Bibliomanie

Corpi e resistenze – “Avevo un cane nella pancia che mi rosicava viva”: il racconto dell’endometriosi
di , numero 60, dicembre 2025, Saggi e Studi, DOI

<em>Corpi e resistenze</em> – “Avevo un cane nella pancia che mi rosicava viva”: il racconto dell’endometriosi
Come citare questo articolo:
Ramona Onnis, Corpi e resistenze – “Avevo un cane nella pancia che mi rosicava viva”: il racconto dell’endometriosi, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 2, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13600



Care mi sono le streghe.
Le pratico, le frequento, le conosco,
mi ci scambio la pelle, le infilo nelle mie pagine, le doto di parola,
le vado a scovare tra vecchie carte processuali, le chiamo streghe ma anche no,
le pitto d’angelico o di diabolico, bastarde le faccio, ma anche purissime,
incontaminate o spurie, talvolta arroganti, spesso amuruse, in ogni caso forti,
capaci di incidere sul destino proprio e altrui.

Tea Ranno, Avevo un fuoco dentro.


Questo saggio intende esplorare il tema dell’endometriosi e la sua narrazione letteraria, a partire da un memoir di recente pubblicazione, Avevo un fuoco dentro (Mondadori 2024) di Tea Ranno, già autrice di Cenere (2006), finalista al premio Calvino. Il quadro teorico cui si rinvia è quello delle medical humanities, da un lato, e degli studi femministi e di genere, dall’altro. L’importanza di questi ultimi è dovuta ad almeno due ragioni: anzitutto, la critica femminista ha da tempo enfatizzato il potere delle narrazioni e del linguaggio; basti ricordare, a tal proposito, il noto pensiero di Audre Lorde:

«ognuna di noi è qui ora perché in un modo o nell’altro condividiamo un impegno verso il linguaggio e il potere del linguaggio, e per la rivendicazione di quel linguaggio che è stato fatto funzionare contro di noi. Nella trasformazione del silenzio in linguaggio e azione è vitale e necessario che ciascuna di noi stabilisca o prenda in esame la sua funzione in quella trasformazione, e che riconosca il proprio ruolo come vitale all’interno della trasformazione stessa1».

In secondo luogo, riguardo all’argomento specifico del presente studio, come ricorda il Manifesto del Collettivo femminista À nos corps résistants, «l’endometriosi è una doppia pena. La prima è il dolore, la seconda è il patriarcato2».
È da alcuni anni ormai che il rapporto fra narrazione, malattia e cura suscita sempre più l’interesse della critica, anche italiana3. Nota Stefano Calabrese, è come se «l’Io [potesse] conoscersi, curarsi, trasformarsi solo per via diegetica4». Lo conferma il successo delle medical humanities e della medicina narrativa: ricordiamo che la prima espressione inizia a diffondersi tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento5, mentre di medicina narrativa si comincia a parlare all’inizio degli anni Duemila, grazie in particolare ai lavori dell’internista americana e studiosa di letteratura Rita Charon che l’ha definita «un’attività di cura che si forma attraverso la teoria e la pratica della lettura, della scrittura, della narrazione e della ricezione6». A emergere è la necessità di conciliare la cosiddetta EBM – Evidence-based Medecine – con la NBM – Narrative-based Medecine, ovvero non basta l’osservazione dei sintomi clinici della malattia, quindi i dati e le evidenze scientifiche e oggettive; occorre integrarli con le narrazioni del paziente, della famiglia e degli operatori sanitari coinvolti nel percorso di cura. In tal modo, «il soggetto inizia a essere considerato non più solo come portatore di malattia, a volte come la malattia stessa, ma anche come portatore di storie, valori e significati inseriti in un particolare contesto storico-sociale7».
Alla base dell’approccio umanistico-narratologico che caratterizza i lavori di Charon, vi è l’idea che la letteratura abbia una funzione terapeutica e di cura, quella che lo studioso francese Alexandre Gefen considera un’ambizione riparatrice: «analizzare i discorsi sul potere della letteratura significa riconoscere che, nel contesto contemporaneo, la letteratura non è un fine a sé stante, ma un dispositivo sociale o simbolico potente che agisce sulle coscienze e sui sentimenti»8. Non si tratta certamente di qualcosa di nuovo – si pensi al concetto aristotelico di catarsi o di purificazione, recentemente rivisitato dalla psicologia cognitivista9 – né nuova è del resto la narrazione della malattia – si ricordino i Saggi di Montaigne o le Confessioni di Rousseau – tuttavia, è durante il XX secolo che le cosiddette patografie conoscono un gran successo in termini quantitativi e qualitativi. Come nota Mariarosa Loddo, riprendendo la definizione di Anne Hunsaker Hawkins (Reconstructing Illness, 1993), il termine patografia designa «a book-length narrative about the author’s illness10»; esso è affiancato dalla variante “autopatografia”, la cui paternità risale allo psichiatra francese Stéphane Grisi che nel 1996 definisce l’autopathographie «un’opera scritta in cui l’autore evoca, in modo centrale o periferico, fatti, idee o sentimenti relativi alla propria malattia11». Negli anni Venti del Novecento si diffondono i racconti dei malati oncologici; negli anni Ottanta quelli sull’AIDS, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui, osserva Loddo, «il flusso di patografie non si è arrestato e interessa pressoché qualsiasi malattia, dalla sclerosi multipla, al morbo di Parkinson fino al dolore cronico12».
Si tratta di testi che, muovendosi all’interno della galassia narrativa della non-fiction13, la critica contemporanea fa spesso fatica a valutare, non riuscendo a soppesare il rapporto tra la dimensione funzionale e quella letteraria di queste narrazioni, come ricorda Gefen, riferendosi ai racconti della malattia psichica14. Certamente, in questo recente narrative turn in medicina, si registra un importante cambiamento di prospettiva: il paziente è pronto a reclamare la propria autonomia decisionale, al punto da contestare l’autorità del medico15. Questa dinamica di empowerment è particolarmente rilevante nelle narrazioni di malattie in cui le questioni di genere svolgono un ruolo essenziale. È il caso dell’endometriosi che, rispetto a tante altre patologie, ha una scarsa visibilità e di conseguenza poco spazio nell’ambito della produzione letteraria e critica.
L’endometriosi è una malattia infiammatoria cronica che colpisce in Italia il 10-15% delle donne in età riproduttiva e che provoca cicli mestruali abbondanti e dolorosi, disturbi digestivi e depressivi, dispareunia, emicrania, oltre ad essere strettamente legata all’infertilità. L’endometriosi è una patologia che rispecchia in maniera particolarmente pertinente la distinzione fra illness e disease che la lingua inglese mette in avanti:

«la illness, intesa come il vissuto soggettivo della malattia, l’insieme delle sensazioni fisiche, pensieri, emozioni e il malessere associati all’esperienza di essere malati, e la disease, ovvero la descrizione biologica, organica e clinica della patologia16».

Nel trattamento dell’endometriosi, infatti, si tende ad attribuire molta più importanza al segno che non al sintomo17, laddove il primo rinvia alla manifestazione oggettiva della malattia, mentre il secondo si ricollega alla illness, ovvero all’esperienza soggettiva delle donne affette da endometriosi. Ora, purtroppo, quest’ultima è una malattia che comporta spesso pochi segni – questo spiega del resto la difficoltà nel diagnosticarla18 – e molti sintomi, i quali sono spesso ignorati, sminuiti o screditati. La studiosa Marion Coville la definisce «una fabbrica gendered d’ignoranza19», un’ignoranza strategica delle conseguenze che questa malattia produce nella vita quotidiana delle donne che ne soffrono. Ci si riferisce in particolare all’esperienza del dolore, alla questione del sangue e a quella della sessualità, entrambe tabù in quanto rinviano al vissuto corporeo della donna. Osserva Coville:

«Studiando il discorso medico sull’endometriosi, ricercatori e attivisti hanno dimostrato che, come altre malattie percepite come femminili, la sua comprensione è plasmata da stereotipi misogini. Per esempio, le donne che parlano del loro dolore sono spesso accusate di esagerare, di essere troppo sensibili o di cercare attenzione. Di conseguenza, l’endometriosi è stata inizialmente vista come un problema psicologico: una malattia delle donne isteriche. Al tempo stesso, mentre le cause dell’endometriosi erano ancora sconosciute, il discorso medico sull’endometrio e sull’utero privilegiava ipotesi legate alle funzioni riproduttive20 ».

Ancora oggi, infatti, l’endometriosi viene perlopiù diagnosticata nell’ambito dei controlli medici per l’infertilità, problema sollevato in particolare dalle studiose che si occupano di giustizia riproduttiva: a essere oggetto di attenzione è la sola donna che non riesce a procreare – in virtù della tradizionale associazione della donna alla sua esclusiva funzione materna– il che sottintende una logica profondamente discriminatoria. Stereotipi sessisti e rapporti di potere genderizzati determinano il modo di interpretare l’esperienza delle donne affette da endometriosi21 . Sangue mestruale e sessualità sono questioni ritenute tabù o triviali22; i dolori mestruali sono considerati normali e naturali, il che rinvia a una tradizione di dolorismo femminile23 e a una svalutazione del corpo della donna ritenuto naturalmente patologico. Elsa Dorlin ricorda che il trattato Maladies des femmes di Ippocrate inaugura una lunga e diversificata tradizione di testi dedicati alla patologia femminile: l’idea è che «l’organismo femminile sarebbe in uno stato di squilibrio quasi permanente, il che spiegherebbe perché le donne abbiano maggiori probabilità di ammalarsi nel corso della loro vita24 ». Aggiungono con tono provocatorio Barbara Ehrenreich e Deirdre English, fra le prime a riflettere sul sessismo della scienza medica:

«Da quando Ippocrate deplorava le “continue infermità delle donne”, la medicina non ha fatto altro che perpetuare l’opinione maschile dominante: ha trattato la gravidanza e la menopausa come malattie, le mestruazioni come un disturbo cronico, il parto come un intervento chirurgico. Eppure, la “debolezza” delle donne non ha mai impedito loro di superare parti difficili, e la loro “instabilità” non le ha mai private della responsabilità esclusiva dell’educazione dei figli25».

