’onorevole Gerardo Bianco, nell’aprile 1987 (il cui verbale, però) venne segretato e tale restò sino al 1996. Quasi nello stesso tempo, vennero le memorie di Vincenzo Vinciguerra, una figura assolut... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Una rivoluzione storiografica? L’opinione pubblica in diretta su Internet
di , numero 48, dicembre 2019, Saggi e Studi

Una rivoluzione storiografica? L’opinione pubblica in diretta su Internet

Le origini della storiografia, studio degli eventi umani che hanno lasciato una traccia, risalgono al terzo millennio prima di Cristo. Lungo il corso di cinquemila anni la concezione di questa narrazione si è trasformata moltissime volte, secondo le preoccupazioni, le convinzioni, i metodi d’investigazione e i criteri d’interpretazione vigenti in ogni epoca. A dispetto d’innumerevoli modificazioni, certi caratteri del racconto storico sono rimasti immutabili dai tempi sumerici ai giorni nostri. L’elaborazione e la stesura dei testi storici sono sempre state legate all’uso dei linguaggi umani, sotto forma orale o scritta. Ne consegue che la maggioranza delle fonti storiche proviene da persone che sanno esprimersi, mentre gli analfabeti, i timidi, i popoli nei quali i ricordi non si trasmettono di generazione in generazione, non hanno lasciato tracce. Conosciamo abbastanza bene l’antica Atene perché gli Ateniesi (certi Ateniesi) erano abituati a scrivere mentre l’austera Sparta ci sfugge. Grazie a Aristotele abbiamo la lettera della “costituzione” di Atene... continua a leggere

torna su

Per l’Esteta Armato di Maurizio Serra
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Per l’<em>Esteta Armato </em> di Maurizio Serra

Non capita sovente che sia un editore trentino, pur prestigioso e apprezzato dal Canada al Giappone, a pubblicare in Italia l’editio princeps di un testo superbo di storia della cultura europea, che – inter alia – il 10 settembre prossimo prenderà anche la strada delle librerie francesi, attraverso l’onorata ospitalità delle Éditions du Seuil, da sempre insigni quanto esigenti. Eppure ciò avviene per L’esteta armato, il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, approdato finalmente in edizione ne varietur per La Finestra Editrice di Lavis (Une génération perdue. Les poètes guerriers dans l’Europe des années 1930, nella versione transalpina). D’altra parte, non accade frequentemente d’incrociare un autore come Maurizio Serra (1955-), biografo, storico della cultura e delle idee, nonché diplomatico di fama internazionale (è rappresentante permanente del nostro Paese alle Nazioni Unite, presso le Organizzazioni Internazionali di Ginevra). Già stimatissimo per studi affatto originali sopra Curzio Malaparte, la Francia di Vichy, Italo Svevo e ... continua a leggere

torna su

Quadri del Settecento musicale italiano
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Quadri del Settecento musicale italiano

Leggo quel che nel 1765 scrive Lalande, nel suo Voyage d’un français en Italie, e sogno la macchina del tempo per poter tornare indietro ed entrare in un teatro di Napoli ad ascoltare Scarlatti o Cimarosa o Pergolesi: «La Musica è soprattutto il trionfo dei napoletani; sembra che in quel luogo le corde del timpano siano più tese, più armoniche, più sonore che nel resto d’Europa. Il popolo medesimo ha in sé il canto: il gesto, l’inflessione della voce, la prosodia delle sillabe, la stessa conversazione, tutto vi segna e vi respira l’armonia e la Musica; così, Napoli è la sorgente principale della musica italiana, dei grandi compositori e delle opere eccellenti». E il fatto che la Musica sia trattata da Lalande con la maiuscola non fa che moltiplicare questo desiderio. Fra i mondi musicali perduti, Napoli è quello su cui maggiormente soffro. Ma so anche che si doveva perdere: troppo effimero il suo carattere, troppo incomplete e fragili le sue partiture, troppo dominante l’improvvisazione. E per cogliere il senso di questa seduce... continua a leggere

torna su

Vaticano e III Reich: una relazione difficile
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Vaticano e III Reich: una relazione difficile

Uno dei grandi dilemmi storici del XX secolo riguarda senza dubbio le reticenze di Pio XII, Eugenio Pacelli (1876-1958), e della Santa Sede in generale, di fronte alle atrocità compiute dal III Reich. Come una vera e propria nevrosi, questi eventi emergono con regolarità inesorabile nelle menti di chi si occupa, per interesse personale o professionalmente, di storia contemporanea: una nevrosi è, essenzialmente, uno stato di conflitto emotivo e psicologico irrisolto, che risale a un vissuto doloroso e influenza sensibilmente i pensieri e i comportamenti di chi ne soffre. Non è azzardato il paragone con le scienze della psiche, in quanto la storia è un iter composto da crocevia in cui le nazioni intraprendono una strada od un’altra condotta da menti-guida che, in quanto persone, manifestano comportamenti umani e sono, di conseguenza, affetti dalle medesime problematiche interiori. L’afasia di Pio XII, ovvero la sua impossibilità di esprimersi pro o contro Hitler, divenne per il papa stesso una vera e propria nevrosi, che non riusci... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Interrogation. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

<em>Interrogation</em>. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle

Considera quod hodie proposuerim in conspectu tuo vitam et bonum, et e contrario mortem et malum. Testes invoco hodie contra vos caelum et terram quod proposuerim vobis vitam et mortem, benedictionem et maledictionem. C’è anche la destra sublime: è la destra divina, «dentro di noi, nel sonno». L’approdo è nelle opere terminali di Pasolini, quando la forza di conservazione diventa – poeticamente, non realisticamente – nominabile. A che cosa serve una destra divina? Politicamente, a nulla. Ma la soluzione d’autore, alla fine della Nuova gioventú, è che il problema non è n... continua a leggere

tag: ,

torna su

Riscoprire la storia della scienza
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

