Bibliomanie

Corpi e resistenze – «Scrivendo, illuminare l’equivoco»: la pratica dell’impegno nella scrittura di Jonathan Bazzi.
di , numero 60, dicembre 2025, Saggi e Studi, DOI

<em> Corpi e resistenze</em> – «Scrivendo, illuminare l’equivoco»: la pratica dell’impegno nella scrittura di Jonathan Bazzi.
Come citare questo articolo:
Irene Dallorto, Corpi e resistenze – «Scrivendo, illuminare l’equivoco»: la pratica dell’impegno nella scrittura di Jonathan Bazzi., «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 5, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13622

Introduzione
Jonathan Bazzi è un giovane scrittore milanese, classe 1985. Ha esordito in campo letterario nel 2019 con Febbre1, romanzo che è stato ben presto caso editoriale sia per la sua candidatura al premio Strega che per l’argomento trattato: una storia autobiografica riguardante una diagnosi di HIV.
Bazzi, fino a quel momento, aveva già praticato la scrittura attraverso articoli per diverse testate online, come “Gay.it” e “Thevision”. Questi interventi riguardavano solitamente tematiche di attualità, oppure nascevano dall’esperienza biografica: Bazzi è cresciuto a Rozzano, in periferia di Milano, e non ha mai nascosto le sue origini e la difficoltà di conciliare questo contesto con la sua omosessualità e il suo carattere.
In seguito, pubblica un secondo romanzo, Corpi Minori2 (2022). Continua nel frattempo la sua attività di collaborazione con numerosi giornali, tra cui “Domani”, “La Repubblica”, “Il Corriere della Sera”. Bazzi è inoltre molto attivo sulla piattaforma di social network Instagram e ha scritto racconti presenti in alcune antologie3, produzione che però non sarà affrontata in questa sede.
Di fronte a una produzione multiforme, verrà introdotta in questo articolo la categoria di impegno e il rapporto, spesso complesso e conflittuale, che Bazzi ha con essa.

Il romanzo e l’autobiografia: qualche precisazione
Prima di proseguire nel discorso, è necessaria un’avvertenza riguardo al rapporto tra la produzione romanziera di Bazzi e l’autobiografia. Prendendo in considerazione Febbre e Corpi Minori, può sembrare che l’opera di Bazzi sia ascrivibile all’autobiografia. In Febbre il protagonista si chiama effettivamente Jonathan e molti aspetti biografici coincidono. La voce narrante di Corpi Minori sembra appartenere alla stessa persona e gli avvenimenti sembrano prendere forma in uno spazio temporale che non è stato trattato nel dettaglio in Febbre. Tuttavia, alcuni elementi sono differenti. Si tratta di piccoli dettagli, tracce lasciate al lettore, che infestano la narrativa, come, per esempio, il nome dei gatti e della prima persona con cui il protagonista ha una relazione, che variano da un libro all’altro. L’autore segnala così la natura indipendente delle due opere letterarie e la separatezza di vita e letteratura.
Si può collocare la produzione di Bazzi nelle scritture ipermoderne dell’io così come teorizzate da Raffaele Donnarumma4. I suoi testi sono spesso collocati nell’ambito dell’autofiction e, come succede ai romanzi di Walter Siti, ciò che ci permette di fare un vero e proprio discrimine tra quest’ultimo e l’autobiografia è «il patto di lettura stabilito spesso più nel paratesto che nel testo5
La presenza della narrazione di sé è infatti centrale nella produzione di Bazzi. Il termine autofiction, che è stato utilizzato precedentemente, non ha una definizione precisa, né nel campo dell’italianistica né al di fuori. «There is no single definition of autofiction either in English or in French6» afferma Dix in Autofiction in English, ricordando però che questo non comporti necessariamente un’assenza di significato, anzi: può indicare un campo vivo e vario, che produce esiti letterari molto diversi tra loro.
La presenza di ambiguità e di ibridazione tra il genere romanzo e quello dell’autobiografia è di particolare interesse per le conseguenze di questo espediente letterario: si tende a trasferire le azioni e i pensieri del protagonista e della voce narrante nei romanzi, con poca accortezza, all’autore. Questo ha contribuito a una certa immagine di Bazzi, dovuta alla sua produzione afferente a tematiche marginali e composta da personaggi LGBTQ+, come autore impegnato, legato all’attivismo7.
Quest’immagine di Jonathan Bazzi e della sua produzione si è diffusa in particolare, come osserva l’autore stesso8, in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, Febbre.
Non a caso, l’autore è spesso inserito nel novero della letteratura gay o letteratura queer. Questo è avvenuto non solo nel processo editoriale, fatto che l’autore stesso considera un «appiattimento, una gestione eteronormata della situazione editoriale9», ma anche nella ricezione accademica: gli studi attualmente esistenti sull’opera di Bazzi si concentrano, infatti, sul tema LGBTQ+ o queer10.
Senza dubbio, questo è un dato positivo dal punto di vista degli studi letterari, in cui le commistioni con gli studi queer e di genere avvengono timidamente e quasi in punta di piedi11. Che conseguenza ha però tutto ciò quando ci si interroga sulla presenza dell’impegno nella produzione di Bazzi?