È alla luce di questa cornice teorica che si intende analizzare il recente memoir di Tea Ranno che esordisce mettendo al centro sessismo e stereotipi di genere26 . Tea, dal letto di un ospedale di Siracusa dove è stata operata d’urgenza, ricorda la sua infanzia, quella di «una pupidda di zucchero e miele […] una figlia insegnata bene» – clin d’oeil alla jeune fille rangée beauvoriana? – «certe volte pure io mi sentivo una bambola […]. Le bambole non disturbano, […] non strepitano, non insistono per ottenere quanto è vietato, non sono maleducate, ardimentose, sgarbate […]. Inghiottivo e sorridevo, inghiottivo e mi facevo andare bene tutto27». Contro stereotipi e pregiudizi Tea imparerà a lottare: dovrà fare i conti con la misoginia e le umiliazioni di un professore, un tronfio direttore di una piccola casa editrice che, approfittando della sua passione per la letteratura, le darà dei libri da recensire gratuitamente ogni settimana – libri scritti rigorosamente da uomini, poiché dalle donne, «mistiche o streghe28», non c’è nulla da imparare; Tea dovrà convivere, per oltre trent’anni, con una malattia a lungo non diagnosticata e, in seguito, banalizzata e sminuita e che, per via della negligenza di medici incompetenti, la porterà quasi alla morte: «è la sua malattia, ci deve convivere», «il dolore è tipico della sua malattia. Tanto fumo e niente arrosto», alcune delle battute poco felici di medici abituati a «fruga[rle] dentro29».
Tante sono le metafore utilizzate da Ranno per descrivere la malattia, tutte particolarmente dense e coraggiose, per niente grossolane, né idealizzanti o semplificatorie, contrariamente alle note osservazioni di Sontag sull’argomento30. Prima fra tutte quella che dà il titolo al romanzo, il fuoco: «brucia il fianco destro, brucia il sinistro, brucia la mezzaluna sopra il pube, bruciano l’inguine e la gamba, la costellazione di faville dal rene alla vescica al retto. Un fuoco che non dissipa ma aggiunge»31. Un’immagine particolarmente realistica nella misura in cui la malattia si manifesta attraverso dei focolai endometriosici, ovvero delle cellule della mucosa uterina che s’impiantano al di fuori dell’utero, nel bacino, nelle ovaie, nella vescica, nell’intestino, più raramente nei polmoni. Altra metafora che ritorna quasi ossessivamente nel romanzo, e che si ritrova anche in altri racconti e rappresentazioni internazionali dell’endometriosi32, è quella del cane randagio che morde e sbrana dall’interno delle viscere: «un canuzzo che smangiucchiava, smangiucchiava, ingordo come certi bambini davanti a una montagna di cioccolata»33. L’endometriosi è un cane talvolta dormiente, spesso capace di «rifarsi la tana»34 e di riprendere «il suo lavoro di colonizzazione35».
A essere ricorrente nel romanzo è il motivo del sangue: «ne ho incontrate tante di donne come me, ne incontro tante, le loro storie si intrecciano alla mia, insieme facciamo cerchio. Il “Circolo del sangue”, lo chiamo talvolta36». Particolari legami di sangue che solo l’endometriosi rende possibili, nonostante Tea, così come tante altre donne originarie di un paese arcicattolico del sud Italia dove il ginecologo si occupava unicamente delle donne sposate, sia cresciuta nella vergogna del sangue e nella totale ignoranza del proprio corpo:

«era un fatto disdicevole permeato di impurità: le donne col mestruo non possono impastare il pane (sennò non lievita), non possono toccare il vino (sennò diventa aceto), non possono toccare una pianta (sennò secca e muore), non possono toccare i pomodori (sennò la salsa s’inacidisce). […]. Mi era sembrata una cosa pazzesca, dal vago sentore stregonesco di cui mi ero sentita gratificata37».

