Bibliomanie

Il romanzo parlamentare nell’Italia tra otto e novecento
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

A partire dalla seconda metà del Novecento, le ricerche condotte da un ristretto numero di esperti ci hanno consegnato un corpus di romanzi comunemente noti come «romanzi parlamentari». Tale filone, sviluppatosi in Italia tra XIX e XX secolo, è stato in tempi recenti oggetto di alcuni articoli di quotidiani, propensi a vedervi le origini delle attuali dimostrazioni di malcontento popolare nei confronti delle istituzioni. Il presente studio analizza la questione da un altro punto di vista, quello più specificamente letterario, che i giornalisti, a causa anche della destinazione dei propri scritti, non hanno potuto toccare, se non in maniera marginale.
Ci si domanderà, anzitutto, se l’etichetta di romanzo parlamentare possa intendersi quale genere letterario oppure no. In seguito, verrà tracciata una storia in diacronia del fenomeno, specificandone le caratteristiche e le evoluzioni nel corso dei decenni, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui, se non è più possibile parlare di romanzo parlamentare, certamente il tema dell’Aula sembra ancora riscuotere una fortuna degna di considerazione nell’ambito narrativo. Infine, in chiusura di discorso, è posta una ricognizione degli interventi critici intorno all’argomento, sul quale varrebbe forse la pena invitare l’attenzione di un maggior numero di studiosi.

La questione del genere
Il primo problema per chi voglia occuparsi di romanzo parlamentare è di na­tura squisitamente classificatoria. Dato un insieme di testi, che la critica suole rac­cogliere all’interno di un’etichetta comune (tra l’altro assai discussa), occorre anzitutto capire se ci si trova di fronte a un vero e proprio genere letterario oppure a qualcosa di diverso. La discussione non è affatto fine a se stessa, come potrebbe apparire: qualunque classificazione presuppone infatti un diverso atteggiamento di composizione da parte dell’autore e, conseguentemente, di fruizione da parte dei lettori. È utile a questo punto richiamare alcune tra le più recenti e accreditate considerazioni sul concetto di genere letterario:

Sul piano storico, i generi letterari vanno dunque intesi come raggruppamenti o famiglie che traggono origine dalle fortune di un testo assurto all’autorità di modello normativo e sottoposto a un processo di imitazioni-modificazioni più o meno numerose, più o meno qualificate. A sua volta, lo statuto di genere di un’opera si costituisce in base ai criteri progettuali con cui l’autore fa ricorso nell’elaborarla, riferendosi per consenso o dissenso al repertorio di canoni propostigli dalla tradizione 1.

