Il privato è pubblico – La via italiana al racconto dell’abuso sessuale sui minori
Tommaso Dal Monte, Il privato è pubblico – La via italiana al racconto dell’abuso sessuale sui minori, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 13, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13712
1. L’abuso sessuale sui minori nell’Italia degli anni Novanta
Nell’Italia degli anni Novanta si assiste a un cambiamento nella considerazione sociale e nella valutazione giuridica degli abusi sessuali sui minori, in linea con quanto stava accadendo nel resto dei Paesi occidentali. Proprio sul finire del Novecento, con oscillazioni di uno o due decenni tra uno Stato e l’altro, si infrange definitivamente il tabù su questo fenomeno e si stabilizza un giudizio di assoluta condanna nei suoi confronti1. Tra i fattori che conducono a questa svolta risulta determinate l’inserimento delle aggressioni sessuali nello spettro degli eventi traumatici, che portano a identificarli come atti di gravità assoluta, capaci di lasciare ferite durature e spesso insanabili nelle vittime, soprattutto se giovani o giovanissime2. Tale percezione viene costruita attraverso l’intreccio di discorsi provenienti da ambiti diversi e si radica in breve tempo nel sentire comune.
Una fonte particolarmente sensibile per registrare come andava strutturandosi il pensiero intorno alla pedofilia e agli abusi sui minori è rappresentata dalle pubblicazioni a carattere divulgativo dedicate a questi temi, che proliferano sul finire del secolo. I due elementi che risaltano con maggior chiarezza da questi testi sono l’idea di un pericolo urgente e diffuso (emblematico il titolo di un libro del 2000 di Claudio Camarca e Maria Rita Parsi, S.O.S. Pedofilia. Parole per uccidere l’orco), a cui succede logicamente il secondo aspetto, ovvero l’esigenza di fornire ai lettori delle strategie per proteggere i bambini da questa minaccia incombente3. Anche i media, «in cui spesso domina la retorica giornalistica del mostro4», contribuiscono a propagare un clima di angoscia e allarme.
Le istituzioni rispondono presto a questo senso di insicurezza. La legge 66 del 1996 interviene sugli articoli del Codice penale relativi ai reati di violenza sessuale – tra cui l’abuso commesso sui minori di quattordici anni, l’età del consenso in Italia – rubricandoli tra quelli «contro la persona» e non più, secondo la vecchia impostazione risalente al Codice Rocco, tra quelli «contro la moralità pubblica e il buon costume»; pochi anni dopo, la legge 269 del 1998 introduce nel Codice penale alcuni articoli atti a punire una serie di attività sessuali illecite indirizzate specificamente contro i minori, come la pedopornografia, la prostituzione minorile e il turismo pedosessuale5. Negli stessi anni, il tema diventa centrale anche nel dibattito parlamentare. Da una ricerca per parole chiave condotta nell’archivio digitale del Sindacato ispettivo parlamentare6, una banca dati che raccoglie le trascrizioni degli atti parlamentari a partire dalla VII legislatura, il termine “pedofilia” risulta attestato due volte nei documenti della X legislatura (luglio 1987-aprile 1992), una nella XI (aprile 1992-aprile 1994), nessuna nella XII (aprile 1994-maggio 1996), ma ben centotrentaquattro nella XIII legislatura (maggio 1996-maggio 2001). Benché l’espressione “pedofilia” si diffonda piuttosto tardi fuori dagli ambienti specialistici – negli archivi dell’ANSA compare solo dal 19877 – e non stupisce che i risultati aumentino negli anni, è comunque evidente un’impennata di attenzione a partire dalla seconda metà del decennio.
Anche la narrativa degli anni Novanta si dedica in misura crescente agli abusi sui minori. Per capire il successo a cui questo tema va incontro, segno evidente di una consonanza tra interessi autoriali, editoriali e di pubblico, sono rivelatrici alcune tappe della produzione di Dacia Maraini in questo ultimo scorcio di secolo. Nel 1990 la scrittrice pubblica La lunga vita di Marianna Ucrìa, romanzo storico incentrato sulla vita dell’eponima protagonista, diventata sordomuta in seguito al trauma di una violenza sessuale subita a cinque anni. Il libro vince il Premio Campiello e vende oltre un milione di copie. Pochi anni dopo, nel 1994, esce Voci, un giallo in cui la giornalista radiofonica Michela Canova indaga sull’omicidio della vicina di casa, Angela Bari, che si scoprirà infine essere stato commesso dal patrigno, con cui la vittima aveva alle spalle una storia di violenze sessuali risalenti alla prima adolescenza. Nel 1998 Einaudi ripubblica il romanzo d’esordio di Maraini, La vacanza (uscito per la prima volta con l’editore Lerici nel 1962), a cui però l’autrice apporta alcune variazioni, tra cui l’abbassamento dell’età della protagonista Anna da quattordici a undici anni8. La modifica, apparentemente marginale, è in realtà decisiva per inscrivere a pieno titolo l’opera nel filone delle violenze sessuali sui minori, visto che Anna ha rapporti intimi con due uomini adulti. Infine, nel 1999 Maraini trionfa al Premio Strega con Buio, una raccolta di dodici racconti, cinque dei quali costruiti intorno a casi di pedofilia9. La vittoria di Buio è un segnale affidabile dell’attrattiva esercitata da questo argomento: come sostiene infatti Gianluigi Simonetti, i vincitori dello Strega sono «coloro che meglio intercettano, per motivi diversi, una tendenza o una sensibilità del proprio tempo10.» Nel passaggio dal Campiello del 1990 allo Strega nel 1999 si può allora leggere simbolicamente non tanto l’affermazione di Maraini, quanto la centralità assunta dal tema della pedofilia nell’immaginario collettivo nel corso degli anni Novanta.