Frasi che confermano quanti pregiudizi, disuguaglianze e violenze siano state prodotte nel tempo attorno all’immagine delle donne mestruate38.
Tea racconta la sua adolescenza segnata da cicli abbondanti e dolorosi, un dolore sistematicamente sminuito e banalizzato in quanto associato alla normale sofferenza delle donne: «devi essere contenta, ché poi arriva la menopausa e ti ritrovi vecchia, e sai come li rimpiangi questi dolori? Amaramente li rimpiangi. Dolori di gioventù sono, e la gioventù è bella»39, le veniva detto da una certa vicina dispensatrice di saggezza. Persino il suo medico, il dottor Fante, sosteneva che il suo dolore fosse di natura psicologica, dovuto all’incapacità della donna di accettare i problemi legati alla mestruazione: «fattelo amico, il sangue, pensa che è una parte di te, della tua femminilità, della tua possibilità di diventare madre»40, a conferma di quella dottrina sessista – storicamente alimentata dalla ginecologia, prima, e dalla psichiatria, poi – che ha sempre spinto i medici incapaci di trovare l’origine organica del malessere di una donna a ipotizzare delle cause psicosomatiche41.
Negli anni della scuola – anni in cui dell’endometriosi non si sapeva quasi nulla – Tea avrà a che fare con tante persone insensibili al suo malessere: dalla professoressa di educazione fisica che la costringeva a correre e saltare e le impediva di andare in bagno accusandola di avere «la soglia del dolore troppo bassa42», alla signora Celeste che le faceva notare che il dolore mestruale serve alle donne per imparare a sopportare meglio le sofferenze del parto e a ricordar loro che sono nate peccatrici43. Tea percepisce il suo corpo come una zavorra; nei rari momenti in cui il dolore le dà tregua, finalmente riesce a dimenticare di averne uno: la postura cambia, «non più china, chiusa a tutela della pancia, non più il passo cauto, non più la voce bassa per non sforzare il corpo, per non indispettire il cane44».
A un certo punto della sua vita Tea, già scrittrice di fiabe e divoratrice di libri, scissa fra la passione per la letteratura e gli studi di legge che la porteranno a diventare notaia, decide di cominciare a tenere un diario. Le pagine straripano di rosso, il colore del sangue che la scrittura permette di isolare dal proprio corpo: «vedere il rosso sulla pagina significava buttare fuori il sangue, carcerarlo nelle gabbie in cui rinchiudevo le parole»45. Talvolta è al suo stesso male che Tea decide di rivolgersi, per implorare quel cane rabbioso di uscire dal suo corpo e renderla libera: «“vorrei partorirti” scrissi un giorno al cane. “È finito il tempo, sei grande abbastanza, puoi uscire da me” 46». Leggere e scrivere è un modo per Tea di ribellarsi a un’adolescenza vissuta fra i silenzi e la sopportazione, le lacrime represse, gli schemi e i codici immutabili:

«la bocca sigillata e le urla inghiottite si sono aggrumate nella pancia, si sono fatte polpa che alimenta il cane […] E allora scrivi, figlia, scrivi, ché il dolore non lo puoi dire, ma scrivere sì, dunque piglia carta e penna, sversa nel quaderno ogni rabbia, raccontalo quel cane47».

Cose che non si raccontano è il titolo del romanzo di Antonella Lattanzi (2023) che racconta un’esperienza di procreazione medicalmente assistita vissuta dall’autrice, e con cui il libro di Ranno condivide l’idea che là dove la voce non può spingersi, la scrittura permette di farlo:

«Pur nell’immersione nel dolore e nei ricordi che non voglio ricordare, c’è un sottofondo di gioia. Perché sto scrivendo il mio libro. Dopo tutto quello che mi ha abbandonata, questo resta. […] Si tratta di cercare di creare qualcosa che abbia ancora un valore per me, di provarci con tutte le forze. Si tratta alla fine di esistere48».

Tea Ranno si definisce nel suo libro una narratrice ferita, richiamandosi al noto e omonimo saggio di Arthur Frank, e aggiunge:

«continuavo a sentire forte il desiderio di affidarmi anch’io a una narrazione che mi placasse, che mi aiutasse a chiudere i lembi di quella ferita, che mi permettesse di far raffreddare il magma, di fargli crescere sopra meravigliose ginestre. Così, a un certo momento, l’impulso di raccontare s’è fatto più forte della paura di non riuscirci. Ho preso la penna e ho scritto:
Avevo un cane
nella pancia
che mi rosicava viva.
Affamato sempre
mordeva e strappava.
Avevo quindici anni
ne avevo sedici
poi trenta
poi quaranta:
non canta la gallina
quando il cane ringhia.
Avevo nella pancia
un cane fedele
si pasceva di me
disponeva di me,
grasso del mio sangue
ha sbranato fino a uccidermi.
Io, però, sono stata più forte49».


La decisione di scrivere è sofferta e per niente scontata. Le parole dell’amica Lavinia, anch’essa affetta da endometriosi, sono particolarmente forti: «ce l’hai il diritto di scordarti tutto, di buttarti alle spalle quello che è successo. Però […] più forte di quel diritto è il dovere di raccontarla questa malattia […] Devi solo scegliere se essere egoista o generosa50». Tea reagisce con rabbia a questa dura ingiunzione al racconto che le viene dall’amica la quale sembra non curarsi della sofferenza che per la donna implica il rivivere il trauma della ferita attraverso la scrittura:

«“Lo sai che vuol dire?” insisto.
Muta resta.
“No? E allora te lo dico io. Significa tornare lì, al punto esatto del dolore, al punto esatto dei denti che ti lacerano, in quel dolore che diventa eterno perché, per raccontarlo, deve eternarsi in ogni attimo su cui ti soffermi, in ogni parola che scegli, perché le parole sono spesso sbagliate, non rendono, non sono abbastanza evocative, e tu stai lì, nel dolore, raccontare il dolore, per dirlo con una parola che non è mai quella giusta, si avvicina, ma non è quella giusta. Che vuol dire denti di cane? Che vuol dire fuoco che brucia? Poco. Perciò cerchi altre metafore, similitudini, simboli. Un firmamento è il dolore, una costellazione incommensurabile, e tu sempre lì, mangiata dal cane, tormentata dal fuoco, a cercare parole, a cancellare e riscrivere per avvicinarti, solo avvicinarti, a quello che hai provato quando di dolore morivi. Questo è scrivere…”51».


