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Una rivoluzione storiografica? L’opinione pubblica in diretta su Internet
di , numero 48, novembre 2019, Saggi e Studi

Una rivoluzione storiografica? L’opinione pubblica in diretta su Internet

1. L’opinione pubblica in tempo reale
Le origini della storiografia, studio degli eventi umani che hanno lasciato una traccia, risalgono al terzo millennio prima di Cristo. Lungo il corso di cinquemila anni la concezione di questa narrazione si è trasformata moltissime volte, secondo le preoccupazioni, le convinzioni, i metodi d’investigazione e i criteri d’interpretazione vigenti in ogni epoca.
A dispetto d’innumerevoli modificazioni, certi caratteri del racconto storico sono rimasti immutabili dai tempi sumerici ai giorni nostri. L’elaborazione e la stesura dei testi storici sono sempre state legate all’uso dei linguaggi umani, sotto forma orale o scritta. Ne consegue che la maggioranza delle fonti storiche proviene da persone che sanno esprimersi, mentre gli analfabeti, i timidi, i popoli nei quali i ricordi non si trasmettono di generazione in generazione, non hanno lasciato tracce. Conosciamo abbastanza bene l’antica Atene perché gli Ateniesi (certi Ateniesi) erano abituati a scrivere mentre l’austera Sparta ci sfugge. Grazie a Aristotele abbiamo la lettera della “costituzione” di Atene – però non sapremo mai come quest’ordinamento veniva interpretato dai cittadini e ignoreremo fino a che punto donne, meteci, schiavi (ottanta per cento della popolazione attica) s’interessavano alla politica della città.
Di fronte allo sviluppo, in Europa occidentale, di un ceto medio contrario all’assolutismo, gli storici, a partire del Settecento, hanno preso in considerazione la condizione e le domande dei “soggetti”. Usando una documentazione in precedenza ignota (contratti, atti notarili, sentenze giudiziali, corrispondenze private), hanno chiarito le condizioni ambientali, morali e materiali delle classi abituate a manifestarsi e, almeno indirettamente, di quelle sfavorite. È stato un importante passo avanti, ma le classi sono formate d’individui che, ogni giorno, si fanno un’idea dello stato del mondo e della loro situazione. La storiografia, di là delle strutture e delle generalità, in che misura conosce gli orientamenti degli individui che sono la base, l’unità fondatrice della storia?
Fino al Ventunesimo secolo rispondere alla domanda era impossibile. I pensieri di miliardi di esseri erano inaccessibili. La folgorante espansione delle reti sociali, all’inizio del Ventunesimo secolo, ha modificato radicalmente il problema.
Creati approssimativamente al medesimo tempo Facebook (2004), You Tube (2005) e Twitter (2006) hanno esteso in cinque anni la loro influenza sull’insieme del pianeta. Due miliardi di persone – un terzo della popolazione mondiale – sono abbonate a Facebook, un miliardo a Twitter. Come succede generalmente, l’innovazione tecnica è stata l’occasione e il motore dell’incremento. In passato, un’occasione e un incentivo era giunto con l’invenzione della stampa che aveva ampliato la diffusione dei testi e spinto persone poco alfabetizzate a leggere.
Oggi, migliaia d’individui che non scrivevano (lo stile e l’ortografia di tanti messaggi lo mostrano) e telefonavano raramente, si sono messi al computer. La disponibilità di apparecchiature a prezzo modico ha incitato prima i giovani, poi le generazioni successive a cercare corrispondenti, mantenere rapporti regolari con una serie di gruppi, ad aprire un sito personale. Ai messaggi personali (i post per usare la parola che designa gli scambi di messaggi in Internet) troppo banali per alimentare scambi quotidiani, si sono aggiunti commenti su argomenti generali.
I siti sociali conservano un’immensa documentazione sulle preoccupazioni dei nostri contemporanei, i loro bisogni, le loro reazioni a tutti i fatti d’attualità. Per la prima volta siamo in grado di seguire un giorno dopo l’altro le variazioni dell’opinione pubblica, in un villaggio come in un intero paese.

Altri hanno già capito come servirsi delle reti sociali. Il caso spagnolo e la Primavera Araba
I navigatori web conversano ingenuamente, senza rendersi conto che i loro messaggi sono archiviati e utilizzati da moltissimi utenti: i politici s’informano sulla loro fama e quella dei loro avversari, sugli affari da affrontare o da lasciare da parte; industriali, negozianti, finanzieri scoprono quello che desidera la clientela, i mezzi di comunicazione vedono quali temi interessano il pubblico.