Un altro indizio che testimonia il fascino verso storie di questo tipo si ricava dall’osservazione che una buona parte delle opere di narrativa dedicate agli abusi sui minori sono scritte da esordienti: Volevo i pantaloni (1989) di Lara Cardella, L’amore molesto (1992) di Elena Ferrante, Dei bambini non si sa niente (1997) di Simona Vinci, Catrame (1999) di Giuseppe Genna, Dai un bacio a chi vuoi tu (2008) di Giusi Marchetta, Pulce non c’è (2009) di Gaia Rayneri, Il suggeritore (2009) di Donato Carrisi, Alla fine resta l’amore (2013) di Claudia Mehler, La figlia femmina (2017) di Anna Giurickovic Dato, Ada brucia (2020) di Anja Trevisan, L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi (2022) di Giovanni Di Marco, La gioia avvenire (2023) di Stella Poli, fino al recentissimo La notte fa ancora paura (2025) di Fosca Navarra11. Ora, è evidente che questa lista raccoglie autori e autrici con ambizioni differenti, generi letterari eterogenei e anche opere dal valore diseguale. Ma, a prescindere da tutti i distinguo, è il legame tra la scelta tematica e il momento dell’esordio a essere significativo. Non potendo godere di un capitale simbolico pregresso e costituendo un rischio (ma anche un’opportunità) per le case editrici che decidono di investire su di loro, gli autori e le autrici alla prima pubblicazione puntano su argomenti che ritengono vicini agli interessi dei lettori-acquirenti e che possano dunque catturarne l’attenzione. Magari, tra i molti libri presenti sugli scaffali, sarà proprio quello con la fascetta che enfatizza il coraggio dell’esordiente nell’affrontare un tema così scabroso a essere acquistato.
2. Via italiana, via di finzione
La via italiana degli ultimi tre-quattro decenni al racconto dell’abuso sessuale sui minori si differenzia per almeno un’importante caratteristica da quella intrapresa da altre letterature nazionali. Come notato da Luciano Parisi, mentre autori e autrici canadesi, inglesi e statunitensi hanno scelto di affrontare il tema anche attraverso testi non finzionali, ascrivibili a quello che definisce il life writing («Le autobiografie, le memorie, i ricordi, le biografie di persone che si sono conosciute12»), in Italia questa modalità di racconto è quasi del tutto assente. Esistono, è vero, alcuni testi che si avvicinano alle forme del life writing: Parisi cita solo le opere di Giacoma Limentani In contumacia (1967), Dentro la D (1992) e La spirale della tigre (2003), ripubblicate in un unico volume dal titolo Trilogia nel 201213; ma si possono aggiungere anche Lettera aperta (1967) di Goliarda Sapienza, in cui la scrittrice ricorda gli abusi subiti da un amico del padre, o il più recente Alla fine resta l’amore, che racconta le indagini sulle presunte violenze sessuali commesse da un bidello sulla figlia dell’autrice. Quest’ultimo romanzo si presta bene a evidenziare la distanza che lo separa da un memoriale o una cronaca ortodossi: il nome della scrittrice, Claudia Mehler, è uno pseudonimo, e nomi, cognomi, date e luoghi che compaiono nel testo sono inventati. Questi espedienti funzionano come un mascheramento, probabilmente dettato da ragioni di riservatezza sia per gli accusati che per gli accusatori, ma fanno comunque saltare il patto autobiografico.
Nonostante il life writing sia ampiamente frequentato dalla letteratura italiana dell’estremo contemporaneo – si pensi alle recenti vittorie allo Strega di Emanuele Trevi con Due vite (2021) e di Ada D’Adamo con Come d’aria (2023) – raccontare direttamente vissuti personali di abuso sessuale infantile, cioè senza ricorrere al racconto finzionale o a espedienti per camuffare l’esperienza diretta, risulta ancora un’opzione impraticabile.
Questa peculiarità italiana fa un certo effetto se confrontata con quanto sta accadendo in Francia, dove negli ultimi cinque anni sono usciti tre memoir di grande successo incentrati su vicende di violenza sessuale infantile: Le consentement (2020) di Vanessa Springora, La familia grande (2021) di Camille Kouchner e Triste tigre (2023) di Neige Sinno. Immediatamente tradotte in italiano, queste opere hanno attirato i lettori e la critica, benché le autrici fossero marginali o sconosciute nel campo letterario. Per quanto riguarda i libri di Springora e Kouchner, il loro clamore può dipendere dal fatto che vengono accusate due personalità pubbliche francesi, lo scrittore e intellettuale Gabriel Matzneff e il politico Olivier Duhamel; Sinno, insignita del Premio Strega Europeo nel 2024, è stata l’autrice che più delle altre ha intrecciato la cronaca del proprio vissuto traumatico a una riflessione metaletteraria, scrivendo quello che è uno dei testi più interessanti e problematici sul tema degli abusi usciti negli ultimi decenni.
