Bibliomanie

indice del numero 31
ottobre/dicembre 2012

Il laico pensiero. Piccolo breviario con dieci riflessioni
di , Saggi e Studi

1. Il laico pensiero è il pensiero che ha mille problemi, nessuna paura. E’ travolto, mai sommerso, da dubbi di ogni genere ma mai dalla disperazione. E’ l’albero posto al confine di un bosco infuocato, ma per sé non ha confine. 2. Il pensiero laico crede al buon inesausto pensare, al buon e inesausto fare, al buon dialogare e a una libertà del fare pensare dialogare che non si arresta ai limiti delle convinzioni. 3. Il pensiero laico è quello che pensa (che crede) che le cose parlano sorgendo dalla terra, non precipitando paurose, ammonenti dall’alto dei cieli. E inoltre è quello che pensa, e ascolta, che gli oggetti intorno (il rassicurante beneficio della compagnia), le mille viventi realtà del creato, continuamente lo richiamano al suo leggendario dovere: “Qua siamo, con te; non ignorarci; non dimenticarci. Ascolta, ascolta, ascolta”. 4. Il pensiero laico è anche quello, dunque, che rifiuta il silenzio; e ha sempre come sottofondo lo scorrere dell’acqua del pensiero (tumultuoso rifluire di un fiume che fuoriesce da una caverna). Come un invito stressante a non assopirsi, a non stupirsi; ad essere sempre inquieti. Ad essere sempre pronti alla vivificante, aspra schermaglia delle idee. Sicché il pensiero laico è un camminatore imperterrito fra gli sterpi (intriganti) del pensiero. 5. Il pensiero laico ha lo sguardo basso, striscia anche per terra, ed è impietoso; perché procede sui sassi a piedi nudi. 6. Il... continua a leggere

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Da Bologna e Bologna (2003)
di , Saggi e Studi

Tanti e tanti anni fa, quando ero un ragazzino, si correva in Italia una gara automobilistica su strada aperta, la Mille Miglia, che partiva da Brescia e arrivava, lungo la via adriatica, a Roma; per ritornare sùbito a Brescia passando per Firenze, per il passo della Futa, per Bologna. A Borgo Panigale, seduto tutto solo su un muretto, davanti al cancello di una villa molto vicina alla strada, aspettavo con emozione. Alle mie spalle si protendeva il ramo di un albero di fichi. Al passaggio delle macchine più veloci e potenti – che a me, quella prima volta, sembrò quasi di poter sfiorare con le mani – per le zaffate dell’aria, alcune foglie e alcuni fichi ancora in fiore mi scivolarono, in un certo momento, sulla schiena. Un ricordo. Un ricordo da niente, naturalmente. Ma anche allora ho pensato, con la infantile meraviglia che mi accompagnava in tante occasioni, che le macchine velocissime lì passavano perché Bologna era il centro del mondo. Era il centro del mondo. Un passaggio obbligato, dovuto alla signora del regno. A quel tempo, da noi, c’era ancora un re. Mi sentivo, non so come, partecipe di un tale insigne destino. Così che la città, ritornandoci verso sera, mi sembrò ancora una volta bellissima. Bologna è ancora bella, bellissima? E’ ancora il centro del mondo? […] E allora, direi che Bologna non ha più potuto, forse non ha più saputo, conservare i ritmi t... continua a leggere

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Pietro Aretino e i suoi Ragionamenti
di , Saggi e Studi

Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili “qualità” naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere), l’autore di quest’opera “incriminata”, relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un “grosso” scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio (“ho partorito ogni opera quasi in un dì”; “né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio”). Ma era la “brama” a spingerlo, a pungolarlo, con una persistenza amara, cattiva (e per brama intendo una precisa fame di cose e di risultati, di successi mondani pubblicamente largiti); la brama di accumulare e primeggiare, seguendo gli esempi del tempo; costringendolo essa ad un operare rapido, secondo una programmazione di fini e di lucro “m... continua a leggere

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Da L’Italia sepolta sotto la neve (1984)
di , Saggi e Studi

