Bibliomanie

Francesco Selmi e i Trattati morali di Albertano da Brescia
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

Nel 1873 il vignolese Francesco Selmi (1817-1881), celebre scienziato, uomo di vasta cultura e patriota, dà alle stampe il volume Dei trattati morali di Albertano da Brescia. Volgarizzamento inedito fatto nel 1268 da Andrea da Grosseto. L’opera vede la luce all’interno della “Collezione di opere inedite e rare dei primi tre secoli della lingua”, collana a cura della Regia Commissione per i Testi di Lingua. Selmi è uno dei membri maggiormente attivi di questa importante istituzione, fondata nel 1860 con lo scopo di ricercare i codici dei più antichi testi di lingua italiana promuovendone la pubblicazione. Il volume contiene i trattati composti nel XIII secolo da Albertano da Brescia, giurista insigne del quale abbiamo peraltro a disposizione poche notizie biografiche. Annoverato tra i protagonisti della vita politica dell’Italia comunale, egli ricoprì incarichi pubblici nella sua città e a Genova, e partecipò alla guerra contro l’imperatore Federico II. La sua produzione letteraria a noi nota consta di cinque sermoni di forte impianto religioso e di tre trattati morali, cui l’autore bresciano deve la propria fama: il Liber de amore et dilectione Dei et proximi et aliarum rerum et de forma vite (1238), nel quale viene affrontata la questione dei rapporti sociali e familiari, dando vita ad un’etica strettamente legata all’ambiente comunale; il Liber de doctrina dicendi et tacendi (1245), dedicato alla costruzione di un’etica della parola che si pone a fondamento dell’educazione del cittadino; il Liber consolationis et consilii (1246), racconto allegorico avente come oggetto la corretta valutazione dei pareri e dei consigli, individuata come via maestra per il raggiungimento di una buona condotta morale e sociale. Queste tematiche, rispondendo a esigenze profondamente sentite all’interno della società dell’epoca, garantirono un’enorme fortuna ai trattati di Albertano nel periodo compreso tra il XIII e il XV secolo, come attestano sia il gran numero di traduzioni e di rimaneggiamenti in varie lingue europee (francese, catalano, olandese, tedesco, ceco) sia i molteplici volgarizzamenti italiani.
Una delle prime traduzioni in volgare ad essere compiuta è quella di Andrea da Grosseto. Caratterizzata da una prosa fiorentina già piuttosto matura ed elegante a dispetto di una datazione così precoce, questo volgarizzamento viene scoperto da Selmi nella Biblioteca Magliabechiana di Firenze, all’interno della quale, a partire dal 1863, egli sta portando avanti ricerche su Dante. L’analisi del codice contenente il testo di Andrea da Grosseto, autore duecentesco sulla cui vita sono disponibili solo scarsi dati certi, convince il Vignolese che si tratta del «più ragguardevole documento (riguardo all’antichità) in prosa letteraria di nostra lingua»1. Tre sono gli elementi che suggeriscono a Selmi questa conclusione: la data (1268), riportata sul codice unitamente al nome dell’autore del volgarizzamento; il fatto che il testo sia scritto in «ischietta favella nostra, senza infarcimento di riboboli e di maniere puramente vernacole»2; infine, la palese intenzione dell’autore di servirsi di una lingua appartenente all’intera Italia, tant’è vero che per due volte, accennando al volgare adoperato, lo stesso Andrea da Grosseto lo definisce «italico». Selmi intuisce immediatamente l’eccezionalità della scoperta. Fino ad allora, infatti, si è ritenuto che il più antico testo in lingua italiana di