Bibliomanie

Francesco Giorgio Veneto e la Venezia del suo tempo
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Saggi e Studi,

Come citare questo articolo:
Maria Giulia Andretta, Francesco Giorgio Veneto e la Venezia del suo tempo, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 37, no. 2, settembre/dicembre 2014

Il ruolo e il successo che Francesco Giorgio Veneto (1466 – 1540) ha avuto nella cultura del suo tempo risiedono nella capacità che questi ebbe di conciliare e attualizzare saperi diversi. I molteplici contenuti delle sue opere hanno contribuito a comprendere la sottile, ma esistente linea di affinità e continuità con gli astronomi, i matematici e, più in generale, i filosofi a lui contemporanei.
Del frate verranno apprezzate la cultura mai enfatica ed esibita, il tono misurato, la grande pertinenza e ricchezza terminologica, la portata delle sue fonti, l’ordine, la misura, l’equilibrio, la simmetria e l’armonia come forma mentis individuale.
In Zorzi convivono più anime, mai in conflitto l’una con l’altra e sempre, a loro modo, coerenti: il francescano colto, il patrizio raffinato, il diplomatico discreto, l’intellettuale ‘onnivoro’, il mistico iniziato, ma soprattutto l’uomo di Chiesa che coglie la crisi di Roma e che, pur vivendo in una città fortemente antagonista nei confronti di quella (Venezia, va da sé), nel De Harmonia mundi, il suo capolavoro, non cita mai.
Agli inizi del Cinquecento, Venezia versa in una crisi politica, economica e religiosa destinata a condizionare la vita culturale della Serenissima per il resto della sua storia. Nel giro di trent’anni, si ritrova accerchiata e costretta a ripiegare, contenere, combattere, negoziare e infine abbandonare il sogno espansionistico accarezzato per secoli.
La popolazione è diminuita di più di un terzo, la guerra con Pisa ne ha dissanguato le finanze, si sgretolano i possedimenti nell’Egeo, culminando nella caduta di Negroponte1 in mano ai Turchi nel 1479 e – ultima umiliazione – è costretta a firmare una pace che la obbliga addirittura a pagare un tributo annuo per potere accedere alle rotte commerciali verso Oriente.
Sulla terraferma la situazione non è migliore e la sconfitta di Agnadello, il 9 maggio del 1509, ad opera della Lega di Cambrai2, la costringe a ridisegnare drasticamente i propri confini: se prima comprendevano i territori del Friuli e quelli lungo l’Adda, a nord-est Gorizia, Trieste e Fiume, Faenza e Rimini in Romagna e le città portuali sulla costa pugliese, ora vengono compressi a poco più della laguna isolana e delle isole rialtine.
Tali fenomeni mutano ab imis la percezione dell’invulnerabilità della Repubblica e, mentre si affaccia lo spettro della crisi economica, s’interrompe l’egemonia che, fino a quel momento, le aveva permesso di decidere e, spesse volte, imporre la sua linea politica, e che le aveva garantito l’indipendenza e l’autonomia senza mai minare le sue prerogative3.
I Veneziani, nel 1509, anno della fatidica battaglia di Agnadello, sono 115.0004, il porto è il cuore pulsante della Serenissima e in esso si organizza tutta la sua vita commerciale. L’arsenale dispone, già nel 1473, di una darsena per le galee pronte, di una corderia, di una veleria e di officine e depositi per tutta la componentistica navale, oltre a una fonderia per le artiglierie. Fino al 1509 c’era anche quanto occorreva per fabbricare le polveri da sparo, ma in seguito a un incendio, il deposito verrà trasferito, vista la sua pericolosità, nelle isole della laguna. La Serenissima non aveva fortificazioni importanti, ma dopo la guerra contro i principi della Lega di Cambrai, sente la necessità di proteggere la città non solo contro gli attacchi dal mare. Nel 1543 viene edificato il castello di Sant’Andrea sul Lido con cortine e cannoniere, mentre successivamente verranno costruiti altri forti e batterie.
Con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, i Veneziani comprendono che è necessario potenziare la difesa verso oriente e verso i Turchi, e viene perciò costruita una vera e propria marina da guerra permanente, dove decine di galee rimangono operative anche in tempo di pace, e un centinaio di tali imbarcazioni può essere immediatamente utilizzato in guerra5.
Ormai costretta a un ruolo di secondo piano e ridimensionata dal punto di vista territoriale, Venezia, all’alba del secolo delle grandi esplorazioni, controbilancia la delusione e la frustrazione per le recenti sconfitte con una politica culturale che la riempie di bellezza e di opere d’arte. Determinante in questa situazione è il dogato di Andrea Gritti che, grazie a un’opera di riqualificazione urbanistica, mira a fare della Repubblica un’antagonista di Roma.
Eletto doge il 20 maggio del 1523, rimarrà in carica fino al 1538, anno della sua morte, e in questi 15 anni porterà a compimento un progetto politico che nasce dalle ceneri di Agnadello6. Gritti, se da un lato sposa la consuetudo, che era stata la forza di Venezia, dall’altro agevola e promuove laboratori e cantieri che manifestano la volontà di rinascita e rimette la Repubblica al centro di un dibattito culturale laico, dando ospitalità a discussioni che spaziano dalle matematiche greche all’epistemologia più recente, dall’afflato evangelico all’alchimia.
La sua azione è volta a rendere la Serenissima una metropoli cosmopolita e questo avviene non solo attraverso il coinvolgimento e l’amicizia di artisti e letterati di fama come Sansovino, Tiziano, Bembo, Aretino, Vettor Fausto, Adriano Willaert e Zorzi, ma anche attraverso un concertato intervento che lavora su quattro settori fondamentali: la renovatio securitatis, con la riorganizzazione della difesa della città, la renovatio scientiae con l’appoggio a Vettor Fausto per i suoi studi di architettura navale, la renovatio urbis con le opere sansoviniane di San Francesco della Vigna e Piazza San Marco e la renovatio iustitiae, volta alla ricodificazione delle leggi veneziane7. Si contraddistinguerà per le ristrutturazioni e le commissioni a grandi artisti per “ornarla et accomodarla” affinché rimanesse “illustre sopra l’altre città” per ricordarne e celebrarne la grandezza8.