La storia della scienza come campo di ricerca autonomo e come disciplina presente nei programmi universitari è molto recente: le prime cattedre vengono istituite sotto dipartimenti umanistici nel 1892 a Parigi, e solo negli anni ’20 in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia, nonostante la fama e il valore dei patrimoni (perlopiù) storico-scientifici, bisognerà aspettare il 1979; ancor oggi, peraltro, l’inserimento sistematico di questo insegnamento nei percorsi scientifici è parziale, tanto che spesso rimane affidato a scelte e iniziative de facto individuali. La comunità scientifica italiana ha risentito pesantemente di questo ritardo: pure a causa del lungo processo unitario, non ha avuto a disposizione gli strumenti culturali, sociali e istituzionali per incidere sul fronte della divulgazione, cosa che è avvenuta in maniera sporadica e occasionale. Per secoli, nella cultura europea, la tradizione letteraria ha ricoperto un ruolo fondamentale in campo educativo, stimolando il senso critico e le facoltà di giudizio e analisi. La scienza, oggigiorno ben si sa, è stata un’impresa fatta di tentativi, di errori, ma pure d’innumerevoli successi, realizzati con impegno creativo analogo a quello che ha prodotto le arti figurative, la letteratura, la musica. Negli ultimi anni, le nuove generazioni hanno manifestato un interesse sempre più vivo verso le conoscenze e le competenze tecnico-scientifiche, che però ... continua a leggere

tag: ,

torna su

Mistero etrusco
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Mistero etrusco

Il “mistero etrusco” (che, a ben vedere, tale non è, o è solo in parte, o è forse, oramai, un "mistero in piena luce", essendo l'alfabeto etrusco perfettamente decifrabile, ed essendosi via via venuto chiarendo, negli ultimi decenni, attraverso l'indagine etimologica e il ricorso al metodo comparativo e combinatorio — fondato sul ricorrere di determinati contesti ed ambiti logici, semantici e sintattici —, il significato di larga parte dei vocaboli) non ha cessato di esercitare, specie tra Ottocento e Novecento, la propria duratura suggestione su poeti e scrittori: dal "vaso etrusco" di un racconto di Mérimée, scrigno ed emblema dell'enigma, del perturbante, dell'ombra inquietante, al sarcofago etrusco di un'Elegia Duinese di Rilke, nella cui cavità abita e risuona la voce inafferrabile dell'essere; da Aldous Huxley, che, affascinato dalla splendida, ieratica impenetrabilità di quei suoni intorti e cupi, dalla loro sublime, arcaica ed aristocratica inutilità, definiva l'etrusco — con squisito ed intelligente snobismo — la sola lingua degna di essere studiata da un gentiluomo, fino all'americano Ri... continua a leggere

tag: ,

torna su

The mirror of one’s (spiritual) self. Elizabeth I translates Marguerite De Navarre
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

In a painting by Matthias Grünewald, the Archangel Gabriel appears to the Virgin Mary: a gust of wind moves the robe and cloak he’s wearing and, at the same time, stirs the pages of a book, the book that Mary was reading; some words are made clearly readable by the painter: Ecce Virgo… Mary was reading the prophecy which announces the miraculous birth of Christ; she was reading and pondering on it; we are allowed to think so by recalling the words of Luke in his Gospel: while the three kings were adoring Jesus, “Mary kept all these things and pondered them in her heart” (2, 19). Grünewald is not the only one who depicted the Virgin Mary in the act of reading. We can remember the paintings by Antonello da Messina, Piermatteo d’Amelia, Tiziano and Giorgione. All these painters show us a woman reading and pondering. Keeping this image in our minds we can shift our attention to a woman who actually read and pondered on religious matters, Princess Elizabeth, who, at the age of eleven, in 1544, translated a poem by Marguerite de Navarre as a New Year’s gift for her stepmother, Catherine Parr; the poem was Le miroir de l’ame pecheresse, probably written during the 1520s and published in 1531, a poem referred to as “a poetic manifesto of reformist doctrine that caused an explosion of disapproval among French religious authorities” and which Elizabeth presented as The Mirror or Glass of the sinful soul. The gift was o... continua a leggere

torna su

Vie per perdere il senso. Ipotesi di lettura su Beckett e Tadini
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

«Il significato di un testo è ciò che l’autore ha voluto dire con l’impiego di particolari simboli linguistici. Essendo linguistico, questo significato è pubblico, cioè identico a se stesso e riproducibile in più di una coscienza. Essendo riproducibile, è lo stesso in ogni tempo e in ogni luogo della comprensione. Comunque, ogni volta che questo significato viene costruito, il suo significato per l’interprete (la sua significanza) è differente». Queste sono le parole con cui il critico letterario statunitense Eric Donald Hirsch si riferisce alla connessione tra significanza e significato, nel campo minato dell’ermeneutica. Hirsch, nei suoi principali lavori, Validity in interpretation e The aims of interpretation critica, insieme ad Heiddeger e Gadamer, tutti gli altri “atei cognitivi”, ossia i promotori di un metodo ermeneutico atto a vedere l’opera solamente entro lo stretto rapporto che il proprio autore ha con essa. Uno dei nodi che Hirsch cerca di sciogliere è questo: riuscire a distinguere, nell’interpretazione di un testo, tra significato e significanza, tra quello quindi che è il significato voluto dall’autore dell’opera e quello che l’opera finisce per diventare con la rappresentazione che ne fa un lettore. Perdere il senso significa appunto mostrare come quel «fatto di coscienza» che è il significato possa anche avere come fine ultimo se stesso, girare, insomma, a vuoto, questo, infatti, «non è... continua a leggere

torna su

Ultime glosse sull’ambiguo Pasolini
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

Ultime glosse sull’ambiguo Pasolini

1. La morte scritta secondo elegia e profezia sfocia nella morte realizzata. Ecco Pasolini. Proviamo a parlarne come chi è all’interno della società dello spettacolo: per professione e per passione. Al professionista dello spettacolo (attore, sceneggiatore, regista) interessa l’uscita – di scena – di chi sa che non potrà avere, fuori, un suo simile: non avrà né sposo né sposa, nessuno, e di mamma ce n’è una sola (e la mamma ha ottanta anni). La base del possibile film è in questa singolarità. Iniziano gli anni Settanta, cioè il tempo di morire, come nella lettera alla fidanzata di Ninetto Davoli: «Tu sai che mia madre ha ottant’anni: fra un po’ sarò solo al mondo. Io muoio al pensiero che Ninetto non sia più il mio Ninetto. Ma naturalmente non posso chiedergli di lasciarti, sarebbe disumano da parte mia, e anche inutile. Come non chiedo a te di lasciare lui: io non posso farlo. Ma siccome questa è una vera tragedia, e tu ci sei coinvolta, è bene che tu sappia tutto». 2. E misi i piedi sul caldano… e me li sono trovati bruciati, e i piedi non li ho più... continua a leggere

torna su

Per una storia materiale della poesia
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