una certa mole fosse una traduzione degli stessi trattati di Albertano redatta dal notaio pistoiese Soffredi del Grazia (1240 ca. – 1297), risalente al 1278 e pubblicata nel 1832 dal livornese Sebastiano Ciampi (1769-1847), celebre filologo e slavista. Selmi decide di ricorrere all’aiuto dei numerosi studiosi, eruditi e bibliotecari italiani con cui è in contatto per ricercare altri codici che riportino il testo di Andrea da Grosseto: ne vengono infine reperiti due, uno conservato nella Biblioteca Magliabechiana e uno nella Biblioteca Palatina di Firenze, contenenti entrambi solo il volgarizzamento dell’ultimo trattato. Il Vignolese può così iniziare una comparazione del testo, aiutandosi anche con la versione latina di due trattati, conservata nella Regia Biblioteca di Torino. Grazie al reperimento di queste versioni latine e volgari dell’opera, Selmi riesce a sopperire alle lacune presenti nel codice e a dare alle stampe il testo, che, a suo avviso, risulta essere la «sola e perfetta traduzione dell’Albertano tra le pervenuteci dal buon secolo»3, in quanto alcune parti dei volgarizzamenti pubblicati da Ciampi sono identiche alla versione di Andrea da Grosseto, da cui evidentemente derivano. Questo sforzo di ricerca, comparazione delle fonti e ricostruzione del testo è stato reso possibile, ricorda Selmi nell’Avvertenza al volume, grazie ai finanziamenti messi a disposizione da Francesco Zambrini (1810-1887), presidente della Commissione per i Testi di Lingua.
La pubblicazione dell’opera, in realtà, viene posticipata di almeno tre anni rispetto alla data prevista: l’impegno filologico ed erudito del Vignolese, infatti, non è a tempo pieno, in quanto egli vi affianca l’espletamento dei suoi incarichi presso il Ministero dell’Istruzione Pubblica, nonché una proficua attività scientifica che gli vale grande fama in tutta Europa. All’epoca dell’edizione del volgarizzamento dei Trattati morali di Albertano, Selmi sta infatti ricoprendo la cattedra di Chimica Farmaceutica e Tossicologica all’Università di Bologna; oltre a dedicarsi a impegnative ricerche sulla chimica tossicologica, egli è alle prese con la curatela della monumentale Enciclopedia di chimica scientifica e industriale, opera in undici tomi più tre di supplemento, stampata tra il 1868 e il 1881 dall’Unione Tipografica Editrice Torinese (Utet), che si propone l’ambizioso obiettivo di raccogliere tutte le nozioni della chimica e le sue applicazioni nei vari campi del sapere4.
L’importanza attribuita da Selmi al rinvenimento dei Trattati morali non è frutto di un mero interesse erudito, ma nasce dalla consapevolezza, profondamente insita nel suo animo, dell’importanza della lingua italiana. Egli, che ha lottato in prima persona per l’unità d’Italia, vivendo anche l’amarezza dell’esilio, ritiene che la padronanza della lingua italiana, così come lo studio della storia della letteratura, risultino imprescindibili per lo sviluppo della Penisola. Secondo Selmi, infatti,

un popolo non è tale se non quando si fece una lingua […]. L’Italiano più di ogni altro conosce e crede in quel vero, poiché muove da esso per affermare la propria personalità ed indipendenza, e vi confida affine di tradurre ad interezza quanto rimane incompiuto. Laonde l’importanza che deve porre a conservare la lingua nazionale, non solo per motivo del bene che ne trasse si felicemente, ed ispera di dedurne ancora, ma pur anco per l’utile il quale ne gli verrà a saldare in perpetuo le membra della patria sua, ora connesse di fresco e in addietro mai congiunte ad un corpo solo 5.

