Bibliomanie

indice del numero 29
aprile/giugno 2012

New Realism. Alcune domande a Maurizio Ferraris autore di Manifesto del nuovo realismo
di , Letture e Recensioni

Il suo ultimo libro svolge una energica verifica del rapporto necessario tra realtà e pensiero rigoroso. Tuttavia, rispetto ad altri suoi lavori, Manifesto del nuovo realismo (Laterza, Roma-Bari 2012) mostra un certo margine di eccentricità, e ciò in virtù di un ragionare essenzialmente riflesso sulla evoluzione di una prospettiva filosofica che viene ripercorsa attraverso le varie declinazioni del metodo di ricerca che la sorveglia da vicino: quel realismo che ne costituisce il motivo ispiratore, unificatore e fondante. Una ricerca sterminata e dagli esiti fecondissimi, la sua, che con sistematicità si dilata dall’ontologia dell’opera d’arte al riconoscimento del primato della registrazione sulla comunicazione, dalla focalizzazione degli oggetti sociali alla formulazione per la quale lo spirito è materiale, cioè consiste nella risultanza della lettera e del suo valore documentale, dall’identificazione della verità delle nostre emozioni anche di fronte a oggetti finzionali alla delineazione realistica della finora alquanto sfuggente nozione di anima. Ora, «manifesto» rinvia a un programma teorico e a un criterio metodologico, poiché la parola rimanda a un documento programmatico nel quale vengono esplicitamente enunciati e motivati dei principi normativi. E forse in questo libro lei ha voluto spostare l’attenzione sul metodo (in quanto il programma è stato realizzato con la sua vastissima ricerca volta ad accertare ciò che è reale... continua a leggere

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Per il ritratto di Liano. Petroni Idee e stile di un maestro cosmopolita nella memoria di un allievo
di , Saggi e Studi

Mi è impossibile delineare in questa occasione un’immagine completa o, comunque, accettabile di Liano Petroni (1921-2006). Fortunatamente, tuttavia, studiosi di fama internazionale come Ezio Raimondi, François Germain, Pierre Brunel, Robert Jouanny, Giorgio De Piaggi ed altri hanno dedicato al Nostro saggi puntuali, affettuosi ed accessibili, i quali contribuiscono, specie se esaminati comparativamente, a restituirne un profilo appagante e fedele. Nelle righe che seguono, desidererei invece offrire alcuni elementi sull’uomo e l’opera che possano risultare utili a qualunque lettore di cultura – docenti di ambito non filologico, così come studenti universitari, magistrati, diplomatici, liberi professionisti, imprenditori etc. – non troppo avvezzo a frequentare le impervie regioni delle scienze filologiche. Ho deciso di muovermi in tal modo poiché sono persuaso che l’essenza del magistero lungamente ponderato e ampiamente rappresentato da Liano Petroni sia in grado di giovare ad ogni cittadino europeo da più punti di vista non certo marginali. A onor del vero, la totalità d... continua a leggere

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Verga, Milano e le avvisaglie della nuova maniera
di , Saggi e Studi

Il 13 novembre 1872, come d’abitudine ormai da qualche mese, Giovanni Verga scrive all’amico Capuana, divenuto frattanto sindaco di Mineo, e gli annuncia la sua imminente partenza per il capoluogo lombardo: «Mio caro Luigi, lunedì prossimo probabilmente partirò per Milano». Né, al solito, perde l’occasione di sollecitare dal suo corrispondente, ben più inserito, eventuali raccomandazioni, seppur in modi garbati e manierosi e non senza promettere in cambio premurosi servizi: «Se in qualche cosa potrei esserti utile a Firenze o a Milano, scrivimi, sicuro di farmi un piacere. Se sei nel caso di presentarmi per lettera a qualche editore o direttore di giornale l’avrei assai caro e se per mezzo tuo potessi ottenere un’occupazione modestissima in qualche giornale te ne sarei assai grato». Giacché, poi, una strategia promette maggiori garanzie di successo se impiegata contemporaneamente su due fronti, il catanese suggerisce la stessa cortesia anche al vecchio Dall’Ongaro, che nel frattempo ha lasciato Firenze per occupare la cattedra di Letteratura Drammatica all’Università di Napoli ... continua a leggere

