Bibliomanie

Dal Mineirazo a Bolsonaro: calcio, cultura e politica nel Brasile del ventunesimo secolo
di , numero 52, dicembre 2021, Saggi e Studi, DOI

Dal <em>Mineirazo</em> a Bolsonaro:  calcio, cultura e politica nel Brasile del ventunesimo secolo
Come citare questo articolo:
Paolo Demuru, Dal Mineirazo a Bolsonaro: calcio, cultura e politica nel Brasile del ventunesimo secolo, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 52, no. 3, dicembre 2021, doi:10.48276/issn.2280-8833.9539

1. Prologo
Nel giugno del 2013, in occasione della Confederation Cup, milioni di brasiliani scendono in piazza per protestare “contro tutto” e “contro tutti”, per riprendere un titolo del quotidiano “Folha de São Paulo” divenuto emblematico del caos politico-semantico che aleggiava in quei giorni sul paese. Scaturite a inizio giugno a causa del caro trasporti, le manifestazioni passano poi, nel giro di una settimana, a contemplare una serie nebulosa e variegata di temi e rivendicazioni: contro il “sistema”, contro la “casta”, contro la corruzione, per la sanità e l’istruzione pubblica, contro la riforma costituzionale n. 37, per il trasporto pubblico gratuito, contro la FIFA e la costruzione degli stadi per i mondiali del 2014 che si sarebbe tenuti da lì a un anno. Le principali avenidas delle metropoli brasiliane, come la Avenida Paulista di San Paolo, vengono invase da una moltitudine di bandiere nazionali, drappi verde-oro e maglie della seleção, la nazionale di calcio brasiliana, note anche come uniformi canarinho. Parte dei manifestanti osteggia apertamente la presenza dei partiti politici, colpevoli, secondo loro, di voler saccheggiare le proteste. Si fa largo l’idea che a protestare non sia una parte della popolazione, ma il Brasile intero, la nazione tutta, in coro, all’unisono, come paiono testimoniare, oltre alle bandiere e alle maglie della seleção, i versi dell’inno brasiliano cantanti in piazza e condivisi come hashtag sui social dai dimostranti. Si afferma l’immagine di un Brasile in crisi, in cui non solo il trasporto pubblico è allo sbando, ma anche “tutto il resto”. Un’immagine che smantella in un baleno la percezione del Brasile “potenza emergente” e “paese del futuro” che aveva caratterizzato i precedenti governi del Partido dos Trabalhadores (PT) e i mandati di Luis Inácio Lula da Silva (2002-2006; 2006-2010)1.
Sebbene non si dirigano esplicitamente a lei, ma al ceto politico in generale, una delle prime figure politiche a fare le spese dei moti del giugno del 2013 è la presidente della Repubblica in carica Dilma Rousseff, eletta nel 2010 tra le fila del PT. Nella partita inaugurale della Confederation Cup, Rousseff viene fischiata e insultata da una buona fetta del pubblico presente allo stadio, nonché da numerosi account di Facebook e Twitter. In diretta nazionale, la “Rede Globo”, principale rete televisiva e gruppo editoriale del paese, inquadra a lungo cartelli che riportano il seguente motto: “queste proteste non sono contro la seleção, ma contro la corrupção (corruzione)”. Si tratta di un’allusione all’inchiesta sul cosiddetto mensalão, nell’ambito della quale membri del PT erano stati accusati di aver pagato tangenti a deputati e senatori di schieramenti diversi in cambio di voti favorevoli alle leggi proposte dall’esecutivo2.
È tuttavia negli anni seguenti che il malcontento verso Dilma, il PT e Lula aumenta. Alle elezioni politiche dell’ottobre del 2014, nonostante le critiche provenienti da più parti sui fondi spesi per i mondiali di calcio ospitati dal Brasile a giugno-luglio di quell’anno, Dilma è rieletta al ballottaggio con il 51,64% dei voti. Immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati, il candidato sconfitto, Aécio Neves, del PSDB, mette in discussione la vittoria di Rousseff, accusando il PT di frode elettorale. Su richiesta di Neves, il Tribunal Supremo Eleitoral (TSE) riesegue il conteggio dei voti, senza tuttavia rinvenire traccia di brogli.
Con il paese diviso in due, una maggioranza ancora da verificare e i sospetti di frode che continuano ad accerchiarla nonostante il verdetto del TSE, Dilma non inizia il suo secondo mandato con il piede giusto. A ostacolarne la ripresa si aggiungono, poco dopo, l’acuirsi delle crisi economica e la ribalta mediatica della Operação Lava-Jato, nota anche come la “Mani Pulite” brasiliana, che a marzo del 2014 aveva iniziato a indagare su un presunto schema di tangenti al cui centro si collocavano, ancora, il PT e la statale petrolifera Petrobras, vanto dei precedenti governi del partito. Convocati dai movimenti Vem Pra Rua e Movimento Brasil Livre, il 15 marzo del 2015 milioni di brasiliani vestiti, ancora una volta, con le uniformi verdi-gialle della nazionale di calcio, manifestano contro Dilma, invocandone l’impeachment. I venti nazionalisti che si erano innalzati nel giugno del 2013 riprendono con forza a soffiare. Come prima, è nuovamente “Il Brasile” a scendere in piazza, questa volta contro nemici precisi: Dilma, Lula e il PT. Un’immagine la cui costruzione si deve anche, e soprattutto, al ruolo dei media broadcast brasiliani, “Rede Globo” in testa, i cui notiziari davano ampio spazio alle proteste, enfatizzandone il carattere “spontaneo”, “patriottico” e “nazionale”, come se fosse “Il Brasile”, nella sua totalità e compattezza, a protestare contro il Partido dos Ttrabalhadores e i suoi leader.
Le proteste si susseguono con eguale densità nel corso di tutto il 2015, finché a dicembre, l’allora Presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, decide di accogliere una delle diverse richieste di impeachment presentate dall’opposizione. Con l’appoggio dei media, la stragrande maggioranza dei voti in parlamento e i bassi indici di gradimento, scesi al 10%, Dilma viene definitivamente deposta a fine agosto 2016, lasciando l’incarico al suo vice Michel Temer, il cui partito (PMDB) aveva votato compatto a favore dell’impeachment.
Nel frattempo, le inchieste e i processi della Operação Lava Jato continuano, culminando, ad aprile 2018, nell’arresto di Lula. La sentenza, proferita dal giudice Sergio Moro, simbolo della Lavajato, divenuto poi Ministro della Giustizia di Bolsonaro, condanna Lula a 9 anni di carcere. La pena viene poi aumentata in appello a 12 anni, impedendo di fatto al leader del PT di disputare le elezioni, previste nel novembre successivo. In testa ai sondaggi, Lula viene sostituito da Fernando Haddad, ex-sindaco di San Paolo e Ministro dell’Istruzione dal 2005 al 2012. Al secondo posto nelle intenzioni di voto, il deputato Jair Messias Bolsonaro – che nell’aprile del 2016 aveva dedicato il proprio voto a favore dell’impeachment di Rousseff a Carlos Brilhante Ustra, colonello che torturò l’ex-presidente negli anni della Dittatura Militare – costruisce una campagna elettorale incentrata sull’odio al PT e sulla continuità tra Lula, Dilma e Haddad.
Non solo. Tutta la sua comunicazione, sviluppatasi principalmente sui social e, in particolare, su WhatsApp3, si fonda sulla stessa opposizione tra Lula, Dilma, il PT e il Brasile emersa durante le proteste del 2015 per l’impeachment di Rousseff. Infusi di toni verde-oro, bandiere e versi dell’inno nazionale, gli spot, il sito, i profili social e i gruppi pubblici di WhatsApp di Bolsonaro e dei bolsonaristi sono emblematici della appropriazione dei simboli, dei colori e del tema della nazione da parte del futuro presidente. Bolsonaro passa a incarnare la patria, costruendosi come l’unico rappresentante legittimo del Brasile, di tutto il “popolo brasiliano”. Lo slogan della sua campagna, O Brasile acima de tudo, Deus acima de todos (Il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti), condensa in modo chiaro e diretto la sovrapposizione totale e l’inscindibilità tra la figura di Bolsonaro e quella della nazione. Così facendo, Bolsonaro traccia un filo rosso – o sarebbe il caso di dire, gialloverde – tra i moti del giugno 2013 (in cui bandiere, inno e divisa della nazionale di calcio avevano iniziato a simboleggiare l’indignazione e la rivolta popolare contro “il sistema” e la sua anima “corrotta”), le manifestazioni per l’impeachment di Dilma Rousseff e “l’antipetismo” fomentato dalle inchieste della Lava Jato contro Lula e il suo partito. È così che, incorporando la lotta del Brasile contro i suoi nemici, vestendo anche lui l’uniforme della seleção, che Bolsonaro vince le elezioni presidenziali del 2018.
Ma non finisce lì. Quella divisa Bolsonaro e i suoi seguaci continuano a indossarla anche negli anni successivi, durante le loro consuete manifestazioni contro l’establishment e i poteri forti: in quelle contro il distanziamento sociale imposto dai governatori statali per far fronte alla pandemia di Covid-19, in quelle contro la Corte Suprema o in quella del 7 settembre 2021 in appoggio al suo governo, in cui Bolsonaro, paventando un nuovo rischio di brogli alle elezioni del 2022, ammette apertamente la possibilità di compiere un colpo di stato.
Ora, che cosa significa questo incessante ritorno della divisa della nazionale di calcio brasiliana nel corso degli eventi che portano dal giugno del 2013 all’elezione e al governo di Bolsonaro? Qual è il suo ruolo? Come si passa dalla sua apparizione nel giugno del 2013 alla campagna di Bolsonaro? Che cosa c’entra, insomma, il calcio, nella vita pubblica del Brasile dell’inizio del ventunesimo secolo? La sua intromissione nella recente storia politica e sociale del paese si limita all’apparizione dell’uniforme della seleção e alla sua appropriazione da parte dei movimenti e dei partiti di destra ed estrema destra avversi al PT o c’è sotto qualcos’altro? In una battuta: come il calcio spiega il Brasile dell’inizio del ventunesimo secolo?4
Sono queste alcune delle domande a cui proverò a rispondere in questo saggio. Per farlo sarà pero necessario partire da un evento importante, omesso volontariamente nella ricostruzione qui sopra: la sconfitta per 7-1 della nazionale brasiliana contro la Germania ai mondiali del 2014, in casa, nello stadio “Mineirão” di Belo Horizonte, che poi a quell’episodio diede il nome: il Mineiraço, termine accrescitivo che sta a sottolineare la portata e il peso dell’accadimento, o meglio, come è stato definito, della “tragedia nazionale”5.
La prospettiva teorico-metodologica su cui si fondano le pagine a seguire è quella di una semiotica che combina analisi micro di testi, pratiche e discorsi specifici e analisi macro di configurazioni socioculturali più ampie e trasversali, che vanno alla ricerca delle connessioni e delle sovrapposizioni tra semiosfere diverse – calcio, politica, media, religione, etc. – costruendo tra esse serie di relazioni passibili di fornire interpretazioni dense del fenomeno in esame6.