Saranno le parole di Christian Delorenzo, traduttore in Italia di Charon e curatore per Einaudi de Il narratore ferito di Frank, a spingere Tea, tanti anni dopo, a raccontare quella ferita. Quel gesto e quel dovere della scrittura che, quindici anni prima, l’amica Lavinia le aveva gettato addosso – l’idea che si debba scrivere non soltanto per sé stessi, ma anche per gli altri, per far conoscere una malattia di cui si parla poco e male – Delorenzo saprà spiegarli in maniera diversa:

«ha aggiunto che nella narrazione della malattia c’è un appello all’altro, a chi ci cura, a chi ci ascolta. Essere soli non aiuta. Si è soffermato sulla parola soli: aggettivo da una parte, ma anche sostantivo dall’altra. Il sole, in fondo, non è il magma palpitante del cielo? Prendono tante forme le narrazioni del soffrire, tante quante possono essere le persone cui si racconta52».

Quella narrazione che dapprima è caotica – come ricorda anche Frank nel suo saggio, poiché la malattia è essa stessa caos53 – da «eruzione, […] vomito, […] emorragia»54 si trasforma pian piano in qualcos’altro. Il magma si è raffreddato, l’esigenza di fare ordine e chiarezza prende il sopravvento, benché il risultato finale non sia perfettamente lineare e permanga una certa sensazione di caos nel racconto degli eventi; il che rimanda, del resto, alla tesi di Michele Cometa secondo cui le narrazioni di malattia, non potendo per definizione essere prevedibili e lineari, avrebbero accelerato la crisi della narratologia classica, oltre che proporre una revisione delle teorie del Sé:

«il nesso tra cura del Sé, narrazione e terapia […] ci ha costretto a ripensare la narrativa e le sue eventuali strutture e funzioni, ma tale ripensamento parte proprio dalla possibilità che vi possano essere narrazioni “caotiche” – come già chiariva uno dei testi canonici della medicina narrativa, Il narratore ferito di Arthur W. Frank, non-lineari, prive di closure e senza redenzione. Fatto tanto più importante se si considera che questa rivoluzione nella teoria delle storie di malattia, ha fortemente condizionato le teorie del Sé. Se le teorie della coerenza narrativa, della interconnessione nella linearità di tempo e racconto, avevano nutrito le teorie del Sé e le teorie dell’autobiografia – che è una delle forme della messinscena del Sé o comunque una co-costruzione dialogica tra il soggetto e gli altri – adesso la consapevolezza che le autopatografie possono anche mettere in scena una disruption, una cesura, una demolizione o una pluralità di prospettive anche non conciliate tra di loro, ha finito per incoraggiare i teorici del Sé nella formulazione di una pattern theory of Self o – usando categorie maturate in ambito antropologico – forme di soggettivazione che non producono un individuo ma un “dividuo” per dirla con Marylin Strathern, o forme di costruzione della personalità che non si basano sulla coerenza55».

Riferendosi ai vari studi sul benessere psicofisico che la narrazione può produrre in casi di PTSD (disturbo post-traumatico da stress)56, Stefano Calabrese nota che «a fronte dell’incapacità di accettare un trauma, le vittime preferiscono affidarsi alla memoria narrativa (plot) anziché a quella traumatica (fabula)57».
Rivivere il trauma attraverso il ricordo e la scrittura genera nuovamente della sofferenza, un dolore che è anzitutto fisico: è così che Tea, pur completamente guarita per via della menopausa, prima indotta chimicamente poi naturale, rileggendo le pagine del suo vecchio diario sui protocolli di fecondazione assistita subiti, avverte un dolore sempre più forte al basso ventre. È «il ricordo della malattia che riattiva i sintomi della malattia»58, la rassicura il suo medico, dopo averla scrupolosamente visitata, e aver confermato il potere del racconto come efficace dispositivo di analisi e di riparazione59.
La scrittura diventa per Ranno uno strumento di cura, per sé ma anche per gli altri, come sottolinea Delorenzo:

«la narrazione di malattia, soprattutto quando si fa libro o testimonianza pubblica, permette di costruire comunità. Fornisce un linguaggio non solo per sé, ma anche per l’altro. Scrivendo, e leggendo, si può uscire dal silenzio e dal mutismo in cui certe condizioni talvolta gettano60».