Gli studiosi possono mettere a profitto le conversazioni tra blogger; sociologi e specialisti della comunicazione hanno già iniziato un’analisi dei post e del loro impatto. Un team di studiosi dell’università di Harvard ha mostrato come Occupy Wall Street, inizialmente movimento locale, si è esteso all’insieme del Paese quando i social networks hanno diffuso videoclip, slogan e appelli alla mobilitazione1. All’università Complutense di Madrid un’équipe studia il ruolo delle reti sociali nell’evoluzione attuale della vita politica spagnola. Per tre decenni, dopo la morte di Francisco Franco, Partido popolare e Partido socialista obrero español si sono alternati al potere. Poi, una dimostrazione a Madrid, il 15 maggio 2011, si trasformò in occupazione permanente della Puerta del sol; il movimento, commentato e amplificato sulle reti sociali, provocò manifestazioni nell’insieme del Paese e portò alla fondazione di un partito di sinistra radicale, Podemos.
Sempre in Spagna, usando gli stessi canali, due partiti inizialmente poco importanti, Ciudadanos (destra) e Vox (estrema destra) si sono imposti e hanno contributo a sconvolgere l’equilibrio politico. Da un’alternanza diventata quasi meccanica, la Spagna è passata a un ventaglio politico complicato che consente l’espressione di posizioni prima inespresse.
Un caso più impressionante è quello della cosiddetta “Primavera araba”, bruscamente iniziata in Paesi nei quali l’opinione pubblica non era abituata ad esprimersi in maniera cosciente e collettiva2. A partire da un fatto di cronaca – il suicidio di un venditore ambulante perseguitato dalla polizia tunisina – un vento di rivolta si è esteso all’insieme del mondo arabo. I pubblici poteri avevano imbavagliato stampa, radio e televisione, però non erano in grado di zittire Internet. Dai Paesi dove erano emigrati, particolarmente dall’Italia e dalla Francia, giovani tecnici mandarono immagini e messaggi in Tunisia e in Egitto, dove due terzi della popolazione avevano direttamente o indirettamente accesso a un computer. La popolazione è scesa nelle strade.
Gli storici sanno stabilire i motivi profondi del cambiamento sociale. Hanno spiegato perché, in Tunisia, la crisi del turismo provocata dagli attentati, la disoccupazione dei giovani diplomati, la difficoltà di emigrare verso l’Europa, l’incapacità del governo a rilanciare l’economia e la politica brutale del presidente Ben Ali hanno provocato una rivolta popolare. Invece, gli storici sono stati incapaci di mostrare come, poco a poco, a dispetto della repressione, i Tunisini hanno preso coscienza del carattere generale di un disagio comune contro il quale potevano reagire. Internet offre una chiave per rispondere alla domanda.
Da molto tempo politologi, linguisti, sociologi, sono attenti alle corrispondenze scambiate tra i web surfers. Dopo essere stati tra gli ultimi a preoccuparsi delle fonti audiovisive, gli storici ignoreranno anche le reti sociali? Fra due o tre decenni come faranno gli storici a studiare l’Italia, l’Unione europea, le relazioni internazionali se non prenderanno in esame post che hanno espresso le attese, le scelte, le collere di milioni d’individui e orientato la politica dei decisori? Introdurre lo studio dei social networks nella formazione dei futuri storici è probabilmente urgente.

Cosa ci insegnano i siti sociali
Aggiungere i siti internet privati alla documentazione tradizionale degli storici implica una riflessione preliminare su due questioni, una metodologica, l’altra epistemologica.
Si possono già proporre alcuni orientamenti. A prima vista, Internet sembra essere un oceano di notizie e di discorsi, nel quale orientarsi è impossibile. Ogni giorno un miliardo e mezzo di messaggi circolano su Facebook, cinquecento milioni su Twitter, mentre un miliardo d’ore d’immagini sono viste su You Tube: come individuare i commenti relativi a una determinata faccenda?