2. Il Mineiraço
Alle ore 17:00 dell’8 luglio del 2014, allo stadio Mineirão di Belo Horizonte, inizia la semifinale dei mondiali FIFA di calcio. A giocarsi l’accesso alla finale si trovano il Brasile, padrone di casa, e la Germania, tra le favorite, assieme alla nazionale canarinho, alla conquista del torneo. All’undicesimo del primo tempo Müller segna la prima rete della partita, portando la Germania in vantaggio per 1-0. Klose raddoppia al ventitreesimo: 2 a 0 e palla nuovamente al centro. E fin qui il corso degli eventi rientra ancora negli script di una normale partita di pallone, sia pure di una semifinale mondiale. Quel che sfugge a qualsiasi orizzonte di prevedibilità è invece quel che accade nei cinque minuti successivi: dominio assoluto della Germania, Brasile allo sbando e altri tre gol tedeschi: terzo e quarto gol di Kroos al ventiquattresimo e al ventiseiesimo, quinto di Khedira al ventinovesimo. Quattro gol in 6 minuti. Punteggio complessivo: Germania 5, Brasile 0. Il tutto in meno di mezz’ora di gioco. A Belo Horizonte, Minas Gerais, Brasile, in casa della nazionale cinque volte campione del mondo.
Finirà, com’è noto, con il risultato di 7-1 per la Germania. L’allenatore Luiz Felipe Scolari, e assieme a lui diversi giocatori della seleção, dinanzi alle domande dei cronisti che chiedevano spiegazioni su cosa fosse successo in quei sei minuti fatali per il Brasile, risposero definendoli come qualcosa di “inspiegabile”, un “blackout”, un “incubo”. Neymar, stella della seleção, fuori dalla semifinale contro i tedeschi a causa di una contusione a una vertebra subita nei quarti, proferì il seguente verdetto: “Non c’è spiegazione, se Dio ha permesso che ci succedesse questo è perché più avanti sorrideremo”7.
Mi soffermerò più avanti su questo riferimento al “volere di Dio” e sul rapporto tra calcio, politica e religione, cruciale, come intendo mostrare, per comprendere l’ascesa di Bolsonaro alla Presidenza. Per capirne a fondo le ragioni storiche, culturali, sociali, politiche e semiotiche, bisognerà però arrivarci passo dopo passo, interrogandosi, anzitutto, sull’impatto di quel 7-1 nella vita di un paese già scosso dai moti di giugno 2013, le proteste contro la FIFA e i fondi pubblici utilizzati per prepararsi a ospitare i mondiali del 2014, le sentenze del Mensalão e le prime indagini della Lavajato.