Si tratta di quella «comunità affettiva intersoggettiva61» di cui parla anche Calabrese: la condivisione di esperienze traumatiche attraverso la narrazione favorisce dei processi di identificazione empatica e offre quindi un supporto terapeutico.
La componente importante che il romanzo di Ranno aggiunge è quella femminile e di genere. Similmente a quanto accade nei racconti della procreazione medicalmente assistita, con cui questo romanzo ha non poche affinità – dal ricorso alla tecnica per poter restare incinta all’esperienza dell’aborto e del lutto che ne deriva – che mettono in avanti la relazione fra donne che la PMA produce62, anche in Avevo un fuoco dentro si narra di una comunità di donne che si costituisce attorno alla malattia. Non soltanto «fra malate ci si capisce, si solidarizza63», ma si afferma il bisogno di utilizzare la scrittura narrativa, più profonda di quella giornalistica, per creare consapevolezza attorno all’endometriosi, una malattia su cui pesano ancora forti pregiudizi di genere legati alla cultura patriarcale: «voglio che si parli della malattia, che la si divulghi, che si sappia cos’è, come agisce, con quanta superficialità vengono fatte le diagnosi64». L’uso della prima persona è ben lontano da quella tendenza all’espressività che diventa esibizione di sé che caratterizza tante forme autobiografiche contemporanee65. L’atto della scrittura in prima persona si rivela non soltanto terapeutico, per sé e per gli altri, ma anche sociale e politico, un atto intimamente femminista, poiché, come ricorda Maddalena Vianello, «sapere continua a essere profondamente sovversivo. In fondo, fare femminismo è esattamente questo, produrre pensiero perché possa essere utile a tutte per renderci più libere66».