«Il rimedio era il trasferire questo orgoglio nel mito, celebrando con i libri, i quadri, con la musica una storia d’indipendenza mai scalfita, di conquiste fatte nel nome e a servizio della cristianità, di una saggezza che aveva sempre ispirato l’azione di governo, di una maestà che aveva continuamente avvolto l’opera dei suoi governanti: la politica culturale era parte e strumento di quel mito»9. La bellezza della città è quindi strategica, è manifesto politico, è espressione di prestigio e potenza, e l’architettura diventa lingua e strumento della solidità e dell’armonia della Repubblica10.
Al Sansovino viene affidata la risistemazione di Piazza San Marco, si costruiscono alcuni tra i palazzi patrizi più belli dell’architettura del Rinascimento, vengono realizzati i cicli pittorici di Palazzo Ducale e costruita la vicina libreria, nota oggi come Biblioteca Marciana. Venezia celebra se stessa e i suoi valori proiettando un’immagine di opulenza: tutt’altro che vinta, ha ancora una forza finanziaria appariscente che ne sostiene la potenza e contribuisce alla conservazione di tutta la sua grandezza.
«Poco dopo la metà del ‘400 il Cardinal Bessarione che, profugo dalla Grecia, aveva trovato rifugio in Italia, donava alla Repubblica la sua biblioteca, ricca di un migliaio di codici greci e latini. L’idea di erigere a Venezia una pubblica libreria era venuta allora. La realizzazione la si avrà solo nella prima metà del ‘500: se ne ordinerà la costruzione nel 1537, affidandone il progetto a Jacopo Sansovino»11, il quale si era trasferito in città dopo il sacco di Roma del 1527. Giorgio Vasari la definirà «bellissima e ricchissima fabbrica, il più ricco ed ornato edificio che forse sia stato da gli antichi in qua»12.
Edificata di fronte al Palazzo Ducale e prossima alla chiesa di San Marco, come scrive Antonio Paolucci, «testimoni l’uno del buon governo, l’altra dell’impegno religioso, la libreria introduceva la cultura, il sapere, nel rango dei valori di cui Venezia era protettrice e padrona»13.
Benché la tipografia muova i primi passi nelle città tedesche, il primo centro editoriale d’Europa negli ultimi decenni del XV secolo è proprio Venezia, primato che se da un lato la esporrà a controlli, limitazioni e dissidi con Roma, dall’altro la favorirà, non senza difficoltà, in quella rivoluzione intellettuale che la stampa e la diffusione del libero pensiero comportavano. Già nel 1487 Innocenzo VIII aveva colto i rischi dello sviluppo dell’attività tipografica e aveva affidato al Maestro del sacro Palazzo, per Roma, e ai vescovi per le altre diocesi, l’obbligo di vigilare che non si diffondessero libri contrari alla religione e alla morale14. Venezia manterrà, unica nel panorama degli Stati italiani, una certa indipendenza dovuta certo allo storico antagonismo con Roma, ma anche alla capacità produttiva della sua industria editoriale, che rifornirà tutta la penisola e l’Europa con quote di libri editi che, a seconda delle stime e degli anni, oscillerà tra il 40% e il 70%: il mercato librario italiano era quasi tutto in mano ai mercanti della Serenissima.
È alla musica composta per San Marco, che era cappella ducale e quindi autonoma e svincolata dalle ingerenze romane, che Venezia affida il messaggio più evidente. A Venezia, nel 1501, Ottaviano Petrucci aveva inventato la stampa musicale a caratteri mobili e pubblicato l’Odhecaton15, una raccolta di 96 composizioni di autori fiamminghi, ottenendo dal doge un privilegio ventennale di esclusiva. Nella Basilica di San Marco, centro spirituale, ma anche scenario delle più importanti celebrazioni della Repubblica, si trovano dunque a convivere legittimamente esigenze confessionali e scopi civili e, in opposizione ai rigori di Roma, Adrian Willaert vi sperimenta sonorità audaci avendo a disposizione due orchestre, due organi e due cori. A Venezia nasce una scuola polifonica opposta a quella delle cappelle papaline e controriformate che non terrà conto delle sole necessità della liturgia e dei precetti del Concilio di Trento, ma porrà le basi per le teorie di Gioseffo Zarlino16, francescano del Convento di San Francesco della Vigna, padre della moderna armonia e del concetto di tonalità e del camerismo.
L’atteggiamento dei veneziani verso la Sede Apostolica sarà comunque ambiguo e alla manifesta compiacenza e sfumata contrapposizione di una parte si opporrà l’aperto dissenso di coloro che non erano intenzionati a veder sottomessa e subordinata la sovranità della Repubblica alla trionfante ecclesiologia romana postridentina.
Lo storico che coglierà appieno la complessità e la mutata situazione della Repubblica sarà Marin Sanudo, coevo di Zorzi, diarista e cronista tra i più rigorosi della storia veneziana che, immerso in questi eventi, ne registrerà il declino, ma sarà anche testimone di quel rinnovamento culturale che farà di Venezia una protagonista del Rinascimento.
Non mancano, nella storiografia che scrive di questi eventi, voci controcorrente, critiche e se si prende in esame la successiva Istoria viniziana di Pietro Bembo, apologetica e piena, secondo i membri del Consiglio dei Dieci, di difetti storiografici, si coglie un forte risentimento con giudizi infamanti nei confronti di alcune illustri famiglie veneziane e in particolare di Antonio Grimani, doge in quegli sfortunati anni. Queste ed altre fonti, incluse quelle zorziane, testimoniano quanto Venezia prenda parte attivamente, e non senza tensioni, al dibattito sulla dottrina luterana, sulla Controriforma e sulla questione ebraica, cercando impossibili conciliazioni non facilitate certo dall’apertura o forse è meglio dire dalla “chiusura” del ghetto e dall’asilo intellettuale garantito all’editoria. Le discussioni lasceranno però spazio all’astronomia, alla medicina, alle scienze, alle lettere, alle arti, alle dissertazioni filosofiche, matematiche e alla musica.
La fama della libera e oligarchica Venezia subisce qualche contraccolpo nella gestione della vicenda ebraica: la sua posizione privilegiata come ponte tra oriente e occidente aveva facilitato l’arrivo degli Ebrei già a partire dall’XI secolo e, nonostante l’alternarsi di permessi e di divieti, il nucleo divenne nei secoli sempre più numeroso. La comunità ebraica aveva convissuto per quasi un millennio in modo pacifico con il resto della popolazione fino al 149217, data che segna l’inizio delle dolorose peregrinazioni dei sefarditi18 verso il nord Africa, la Turchia, i Balcani e l’Italia. La Serenissima non fu risparmiata da questa nuova ondata e il 29 marzo del 1516 il Consiglio dei Pregadi19 ritenne indispensabile organizzare la presenza ebraica in Venezia stabilendo che questi, da quel momento in poi, avrebbero dovuto risiedere tutti in un’unica zona della città, antico sito delle fonderie, “geti”20 in veneziano. Venne stabilito inoltre che gli ebrei, circa 700, dovessero sottostare a molte gravose regole per avere in cambio la libertà di culto e la protezione in caso di guerra: dall’indossare un segno di identificazione all’essere obbligati a gestire i banchi di pegno a tassi stabiliti dalla Repubblica. Il “Gheto” veniva chiuso al tramonto e dei sorveglianti cristiani percorrevano per tutta la notte i canali circostanti per impedire eventuali trasgressioni notturne.