3. La calcistizzazione della politica8
In molti tra giornalisti e accademici si sono chiesti se la recente storia del Brasile sarebbe andata diversamente nel caso in cui il Brasile avesse vinto quel mondiale, o se almeno lo avesse perso degnamente. Dilma avrebbe vinto le elezioni dell’ottobre del 2014 con un margine più ampio? Avrebbe avuto più appoggio in parlamento? I suoi indici di gradimento sarebbero saliti? La percezione della crisi sarebbe stata minore? L’impeachment avrebbe avuto l’appoggio politico e popolare che ha avuto? E Bolsonaro?
Il solo fatto che domande come queste siano state poste e abbiano circolato nel dibattito pubblico è significativo dell’importanza che il calcio riveste nel paese sudamericano. Difficile rispondergli, tanto adesso quanto allora. Quel che si può fare è però formulare alcune ipotesi sull’impatto del 7-1 nella costruzione del sentimento di appartenenza nazionale e del celebre orgulho de ser brasileiro (l’orgoglio d’essere brasiliano), espressione ampiamente diffusa e utilizzata in diversi campi della vita pubblica e privata brasiliana9. Ed è qui che un approccio di tipo sociosemiotico e semiotico-culturale può mostrare la sua valenza euristica, tornandosi utile anche a chi sul fenomeno ha riflettuto da altri punti di vista. La semiotica sposta infatti il problema su un altro piano, in cui a essere pertinenti non sono più le relazioni di causa-effetto tra l’evento, i dati socioeconomici che costituiscono lo sfondo su cui esso irrompe, e le sue possibili conseguenze, quanto piuttosto i rapporti di significazione tra le sfere discorsive entro cui si inscrive e che chiama in causa, anch’esse veicoli di trasformazione all’interno del corpo sociale, tanto quanto il 7-1, il PIL, le statistiche sull’occupazione. In questo caso, la questione diviene una questione di circolazione e traduzione di valori, temi, figure, umori e passioni in gioco nell’universo socioculturale, suscettibili di riconfigurare, a partire da nuove fratture e combinazioni di senso, narrazioni, pratiche, identità e sensibilità collettive.
Detto questo, svelo subito la mia ipotesi. Di certo non si può dire che Dilma sia caduta a causa della sconfitta della seleção in quella semifinale, né che l’elezione di Bolsonaro abbia legami diretti ed esclusivi con il 7-1. Come è stato mostrato, diversi sono i fattori sociali, politici ed economici che hanno condotto alla prima e, successivamente, alla seconda: le inchieste sulla corruzione, le proteste del giugno 2013, la diminuzione del PIL dovuta in primo luogo alla crisi del mercato internazionale delle commodities, i primi segnali dell’aumento della disoccupazione, l’incapacità del PT di comprendere le nuove esigenze del paese, promesse elettorali non compiute, così come falle nella comunicazione e nelle campagne elettorali del partito10.
Tuttavia, il Mineiraço pare aver innescato un moto semiotico peculiare: inscrivendosi nel solco scavato dalle proteste del giugno 2013, il 7-1 contro la Germania sembra aver favorito la migrazione di pratiche, discorsi, affetti e passioni tipici della semiosfera calcistica verso quella della politica. Il tutto grazie alla mediazione di vecchi e nuovi media, che hanno contribuito a trasformare il Brasile in una sorta di “paese-stadio”, in cui la contesa politico-elettorale ha assunto i contorni di un duello tra tifoserie.
Riprendendo un’espressione già utilizzata in altri contesti e occasioni, si potrebbe dire che il Mineiraço avrebbe favorito, riaccendendo la fiamma dei moti di giugno 2013, un processo di “calcistizzazione della politica brasiliana”. Più specificatamente, il 7-1 pare aver dislocato sul terreno della narrazione politica la ricerca del senso d’appartenenza nazionale che la narrazione calcistica sulla seleção era stata storicamente capace di esprimere e soddisfare11. Detto altrimenti, il discorso politico avrebbe fornito materia e sostanza espressiva per ridare forma all’orgulho de ser brasileiro martoriato dal trauma del 7-1.
Come ogni trauma anche il Mineiraço pone dunque il problema della sua elaborazione semiotico-discorsiva12. Elaborazione che, nel caso del Mineiraço, non si è data, né a parole e né a fatti. “Non so che cosa dire”, “non c’è spiegazione”, ripetevano Neymar e compagni commentando il 7-1, quasi a sancire quest’impossibilità di “testualizzare” il colpo subito. D’altra parte, va ricordato che non c’è stata redenzione nemmeno sul terreno di gioco: ai mondiali del 2018 il Brasile è stato eliminato ai quarti di finale dal Belgio, e nonostante la Copa America vinta nel 2019, il trauma non è stato ancora sportivamente superato. Al contrario, come sostengo in queste pagine, è tracimato con veemenza nel campo della politica, attraverso la presa in carico, da parte di quest’ultima, delle formule narrative e delle pratiche semiotiche dell’universo calcistico, con tutto il loro portato valoriale, tematico, enunciazionale, figurativo, estesico e passionale.
v 4. Un gioco di traduzioni
Due sono i modi in cui questo è successo. Il primo ha a che vedere con l’uniforme canarinho, apparsa per la prima volta nelle manifestazioni del giugno del 2013. Simbolo della brasilianità e dell’orgoglio nazionale, la divisa giallo-verde con lo stemma della Confederação Brasileira de Futebol (CBF), sopra il quale campeggiano le 5 stelle corrispondenti ai 5 titoli mondiali, è riemersa con forza durante le prime manifestazioni a favore dell’impeachment di Dilma, nel marzo del 2015, dopo appena tre mesi dall’inizio del suo secondo mandato. Da lì in poi, ha continuato a far parte del panorama simbolico e iconografico della scena politica brasiliana, venendo assurta da Bolsonaro a divisa ufficiale per i suoi bagni di folla.
In altre sedi ho analizzato in dettaglio l’emergenza e il ruolo dei simboli nazionali, maglia della nazionale inclusa, nel processo politico-mediatico che ha portato dai moti del 2013 all’elezione di Bolsonaro13. L’ho fatto però a partire di un punto di vista generale, che considerava bandiera, inno, colori e uniforme della seleção come parte di un unico continuum simbolico, senza addentrarmi nelle peculiarità, nelle ragioni e nelle logiche di ognuno. Arricchendo il corpus e gli spunti di quella analisi, vorrei ora provare a problematizzare in modo più specifico l’uso e le traiettorie di senso della divisa canarinho nel medesimo percorso.
A questo proposito, in conformità con l’ipotesi prima presentata, mi pare che si possa affermare che una delle ragioni per cui i manifestanti che scendono in piazza a favore dell’impeachment di Dilma indossano la divisa della nazionale di calcio brasiliana vada ricercata esattamente nel trauma del 7-1 e nella sua mancata elaborazione. In qualche modo, il fatto che quella bandiera riappaia in piazza a meno di anno dalla tragedia del Mineiraço pare indicare un desiderio represso e inespresso di rivalsa, la voglia di giocarsi un’altra partita in cui ridare spolvero e dignità al nome e alla storia del Brasile, una partita grazie a cui la comunità – o meglio, una parte del collettivo che si è arrogata il diritto di rappresentarsi come la “nazione intera” – sarebbe potuta tornare a riconoscersi e orgogliarsi di sé stessa.
Colto entro questa prospettiva, non pare fortuito il fatto che quella tra i movimenti e partiti anti-PT e Dilma che hanno condotto, nel 2016, all’impeachment della presidente, sia stata descritta e vissuta, sia dai manifestanti stessi, sia dai vecchi e dai nuovi media, come una contesa tra “Il Brasile” e il “PT”, “Dilma e Lula”. “Il Brasile scende in piazza contro Dilma e Lula e a favore di Moro”, titolava ad esempio il quotidiano “O Globo” il 16 marzo del 2015, nel giorno seguente alla prima manifestazione per l’impeachment di Rousseff. Pagine e pagine di giornali, riviste, siti web, profili Facebook e Twitter di figure pubbliche a favore della caduta della presidente hanno insistito nell’enfatizzare questa opposizione figurativa e cromatica: da una parte i verde-oro con la maglia della seleção, dall’altra i rossi del PT, compagni di Lula e Dilma, raccontando di fatto la lotta politica dell’impeachment come se fosse una vera e propria partita di pallone.
Si specifica così l’antagonismo, ancora per certi versi ambiguo, del giugno 2013. Se in quel caso il Brasile protestava “contro tutto” e “contro tutti”, e Dilma pareva essere una tra i tanti nemici del popolo appartenenti alla classe politica, in questo caso siamo di fronte all’individuazione di un’opposizione precisa tra la nazione e i suoi principali antagonisti: di nuovo, Dilma, Lula e il PT, accusati di aver mandato il paese in rovina, nonostante, in quel periodo, le cose non andassero ancora, economicamente parlando, così male14. Tanto i primi quanto i secondi sono raffigurati come competitor politici supportati dalle loro rispettive tifoserie, che ridono o piangono quando la loro squadra perde o vince. Sotto questo profilo, anche la gioia della vittoria, come quella immortalata sul sito della “Folha de São Paulo” il giorno in cui il sì all’impeachment ha ottenuto una schiacciante maggioranza alla Camera dei deputati (Fig. 2), rafforza il frame della calcistizzazione della politica utilizzato e divulgato dai grandi media.