Vorrei avere molti libri da leggere. Ancora. Tempo davanti. Libri con segni sconosciuti, vecchie tipologie, polverosi libri trovati nel ripostiglio di casa, odore di tonaca e di cera davanti a una chiesa, sull’argine del fiume, sulla balaustra di un ponte di ferro fra paese e paese – aspettare un foglio portato dal vento dentro alla stanza. è più facile che una voce si conservi sotto la neve. ... continua a leggere

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Annotazione inattuale su un libro recente
di , Saggi e Studi

Se mille voci si fanno parole di un libro, è come ridurre sul tavolo di casa, sotto gli occhi o vicino al cuore, un bosco di mille alberi che ci copre intero; che fruscia con tutte le foglie per non lasciarci assopire; che inquieta con inesorabile temperanza la nostra immaginazione, il nostro cauto lento sapere, il nostro desiderio di sonno (il sonno della ragione) o la nostalgia di esso. Quindi, per me, ho un preoccupato timore mescolato a una curiosità che vibra, nel guardare prima il mucchio ordinato e intero dei fogli, poi nello scorrere con lentezza attenta (partecipata) questo decalogo di sospirata saggezza. Che può essere sfiorata (mai del tutto raggiunta e conquistata) solo, a mio parere, con una insistenza vorace, con uno scavo fra i pensieri minuto, approfondito, al fine di scioglierli, correggerli, sistemarli, integrarli. Può essere l’inizio di una cura prolungata (ma necessaria) per gli autentici guasti che ciascuno di noi nasconde nei risvolti più segreti, spesso neanche disposto a condividerli. Ma sappiamo davvero se questi grani, dall’aspro sapore di una sapienza centellinata, riusciranno a scrostare la nostra intemperanza? Quella supponenza reale mescolata alla falsa umiltà di facciata, che è la caratteristica della società contemporanea, dalle nostre parti intanto? Allora, se l’opera chiede per necessità di essere letta adagio, in profondo, e non di essere solo scorsa – come dicevo – con impazienza, il ... continua a leggere

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Su Roberto Roversi
di , Saggi e Studi

Che cosa si può dire, oggi, di Roberto Roversi riferendosi all’odierna poesia? Intanto del silenzio steso sulla sua opera da molti anni, oramai, da parte della critica e non solo, salvo alcuni - e qui vorrei citare due persone su tutte: Fabio Moliterni che con il suo Roberto Roversi. Un’idea di letteratura I (Edizioni dal Sud, 2003), ha tracciato un quadro ampio e informato; e Arnaldo Picchi, che ne sta curando il lavoro teatrale, facendolo rappresentare e ripubblicandolo. Alcuni, dicevo, che continuano a seguire il suo lavoro, a promuoverlo (nel senso di farlo conoscere, farne oggetto di discussione, riflessione, connessione con quanto ci circonda). Salvo questi pochi, attorno alla sua opera c’è un assordante silenzio, e direi anche desolante per la nostra poesia e la nostra letteratura. Intanto questo (che non è poco, direi); poi si può dire della sua attività, che continua appartata ma non solitaria: appartata perché distante dalle luci, dalle scene illuminate, dalle telecamere e dalle varie ribalte (dove tutto viene ribaltato), lontano dalle istituzioni, ma non ritirato a vita privata; non solitaria perché Roversi da sempre è presente sia per le persone che per le vicende. Roversi ha usato e usa tuttora la parola scritta sotto molteplici aspetti: ha pubblicato importanti libri di poesia e lavori per il teatro; come spettatore attento alle vicende politiche ha scritto e scrive su quotidiani, riviste, piccoli samiztad, fogli volanti e aut... continua a leggere

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Qualche osservazione su “mito” di Venezia e governo misto tra Basso Medioevo e Rinascimento
di , Saggi e Studi

Nel Quattrocento e nel Cinquecento assai diffusa in Europa è un’immagine positiva della Repubblica di Venezia, della quale si celebrano in special modo – oltre all’eccezionalità del sito geografico – la stabilità dell’ordinamento, le virtù e la libertà dei cittadini, la concordia regnante all’interno della società e le ricchezze pubbliche e private provenienti in massima parte dai commerci, tutti caratteri che i trattatisti e pure i semplici osservatori fanno sempre derivare dalla natura della sua plurisecolare costituzione, che parecchi autori esplicitamente considerano mista... ... continua a leggere