A proposito di impegno
Si è definito precedentemente Jonathan Bazzi come “autore impegnato”. Il termine di “impegno” ha alle spalle una storia lunga e significativa, per quanto il suo utilizzo sembra essere diminuito nelle poetiche letterarie postmoderniste12.
Berardinelli definisce impegno come la «certezza che la propria coscienza politico-letteraria del presente è il principio da cui dedurre un solo modo storicamente corretto di risolvere il rapporto fra realtà sociale, imperativi politici, forme letterarie13
Raffaello Palumbo, nel suo articolo del 2011 Narrazioni spurie14, rileva quello che definisce un «repentino cambiamento del clima letterario italiano15» a inizio anni Novanta. Appoggiandosi alle considerazioni di Onofri16 e La Capria17, che descrivono un’idea di letteratura sviluppatasi a partire dagli anni ’60 e che privilegia il processo semiotico al fatto realista, Palumbo ne evidenzia la crisi e segnala lo sviluppo di una nuova fiducia nelle «possibilità descrittive ed ermeneutiche del discorso letterario18
Nella letteratura “semiotica” o postmoderna, come è stata definita prima, l’interesse per l’inserimento dell’impegno in letteratura era considerevolmente diminuito, poiché legato invece a quel fatto realista che non aveva più spazio sulla pagina scritta.
Questo concetto viene poi recuperato successivamente. È però evidente che, data questa frattura postmoderna19 tra una concezione e l’altra d’impegno, non si possono continuare ad utilizzare gli stessi paradigmi. Jennifer Burns, nel suo Fragments of Impegno20, riflette su come il passaggio attraverso l’epoca postmoderna abbia frammentato l’impegno. L’approccio che le autrici e gli autori possono adottare non è più olistico: l’impegno diventa individuale e frammentato, si parla di una «fragmentary attention to specific issues21
Questo fa sì che l’autore o autrice porta con sé quella che Donnarumma definisce expertise22, che è legata alla sua identità ed esperienza personale. L’expertise di Bazzi viene prontamente collocata nell’ambito della produzione LGBTQ+ dopo il debutto di Febbre.

Febbre: le diverse forme di un racconto di diagnosi
La tematica centrale di Febbre, elaborata a partire dall’esperienza di vita, era già stata affrontata da Bazzi in un articolo precedente, pubblicato sul sito “Gay.it” e datato 1° dicembre 2016. Il titolo è Jonathan Bazzi: ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto23. L’intento comunicativo di questo articolo è legato non solo a uno scopo di impegno (più che politico, di denuncia), ma anche a quella che verrà riconosciuta come il suo expertise.
L’autore, nel raccontare il suo processo di diagnosi, è molto trasparente: ammette di non provare sentimenti particolari verso questo “ospite” del suo corpo e che la scelta di diffondere la sua diagnosi è in risposta all’esistenza dello stigma verso chi ha HIV e AIDS. Scrive in chiusura Bazzi:

«Vivo questa confessione come un dovere. Faccio parte di questa comunità terrena e celeste, di vivi e di morti. Illuminare le zone oscure dello stigma e del pregiudizio è un atto dovuto verso chi non ha potuto nascondersi.
Verso chi è stato tradito davvero dal corpo.
Verso chi ancora, oggi, muore.
Di paura.
O di vergogna.24»


Il riferimento a «chi non ha potuto nascondersi» e alla «comunità25» ha in sé sia un riferimento storico che uno politico. Nel corso dell’articolo vengono menzionate tre vittime illustri dell’AIDS, ossia Keith Haring, Freddie Mercury e Pier Vittorio Tondelli: tutti e tre accomunati dall’essere artisti e gay. È risaputo come l’AIDS sia un elemento rilevante nella storia della comunità LGBTQ+ e Bazzi sembra consapevole di questo elemento, rifacendosi all’idea di una «comunità terrena e celeste26
Un altro elemento che permette di constatare la portata di impegno politico di questo scritto è la testata per cui l’articolo è stato pubblicato, Gay.it, che, per quanto sia indipendente da partiti politici, è comunque schierata per i diritti della popolazione LGBTQ+.
Alcuni frammenti dell’articolo sono nuclei che si troveranno poi nella trama di Febbre, come il racconto della febbre iniziale seguita a una serata di festeggiamenti e il processo di autodiagnosi di differenti patologie in seguito a quella di HIV che l’io narrante affronta. Inoltre, sono già presenti in questo scritto una serie di procedimenti stilistici che verranno sviluppati nel corso del romanzo (la sezione in cui è il virus a prendere parola, la presa di parola delle “malelingue” che interrompono il racconto, l’uso di frasi brevi e spezzate).
Febbre, pur partendo da queste basi, perde in parte l’intento di denuncia sociale che è stato rilevato precedentemente, in favore di una volontà di riappropriazione e di narrazione che pure l’articolo aveva già iniziato.

«L’HIV è una mia caratteristica reale, incontrovertibile. Una delle tante. Un metro e settantanove, occhi marroni, capelli (pochi) castani, […] sieropositivo.
E allora?
Condizione corporea, oggettiva. Non decisa, scelta, voluta: il virus in realtà non dice niente di me, non dice niente di chi ce l’ha. Sempre lo stesso, uguale per tutti. Semmai conta il modo in cui chi ce l’ha assume su di sé la sua diagnosi, lo stile con cui sceglie o riesce ad attraversarla. Ci avete mai pensato?
Ve ne frega davvero qualcosa?27»


La narrazione non è solo quella della malattia. La diagnosi diventa un espediente per poter fare letteratura. A detta dello stesso autore, il processo che viene utilizzato prevede di «creare delle immagini e delle scene», con una «presunzione di autobiografismo28», ma praticando allo stesso tempo una libera distanza creativa dalla realtà.
Bazzi rivendica quindi per sé uno spazio per l’immaginazione e la scrittura che esula dalla semplice autobiografia. L’autore ha in seguito condotto una riflessione più elaborata riguardo al successo che ha avuto Febbre e all’immagine di sé che si è diffusa, espressa attraverso numerosi articoli, in particolare quelli pubblicati sul quotidiano “Domani”.
Inoltre, in un’intervista ancora inedita, Bazzi ha riportato come, in seguito alla pubblicazione di Febbre, abbia ricevuto numerosi inviti per presentare il suo lavoro in contesti associativi principalmente legati all’attivismo per la prevenzione dell’HIV.
Nonostante l’autore riconosca l’importanza sia di questi ambienti, che dell’attivismo, sente di essere interessato più all’aspetto estetico e creativo del lavoro letterario che a quello politico. Quello che Bazzi rivendica è un desiderio di stare nella letteratura e una libertà dall’aspetto attivistico e performativo che ricopre l’impegno politico.