Già nella prima metà del Cinquecento vennero costruite nel ghetto veneziano le Sinagoghe o “Scole”, e la quantità di ebrei che abitavano nella Serenissima è testimoniata dalla presenza di numerosi edifici più alti, divisi in diversi piani più bassi della norma che dimostrano quanto fosse aumentata, attraverso gli anni, la popolazione21. La comunità ebraica sarà solo una delle tante anime di una Repubblica multietnica e multiculturale che saprà essere, pur nelle ovvie contraddizioni e nelle difficoltà politiche, un centro di prima grandezza dell’epoca rinascimentale. In questo clima si formerà Francesco Zorzi e in questa Venezia troverà la curiosità e gli stimoli per guardare al passato, per difenderlo e attualizzarlo tra i suoi contemporanei.
Determinante fu quindi per il colto veneziano vivere nella Serenissima a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, avere a disposizione la biblioteca di Pico e confrontarsi con realtà e culture diverse. Non bisogna dimenticare che Francesco Giorgio prende i voti nell’ordine francescano coinvolto in quegli anni in una separazione interna, è protagonista e testimone della rinascita grittiana che esalta la Repubblica in antagonismo con Roma, vive nell’età della Riforma e dei suoi cambiamenti, e per la sua fama partecipa attivamente in qualità di consulente di Enrico VIII alla nota controversia inglese, assistendo allo scisma della Chiesa anglicana.
In questo clima si colloca la sua opera più nota, il De Harmonia mundi, che eredita il complesso e contraddittorio mondo medievale che aveva cristianizzato i modelli greci e latini, rimanendo ai margini dell’imminente rivoluzione scientifica e restando fedele ai dogmi della chiesa, ma che si propone di attualizzarli cercando un dialogo con le tendenze mistiche ed ermetiche del tempo.

Francesco Giorgio Veneto nasce a Venezia il 7 aprile del 146622, figlio di Benedetto della nobile famiglia veneziana degli Zorzi che annovera tra i suoi antenati diplomatici e uomini di governo, tra cui un Marino Zorzi, doge dal 1311 al 1312. La madre, Bianca Sanudo, è la zia del diarista, storico e cronachista della Serenissima Marin Sanudo, che in alcuni testi ricorderà Francesco come «mio zerman cuxin … fiol di una olim sorella di mio padre»23. Frequenta fin da subito gli ambienti padovani, come era consuetudine nel patriziato veneziano, e qui potrebbe essersi dedicato allo studio della filosofia e della teologia seguendo le lezioni nel centro italiano più importante di diffusione delle dottrine scotiste, che avevano peraltro largo e naturale seguito anche nei vari studi francescani24.
La scuola aveva notoriamente posizioni filoaverroiste e favorevoli a tutta quella parte del pensiero peripatetico che riguarda la metafisica, mentre in Zorzi è evidente la predilezione per la patristica, in particolare per Gerolamo e Agostino25. Padova, in quegli anni, è importantissima per il prestigio dei suoi corsi che attirano studenti da tutta Europa vantando tra gli altri anche Francesco Della Rovere, il futuro Sisto IV, e il teologo Antonio Trombetta, vescovo di Urbino, baccelliere biblico, reggente della Scuola del Santo nonché docente della cattedra pubblica di metafisica26.
Nel 1481, Zorzi entra a far parte dell’Ordine dei frati minori dell’Osservanza presso il convento di San Francesco della Vigna nel sestiere di Castello, dove per diversi anni sarà lettore di teologia27. Diventa guardiano del convento nel giugno del 1501, incarico che mantiene fino al 1509; candidato poi al patriarcato nel 1504, nel 1508 e nel 1524, pur avendo ottenuto molti voti, come riporta il Sanudo, non verrà mai eletto, ma questo dà la misura della sua autorevolezza e considerazione nelle alte sfere ecclesiastiche veneziane, e di come fosse attivo e stimato anche negli ambienti non propriamente politici della Repubblica28.
Importantissimo è il pellegrinaggio che egli compie in Palestina nel 149429, di cui si trovano riferimenti continui e dettagliati lungo tutta la sua produzione letteraria. Questo non sarà solamente il punto d’arrivo del giovane e devoto frate nella contemplazione dei luoghi sacri, ma, resoconto appassionato, diverrà il punto di partenza dello Zorzi mistico, simbolico e cabalista.
Fin dallo sbarco in Libano, egli descrive con l’accuratezza del cartografo la geografia della Terra Santa, ne confuta l’esattezza rispetto alle Sacre Scritture ed è tanto affascinato dalla lingua ebraica da riportare le denominazioni ebraiche dei luoghi. La suggestione del paesaggio passa anche dal dettaglio con cui descrive alberi, frutti e metalli, fondendo più volte memoria personale con fonti letterarie autorevoli30. Grande spazio è dedicato a Gerusalemme, centro del mondo religioso: il Santo Sepolcro lo colpisce per la varietà delle confessioni; visita i luoghi del Nuovo Testamento, ma anche i cimiteri ebraici, la Chiesa dell’Assunzione e il Sepolcro di Maria, la Grotta di Betlemme, ma anche le tombe dei patriarchi a Hebron e l’oasi di Gerico; segue anche il corso del Giordano. Giunge infine al Sinai, dopo giorni di marcia o a dorso di mulo, meta tra le più ardue del pellegrinaggio con il suo Monastero di Santa Caterina, ricco di iscrizioni antiche e all’epoca per lui ancora criptiche.
Il «bottino archeologico»31, come lo definisce Saverio Campanini, si rivela quindi ricco di devozione, simboli e allegorie, trovati in ogni sasso e in ogni volto della Terra Santa, ma che Francesco Giorgio ha la capacità di restituire nella loro realtà geografica ed etnografica, nel rispetto dei luoghi e delle culture incontrate.