Bisogna ricordarsi che le reti sociali sono strumenti al servizio del mondo degli affari, del commercio, del denaro, e che gli utenti vogliono trovarci rapidamente un’informazione sullo stato presente e l’evoluzione futura dei mercati3. “Your data … is a big deal” (i tuoi dati … sono un’informazione di valore) dichiara senza ambagi un sito commerciale, Instapuma. Analizzare i gusti del pubblico è diventato un mestiere al quale si dedicano imprese specializzate che hanno sistemato tecniche d’indagine veloci ed efficaci e, sebbene non siano state create per loro, gli storici hanno a disposizione strumenti per investigare comodamente nell’immensità della blogosfera e nei commenti sui social.
Numerosi siti elencano quotidianamente i “trending topics”, i principali argomenti affrontati su Twitter e li ordinano secondo il numero di post Paese per Paese o argomento per argomento1. Alcuni clic bastano allo studioso per scoprire le questioni che preoccupano il pubblico; se il ricercatore conosce già l’oggetto che l’interessa, può consultare direttamente, in Internet, “development web” precisando il tema dell’inchiesta e indicando “from … to”. Procedimento ancora più semplice, basta ricorrere a un hashtag come: #elezioni italiane.
La cosa realmente difficile è l’elaborazione dei dati. Una prima tappa consiste nel valutare la reazione immediata del pubblico a un evento. I pollici alzati o abbassati, i commenti lapidari non sono irrilevanti, emanano da persone desiderose di manifestare il loro interesse, permettono di formulare una diagnostica elementare che, indicando se la notizia ha provocato curiosità, preoccupazione, soddisfazione, indifferenza, invita a non tener conto di una questione o, al contrario, a intraprendere una ricerca a suo proposito.
Un esempio aiuterà a cogliere la rilevanza dei banali I like o I dislike. Nella medesima settimana di settembre il primo canale della televisione pubblica polacca ha mandato in onda due programmi retrospettivi, Innamorarsi della Polonia, itinerario di fattura classica attraverso i monumenti del Paese che suscitò una marea di I like e Avrebbe potuto succedere, audace esercizio di reinterpretazione immaginando che, nel settembre del 1939, i Polacchi avrebbero potuto respingere vittoriosamente l’offensiva tedesca. In questo secondo caso, la maggioranza degli spettatori manifestò una profonda indignazione.
Il contrasto, a distanza di tre giorni, stuzzica la curiosità. La prima trasmissione aveva offerto agli spettatori quello che desideravano vedere, un passato ancora fortemente presente. La protesta contro la seconda fu, al contrario, risoluta e immediata. Lo spettacolo non era una pura fantasia, usando documenti dell’epoca suggeriva che, se il governo avesse preparato la difesa del Paese invece di fidarsi di Hitler, l’esercito polacco sarebbe probabilmente stato in grado di opporre una resistenza efficace alla Wehrmacht. Lo sdegno impulsivo del pubblico manifesta una convinzione profonda, l’idea, condivisa da moltissime persone, che la Polonia è stata una vittima della storia, radiata dalla mappa nel Settecento, brevemente resuscitata tra le due guerre mondiali, di nuovo sottomessa a un potere straniero, tedesco poi sovietico, incompresa dall’Unione europea. La reazione aiuta a comprendere la notevole popolarità di Jarosław Kaczyński e del suo partito Legge e Giustizia, formazione ultra conservatrice, incentrata sul risentimento nei confronti delle sofferenze passate e sulla difesa dei valori tradizionali.
Nella seconda metà del Novecento gli storici hanno consultato mass media, discorsi, pubblicazioni di politici o di fondisti, per sapere “ciò che pensava la gente”. Quanto ai cronisti, il loro compito è stato quello di ordinare i fatti secondo la loro importanza e seguirne attentamente l’attualità al fine di fornire al loro pubblico “chiavi” per interpretare la situazione.
La web comunità ha un’altra logica. La vivacità dei commenti riguardanti un oggetto non implica necessariamente dibattiti prolungati e, all’opposto, una vicenda apparentemente poco importante suscita a volte estesi scambi di messaggi. La visita di Salvini a Napoli, il 16 marzo 2019, generò una marea di prese di posizione che, però, non si prolungarono nel tempo, mentre alla fine di settembre del 2019 si polemizzava ancora riguardo all’Eurogames week4, tenutasi due mesi prima dal 5 al 10 luglio e sparita dai media. Stampa e mezzi audiovisivi esprimono, bene o male, le vedute delle “élite”; blog e social manifestano invece le preoccupazioni di altri settori della popolazione, non molto rappresentati nei media più tradizionali.