La recente pubblicazione di un volume su Montale mi ha spinto a riproporre la questione del correlativo oggettivo in rapporto a figure poetiche affini con l’intenzione di svolgere in questa nota considerazioni in merito non tanto, o non solo, alle differenze letterarie, ma anche ai differenti orizzonti sociali e alle condizioni materiali che questi procedimenti retorico-stilistici sottendono. È ormai costume da molto tempo ritenere che la letteratura stia alla storia del tempo in cui viene prodotta come le regole del calcio alla Firenze medicea, esiste sì un’innegabile filiazione ma legami e influenze sarebbero superficiali ed estrinseci quando non inesistenti, anche chi ammette un’evoluzione storica della poesia si riferisce per lo più ad un’evoluzione formale e postula un progresso iuxta propria principia delle forme poetiche senza rendersi conto che ritenerle indipendenti dal loro orizzonte di attesa storico significa, a conti fatti, sancire l’equivalenza stessa delle forme in un processo di mutamenti arbitrari; i casi in cui questo si verifica sono innumerevoli, ma quello che abbiamo sotto gli occhi oggi è di particolare importanza per la sua pervasività dovuta in parte alle semplificazioni scolastiche e in parte alle politiche editoriali, molti dei giovani scrittori e lettori infatti formano il proprio stile ed educano il proprio gusto immaginando il nost... continua a leggere

torna su

Il nostro debito nei confronti dei Greci
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

Percorso della conferenza tenuta il 24 agosto 2016 a Pesaro nella libreria Il catalogo di via Castelfidardo. ... continua a leggere

torna su

Il tempio della filosofia di Orazio Arrighi Landini. Un insolito esempio a metà fra storia della filosofia e divulgazione scientifica nell’Italia del Settecento
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Nello scenario dinamico e variegato che caratterizza il secolo XVIII un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta a quelle figure che, pur non ricoprendo un ruolo di primo piano, svolgono tuttavia un compito “divulgativo” nella cultura del tempo. Uno dei più significativi rappresentanti di questo genere di intellettuale è il toscano Orazio Arrighi Landini (nato a Firenze nel 1718 e morto a Venezia non prima del 1770), che incarna, in un certo senso, il tipo dell’uomo di cultura settecentesco desideroso di ampliare continuamente i suoi orizzonti, mostrandosi incapace di soffermarsi su un ambito di interessi circoscritto. Da personaggio ambizioso qual è, Arrighi Landini è sempre alla ricerca di situazioni e ambienti che possano mettere in risalto le sue doti di versatilità e possano consentirgli di sfoggiare la sua erudizione. La continua ricerca di queste condizioni congeniali al raggiungimento delle predette finalità, lo porta a girovagare un po’ dappertutto sia in Italia (lo troviamo, infatti, in Toscana, nel Regno di Napoli, nella Repubblica di Venezia ecc.) sia in altri paesi europei (in particolare, in Spagna e in Portogallo), costantemente in contatto con ambienti dell’aristocrazia o dell’élite culturale delle varie città in cui ha occasione di soggiornare. Rientra all’interno di questo modus operandi il suo ingresso nell’Accademia degli Agiati di Rovereto, avvenuto nel 1752, in conseguenza del qua... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Francesco Selmi e le celebrazioni dantesche del 1865
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Francesco Selmi e le celebrazioni dantesche del 1865

Nel 1859 la direzione della «Rivista contemporanea» di Torino, rendendo onore al poeta tedesco Friedrich Schiller in occasione del centenario della nascita, celebrato il 10 novembre in Germania, si dice certa che «fra cinque anni sarà compiuta l’unità della patria» e propone che «la prima festa nazionale della nostra rigenerazione sia un’ammenda onorevole, sia la festa secolare di Dante Alighieri», «un uomo che pugnò con la spada e con la penna […] per l’unità della gran patria italiana». Il secolo si è aperto con manifestazioni di entusiasmo da parte di autori come Ugo Foscolo, Cesare Balbo e Silvio Pellico, che hanno contribuito con il loro pensiero e le loro opere ad affermare l’immagine di Dante quale padre della patria. Durante il Risorgimento, infatti, il poeta toscano viene sempre più considerato l’ideale unificatore, dal punto di vista sia linguistico sia politico, dell’Italia divisa. Negli anni immediatamente successivi all’Unità, il mito di Dante risulta essere più forte che mai tra le persone di cultura, e si inizia a pensare alle future celebrazioni del 1865, seicentesimo anniversar... continua a leggere

torna su

Turismo come scienza comparatistica. Una rapsodia ponderata
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Un amico fraterno mi ha chiesto, mesi or sono, di stendere qualche pagina circa il “turismo pensato” – relata refero. Così, ho riflettuto su ciò che, ogni giorno, decine di sedicenti esperti dichiarano in tal senso, e ho infine ritenuto di addentrarmi nel milieu del “turismo scientifico” che, di là da talune illustri (e illustrate) rappresentazioni, non mi sembra de facto adeguatamente frequentato. Sono persuaso che – oggi forse più che mai – lo scienziato del settore dovrebbe essere uno studioso provvisto di forma mentis interdisciplinare e comparatistica, il quale, pur coltivando intensamente il suo microcosmo d’elezione, sappia poi espandere il proprio “campo di attenzione” alla globalità delle discipline effettivamente correlate all’oggetto delle sue ricerche. Ho sempre creduto inoltre che, nei sondaggi introduttivi e nelle esplorazioni di fenomeni nuovi, sia compito dell’autentico scienziato introdurre idee originali, a prescindere da qualsivoglia controllo successivo, pronto a giudicarle – magari a giusto titolo – velleitarie o scevre di un reale fondamento epistemico. Questa sorta di azzardo è lecito pure per un “tecnico del turismo” che aspiri ad effettuare un excursus nelle aree sconfinate delle “scienze della natura e dello spirito” (Dilthey), onde verificare, fra il resto, quali di esse potrebbero arricchire e/o potenziare lo studio scientifico del s... continua a leggere

torna su

La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia. Rivista mensile impressa a Venezia dal 1762 al 1767
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