La ragione per cui in Italia non sono state (ancora) prodotte queste opere è più sociologica che letteraria. All’interesse verso l’abuso minorile, testimoniato sia dalla diffusione del tema nella narrativa finzionale sia dalla pronta ricezione dei memoir francesi, fa da contraltare la tendenza nostrana ad affrontare l’argomento in termini prettamente scandalistici. Questa impostazione radicata nel discorso pubblico ha sì cementato la condanna contro gli abusatori, ma ha anche inibito la possibilità di sviluppare riflessioni più approfondite, causando un ritardo in molti ambiti, dalle ricerche di storia sociale14, a un confronto rigoroso con il problema della pedofilia nella Chiesa cattolica15. In questo clima di grande sensibilità, ma schiacciato su posizioni stereotipate e apocalittiche, persino per una vittima può diventare difficile accordare il racconto del proprio vissuto alle poche forme discorsive accettate e riconosciute.
Del resto, la mancanza di una produzione memorialistica italiana sul tema degli abusi non implica che la nostra letteratura sia sorda o disimpegnata nei confronti di questo problema, ma che struttura l’impegno in modi diversi. Il memoir costituisce una forma diretta di intervento nel dibattito pubblico, accusa individui precisi – assumendosene anche la responsabilità giuridica – e va dunque considerato un gesto di impegno immediato. Immediato non perché rinunci a un controllo stilistico-formale o estrometta riflessioni sul medium utilizzato, ma perché parla di persone specifiche, e nella referenzialità del discorso trova un aspetto centrale della sua pregnanza come gesto politico. L’impegno e la dimensione etica che passano attraverso la scrittura finzionale non si risolvono invece in un’accusa circostanziata e specifica, ma si deducono dalle forme dei testi, che, molto più della scelta tematica, sono il luogo in cui si deve valutare l’intento più o meno impegnato dell’opera.
Studiare l’impegno della narrativa significa dunque studiarne le forma, cercando di individuare quelle costanti o quei moduli ricorrenti attraverso cui si esplicita quella funzione.
3. La parola alle vittime
Un primo atteggiamento caratteristico della narrativa italiana degli ultimi trentacinque anni che si è confrontata con il tema dell’abuso sessuale sui minori è stato quello di privilegiare il punto di vista della vittima. Questa scelta di focalizzazione si allontana da alcuni modelli prestigiosi in cui a parlare era il pedofilo (Lolita ovviamente, ma anche il passaggio dei Demoni di Dostoevskij in cui viene riportata la lettera di Stavrogin in cui ammette di aver avuto una relazione sessuale con Matrëša, spingendola poi al suicidio; parlano in prima persona Michel nell’Immoralista di Gide o l’alter ego pasoliniano in Amado mio) e risponde al tentativo di valorizzare la prospettiva del soggetto oppresso, così da portare in primo piano la sua esperienza e dar modo ai lettori di immedesimarsi in essa.
Il romanzo più rappresentativo di questo filone è Diario di Lo (1995) di Pia Pera, una riscrittura della Lolita di Vladimir Nabokov dal punto di vista dell’adolescente americana. Attraverso l’escamotage di un diario scritto da Lolita durante il periodo trascorso con Humbert Humbert, Pera crea una contronarrazione degli episodi e dell’immagine della ninfetta costruiti nell’ipotesto. La figura che emerge dalle pagine del diario è quella di una giovane piena di stimoli intellettuali, perspicace, consapevole, empatica: tutto il contrario del ritratto che ne aveva fatto il professore europeo nel suo memoriale. L’unico punto su cui le due narrazioni convergono è sul fatto che sia stata Lolita a sedurre il patrigno: mentre in Nabokov è Humbert a dichiararlo dopo il primo rapporto sessuale ai Cacciatori incantati («Sto per dirvi una cosa molto strana: fu lei a sedurre me»16), Pera immagina che Lolita applichi sull’ignaro inquilino le tecniche di seduzione apprese dal manuale Alla conquista dell’uomo bianco. Cento e una strategie vincenti.
