Bibliomanie

indice del numero 30
luglio/settembre 2012

Le pievi medievali bolognesi. Note storiche e riflessioni a partire da un libro recente
di , Saggi e Studi

Il libro sulle pievi medievali bolognesi, edito dall’Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna, segue la pubblicazione di due grossi volumi quali lo studio del Codice diplomatico della Chiesa bolognese e quello del Codice Angelico 123. Alcune ricerche su singole pievi erano già state date alle stampe, ma questo volume “poderoso” (così lo definisce il Cardinal Carlo Caffarra nella Introduzione) risulta fondamentale per ampiezza di visione del quadro d’insieme, per la copiosa produzione di documenti, nonché per un’attenta e approfondita rilettura degli stessi, che porta gli autori a formulare nuove (e fondate) ipotesi sull’origine delle pievi, sulla complessa vita plebana medievale e il suo sviluppo nel tempo. Il curatore del volume, Lorenzo Paolini, nell’ampia Introduzione, delinea un esauriente affresco del tema delle pievi, precisando anzitutto che, dalla prima era cristiana all’alto Medioevo, il nome “pieve” (plebs) ha subito varie trasformazioni: inizialmente indicava o l’intera comunità dei cristiani (plebs Dei) o la singola comunità dei battezzati laici; infine, verso la fine del VII secolo (in Toscana e, gradualmente, nell’Italia centro-settentrionale), anche la chiesa battesimale fu chiamata “plebe” (plebs baptismalis). Nell’VIII secolo il nome cominciò a riferirsi al territorio di competenza, al “pievato”, quando Carlo re dei Franchi, con i capitolari del 782 e dell’813, introdusse il pagam... continua a leggere

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Sulla Lectio incontentabile di Ezio Raimondi
di , Saggi e Studi

Anche al cospetto di Ezio Raimondi (1924), specie se lo si incontra nel suo studio, «caverna scolpita di libri», può sorgere spontanea, a un visitatore sprovveduto, la stessa domanda ingenua e pleonastica che, nel ricordo affabile di Contini, veniva da rivolgere a Spitzer: «Sta lavorando, come al solito?». È però molto improbabile che, nel caso nostro, si possa avere un tipo di risposta collimante con quella del maestro viennese («Lavorando? No, no, godendo, come al solito, godendo»), non solo perché a Raimondi non si conviene la definizione di «sibarita» concessa da Contini a Spitzer, per niente adatta a un round head inquieto e turbato da un ricercare inesauribile in cui il piacere della lettura è inseparabile dalla fatica e dalla responsabilità, ma soprattutto perché molto del suo tempo consacrato al lavoro viene messo a piena disposizione degli allievi, tenacemente perseveranti nel sottoporgli i loro scritti, siano essi piccole esercitazioni, capitoli di tesi o saggi o libri destinati alla pubblicazione. Eppure, per quanto non tutti gli esercizi di lettura siano ameni, vengono sempre fatti di buon grado, quando non sollecitati, sorretti comunque da un entusiasmo didattico che molto spesso affiora nella bontà dei risultati, nei quali a volte non si riesce nemmeno più a distinguere la penna originariamente incerta dell’allievo da quella sicura ed elegante del maestro generoso. L’impegno del Raimondi docente non differisce... continua a leggere

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La parola: bene comune e simbolo
di , Note e Riflessioni

Che succede quando si parla di un argomento che riguarda tutti con parole e con frasi che possono capire solo pochi? Succede che chi ne parla così, afferma indirettamente che quell’argomento “non è per tutti” e che “solo pochi possono capirlo”, e intanto fa anche passare il messaggio che lui, che ne parla, è fra questi pochi; succede che pochi si “appropriano” di quell’argomento, pur sostenendo che riguarda, o dovrebbe riguardare, tutti; succede che, nei fatti e al di là delle intenzioni dichiarate, tutti sono espropriati da ciò che li riguarda, a vantaggio di pochi. Capisco che questo pensiero, così costruito, possa apparire contorto, e allora – per non cadere subito in contraddizione con quello che desidero comunicare – conviene che lo spieghi con un esempio. Ci sono molti argomenti che riguardano molte persone, ma ci sono alcuni argomenti che riguardano tutti. In particolare, non c’è nulla come la condizione umana che riguardi tutti: è così per definizione. E, parlando di condizione umana, mi riferisco – esempio nell’esempio – anche a quel misto di incertezza e sofferenza che scaturisce dall’incontro con l’abbandono, la malattia, la vecchiaia e la morte: e nel corso della vita, tolta la scorciatoia della morte, da questo incontro non sfugge nessuno. Eppure non è facile trovare chi su questi argomenti scriva in modo approfondito in una forma che chiunque sia anche appena capace di leggere, ma proprio ... continua a leggere