L’autore e i social network: personal brand e logica binaria
Per continuare questa analisi, si prenderà ora in considerazione un testo dell’autore inizialmente scritto come discorso da svolgere in occasione del Pride delle parole di Genova dell’8 novembre 2023 e confluito poi in un articolo per “Finzioni”, inserto del quotidiano “Domani”, dal titolo L’intelligenza della letteratura può salvarci dal brutalismo degli algoritmi29.
Questo testo indaga un rapporto che all’autore sta molto a cuore, quello tra letteratura, impegno politico e social network. La necessità di questo intervento nasce dall’osservazione dello spazio di discussione politica molto polarizzato e poco incline alla mediazione creato dalle piattaforme social. Si può presupporre che in particolare in questo caso si parli di Instagram.
Bazzi evidenzia fin da subito due particolari caratteristiche che connotano questo spazio virtuale: l’esistenza di quello che viene definito un personal brand e la logica binaria.
In particolare, la prima di queste caratteristiche non è tipica solo di autori e autrici, ma si riferisce alla presenza di ogni persona sui social network. Il personal brand è collegato da Bazzi alla dinamica dello storytelling e della comunicazione di sé. È necessario in questa situazione farsi conoscere e vendersi, come un prodotto, all’utenza di un social media. Il modo più efficace con cui si può far fronte a questa necessità è utilizzando la narrazione del sé.
Per quanto riguarda chi proviene dai margini, questo tipo di personal brand passa direttamente dalla sua identità e deve esserle obbligatoriamente legato.
Scrive al riguardo Bazzi:

«Se apparteniamo a comunità marginalizzate veniamo inchiodati ai nostri traumi: sentiamo che sono quelli e solo quelli che ci assicureranno l’amore dell’altro, sono quelli e solo quelli per cui veniamo convocati sulla scena pubblica. […] Non dobbiamo immaginare, sconfinare, non dobbiamo accendere troppo la mente, i sensi, la capacità critica: non dobbiamo esserci davvero. Molto meglio stare al proprio posto: ripeterci, confermare di essere esattamente dove gli altri si aspettano di trovarci.30»

La prospettiva, continua Bazzi, è «strettamente identitaria e soprattutto promozionale, commerciale31
La seconda delle caratteristiche, ossia la logica binaria, viene mostrata come conseguenza della scarsa possibilità di dialogo esistente sulle piattaforme social, in cui «il piano dell’impegno, della difesa di valori, e quello dell’autopromozione si fondono32
Viene evocata dall’autore una dimensione, a sua detta, vissuta tutti i giorni: un conflitto onnipresente in cui si fronteggiano identità diverse e rigide, non complesse (Bazzi usa il termine «bidimensionali33»). Questa logica binaria non permette che il discorso che si crea sui social network possa rendere conto di sfumature ed ambiguità o risolvere le discussioni trovando un compromesso o una via di mezzo.
Questi elementi, in particolare il personal brand, sono strettamente legati allo storytelling, che viene definito da Bazzi come «pratica che della letteratura ha, forse, la forma superficiale ma non il nucleo di senso»34. La letteratura occupa fin da subito una posizione privilegiata nel discorso dello scrittore, che avverte fin all’inizio di averne una concezione ampia («ricerca sulla natura umana, e sul mondo, condotta attraverso una riflessione estetica che passa principalmente attraverso il linguaggio, ma che può coinvolgere anche le immagini e i suoni35»).
Per proseguire questo percorso, si passerà ora a parlare del secondo romanzo di Bazzi.