Vittorio Spinazzola aggiunge poi che i generi, così intesi, possano essere addirittura «innumerevoli»2. Lecito sarebbe allora aggregare a tale costellazione anche l’etichetta di romanzo parlamentare, senonché la mancanza di un «modello normativo», di cui sopra si dice, lo impedisca di fatto. Non esiste, infatti, in relazione al corpus di testi presi in considerazione, un capostipite come può essere I promessi sposi per il filone del romanzo storico in Italia.
Modelli a parte, ciò che manca realmente al romanzo parlamentare, per essere considerato un genere a tutti gli effetti, è quel grado di riconoscibilità tale da permettere a un lettore comune di avvicinarsi con consapevolezza, in base alla propria esperienza, a una simile etichetta. «L’autorevolezza di una data normativa, e della modellistica corrispondente», infatti, «discende dall’efficacia che ha dimostrato e continua a dimostrare nell’orientar le attività di tutti gli interessati»3, lettori inclusi. Mentre nelle librerie si sentirà sempre fare richiesta di romanzi gialli o fantascientifici, mai nessuno domanderà di un romanzo parlamentare.
È forse sulla scorta di simili considerazioni che i principali studiosi del presunto tipo normativo hanno optato per la definizione di «sottogenere». Carlo Alberto Madrignani osserva che il romanzo parlamentare «non è mai stato un “genere” a sé, cioè non è riuscito a imporsi come “forma”, ha semmai raggiunto momenti di espressività collegandosi a tematiche e strutture narrative già consolidate».4 Nello specifico, è il romanzo di costume ad essere chiamato in causa.
La questione, tuttavia, si complica ulteriormente. Non solo per il fatto che lo stesso romanzo di costume è sostenuto, almeno in Italia, da uno statuto alquanto labile; ma soprattutto perché, se è vero che al genere di costume sono ascrivibili diversi romanzi parlamentari, quali I coniugi Varedo di Enrico Castelnuovo o La moglie di Sua Eccellenza di Gerolamo Rovetta, lo stesso non si può dire de Le vergini delle rocce di Gabriele D’Annunzio, pure inserito da Madrignani all’interno del corpus narrativo-parlamentare.
E non solo. Provando a soffermarsi unicamente su alcuni titoli, sarebbe persino ipotizzabile un’ulteriore suddivisione in romanzi di idee, incentrati sull’esposizione di programmi politici (Daniele Cortis di Antonio Fogazzaro, Le vergini delle rocce); romanzi vicini al genere di costume, dedicati alla commistione di vicende pubbliche e private (La conquista di Roma di Matilde Serao, I coniugi Varedo, Le ostriche di Carlo Del Balzo, La moglie di Sua Eccellenza); romanzi antistorici, in cui è vistosamente capovolta una qualsiasi fede nei confronti di un miglioramento sociale e politico (I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, L’Imperio di Federico De Roberto); più addirittura una novella presentata come «fiaba» dall’autore stesso (Maestro Domenico di Narciso Feliciano Pelosini).
Evitando allora ulteriori e tediose classificazioni (Alessandra Briganti preferisce, ad esempio, distinguere romanzi strettamente parlamentari da quelli antiparlamentari, politici, ecc.)5, sarà meglio seguire la strada indicata da Giovanna Caltagirone ed applicare l’etichetta di romanzo parlamentare «in senso ampio»,

per indicare i romanzi pubblicati in Italia tra 1870 e i primi del ‘900, che abbiano come interesse prevalente il mondo parlamentare o, più genericamente, situino le vicende dei protagonisti in uno scenario politico, evidentemente diversificato dall’unità d’Italia agli albori del nostro secolo [il Novecento] 6.

Così assunta, la definizione permette di includere anche quei testi che, come Le vergini delle rocce, non intrattengono alcun rapporto col genere di costume o che, più genericamente, non fanno del protagonista deputato un elemento indispensabile:

[…] a conferma che se questo tipo di personaggio caratterizza il corpus, tuttavia le sue peculiarità non gli pertengono in esclusiva e sono invece presenti anche in altri personaggi: figure di intellettuali per lo più, giornalisti, ideologi, professionisti della penna e della parola. […] il rispetto o la violazione dei codici politici e sociali, nel pubblico e nel privato, orientano e organizzano i significati più interessanti dei romanzi intorno alla figura del protagonista 7.