1. Che cosa fu e chi fondò «La Minerva» «La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia» fu una delle più significative riviste di alta cultura ad essere stampate a sud delle Alpi nei decenni centrali del Settecento. Venne fondata all’inizio del 1762 dall’oscuro abate Iacopo Rebellini (1714-1767), che ne fu poi il direttore de facto, e dal combattivo camaldolese Angelo Calogerà (al secolo, Domenico Demetrio: 1699-1766). Il primo, uomo di poco prestigio e di difficile carattere, nacque nel Padovano (a Piove di Sacco) e studiò teologia ed eloquenza, coltivando la poesia e insegnando in varie località della Repubblica Serenissima; nominato pubblico revisore per le stampe dai Riformatori dello Studio di Padova, esercitando questa carica acquisì competenze redazionali ed organizzative che gli furono molto utili durante gli anni della «Minerva»; quest’ultima cessò con la morte di Rebellini. Il secondo era un celebre dotto che, quando ebbe origine codesto periodico, poteva contare sull’amicizia e sulla stima dei più importanti uomini di cultura veneti (e non solo veneti) dell’epoca, e aveva alle spalle una notevole esperienza editoriale per quanto riguardava i fogli eruditi. Dal 1730 ricoprì la carica di pubblico revisore per le stampe della Serenissima e da allora collaborò, in qualità di consigliere, coi tipografi veneziani. Nacque a Padova e visse stabilmente dal 1726 al 1759 nel monastero di San M... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno

Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da Giuseppe e da Erminia Albirosa. Perdette un fratellino, a cui dedicherà rime tenere e amorevoli. A Salerno compì gli studi classici e poi ben presto cominciò il suo peregrinare per l’Italia – una costante della sua vita – da Milano a Bologna, da Firenze a Roma, conservando nel cuore la nostalgia (dolore del passato) della sua piccola patria: “Sono venuto a Salerno, a risciacquare i miei panni in Irno… e su queste rive ho appreso la mia bella lingua” (l’Irno è il “fiumicello natio che sbocca in mare ai confini della vecchia città”). Ben nota la serie ininterrotta di spostamenti e di occupazioni, le più disparate, da correttore di bozze a commesso, da bibliotecario a scrittore, da professore a giornalista: è “un fenomeno oscuro il divenire”. Scrisse la sua prima poesia a vent’anni “in una stanza diroccata” partenopea, mentre a Firenze lavorò alla rivista Campo di Marte, legata all’ermetismo fiorentino, con lo scopo di proporre a un vasto pubblico tutti i generi letterari, Firenze delle Giubbe rosse e di Bargello, ... continua a leggere

torna su

Vita breve di Elsa De’ Giorgi
di , , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Vita breve di Elsa De’ Giorgi

Elsa Giorgi Alberti, in arte Elsa de’ Giorgi, nasce a Pesaro il 26 gennaio 1914. Il padre Cesio Giorgi Alberti, discendente dai Giorgi Alberti di Bevagna e Camerino, sposa Licinia Ricci, a Bevagna in provincia di Perugia, il 7 ottobre 1906. Elsa è la figlia minore dopo Edgardo, nato il 24 giugno 1907, e Vanna, nata il 12 aprile 1911. Cesio Giorgi Alberti è chiamato a insegnare presso la cattedra di lettere e storia al Magistero di Firenze. La figlia lo descrive come un uomo gentile, distratto in tutto al di là della cultura. Ma la spensieratezza dell’infanzia subisce un brusco arresto quando Elsa, ancor bambina, prende coscienza dell’insorgere del male oscuro che inizia a offuscare la mente della madre. Ella stessa racconta di aver passato un intero pomeriggio «diffidata da lei a muovermi, minacciata di essere uccisa. Senza astio, diceva, ma per fatalità. Avevo otto anni». Una cura ormonale errata comprometterà definitivamente lo stato di salute della donna. Un giorno, di ritorno dal liceo “G. Galilei” all’appartamento di via Maggio, dove abita al primo piano con la famiglia, Elsa scopre la fuga del... continua a leggere

tag:

torna su

La creazione delle «dodici divinità delle genti maggiori» nella Scienza nuova di Vico come espressione delle passioni umane. Paura, bisogni, conflitti
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

La creazione delle «dodici divinità delle genti maggiori» nella <em>Scienza nuova</em> di Vico come espressione delle passioni umane. Paura, bisogni, conflitti

Uno dei principali aspetti della filosofia di Giambattista Vico, costituente anche uno dei motivi di maggiore distinzione dal suo antagonista Descartes, è rappresentato dalla convinzione che nell’uomo mente e corpo interagiscano in modo attivo nella formulazione della conoscenza. Sebbene sia possibile riscontrare tale caratteristica un po’ in tutte le opere del pensatore partenopeo, è però soprattutto nel suo capolavoro, la Scienza nuova, che essa emerge in maniera evidente, in quanto è in quest’opera che Vico rappresenta la «vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi». Il fatto di considerare la mente e il corpo come due entità interagenti e compartecipi sul piano conoscitivo, porta inevitabilmente il filosofo napoletano a soffermarsi su quelle componenti umane che non sono strettamente afferenti alla sfera razionale. Tutto questo conduce Vico a mettere in risalto con determinazione il tema delle p... continua a leggere

tag: ,

torna su

Un ricordo di Piero Buscaroli (1930-2016)
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

Un ricordo di Piero Buscaroli (1930-2016)

Lo conoscemmo il 25 giugno 2010, all’indomani di una riuscita presentazione a Padova del suo Dalla parte dei vinti, appena edito da Mondadori. Arrivammo a casa sua senza avviso, ma ci ricevette alle 11 senza opporre alcuna resistenza. Anzi scusandosi se oltre al “rancio Buscaroli” nulla più ci si poteva aspettare per il pranzo di lì a un paio d'ore. Reduci da una chiacchierata con Ezio Raimondi (1924-2014) sulla dolce collina bolognese prossima ai Giardini Margherita passavamo davvero a un mondo diverso. Dalla luminosa mitezza dell'italianista in possesso del miglior eloquio novecentesco alla schiettezza ruvida e generosa di uno storico della musica e organista diplomatosi con Fuser, ma soprattutto noto per le sue scorribande giornalistiche per grandi testate e indimenticato direttore del “Roma”, uomo d’azione, di lettere e di pensiero, ardente senza compromessi o condiscendenze di alcun tipo. Non meno arditi per sfacciataggine gli dicemmo che, a pagina 28 del libro, c’era scritto che lui si offriva per fornire materiali e indicazioni di ricerca sopra autori come Gerbore, Giusso, Longanesi e m... continua a leggere

torna su

Le bestie nere del Tempo e dell’Aspetto in Inglese. Un approccio comparativo
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