Corpi Minori: la presenza dell’ingombro
Corpi Minori è più ambiguo del primo romanzo. Secondo le dichiarazioni dello stesso autore, l’io narrante può essere considerato, in un certo senso, come estensione temporale di quello di Febbre. Tuttavia, come è stato ricordato all’inizio, non c’è corrispondenza precisa e univoca tra i due protagonisti, così come non vi è equivalenza tra queste due figure e l’autore.
Si può individuare un tema cardine attorno a cui ruota il resto del romanzo, come era la diagnosi di HIV in Febbre, ossia il rapporto con il disturbo ossessivo compulsivo da relazione. Questa presenza viene già annunciata da Bazzi nel post Instagram di annuncio della pubblicazione del libro e definita come «ciò che accade, può accadere – di oscuro, doloroso – quando […] l’amore dura, continua nel tempo36
Può essere interessante notare come anche in questo caso un articolo (datato 4 dicembre 2017) riguardante lo stesso tema abbia anticipato il romanzo, stavolta scritto per “Thevision”, e intitolato Come si sopravvive al disturbo ossessivo da innamoramento37.
Il tema fulcro di questa narrazione, però, non è legato a una forma di impegno politico come poteva esserlo invece quello di Febbre. Ciononostante, c’è un motivo per inserire questa tappa fondamentale nel discorso.
Bazzi ha ricordato, nel discorso tenuto al Pride delle parole di Genova, che un autore appartenente a un’identità marginalizzata, se debutta parlando della sua esperienza personale, rischia di essere costretto a parlare solamente di ciò nella sua scrittura, per poter accrescere il suo personal brand.
Molti autori attivisti, d’altronde, parlano spesso di questioni che riguardano la propria identità. Si può ricordare che lo stesso Bazzi in numerosi articoli si presenta attraverso una serie di sue caratteristiche personali, ad esempio scrivendo «Sono omosessuale, balbuziente, sieropositivo e vengo dalle classi subalterne, dalle case popolari della periferia milanese38».
Molto spesso, le scritture legate solamente alla propria esperienza personale hanno un intento politico, di contribuzione a una lotta. Il bisogno di rappresentazione che riguarda esclusivamente la propria identità porta con sé però tutta una serie di limitazioni che Bazzi analizza in un altro articolo, intitolato E ciononostante siamo umani: l’autorappresentazione nell’epoca dell’attivismo web39.
L’autore riconosce che la spinta a voler scrivere e raccontare, in lui, può avere effettivamente la sua origine dall’essere nato e cresciuto nel margine. In seguito, però, afferma questo:

«Ecco, dunque, le ragioni dell’imbarazzo: il mio bisogno di raccontare è nato anche dall’aver subito dinamiche legate all’oppressione dei sistemi di potere tradizionali, eppure, dopo un po’, ho sentito che per poter essere uno scrittore quantomeno decente, per poter scrivere storie impreviste, avevo bisogno di margini di libertà più ampi di quelli che io stesso mi ero dato. Walter Siti mette in contrapposizione netta letteratura e impegno politico, e io non sono d’accordo, perché credo si possa fare letteratura anche usando la lente delle dinamiche di potere della tradizione, raccontando le ragioni e i rimossi delle soggettività oppresse, delle vittime, grandi autori e autrici l’hanno fatto, ma credo si possa fare letteratura anche in altri modi.
Forse è bene, dicevo, distinguere le pratiche, onorare il senso delle differenze: se è vero che nell’attivismo non si possono illuminare a dovere le contraddizioni e il male che, anche se siamo donne, queer o non bianchi, ci abita, è compito di altre pratiche farlo. È prerogativa di altre pratiche, principalmente di quelle creative, parlare ad esempio della fluttuazione dei ruoli, del fatto che tutti noi possiamo essere insieme vittime e carnefici, oppressi e oppressori, subire e far subire40


Il riferimento qui è al Walter Siti di Contro l’impegno41, che rifiuta un tipo di letteratura orientata esclusivamente al bene e che ignora in questo senso le ambiguità e la possibilità di tratteggiare il male sulla pagina scritta. Per quanto Bazzi non assuma una posizione netta come quella di Siti, si riserva la possibilità di esplorare personaggi e situazioni negative, senza farsi contagiare dalla necessità di una morale dualistica, come sembra richiesto dalla logica binaria dei social.

Il modello di Carmen Maria Machado
In questa direzione, dunque, va Corpi Minori. Il modello principale per questa pratica, più volte dichiarato da Bazzi, è quello di Carmen Maria Machado, scrittrice statunitense, e del suo In the dreamhouse42, uno scritto dalla forma ibrida, sia memoir che saggio sull’abuso nelle coppie saffiche, in cui viene narrata una storia autobiografica su una relazione abusante.
Machado afferma nel corso della sua riflessione:

«We [queer people] deserve to have our wrongdoing represented as much as our heroism, because when we refuse wrongdoing as a possibility for a group of people, we refuse their humanity. That is to say, queers -real-life ones – do not deserve representation, protection, and rights because they are morally pure or upright as people. They deserve those things because they are human beings, and that is enough. […] And it sounds terrible but it is, in fact, freeing: the idea that queer does not equal good or pure or right43