Questa interpretazione risulta problematica perché riconosce a Lolita un’agency che è preclusa alle vittime di abuso sessuale infantile. Riscrivendo la famosa scena del divano e della mela, quella in cui Humbert si trova da solo con l’adolescente e si sfrega su di lei provocandosi un orgasmo, Pera attribuisce a Lolita la direzione degli eventi: «Comincia l’azione! Battaglia! Riagguanto la mela, sono più sveglia io di Hummie, sono più forte e cento volte più agile, l’addento, è come spezzare una boccetta di filtro amoroso17.» Mentre nell’ipotesto Humbert credeva di agire senza destare alcun sospetto sul fine delle proprie azioni, in Diario di Lo la regia passa decisamente in mano a Lolita. Da una parte questa scelta risponde alla volontà di metterla al centro e di farla protagonista attiva della storia che la riguarda, ma dall’altra rischia di avallare alcuni concetti pericolosi, che contraddicono il sentire comune e alcune acquisizioni della comunità scientifica – le richieste di affetto dei bambini non sono mai di natura sessuale, la vittima non è mai partecipe delle azioni che subisce ecc. A questo punto è necessario scindere il giudizio sull’opera: dal punto di vista romanzesco, la Lolita di Pera è un personaggio notevole perché ambiguo, ma la sua caratterizzazione, se giudicata con parametri extraletterari, risulta inverosimile ed eticamente controversa. Eppure, Diario di Lo conserva un valore intrinsecamente impegnato, perché getta un nuovo sguardo sulla più famosa relazione tra un adulto e una giovinetta che sia mai stata scritta. È il gesto stesso di posizionarsi dalla parte di Lolita a essere importante perché incarna una nuova sensibilità, storicamente ben determinata, nel rapportarsi alla questione degli abusi dalla prospettiva delle vittime.
La riflessione sulla parola è centrale anche in altri autori e autrici di questo periodo. Significativo sotto questo aspetto è il passaggio compiuto da Maraini tra La lunga vita di Marianna Ucrìa e Voci. Nel primo romanzo, la protagonista perde l’uso della parola in seguito allo choc della violenza sessuale, e comunica per il resto della vita tramite la lettura e la scrittura; nel secondo, la giornalista radiofonica Michela Canova, una professionista della voce, risolve il mistero della morte della vicina di casa restituendole simbolicamente parola e verità. Tra i due romanzi c’è quindi un movimento dalla perdita alla riconquista della voce, dove Michela è l’equivalente diegetico della scrittrice, colei che investe le sue risorse verbali per portare consapevolezza e rompere il silenzio sul fenomeno degli abusi.
Questo concetto ritorna anche in Il silenzio della collina (2019) di Alessandro Perissinotto. Il romanzo parte dal caso di cronaca di Maria Teresa Novara, un’adolescente di tredici anni sequestrata a Villafranca d’Asti nel dicembre del 1968 e ritrovata senza vita nell’agosto successivo, dopo che per mesi era stata imprigionata e violentata da più persone. Perissinotto costruisce un’impalcatura romanzesca in cui Domenico Boschis, attore originario delle zone in cui è avvenuto l’omicidio, torna nel paese natale per assistere il padre morente. Insospettito dal tentativo del genitore di rivelargli qualcosa, inizia a indagare sul caso, di cui era rimasto finora completamente all’oscuro. Alla fine – ovviamente – la ricerca non risolve il mistero giudiziario su come si siano svolti davvero gli eventi, ma il valore del romanzo, come emerge da uno scambio tra Domenico e un’amica, sta nell’atto stesso di aver raccontato la vicenda: «‘‘Ma a cosa servirebbe raccontare quella storia: ormai è passato un sacco di tempo.’’ ‘‘[…] Parlarne serve più oggi di allora, serve a non dimenticare, a mettere in guardia contro il ripetersi della storia’’18.»
Assumere il punto di vista della vittima implica infine imitarne lo stato emotivo attraverso scelte stilistiche che possano rispecchiarlo. Nella Gioia avvenire di Poli, l’io narrante è la psicoterapeuta Sara, che consegna a un avvocato il memoriale di una sua paziente, Nadia, in cui descrive gli abusi sessuali subiti da un amico di famiglia quando aveva quattordici anni – nel corso della narrazione si scoprirà che Sara e Nadia sono in realtà la stessa persona. Le parole di Sara/Nadia, sia quelle del resoconto scritto che quelle scambiate con l’avvocato, si caratterizzano per un andamento sincopato e asfittico, in cui l’uso dei segni di interpunzione crea un ritmo che mima l’affanno del ricordo e la fatica del confronto con la memoria traumatica: «Sarei felice, di vincere un portafoto»; «Sono necessari, alla condivisione»; «Ne ho un libretto minuscolo, tirato in blu notte, dei miei, incubi19.» La forzatura grammaticale, seppur utilizzata in modo schematico, è efficace nel caratterizzare psicologicamente il personaggio e nel far immergere il lettore nella sua condizione.
4. Il paradigma indiziario
Il secondo modello narrativo è riconducibile al paradigma indiziario teorizzato da Carlo Ginzburg20. Nelle opere che seguono questa impostazione, l’abuso o la verità su di esso non si dà come dato di partenza del racconto, ma arriva alla fine di una ricerca intrapresa sulla base dei segni lasciati dalla violenza.
Questo macro-modello si declina in tre modi diversi. Il primo, e più facilmente riconoscibile, è il romanzo o il racconto poliziesco – per ciò che qui interessa, si può soprassedere all’analisi delle sfumature tra giallo, noir e altri sottogeneri – in cui un investigatore o un’investigatrice indaga su reati sessuali o vi si imbatte nel corso di altre ricerche. Si occupano di bambini abusati l’investigatrice Mila Vasquez nel Suggeritore di Carrisi e il vicequestore Rocco Schiavone, protagonista di molti romanzi di Antonio Manzini, in Le ossa parlano (2022). Nel poliziesco, il tema delle violenze sui minori è quasi sempre una funzione del racconto, serve per muovere la trama investigativa come qualsiasi altro crimine farebbe; difficilmente la questione vi è affrontata in modo problematico o originale, ma è un pretesto come un altro per dar modo all’inchiesta di svilupparsi e tenere alta la tensione.