Talvolta interventi apparentemente estranei alle preoccupazioni del momento manifestano emozioni, aspettative, frustrazioni in parte confuse che trovano per caso l’opportunità di manifestarsi.
Quasi inosservato, il cinquantenario degli “eventi” del 1968, fu però spesso evocato sul web. Non ci furono dibattiti, soltanto dichiarazioni individuali, lamentose, ostili ai giovani e agli scioperanti. “Chi fu responsabile del 1968? Gli intellettuali? No. Piuttosto i figli di papà viziati, capaci soltanto di criticare, innati fannulloni, in ogni modo inutili”. Un post particolarmente interessante fu emesso il 12 aprile, alle 5 del mattino. Un blogger che aveva posto un crocifisso all’inizio del testo scriveva: “Fortunatamente avevo soltanto tre anni in 1968. Ascoltando oggi quello che dicevano abbiamo pietà di questa gente, mosche del capitalismo che proclamavano che volevano cambiare il mondo (nessuno sa come, dove, perché, quando). Gli operai li disprezzavano (almeno mio padre, lavoratore comunista, disprezzava questi scansafatiche che non volevano lavorare). Servivano solo a chiacchierare all’infinito”. La diatriba lanciata da un uomo di cinquantatré anni, apparentemente combattuto tra l’impegno politico del padre e una tentazione religiosa, fu calorosamente ricevuta, molti replicarono con simili lamentele: “Quelli che protestarono erano una minoranza di scansafatiche, fannulloni e rissosi. Hanno avuto ragione gli industriali che hanno chiuso in Italia e ricominciato all’estero”.

4. Andando incontro ai blog e ai commenti
Uno studio sull’ostilità nei confronti del 1968 implicherebbe un confronto con altri argomenti circolanti sul web: i problemi del momento e come i media hanno prevalentemente affrontato il tema Sessantotto. Qui, ho voluto soltanto dare l’esempio di una corrente d’opinioni nata autonomamente, sviluppata per parecchie settimane, omogenea nella sua imprecisa critica di un evento lontano. Dietro una critica dei “giovani maleducati, inutili” si rivela un malessere confuso che, da un primo messaggio lanciato a caso, si espande a catena poi si esaurisce. Il pretesto non importa, ciò che conta è la convergenza dei lamenti che manifestano un’ansia inscrutabile in altro modo.
Sui siti sociali, gli articoli dei blogger e i commenti parlano in una maniera breve e assertiva che non presuppone una replica tanto più che la maggioranza dei post non supera le dieci parole. Queste espressioni provocano una serie di risposte che molto spesso si traducono in furiosi dialoghi tra sordi. I siti sociali sono campi di battaglie verbali, l’anonimato dà libero sfogo alla rabbia, all’aggressività ma anche a solidarietà o a dedizioni che, di solito, rimangono nascoste. È il pregio di questi scambi che tradiscono pensieri, desideri, credenze e che inducono i comportamenti sociali.
Fra i dibattiti ricorrenti, l’immigrazione è uno dei più frequenti. Dal punto di vista metodologico è particolarmente interessante la concentrazione di ostilità contro i migranti e permette di rintracciare le origini della diffidenza nutrita da una parte dell’opinione pubblica.
Numerosi post veementi denigrano gli immigranti in uno stile spesso incerto. “Gli italiani non vi hanno aperto le porte. Per me era meglio se tutta questa gente non ci fosse neanche stata nel nostro paese” – “Sono disertori o reduci ricercati dalla polizia a causa dei loro reati” – “Razza schifosa tornatevene nella vostra fogna”.
Dietro gli insulti si manifesta la banale teoria di un’oscura macchinazione. “Quando arrivano, possono entrare in Italia, anche se non hanno documenti e non possono dimostrare che fuggono una guerra. Nessuno è espulso”. “I passatori conoscono bene le lacune della nostra legislazione e ne approfittano per arricchirsi”. “Possono entrare facilmente, sebbene non abbiano documenti validi, perché le nostre leggi permettono d’ingannarci”. Una forza misteriosa cospira nell’ombra per vendere il paese agli invasori, “È l’inizio del declino dell’Italia”, “È l’inizio della conquista”. Non ci sono accuse precise, le recriminazioni restano generiche.