Machado denuncia l’impossibilità, da parte di un autore o autrice queer (e si può estendere il discorso ad altre identità marginalizzate) di rappresentare personaggi e situazioni negative. La politica e l’attivismo tendono, nelle sue parole, a costruire una narrazione in cui chi è discriminato merita l’ottenimento dei diritti in quanto vittima, e quindi impossibilitato a fare del male. Bazzi concorda con il punto di vista di Machado. Chi condivide questa visione derivata da politica e attivismo nega l’agency delle vittime e anche la loro possibilità di fare del male, cosa che invece Machado e Bazzi rappresentano nei loro testi. La rappresentazione del male compiuto da chi è marginalizzato può essere definito un ingombro.
Bazzi, seguendo l’esempio di Machado, sostiene che questo ingombro rischia di essere rimosso anche nella letteratura in nome di un impegno politico e attivistico che, contagiato dalla visione binaria, pone l’accento più sulle sofferenze e sulla lotta per l’ottenimento dei diritti.
Bazzi sostiene anche che questo tipo di procedimento è comprensibile per quanto riguarda l’attivismo, ma il vero pericolo è che anche la letteratura imiti quest’atteggiamento. In questo senso, egli rivendica un atteggiamento ambiguo nella sua produzione.
L’esempio principale riguarda proprio l’anonima voce narrante di Corpi Minori, che, partendo da Rozzano, in periferia di Milano, e desiderando intensamente arrivare al centro, compie anche azioni negative per raggiungere questo obiettivo: finge di amare il primo partner che gli permetterà di vivere con lui a Milano, assume un atteggiamento ostile e vendicativo verso un coinquilino, si trova a covare rancore e ingannare altre persone. Citando di nuovo Bazzi:

«Un dato oggi rimosso è anche questo: spesso le persone che vengono dai margini sono ingombranti, spigolose, hanno resistito o imparato a difendersi. A volte rimettono in circolo, in modo imprevisto, diretto o indiretto, le aggressioni e gli oltraggi che gli sono stati riservati. Le vittime spesso sono vittime imperfette: il trauma le rende dure, tese, sulla difensiva, faticose. A loro volta, in certe occasioni, colpevoli44

Si rivendica, quindi, la possibilità di un personaggio letterario, per quanto marginale, di non essere programma politico e l’intenzione di restare nell’ambiguità, di stare nella letteratura e abbracciare, nel dato estetico, quel rimosso che la lotta politica può non accettare o digerire con difficoltà.
L’indipendenza del proprio lavoro letterario dalla politica è quindi sostenuta con orgoglio. Non parliamo di uno sdegnoso rifiuto in toto della politica, però: Bazzi, come si era già visto, pratica a volte la scrittura anche come impegno politico, ma sotto forme differenti da quelle che prende la sua narrativa: ad esempio, in forma di articolo. Oltre a quelli già menzionati, ne ha pubblicati altri recentemente che riguardano questioni attuali, come Non proprio così “inclusiva”: Milano ci costringe all’esilio45, per “Domani”, riguardante la situazione abitativa al collasso nella città di Milano e l’incoerenza con le politiche di inclusività. Molti di essi nascono come commenti di notizie di attualità, spesso affiancati a un’analisi della ricezione di fatti di cronaca sui social network. Un esempio chiaro a tal proposito è Femminicidi, dobbiamo agire subito. L’educazione è solo retorica da social46.
In tutti questi casi, però, per quanto a volte sia anche presente un nucleo di storytelling e un’ispirazione aneddotica ispirata al vissuto personale, non si tratta di letteratura: gli intenti che Bazzi affida alla scrittura romanziera sono diversi da quelli riguardanti gli articoli, che possono anche avere un’intenzione di denuncia e di impegno politico.