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Mario Untersteiner, la fisiologia del mito
di , Saggi e Studi

Lo scopo dichiarato dell'indagine filosofica di Mario Untersteiner intorno al pensiero mitico è ritrovare le tappe del passaggio dal mito al logos:< “Che l'evoluzione del pensiero greco, dalle sue più remote origini alla sofistica, si possa definire un graduale passaggio dal mito al logos, può considerarsi come un principio ormai chiaro [...] Ma finora, per quello che a me sembra, sono state messe in rilievo solo le tappe successive di questo moto spirituale, senza che ne venissero rintracciati gli spunti genetici nel loro formarsi e negli interni sviluppi progressivi” . Non c'è problematicità irrisolta quindi nel rapporto di filiazione storico-genetica che dal mito ha portato al logos, e il principale – e meno dubbioso all’apparenza - filo conduttore dell'indagine è ritrovare l'esatto percorso delle tappe di questo passaggio, e il vero quesito da risolvere è, secondo Untersteiner, l’equivoco mai chiarito nella giusta articolazione della questione; essa è stata mal posta perché “si è avuto di mira il logos più del mito, il punto di arrivo invece del punto di partenza. Si tratta perciò di indagare e portare alla luce i successivi cambiamenti del mito all'interno delle varie fasi della civiltà ellenica per ritrovare quel filo rosso della razionalità che ha condotto allo sviluppo della cultura occidentale. Nel mito il logos ritrova pre-formate le proprie categorie perché “il logos s... continua a leggere

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Montesquieu in Italia: il contributo di Salvatore Rotta (1926-2001)
di , Saggi e Studi

Nel panorama degli studi italiani su Montesquieu della seconda metà del XX secolo, le ricerche di Salvatore Rotta (1926-2001) occupano un posto eminente Raro esempio di passione e di intelligenza critica per il «lavoro intellettuale come professione» e verso gli autori e la materia trattati, esse – a dispetto del logorio del tempo – hanno illuminato e illuminano aspetti e princìpi essenziali del pensiero dell’autore dell’Esprit des lois (1748), aspetti e princìpi con i quali l’età presente, più delle passate, non può non fare i conti, se vuole seriamente porre un qualche argine alla crescente barbarie dei suoi insani stili di vita... ... continua a leggere

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Sulla grazia
di , Note e Riflessioni

In un recente intervento, un caro amico, suffragato dal Grande Dizionario della Lingua Italiana e da una solida conoscenza del latino, richiamava l’attenzione sul fatto che il sostantivo grazia (ma altrettanto bene garbo o eleganza) costituisse per i nostri antenati e in effetti costituisca ancora oggi un sinonimo di decenza e rinvii, pertanto, al campo semantico della bellezza non come mero concetto estetico, bensì estetico e morale contemporaneamente. Lo conferma, tra gli altri, il Lexicon del Forcellini, il quale, alla voce decens, sostiene che il termine certamente ha tra i suoi significati quello di grazia (saepe refertur ad pulchritudinem), e tuttavia non in quanto semplice bellezza esteriore (differt tamen a formoso), ma come quella forma di bellezza che, in un certo grado, partecipa anche della virtù e della dignità (Est enim decens pulcher cum honestate et dignitate quadam, decorus). Nella storia della cultura italiana è forse Il Cortegiano (1528) che, per la prima volta in maniera sistematica, tratta il problema della grazia, secondo l’accezione indicata. Leggiamone allora uno dei passaggi più significativi: «Avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l’hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come ... continua a leggere

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Luigi Meneghello e la cultura inglese: analisi di un’ironia che gioca con la lingua
di , Note e Riflessioni

«Inglesi. Con loro me la sono dovuta sbrigare da solo. Chiusi nella stessa isola, io e loro, sempre a contatto». Luigi Meneghello annota questo appunto il 15 ottobre 1966, schernendo con l’ironia che gli appartiene il rapporto con un popolo e una lingua che segnarono a fondo la sua vita di dispatriato. Partito dall’Italia nel settembre del 1947, Meneghello giunse a Reading, «la città rossa in riva al Tamigi», con una borsa di studio del British Council: l’intento era quello di condurre una ricerca sugli orientamenti del pensiero inglese contemporaneo e in particolare sul filosofo inglese Robin George Collingwood e i suoi rapporti con il neoidealismo italiano... ... continua a leggere