La prima menzione di Zorzi compare in un libro a stampa nell’aprile del 1502 ad opera del tipografo ebreo Girolamo Soncino, in una raccolta di testi curata dall’umanista maceratese Lorenzo Bevilacqua. Lo stampatore fanese era probabilmente entrato in contatto con il frate nel tentativo di impiantare una tipografia ebraica a Venezia, sulla fine del secolo32. Soncino nel 1518 stamperà il De arcanis catholicae veritatis di un altro cabalista francescano, Pietro Galatino33, rappresentante di quegli ambienti giudaici con cui Zorzi era in contatto e nei quali apprenderà la lingua ebraica e i testi della tradizione cabalistica. Il termine amatissimus con cui il frate si rivolge a Soncino, ci consente di pensare che Zorzi conoscesse la lingua ebraica ancor prima dell’apparizione della prima massiccia pubblicazione di grammatiche ebraiche. Una sintetica cronologia delle pubblicazioni in lingua ebraica di quegli anni evidenzia che Elia Levita, docente di ebraico a Padova dal 1504, scrive un’esposizione della grammatica di Moise Kimchi34 che viene pubblicata a Pesaro nel 1508. Reuchlin, il cui nome appare connesso a uno dei primi episodi del cosiddetto «cabalismo cristiano»35, studia l’ebraico a Roma con il medico ebreo Obadja Sforno da Cesena tra il 1498 e il 1500, e pubblicherà i Rudimenta hebraica solo nel 150436.
Zorzi, malgrado la data tarda di edizione delle sue opere, appartiene quindi alla prima generazione della cabala rinascimentale, quella nata sulla scia di Giovanni Pico, di cui è coetaneo, come pure sarà coetaneo del cardinale Domenico Grimani37, protettore dell’Ordine francescano. Nel 1498 il prelato veneziano acquista la biblioteca di Giovanni Pico, compresi tutti gli scritti astrologici, filosofici e cabalistici. I libri arriveranno però a Venezia solo nel 1520, lasciati per testamento al convento di Sant’Antonio di Castello. Non è quindi ai testi, collezionati e scritti da Pico, che attinge Francesco Giorgio, ma a quel clima pre-rinascimentale di cui Pico rappresenta la prima e fondamentale espressione. Del resto il merito di Zorzi sarà quello di coniugare alla profonda cultura teologica, al platonismo ficiniano e alle idee concordiste di Giovanni Pico, la conoscenza della mistica e della lingua giudaica, né si può escludere che egli tenesse addirittura una pubblica scuola di ebraico38.
A partire dal 1504 riceve l’incarico di confessore e direttore spirituale del convento delle clarisse del Santo Sepolcro dove incontra la monaca estatica e visionaria Chiara Bugni. È lui che ne pubblica l’elezione a badessa in quello stesso anno diventando anche suo confessore particolare39; è testimone delle sue estasi mistiche, anche se non riuscirà ad ottenere da lei alcuna rivelazione. Alla monaca verranno attribuiti addirittura dei miracoli, tanto che le autorità ecclesiastiche con a capo il cardinale e patriarca veneto Domenico Grimani, costituiranno una commissione di vescovi, teologi e giuristi per prendere in esame la questione, della quale sarà chiamato a far parte anche lo stesso confessore.
Tutti saranno concordi nel riconoscere nelle estasi, nelle visioni e nei miracoli che avvenivano nel monastero un’opera celeste e prodigiosa, tuttavia ci saranno degli oppositori a questo riconoscimento, tanto che la Bugni non verrà rieletta superiora nel 1511 e sarà invitata a trasferirsi in un’altra casa dell’Ordine, o a vivere nel monastero del Santo Sepolcro in clausura.
Suor Chiara sceglierà di rimanere nella casa di Venezia per qui morire nel 151440. Restio a citare personaggi a lui contemporanei, questa esperienza rimarrà talmente impressa nei ricordi di Zorzi, che ne tratterà poi nelle sue opere affiancando il nome della monaca a quello di Maria Maddalena, Pitagora, Platone e Agostino41.
La fama di predicatore e maestro aveva accresciuto il suo prestigio tant’è che a una serie di riconoscimenti, nomine, e incarichi all’interno del suo Ordine, si affiancano missioni politiche e diplomatiche che i più alti magistrati della Repubblica gli affideranno. All’indomani della disastrosa battaglia di Agnadello e al ritorno dal capitolo generale degli osservanti a Ferrara, informa il doge e i senatori su quanto ha visto attraversando i territori invasi: Zorzi si dimostrerà un utile tramite per missioni diplomatiche che dovevano rimanere segrete e quindi non potevano essere affidate ai normali canali istituzionali.
In questi anni difficili per la politica veneziana, approfitta di un viaggio a Mantova per avvicinare Francesco Gonzaga e poco dopo incontrarsi con Alfonso d’Este. Di tali missioni riferisce al doge rivelandosi affidabile e fine analista42. È di quegli anni il suo interesse per gli studi di matematica che lo spingono a meditare sui canoni dell’armonia platonica che più tardi calerà dall’astrazione teorica al progetto pratico di Jacopo Sansovino per San Francesco della Vigna.
Rieletto custode dell’Ordine nel 1516, nel 1517 partecipa a Roma al capitolo generalissimo dell’Aracoeli, che sancirà la separazione tra osservanti e conventuali. Al capitolo aveva partecipato, tra i sette cardinali nominati a definire le controversie, Domenico Grimani, designato da Giulio II quale “protettore” dell’Ordine francescano, e Zorzi giocherà un ruolo determinante nell’assicurare il successo del suo partito, l’Osservanza43.
Nel successivo capitolo autonomo degli osservanti, sarà eletto al prestigioso incarico di definitore generale e con questo titolo prenderà parte al capitolo generale di Lione del 151844; a queste due famiglie si aggiungerà nel 1528 quella dei frati minori cappuccini che, delusi dalla crisi dell’Osservanza, si riuniranno per ripartire nel segno di un fervore primitivo sul modello dell’eremitaggio e dell’apostolato del primo francescanesimo45. È in questo momento di grande attività e responsabilità politiche che si pongono L’Elegante Poema e il De Harmonia mundi.
L’Elegante Poema richiama la Divina Commedia e si presenta come una serie di visioni che appaiono all’autore. Zorzi, a differenza di Dante, non evoca suoi contemporanei, ma figure fondamentali dell’Antico e del Nuovo Testamento. I temi principali anticipano di qualche anno quelli del De Harmonia, ma nel Poema, con i suoi circa 18.000 versi divisi in CXIV canti, sceglie la lingua volgare toscana rispetto al latino e al veneziano46.