Il paradigma indiziario struttura anche il romanzo giudiziario. Qui, a differenza di quanto avviene nel poliziesco, il (presunto) colpevole è noto fin dall’inizio, e la trama si concentra sul confronto tra le testimonianze dei personaggi e sul lavoro degli organi giudiziari per appurare cosa sia accaduto veramente. Molti di questi testi si ambientano tra tribunali e uffici di avvocati e riflettono proprio sul modo in cui il confronto con questi apparati può risultare traumatico tanto quanto l’abuso. L’innocente (2018) di Marco Franzoso è un romanzo breve ambientato in un’unica giornata, quella in cui Matteo va dalla Giudice e dalla Psicologa insieme all’Avvocato (i nomi sono in maiuscolo nel testo, come se i personaggi fossero completamente assorbiti e identificati nella loro funzione) per rilasciare una deposizione su quanto successo tra lui e don Andrea alcuni anni prima. La seduta in cui viene raccolta la testimonianza del bambino si svolge in modo inquietante: Matteo è confuso e non ricorda con precisione i fatti, ma deve conformare il proprio racconto a quello che la Giudice si aspetta da lui: «I ricordi si confondevano e si sovrapponevano ai discorsi sentiti e non era più in grado di distinguere la verità dai discorsi. Ma questo non andava bene, lui non poteva avere dubbi, lui era lì per parlare e dire le cose giuste, altro loro non avrebbero accettato21.» Durante l’audizione, la Giudice cerca di far rivivere a Matteo il momento del presunto abuso, prendendolo sulle ginocchia e accarezzandolo come faceva il prete. Il bambino è paralizzato dal terrore e per interrompere il supplizio rilascia una dichiarazione che inchioda don Andrea. La scena non è evidentemente realistica, ma è una drammatizzazione dei soprusi che l’apparato giudiziario infligge a chi denuncia.
Questo aspetto è messo in rilievo anche in Alla fine resta l’amore, dove il tentativo dei genitori di far incriminare il bidello che ha approfittato di loro figlia si scontra con l’ottusità delle istituzioni. Ogni colloquio della bambina con gli inquirenti le causa sofferenze evitabili («A sei anni, con quella febbre il giorno precedente e la tensione che l’incontro le causava, non capisco come si sia potuto farla aspettare due ore prima di cominciare»; «Anche questo pomeriggio S esce stravolta. Forse persino più dell’altro incontro. Alienata, sola, isolata. Con un mal di testa fortissimo22») finché le indagini si arenano privando la famiglia della giustizia a cui avrebbe diritto.
All’interno dei romanzi giudiziari, un nucleo ben riconoscibile è costituito da tre opere, tutte uscite nel 2009, che affrontano il tema delle false accuse di pedofilia: Pulce non c’è di Rayneri, Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati e Vento scomposto di Simonetta Agnello Hornby. La vicinanza tematica e cronologica di questi tre romanzi si deve con ogni probabilità alla risonanza del caso di Rignano Flaminio, fatto di cronaca iniziato nel 2006 quando tre maestre e una collaboratrice scolastica della scuola materna Olga Rovere più altre due persone vennero accusate di aver commesso terribili nefandezze sui bambini dell’istituto in cui lavoravano. Benché il processo si sia concluso solo nel 2012 con l’assoluzione di tutti gli imputati, fin dall’inizio emersero forti dubbi sulla veridicità delle accuse, scaturite in un clima di isteria collettiva. Alla fine di questi tre romanzi il sistema giudiziario riesca ad appurare la verità (non ci sono stati abusi) e svolge quindi egregiamente la propria funzione, mentre non si può dire altrettanto per quei romanzi giudiziari in cui l’abuso pare effettivamente essere avvenuto. Sembra quasi che quando il reato si è verificato (o almeno l’intreccio del romanzo ci spinge a crederlo) il sistema si inceppi, come se facesse resistenza a riconoscerlo; quando invece il fatto non sussiste, e quindi si ripristina un’immagine sociale più armonica, il sistema risulta performante e pronto ad accertare la verità.
L’ultima articolazione assunta dei romanzi che seguono un paradigma indiziario vede il protagonista compiere una ricerca individuale a partire da una serie di indizi – che assumono qui la natura di veri e propri sintomi – che l’abuso ha lasciato su di lui. Lo spunto da cui muovono questi testi è quello della dissociazione e della rimozione dell’evento traumatico, per cui il personaggio non ricorda cosa sia accaduto, ma i sintomi lo spingono a indagare fino alla scoperta di una verità sepolta nel passato. Seguono questo modello La lunga vita di Marianna Ucrìa, dove la protagonista recupera solo nel finale il ricordo dell’abuso e dunque la ragione del suo mutismo, La bestia nel cuore (2004) di Cristina Comencini, in cui Sabina rimuove le brutalità commesse dal padre e si confronta con esse solo quando rimane incinta, e Dies Irae (2006) di Giuseppe Genna per quanto riguarda Paola, una dei protagonisti del romanzo. Certe volte il cammino di ricerca interiore è affiancato a un’indagine ufficiale, come avviene nell’Amore molesto di Ferrante, dove la polizia investiga sulla morte di Amalia, mentre la figlia Delia intraprende un viaggio nel proprio passato che la riporta ai probabili abusi ricevuti. Utilizza questa tecnica di montaggio tra inchiesta privata e pubblica anche La città e i giorni (2024) di Filippo D’Angelo: qui l’operatore umanitario Emanuele deve scrivere una relazione sui rapporti tra i militari dell’esercito francese e alcuni bambini della Repubblica Centrafricana, e parallelamente fa i conti con la relazione asimmetrica che lui stesso aveva avuto con una giovane ragazza di cui ha perso le tracce.