Figura 1. Pagina principale de sito web del quotidiano Folha de São Paulo (15 marzo 2015)
Figura 2. Pagina principale de sito web del quotidiano <em>Folha de São Paulo</em> (17 aprile marzo 2016)

E qui giungiamo alla seconda modalità attraverso cui l’immaginario calcistico e il trauma irrisolto del 7-1 si è riversato, via media, nel campo della narrazione politica. La rappresentazione precisa delle due squadre in campo, con i loro relativi colori e bandiere – da un lato i gialloverdi per l’impeachment e dall’altro i rossi pro-governo – è stata parallelamente accompagnata dalla diffusione di una serie di altri simboli, temi, figure tipicamente calcistici: l’incitazione al tifo attraverso l’ampia e dettagliata copertura delle manifestazioni anti-Dilma (mentre quelle a suo favore non ricevevano lo stesso trattamento); il giorno scelto per la votazione dell’impeachment alla Camera: domenica, giorno storicamente riservato alle partite alla fruizione degli eventi calcistici; la costruzione dell’attesa del match, che ha dato spazio alla rappresentazione di pratiche solitamente associate alla visione collettiva delle partite di calcio, come, ad esempio, il churrasco, ovvero, la grigliata brasiliana; la diretta televisiva che aggiornava, deputato dopo deputato, il punteggio della votazione15. Un’architettura di rapporti micro e macro-semiotici che si inscrive, a sua volta, entro un regime di interazione in cui prevale la logica del contagio estesico tra i partecipanti. Come se ci si trovasse in curva, allo stadio, in uno spazio, ovvero, dove a definire il senso e l’esperienza del tifare è anzitutto il contatto corpo a corpo con chi condivide l’amore per la propria squadra e l’avversione, anch’essa sensibile, per l’altro contro cui si parteggia. Si pensi in tal senso ai cosiddetti panelaços, le proteste a suon di pentole e padelle andate in scena sui balconi degli appartamenti di Rio, San Paolo e numerose altre città durante tutto il percorso che ha portato dalle prime proteste del 2015 contro Dilma definitiva approvazione dell’impeachment nell’agosto del 2016. Rimostranze a cui i media hanno dato ampio spazio, favorendo la propagazione del dissenso e dell’ostilità nei confronti di Rousseff e rinsaldando, allo stesso tempo, su basi sensibili, il senso d’appartenenza e di comunità tra coloro che ne desideravano visceralmente la caduta16.
Detto ciò, quel che vale la pena evidenziare a proposito di questo secondo aspetto è il fatto che la parte politica vestita con l’uniforme della nazionale brasiliana abbia umiliato l’avversario. Che non l’abbia soltanto sconfitto, ma annientato, mortificato, ridotto in brandelli e, infine, sbeffeggiato. Immagini come quella più sopra riportate vanno esattamente in questa direzione. Così come ci va l’odio contro Dilma, Lula e il PT scatenatosi sui social dal 2015 in poi, cavalcato poi da Bolsonaro nella sua campagna per le elezioni del 201817. Un dato che ci riporta, ancora una volta, alla mancata elaborazione discorsiva del 7-1. Pare infatti che la tristezza, il rancore, la rabbia causate dalla sconfitta contro la Germania si siano riversate, grazie alla mediazione del discorso mediatico, nella semiosfera politica, trasformandosi, come dicevo, in desiderio di rivincita. Una rivincita, tuttavia, che doveva darsi, e si è data, nelle stesse proporzioni della tragedia del Mineiraço. Una rivincita che per compiersi pienamente non poteva limitarsi a una semplice vittoria, ma doveva sconfinare nell’annichilimento, nella provocazione e nella derisione dell’avversario, come ci si aspetta da un tifoso un po’ troppo appassionato e poco incline al fair play, per usare un paio di eufemismi.

5. La discesa in campo di Bolsonaro
È esattamente ciò che ha fatto Bolsonaro, con la sua comunicazione politica imperniata sulle logiche discorsive dei social media, e in particolare delle pratiche di trolling18. Quello in cui è riuscito Bolsonaro è inserirsi con vigore nel frame discorsivo della calcistizzazione della politica, intercettando e appropriandosi del suo apparato di strutture narrative, temi, figure, pratiche discorsive, assetti plastici e simbolici, maglia della nazionale in primis. Tutta la sua comunicazione riprende l’opposizione tra il Brasile e i suoi nemici emersa durante le manifestazioni per l’impeachment di Dilma con l’irruzione della maglia delle seleção e degli altri simboli nazionali. Si ricordi lo slogan “Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti”. Bolsonaro è il Brasile che lotta contro i suoi nemici, che promette di condurre la nazione alla vittoria, al riscatto, alla riconquista dell’amor patrio. Non solo, Bolsonaro non è soltanto il Brasile che si prende la sua rivincita, ma è il Brasile che annienta e ridicolizza l’avversario, costruendo e promuovendo, nei suoi confronti, odio, rabbia, rancore – passioni al centro del discorso populista contemporaneo19.
Per questo Bolsonaro è solito indossare, in particolare quando scende in piazza ad abbracciare i suoi sostenitori, la divisa della seleção (Fig. 3). Per riaffermare, ancora una volta, un senso di appartenenza nazionale e restituire al “popolo brasiliano” l’orgoglio perduto. In questo senso si può dire che la caduta di Dilma e la vittoria di Bolsonaro alle elezioni del 2018 paiono aver riempito il vuoto causato dal 7-1, costruendo un discorso capace di tradurre sul terreno della narrazione politica il bisogno di rivalsa e riscatto emotivo di una nazione sportivamente traumatizzata. Che poi Bolsonaro lo abbia fatto scatenando e diffondendo odio, rabbia e rancore, è fatto la cui analisi coinvolge necessariamente altri aspetti, in particolare quelli relativi all’influenza dei social media e delle loro logiche semiotico-discorsive nella comunicazione politica contemporanea, il cui studio esula dagli obiettivi di questo saggio.

Figura 3. Bolsonaro durante una manifestazione del 15 marzo 2020 a Brasilia. Fonte: Gazeta do Povo

La lettura qui proposta non vuole certo fornire un’interpretazione ristretta e totalizzante di come abbia preso forma l’attuale scenario politico brasiliano, riconducendo tutto, successo di Bolsonaro compreso, al trauma del Mineiraço. Anche da un punto di vista sociosemiotico, e non soltanto politico ed economico, diverse e sfaccettate sono le dimensioni da tenere in considerazione se si vogliono comprendere i percorsi attraverso cui vi si è giunti. Ciononostante, credo che guardare al 7-1 sia comunque fondamentale per comprendere tanto la caduta di Dilma quanto l’elezione di Bolsonaro. Di fatto, ciò a cui si è assistito è traduzione tra la semiosfera calcistica e quella politica attraverso la mediazione di una terza semiosfera: quella mediatica, a cui si deve la cristallizzazione del frame della “calcistizzazione della politica” qui analizzato. Grazie a questo processo di costruzione di equivalenze, elementi semiotici (valori, temi, figure, simboli come la maglia canarinho, pratiche come la provocazione dell’avversario, umori e passioni come la vergona e l’ira causate da una sconfitta umiliante) sono migrati dalla prima alla seconda semiosfera, trovando un nuovo ambiente semiotico entro cui rivivere e rinnovarsi20.

6. L’evangelizzazione del calcio
Per comprendere fino a fondo il ruolo del calcio nell’elezione di Bolsonaro e nella costruzione della sua idea di Brasile, così come nella riemersione e nell’irrobustimento di un sentimento d’appartenenza e orgoglio nazionale di carattere nazionalista, bisogna però allargare ancora lo sguardo e rivolgerlo verso una quarta semiosfera: quella del discorso religioso. Come la maggior parte dei calciatori brasiliani, Bolsonaro è evangelico. Per essere più precisi, Bolsonaro ha ufficializzato la sua conversione all’evangelicalismo battezzandosi in Israele, nel fiume Giordano, il 12 maggio del 2016, lo stesso giorno in cui il Senato votava l’apertura del processo di impeachment di Rousseff. Anche per questo la sua candidatura è stata sostenuta da figure come Edir Macedo, leader religioso della “Igreja Universal do Reino de Deus” e proprietario del “Grupo Record”, di cui fa parte la “TV Record”, terza rete televisiva del Brasile, e Silas Malafaia, guida spirituale della “Assembleia de Deus Vitória em Cristo”, le due chiese evangeliche più frequentate del paese sudamericano.
Alcuni nomi celebri del calcio brasiliano, come Neymar, Ronaldinho, Rivaldo, Edmundo, Lucas Moura, Felipe Melo, anch’essi evangelici, hanno dichiarato il loro endorsement a Bolsonaro nelle elezioni del 2018. A leggere le loro esternazioni, quel che salta agli occhi è come le figure di Dio, Bolsonaro e del Brasile siano di fatto insperabili l’una dall’altra. «Il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti. @jairmessiasbolsonaro presidente del Brasile!! #patriaamadabrasil (Brasile patria amata) #obrigadojesus (Grazie Gesù), #jesusémeumito (Gesù è il mio mito)», ha scritto ad esempio Felipe Melo il 28 ottobre 2018, quando il risultato del ballottaggio era ormai certo. Sulla stessa linea si sono espressi, tra gli altri, Lucas Moura: «Che sia l’inizio di un tempo nuovo e che, finalmente, il nostro paese inizi a camminare verso una nazione giusta, onesta e prosperosa. BRASILE SOPRA OGNI COSA, DIO SOPRA TUTTI!!!»; Rivaldo: «Felice la nazione il cui Dio è il Signore (…) Auguri, Presidente Bolsonaro, che Dio benedica il tuo mandato»; Edmundo: «Felice la nazione il cui Dio è il Signore. Benedici, Signore, il nostro Brasile»; Dagoberto: «Adesso c’è finalmente qualcuno che mi rappresenta, Il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti. Dio è fedele e giusto». Ronaldinho ha invece espresso il suo appoggio a Bolsonaro con un generico riferimento alla necessità di un «Brasile migliore», affiancandogli lo slogan di campagna del futuro presidente: «il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti».