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Medioevo inquieto. La storia di Cola di Rienzo nella Cronica di Bartolomeo di Iacovo da Valmontone
di , Saggi e Studi

Capolavoro è il termine che sembra ricorrere maggiormente negli interventi della critica letteraria italiana, almeno dal 1940 in poi, sulla Cronica di Bartolomeo di Iacovo da Valmontone, da quando, cioè, l’acuta filologia di Gianfranco Contini con un articolo dal gesto perentorio, la introdusse al pubblico colto, auspicandone una consuetudine di lettura come per le nostre grandi opere. Certo, per un testo rimasto per tanti secoli nella sua originalità e completezza sconosciuto, il tono di quell’intervento sembrò, più che realmente, volutamente entusiastico, ma l’eccezionalità della scoperta, il significato e la consapevolezza dell’operazione lo giustificavano. Il testo, della cui vicenda filologica brevemente diremo, si trova nel III Tomo delle Antiquitates Italiacae Medii Aevi stampata dal Muratori nel 1740, sotto il titolo di Historiae Romanae Fragmenta, prima che un allievo del Contini (altri ne avevano curato singole parti), Giuseppe Porta, ce ne fornisse una edizione esemplare e integrale, stampata a Milano nel 1979 dall’editore Adelphi attribuendola ad Anonimo romano, prima che Giuseppe Billanovich non ce ne fornisse una identificazione più certa, e da noi sostanzialmente avallata, in un celebre studio. Il testo della Cronica, come si desume dalla prefazione dell’edizione costituita dal Porta, ebbe una vicenda filologica assai tormentata. Prima che l’opera conosciuta sott... continua a leggere

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Suoni d’ombra nella scrittura di Gaetano Arcangeli
di , Note e Riflessioni

Ho conosciuto l’opera di Gaetano Arcangeli grazie a Giovanni Perich, suo allievo, che ha voluto donarmi le introvabili riedizioni Scheiwiller di metà anni novanta approntate dalla Fondazione guidata da Bianca Arcangeli. Con in mano gli Scheiwiller piccini e compatti dai colori pastello, il celeste, il beige, il verde chiaro, il giallo limone, la mia fantasia di avvicinamento a Gaetano Arcangeli è cominciata per attrazione inconscia non da una poesia, ma da un testo in prosa tratto dalla raccolta I passi notturni, scritta tra il 1941 e il 1945. (Arcangeli aveva già pubblicato nel ‘39 una miscellanea di prose e poesie, Dal vivere) Il racconto eponimo con cui si apre il libro è dedicato al fratello Francesco, il futuro critico d’arte, e mette in campo una dichiarazione solenne, importante: «La mia vita è stata, dall’infanzia fino alla prima giovinezza, sospesa a riconoscere il timbro di passi attesi, nella notte». Lo scrittore procede rievocando l’attesa notturna del ritorno del padre, mentre lui bambino era già nel letto, l’ansia e la tensione all’ascolto, quella che può definirsi una condizione leopardiana dell’udito come conduttore di vita, là fuori, uno strumento interiore raffinatissimo che dilata i suoni e li etichetta, dà loro un nome insieme a un timbro. Ecco dunque che i passi sulla strada si caricano di significato e letteralmente diventano, nel racconto in prosa, un ritmo di versi. ... continua a leggere

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Dieci divagazioni sul tavoliere da gioco
di , Note e Riflessioni

In una delle sue Favole al telefono Gianni Rodari inventa il più compiuto dei giochi dis-educativi. Il palazzo da rompere, che dà il titolo al racconto, è un vero e proprio palazzo (sette piani per novantanove stanze), vuoto di abitanti ma pieno di arredi «stoviglie e soprammobili», fatto costruire dal comune di Busto Arsizio su progetto del ragionier Gamberoni, per risolvere il problema dei bambini «che rompevano tutto», nelle loro case e nei luoghi pubblici. Il palazzo è un giocattolo: i bambini devono distruggere tutto quello che ci trovano dentro, dalle fondamenta fino all’ultimo piano. Per giocare meglio sono anche stati dotati di martelli. Per due giorni, ininterrottamente, i bambini rompono e demoliscono; alla fine del terzo, stremati, «tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena». Terminato il gioco... ... continua a leggere