La scelta del volgare si inserisce in quella volontà di diffusione della dottrina cristiana e i suoi destinatari saranno quei circoli costituiti da laici ed ecclesiastici che si riconoscevano in un ideale di nuova religiosità interiorizzata e de-ritualizzata. L’opera probabilmente fu terminata nel 1516 in concomitanza con le relazioni e le frequentazioni che lo Zorzi intrattenne con Isabella d’Este, con molti personaggi del circolo del Bembo e con lo stesso cardinale a cui anni dopo la Serenissima affiderà l’incarico di storico ufficiale.
Riguardo al Commento all’opera, esso è databile tra il 1539 e il 1540 e, pur essendo scritto in terza persona da un anonimo, è possibile, secondo Maillard47, considerarlo espressione dello stesso Zorzi, stilato probabilmente da un segretario o da un allievo, come una vera e propria parafrasi del poema. In esso si trovano informazioni sulla biografia, sul viaggio in Palestina, sulla concezione simbolica del paradiso terrestre e su problemi di carattere dottrinale che Zorzi aveva affrontato nelle opere precedenti al Commento.
Il De harmonia mundi totius cantica tria, composto tra il 1519 e il 1523 e dedicato a Clemente VII, viene pubblicato dallo stampatore veneziano Bernardino Vitali nel settembre del 1525. L’opera del frate è una ricca testimonianza di ecclesiologia, teologia, storia della Chiesa, erudizione, dottrine filosofiche ed esoteriche, di saperi matematici e conoscenze cabalistiche, che subito ottiene ottimi giudizi, incluso quello dello stesso papa a cui l’opera è stata dedicata.
A pochi anni dalla sua pubblicazione cominceranno invece a nutrirsi i primi dubbi, che l’esporranno a fraintendimenti e critiche fino a rendere necessaria la revisione di alcune sue parti ad opera della censura. Le dottrine affidate al De Harmonia verranno diffuse da fedeli sostenitori e noti seguaci come Guy Le Fèvre de la Boderie48 che lo avrebbe tradotto a Parigi nel 1579 assieme alla versione francese dell’Heptaplus di Pico. Il frontespizio dell’edizione francese riporterà una sintetica presentazione della struttura e dei contenuti dell’opera. Infatti si legge: «L’Harmonie du monde, divisée en trois cantiques. Oeuvre singulier et pleine d’admirable érudition. Premierement composé en latin par François Georges venitien et depuis traduict et illustré par Guy Le Fèvre de la Boderie, secretaire de Monseigneur frère du Roy & son Interprete aux langues estrangeres»49.
La carriera ecclesiastica di Zorzi è intanto continuata con l’elezione a ministro provinciale nel 1522, carica che gli viene riconfermata nel 1523 e che terrà fino al 1525. Nel 1523 si reca a Roma dal generale dell’Ordine Paolo da Soncino per chiedere di tenere a San Francesco della Vigna il capitolo generale del 152650, richiesta che verrà accolta, ma che poi non si attuerà per ragioni non note.
Nel marzo del 1527 il Senato lo incarica di promulgare il giubileo concesso da Clemente VII, compito che Zorzi assolve solennemente in San Marco. Dopo il Sacco di Roma riceve un incarico diplomatico dal Quiñones nella trattativa di pace con Carlo V. Gli viene chiesto di perorare presso il doge il distacco della Repubblica dalla Lega di Cognac, ma il suo tentativo non andrà a buon fine51. Tale coinvolgimento si spiega alla luce della fama e del prestigio di cui godeva sia fra le alte gerarchie ecclesiastiche sia ai vertici della Serenissima.
Il frate cabalista non trascura peraltro i suoi impegni ecclesiastici e in quegli anni tiene corsi di lingua ebraica e sulle Scritture presso lo Studio generale del convento della Vigna. Tutti conoscono la sua fama di biblista, di studioso delle tradizioni ebraiche, e grandissima è la popolarità che circonda l’ormai anziano predicatore e teologo.
Grandi ripercussioni sulla città e nella comunità veneziana si avranno a seguito poi della conversione di un rabbino di origine napoletana compiuta dal frate e celebrata in una solenne cerimonia in San Marco il 1° gennaio del 152852.
Tra il 1529 e il 1531 Zorzi si trova coinvolto, in qualità di celebre e influente teologo, anche nella vicenda del divorzio di Enrico VIII. Clemente VII poteva dichiarare nullo il matrimonio del sovrano per uno dei diversi impedimenti previsti dal diritto canonico, ma a causa della situazione politica creatasi si vide costretto a non contrastare la volontà di Carlo V, contrario all’annullamento delle nozze di Caterina d’Aragona, sua zia.
Enrico VIII, dietro consiglio dell’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, inviò suoi legati presso le università per raccogliere il maggior numero possibile di pareri favorevoli: furono consultati teologi, cabalisti e rabbini per confrontarsi soprattutto sulla tradizione legale giudaica53. Zorzi venne avvicinato dall’emissario del re Richard Crocke, abile filologo ed esperto teologo, già corrispondente di Erasmo, e di Reuchlin, all’inizio del 1530, che per motivi di sicurezza viaggiava sotto il nome di Giovanni di Fiandra.
Il frate si mise immediatamente al lavoro per trovare libri, prove documentali e teologi pronti a sottoscrivere un responso canonico a sostegno della nullità di quel matrimonio. I pareri dovevano definire quale tra le due leggi contrastanti doveva ritenersi valida: nel Levitico il matrimonio di un uomo con la moglie del fratello morto è esplicitamente proibito, mentre nel Deuteronomio è altrettanto esplicitamente prescritto.
La risoluzione riguardava un complesso lavoro di esegesi, la conoscenza della tradizione giudaica e delle sue fonti e ovviamente l’affidabilità della traduzione dei testi ebraici54. Non bastava l’appoggio dei biblisti, ma era fondamentale interpellare dei rabbini e siccome gli ebrei in quel periodo erano stati esclusi dall’Inghilterra, così come dalla Spagna, gli inviati inglesi si concentrarono a Venezia, dove si era trasferita una colta e influente comunità giudaica, vi si trovavano le principali stamperie ebraiche e vivevano alcuni dei più esperti esegeti e critici cristiani ed ebrei.