7. Messia, capitano, mito
In modo del tutto simile a un Neymar che si inginocchia e alza le mani al cielo dopo un gol, Bolsonaro ha iniziato il suo primo discorso da presidente eletto con una preghiera di ringraziamento a Dio. Condotta dal senatore e pastore evangelico Magno Malta, l’orazione recita così:

Abbiamo iniziato quest’avventura pregando. E il movimento di Dio… Nessuno sarà̀ mai in grado di spiegarlo… I tentacoli della sinistra non sarebbero mai stati strappati via senza la mano del Signore (…) Signore mio Dio e mio padre, in questo momento ti siamo grati. Sono stati anni di lotta, anni a parlare con il popolo, chiedendo la tua protezione. A parlare della famiglia, del paese, della cura dei nostri bambini. Dio nella vita, Dio nella vita della famiglia, nella vita del Brasile, lottando contro la corruzione, affrontando tutto e tutti. Questo è un momento di festa, ma è soprattutto un momento di gratitudine (…) Dobbiamo ringraziare il Signore per ciò̀ che ha fatto: ha fatto rialzare Jair Bolsonaro due volte, perché́ il Signore non ha lasciato che la morte se lo portasse via, in un momento di aspettative e di sogni del popolo brasiliano (…)21 Il signore ha unto Jair Bolsonaro e, a partir da oggi, Bolsonaro sarà̀ il presidente di tutti, un presidente che ama la propria Patria, un vero cristiano, un patriota pieno di fede, coraggio e speranza22.

Riecheggiando le parole di Malta, Bolsonaro ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a Malafaia il 30 ottobre 2018, che l’elezione era stato molto difficile e il risultato poteva essere spiegato dall’intervento «dell’amore di Dio»23.
Ma che cosa ha a che fare tutto ciò con la relazione tra il calcio e Bolsonaro? Per rispondere a questa domanda bisogna anzitutto ricordare quanto detto nel precedente paragrafo sul percorso che porta dal giugno del 2013, al 7-1 contro la Germania nei mondiali del 2014, alle manifestazioni per l’impeachment di Dilma e alla campagna di Bolsonaro per le elezioni del 2018.
Si è visto come con i moti del 2013 e l’avanzata delle inchieste anticorruzione del Mensalão e della Lavajato si inizi a instaurare nel dibattito pubblico brasiliano l’idea di un Brasile alla deriva, in piena crisi politica, economica, sociale e morale. Inserendosi in questa traiettoria, la tragedia del Mineiraço irrobustisce a sua volta tale percezione, dando sfogo, sul piano del discorso politico, a brame, impulsi e passioni collettive rimaste inespresse sul piano del discorso calcistico. In qualche modo, è come se il Brasile di quegli anni avesse perso le redini della propria Storia, o forse anche solo di una storia, nel senso letterale e letterario del termine, ovvero, di un racconto a cui credere, entro cui immedesimarsi e ritrovare la propria identità, il senso di appartenenza alla patria, il proprio orgoglio nazionale. Se a questo aggiungiamo il fatto che il Brasile ha registrato, negli ultimi trent’anni, un aumento esponenziale del numero di evangelici neo-pentecostali24, così come della loro partecipazione nel dibattito politico, in particolare sui social25, si comprende perché un discorso come quello di Bolsonaro, intessuto di toni religiosi e nazionalisti, abbia avuto il successo che ha avuto. Pare infatti che prima ancora dell’“uomo forte”, del “Salvatore della Patria” in carne ed ossa che, unto dal Signore, giunge finalmente a mettere le cose a posto, quello che mancasse al Brasile fosse esattamente la narrazione del Salvatore. Si tratta di una lettura socioculturale profondamente semiotica. La figura di Bolsonaro pare in tal senso aver riempito un “posto vuoto”, assumendo un “ruolo tematico”26 rimasto in vacante, che forse anche qualcun altro avrebbe potuto colmare.
È all’interno di questo frame discorsivo che va letto il plauso ricevuto dall’allenatore Tite nel suo primo anno alla guida della nazionale, iniziato nel giugno del 2016, nel bel mezzo del processo d’impeachment di Dilma Rousseff. Dopo il Mineiraço la CBF aveva optato per un ritorno al passato, richiamando sulla panchina l’ex commissario tecnico Dunga, a capo della nazionale dal 2006 al 2010. Dunga non godeva però di buona fama e non era ben visto dall’opinione pubblica, sia perché il suo stile di gioco era considerato, per essere troppo duro e quadrato, estraneo alla cultura e allo stile calcistico nazionale27, sia per la non certo bella figura fatta ai mondiali sudafricani del 2010, in cui il suo Brasile era stato eliminato ai quarti di finale dall’Olanda.
I risultati ottenuti da Dunga dal 2014 al 2016 non riescono a ribaltare né la sua reputazione, né il trauma del 7-1: il Brasile gioca male e non vince nulla di minimante importante. La cattiva fama e la perdita di fiducia e affetto nei confronti dell’allenatore e della seleção continuano a consolidarsi. Dinanzi a quest’impasse, la CBF decide di smuovere le acque: licenzia Dunga e annuncia Tite come nuovo allenatore.
Ex allenatore del Corinthinas, che sotto la sua guida aveva conquistato, nel 2012, la sua prima Copa Libertadores, massima competizione di club sudamericana (equivalente, in termini d’importanza, della Champions League europea), Tite vince e convince. Dal giugno del 2016, quando viene ufficializzato il suo contratto, a fine anno sono 6 vittorie su 6 partite. In testa al proprio girone di qualificazione ai mondiali del 2018, il Brasile sembra aver riacquistato un minimo del suo antico splendore.
E qui succede qualcosa di semioticamente peculiare, che ha ancora a che vedere con la sovrapposizione tra la semiosfera calcistica e quella politica. Sui social qualcuno inizia a proporre Tite come Presidente della Repubblica Brasiliana28. Nel marzo del 2017, un sondaggio gli attribuisce il 15% dei consensi29. Lui chiede di farla finita con lo «scherzo». Dice che la politica «è una cosa seria», che questa storia della candidatura alla presidenza lo mette a disagio e che «la sua missione è un’altra»30.
Ed ecco il tema del “posto vuoto”, del ruolo tematico del “Salvatore della Patria” rimasto vacante a cui mi riferivo in precedenza. È esattamente in questo solco che si instaura il discorso mistico-calcistico-patriottico (e militare, come specificherò a momenti) di Bolsonaro. Il vuoto in cui fa breccia lo slogan “il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti” non è un mero vuoto di rappresentanza politica, ma un “vuoto narrativo” dai confini ben più ampi.
Per comprendere appieno la portata della mossa di Bolsonaro, vale la pena soffermarsi sui suoi nomi e soprannomi e sull’uso che ne è stato fatto, che con questo vacuo hanno direttamente a che vedere.
Ora, il nome completo di Bolsonaro è Jair Messias Bolsonaro. Messia. Colui che nell’Antico Testamento, è «unto dal Signore», «l’unto per eccellenza, inviato dal Signore come re e Salvatore del popolo eletto» e, in senso figurato, «salvatore o liberatore mandato da Dio, la persona da cui si spera che, attuando profondi rivolgimenti politici e sociali, possano venire tempi nuovi e felici», come ricorda l’Enciclopedia Treccani31. In diverse occasioni, lo stesso Bolsonaro ha scherzato, ma neanche poi così tanto, sul ruolo e sul destino conferitogli dal suo nome. Il giorno di Pasqua del 2020, ad esempio, il presidente ha paragonato il suo essere sopravvissuto all’attentato subito a Juiz de Fora il 6 settembre 2018, durante la campagna elettorale, alla resurrezione di Cristo. Durante un incontro con alcuni leader religiosi brasiliani, Bolsonaro ha affermato: «vorrei dire qualcosa, visto che stiamo parlando di resurrezione. Io non sono morto, ma ci sono andato vicino (…) E poi è successo un altro miracolo: non avevo il profilo per diventare presidente. Non avevo chance di vittoria. Non avevo neanche un partito fino a Marzo 2018».
Per quanto riguarda invece i suoi soprannomi, due sono gli epiteti da osservare con attenzione. Il primo è “capitano”. Ex-capitano dell’esercito, Bolsonaro insiste spesso, oltre che sul frame religioso, su quello militaresco, trasponendo la figura del comandante che guida le sue truppe sul fronte nell’orizzonte della comunicazione politica. Strategia non certo nuova, ma che ha assunto, nel caso di Bolsonaro, un peso rilevante, specie dinanzi al fatto che una guida forte, sia nel campo della politica, sia in quello del calcio – Tite insegna –, era proprio ciò di cui si sentiva la mancanza.
Il secondo è “Mito”, termine ripetutamente usato dai seguaci di Bolsonaro per riferirsi al loro leader. Certo, “mito” è anzitutto utilizzato come sinonimo di “star”, “celebrità”. Come a ribadire che Bolsonaro “è un grande”, per usare una formula ricorrente nella lingua italiana. C’è però di più. Se ne si vogliono cogliere per intero le potenzialità e sfumature, la parola va anche intesa nel senso antropologico-semiotico del termine, e cioè come un racconto in grado di fornire una spiegazione di un certo stato di cose e rispondere a esigenze generali di comprensione del mondo, come ci è stato insegnato da Lévi-Strauss, Dumezil, Greimas e altri ancora.
Ebbene, prima ancora che come candidato, Bolsonaro è emerso e si è affermato nello scenario non solo politico, ma socioculturale brasiliano come un “mito” nel senso etimologico del termine: “parola”, “racconto”. Un “racconto giusto”. O meglio, “Il racconto giusto al momento giusto”. Un racconto efficace. Efficace perché capace, con i suoi riferimenti all’universo simbolico cristiano-calcistico-militare, e in particolare alla figura del Salvatore della Patria, di riempire un vuoto narrativo. Perché in grado, come il mito, di connettere campi diversi della cultura e della società – politica, calcio, religione – dandone una spiegazione coerente e cognitivamente ed emotivamente accattivante. Perché in grado, come il mito, di unire la comunità sotto il suo racconto.