Note

  1. Audre Lorde, Sorella outsider. Scritti politici, trad. it., Milano, Meltemi, 2022, p. 25.
  2. ANCRés-À nos corps résistants. Endométrioses, lutte et savoirs partagés, Manifeste – ANCRés – À nos corps résistants , visto il 4 aprile 2025. Nostra la traduzione.
  3. Alcuni fra i lavori italiani più recenti: Michele Cometa (a cura di), Autopatografie. Cura e narrazioni di sé, Palermo, University Press, 2022; Stefano Calabrese, Valentina Conti, Chiara Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, Roma, Carocci, 2022; Mariarosa Loddo, Patografie: voci, corpi, trame, Milano, Mimesis, 2021. Sulle patografie e la malattia mentale cfr. Stefano Redaelli, Psicopatografie. Il racconto della malattia mentale nella narrativa italiana del XXI secolo, Bruxelles, Peter Lang, 2023. Si vedano anche i due numeri della rivista Altre Modernità dedicati al tema (n. 24 del 2020 e n. 32 del 2024).
  4. Stefano Calabrese, Trauma e racconto, in “TestoeSenso”, n. 21, 2020, p. 3.
  5. Cfr. S. Calabrese, V. Conti, Chiara Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., p. 8.
  6. Rita Charon, Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti, trad. it., Milano, Cortina Raffaello, 2019, p. 2. A Charon si deve la creazione, nel 2009, del Master of Science in Narrative Medicine presso la Columbia University nel quale, come osserva la studiosa, si trasmette agli studenti un «programma intellettualmente stimolante di teoria letteraria, fenomenologia, scrittura creativa e narrazioni di malattia, insieme a una formazione pedagogica in medicina narrativa, metodi di ricerca qualitativa, attivismo e difesa dei pazienti», Rita Charon, in Arnaud Plagnol, Entretien avec Rita Charon, in “PSN”, n. 1, 2023, pp. 17-18; nostra la traduzione.
  7. S. Calabrese, Valentina Conti, Chiara Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., p. 19.
  8. Alexandre Gefen, Réparer le monde. La littérature française face au XXIe siècle, Paris, Corti, 2017, pp. 16-17. Nostra la traduzione.
  9. «Tragedia è imitazione di un’azione seria e compiuta, avente una sua grandezza, in un linguaggio condito da ornamenti, separatamente per ciascun elemento nelle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, che attraverso la pietà e la paura produce la purificazione di questi sentimenti», Aristotele, Poetica, a cura di Guido Paduano, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 13 (VI, 1449, b 23-30). Si veda sul tema S. Calabrese, V. Conti, C. Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., pp. 53ss. e Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Milano, Cortina, 2017, pp. 21ss.
  10. M. Loddo, Patografie: voci, corpi, trame, cit., p. 29.
  11. Stéphane Grisi, Dans l’intimité des maladies, de Montaigne à Hervé Guibert, Paris, Desclée de Brouwer, 1996, p. 25; nostra la traduzione.
  12. Mariarosa Loddo, Narrazioni tra medicina e letteratura, in S. Sini, F. Sinopoli (a cura di), Percorsi di teoria e di comparatistica letteraria, Milano-Torino, Pearson Italia, 2021, p. 400.
  13. Cfr. Federico Bertoni, Il problema del realismo, in Laura Neri, Giuseppe Carrara (a cura di), Teoria della letteratura. Campi, problemi, strumenti, Roma, Carocci, 2022, p. 269ss. Si rinvia anche alla bibliografia di questo saggio per un’attenta ricognizione dello stato dell’arte sulla questione del “ritorno alla realtà” in seno alla letteratura italiana contemporanea.
  14. A. Gefen, Réparer le monde. La littérature française face au XXIe siècle, cit., pp. 112-113. Sull’argomento si veda anche, dello stesso autore, «A che punto è la teoria letteraria?», in Narrativa (Critica e teoria della letteratura: come leggere un testo nell’Italia degli anni Duemila), a cura di Chiara Mengozzi, n. 46, 2024, pp. 33-47,A che punto è la teoria letteraria?.
  15. Cfr. M. Loddo, Narrazioni tra medicina e letteratura, cit., pp. 390-391.
  16. S. Calabrese, V. Conti, C. Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., p. 32. Sul tema, si veda anche Arthur Kleinman, The Illness Narratives: Suffering, Healing and the Human Condition, New York, Basic Books, 1988.
  17. Si deve la distinzione fra “signe” e “symptôme” della malattia ai lavori di Margaux Nève, dottoranda presso l’EHESS di Parigi, ove conduce una tesi dal titolo Endométriose : est-ce que tu en souffres ? Un enjeu de santé publique situé aux frontières de l’expertise profane et savante. Mi riferisco in particolare alla sua relazione Les classifications médicales de l’endométriose : faire la différence entre signes et symptômes, in occasione dell’evento Endométriose et inégalités, tenutosi a Parigi, presso la Maison des Sciences de l’Homme, il 21 e 22 ottobre 2021, Journées d’étude, Endometriose et inégalités – Maison des Sciences Humaines et sociales Paris Nord (visto il 4 aprile 2025).
  18. Si calcola che, in media, trascorrono fra i sette e i nove anni prima che la malattia venga diagnosticata. Nota la studiosa Anne-Charlotte Millepied: «Oggi il consenso sull’origine della malattia è che sia multifattoriale. Un’altra vecchia questione, che non è stata risolta, è il perché non esista una correlazione tra la gravità della malattia, il grado di impianto delle lesioni e i sintomi», 3 aprile 2023, Pourquoi l’endométriose a longtemps été ignorée des médias et des pouvoirs publics | INA , visto il 4 aprile 2025. Nostra la traduzione.
  19. Marion Coville, L’endométriose, une fabrique genrée de l’ignorance, in “Communication & langages”, n. 214 (4), 2023, pp. 73-89. Nostra la traduzione.
  20. M. Coville, L’endométriose, une fabrique genrée de l’ignorance, cit., p. 78. Nostra la traduzione.
  21. Cfr. ivi, p. 85. Nota Anaïs Choulet-Vallet: «il patriarcato ha contribuito a mantenere l’ignoranza e delle idee preconcette sull’endometriosi», Pour une critique et une reconstruction féministes de l’éducation thérapeutique. L’exemple de l’endométriose, in “Éducation et socialisation”, n. 60, 21, Pour une critique et une reconstruction féministes de l’éducation thérapeutique. L’exemple de l’endométriose , visto il 4 aprile 2025. Nostra la traduzione. Sul tema, si veda anche il recente saggio della psicanalista francese Marie-Éloïse Basso, Endométriose: reprendre le pouvoir, Bordeaux, Éditions du Détour, 2025. Si ricordi, del resto, che gli studi clinici sono stati condotti per tanto tempo in prevalenza su individui maschili e ancora oggi le donne continuano a essere sottorappresentate, nonostante la medicina di genere spinga verso una ricerca più inclusiva: cfr. l’editoriale della rivista Nature del 18 maggio 2022, Nature journals raise the bar on sex and gender reporting in research , o ancora Kamran Abbasi, Under-representation of women in research: a status quo that is a scandal, in “British Medical Journal”, n. 382, 2023, Under-representation of women in research: a status quo that is a scandal | The BMJ (visti entrambi il 4 aprile 2025). Su genere e medicina si veda anche il recente numero della rivista “Leggendaria” (n. 167, 2024): Annarita Frullini, psicoterapeuta e ginecologa, in una sua intervista, si sofferma sul Gender Pain Gap, il fenomeno per cui il dolore percepito dalle donne è sottovalutato e spesso interpretato come di origine ansiosa: «interpretare la sofferenza come ansia contribuisce al 50% in più di errate diagnosi dopo un attacco di cuore» (Ibidem, pp. 8-9).