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Tra Leopardi e Dante, due lezioni
di , Didactica

La noia è un gran brutto affare per un professore. “Mi riprometto di cambiare ogni anno percorso, programma ecc.ecc.” Buoni propositi, certo. Ma la lotta per la sopravvivenza si impone sovrana non solo ad Acitrezza e la ‘creatività tecnologica’ dei file accumulati servirà senz’altro a qualcosa nella rincorsa affannosa di spiegazioni, verifiche e programmi. Poi accadono incontri che ti ridestano il gusto, quel pizzicore di ricerca mai sopita, che ti fa spalancare gli occhi sui testi degli autori e i volti imploranti dei tuoi ragazzi. Un professore universitario di storia dell’agricoltura lo scorso anno si è accorto che gli studenti copiavano. Bella scoperta! Capita anche a te nell’alto dei cieli accademici. Ha deciso allora di cambiare metodo. Ha preso la raffigurazione del quadro del Buon governo di Ambrogio Lorenzetti e glielo ha piazzato sotto gli occhi. “Che cosa vedete?” Dopo dieci minuti di inevitabile imbarazzo (del tipo, il prof. è impazzito e non ha voglia di spiegare), i più eruditi copioni hanno avanzato prestigiose ipotesi critiche e da lui sono stati immediatamente zittiti. “Non cosa vi hanno detto di vedere! Che cosa vedete voi!?”All’improvviso, ridestati da un lungo torpore, le giovani promesse agrarie si sono sbizzarrite e hanno visto tutto, anche quello che il professore non era riuscito a scorgere. All’esame non hanno copiato. Incredibile dictu. Vuoi vedere che funziona? Sono entrata nell’attuale III B d... continua a leggere

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Mirco Dondi, I malriusciti
di , Letture e Recensioni

I malriusciti è un romanzo di formazione e di informazione. Il processo di postmaturazione di un gruppo di adolescenti è descritto in pagine incorniciate in una linea del tempo, talora utile talora un po’ forzata. Ma è il prezzo da pagare a uno storico di professione. Si tratta senza dubbio di un romanzo generazionale, ma affermarlo è tautologico. Chi non scrive di/ e secondo i canoni della/ generazione d’appartenenza? E la nostra, proprio perché generazione mancata, scippata, malriuscita, cerca di marcare quei territori che non ha avuto (o di cui ritiene, nel congenito vittimismo, di essere stata privata). È una recherche proustiana che esplora l’immaginifico, immaginando quell’immaginazione al potere gridata e adesso a tutti gli effetti in mano a quelli che ci hanno preceduto e che, precedendoci, nunc et semper staranno davanti a noi, potenti e invidiati. Non potendo cantare le occupazioni e i cortei, gli slogan e le bandiere, Dondi descrive i silenzi, le azioni mancate. È un sistema verbale imperfetto, nel senso di “non portato a compimento”. In questo senso più “non-riuscito” che “mal riuscito”. O meglio non siamo proprio usciti, siamo rimasti, anzi, come due dei protagonisti, tornati e rintanati nell’alveo materno del natio borgo selvaggio. E in questo sta il fallimento, segnato anche dal linguaggio. Se qualche eco delle parole e dell’ideologia dei Settanta(“gli anni della modernità”) risuona nelle prime pag... continua a leggere

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Mino Milani, Dall’Impero alla Repubblica
di , Letture e Recensioni