Conclusioni
Come già accennato in apertura, si può concludere che, a prima vista, Bazzi possa sembrare un autore militante. Più specificatamente, si intende qua una forma di militanza declinata come attivismo: un impegno quindi veicolato in gran misura attraverso i social network.
Questa impressione è nata dal tema affrontato e dalla presenza di personaggi LGBTQ+ nel suo primo romanzo, Febbre; è stata inoltre rafforzata dalla biografia dell’autore, che proviene da un contesto marginale, in cui è cresciuto, e che ha un interesse verso le tematiche di genere.
Si tratta, però, di una visione superficiale. Alcune tematiche che Bazzi affronta nella sua produzione riguardano sì anche questioni politiche; ciononostante, l’autore rivendica per la sua produzione la possibilità di non esaurirsi solamente nell’attivismo politico. La politica non è sconosciuta a Bazzi: come è stato indicato prima, alcuni interventi relativi all’impegno sono stati espressi dall’autore sottoforma di articoli di quotidiani o riviste online.
L’immagine di autore attivista a Bazzi sta però stretta. Inoltre, alcune caratteristiche che l’impegno politico odierno, condizionato dalle caratteristiche dei social network, richiede alla letteratura non sono apprezzate dall’autore: tra queste, in particolare, il ritrarre i personaggi con identità marginali in luce esclusivamente positiva.
L’autore rivendica quindi per sé e per la sua produzione da un lato il bisogno e la necessità di stare nella letteratura, dall’altra una totale indipendenza da una dimensione etica, in favore della libertà di scegliere di affrontare tematiche anche scomode.