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Rimeditando Sostiene Pereira
di , Note e Riflessioni

Antonio Tabucchi nel suo libro più noto, Sostiene Pereira (Feltrinelli, 1994), ci insegna che l’intellettuale, lo scrittore, l’artista non possono sottrarsi all’impegno politico che è anche impegno morale. Roberto Faenza ne ha tratto un film con lo stesso titolo del romanzo: è davvero un bel film, che Rai Tre ha riproposto a ragione pochi giorni or sono, subito dopo la prematura scomparsa dell’apprezzato homme de lettres toscano. Il romanzo e la sua trasposizione cinematografica dovrebbero rammentare a tutti noi – e, anzitutto, a quanti studiano, insegnano, scrivono – che la cultura non può essere neutrale e che l’uomo portatore di cultura e di paideia, che è educazione degli uomini, deve schierarsi, e non da una parte qualunque, ma da quella dei deboli oppressi dal potere. Leggo in una lettera di Tabucchi a Paolo di Paolo: «Essere scrittore non vuol dire solo maneggiare le parole. Significa soprattutto stare attenti alla realtà circostante, alle persone, agli altri». Tanti scarabocchiatori libreschi, avidamente chini sul becchime delle loro gabbie, discettano intorno al proprio ombelico, quasi fosse il centro del mondo. Se esprimono un dissenso, questo è solo retorico, mai veramente scomodo verso chi riempie di cibo le loro gabbie, greppie, pance. Schopenhauer definiva “boschēmata” simili intellettuali e professori. Una parola greca, non tedesca, e significa bestiame, bestiame che si pasce. Un breve excursus su altr... continua a leggere

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Tradusioni
di , Traduzioni, inediti e rari

Prendendo il coraggio a due mani, mi piacerebbe farvi leggere quelli che io chiamo “giochi di tradusione”. La tradusione è una modalità di traduzione-uso-illusione per trasferire all’Io presente la bellezza canonica di un irripetibile bello passato. È un modo di camminare costantemente sull’orlo di un baratro che attrae chi, consapevolmente o no, ama e odia il kitsch. E il mio odio-amore va alla scienza in cui mi sono laureato, la filologia, in onore della quale non disdegno qualche (im)probabile integrazione, mentre l’amore va alla poesia e al senhal (Lesbia, Eliodora-Cristodora di Meleagro, Cicala e onomatopee ad essa legate) che soggiace all’intero canzoniere. (Non) abbiate pietà di questo slancio adolescenziale, di cui vi invio qualche goccia. I malcapitati sono soprattutto Catullo e altri ero(t)ici compagni di classe (classici). Quale vita mi aspetta, quale gioia senza l(’)a -dorata mia divina? Venga pure la morte quando ... continua a leggere

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Quattro poeti dell’Arcadia luso-brasiliana
di , Traduzioni, inediti e rari

In genere l'Accademia dell'Arcadia viene presentata e studiata come movimento tipicamente, anzi esclusivamente, italiano. In realtà, essa costituì, dopo il petrarchismo (che ebbe nel Camoens lirico un esponente di valore assoluto, di un'essenzialità lirica e concettuale adamantina, forse accostabile, sul piano europeo, solo allo Shakespeare dei sonetti o a Maurice Scève) e sulle orme di esso, e prima del simbolismo e del modernismo, una sorta di grande codice, di comune esperanto, di ponte ideale, transoceanico, fra il mondo culturale italiano e quello lusofono, tanto portoghese, quanto brasiliano (la reale esistenza di un'Arcadia brasiliana, in passato messa in dubbio, è ormai certa; anche se il paesaggio stilizzato e idealizzato del petrarchismo arcadico, se era lontano dalla realtà storica dell'Europa settecentesca, e così pure della stessa Grecia antica, ancor più remoto e straniato appariva rispetto a quello, ancor più impervio, delle Minas Gerais, dove, come affermava il caposcuola dell'Arcadia brasiliana Cláudio Manoel da Costa, il cimento del poeta diveniva simile all'«ambiziosa fatica di cavar minerale dalla terra che ne ha snaturato i colori»). Si potrebbe ipotizzare, anzi, che l'Arcadismo costituisse il primo, se non l'unico, legame diretto fra un movimento culturale prettamente italiano e uno brasiliano, dato che romanticismo, simbolismo, modernismo, avanguardia, postmoderno sono movimenti globali accomunati da antecedenti comuni,... continua a leggere