Partiamo da qui, dal tempo: il Tempo con la t maiuscola, anzi. Ma quale tempo? Il Tempo filosofico o il Tempo della grammatica? In italiano non c’è differenza lessicale che aiuti a far chiarezza fra questi due concetti, che pure sono così ben distinti; ma gli inglesi, a cui piace la precisione, che respingono l’ambiguità quantomeno per esigenza comunicativa – lo vedremo bene nel cosiddetto “futuro” –, che amano dire le cose come stanno e si preoccupano delle interferenze di significato, gli inglesi, dicevo, distinguono eccome lessicalmente i due termini, cosicché le parole che definiscono l’una il Tempo filosofico e l’altra il Tempo della grammatica sono affatto diverse. Ma facciamo un passo indietro; cosa s’intende qui per Tempo filosofico e per Tempo della grammatica? Ebbene, proviamo a spiegarlo in breve. Il tempo che chiamo filosofico è un concetto astratto, universale; è una categoria del pensiero grazie alla quale possiamo ordinare – o perlomeno credere di farlo – gli eventi della nostra esistenza, registrandoli sotto le categorie del presente, del passato e del futuro; il concetto di Tempo, per quanto soggettivo dal punto di vista della percezione, ha carattere di oggettività nel momento in cui viene utilizzato universalmente (con l’orologio ben sincronizzato) per intendersi, comunicare, darsi appuntamento: tutti riconosciamo uno svolgersi cronologico del Tempo, e grazie a questo svolgersi oggettivo organ... continua a leggere

torna su

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici

1. Ragioni di un teatro La vulgata critica e biografica, alimentata artificiosamente dallo stesso Pasolini e sancita in sede critica dalla nota di Aurelio Roncaglia alla prima edizione garzantiana postuma del teatro di Pasolini, vuole che l’esperienza drammaturgica sia sorta essenzialmente da una lettura dei dialoghi platonici durante una convalescenza che lo costrinse al riposo forzato nel 1966; certamente questa impostazione va smentita per le prove che segnano l’intera carriera letteraria di Pasolini, dal giovanile dramma La sua gloria al tardo Teorema nato per la scena e convertito in film. Nondimeno se vi è una così ferma intenzione nell’autore di stabilire un processo di filiazione diretta tra la sua opera drammatica e i testi platonici ritengo sia opportuno interrogarsi sulla specificità di questo rapporto. Il tema della grecità, grecità come condizione politica e non solo geografica, come particolare congiuntura di forze e strutture sociali che si esprimono esteticamente nella tragedia è in qualche modo già latente nel pensiero pasoliniano, dai tempi del Dopoguerra e de... continua a leggere

tag: ,

torna su

La condizione dell’in-baculum. Maurizio Ferraris risponde
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

La condizione dell’<em>in-baculum</em>. Maurizio Ferraris risponde

L’imbecillità «è il richiamo dell’abisso e del negativo e, insieme, del solo vero», lei scrive in L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino 2016), che ha suscitato e continua a suscitare grande interesse nel pubblico. L’interesse è indubbiamente dovuto ai pregi del suo libro, ispirato alla brevitas ma oltre modo serrato, brillante ma essenzialmente amaro: ritratto implacabile e fedele della condizione umana. Senza ovviamente sminuire il suo lavoro, sorge il sospetto che dietro questa grande accoglienza ci sia anche qualcos’altro, che parecchi lettori si sentissero come chiamati in causa per una autoverifica. È possibile secondo lei? R. Certo, i libri sull’imbecillità vanno tantissimo, e sono tantissimi, perché attivano due meccanismi. Quello autodiagnostico: «Non sarò per caso imbecille? Meglio che mi informi» (meccanismo che non scatta per altri tipi di infermità piú palesi: difficile che uno, a freddo, si chieda se è un gottoso asintomatico). E quello consolatorio: «Imbecilli sono gli altri, tanto è vero che in questo libro non vengo menzionato». Alla fine, è la cons... continua a leggere

torna su

La concezione filosofica della poesia nel pensiero di Gian Vincenzo Gravina
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

Il 1708 è un anno di fondamentale importanza per la filosofia moderna italiana; in quell’anno, infatti, vengono pubblicati tre libri destinati a rivestire un ruolo significativo nel contesto della cultura nostrana: le Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti di Lodovico Antonio Muratori, il De nostri temporis studiorum ratione di Giambattista Vico e il Della Ragion Poetica di Gian Vincenzo Gravina. Pur se differenti per le tematiche affrontate, questi tre volumi sono accomunati dal bisogno di far rinascere la cultura italiana, risvegliandola dal torpore che l’aveva caratterizzata durante il Seicento, ponendola di fronte alla necessità di un riscatto rispetto alle altre nazioni europee, in special modo rispetto alla Francia, che a quel tempo rappresentava il faro culturale dell’Europa. Ponendosi nella scia del trattato Della Perfetta Poesia italiana (1706), scritto due anni prima, le Riflessioni sopra il buon gusto di Muratori indagano un concetto destinato ad avere grande fortuna nel corso del XVIII secolo. L’erudito vignolese affronta questo argomento collocandolo oltre il dato meramente sensoriale ed estetico, mettendo in risalto come il gusto, lungi dall’essere uno dei sensi atti ad evidenziare le scelte estetiche di un individuo in maniera estemporanea, sia piuttosto una capacità di discernimento che serve a distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo. In questo modo... continua a leggere

torna su

Filosofia, stile, forma della scrittura. Considerazioni sulla prosa francese del Settecento
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

1. Dinanzi a testi tersi e brillanti come quelli di autori tanto diversi tra loro per qualità stilistica e rilevanza storica quali Fontenelle, Moncrif, Vauvenargues, Duclos, Voltaire, o La Mettrie, ma appartenenti tutti a una cultura come quella del Settecento francese che ci sembra appartenere ormai a un’età irrimediabilmente superata, continuare a chiedersi che cosa volessero dire allora, e che cosa possano dire ancora oggi, rischia di distogliere l’analisi dal problema che ognuno di essi pone al lettore a ogni pagina, quasi a ogni riga. Problema scomponibile in due momenti, distinti ma complementari, e formulabile in poche parole: in primo luogo, si tratta di capire che cosa abbia reso possibile, partire dalla prima metà del XVIII secolo, in Francia, l’emergere di una scrittura – e, prima ancora, di una lingua – in cui il mito classicistico della clarté si coniuga curiosamente a un culto della nuance, che della clarté parrebbe essere l’opposto; e, secondariamente – anche se proprio in ciò risiede il nocciolo del problema –, che cosa renda ancora oggi tale scrittura viva e affascinante, cioè esteticamente riuscita, a dispetto della caducità di molti suoi temi e stilemi. La polemica fontenelliana sugli oracoli pagani, che dissimula con sottile ironia una critica razionalistica di ben altri riti, credenze e miracoli, il codice delle buone maniere che contraddistinguono secondo Moncrif l’honnête homme, la nostalgia di Vauvenargues pe... continua a leggere

torna su

Mussolini visto da un bambino
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