Questa consapevolezza ha portato Selmi, quando nel 1860 ricopriva la carica di segretario generale del Ministero dell’Istruzione Pubblica dell’Emilia6, a spronare l’allora ministro Antonio Montanari (1811-1898) a costituire le Deputazioni di Storia Patria per le Provincie dell’Emilia, a somiglianza di quelle introdotte diversi anni prima da Carlo Alberto in Piemonte. L’esortazione non è stata infruttuosa: Montanari ha avanzato la proposta a Luigi Carlo Farini (1812-1866), governatore dell’Emilia e delle Romagne, chiedendo l’istituzione di tre Deputazioni aventi come scopo la «pubblicazione delle cronache e di altri scritti inediti relativi agli avvenimenti che accaddero nei secoli passati nelle nostre provincie»7. L’interpellato ha prontamente risposto «considerando che il richiamare la storia a’ suoi veri uffici è opera di Governi liberi, che lasciano volentieri aperto ogni adito alla verità, e non temono di trovar rimproveri nel passato», e che «le fonti precipue della storia sono i documenti antichi, e che importa sopra modo che essi sieno raccolti e custoditi con acconcie distribuzioni, e in luoghi convenienti, acciò non giacciano sconosciuti in archivi inaccessibili, o patrimonio di pochi dotti, o siano col tempo guasti o dispersi»8; egli ha pertanto disposto, il 10 febbraio 1860, l’immediata istituzione delle tre auspicate Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi, Parmensi e Romagnole, a cui è seguita, il 16 marzo dello stesso anno, la fondazione della sopracitata Regia Commissione per i Testi di Lingua. È particolarmente significativo che, per rispondere a istanze fortemente sentite all’interno dei territori dell’antico Ducato estense, una delle prime preoccupazioni della nuova classe dirigente emiliana subito dopo l’annessione al Regno d’Italia sia stata la salvaguardia e lo studio dei documenti del passato9. Il Vignolese, commentando alcuni mesi dopo tale decisione, fa trasparire il proprio entusiasmo, sostenendo che il governatore dell’Emilia, con questo provvedimento, «si attenne ad ottimo e prudente consiglio; mostrò di conoscere la tempera ed i bisogni delle genti italiane; previde ciò che si chiederebbe dopo cessate le turbazioni presenti»10.
Dopo aver presieduto, il 29 febbraio 1860, alla prima adunanza della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi, Selmi continua a partecipare alacremente all’attività svolta da questa importante istituzione, come dimostra il fatto che, il 28 aprile 1860, la Deputazione, «grata […] per le sollecitudini da lui adoperate per istituirla, e per incoraggiarne gli studi, e volendo altresì rendere omaggio a’ suoi meriti scientifici e letterali, lo ha proposto ad unanimità a suo Socio»11. Proprio in qualità di socio della Deputazione, nel 1871 Selmi si fa promotore delle commemorazioni per il secondo centenario della nascita di Lodovico Antonio Muratori, insistendo affinché si svolgano a Vignola, ed entra a far parte del Comitato Direttivo per le celebrazioni, che hanno luogo il 20 ottobre 1872 a Vignola, per proseguire poi il giorno seguente a Modena12. In questo periodo, nel decennio successivo all’unità d’Italia, il Vignolese si dedica con passione agli studi su Alighieri: ricerca nelle biblioteche di tutta Italia informazioni sui codici danteschi13, caldeggia la proposta, avanzata dal governatore Farini, di realizzare un’edizione nazionale della Divina Commedia, partecipa alle celebrazioni per il sesto centenario della nascita del grande Fiorentino (1865)14 e accarezza l’idea di scrivere una Vita di Dante. Si ritiene inoltre probabile che, negli stessi anni, Selmi collabori alla realizzazione del monumentale Dizionario della lingua italiana, opera a cura di Niccolò Tommaseo (1802-1874) e di Bernardo Bellini (1792-1876) pubblicata in otto volumi tra il 1861 e il 1874 dalla Utet15. L’attività scientifica e gli impegni politici ed amministrativi si intrecciano così ad un considerevole sforzo di ricerca filologica e letteraria, cui Selmi attribuisce la massima rilevanza.