Note

  1. Jonathan Bazzi, Febbre, Roma, Fandango libri, 2019.
  2. Jonathan Bazzi, Corpi Minori, Milano, Mondadori, 2022.
  3. Cfr. Nuovo Decameron, Milano, HarperCollins, 2021 e Teresa Ciabatti (a cura di), Data di nascita, Solferino, Milano 2022.
  4. Raffaele Donnarumma, Ipermodernità: ipotesi per un congedo dal postmoderno, in “Allegoria”, 64, luglio-dicembre 2011, pp. 15-50.
  5. Ibidem, p. 33.
  6. Hywel Dix, Introduction: Autofiction in English: The Story so Far in Hywel Dix (a cura di), Autofiction in English, Palgrave Macmillan, Londra 2018, pp. 1-23. Traduzione mia del testo: «Non esiste una sola definizione dell’autofiction né in inglese né in francese».
  7. In questo paragrafo è stato fatto riferimento solo al genere “romanzo”. Nel corso di questo articolo, però, non si analizzeranno solo i due romanzi dell’autore, ma anche il suo vasto corpus di articoli giornalistici. Questa scelta è stata fatta per due ragioni principali: innanzitutto, alcuni di questi articoli condividono temi o nuclei narrativi dei romanzi, permettendo a chi legge di gettare una luce sul percorso creativo e di sviluppo della riflessione. Altri articoli invece, pubblicati dal 2022 in poi, contengono delle riflessioni di poetica dell’autore che risultano interessanti ai fini dell’analisi.
  8. Questo riferimento proviene da un’intervista a Jonathan Bazzi svoltasi durante i lavori della mia tesi magistrale e ancora inedita.
  9. Ibidem.
  10. Cito in particolare Michele Bertoni, Strange Sexual Encounters: Homonormativity as a Micropolitical Practice in Queer Sex in “Junctions: Graduate Journal of the Humanities”, 2024, 8(2) pp. 9-22, Alice Parrinello, No country (side) for young queers: Three contemporary Italian urban-rural narratives, in “Whatever. A Transdisciplinary Journal of Queer Theories and Studies”, 2021, pp. 411-430 e Johnny Bertolio, «Non abbiamo un modello per il nostro amore»: coppie queer da Pier Vittorio Tondelli a Jonathan Bazzi, in Emanuele Broccio e Cristina Vignali (a cura di), Letteratura gay in Italia? Questioni, genealogie, scritture, Napoli, La scuola di Pitagora editrice, 2025.
  11. L’argomento è sterminato, il dibattito esiste da anni e non può sicuramente essere affrontato in questa sede. Si consiglia alla lettrice interessata di iniziare l’approfondimento dal recente Emanuele Broccio e Cristina Vignali (a cura di), Letteratura gay in Italia?, cit.
  12. Al riguardo, cfr. Raffaele Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne: la narrativa italiana di oggi, in “Allegoria”, 2008, 57, pp. 29-54.
  13. Alfonso Berardinelli, Casi critici: dal postmoderno alla mutazione, Macerata, Quodlibet, 2007, p. 66.
  14. Raffaello Palumbo, Narrazioni spurie: letteratura della realtà nell’Italia contemporanea, in “MLN”, gennaio 2011, pp. 200-223.
  15. Ibidem, p. 200.
  16. Massimo Onofri, II sospetto della realtà. Saggi e paesaggi novecenteschi, Salerno, Avagliano, 2004.
  17. Raffaele La Capria, Letteratura e salti mortali, Milano, Mondadori, 1990.
  18. R. Palumbo, Narrazioni spurie, cit., p. 200.
  19. Riguardo alla fine o al superamento del postmoderno letterario, argomento che naturalmente non si può esaurire in questa sede, rimando a R. Donnarumma, Ipermodernità, cit.
  20. Jennifer Burns, Fragments of Impegno. Interpretations of Commitment in Contemporary Italian narrative, Northern Universities Press, Leeds 2001.
  21. Ibidem, p. 1.
  22. La definizione è stata introdotta nella conferenza di apertura del convegno “Nuove forme dell’impegno nella letteratura del XXI secolo”, che si è tenuto a marzo 2025 all’Università Savoie Mont-Blanc di Chambéry.
  23. Jonathan Bazzi: “Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto” – Gay.it , visto il 14 aprile 2025.
  24. Ibidem.
  25. Ibidem.
  26. Ibidem. È necessario specificare che Bazzi è affetto da HIV, non da AIDS, che è lo stadio finale dell’infezione da virus HIV.
  27. J. Bazzi, Febbre, cit., p. 312.
  28. Questo riferimento proviene da un’intervista a Jonathan Bazzi svoltasi durante i lavori della mia tesi magistrale e ancora inedita.
  29. Jonathan Bazzi, L’intelligenza della letteratura può salvarci dal brutalismo degli algoritmi, “Finzioni”, 14 dicembre 2024, pp. 6-7
  30. J. Bazzi, L’intelligenza della letteratura può salvarci dal brutalismo degli algoritmi, cit., p. 6.
  31. Ibidem.
  32. Ibidem.
  33. Ibidem.
  34. Ibidem.
  35. Ibidem.
  36. Instagram, visto il 15 aprile 2025.
  37. Come si sopravvive al disturbo ossessivo da innamoramento – THE VISION, visto il 15 aprile 2025.
  38. Questa citazione in particolare proviene da J. Bazzi, L’intelligenza della letteratura può salvarci dal brutalismo degli algoritmi, cit., p. 6.
  39. Jonathan Bazzi, E ciononostante siamo umani: l’autorappresentazione nell’epoca dell’attivismo web, in “Finzioni”, 20 agosto 2022, p. 7
  40. Ibidem.
  41. Walter Siti, Contro l’impegno: riflessioni sul Bene in letteratura, Rizzoli, Milano 2021.
  42. Carmen Maria Machado, In the dreamhouse, Serpent’s Tail, Londra 2020. Propongo una mia traduzione: «Noi [persone queer] meritiamo che i nostri errori siano rappresentati tanto quanto il nostro eroismo, perché quando neghiamo a un gruppo di persone la possibilità di commettere errori, stiamo rifiutando la loro umanità. Questo per dire che le persone queer -quelle reali – non meritano rappresentazione, protezione e diritti perché puri o retti. Lo meritano perché sono esseri umani, e ciò basta. […] Può sembrare terribile ma è davvero liberatorio: l’idea che queer non equivalga a buono o puro o giusto.»
  43. Ibidem, pp. 50-51
  44. J. Bazzi, L’intelligenza della letteratura può salvarci dal brutalismo degli algoritmi, cit., p. 6.
  45. Jonathan Bazzi, Non proprio così “inclusiva”: Milano ci costringe all’esilio, in “Domani”, 20 luglio 2024.
  46. Jonathan Bazzi, Femminicidi, dobbiamo agire subito. L’educazione è solo retorica da social, in “Domani”, 20 novembre 2023.

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