Nelle sue tre realizzazioni, il romanzo che segue il paradigma indiziario propone un percorso riparativo di fronte alla violenza. Le indagini compiute direttamente dal protagonista o da un organo statale portano a un avvicinamento progressivo alla verità e permettono una graduale elaborazione del trauma, in vista, se non proprio di un superamento, di una sua integrazione nella vita del soggetto. Procedendo per gradi, il romanzo ripercorre tutte le fasi del trauma: l’episodio traumatico, la fase dei disturbi, la riparazione e il ritorno all’ordine. È proprio la descrizione dell’intero processo a essere conciliante per il lettore, che si confronta sì con i momenti più drammatici e cupi delle violenze, ma vede anche la prospettiva o la concretizzazione di uno scioglimento favorevole. Nel caso del poliziesco, la cattura del colpevole o la scoperta della verità segnano il momento di restaurazione dell’equilibrio e rassicurano i lettori.
5. Il trauma nella narrativa breve
Rispetto ai romanzi, la narrativa breve ha un’estensione che non permette, o almeno rende molto più complesso, seguire tutte le fasi del trauma. Per la morfologia del genere e per la riconosciuta attitudine del racconto moderno a focalizzarsi su un evento che infrange la stabilità quotidiana23, i racconti che parlano di abuso sessuale sui minori tendono a soffermarsi proprio sul momento dell’abuso, che viene rappresentato e descritto nel suo accadere, lasciando in secondo piano le fasi successive, quelle dei sintomi e dell’eventuale elaborazione.
Esemplare di questa modalità narrativa è il racconto Amore di Giulio Mozzi, appartenente alla raccolta Il male naturale (1998); un testo brevissimo, che descrive un rapporto sessuale tra due personaggi, chiamati solo «l’uomo» e «il bambino» – termini che ricorrono trentuno e trentadue volte in circa tre pagine24. I protagonisti sono totalmente spersonalizzati, il narratore li osserva dall’esterno senza caratterizzarli psicologicamente e adotta uno stile piano, ripetitivo, al limite del burocratico, immortalando la scena senza fornire alcun giudizio. In questa mancanza di appigli per la caratterizzazione, l’identità dei protagonisti è racchiusa negli atti che compiono: il bambino è l’abusato, l’uomo l’abusatore. Non è necessario nessun approfondimento, perché è in quell’atto che è inscritta tutta la loro storia presente e futura.
Nella predilezione dei racconti a focalizzarsi sul momento dell’abuso si manifesta una credenza radicata, ovvero che le violenze sessuali siano eventi irreparabili. Raccontare che cosa avviene dopo appare superfluo, perché è l’atto stesso a essere decisivo per il futuro dei soggetti, che rimangono imprigionati nell’identità di vittima. Coerentemente a questa ideologia, quando l’autore o l’autrice sceglie di seguire i personaggi per un arco cronologico più lungo, enfatizza proprio i segni lasciati dal trauma. In Eredità di Matteo Marchesini, racconto compreso nella raccolta Iniziazioni (2024), Marco è un trentenne che vive nella casa dello zio molestatore; fa, come lui, l’illustratore; ha rapporti sessuali occasionali con molte ragazze che, come per una sorta di incantesimo, hanno tutte subito violenza sessuale in giovane età. L’identità di Marco è frutto dell’eredità degli abusi, da cui non è mai riuscito a districarsi e che forse, solo con il trasloco che sta ultimando, sarà in grado di superare – ma il testo si conclude prima di quel momento, e dunque prima dell’uscita dalla condizione traumatica.
Rispetto all’andamento dei romanzi, i racconti trasmettono un’immagine decisamente più disperata, perché è del tutto assente la fase di riparazione. Il messaggio è dunque molto meno consolatorio; non è un caso che i racconti di Buio, con cui Maraini vince lo Strega, non seguano lo schema fin qui delineato per la narrativa breve. Nei brevi racconti di violenza sui minori compare sempre la commissaria Adele Sòfia che, se non può salvare i bambini, può almeno fermare i colpevoli ristabilendo l’omeostasi sociale. Ma la struttura del giallo risulta lì poco efficace, e proprio nella sua inefficacia palesa l’uso strumentale che ne fa la scrittrice. I racconti di Buio sono infatti così brevi che la sfida investigativa e il pathos che dovrebbe derivarne sono ridotti al minimo: la polizia, semplicemente, arriva e risolve il caso. Mentre in molti gialli il predatore sessuale svolge la funzione del cattivo di turno e dunque l’argomento della pedofilia è messo al servizio del genere, nei racconti di Maraini si verifica l’opposto. Qui Adele Sòfia, con le sue idee illuministiche e la rapidità dei suoi arresti, è il deus ex machina di un ritorno all’ordine che serve a lenire lo sgomento del lettore di fronte a storie di violenza e morte. La vittoria dello Strega dipende quindi da questa torsione innaturale che Maraini impone ai suoi racconti, che solo in una versione più pacificante potevano proporsi al grande pubblico a cui mira il Premio.