Mino Milani è autore straordinariamente prolifico, e la sua produzione sconfinata svaria dalla narrativa per ragazzi (dal ciclo di Tommy River, pubblicato in primis sull’indimenticato Corriere dei piccoli, a I cavalieri della Tavola rotonda, a L’ultimo lupo), a quella per adulti (Fantasma d’amore, Romanzo militare - sul quale si veda Bibliomanie n. 26 Luglio/Settembre 2011 - L’uomo giusto, ecc.), fino alla saggistica storica, nella quale spiccano gli studi dedicati al periodo risorgimentale (La crociera del «Maddaloni». Vita e morte di Nino Bixio, Boezio. L'ultimo degli antichi, fino alla splendida Giuseppe Garibaldi. Biografia critica.). Dell’autore pavese Mursia propone adesso Dall’Impero alla Repubblica. 1470 anni di storia italiana, che nasce da un aggiornamento della Storia d’Italia a puntate, uscito tra il 1978 e 1980 su Storia illustrata. Con esso, Milani offre ai lettori una robusta sintesi delle vicende attraversate dal nostro paese, dalla caduta dell’Impero romano al 2 giugno 1946, data di nascita della repubblica. La storia di un popolo (e Milani inizia a parlare di popolo italiano, pur con tutte le avvertenze del caso, intorno all’anno Mille) è una narrazione scintillante di eventi, in cui è difficile individuare una sola trama. Soprattutto è difficile trovare la coerenza che dovrebbe caratterizzare qualunque storia ben raccontata. Milani tratta la storia da quello straordinario narratore che è, e dipana la trama dell... continua a leggere

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I Malriusciti di Mirco Dondi
di , Letture e Recensioni

Anche se appare come una tendenza della narrativa italiana recente, per non dire un approdo dell’ editoria più avvertita, il romanzo storico non è un genere di agevole pratica per lo scrittore. Diversi sono i problemi di ordine operativo e stilistico che egli deve affrontare, a cominciare dalla verisimiglianza dei luoghi e delle situazioni, per finire con la rappresentazione dei personaggi e delle loro espressioni. In sostanza, non è sufficiente mettere i calzari per un racconto su Roma antica, come non basta il cartello della battaglia di Borodino, in Russia, o qualche parola di francese, per raccontare della tragedia di Napoleone. Occorre spirito di osservazione ed occorre un inusitato intuito del tempo perduto; occorre talento, occorrono capacità narrative, occorre genio linguistico per restituire lo spirito di un’epoca; occorre, per dirla con Petrarca, intuarsi nel momento, occorre dare del tu alle coscienze di uomini e destini che ormai vivono nella pura possibilità, nelle buie profondità della memoria; occorre distinguere e leggere e capire, con occhio lucido e rigoroso, il distacco e la distanza che ci separa da quelle forme, capire tutto ciò che manca e che sembra passato inesorabilmente. Di tutte queste occorrenze non sembra certo soffrire I malriusciti, romanzo d’esordio di Mirco Dondi, il quale ha stoffa di narratore sicuro e promettente, una novità nel panorama narrativo italiano, anche perché ha saputo scegliere un ... continua a leggere

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Max Loreau, Poesie/Poèmes, a cura di Adriano Marchetti
di , Letture e Recensioni

Per gli happy few che, in Italia, hanno il privilegio di conoscere e frequentare l’opera poetica, nonché filosofica, di Max Loreau, il volumetto curato da Adriano Marchetti costituisce un dono prezioso – e non solo per i lettori italiani: il volume, infatti, contiene la traduzione, con testo originale a fronte, di alcuni testi poetici che l’autore non diede mai alle stampe, e che, dunque, fino a oggi, sono rimasti inediti anche in francese. È lecito supporre che egli, con il rigore e l’intransigenza che contraddistinsero ogni sua scelta esistenziale e intellettuale, li reputasse troppo intimi e personali, o magari superati dai successivi sviluppi della propria ricerca poetica. I primi cinque componimenti della raccolta, non datati ma risalenti agli anni Sessanta, letti retrospettivamente, appaiono tuttavia come una sorta di preludio, per nulla episodico (checché ne pensasse l’autore medesimo), alla produzione del decennio successivo, che vide la pubblicazione, in rapida successione, di alcuni dei suoi testi creativi più importanti, ovvero Cri. Éclats et phases, le Nouvelles des êtres et des pas e i Chants de perpétuelle venue (rispettivamente nel 1973, 1976 e 1978, tutti apparsi presso Gallimard). Se in essi il tono dominante, le immagini, gli accenti e le cadenze del verso libero sono ancora quelli della poesia lirica novecentesca, e non si distinguono per originalità, il lettore avvertito non faticherà però a riconoscervi il primo n... continua a leggere

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