8. Tutte le divise del presidente
A proposito di riempimento di vuoti e occupazione di posizioni narrative, c’è un altro aspetto della persona pubblica di Bolsonaro che ha a che fare con il calcio e con il modello di Brasile che emerge dal suo racconto. Si tratta dell’uso costante, da parte del presidente, non solo della divisa della seleção, ma anche di altre maglie di club brasiliani, da quelli più celebri, come Palmeiras, Flamengo, Botafogo, ad altri meno noti e importanti, che militano in serie minori, tra cui ad esempio il Remo e il Paysandu, le due squadre di Belém do Pará.
Nessun presidente prima di Bolsonaro aveva mai vestito, di sua spontanea volontà e in occasioni non ufficiali, così tante divise. Come ha calcolato Figols, a dicembre 2020 Bolsonaro aveva indossato 81 uniformi diverse32 (Fig 4).
Una pratica del genere non è di solito molto ben vista, in particolare dai tifosi delle squadre rivali a quella di cui si fa il tifo. Bolsonaro, ad esempio, ha sempre detto di tenere in primis per il Palmeiras, squadra di San Paolo fondata da migranti italiani e, poi, a Rio de Janeiro, città in cui risiede, per il Botafogo. Quando si è fatto ritrarre con addosso la divisa del Cortinhinas Paulista, storico avversario del Palmerias, i tifosi non l’hanno presa bene. Ciononostante, Bolsonaro continua a postare selfie e foto su Instagram e altri social in cui sfoggia maglie di squadre provenienti da ogni angolo del Brasile. Per quale ragione? Che cosa intende comunicare con questa sfilata di uniformi? E come essa si relaziona con la sua narrazione politica, o meglio, antipolitica?
Anzitutto, come è già stato notato33, dietro questa strategia si cela la volontà di “unire il paese”. Vestendo le maglie di club minori, spesso di città piccole o medie dell’entroterra brasiliano o delle periferie metropolitane, Bolsonaro dà voce e visibilità, portandole sul palco della scena politico-mediatica, a realtà spesso dimenticate o che non trovano molto spazio nel dibattito pubblico. D’altro conto, questa operazione dà luogo a una duplice connessione semiotico-culturale e geografica: da un lato, la parata di uniformi presentifica una rete, una trama, un legame tra aree spesso anche profondamente diverse del Brasile; dall’altro essa inserisce quest’ultime entro una globalità – il Brasile – attribuendogli un posto all’interno di un “tutto”, di una collettività che ne riconosce le particolarità.
Abbiamo dunque a che fare con due tipi di legami: un legame orizzontale, che connette le parti tra loro, e un legame verticale, che le unisce alla totalità che le ingloba. Un gioco di incastri e concatenazioni tra locale e globale che incontra nell’uso delle uniformi calcistiche una sua specifica espressione, capace di riaffermare, su scale diverse, il senso di appartenenza alla nazione, manifestato, a sua volta, dalla maglia giallo-verde della seleção34.

In secondo luogo, l’uso di tali magliette rafforza uno dei tratti distintivi del discorso di Bolsonaro: la sua presunta “semplicità” e “autenticità”, altro pilastro della retorica social dei leader populisti contemporanei35. Indossare la maglia della squadra di cui si fa il tifo è una pratica ricorrente in Brasile, non soltanto quando ci si riunisce per assistere a una partita allo stadio o in televisione, ma anche in altre banali occasioni di vita quotidiana. Una pratica “comune”, “ordinaria”, che riafferma, attraverso una dimensione somatica e passionale fondata sull’atto di vestire un simbolo socialmente condiviso, l’appartenenza dell’individuo al collettivo36. Rinnovando e dando prestigio istituzionale a un gesto quotidianamente compiuto da milioni di brasiliani, Bolsonaro sembra così porsi sul loro stesso livello. Di più: non c’è, tra lui e i suoi seguaci, tra lui e il “popolo”, alcuna soluzione di continuità. Ciò a cui si assiste è un rispecchiamento reciproco, la simulazione di un corpo a corpo estesico che crea contagio, adesione37. Bolsonaro è il popolo e il popolo è Bolsonaro. Per certi versi, si potrebbe dire che Bolsonaro è al contempo “tutti” e “nessuno”. È “anonimo”, nel senso che non rivela particolarità che lo differenzino dalla “gente comune”38. È un leader “banale”, come un uomo qualunque, come un qualsiasi utente medio di social network39, come un qualsivoglia brasiliano che la domenica si siede davanti alla televisione per vedere giocare la sua quadra mentre esulta e deride i tifosi avversari su Facebook o Instagram.
Infine, la collezione di maglie bolsonarista rivela e corrobora un ulteriore tratto del discorso del presidente brasiliano: l’identità fluida e vaga di Bolsonaro e del Brasile da egli discorsivamente costruito. Da buon populista, Bolsonaro costruisce l’idea di popolo e di nazione come una sorta di “significante vuoto”40 entro cui far transitare e declinare, a secondo del momento e delle esigenze, valori, temi, figure, attori, tempi, spazi diversi. Nel Brasile di Bolsonaro rientrava ad esempio il suo ministro della giustizia, Sergio Moro, annunciato dal presidente come “eroe nazionale” e “simbolo” del “Brasile per bene”. Fin quando, ad aprile 2020, Moro si dimette accusando Bolsonaro di prevaricazione. A quel punto l’ex giudice della Lava Jato passa ad essere additato come “comunista”, da sempre “nemico” della nazione, i cui valori non corrispondono, ne hanno mai corrisposto, a quelli del “Brasile vero” di Bolsonaro.
Tuttavia, una simile lettura non rende interamente conto della complessità e della vaghezza della comunicazione bolsonarsita. Se, da un lato, Bolsonaro e il suo Brasile possono essere considerati come espressioni vuote suscettibili di essere “riempite” e “assemblate” in modo costantemente diverse, dall’altro essi sono in realtà fin troppo “pieni”, nel senso che in essi convivono valori e identità eterogenee e anche potenzialmente contradditorie. Bolsonaro è tifoso del Palmeiras ma veste anche la maglia del Corinthians, è del Botafogo ma veste la divisa del Flamengo, cosa inconcepibile per i tifosi delle due squadre. Non a caso, una delle pratiche discorsive ricorrenti dell’ex capitano dell’esercito è la “contraddizione”. Bolsonaro è a favore e contro i vaccini anti Covid-19, tanto è che non si è vaccinato; Bolsonaro è per il colpo di stato e per la democrazia, è governo e opposizione, è “sistema” – è deputato da oltre trent’anni – ma è “anti-sistema”. Nella sua persona e nel suo racconto di Brasile convivono e possono convivere più anime, le quali si risolvono attraverso un modo d’uso “simbolico”, nel senso echiano del termine, del paese sudamericano e dei suoi emblemi nazionali, tra cui la divisa gialloverde della seleção. Qualcosa che ha a che intimamente a che fare con la forma discorsiva del populismo digitale di inizio millennio. Come sostiene Eco, il modo simbolico risponde infatti a «esigenze di controllo sociale»: un’autorità carismatica «polarizza, sull’ossequenza al simbolo, i dissensi e le contraddizioni, perché nel contenuto nebuloso del simbolo le contraddizioni (potendo tutte convivere) in qualche modo si compongono.»41. È anche questo che fa Bolsonaro con la sua sfilata di uniformi: manifestare le sue contraddizioni interne, mostrare come, all’occorrenza, possano tutte convivere.