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Moralisti francesi del Novecento. Per il cittadino europeo d’oggi
di , Traduzioni, inediti e rari

Insigne esponente della letteratura cattolica francese del primo Novecento, Paul Claudel (1868-1955) ha in particolar modo trasfuso il suo potente afflato religioso nella produzione poetica e teatrale. Dopo un’adolescenza a contatto con un’educazione positivistica di cui non si stancherà poi di denunciare quella che gli appare come una assai misera visione dell’uomo, lo scrittore ritrova la fede degli anni precedenti (sarebbe stato illuminato durante la notte di Natale del 1886 nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi) e riprende la pratica religiosa. Pur restando convinto che la vita trascorsa in un ordine monastico sia la più degnamente vissuta, egli affronta la carriera di console e poi di ambasciatore, soggiornando sotto quasi ogni latitudine, dagli Stati Uniti all’Est asiatico, dall’Europa al Brasile e al Giappone. Allo stesso modo, la sua convinzione religiosa non lo allontana del tutto dalle tentazioni della passione amorosa (l’inizio del suo Journal si situa proprio nei dintorni della crisi provocata dalla fine della sua relazione con una donna già sposata). L’approfondimento dei testi sacri e l’osservazione della realtà fanno intanto maturare quei tratti di un’esperienza che si ritrovano in un’opera non esente da inclinazioni autobiografiche. Claudel delinea l’ideale di un uomo alla ricerca del volere di Dio nella solidarietà conoscente e co-nascente (egli definisce il connaître come un co-naîtr... continua a leggere

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La vita agra di Luciano Bianciardi. Milano, location da miracolo economico
di , Letture e Recensioni

«Se riesco a campare (...) la vita è agra, lassù» Milano è quel lassù, nascente metropoli fotografata negli anni splendenti del boom. Ma non è l’immagine scintillante, illuminata dai bagliori del progresso, del benessere e della gioiosa evasione quella che troviamo nel romanzo capolavoro di Bianciardi, La vita agra. Scrostando la patina dorata, sbuca un’umanità ai margini, che scontava il prezzo di quel “miracolo” ingurgitando dosi massicce di solitudine, disillusione e amarezza. La vita agra, edito da Rizzoli nel 1962 e poi ripubblicato da Bompiani, è un romanzo attualissimo. Capace di svelare, nelle ombre di quella grande trasformazione della fine degli anni Cinquanta, la decadenza sociale, economica e culturale in cui si trova l’Italia oggi. La Milano del boom è la quintessenza di un’Italia in rovina che in quegli anni cominciava un irrimediabile declino. E come un faro che non si è mai spento, lo sguardo critico di Bianciardi su quella fase storica ci illumina sulla realtà presente per mostrarci nulla di buono, se non, forse, un’àncora di salvezza contro il totale disfacimento: la non omologazione. Storia amara, principalmente. Il protagonista, emigrato a Milano da un paesino della Maremma si aggirara tra le nebbie della città (è l’inverno 1961-62), e patisce un’esistenza solitaria nel rifiuto delle logiche consumistiche che Milano incarna, con le sue molteplici a... continua a leggere

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Giulio Mozzi, La felicità terrena
di , Letture e Recensioni

Ci sono opere letterarie che, per il senso di inadeguatezza che suscitano in chi legge, non finiscono con la chiusura dell’ultima pagina. È un’inadeguatezza che non attiene tanto alla più o meno ampia disponibilità di chi legge di farsi pervadere da ciò che ha letto, quanto alla sensazione di difficoltà a cogliere tutto intero e tutto in una volta il significato dell’opera. Ben oltre la crosta dell’apparenza (la trama, ma non solo, ovviamente), le molteplici intenzioni di chi ha scritto si percepiscono per approfondimenti progressivi, e ad essi conseguono per chi legge altrettanti mutamenti di prospettiva, che inducono a riletture, rivisitazioni, ripensamenti a volte, e anche a nuove accensioni dell’immaginazione, in ragione di come si cresce, negli anni e con i libri. A questa categoria di libri appartiene di diritto una delle più considerevoli raccolte di racconti della nostra attuale narrativa, La felicità terrena, di Giulio Mozzi, che per merito di Laurana è ritornata da qualche mese in libreria. Già uscita da Einaudi nel 1996, e giunta allora nella cinquina dello Strega, riappare adesso con due racconti in più – Verde e oro e Gilda T. – e con uno in meno, Migrazione, ed arricchita da una postfazione dell’autore e da uno scritto di Carlo Dalcielo, eteronimo dello stesso Mozzi. È solo apparentemente singolare che un simile peso di intenzioni e di significati possa attribuirsi ad un insieme di racconti: l’intera produzione ... continua a leggere

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Lucia Tancredi, La vita privata di Giulia Schucht
di , Letture e Recensioni