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Donne ed eroine nella rappresentazione epica ed arcaica
di , Didactica

Non possediamo documenti “storici” che testimonino direttamente la condizione della donna nell’epoca arcaica. Tutto quello che conosciamo di questo periodo che va dall’VIII secolo a.C. fino agli inizi del V ci giunge dalle rappresentazioni vascolari e dalla letteratura. Le prime, specialmente per i periodi più antichi, coincidono con le pitture che troviamo sugli enormi vasi ritrovati nelle necropoli ateniesi del Ceramikon e del Dypilon. In esse ricorrono spesso scene funerarie in cui le donne accompagnano con il loro pianto rituale il defunto. Al di là di queste scene, e delle eroine o dee della mitologia che riecheggiano le storie comunque note dalla tradizione epica e lirica, le uniche altre presenze femminili che campeggeranno soprattutto a partire dal VI secolo nelle rappresentazioni vascolari simposiastiche, sono etere e comunque ancelle o donne di condizione servile. Fondamentale è dunque la ricostruzione del ruolo femminile che possiamo ricomporre grazie alla tradizione epica. Nei poemi epici, e nell’Iliade in particolare, gli eroi-guerrieri, signori di popoli (wanakes), sono animati nelle loro azioni da un’unica forza: la ricerca dell’onore (timé) per il riconoscimento “sociale” della loro areté, il valore individuale. Si tratta di una tipica “società di vergogna”, come ci ricorda E.R. Dodds, in cui i valori e le prospettive che formano l’immagine che il guerriero ... continua a leggere

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Docuforum#0
di , Saggi e Studi

“La vie meme prise sur le vif” è uno dei proclama che ha accompagnato la nascita del cinema. O, forse, darebbe meglio dire del cinematografo. “La vita colta sul vivo” era infatti uno degli slogan che circolava insieme alle prime proiezioni dei film dei fratelli Lumière, istantanee in movimento di avvenimenti quotidiani che altro non erano che una pionieristica documentazione video. Che si tratti di vita colta sul vivo è forse l'unico criterio che ci siamo date nello scegliere cosa proiettare. Per il resto, i titoli sono venuti uno dopo l'altro, in ordine, seguendo un percorso più simile al flusso di coscienza che non ad una ricerca vera e propria. Non c'è nessun intento storiografico o di analisi: solo una proposta di esplorazione di un genere cinematografico che ha vissuto e continua a vivere – nella distribuzione ma non nella produzione, vivacissima – negli spazi residuali del cinema di fiction. Oltre che all'esplorazione, vorremmo anche che fosse un invito alla proposta. A chi ha girato piccoli documentari, ma non trova spazi per proiettarli. Ma anche a chi, semplicemente, ha in mente una sua personale “playlist” e vuole condividerla. Docuforum #0 | Proiezione #1 Cecilia Mangini, Firenze di Pratolini (1956) | Pier Paolo Pasolini, Comizi d'amore (1965) “Gli devo molto io, ma tutta l’Italia gli deve molto. Il mio incontro con lui? Lo cercai sull’elenco del telefono per chiedergli di collaborare, e lui ... continua a leggere

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Se una notte d’inverno c’è un lettore… Marilù Oliva, Fuego
di , Letture e Recensioni

Ho riletto Fuego recentemente. Fuori faceva un gran freddo; era venuta una bella nevicata. Avevo qualche linea di febbre e una gran voglia di riposare, ma non mi riusciva di dormire. Ho ripreso in mano il nuovo romanzo di Marilù Oliva, Fuego, e mi sono sistemato sul divano dentro un plaid caldo. Avevo letto il romanzo precedente della Oliva, Tu la pagaras, ambientato come questo nelle scuole e nelle sale da ballo di musica latino americana a Bologna, e mi era piaciuto, mi aveva lasciato una sensazione piacevole, di pienezza, come quando hai portato a termine un lavoro, o quando termini un buon testo letterario. Unita a ciò la convinzione di avere scoperto una scrittrice di talento, anche se con qualche ingenuità da sistemare. Non mi aspettavo che Fuego potesse superare quanto avevo già trovato nei primi due. Del resto, non è mai facile confermarsi nella scrittura e spesso la creatività ama riposare sugli allori, ma devo confessare che mi sono ricreduto. Marilù è proprio brava. Questo romanzo, continuazione del precedente, presenta al suo meglio un personaggio interessantissimo, Elisa Guerra, ossia la Guerrera, uno dei più seducenti e affascinanti che mi sia capitato di incontrare ultimamente nella grande foresta dell’immaginario letterario. Non è cosa da poco. Elisa è disoccupata, precaria come tante giovani che si possono incontrare in questi tempi di recessione, ma dire precaria è dire poco, perché precaria è s... continua a leggere