Una nuova luce sull’uomo Mussolini dai ricordi vividi e intensi di un fanciullo, ora quasi novantenne, che incontrò più volte il capo del fascismo. Quello che i libri, i filmati d’epoca e gli articoli, non dicono e non possono dire. La storia è uno specchio infranto, in cui si deve forzatamente raccogliere ogni pezzetto di tempo e rimetterlo al suo posto, collegandolo agli altri, comprendendone le analogie, i punti di contatto, i legami profondi: e nel fare questo i frammenti di ricordi riflettono immagini diverse, a seconda dell’angolazione da cui li si osserva. Per questo la storia ha sempre una luce nuova da diffondere, sfumature, colori, racconti – spesso nascosti – che devono emergere ed essere narrati. È accaduto anche recentemente, incontran... continua a leggere

torna su

21 Novembre 1920: l’eccidio di Palazzo D’Accursio come nascita del fascismo
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

21 Novembre 1920: l’eccidio di Palazzo D’Accursio come nascita del fascismo

Avevo improvvisamente capito che attraverso la propaganda del giornale o con l’esempio non avremmo mai riportato alcun grande successo. Era necessario battere l’avversario violento sul campo di battaglia della violenza. Come per una rivelazione mi resi conto che l’Italia sarebbe stata salvata da un’azione storica, da una forza giusta. La nostra democrazia di ieri era morta; il suo testamento era stato letto; ci aveva lasciato come eredità soltanto il caos. [...] Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all’acqua di rose [...] Demmo inizio al nostro periodo di salvezza e resurrezione. Morti ce ne furono, ma all’orizzonte tutti vedevamo l’alba della rinascita italiana. Benito Mussolini Il 21 novembre 1920, mentre era in atto l'insediamento della giunta comunale socialista a palazzo d’Accursio, alcune squadre fasciste compivano un attacco all’allora sede del comune di Bologna provocando undici morti e cinquantott... continua a leggere

torna su

I feriti nazionalisti del Collegio di Spagna a Bologna
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

I feriti nazionalisti del Collegio di Spagna a Bologna

1. Il Collegio di Spagna nel ventennio fascista Da oltre sei secoli enclave culturale e territoriale spagnola nel cuore di Bologna, il Reale Collegio Albornoziano di San Clemente degli Spagnoli, più noto come Collegio di Spagna, fu retto ininterrottamente da Manuel Carrasco y Reyes dal 1917 al 1954. Nato a Guadix (Granada) il 1° novembre 1883, egli studiò filosofia e diritto e nell’ottobre 1907 ottenne una borsa di studio del Collegio di Spagna di Bologna, dove restò sino alla fine del 1909, conseguendo presso l’università locale la laurea in legge con una tesi in lingua francese premiata dall’Institut de France. All’epoca il Collegio mostrava notevoli carenze accademiche e amministrative che la Giunta di patronato si accinse a sanare nel 1916 con un nuovo statuto, che ebbe l’approvazione reale; all’inizio del 1917 Carrasco – personalità dal carattere forte e deciso, che mostrerà di godere la piena e ininterrotta fiducia del patrono Joaquín de Arteaga y Echagüe, duca dell’Infantado – venne nominato rettore. Per dare subito visibilità all’istituzione che guidava, oltre ad incrementar... continua a leggere

torna su

La visione diretta della realtà da Omero al Rinascimento
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

Il saggio è comparso in D. Baldi, M. Maggini e M. Marrani, Le origini toscane della Cosmografia di Matthias Ringmann e Martin Waldseemüller, Firenze 2015, pp. 29-67. Per gentile concessione dell'autore. ... continua a leggere

torna su

Immagine, immaginazione e poesia nella speculazione di Gianvincenzo Gravina
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

Immagine, immaginazione e poesia nella speculazione di Gianvincenzo Gravina

Immagine e immaginazione in relazione ai concetti di «vero», «falso», «verosimile» Fra le varie incombenze di tipo culturale che Gianvincenzo Gravina (1664-1718) si trova a fronteggiare vi è quella riguardante l’affermazione dell’importante ruolo rivestito dall’immagine nel contesto della filosofia moderna. La gravosità del compito appare ancor più evidente se si considera il fatto che, nel corso della storia, l’immagine, intesa come categoria speculativa, era stata sottoposta ad un depotenziamento sia di tipo ontologico sia di tipo epistemologico. Il depotenziamento sul piano ontologico era stato dovuto a Platone, al quale va ascritta la teoria secondo la quale l’immagine apparterrebbe all’ordine del non essere; tale concezione, va specificato, risulta preponderante nel filosofo greco, nonostante, in altro contesto, lo stesso Platone ponesse la necessità di affermare una distinzione fra ciò che deve intendersi come buona immagine (eikon) e ciò che deve intendersi alla stregua del semplice e negativo simulacro di colui che imita ciò che appare (eidolon). D’altro canto... continua a leggere

tag: ,

torna su

Il “Caso Pulci”
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

Primo concetto, a margine del caso: la disinvoltura comica ed epica di Pulci. Primo specimen, ad uso dell’investigatore: «Ma ben ­che nel giardino le triste aguria / apparisin di fuori non fu sentito / per la città né da’ baroni in curia» (La Morte di Orlando II 79, 1-3). Iniziamo da questa intenzione disinvolta, da leggere con la mede­sima disin­voltura. Per Pulci, non si tratta solo di divertire (l’antichis­simo delectare romano) il pubblico, ma di incarnare il più possibile il sentimento civile, inserendo nel racconto personaggi nuovi e curiosi: così nascono Morgante, Margutte e Asta­rotte. Se è così, El Famoso Morgante non deride la cavalleria per partito preso, ma serve ad un’intenzione quasi teatrale: il poeta vestirà i panni del cantastorie, che ravviva una materia già sedimentata e a rischio di banaliz­zazione (per intenderci: Andrea da Barberino e Feo Belcari, giusto per citare chi si rivolge ad una diversa tradizione e ad altri generi). Pulci coinvolge le auctoritates più solenni per sottrarre il libro al destino: «Chi negherebbe a Gallo già mai versi?» traduce Virgilio (Buc., X 3: «Neget quis carmina Gallo?»). Uno degli esempi possibili. Per il resto, Pulci riformula tutti i tópoi medievali, e racconta le necessità contemporanee con espressioni fortuna­te, a giudicare dal successo editoriale. E oggi? Molti ragi... continua a leggere