9. Conclusioni
Inserendosi nel solco scavato dai moti di giugno 2013, in cui inizia per la prima volta a emergere l’immagine di un Brasile in crisi, il trauma del Mineiraço piomba come un macigno sull’orgoglio nazionale. Non trovando un’elaborazione discorsiva adeguata in nessun campo della vita pubblica brasiliana, la nebulosa di passioni e umori sorti dopo in coda a quella catastrofe sportiva trova sfogo all’interno della semiosfera politica. Dai primi mesi del 2015, con le prime manifestazioni per l’impeachment di Dilma Rousseff, prende corpo un’opposizione fondamentale: quella tra il “Brasile”, “il popolo brasiliano” e “Dilma, Lula e il Partido dos Trablahadores”, colpevoli di aver condotto la nazione alla deriva. A rappresentare, in questa contesa, il “Brasile” riemerge, in primo luogo, la divisa della seleção. Nel passaggio dal calcio alla politica, i media di massa svolgono un ruolo centrale, funzionando come piattaforma discorsiva mediatrice, in grado di tradurre elementi dell’uno nell’altra, e viceversa.
Bolsonaro intercetta questo uragano di emozioni, figure, simboli e valori collettivi. Veste l’uniforme canarinho e si appropria dei simboli nazionali, costruendo un racconto di salvezza che lega giugno 2013 ai movimenti per l’impeachment di Rousseff e alla sua candidatura. Un racconto in grado di elevarlo a epitome della nazione. In grado di colmare, per coloro che vi aderiscono, il vuoto lasciato aperto dal 7-1.
Non è un caso che una delle partite politico-semiotiche più grandi per l’opposizione si sia giocata e continui a giocarsi sulla riconquista dei simboli e dei colori nazionali. Haddad ha provato a riprenderseli al ballottaggio delle elezioni del 2018, sovrapponendo verde e giallo al rosso che caratterizza storicamente l’identità visiva del PT. In occasioni ufficiali, Lula veste spesso una cravatta verde, gialla e blu. Ciononostante, tali mosse non hanno sortito l’effetto desiderato. Resta da vedere cosa succederà durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2022. Al momento in cui scrivo, a ottobre 2021, Lula è in testa ai sondaggi. Bolsonaro segue al secondo posto. Pare che una fetta importante della battaglia si giocherà sulla forma che ognuno darà all’idea di nazione, sul senso che ciascuno riuscirà ad attribuire al sentimento d’appartenenza nazionale.
E il calcio? Come inciderà, se inciderà, in questo percorso? Difficile a dirsi. C’è però un dato da tenere in considerazione. Rispetto agli anni precedenti, il 2022 sarà un anno anomalo. I mondiali non si giocheranno a giugno, come di solito accade, ma a novembre, a elezioni già disputate. Una vittoria della seleção potrebbe essere di buon auspicio per il nuovo presidente eletto. A ver, come si dice in Brasile. Vedremo.