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Étienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria
di , Letture e Recensioni

No, non è un bene il comando di molti; uno sia il capo, uno il re. Il Discorso sulla Servitù Volontaria di Étienne de La Boètie (1530-1563) si apre con questa citazione omerica: l'Autore si riferisce in questo modo direttamente alla Politica di Aristotele, che nelle analisi delle diverse forme di governo utilizza tale verso; tuttavia egli rimanda alla tradizione non tanto al fine di allacciarsene bensì di discostarsene: il suo interesse, afferma poco sotto, non è quello di «discutere la questione tanto dibattuta se altre forme di regime politico siano preferibili alla monarchia». Vi è perciò una indiretta presa di distanza anche dal contemporaneo Principe di Machiavelli. Gli obiettivi che si vogliono raggiungere nel corso di questa lettura del Discorso sono, oltre quello di indicarne i temi principali, di mostrare come tale opera non può a rigore essere considerata antitetica o complementare all'opera del fiorentino, in quanto si muove su un livello differente, prettamente fondante, ed è proprio in virtù del suo specifico piano d'indagine che non può essere ridotta semplicemente all'uso storico e alle interpretazioni più comuni che di essa si sono fatti. L'analisi di La Boètie parte da un fatto: la condizione di migliaia di uomini che sopportano talvolta un tiranno solo, che ha il potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono s... continua a leggere

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Ratzinger, Flores d’Arcais e l’autotrascendimento del metodo. Paolo Flores d’Arcais Gesù. L’invenzione del Dio cristiano
di , Letture e Recensioni

Ha scritto Ernst Bloch che «il meglio della religione è la capacità di suscitare eresie». E decisamente eretico è un libello di Paolo Flores d'Arcais Gesù. L'invenzione del Dio cristiano, Add, Torino 2011, pp. 127, euro 5, scritto con l'impegnativo, se non velleitario, intento di contestare, o addirittura demolire, la monografia che Papa Ratzinger ha dedicato alla figura del Cristo. Forse Flores d'Arcais non ha pienamente compreso, o ha rigettato in partenza, la metodologia adottata dal Pontefice; il quale, nella prefazione, parla della necessità, di fronte al testo sacro, di un «autotrascendimento del metodo» (Selbsttranszendierung der Methode), ovvero di un approccio che muova dalla parola, dal testo, collocati sì nel loro contesto storico, considerati sì come «parola umana, in quanto umana» (das Menschenwort als menschliches), ma anche trascesi in vista di un senso ulteriore, di un valore superiore, assoluto, e considerati nei loro possibili, intrinsechi significati, che possono andare oltre quello immediato, e sfuggire, a volte, alla consapevolezza stessa degli autori. Non credo si possa parlare, come fa, quasi con violenza, Flores d'Arcais, di «falsificazioni storiche» di cui il Papa sarebbe stato colpevole. I problemi sollevati da Flores d'Arcais, del resto, non sono nuovi, e anzi circolano nella libellistica atea da quasi un secolo, e sono stati quasi tutti già posti, e in vario modo risolti, dall'esegesi. Cristo non si ... continua a leggere

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Francesca Nodari, Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas
di , Letture e Recensioni