La Serenissima diviene così un centro nevralgico della complessa problematica, perché anche gli avversari di Enrico VIII, i diplomatici e gli ecclesiastici che sostenevano l’Imperatore, giungeranno nella Repubblica al fine di osteggiare quel divorzio. La vicenda testimonia altresì gli stretti legami che Zorzi aveva con gli ambienti ebraici, ma anche, cosa non secondaria, la sua conoscenza della lingua, in quanto sarà proprio lui a tradurre dall’ebraico gli scritti del Levitico favorevoli al divorzio55.
Di questa collaborazione Crocke riferirà costantemente ad Enrico VIII, che gli invierà lettere piene di riconoscenza, elogiando il frate veneziano, esaltandone l’influenza, le relazioni politiche, l’instancabile attività di traduttore e, cosa ancor più importante, la costante fedeltà alla “causa Regis”. Il sostegno alla causa era stato reso possibile grazie a una puntuale e attenta rete di contatti e sottoscrizioni autorevoli: infatti i conventuali, gli osservanti e i domenicani veneziani, unitamente a gran parte degli studiosi patavini, erano tutti schierati a favore del re56. Zorzi si mise a disposizione, prima di Giovanni di Fiandra e poi di Richard Crocke, garantendo per lui e adoperandosi affinché potesse ottenere tutti i testi necessari per la sua difesa. Le ragioni che spinsero il teologo veneziano a sostenere le richieste di Enrico VIII si giustificano nel tentativo di evitare un altro scisma e di mantenere legato alla Chiesa un re che si era dimostrato zelante difensore dell’unità della fede. A queste vanno aggiunte le sue simpatie filofrancesi e l’ostilità contro gli imperiali57.
La questione si concluderà nel 1531 con l’affermazione della piena validità del Deuteronomio e della legittimità del matrimonio di Enrico e di Caterina, ma il re di Inghilterra, assai contrariato dal rifiuto del papa, separerà, come noto, la Chiesa Anglicana da quella di Roma nel 1533, sposando Anna Bolena. La vicenda del divorzio reale aveva avuto comunque ripercussioni sulla vita del frate, che era stato convocato a Roma il 13 luglio del 1530 dal papa e, dietro pesanti pressioni esercitate dal governo della Repubblica, pur senza ritrattare il suo appoggio alla causa di Enrico VIII, si era ritirato dall’agone mantenendo il silenzio58.
Tuttavia i suoi contatti, l’autorevolezza e il suo sapere davvero enciclopedico faranno stimare e studiare Zorzi negli ambienti intellettuali inglesi al pari dei massimi pensatori e intellettuali del Rinascimento italiano.
All’insuccesso della trasferta romana che, per le sue posizioni, gli costa la nomina a cardinale, si aggiunge una grave malattia che lo priva di un occhio e gli minaccia la completa cecità59. Questa malattia risulta difficilmente compatibile con le supposizioni di una sua trasferta londinese, anche se alcuni documenti parlano di un «frate (o ex frate) agostiniano che è stato a lungo insieme a Lutero, appartenuto alla sua “setta” ed ascritto a favore della causa del re; e si aggiunge che questo ignoto personaggio, giunto in Inghilterra con speciale permesso e salvacondotto regio, si intrattiene a lungo “con un frate italiano dell’Ordine di S. Francesco”, considerato tra i maggiori autori di scritti favorevoli a Enrico VIII e presente, in quei giorni, anche lui alla Corte inglese»60.
Nel 1532 incontra un amico di Cornelio Agrippa, che riferirà al celebre medico e mago tedesco del singolare colloquio avuto con il frate, particolarmente interessante per la ricchezza dei testi conosciuti e in suo possesso, per le dotte letture e per i suoi dettagliati studi cabalistici61. Cornelio Agrippa, in una nota di una lettera del gennaio del 1533 ai magistrati di Colonia, lo includerà tra i maggiori cabalisti del suo tempo assieme a Pico e Ficino.
Un altro importante episodio della vita di Francesco Giorgio, è l’incarico a “procuratore della fabbrica” della Chiesa di San Francesco della Vigna. Il doge in persona Andrea Gritti, nell’intento di riaffermare il ruolo di Venezia sulla scena politica internazionale in una vera e propria renovatio urbis, sostiene la ricostruzione dell’antica chiesa gotica, che era ormai fatiscente. Giudica egli stesso i progetti in gara e, scelto Jacopo Sansovino, gli affida la realizzazione dell’opera, presenzia alla posa della prima pietra con il legato e assiste a una solenne messa cantata. Fin dalle battute iniziali dei lavori è presente Francesco Giorgio, il quale vede nella chiesa in costruzione la possibilità di materializzare il suo testamento spirituale e di realizzare la fusione tra harmonia mundi, armonia architettonica, armonia musicale e armonia costituzionale62. A seguito di alcune polemiche sopraggiunte per l’ampliamento del progetto, lo stesso doge gli chiede un memoriale che Zorzi redige nel 1535, difendendo e sostenendo l’eccellenza della nuova chiesa.
Appassionato di matematica e di numerologia, il frate veneziano realizza in tale progetto anche le sue aspirazioni di architetto, mettendo in pratica i suoi studi del De Architettura di Vitruvio: propone che l’edificio venga costruito secondo la proporzione indicata nel Timeo di Platone per la fabbrica del mondo, così da risultare una perfetta immagine dell’armonia, proprio come Dio aveva ordinato a Mosè di costruire il Tabernacolo e come era stato costruito il Tempio di Salomone. Egli intende rendere la corrispondenza mistica fra il tempio, che è la Chiesa, e il corpo umano; vuole ripristinare la semplicità dell’Ecclesia primitiva e recuperare una religiosità autentica e interiorizzata63.
Sansovino adotta, in linea con il purismo francescano grammatiche essenziali con colonne doriche, sobrie e solide, e tutto l’edificio viene costruito per essere letto secondo una numerologia mistica, come se la Sapienza stessa ne dettasse le misure: la larghezza e la lunghezza della navata sono rispettivamente il quadrato e il cubo di tre – numero primo e divino –, nove passi per sei è la cappella grande, nove passi è lungo il coro, tre passi le cappelle laterali. Lo spazio diventa pure congiunzione di maschile e femminile, di dispari e pari, di teologia e scienza, celebrazione della concordia, di quella concordia auspicata e ritrovata nel lungo dogato di Andrea Gritti, che stringe con il frate un sodalizio fondato sulla comune convinzione della necessità di parlare e comunicare attraverso luoghi eloquenti della città.