tag:

torna su

Autoreferenza ed elogio della conformità
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il ‘silenzio’ nasce dalle parole, dalla loro perspicuità e pervasività e prende corpo nell’attimo in cui la poesia si fa ascolto, visione di un mondo inconoscibile alla ragione, muto segno di infinite trame che predispone il poeta alla conoscenza; così come da un ‘tempo’ per sua natura incerto, forse perché elusivo, ha vita la creatività. Compito della poesia è comprendere dell’uno la fragilità e restituire il senso del suo mutamento nell’armonia di un ‘reale’ incorruttibile; dell’altro configurarne a posteriori il ruolo attraverso un ‘istante’ fittizio che ne affermi l’esistenza agli occhi della critica e della storia. La funzione del ‘silenzio’ è quella di dare un luogo distante al pensiero in cui potersi sciogliere; del ‘tempo’ quella di restituire – con un artificio credibile – un’immagine percettibile da tramandare ai posteri. Ciò che contrasta visibilmente con l’essenza poetica dello ‘sguardo’, è proprio la decifrabilità insistentemente cercata di una ‘cosa’ per definizione inattingibile perché discreta, appartata, silenziosamente libera dal tempo che si ritiene ne scandisca l’esistenza (che si propone di chiarire i rapporti temporali dei fatti storici, precisandone l’esatta disposizione di ciascuno), lo stesso che lo vorrebbe collocato in un istante transitorio, òntico, riferito cioè all’esistente e non già all’essenza ontologica di questo di cui la poesia prima e il p... continua a leggere

tag:

torna su

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese

Il primo marzo del corrente anno, una virtuale capsula del tempo è approdata presso il Museum of the Order of St. John, a Londra. Vi ha portato in mostra un campionario di “scene, visioni e frammenti di una storia alternativa” del Medioevo. Anzi, del TechnoMedioevo, con l’obiettivo di condurre «un’esplorazione audace e avventurosa nell’arte contemporanea», dimostrando «i modi con cui la nuova tecnologia può essere utilizzata per reinterpretare soggetti storici». Ora, già l’unione del prefisso “tecno” con il sostantivo “medioevo” potrebbe prestarsi a qualche malinteso o fraintendimento, parendo forse un azzardo, se non un paradosso, rapportare il concetto di tecnologia e le funzioni della stessa ad un’età che solitamente passa per essere regressiva e fortemente deficitaria sul piano delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche. E non solo di quelle, va da sé. Se poi vi si aggiunge che a postulare l’esistenza di un siffatto Medioevo, alternativo e a suo modo tecnologico – o, meglio, post-tecnologico – sia un gruppo di studiosi, ricercatori, storiografi e artisti consociatisi q... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Perché rileggere Il buon soldato
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il buon soldato, scritto nel 1913 e pubblicato nel 1915, è uno dei libri più controversi nell’ampia e complessa opera di Ford Madox Ford. Anche se l’attenzione della critica si è principalmente concentrata sulla tetralogia fordiana nota come Fine della Parata, ritenuta il capolavoro di Ford e il punto più alto della sua produzione artistica, Il buon soldato è stato definito dal suo autore – spesso in disaccordo con i suoi critici – come “il libro migliore che io abbia scritto”. Esso effettivamente mantiene intatto oggi, a un secolo dalla sua stesura, il fascino che deriva dall’intricato meccanismo del racconto e dall’ambiguità delle psicologie dei suoi protagonisti. E’ un libro che, scritto agli albori del Novecento, anticipa e annuncia le successive sperimentazioni artistiche raccolte oggi sotto l’etichetta di Modernismo, ma che proprio perché non succube delle esigenze incessanti di stravolgimento delle tecniche narrative, portato a maturazione dal genio di Virginia Woolf e James Joyce, riesce a mantenersi fresco e di felice lettura anche per il lettore contemporaneo. In quest’opera, inoltre, sono portati alla perfezione due aspetti determinanti per l’inquadramento della figura letteraria dell’autore: il primo riguarda la tecnica della scrittura, il secondo la descrizione e l’indagine psicologica dei personaggi. Nel saggio posto a introduzione della sua edizione del romanzo del 1990, ... continua a leggere

tag:

torna su

Dentro La fattoria degli animali. L’amara favola politica di George Orwell
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Dentro <em>La fattoria degli animali</em>. L’amara favola politica di George Orwell

Accostandosi a un libro di George Orwell, occorre tenere a mente due principi che informano la sua scrittura, nonché la sua visione della vita, ossia l’orrore che egli provava per ciò che, ne La strada per Wigan Pier, definì “il dominio di un uomo su un altro uomo”; e la sua inesausta ricerca di una verità che fosse il più possibile obiettiva e non viziata da pregiudizi ideologici. Orwell rifuggiva da qualunque dogmatismo, volendo essere sempre fedele a ciò che vedeva – e pronto a cambiare idea. L’ideale che sempre perseguì è un ideale d’integrità etica e intellettuale: suo fu sempre l'odio verso l’autorità “come la intendo io”, affermò in Perché scrivo (un testo del 1946), ovvero verso un’autorità che, anziché perseguire il bene comune, opera con il solo fine di mantenere sé stessa al potere e gli altri in uno stato di soggezione. Mi piace accostare subito questi principi a quanto Wilfred Owen, uno dei massimi critici della propaganda bellica, morto in battaglia sul fronte francese, nel novembre del 1918, scrisse nell’introduzione (rimasta allo stato d’abbozzo) a q... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico

La storia della fantascienza, prima come genere letterario e successivamente come verosimile realizzazione di visionari esperimenti, si lega indissolubilmente alla Luna e al desiderio di raggiungerla. Musa silenziosa, astro narrante, falce d’argento, eterna lanterna, l'ispiratrice di evasioni dal mondo terrestre e di contatti con civiltà aliene è poi diventata obiettivo di conquista e di esplorazione. La narrativa è stata la prima a far viaggiare l'uomo verso il satellite alla scoperta di fantasiose e ibride creature che hanno popolato Selene prima che la tecnologia permettesse di raggiungerla davvero. Luciano di Samosata, nel II secolo d.C., è tra i primi a raccontare di un viaggio alla volta della Luna. La sua Storia Vera, pur parodistica, satirica e surreale, diventerà uno dei primi riferimenti della letteratura fantastica e fantascientifica in quanto descrive con dettaglio tutte le caratteristiche somatiche e sociali dei Lunari, gli abitanti del satellite e sudditi del re Endimione, ispirandosi soprattutto all'opera di Plutarco. Luciano è il primo autore a far approdare, con una vera e propria nav... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Souvenirs de Paris, ovvero una passeggiata a Sandymount
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

<em>Souvenirs de Paris</em>, ovvero una passeggiata a Sandymount

Nella tarda mattinata del 16 giugno del 1904, dopo aver tenuto la propria lezione a scuola, Stephen Dedalus sta passeggiando sul litorale di Sandymount. I suoi pensieri sono attraversati da ricordi, che gli balenano nella memoria, e da vivide percezioni, che colpiscono i suoi sensi: la vista delle onde, della torre in lontananza e di una coppia di raccoglitori di telline, il rumore dei passi sugli «scricchiolanti marami e conchiglie» («cracking wrack and shells»), l’abbaiare di un cane, le «tanfate di fogna» che i rifiuti sparsi sulla spiaggia esalano («upward sewage breath»)... Quello che viene offerto al lettore di Ulysses nel terzo episodio (“Proteo”) è il primo, articolato esempio di monologo interiore dopo quelli frammentari di cui sono disseminati gli episodi precedenti: esso fissa il «flusso vitale di una coscienza in cui passato e futuro coincidono nel punto meridiano e focale di un eterno presente»n. E nel passato di Stephen c’è, tra l’altro, un soggiorno a Parigi come ... continua a leggere

tag: , , , ,

torna su

Per Fosca. Verso una fenomenologia del romanzo breve
di , , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Per <em>Fosca</em>. Verso una fenomenologia del romanzo breve

Fosca di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) rappresenta con ogni probabilità, nel vario ed eterogeneo panorama della Scapigliatura di un'Italia ancora da farsi, un romanzo d'importanza tutt'altro che secondaria: se, da una parte, appare accogliere parecchi motivi dominanti in questo movimento culturale affatto sui generis, dall'altra si rivela – a ben vedere – tendenzialmente sovversivo persino nell'anarchico "canone" scapigliato, nonché proiettato, talvolta quasi visionariamente, verso tematiche, fermenti e temperie assai posteriori. Uscito a puntate sulla rivista “Il pungolo”, apparve postumo, in volume, nel 1869: Tarchetti morì giovanissimo poco prima di completare il penultimo capitolo, tempestivamente redatto dal fraterno amico Salvatore Farina (1846-1918), che peraltro dall'autore – pure secondo la miglior filologia d'oggi – ne aveva ascoltato meticolosamen... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Platonismo e vitalismo in Inghilterra. Anne Conway e il matrimonio tra scienza sperimentale e spirito
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Platonismo e vitalismo in Inghilterra. Anne Conway e il matrimonio tra scienza sperimentale e spirito

Nella seconda metà del XVI secolo, l’Inghilterra conosce uno sviluppo culturale e scientifico senza precedenti. Dopo la restaurazione monarchica e alla vigilia dei Principia newtoniani, anche per effetto della grande circolazione di idee che l’interregno di Cromwell aveva consentito, le accademie e i centri della cultura inglese assumono le fattezze di uno splendido laboratorio culturale. Si manifestano i primi prodotti di questa stagione straordinaria nella scienza politica di filiazione cartesiana e meccanicistica di Thomas Hobbes e nei lavori di un’intera generazione di scienziati e filosofi naturali, con a capofila gli air-pump experiments di Robert Boyle. Nell’Inghilterra del secondo Seicento era quindi ben viva la presenza di circoli e istituzioni di efficacia e ingegno, dove i virtuosi dell’epoca riuscivano a elaborare e a diffondere i frutti delle loro indagini. In tale cornice, così favorevole alla libera ricerca e allo sviluppo di nuove declinazioni di pensiero, matura il proprio sguardo sul mondo Anne Conway (1631-1679), rara figura di filosofa e studiosa... continua a leggere

tag: , ,

torna su

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura

La letteratura italiana, come quelle di tutto il mondo, si è dovuta confrontare con le problematiche che nel ‘900 hanno investito il concetto stesso di letteratura e la figura del letterato. Partendo già dalle teorie di Simmel e poi di Benjamin si è andati riscontrando come le metropoli e la società capitalistica abbiano modificato i connotati dell’individuo e della sua soggettività, arrivando a mettere in crisi il sistema di valori tradizionali e con esso anche la funzione del raccontare la realtà. Le metropoli sconvolgono lo stile di vita dei singoli individui che si devono adattare ad un ambiente regolato da elementi oggettivi ed alienanti come il tempo ed il denaro, all’insegna dell’intensificazione della vita nervosa. La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori. L’uomo è un essere che distingue, il che significa che la sua c... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Contro Epitteto. Pascal e la virtù imperfetta
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Contro Epitteto. Pascal e la virtù imperfetta

Per indicare il vasto fronte di resistenza alla cultura classica, sorto in Francia alla metà del Seicento, si è talvolta parlato di «antiumanesimo cristiano». In molti ambienti gallicani la fine del 1640 – data della comparsa sul mercato editoriale dell’Augustinus di Cornelius Jansen, pubblicato postumo a Lovanio dall’allievo Jacobus Zegers, – avrebbe infatti sancito l’inizio di una stagione fortemente critica nei confronti della rinascita neolatina dei decenni precedenti, nonché verso la ben consolidata tradizione umanistica rinascimentale. In tale distacco, è chiaro, Port-Royal ebbe un ruolo decisivo. Promotrice di un’ortodossia agostiniana rigorosa, oltre che rappresentante di una Chiesa trionfante e retributiva, l’abbazia si impegnò in modo durevole ad annullare il lascito del patrimonio/monumento antico in fatto di valori universali propri della saggezza umana, e a distinguere, isolandolo, il messaggio evangelico dagli altri insegnamenti morali pagani. Enunciata in questi termini, la discrepanza assunse un carattere prioritario anche nella riflessione di Pascal. Qui si tratterà, allora, di ... continua a leggere

tag: , , ,

torna su