È un romanzo che ha per protagonista la bellissima moglie di Antonio Gramsci, figura ineffabile di per sé e della quale alquanto inesplicabilmente nelle biografie gramsciane si sono perse le tracce. «Se non si fosse provveduto ad una repentina estinzione di Giulia ci sarebbero stati tutti gli elementi per scrivere un romanzo su di lei. Perché nessuno l’ha ancora fatto?». Lo fa Lucia Tancredi – forse riflettendo su questo suo interrogativo – nella sua ultima opera narrativa, La vita privata di Giulia Schucht (ev editrice 2012). Indipendentemente dal prologo, «oggi» (dove l’autrice annovera le ragioni, le sensazioni, gli imperativi anche di ordine morale sottesi al suo invaghimento nei confronti della Schucht) e dalla suggestiva conversazione con Antonio Gramsci jr che emblematicamente (si vedrà il perché) chiude il libro, i titoli dei capitoli vengono fin troppo sinteticamente designati con delle date, decise e tassative, che nel loro succedersi inappellabile somigliano alla scansione di una condanna (come a qualcosa di presentito, o addotto dal punto di vista del poi), la sanzione insita nel privilegio di amare un uomo non qualunque. Ma trasvalutando la veste strutturale, in ogni capitolo il tempo si dilata ondivagando tra analessi e prolessi, e senza attenersi rigorosamente alle coordinate temporali il racconto si snoda dall’anno in cui Giulia conobbe Antonio al sanatorio Serebriani Bor fino a quello della morte di Gramsci, nel 1937. Conco... continua a leggere

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Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza
di , Letture e Recensioni

L’Iliade. Nei banchi del liceo (un tempo anche alle medie) imparavi a conoscere l’asprezza di alcuni versi, l’atmosfera cupa, il presagio di morte. Alla fatidica domanda per scongiurare la noia di alcune mattinate, ‘ma tu quale dei tre poemi preferisci’, puntualmente la mettevi all’ultimo posto. Dopo l’Odissea e l’Eneide, si intende. Diciamoci la verità. Nessuno riusciva a competere con l’Ulisse, il farfallone, l’imbroglione che ti strizzava l’occhio e ti spingeva al di là del consentito. Il non plus ultra. L’Iliade proprio no. Poteva piacere a qualche saputello appassionato di guerre. Ma a noi incantava quel viaggio tra mille perigli, le sirene ammaliatrici, i popoli sconosciuti con abitudini alimentari a dir poco eccentriche. Invece Simone, una donna, ci ribalta la prospettiva, ci racconta la sua lettura dell’Iliade, dove intuisce tutta la violenza dell’epoca nella quale lei vive. Infatti L’Iliade o il poema della forza fu elaborato da S. Weil tra il 1936 e il 1939, un periodo in cui la storia aveva preso un suo corso vorticoso; uscirà tra il 1940 e il 1941 sui “Cahiers du Sud” a Marsiglia, in una zona della Francia che poteva ancora dar voce e offrire un riparo a chi non era allineato al governo collaborazionista di Vichy; è uno dei pochissimi testi pubblicati mentre Simone Weil era ancora in vita. I diversi totalitarismi che andavano delineandosi in quegli anni affondavano impietosi le loro radici in una storia appare... continua a leggere

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Una conversazione con Carola Barbero a partire da La biblioteca delle emozioni. Leggere romanzi per capire la nostra vita emotiva
di , Note e Riflessioni

«I libri di questa biblioteca potrebbero essere definiti come delle promesse. Di felicità, di infelicità, di attesa, di amore o di paura, a seconda dei casi». È una frase che troviamo nelle prime pagine del suo ultimo lavoro, La biblioteca delle emozioni (Ponte alle Grazie, Milano 2012), nel quale lei mostra di muovere da una condizione di partenza, quella per cui i personaggi della finzione sono atti a promuovere in noi dei reali stati affettivi, come argomentava in Chi ha paura di Mr. Hyde? Oggetti fittizi, emozioni reali, del 2010. È la replica realistica al paradosso della finzione, che dubitava della veridicità delle nostre emozioni alla presenza di entità fittizie. Soluzione che implica che il credere nell’esistenza reale di ciò che ci emoziona non sia una condizione indispensabile per provare delle emozioni vere. Si avverte nei suoi libri tutto un lavoro di ricerca sugli oggetti finzionali addotti come campo applicativo, in particolare sulla verifica della verità dei nostri sentimenti di fronte, appunto, agli oggetti fittizi. In che misura la filosofia l’ha ispirata e guidata in questa direzione? R. La filosofia mi ha guidata nella ricerca delle risposte. Nel caso del paradosso della finzione, per esempio, trovavo inaccettabile la soluzione di Colin Radford, secondo la quale tutte le emozioni che proviamo verso i personaggi della finzione sono irrazionali, e allora ho provato a proporre una teoria che mi consentisse d... continua a leggere

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