Note

  1. Cfr. Marcos Nobre, Choque de Democracia: razões da revolta, São Paulo, Companhia das Letras, 2013; Eugenio Bucci, Forma bruta dos protestos, São Paulo, Companhia das Letras, 2016; André Singer, O lulismo em crise: um quebra cabeça do período Dilma (2011-2016), São Paulo, Companhia das letras 2018. Fabio Malini. Um método perspectivista de análise de redes sociais: cartografando topologias e temporalidade em rede, in “Anais do XXV Encontro anual da Compós” Goiânia; Universidade Federal de Goiás, 2016. Wilson Gomes, Crônica de uma tragédia anunciada: como a extrema direita chegou ao poder, Salvador de Bahia, Sagga Editora, 2020.
  2. A. Singer, O lulismo em crise, cit.
  3. Raquel Recuero, Discursive strategies form disinformation on WhatsApp and Twitter during the 2018 Brazilian presidential election, in “First Monday”, v. 26, pp. 1-17, 2021.
  4. Il rapporto intimo e profondo tra discorso calcistico e discorso politico in Brasile non è certo appannaggio esclusivo dei primi venti anni del 2000. Al contrario, si tratta di una relazione lunga e antica, che ha sempre accompagnato il farsi e il disfarsi delle narrazioni sul carattere e sull’identità nazionale brasiliana. Si pensi, ad esempio, al modo in cui il calcio servì, a inizio Novecento, per corroborare l’emergente teoria politico-sociale del branqueamento (sbiancamento), secondo la quale il Brasile sarebbe dovuto diventare un paese interamente bianco, liberandosi, poco alla volta, delle sue radici africane e indigene. O, ancora, all’appropriazione, da parte del regime militare, della vittoria delle seleção ai mondiali del 1970, che servì a divulgare, fuori e dentro il paese, l’immagine della cosiddetta “democrazia razziale”, che dipingeva un paese in cui etnie diverse convivevano in armonia. La bibliografia sul tema è estensa e non è possibile presentarla dettagliatamente in questa sede. Per una visione panoramica e recente rimando al numero della rivista Estudos Históricos curato da Bernardo Borges Buarque de Hollanda, João Marcelo Ehlert Maia e Thais Continentino Blank (Bernardo Borges Buarque de Hollanda, João Marcelo Ehlert Maia e Thais Continentino Blank, Futebol, história e política, “Estudos Históricos”, v. 32, n. 68, 2019).
  5. Il termine è mutuato dall’altro grande trauma della storia calcistica brasiliana: la sconfitta della seleção nella finale del mondiale del 1950 contro l’Uruguay, in casa, a Rio de Janeiro, nello stadio Maracanã, costruito appositamente per l’occasione. La sconfitta, riconosciuta anch’essa come una vera e propria tragedia nazionale, passo poi a essere definita e ricordata con il nome di Maracanzo (Cfr. Mario Filho, O negro no futebol brasileiro, Rio de Janeiro, Mauad, 2003).
  6. Cfr. Algirdas Julien Greimas, Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du langage, Paris, Hachette, 1979 (trad. it 1986, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Firenze, La Casa Usher); Anna Maria Lorusso, Semiotica della cultura, Roma, Laterza, 2010. Clifford Geertz, The Interpretation of Cultures. Selected Essays, New York, Basic Books, 1973 (trad. it. 1988, Interpretazione di culture, Bologna, Il Mulino). Jurij M. Lotman, La semiosfera, Venezia, Marsilio, 1985; Jurij M. Lotman, Kul’tura i vzryv, Moskva, Gnosis, 1993 (trad. it., 1993 La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilita, Milano, Feltrinelli, 1); Franciscu Sedda, Imperfette traduzioni. Per una semiopolitica delle culture, Roma Nuova Cultura, 2012. Eric Landowski, les interactions risquées, Limoges, 2005. , Milano, Feltrinelli, 1); Franciscu Sedda, Imperfette traduzioni. Per una semiopolitica delle culture, Roma Nuova Cultura, 2012. Eric Landowski, les interactions risquées, Limoges, 2005.
  7. Qui il video in cui il giocatore risponde alle domande de giornalisti ammettendo la sua incapacità di spiegare l’evento: Para Neymar, não existe explicação para o 7 a 1: ‘Foi um apagão’
  8. Riprendo l’espressione da un testo del 1994 di Alessandro Dal Lago, in cui il sociologo affronta il tema della candidatura di Silvio Berlusconi a partire dalle metafore calcistiche presenti nel suo discorso. Alessandro Dal Lago, Il voto e il circo, in “MicroMega”, 1, 1994, pp. 138-145.
  9. Diversi e di diverso genere sono i testi che richiamano apertamente all’“orgoglio di essere brasiliani”. Non è certo questo il luogo per ricostruirne i percorsi storici e semiotici. Mi limito a citare qualche riferimento in ordine sparso. Nella diffusione dell’uso del motto “orgulho de ser brasileiro” e del termine “orgoglio” in associazione all’amor patrio ha svolto ad esempio un ruolo cruciale la canzone “Grito de Guerra” di Nelson Biasoli, il cui ritornello “Sou brasilierio, com muito orgulho, com muito amor” (sono brasiliano, con tanto orgoglio, con tanto amore), cantato, non a caso, negli stadi durante le partite della nazionale, è stato intonato più volte delle persone scese in piazza nel 2015 e nel 2016 per manifestare a favore dell’impeachment di Dilma Roussff. Frequenti sono poi i sondaggi dei principali istituti di ricerche brasiliani in cui ritorna la domanda sull’orgoglio nazionale, l’ultimo dei quali svolto nel giugno del 2020, a pochi mesi dalla scoppio della pandemia di Covid-19 (https://www.poder360.com.br/pesquisas/67-tem-orgulho-de-ser-brasileiro-diz-datafolha/). Esiste poi una galassia di siti, gruppi e profili social che elencano e discutono i principali motivi per “orgogliarsi di essere brasiliani” (https://www.perviamo.com.br/25motivos-para-se-orgulhar-de-ser-brasileiro/). E si potrebbe continuare ancora a lungo.
  10. Cfr. A. Singer, O lulismo em crise, cit; W. Gomes, Crônica de uma morte anunciada: como a extrema direita chegou ao poder, cit.
  11. Cfr. Paolo Demuru, Essere in gioco. Calcio e cultura tra Brasile e Italia, Bologna, Bononia University Press, 2014)
  12. Cfr. Cristina de Maria, L’archivio, il trauma e il testimone: la semiotica, il documentario e la rappresentazione del reale, Bologna, Bononia University Press, 2012; Patrizia Violi, Il trauma, lo spazio, la storia, Milano, Bompiani, 2014
  13. Paolo Demuru, Simboli nazionali, regimi di interazione e populismo mediatico: prospettive sociosemiotiche, in “Estudos Semióticos”, v. 15, n. 2, 2019.
  14. A. Singer, O lulismo em crise, cit.
  15. Cfr. Paolo Demuru, La crisi brasiliana spiegata con il calcio, visitato il 10 ottobre 2021. Sul rapporto tra la semiosfera sportiva, mediatica e politica, si vedano, inoltre, i lavori di Omar Calabrese, Come nella boxe: lo spettacolo della politica in TV, Roma, Laterza, 1998 e Ivan Colovic, Campo di calcio, campo di battaglia. Il calcio, dal racconto alla guerra. L’esperienza iugoslava, Messina, La piccola Mesogea, 1999.
  16. Cfr. Eric Landowski, Passions sans nom, PUF, 2004; Les interactions risquées, cit.
  17. Esther Solano, O odio como politica, Boitempo Editorial, 2018.
  18. Massimo Leone. Il linguaggio del trolling. Ingredienti semiotici, cause socioculturali ed effetti pragmatici, in “Rivista italiana di filosofia del linguaggio”, 2020.
  19. Gianfranco Marrone, Rancore al potere, visitato il 10 ottobre 2021. Eric Landowski, Crítica semiótica do populismo, in “Galáxia”, n. 44, 2020; Franciscu Sedda & Paolo Demuru, La rivoluzione del linguaggio social-ista: umori, rumori, sparate e provocazioni, in “Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio”, v. 13, n. 2, 2019.
  20. Cfr. J. Lotman, La semiofera, cit.
  21. Il riferimento è all’attentato subito da Bolsonaro il 6 settembre del 2016 a Juiz de Fora, durante un comizio elettorale. Nell’occasione, Bolsonaro è stato accoltellato all’addome e operato d’urgenza all’ospedale di Juiz de Fora. L’attentatore, Adélio Bispo de Oliveira, fu poi dichiarato incapace di intendere e di volere.
  22. Oração de Magno Malta abre pronunciamento de Bolsonaro o novo Presidente do Brasil, visitato il 12 ottobre 2021
  23. Bolsonaro diz que eleição não foi fácil e pode ser explicada pelo ‘amor de Deus’, visitato il 13 ottobre 2021.
  24. Si veda il seguente studio della Fundação de Amparo à Pesquisa di Estado de São Paulo, visitato il 14 ottobre 2021.
  25. Magali Cunha, Os processos de midiatização das religiões no Brasil e o ativismo político digital evangélico, in “Revista Famecos”, 26(1), pp. 1-20, 2019.
  26. A. Greimas & J. Courtés, Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du langage, cit.
  27. Cfr. P. Demuru, Essere in gioco. Calcio e cultura tra Brasile e Italia, cit.
  28. Tite é exaltado pela Fifa e vira até candidato a presidente em memes, visitato il 14 ottobre 2021.
  29. Pesquisa: 15% votariam em Tite se ele fosse candidato a presidente do Brasil
  30. Tite pede fim das brincadeiras sobre candidatura à presidência do Brasil: ‘Fico desconfortável’.
  31. https://www.treccani.it/vocabolario/messia/.
  32. Jogo de poder, visitato il 14 ottobre 2021.
  33. Ibidem.
  34. Sul rapporto tra locale e globale si veda il lavoro di F. Sedda, Imperfette traduzioni. Per una semiopolitica delle culture, cit.
  35. Cfr. Benjamin Moffitt, The global rise of populism. Performance, political style and representation, Stanford, Stanford University Press, 2016.
  36. Cfr. Luiz Henrique de Toledo, (In)Vestindo camisas de futebol: moda e agência na produção das emoções torcedoras, in “Dobras”, v. 12, n. 27, po. 32-46, 2019.
  37. E. Landowski, Crítica Semiótica do populsimo, cit.
  38. Cfr, Franciscu Sedda & Paolo Demuru, Social-ismo. Forme dell’espressione politica nell’era del populismo digitale, “Carte Semiotiche. Rivista internazionale di semiotica e teoria dell’immagine”, n. 6, 2020.
  39. Sul tema della banalità in rapporto ai social media si veda il lavoro di Stefano Bartezzaghi, Banalità: luoghi comuni, semiotica, social network, Milano, Bompiani, 2019.
  40. Cfr. Ernesto Laclau, On populist reason, London, Verso, 2005.
  41. Umberto Eco, il modo simbolico, in “Semiotica e filosofia del linguaggio”, Torino Einaudi, 1984, p. 2040.

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