A questo connubio tra scienza e lettere è dedicata parte dell’Avvertenza con cui si apre l’edizione a stampa del volgarizzamento di Andrea da Grosseto: Selmi si dichiara pienamente consapevole che «a parecchi lettori sembrerà cosa strana che, ai tempi nostri, chi coltiva una scienza sperimentale propenda eziandio a cose di lingua»16. Non solo: molti, egli ritiene, lo accuseranno e lo derideranno, «non volendosi ammettere maritaggio legittimo tra le discipline che riguardano la parola con quelle che spettano al pensiero ed all’indagine»17. Tale opinione però, mette in guardia Selmi, contrasta con la tradizione italiana, nella quale da sempre «la coltura delle materie scientifiche fu accompagnata, e diremmo illustrata da quella delle lettere»18, come dimostra l’opera di Galileo Galilei, degli accademici del Cimento, di Leonardo da Vinci, di Lazzaro Spallanzani, di Alessandro Volta e di tanti altri illustri scienziati italiani. Il Vignolese si schiera così contro coloro che ritengono il progresso delle scienze l’unico motore di sviluppo per il Paese, e non esita a difendere, nell’Avvertenza al volgarizzamento di Andrea da Grosseto, lo studio e il retto impiego della lingua nazionale, aggiungendo che «sarebbe anzi desiderabile che dagli scienziati si tornasse all’antica consuetudine italiana; accoppiare degnamente il sapere delle cose naturali e matematiche, economiche e via dicendo con un’equa cognizione della propria lingua stupenda e del glorioso tesoro della letteratura nazionale, e vergognarsi di quella ignoranza del bello di cui sgraziatamente si vantano»19. Per il futuro della nazione italiana, lo sviluppo delle scienze e delle tecniche non basta: è necessario sostenere e spronare soprattutto i giovani al disciplinato apprendimento della lingua e della letteratura italiana, non da ultimo perché è una barbarie vera e propria, ad avviso di Selmi, «esporre le dottrine e le scoperte grandi e feconde che si vanno facendo nei vari campi dello scibile, con una forma sì incomposta, impropria e sgrammaticata da non riuscirne quasi mai limpido il pensiero»20. Egli sa che queste parole probabilmente non gli varranno a trovare grazia presso i colleghi: anzi, è certo di non ricavarne altro che «nuovi motivi di scredito»21. Nonostante ciò, decide di non chiudersi nel silenzio, ma di esporre ugualmente le sue idee sulla lingua italiana: tale risolutezza è frutto del desiderio non già di farsi comprendere dagli studiosi, bensì di cercare di «ricondurre sulla buona via i giovani, ché degli attempati ed incalliti nulla è da sperare»22. Le parole di Selmi sono pertanto indirizzate in special modo alle nuove generazioni: egli, da sempre attento alla situazione degli studi e dell’istruzione, si mostra convinto che l’incoraggiamento dei giovani alla ricerca, insieme con l’attenzione rivolta alle loro idee e iniziative, debba essere il perno per la costruzione del futuro dell’Italia unita.
Queste durissime critiche non devono essere affatto interpretate come uno sfogo estemporaneo, in quanto sono piuttosto il frutto di una lunga riflessione portata avanti dal Vignolese, la cui preoccupazione principale rimane il bene della Penisola, da perseguire attraverso la salvaguardia della tradizione italiana e quel passaggio di consegne generazionale che viene reso possibile soprattutto tramite lo studio del passato. Le tematiche trattate nell’Avvertenza al volgarizzamento di Andrea da Grosseto, infatti, erano già ben presenti e definite nel decennio anteriore, durante il quale Selmi aveva scagliato eloquenti accuse alle istituzioni del neonato Regno d’Italia attraverso le pagine dell’importante «Rivista Contemporanea» (poi, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana»). La nuova classe dirigente, secondo il Vignolese, non si rende conto che «l’Italia possiede biblioteche, archivii, musei, cimelii, città intere da dissotterrare, che gli stranieri visitano, spogliano, sfruttano, mentre stanno da noi dimenticati e non apprezzati: ivi si chiudono tesori di documenti coi quali si farà forse mutare tutta la grande storia nostra»23. Particolarmente grave, a giudizio di Selmi, è il fatto che in molti ritengano «solo opportuno ad Italia le strade da aprirsi, i commercii da risvegliare, gli opifici da moltiplicare; ma chi si allevò in più ampia cognizione delle cose nostre, e cercò i tempi di nostra grandezza, ed investigò l’indole dell’Italiano, non crede in buona fede che la sola prosperità materiale sia giovevole al pieno rifiorimento della penisola»24. Queste sue preoccupazioni, in realtà, lungi dall’essere isolate, sono condivise da altri celebri e influenti personaggi, come ad esempio lo storico e politico Pasquale Villari (1827-1917), che negli stessi anni si dice preoccupato del fatto che nel Paese «ancora non abbiamo istituzioni destinate veramente alla scienza o alle lettere, con i mezzi necessari a chi vuol coltivarle per sé stesse, senza volgerle subito ad immediato guadagno»25, con la conseguente «povertà del lavoro letterario e scientifico dell’Italia»26.