  22. «Il dolore durante il rapporto sessuale […] è estremamente comune. Più della metà delle donne con endometriosi soffre di dolore durante i rapporti sessuali. E in questo programma del 1971, anche se si parla di sessualità, si tratta essenzialmente della sessualità della coppia. Si parla sempre della coppia e non della donna che soffre», Anne-Charlotte Millepied, Pourquoi l’endométriose a longtemps été ignorée des médias et des pouvoirs publics | INA , visto il 4 aprile 2025. Nostra la traduzione.
  23. Nota Danielle Hassoun, ginecologa e femminista: «L’endometriosi è una malattia del dolore. Dolore durante le mestruazioni, dolore durante i rapporti sessuali e anche al di fuori di essi, dolore spontaneo. Il problema del dolore, soprattutto nelle donne, è che non è un sintomo socialmente riconosciuto. Si suppone che sia naturale, quindi se è naturale, lo sopportiamo. In realtà, c’è un’accettazione universale del fatto che le donne debbano soffrire, e questo è il cuore del senso di colpa giudaico-cristiano. È scritto nella Bibbia: “Partorirai nel dolore”! Mi sembra che il patriarcato si trovi proprio qui», L’endométriose, maladie victime du patriarcat, in “Endoblum”, 19 gennaio 2022,L’endométriose, maladie victime du patriarcat | Endoblum , visto il 4 aprile 2025. Nostra la traduzione. Sulla questione del dolorismo, si veda anche Camille Froidevaux-Metterie, Un corps à soi, Paris, Seuil, 2021.
  24. Elsa Dorlin, La matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la nation, Paris, La Découverte, 2009, p. 37. Nostra la traduzione.
  25. Barbara Ehrenreich, Deirdre English, Fragiles ou contagieuses. Le pouvoir médical et le corps des femmes, trad. fr., Paris, Cambourakis, 2016, p. 9. Nostra la traduzione.
  26. Le narrazioni di malattia rientrano anch’esse nell’ambito della medicina di genere, come ricorda Annarita Frullini: «sono medicina di genere anche la salute percepita e le narrazioni di malattia. La stessa comunicazione medico-paziente è fortemente influenzata dalle relazioni di genere», La buona medicina parla il linguaggio di genere, in “Leggendaria”, cit., p. 9.
  27. Tea Ranno, Avevo un fuoco dentro, Milano, Mondadori, 2024, p. 9.
  28. Ibidem, p. 105.
  29. Ibidem, p. 13.
  30. Cfr. Susan Sontag, Malattia come metafora. Aids e cancro, trad. it., Torino, Einaudi, 1979.
  31. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 9.
  32. Si veda il progetto europeo #ENDOs, Home – Progetto #ENDOs .
  33. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 36.
  34. Ibidem, p. 21.
  35. Ibidem, p. 198.
  36. Ibidem, p. 14.
  37. Ibidem, p. 29. Un’interessante pista di analisi, che non è possibile approfondire in questa sede, è il legame fra malattia, questioni di genere e Sud.
  38. Si veda sul tema Marion Coville, Héloïse Morel, Stéphanie Tabois (a cura di), Idées reçues sur les menstruations. Corps, sang, tabou, Paris, Le Cavalier Bleu, 2023.
  39. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 35.
  40. Ibidem, p. 49.
  41. Cfr. B. Ehrenreich, D. English, Fragiles ou contagieuses. Le pouvoir médical et le corps des femmes, cit., pp. 123ss.
  42. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 38.
  43. Ibidem, p. 39.
  44. Ibidem, p. 60.
  45. Ibidem, p. 47.
  46. Ibidem, p. 62.
  47. Ibidem, p. 64.
  48. Antonella Lattanzi, Cose che non si raccontano, Torino, Einaudi, 2023, p. 120. In questa sede non è possibile soffermarci su questo romanzo; basti rilevare che anch’esso è una narrazione del trauma e, più in particolare, della perdita e del lutto vissuti dalla protagonista. Il testo, al pari di quello di Ranno, può essere accostato a un ampio corpus di opere che alcuni critici letterari, riferendosi al contesto francofono, hanno definito dell’“estremo contemporaneo”: cfr. Barbara Havercroft, Pascal Michelucci, Pascal Riendeau (a cura di), Le roman français de l’extrême contemporain. Écritures, engagements, énonciations, Montréal, Nota bene, 2010.
  49. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 263.
  50. Ibidem, pp. 136-137.
  51. Ibidem, p. 137.
  52. Ibidem, p. 262.
  53. «La narrazione si limita a tracciare i margini di una ferita che è aperta e sanguina ancora. Le parole ce lo fanno capire, ma sono destinate a girare attorno al dolore e quindi a fallire, perché la sofferenza è iscritta profondamente nel corpo […] Si tratta di situazioni in cui i narratori sono feriti per antonomasia. Ma quando si vive davvero nel caos, non lo si riesce a dire. La verbalizzazione rappresenta già una forma di comprensione», Arthur W. Frank, Il narratore ferito. Corpo, malattia, etica, trad. it., Torino, Einaudi, 2022, versione digitale.
  54. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 265.
  55. M. Cometa, Storie malgrado tutto. Per una teoria dell’autopatografia, in Id. (a cura di), Autopatografie. Cura e narrazioni di sé, cit., p. 12-13.
  56. Si vedano, per esempio, gli studi dello psicologo James Pennebaker come Scrivi cosa ti dice il cuore. Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé, trad. it., Trento, Edizioni Erickson, 2004.
  57. S. Calabrese, V. Conti, C. Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., p. 64.
  58. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 267.
  59. Si vedano a tal proposito i lavori di Gefen già citati.
  60. Christian Delorenzo, in Emanuela Valente, Il Narratore Ferito: intervista a Christian Delorenzo, in “Digital Narrative Medecine”, 2 marzo 2022, Il Narratore Ferito: intervista a Christian Delorenzo | Digital Narrative Medicine , visto il 4 aprile 2025.
  61. S. Calabrese, V. Conti, C. Fioretti, Che cos’è la medicina narrativa, cit., p. 66.
  62. Cfr. Ramona Onnis, In viaggio verso un figlio. Raccontare la procreazione assistita, Milano, Meltemi, 2024, pp. 87ss.
  63. T. Ranno, Avevo un fuoco dentro, cit., p. 249.
  64. Ibidem
  65. Cfr. A. Gefen, Réparer le monde, cit., p. 28-29.
  66. Maddalena Vianello, La Procreazione medicalmente assistita: i sapere delle donne sono sempre sovversivi, in R. Onnis, In viaggio verso un figlio, cit., p. 16.

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