Chiarito allora come non si possa attribuire al romanzo parlamentare un genere vero e proprio, e fugata pure una insicura filiazione da parte del romanzo di costume, converrà forse continuare a riferirci al nostro corpus sì come a un sottogenere; non però in relazione a una categoria più ampia: bensì intendendolo come un genere in fieri, un ‘proto-genere’ che, per richiamare ancora Madrignani, non è risultato in grado di affermarsi come «forma».
Il fatto è che il romanzo parlamentare, pur mancando di una piena riconoscibilità nell’immaginario collettivo, appare dotato, agli occhi di chi se ne occupi, di un’innegabile coerenza, tale da permettere di accomunare tra di loro opere strutturalmente anche molto diverse, come possono essere quelle di Del Balzo rispetto a quelle di Pirandello. Una coerenza garantita se non altro da una serie di topoi e caratteristiche ricorrenti in tutto il corpus, e che del resto costituiranno il fulcro del presente studio.
Sui motivi di una mancata affermazione di genere, possono essere avanzate soltanto ipotesi. Anzitutto, è unanimamente riconosciuto, con le dovute eccezioni, lo scarso valore artistico della maggior parte delle opere appartenenti al nostro insieme. Allo stesso modo, si tratta di romanzi che raramente hanno incontrato qualche forma di successo presso il pubblico dell’epoca, salvo ovviamente quelli firmati da autori affermati in tal senso, come Fogazzaro e Rovetta. Infine, vale forse la pena spendere qualche parola in più su un ipotetico capostipite, indicando brevemente i testi che avrebbero potuto assurgere a tale funzione di «modello normativo», senza tuttavia riuscirvi.
Dopo una serie di esperimenti durati almeno una decina d’anni, è il Daniele Cortis di Fogazzaro a poter essere considerato «forse il primo dei cosiddetti romanzi parlamentari»8. Pubblicato nel 1885, sia per motivi cronologici e per caratteristiche intrinseche, sia perché salutato da un notevole successo commerciale9, questo avrebbe potuto funzionare da catalizzatore perfetto per i restanti testi a venire. Senonché è lo stesso autore ad ammettere come la vicenda amorosa avesse preso il sopravvento sui lettori rispetto alla parte politica, vietando dunque una qualunque identificazione dell’opera in quanto romanzo parlamentare10.
Negli stessi anni, De Roberto componeva il seguito de I Vicerè, ovvero L’Imperio, un altro «classico “romanzo parlamentare”»11 dotato di tutte le carte in regola per rendersi modello rispetto alla produzione successiva. Tuttavia, la travagliata stesura dell’opera ne impedì a lungo la pubblicazione: il risultato fu un romanzo apparso postumo, e per giunta incompiuto, soltanto nel 1929, ben oltre gli estremi cronologici del filone, largamente ignorato da pubblico e critica12.
Chiariti limiti e motivazioni dell’etichetta adottata per il corpus, se ne possono finalmente descrivere storia, topoi e caratteristiche.

Dal moralismo post-unitario alla crisi di fine secolo
Nel 1861 il giornalista deputato Ferdinando Petruccelli della Gattina dà alle stampe una raccolta di articoli intitolata I moribondi del Palazzo Carignano. Non si tratta evidentemente di un romanzo, ma l’operazione di satira pittoresca nei confronti della neonata classe politica italiana fa talmente breccia sul pubblico da generare una tradizione di testi autonoma, incentrata su divertite descrizioni di luoghi e volti del demi-monde post-unitario, a cui i futuri romanzieri parlamentari dovettero ispirarsi non poco.
Dieci anni più tardi, il reazionario Pelosini sfoga tutta la sua tempra polemica e antiunitaria nella novella Maestro Domenico, lasciandoci quella che ad oggi è considerata la prima opera propriamente narrativa a contenere in nuce quegli elementi di critica nei confronti delle istituzioni che tanta parte avranno nel successivo corpus narrativo-parlamentare. Di romanzi, ad ogni modo, nessuna traccia per il momento. Intanto, il realismo balzachiano delizia la Francia con intriganti storie di affari e corruzione politica e nel 1876, in particolare, sul versante degli studi naturalistici, esce Sua Eccellenza Eugéne Rougon di Émile Zola.
L’Italia dovrà aspettare il 1877 per l’apparizione di un romanzo in cui il tema politico funga da motivo portante della narrazione. È in quell’anno che esce Corruttela di Vittorio Bersezio, il testo che inaugura i topoi del Parlamento e della Capitale (nella fattispecie Firenze) come centri di corruzione politica e morale, giocando sulla secolare opposizione città-campagna e tutti i relativi risvolti:

Prima degli anni ’80, il tema ricorrente di queste opere è quello di una contrapposizione di ordine morale, per cui il deputato, l’uomo politico, ha connotazioni precise, è il «cattivo» che serve a mettere in moto il meccanismo romanzesco nella sua dinamica di lotta del Bene contro il Male con la inevitabile vittoria della Virtù 13.