Come abbiamo visto, nel periodo immediatamente successivo all’unità d’Italia è ben presente negli intellettuali la consapevolezza dell’assoluta rilevanza della storia, della letteratura e della lingua italiana. Per Selmi, in particolare, lo studio della lingua del passato si configura come un importante impegno civile, imprescindibile per lo sviluppo civile e culturale del Paese e di chi vi abita.

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Sobrero, Ascanio: Commemorazione del professor Francesco Selmi, «Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino», vol. XVII (1882), fasc. 2, pp. 131-136.

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Note

  1. F. Selmi, Avvertenza a Dei trattati morali di Albertano da Brescia. Volgarizzamento inedito fatto nel 1268 da Andrea da Grosseto, a cura di F. Selmi, Bologna, Romagnoli, 1873, pp. VII-XVII: XII-XIII.
  2. Ivi, p. XIII.
  3. Ivi, p. XVI.
  4. Relativamente alla straordinaria attività scientifica di Selmi, ci limitiamo in questa sede a ricordare solo alcuni dei campi che attirano il suo interesse. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, egli partecipa alle Riunioni degli scienziati italiani (nel Congresso di Padova del 1842 viene creata una speciale sottosezione per la Chimica e la carica di segretario è affidata al Vignolese, allora appena venticinquenne), e, nonostante la scarsità di mezzi e di strumentazioni, svolge importanti ricerche che pongono le basi della chimica dei colloidi. Si dedica inoltre alla chimica biologica, studiando in particolare la coagulazione del latte. Tra il 1848 e il 1859, esule, opera nel laboratorio torinese di Ascanio Sobrero (1812-1888), con il quale ottiene risultati scientifici di considerevole rilevanza, come la scoperta del tetracloruro di piombo. Nel 1854 svolge, su incarico del governo sabaudo, ricerche sulle proprietà fertilizzanti del guano in Sardegna, e due anni più tardi inventa la pila a triplice contatto, che viene subito applicata con profitto alle trasmissioni telegrafiche, nell’argentatura e doratura, nella galvanoplastica e nell’estrazione del rame. In questo torno di tempo, è impegnato anche nella traduzione di opere scientifiche straniere e nella stesura di volumi aventi lo scopo di divulgare le scoperte e le innovazioni in campo chimico che stanno maturando nei vari Paesi europei. A partire dal 1867, durante gli ultimi tre lustri della sua vita, quando ricopre la cattedra di Chimica Farmaceutica e Tossicologica presso l’Ateneo felsineo, si dedica a fondamentali ricerche di chimica tossicologica: risale a questo periodo la scoperta delle «ptomaine», sostanze che si formano nel processo putrefattivo del cadavere e che a quel tempo sono sovente confuse con gli alcaloidi venefici. In seguito a suddetta scoperta, vengono richieste a Selmi perizie in diversi processi per avvelenamento; egli è inoltre nominato presidente della Commissione per lo Studio della Prova Generica del Venefizio, istituita dietro suo suggerimento nel 1880 dal Ministero di Grazia e Giustizia. Nel frattempo, compie anche indagini su ammine patologiche particolari («patoammine») prodotte nel corso delle malattie infettive.