6. Conclusioni. Numeri e forme dell’impegno
L’attenzione che la narrativa italiana ha dedicato al tema della pedofilia e degli abusi sessuali sui minori negli ultimi decenni costituisce di per sé una manifestazione di impegno, in quanto ha contribuito a mettere sempre più al centro del dibattito politico e sociale un problema che, fino a non molto tempo fa, era ancora gravato da un pesante interdetto. Certo, più ci si avvicina al presente, più la scelta tematica sembra dettata da ragioni di moda piuttosto che da una sincera volontà di stimolare l’opinione pubblica, ma il dato quantitativo rimane un indice affidabile per misurare l’impegno degli scrittori: un oggetto di cui non si parla, è un oggetto su cui non si può agire.
Dalle forme testuali provengono invece indicazioni contrastanti. La concentrazione sul punto di vista della vittima e la proposta di una parabola narrativa che tenga insieme la fase di distruzione identitaria e quella del superamento e dell’integrazione del trauma indicano una volontà di dare visibilità alla vittima e di avanzare esempi positivi di resilienza. Se in questa proposta modellizzante rivolta alle vittime reali si può riconoscere una chiara forma di impegno, il pericolo è quello di esaltare esempi troppo ottimistici, che, anziché sollecitare la riflessione o aiutare gli individui in crisi, rischiano di diventare uno strumento di compensazione su un piano di irrealtà.
Passando alla narrativa breve, essa lascia trapelare un sentimento socialmente poco presentabile: l’abuso è un trauma da cui non ci si risolleva, per cui è inutile suggerire modelli di riparazione. La narrativa breve adotta uno sguardo cinico e nichilista, che permette di empatizzare con l’esperienza vittimaria ma non offre modelli con cui nutrire l’immaginario. L’impegno, se si può ravvedere anche in questi testi, sta nella presa di coscienza della gravità del fenomeno, osservato e riprodotto senza alcuna finalità edificante.
Dall’analisi condotta sul romanzo giudiziario deriva poi una possibile spiegazione per l’assenza del memoir in Italia: la difficoltà nel confronto con gli organi giudiziari che si riscontra in quei testi può giustificare l’inibizione delle vittime a raccontarsi direttamente, perché la sfiducia verso le istituzioni si somma a un contesto ancora ostile all’accoglienza delle loro storie.
Restano fuori da questa breve analisi quelle opere che affrontano il tema degli abusi in modo irriducibile alle forme fin qui passate in rassegna. Romanzi e autori come il Walter Siti di Bruciare tutto (2017) e il Giulio Mozzi delle Ripetizioni (2021), che Raffaele Donnarumma ha definito «immoralisti25: » sono coloro che scelgono di parlare di pedofilia e abuso sui minori sospendendo il giudizio di condanna, esibendo narratori che mostrano una sospetta vicinanza al “mostro”, oppure, come avviene in L’amore contro (2001) di Mauro Covacich e in Terza persona singolare (2005) di Maria Stella Conte, raffigurando pedofili “buoni”, che stringono legami duraturi e affettuosi con i bambini e le bambine, che pure hanno violentato.
Queste opere esulano dall’orbita dell’impegno qui analizzata e la loro genesi rimanda a strategie di posizionamento nel campo letterario, senza che ci sia alcuna volontà politica di ridiscutere i termini in cui oggi si parla di pedofilia e di abuso minorile. Lo studio della struttura di questi testi può del resto partire proprio dalla misurazione dalla distanza che li separa dalle forme più diffuse qui descritte, rispetto a cui operano un ribaltamento programmatico investendo proprio sul valore estetico dello scarto dalla norma.
Note
- Philip Jenkins, Moral Panic. Changing Concepts of Child Molester in Modern America, New Haven, Yale University Press, 1998, p. 232: «Society in the 1990s has become far more sensitive to sexual violence and exploitation, including not only rape, incest, and child abuse but also sexual harassment in the workplace»; Anne-Claude Ambroise-Rendu, Un siècle de pédophilie dans la presse (1880-2000): accusation, plaidoirie, condamnation, in «Le Temps des Médias», I, 1, 2003, p.40: «Il faut donc attendre les années 1990 pour voir se briser complètement la loi du silence et s’ouvrir le temps de la réflexion»; Francesco Benigno, Vincenzo Lavenia, Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, Bari-Roma, 2021, p. 242: «Fino ai tardi anni Ottanta del Novecento, ad esempio, la questione degli abusi sessuali sui minori non ha avuto un rilievo specifico, mentre è venuta acquisendolo, come si è visto, sul finire del secolo».