San Francesco della Vigna, sito marciano sacro e simbolico per eccellenza, è il luogo dove la leggenda vuole che sia apparso l’angelo a Marco. Qui Zorzi riassume il pensiero speculativo e teologico insieme con gli interessi pragmatici e progettuali, perché riesce a realizzare quell’idea di fabbrica che sintetizza l’armonia universale. Il frate, in qualità di procuratore della fabbrica, si sentì investito di un compito simile a quello di Mosè che, su ordine di Dio, aveva costruito il Tabernacolo come analogo del mondo.
Il progetto era dunque destinato a celebrare in concreto la concordia urbis e l’harmonia mundi secondo il programma, come accennato, dell’allora doge Andrea Gritti64. Nelle dimensioni e nell’assetto architettonico della chiesa si ritrovano tanto le proporzioni del corpo umano, quanto quelle che avevano regolato la costruzione del Tempio di Salomone. Il timpano della chiesa, con il pellicano e la scritta renovabitur, simboleggerà il rinnovamento in atto nella Repubblica di Venezia, ma anche quella rifondazione globale della Chiesa in cui il Zorzi credeva: la navata rappresenta Cristo e la perfezione umana verso Dio, la crociera invece Cristo in croce, le 12 cappelle gli apostoli. Venezia risponde al mondo come una nuova Roma, ricca, rinnovata, risorta nuovamente potente dopo la guerra contro la Lega di Cambrai che aveva visto un giovanissimo Gritti alla testa dell’esercito veneziano. Nella chiesa, che sarà ultimata nel 1572 da Andrea Palladio e vedrà il coinvolgimento di artisti come Sebastiano Serlio e Tiziano65, non a caso verranno sepolti lo stesso Gritti e il patriarca Giovanni Grimani, i due uomini che più avevano influito sulla storia e sulla cultura della Venezia rinascimentale.
Nel 1536, nuovamente a stampa di Bernardino Vitali, viene pubblicato il secondo capolavoro di Zorzi, In Scripturam Sacram problemata, dedicati a Paolo III, L’opera, che riprende alcuni temi del De Harmonia ed è una sorta di summa di tutti i problemi che hanno interessato il frate veneziano, solleva critiche molto più severe, al punto che Tommaso Badia, domenicano vicino al cardinale Gasparo Contarini, ne richiede per primo la censura, con l’accusa di contenere vere e proprie deviazioni ereticali vicine all’atteggiamento dei riformati66.
Alle accuse mossegli, Zorzi risponderà con un’Apologia, malauguratamente perduta, in difesa della sua opera e del metodo seguito. La responsio del Contarini darà avvio alla lunga vicenda che coinvolgerà le opere del frate accusato di eterodossia e che culminerà con l’iscrizione delle stesse nel famigerato Index librorum prohibitorum, con la formula rituale donec corrigatur o usque expurgetur. «Nessuno dei libri di Zorzi poteva essere letto senza un previo, massiccio, intervento della censura ecclesiastica che lascia tuttora le sue tracce, devastanti in pressoché tutte le copie del De Harmonia mundi e dei Problemata conservati nelle biblioteche italiane»67.
Forti sono nei Problemata la religiosità non dogmatica di ispirazione patristica e le influenze neoplatoniche, ma è altresì presente una generale tendenza all’esoterismo escatologico che negli anni seguenti sarebbe stato alla base di numerose condanne per eresia. In un’epoca in cui la Chiesa si trovava a tentare gli ultimi compromessi nel tentativo di conciliazione con i protestanti, la pubblicazione di una simile opera appariva inopportuna e pericolosa per i sospetti e le accuse che poteva sollevare68.
I 3.000 quesiti, suddivisi in sei tomi, affrontano problemi che vanno dalla storia sacra narrata nell’Antico Testamento ai profeti, dai Vangeli alla dottrina dei “sette sapienti”69, dalla ricerca alchemica all’ideologia mistica della cabala, in particolare allo Zohar70. Zorzi si avventura perfino nel calcolo di quante cose esistano in totale nell’universo e il numero ottenuto, 1.124.002.590.827.719.680.000, circa 1022, si discosta di poco dalla cifra successivamente stimata71. Il calcolo di Zorzi verrà ritenuto attendibile fino al 1636, anno in cui padre Marin Mersenne, nella sua Harmonie universelle, stabilirà la cifra corretta72.
Negli ultimi anni della sua vita si dedicherà alla composizione del Commento dell’Elegante Poema, rimasto inedito fino a tempi assai recenti, così come è recente il Commento alle Conclusiones cabalistiche di Pico. Quest’ultimo ha permesso una nuova e attenta analisi dell’unico commento alle tesi pichiane del Cinquecento ad opera di Arcangelo Pozzi da Borgonuovo, il quale non aveva mai nascosto di aver attinto molta della sua mistica ebraica dal magistero dello Zorzi di cui sembra fare una rielaborazione scritta dell’insegnamento orale.
Francesco Giorgio Veneto si spegne nel convento di Asolo il 1° aprile del 1540, «Libero dalle preoccupazioni della politica e lontano dal campo di battaglia teologico»73. Aperto e rispettoso delle altre confessioni e tradizioni, aveva saputo interpretare il suo tempo e raccogliere organicamente l’eredità del passato per attualizzarlo nel presente senza mai perdere di vista l’obiettivo di esaltare e celebrare la grande bellezza della creazione e il suo mistero. La sua pietra tombale, ora perduta, recava la seguente epigrafe74:

I H S
OSSA FRANCISCI GEORGI P[ATRITII] VENETI THEOLOGI
POST MUNDI NUMEROS ET SACRAE AENIGMATA LEGIS
AD QUAESITA ROGAT CARMINE DOCTA PATRES.
DURA HAEC SAXA TEGUNT QUOD FATIS DEBUT, ASTRA
MENS HABET, ET SUMMA VIVIT IN ARCE IOVIS.
HIC P.R.D. OBIT MDXXXX DIE PRIMO MENSIS APRILIS
ANNO AE[TATIS] S[UAE] LXXX

Note

  1. Isola greca nel Mar Egeo adiacente alla costa sud-orientale della penisola e nota con il nome di Eubea.
  2. La Lega di Cambrai fu istituita contro la Repubblica di Venezia nel dicembre del 1508 ad opera di Giulio II. Ad essa aderirono, oltre al pontefice, Luigi XII di Francia, Massimiliano I del Sacro Romano Impero, Ferdinando II d’Aragona Re di Napoli e di Sicilia, Alfonso I d’Este Duca di Ferrara, Carlo III Duca di Savoia e Francesco II Gonzaga Marchese di Mantova. La lega venne sciolta nel 1510 a seguito della defezione del Papa.