È appena uscito un libro molto denso di Francesca Nodari. La giovane studiosa è direttore scientifico del Festival “Filosofi lungo l’Oglio” e collabora con la cattedra di Filosofia teoretica dell’Università di Milano-Bicocca. Alle origini del “pensiero incarnato” ci sono i Carnets de captivité che sono stati pubblicati nel 1909, diversi anni dopo la morte (1905-1995) del filosofo ebreo-lituano, che fu prigioniero di guerra dei nazisti. Contro gli attacchi operati dai vari spiritualismi, il corpo viene qui ampiamente rivalutato. Già il Leopardi delle Operette morali, d’altronde, aveva scritto: «anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito; e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi, che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito». L’autrice, nella Prefazione, cita lo Zarathustra di Nietzsche: «Io sono tutto corpo e nulla al di fuori di questo». E Platone, naturalmente, viene più volte confutato dal filosofo naturalizzato francese: Eros, per esempio, non è figlio di Poros e Penia, non nasce dalla mancanza, incarnata dalla madre, e non è fusione di due esseri, ma è la presenza di due persone distinte. Nell’eros è la dualità che diviene la gioia stessa. «Versus Platone, Levinas insiste nel sottolineare come nell... continua a leggere

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Truman Capote, La forma delle cose. Tutti i racconti
di , Letture e Recensioni

Ho incontrato Capote alla libreria Feltrinelli di Bologna. Guardava il reparto homevideo, appoggiato storto a uno scaffale di legno chiaro. Un omino minuto e pallido, coi capelli radi, gli occhiali tondi da ragioniere e una giacca che sembra una prefettizia nera senza la forbice di tessuto in fondo, raccolto come una goccia di pioggia scura nell'immobile provvisorietà della sua traiettoria. Mi fissava in silenzio dai suoi piccoli occhi spalancati cerchiati d'insonnia, piantati come biglie sopra le lucide guance di cera morbida. Lo prendo e me lo rigiro tra le mani, gli premo il pollice sul naso. Una mia mano è più alta di lui. Lo comprerei il libro, ma costa troppo. Abbandono Colazione da Tiffany e ripiego su un'altra copertina abbastanza triste e rabbiosa, da cui un altro Capote di carta, giovane essenziale da semplice maglietta bianca ti mette a disagio col suo sguardo da reduce malinconico. Così compro la Forma delle cose – tutti i racconti di Truman Capote. Appena a casa inizio a sfogliarlo e non mi piace, all' inizio. Probabilmente perchè è inverno e la luce riveste le pagine bianche di una sottile patina azzurro pallido come la scrittura di Werfel. Leggere è come guardare il telo slavato delle nuvole steso tra un tetto e l'altro, o i fili contorti di polvere che galleggiano in luminosi corridoi di calce, o in bolle di luce rosso cupo, chiazze nel buio intorno alla fiamma ubriaca di una candela. Passano i giorni, si diffonde... continua a leggere

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Giovanni Greco, Las fabricas del colegio invisible. Abecedario masonico
di , Letture e Recensioni

Non solo in una Res publica delle scienze e delle lettere vieppiù soggetta a disfunzioni gravi quali lo specialismo, il disincanto e il sospetto, bensì nel macrocosmo laico e pluralista che abitiamo – o vorremmo abitare… – è ardua impresa descrivere e, a maggior ragione, patrocinare l’attualità della varia e vasta eredità consegnataci dalla Massoneria. Nondimeno, un cospicuo, policromo e affidabile manipolo di studiosi e pubblicisti ha posto l’accento sull’indubbia rilevanza di questa antica ed insigne Istituzione, che si segnala, inter alia, per l’originalità di pensiero e scrittura, la coerenza effettiva delle posizioni e la consonanza con i più seri e progressivi orientamenti culturali e civili d’Europa. L’ultimo volume di Giovanni Greco – storiografo di fama internazionale che non necessita certo di presentazioni, e che da molti anni rischiara e diffonde il retaggio latomistico d’Europa – fornisce un contributo rilevante in tal senso, tratteggiando in maniera innovativa e accattivante aspetti decisivi della Massoneria e della sua doviziosa eredità culturale, etica e spirituale. La presente traduzione, realizzata per tutti i paesi di lingua spagnola ma in primis per quelli dell’America latina, giunge dunque opportuna e tempestiva. Illustrando la positività e la forza dei princìpi massonici, l’autore è confortato dalla certezza che la maggiore e (probabilmente) miglior parte degli studiosi attivi nei due seco... continua a leggere

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