- Georges Vigarello, Storia della violenza sessuale. XVI-XX secolo, trad. it. Alberto Folin, Venezia, Marsilio, 2001, pp. 255-256 [1^ ed. 1999].
- Alcuni libri dal titolo programmatico: Vittorino Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Milano, Rizzoli, 1998; Maria Rita Parsi, Più furbi di Cappuccetto Rosso. Suggerimenti a bambini, genitori, educatori su come affrontare la pedofilia, Milano, Mondadori, 2000; Alberto Pellai, Le parole non dette. Come genitori e insegnanti possono aiutare i bambini a prevenire l’abuso sessuale, Milano, FrancoAngeli, 2000.
- Cosimo Schinaia, Pedofilia e psicoanalisi. Figure e percorsi di cura. Nuova edizione rivista, aggiornata e ampliata, Torino, Bollati Boringhieri, 2019, p. 54 [1^ ed. 2001].
- Per approfondimenti sulle due leggi rimando a Marina Crisafi, Eugenia Trunfio, Luisa Bellissimo, Pedofilia. Disciplina, tutele e strategie di contrasto, Milano, Giuffrè, 2010, pp. 58-70, 107-168.
- L’archivio si può consultare a questo indirizzo: Camera Search Engine Cross [visto il 30 aprile 2025].
- C. Schinaia, Pedofilia e psicoanalisi, cit., p. 79.
- Per questa e altre osservazioni sui cambiamenti tra la prima edizione e quella einaudiana si veda Eugenio Murrali Notizie sui testi, in Dacia Maraini, Romanzi e racconti, a cura di Paolo Di Paolo e Eugenio Murrali, Milano, Mondadori, 2021, pp. 1683-1684.
- I racconti che mettono al centro storie di violenza sessuale sui minori sono: Il Bambino Grammofono e l’Uomo Piccione; Viollca la bambina albanese; Alicetta; Ha undici anni, si chiama Tano; Ombre. Si veda Dacia Maraini, Buio, Milano, Rizzoli, 1999.
- Gianluigi Simonetti, Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario, Milano, Nottetempo, 2023, p. 45.
- Alcune autrici avevano già esordito con case editrici piccolissime e praticando altri generi, dalla poesia (Navarra), alla saggistica (Poli), alla raccolta di racconti (Giurickovic Dato).
- Luciano Parisi, Giovani e abuso sessuale nella letteratura italiana (1902-2018), Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2021, p. 14.
- Ibidem, pp. 15, 165-187.
- Mentre esistono ricerche approfondite sulla storia della pedofilia e dell’abuso sessuale sui minori negli Stati Uniti (P. Jenkins, Moral Panic, cit.), in Francia (Anne-Claude Ambroise-Rendu, Histoire de la pédophilie. XIXᵉ-XXIᵉ siècle, Paris, Fayard, 2014) e in Inghilterra (Louise A. Jackson, Child sexual abuse in Victorian England, London – New York, Routledge, 2000), per l’Italia ci sono solo studi parziali che affrontano l’argomento in contesti specifici e in archi cronologici troppo limitati o distanti dal presente.
- F. Benigno, V. Lavenia, Peccato o crimine, cit., p. 198: «Non abbiamo ricerche complessive circa la storia giudiziaria degli abusi sessuali dei chierici a danno dei minori nell’Italia unita (sia liberale, sia fascista sia repubblicana)».
- Vladimir Nabokov, Lolita, trad. it. Giulia Arborio Mella, Milano, Adelphi, 1992, p. 168 [1^ ed. 1955].
- Pia Pera, Diario di Lo, Venezia, Marsilio, 1995, p. 132.
- Alessandro Perissinotto, Il silenzio della collina, Milano, Mondadori, 2019, p. 210.
- Stella Poli, La gioia avvenire, Milano, Mondadori, 2023, pp. 51, 55, 81, 83.
- Il riferimento è a Carlo Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Id., Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi, 1986, pp. 158-209. Prima di essere inserito nella raccolta, il saggio era già uscito nel 1979.
- Matteo Franzoso, L’innocente, Milano, Mondadori,2018, p. 82.
- Claudia Mehler, Alla fine resta l’amore, Milano, Mondadori, 2013, pp. 91, 191.
- Andreas Gailus, La forma e il caso: la novella tedesca dell’Ottocento, in Franco Moretti (a cura di), Il romanzo. Vol. II. Le forme, Torino, Einaudi, 2002, p. 506: «Da Goethe fino a Musil la novella rappresenta in forme sempre nuove un nocciolo disfunzionale e asimbolico posto nel cuore del sistema: un elemento eccessivo e traumatico che minaccia dall’interno le unità organizzate». Corsivo nel testo.
- Giulio Mozzi, Amore, in Id., Il male naturale, Milano, Mondadori, 1998, pp. 72-74.
- Si vedano Raffaele Donnarumma, Walter Siti, immoralista, in «Allegoria», XXXI, 80, 2019, pp. 53-94 e Id., Immoralistes: les écrivains contemporains au revers de l’éthique, in Barbara Carnevali, Emiliano Cavaliere, Katie Ebner-Landy (a cura di), En deçà du bien et du mal. Morales de la littérature de la Renaissance à l’âge contemporain, Paris, Hermann,2024, pp. 315-334.
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