  5. F. Selmi, La lingua nazionale nell’Italia nuova, «Rivista Contemporanea», a. IX (1861), vol. XXVII, pp. 344-382: 348-349.
  6. In seguito, il 10 aprile 1860, Selmi viene nominato capo della 3a Divisione del Ministero a Torino, e successivamente direttore capo di Divisione di 1a classe. Il 17 maggio 1861 assume la carica di provveditore agli Studi di Brescia e l’anno seguente è trasferito con analogo incarico a Torino, dove svolge fino al 1867 una proficua opera di ordinatore del sistema scolastico. Dal marzo al dicembre 1862 funge momentaneamente da capo di Gabinetto del Ministero.
  7. A. Montanari, Rapporto al governatore, «Atti e memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi», vol. I (1863), pp. IX-XI: X.
  8. L.C. Farini, Decreto, «Atti e memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi», vol. I (1863), pp. XII-XV: XII.
  9. Ove, oltre tutto, nel secolo precedente hanno operato uno storico insigne come Lodovico Antonio Muratori (1672-1750) e diverse altre figure interessate allo studio critico del passato, fra le quali quell’Agostino Paradisi il Giovane su cui si è soffermato Piero Venturelli in due suoi recenti contributi: Verso il Risorgimento. Agostino Paradisi junior (1736-1783): vita, opere e patriottismo culturale di un grande illuminista italiano, «Il Pensiero Mazziniano», N.S., a. LXVIII (2013), fasc. 3 [ma: gennaio 2014], pp. 11-40; Agostino Paradisi iunior (1736-1783). Uomo di lettere e di teatro, storico ed economista, «Bibliomanie», n. 35 (2014). Vale forse la pena di notare come Muratori, Paradisi e Selmi abbiano avuto i natali a Vignola, che «è la città del contado di Modena che più delle altre ha contribuito alla gloria modenese» (C. Sipione, Modena nelle lettere, nelle arti e nelle scienze, Grottaferrata [RM], Tipografia Italo Orientale “S. [cioè: San] Nilo”, 1911, p. 57).
  10. F. Selmi, La lingua nazionale nell’Italia nuova, cit., p. 345.
  11. G. Raffaelli, Atti della R. Deputazione di Storia Patria in Modena. Sunto delle tornate accademiche dall’anno 1860 a tutto il 1863, «Atti e memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi», vol. I (1863), pp. XXV-CVI: XXVII.
  12. Cfr. G. Grandi, Cronache della Comunità di Vignola (dall’Archivio dell’Amministrazione comunale), 2 voll. finora usciti sui 3 previsti, Savignano sul Panaro, Tipolitografia F.G., 2013 (vol. I, 2013; vol. II, 2014), vol. I (Regno d’Italia. 1859-1900), pp. 75-100 (cap. 3: Il secondo centenario della nascita di Lodovico Antonio Muratori). Tra le altre pubblicazioni recenti che hanno attirato l’attenzione su queste commemorazioni, ci limitiamo a segnalare F. Marri, L.A. Muratori un europeo di oggi, prem. di G. Burzacchini, Vignola, Vaccari (per conto di Lions Club Vignola e Castelli Medievali), 2005, pp. 10-12 (cap. 1: La Vignola di Muratori e Carducci), ove la fonte principale utilizzata è un gustoso scritto di Giosue Carducci (1835-1907), il quale figurava tra gli ospiti delle celebrazioni: Il secondo centenario di L.A. Muratori (1872), in Prose di Giosue Carducci. MDCCCLIX-MCMIII, Bologna, Zanichelli, 1904 (con numerose ristampe successive; ora in ed. anast., con pref. di E. Pasquini, Bologna, Bononia University Press, 2007), pp. 483-520.
  13. Importanti risultati di queste sue ricerche sono il ritrovamento di un commento trecentesco anonimo dell’Inferno, che viene stampato con il titolo Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia di un contemporaneo del poeta pubblicate per la prima volta a celebrare il sesto anno secolare della nascita di Dante (Torino, Stamperia Reale, 1865), e il rinvenimento e l’edizione di un sonetto e di una canzone attribuiti a Dante (pubblicati sotto il titolo Due componimenti inediti di Dante Alighieri, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», a. XII [1864], vol. XXXVI, pp. 98-102).