  3. Gaetano Cozzi (a cura di), Ambiente veneziano e ambiente veneto. Saggi su politica, società, cultura nella Repubblica di Venezia in età moderna, Venezia: Marsilio Editori, 1977, p. 3.
  4. Daniele Beltrami, Storia della popolazione di Venezia dalla fine del secolo XVI alla caduta della Repubblica, Padova: CEDAM, 1954, p. 59.
  5. Cfr. Mario Mocenigo, Storia della marineria Veneziana da Lepanto alla caduta della Repubblica, Venezia: Filippi Editore, 1985.
  6. Cozzi, Ambiente veneziano e ambiente veneto, cit., p. 52.
  7. Manfredo Tafuri, Venezia e il Rinascimento, Torino: Einaudi, 1985, pp. 163-164.
  8. Cozzi, Ambiente veneziano e ambiente veneto, cit., p. 52.
  9. Ivi, p. 276.
  10. Tafuri, Venezia e il Rinascimento, cit, p. 161.
  11. Cozzi, Ambiente veneziano e ambiente veneto, cit., p. 277.
  12. Antonio Paolucci, La sala della Liberazione e il ciclo pittorico, in Da Tiziano a El Greco. Per la storia del manierismo a Venezia (1540-1590), Milano: Electa, 1981, p. 287.
  13. Ibidem
  14. Mario Infelise, I libri proibiti: da Gutenberg all’Encyclopédie, Roma: Laterza, 1999, p.7.
  15. Cfr. Gianfranco Vinay, Storia della musica, Torino: Einaudi, 1999, p. 87.
  16. Ivi, pp. 110-113.
  17. Il 2 gennaio del 1492 cadeva l’ultimo califfato arabo, Granada, per mano della cattolicissima Spagna e questo mutò drasticamente l’atteggiamento nei confronti di chiunque non fosse cattolico. Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia spostarono le loro attenzioni sulla numerosissima comunità ebrea presente lungo tutta la penisola iberica, ordinando la conversione o la cacciata.
  18. Sefar era il nome con cui identificavano la Spagna.
  19. Istituito nel 1229 quale assemblea deliberativa superiore della Repubblica, che si occupava di discutere della politica estera e dei problemi correnti con un meccanismo decisionale più snello e ristretto rispetto al sovrano Maggior Consiglio, il massimo organo politico della Repubblica.
  20. I primi ebrei a uniformarsi al decreto provenivano dall’Europa Centrorientale, e fu proprio a causa della loro pronuncia (secondo una non documentata tradizione lagunare) che il termine veneziano “geto” venne storpiato in “gheto” originando il termine che oggi viene usato per indicare diversi luoghi di emarginazione.
  21. Cfr. Riccardo Calimani, Storia del ghetto di Venezia, Milano: Rusconi, 1985.
  22. Data desunta da un tema natale di Francesco Zorzi redatto dal medico e astrologo padovano Antonio Gazio e conservato alla Bodleian Library di Oxford (ms. Canon. Misc. 24, fol. 42 e) che rettifica l’anno 1460 presente in altre sedi.
  23. Ulderico Vicentini, Francesco Zorzi O.F.M. Teologo cabalista, in «Le Venezie Francescane», XXI, 1954, pp. 128-129.
  24. Cesare Vasoli, Profezia e ragione: studi sulla cultura del Cinquecento e del Seicento, Napoli: Morano, 1974, p. 143.
  25. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 143.
  26. Ivi, pp. 146-147.
  27. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 142.
  28. Vicentini, Francesco Zorzi O.F.M. Teologo cabalista, cit., p. 184.
  29. Cfr. Saverio Campanini, Saggio introduttivo, in Francesco Zorzi, L’Armonia del mondo, Milano: Bompiani, 2010, p. XXVI.
  30. Ivi, p. XLI.
  31. Ivi, p. XLIII.
  32. Ivi, p. XII.
  33. François Secret, Les Kabbalistes chrétiens de la Renaissance, Paris: Dunod, 1964, p. 102.
  34. Cfr. Vasoli, Profezia e ragione, cit., pp. 153-154.
  35. Ivi, p. 124.
  36. Ivi, pp. 118-119.
  37. Ivi, p. 166.
  38. Ivi, p. 154.
  39. Ivi, pp. 165-168.
  40. Ibidem.
  41. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XIII.
  42. Vasoli, Profezia e ragione, cit, p. 170.
  43. Ivi, p. 171.
  44. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XIV.
  45. Cfr. Giovanni Merlo Grado, Nel nome di san Francesco: Storia dei frati Minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo, Padova: Editrici Francescane, 2003, pp. 232-251.
  46. Cfr. Jean Françoise Maillard, Sous l’invocation de Dante et de Pic de la Mirandole: les manuscrits inédits de Georges de Venise, in «Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance», XXXVI, 1974, pp. 47-61.
  47. Ibidem.
  48. Vasoli, Profezia e ragione, cit., pp.135-136.
  49. Ibidem.
  50. Vicentini, Francesco Zorzi O.F.M. Teologo cabalista, cit., pp. 180-184.
  51. Ivi, pp. 188-191.
  52. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 180.
  53. Ivi, p. 183.
  54. Ibidem.
  55. Ivi, p. 189.
  56. Ivi, p. 197.
  57. Ibidem.
  58. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XVII.
  59. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 208.
  60. Ivi, p. 212.
  61. Ivi, p. 221.
  62. Antonio Foscari, Manfredo Tafuri, L’armonia e i conflitti. La Chiesa di San Francesco della Vigna nella Venezia del ‘500, Torino: Einaudi, 1983, p. 53.
  63. Tafuri, Venezia e il Rinascimento, cit, p. 93.
  64. Ivi, I,8,13.
  65. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XIX.
  66. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 224-225.
  67. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XXII.
  68. Vasoli, Profezia e ragione, cit., p. 224-225.
  69. Salomone, Giobbe, Ermete Trismegisto, Platone, Orfeo, Pitagora e Zoroastro.
  70. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XX.
  71. Il numero corretto risulta essere 1.124.000.727.777.607.680.000, che corrisponde a 22!, il numero delle stelle presenti nel nostro universo. Questo numero è il prodotto fattoriale del numero delle lettere dell’alfabeto ebraico, anche in questo caso inteso come matrice dell’intera realtà.
  72. Ivi, p. XXII.
  73. Campanini, Saggio introduttivo, cit., p. XXIII.
  74. Ivi, p. XXIV.

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