La paura di un’invasione sembra avere un’origine precisa: lo sbarco della Vlora a Bari, il 9 agosto 1991. Non c’era mai stato un arrivo così massiccio di migranti e le televisioni moltiplicarono i servizi mostrando la nave sovraccaricata di albanesi che sbarcarono sul lungomare in una confusione tale che la polizia non poté né fare controlli, né contare le persone che erano effettivamente sbarcate. Quanti erano? La domanda è importante, si parlò prima di 3.000, poi il numero crebbe per stabilirsi a 20.000, cifra poco attendibile, date le dimensioni della Vlora. Con il passare degli anni l’episodio sarebbe stato probabilmente dimenticato, se non fosse stato continuamente rammentato su You Tube ogni volta con l’aggiunta di altre immagini e nuove testimonianze che combattono l’idea di un’invasione.
Intanto le persone che avevano assistito allo sbarco avevano reagito mostrando pietà e comprensione: “Mamma mia…Povere persone cosa hanno passato!” – “Rispetto tutti coloro che presero parte a quella traversata e a tutte quelle che seguirono, in nome della cosa più importante di tutta l’umanità: la libertà.” – “Prima di giudicare chiedete a milioni e milioni di italiani che vivono all’estero quanto fanno male certi pregiudizi!!!!”.
L’episodio pone una serie di problemi che gli storici devono affrontare al momento di lanciarsi nello studio delle reti sociali. Prima di tutto manifesta l’influenza di eventi che hanno lasciato un segno e servono di riferimento.
Per la Vlora abbiamo una traccia materiale grazie alla moltiplicazione dei video e ai post generati nel corso degli anni. Ci sono però vicende non meno rilevanti ma che non hanno lasciato indizi, come trovarle?
I blogger, intervenendo attivamente nei dibattiti, provocano cascate di risposte. La quasi totalità dei commenti, protetti dall’anonimato, esprimono aggressività e insolenza.
Ciononostante siamo in grado d’individuare sommariamente quelli che si esprimono. I soprannomi sono rivelatori, danno indicazioni sull’orientamento politico, la cultura, i gusti. I giovani scelgono il nome di cantanti, calciatori, presentatori di televisione; gli adulti preferiscono patronimici di santi, politici, attori o sportivi di decenni passati. L’origine geografica viene spesso menzionata, “Vivo a Roma – La mia Liguria – Sono napoletano – Da una sarda, Da Verona, Da un pugliese” e ci sono indicazioni sulla condizione sociale o familiare degli utenti: “Ho 3 figli minori – Date i soldi agli agricoltori per comprare i trattori nuovi – Sono emigrato nel 2015, fiero di essere Italiano”. La personalità dei blogger ci sfugge però intravediamo caratteristiche sociodemografiche che bastano per individuare i principali gruppi di partecipanti in una controversia.
Qual è la rappresentatività dei messaggi che si riferiscono alla Vlora, in altri termini in che misura rispecchiano le posizioni della popolazione italiana riguardo agli immigranti? Statisticamente non significano niente, indicano soltanto una tendenza. Le passioni, le rabbie, le speranze di una comunità non si misurano, sono “volatili”. Trendinitalia, sito che elenca i temi che circolano ogni giorno su Twitter, mostra la loro labilità, i web surfers sono abituati a saltare di palo in frasca. I movimenti collettivi sembrano esplodere all’improvviso, ma le cause che li hanno originati possono risalire più lontano nel tempo. Il flusso dei post offre allo storico uno strumento per rintracciarne le origini, seguire il loro andamento, i periodi di apparente oblio, i ritorni e per osservare la loro progressiva diffusione nel pubblico.
Come? Perché? Sono due domande alle quali i siti sociali permettono di rispondere – a patto che la storiografia si dia da fare per studiarli.

Note

  1. How Social Media Matter.Repression and the diffusion of the Occupy Wall Street movement, Harvard Un. Press, Social Science Research, 65, January 2017, pp. 282-293.
  2. Summer Harlow, It Was a “Facebook Revolution”: Exploring the Meme-Like Spread of Narratives During the Egyptian Protests. Revista de Comunicación. n° 12, 2013, pp. 59–82.
  3. «In The Topics & Trends Report from Facebook IQ, we share insights on the many topics of conversation that grew on Facebook and what they suggest will matter in the year ahead. By understanding which topics are seeing growth on our platform, marketers can anticipate potential shifts in the world around us, including the foods people eat, products they buy, media they consume, physical activities they engage in and ways they spend their time».
  4. Il 27 settembre fu il primo argomento su Twitter secondo la classifica di Trendinalia.

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