  14. A sostegno dell’idea di una edizione nazionale delle opere di Dante – del quale, ricordiamo, cade quest’anno (2015) il settecentocinquantesimo della nascita –, Selmi pubblica gli interessanti saggi Di una edizione della Commedia da pubblicarsi nel sesto centenario della nascita di Dante, «Rivista Contemporanea», a. IX (1861), vol. XXV, pp. 62-82, e Di uno studio da fare per l’edizione nazionale della Commedia di Dante Alighieri, «Rivista Contemporanea», a. IX (1861), vol. XXVI, pp. 70-87. In occasione dell’importante anniversario cui si accenna a testo, il Vignolese dà poi alle stampe la preziosa dissertazione Il Convito. Sua cronologia, disegno, intendimento, attinenza colle altre opere di Dante (Torino, Paravia, 1865). Altri notevoli saggi interpretativi su Dante gli valgono grande fama tra gli studiosi: Di alcuni tratti e dell’intero episodio di Francesca da Rimini, «Rivista Contemporanea», a. X (1862), vol. XXXI, pp. 430-467; Sull’intento della Commedia di Dante e le principali allegorie contenute storicamente, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», a. XII (1864), vol. XXXVI, pp. 268-283, 408-419, e vol. XXXVII, pp. 83-101, 245-265, 433-449; Del concetto dantesco, libero papa in libero impero; del desiderato e del trionfo di Beatrice, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», a. XII (1864), vol. XXXIX, pp. 260-283, 407-424. Le pubblicazioni di Selmi hanno fornito un contributo duraturo alla letteratura dantesca, dando anche occasione a svariati studi posteriori da parte di specialisti italiani e stranieri: cfr., tra le ricerche più recenti, A. Stefanin, Indagini sulla tradizione manoscritta delle chiose anonime all’Inferno pubblicate da Francesco Selmi, «Studi (e testi) italiani», a. II (1999), fasc. 2 (Dante e i “Locus inferi”. Creazione letteraria e tradizione interpretativa), pp. 73-134. Intorno a Selmi come estimatore e studioso di Alighieri, si veda soprattutto G. Canevazzi, Francesco Selmi patriotta, letterato, scienziato. Con Appendice di Lettere inedite, Modena, Tipografia Forghieri e Pellequi, 1903, pp. 56-65.
  15. È giunta fino a noi una lettera di Tommaseo a Selmi, non datata ma risalente con ogni probabilità al 1856 o al 1857, nella quale il primo invita il secondo a collaborare alla stesura del Dizionario. Questa lettera è stata stampata in G. Bartoli – F. De Fazio – M. Amorosa, Francesco Selmi. L’uomo, lo scienziato, il politico, Vignola, Comune di Vignola, 1981, p. 20.
  16. F. Selmi, Avvertenza a Dei Trattati morali di Albertano da Brescia, cit., p. VIII.
  17. Ivi, p. IX.
  18. Ibidem.
  19. Ivi, pp. IX-X.
  20. Ivi, p. X.
  21. Ibidem.
  22. Ibidem.
  23. F. Selmi, L’ingegno italiano e convenienza del Governo di assecondarne il rifiorimento, «Rivista Contemporanea», a. IX (1861), vol. XXVI, pp. 272-284 e 383-401: 398.
  24. F. Selmi, La lingua nazionale nell’Italia nuova, cit., pp. 344-345.
  25. P. Villari, L’insegnamento della storia, in Id., Arte, Storia e Filosofia, Firenze, Sansoni, 1884, pp. 191-219: 209. Si tratta del discorso inaugurale per l’anno accademico 1868-1869, letto all’Istituto di Studi Superiori di Firenze il 16 novembre 1868.
  26. P. Villari, L’insegnamento della storia, cit., p. 207.