Il romanzo parlamentare nasce dunque con un’adeguazione ai canoni della narrativa popolare, sfruttandone in particolar modo la componente patetica e moraleggiante. Pochissimi saranno gli scrittori del corpus ad avanzare concrete teorie di governo o anche critiche adeguatamente argomentate nei confronti delle istituzioni: a dominare è la politica in quanto elemento realistico e insieme spettacolare della narrazione, i cui vizi e intrighi, se pure si rivelano tematiche di sicuro appiglio per la curiosità dei lettori, non mancano certo di provocarne lo sdegno:

la politica – prosegue Madrignani – è inserita come elemento da demonizzare, come parte di una realtà in movimento da emarginare col rifiuto morale, da utilizzare tutt’al più nelle zone eccentriche della descrizione del costume. […] parlare di elezioni o di sedute parlamentari non significherà tanto cogliere l’occasione per entrare nel vivo di alcuni temi politici, quanto aggiungere elementi di verosimiglianza nel quadro realistico 14.

I valori del Risorgimento traditi, la borghesia che da artefice di una rivoluzione epocale diventa classe opportunista, guidata da interessi egoistici e particolari: questi banalmente gli elementi polemici dei romanzi parlamentari. In un simile contesto, davvero eccezionali risultano i casi di autori che dedicano maggior attenzione sia alla pars destruens che alla costruens del discorso politico: Francesco Domenico Guerrazzi con Il secolo che muore (1885), Fogazzaro con Daniele Cortis (1885), Ettore Socci con I misteri di Montecitorio (1887) e L’assalto a Montecitorio (1900), tutti portatori, ciascuno a seconda del proprio orientamento, di una sorta di speranzosa utopia per il futuro politico e sociale della nazione. Le restanti opere si adeguano invece su un livello di interesse nient’altro che narrativo nei confronti dell’organo di rappresentanza democratica, svelando atteggiamenti, se non di estraneità, certamente di scarsa penetrazione nei confronti della cosa pubblica.
Non sono mancate, in tal proposito, interpretazioni dell’intero sottogenere in quanto specchio di un momento di crisi dei rapporti tra intellettuali e politica15. In un’Italia in preda ad una rapida evoluzione sociale e dei valori, i romanzieri parlamentari paleserebbero insomma tutto il loro carattere di intellettuali di provincia, affascinati e abbagliati da un mondo in cui sentono di avere sempre meno voce in capitolo. Sicché gli indugi su intrighi e scandali si caricheranno di una morbosità ossessiva, mentre a guidare le prosopopee moralistiche, espresse in forma di deprecatio temporis, saranno l’astio e il risentimento.
Esempio perfetto ne è La conquista di Roma (1885) della Serao, le cui numerose e dettagliate sequenze descrittive tradiscono l’occhio del turista fuori posto nella città tentacolare. Il testo è comunque indicativo anche dei topoi e delle principali caratteristiche dei primi romanzi parlamentari, che, del resto, subiranno soltanto lievi correzioni di tendenza nel corso dei decenni.
Protagonista è in genere un neodeputato della provincia, eletto a eroe positivo della vicenda. Questi, giunto nella Capitale animato dai valori della migliore tradizione risorgimentale, guarda alla politica con occhio ovviamene propositivo, nella convinzione che in Parlamento si lavori per migliorare le sorti degli elettori in buona fede e che si debba combattere con passione e giuste argomentazioni gli avversari di opposte fazioni. Si sbaglia: immancabilmente, Roma (Torino e Firenze sono pressoché assenti) appare come luogo di coagulo per la corruzione politica e morale dell’intera nazione. L’Aula è infatti abitata da personaggi compromessi o comunque scettici nei confronti delle istituzioni: con l’arrivo del trasformismo di Depretis, l’Italia ha visto sparire qualunque differenza tra destra e sinistra. Entrambe le fazioni, secondo la testimonianza degli autori, non hanno altro interesse che mantenere un’alleanza di circostanza per garantirsi un posto stabile nel Palazzo del Potere, da cui derivano fama, influenza e vanagloria. L’ambizione dilaga.
Il neodeputato viene solitamente istruito sulle regole del gioco da un personaggio che ricalca la funzione di guida, un collega più anziano e disincantato oppure un giornalista. L’attività parlamentare è descritta il più delle volte mediante la situazione topica della seduta, momento mondano e spettacolare, in cui l’eloquenza dei deputati-attori è rimessa ai fischi o agli applausi degli astanti, proprio come a teatro. Tra un intervento e l’altro, l’eroe tiene il suo primo, catartico discorso. Nel corso delle successive riunioni, si profila prima e si concretizza poi l’immancabile crisi di Governo: si moltiplicano gli accordi sottobanco, chiunque spera nel titolo di Eccellenza nel successivo rimpasto. A questo punto, la degenerazione a cui è abbandonato il Parlamento è evidente anche agli occhi del protagonista, al quale si prospettano due alternative: dimettersi e tornare in provincia, o rendersi partecipe di uno stato di fatto a cui è inutile opporsi. Sarà quest’ultima la via percorsa dai più, che tuttavia non esclude affatto un ritorno a casa, ma anzi lo precede semplicemente.
È la donna a giocare un ruolo essenziale nel progressivo allontanamento dalla politica e dalla virtù da parte dell’eroe. Sposata o emancipata, fatalona o angelicata, costituisce una presenza davvero indispensabile all’intero sottogenere, corredandolo di continue interconnessioni tra sfera pubblica e privata:

L’amore, l’adulterio, la famiglia sono la vera materia politica di questi romanzi; il privato egemonizza il politico, nel senso che coinvolge nel proprio gioco di affinità etiche tutti i «valori» sociali. Spia di questo atteggiamento è la figura della donna 16.

Rilievo particolare assume la connotazione di «donna politica», ossia di moglie del deputato, del ministro o addirittura del Presidente del Consiglio. Questa è preda ambitissima dagli onorevoli a caccia di una promozione, salottiera brillante e influente, propagandista indefessa, nonché, in diversi casi, vera e propria sostituta del marito. La condanna da parte degli autori è unanime:

Colautti bolla d’infamia quella che egli chiama la «donna politica», e il suo giudizio non è diverso da quelli di Socci o di Bersezio o di molti altri; la donna per rimanere tale non deve «sporcarsi» con la politica, che evidentemente è roba per soli uomini; se viene meno questa proibizione, quello che va in frantumi è la funzione di centralità e di neutralità della famiglia, a cui nessun politico può rinunciare, se non vuol correre il rischio di veder crollare tutti i presupposti su cui concordano questi scrittori politici, qualunque sia il loro orientamento 17.

Non mancano tuttavia romanzieri pronti a mostrare il risvolto della medaglia. In un periodo in cui la questione femminile comincia a muovere i primi, lentissimi passi, la donna è nel corpus narrativo-parlamentare anche sposa infelice, trascurata e confinata entro le mura domestiche, spesso innamorata di un altro eppure instancabilmente fedele al marito per ossequio alla morale e all’onore. O ancora, se emancipata e magari lavoratrice, è guardata con sospetto e vittima di calunnie, bersaglio di ignobili pettegolezzi. In questi casi, l’atteggiamento degli autori nei confronti di quella che potremmo chiamare la ‘donna vittima’ è di evidente e sincera compassione. Ad ogni modo, le modalità con cui i temi del privato e del matrimonio in particolare vengono di volta in volta affrontati all’interno del sottogenere appaiono talmente diversificate, anche in ragione della loro altissima frequenza, da richiedere analisi mirate ai singoli testi per una trattazione più sistematica.
Sostanzialmente uniforme, in questa prima fase, è invece lo sguardo rivolto all’organo parlamentare. Pur con tutti i limiti segnalati, ad essere oggetto di contestazione non è mai l’Aula in sé, quanto i singoli deputati che la abitano: il Parlamento era del resto un’acquisizione recente, quasi il simbolo dell’assalto al potere da parte della borghesia, che finalmente poteva contare su un luogo in cui poter esprimere liberamente le proprie idee in fatto di governo. Nessuno dei nostri autori oserebbe, almeno per adesso, mettere in discussione l’istituzione democratica per eccellenza.
Oggetto di polemica sono piuttosto il trasformismo e la conseguente corruzione politica, in quanto specchio di una più vasta crisi dei valori e della morale. I romanzieri degli anni ottanta non erano armati né di strumenti concettuali adatti (le successive teorie antiparlamentari), né di particolari motivazioni personali per potersi permettere un attacco diretto al Parlamento. Ciò che importa, è invece condurre il discorso su un piano squisitamente pedagogico, con tutti i limiti e le conseguenze. In fondo, narrare le peripezie di un deputato che da santo emarginato diventa peccatore pentito, non è altro che un modo per invitare la classe politica ad una moderazione del proprio stile di vita, piuttosto che ad una revisione delle teorie di governo; con buona pace dei lettori che, a volume terminato, avrebbero potuto apprezzare anche il messaggio positivo lasciato implicitamente dall’autore, insieme ad una buona dose di scandali e intrighi con cui saziare la voglia di evasione. Ma le cose cambieranno nel decennio successivo:

Nel volgere di pochi anni il romanzo dovette prender atto di non poche trasformazioni della vita nazionale: alla Comune si erano succeduti non solo i Fasci siciliani e la repressione del ’98, ma anche Crispi, le prime imprese coloniali, gli scandali bancari ed infine le leggi elettorali; […] l’opposizione non è più quella garibaldina, repubblicana e radicale, ma anche socialista da una parte e cattolica e/o nazionalistica dall’altra 18.

Su un piano culturale, tale trapasso segna di fatto la crisi del positivismo e l’inizio dell’ondata spiritualista e neo-idealista che attraverserà l’intera Europa. Gli studi fondati sulle scienze oggettive lasciano il posto alla psicologia criminale e di massa avviata da Cesare Lombroso, divenuta oggetto di vivaci dibattiti e, spesso, fraintendimenti e banalizzazioni. Lo scandalo della Banca Romana induce ad identificare Montecitorio come il luogo in cui si perde la ragione, nonché alla facile equivalenza deputati-criminali-folli. In seguito all’attività di Gaetano Mosca e Scipio Sighele, gli intellettuali italiani vengono messi faccia a faccio col fatto che «l’unione di più intelligenze diminuisce, anziché accrescere, il valore intellettuale della decisione da prendersi»19, così che «l’essere in molti, anche intelligentissimi, non può che condurre a un risultato intellettualmente mediocre»20. Nasce ufficialmente il pensiero antiparlamentare, che poggia su analisi ritenute per l’epoca altamente attendibili21. Limitandoci alla coeva produzione letteraria, è difficile immaginare per il corpus narrativo-parlamentare dagli anni novanta in poi una diretta derivazione ideologica dalle opere di Mosca o Sighele. Tuttavia non bisogna dimenticare come per gli uomini di cultura dell’epoca questi fossero dibattiti all’ordine del giorno, discussi su tutti i giornali e nei vari salotti mondani. Anche volendo, sarebbe stato impossibile sfuggire alla lettura e alla suggestione delle teorie psico-sociali in voga. Sicché è lecito pensare che a maggior ragione i nostri romanzieri dovessero almeno aver tenuto presente il pensiero antiparlamentare.
In effetti, l’entrata nella fin de siécle può essere eletta a spartiacque per una sorta di seconda fase per il sottogenere. Mentre rimangono pressoché invariati tra un momento e l’altro i principali topoi su cui ruotano le trame dei nostri romanzi, diversi sono adesso l’atteggiamento e il pensiero degli autori nei confronti della politica e di conseguenza dell’Aula. L’onnipresente moralismo del decennio precedente ha decisamente perduto appeal. Tre sono i nuovi indirizzi verso cui si muovono le narrazioni: una stoica presa di coscienza della corruzione dilagante unita ad amara rassegnazione; un atteggiamento reazionario e apertamente ostile agli organi democratici di rappresentanza; una stanca «ripresa archeologica»22 di tematiche ormai anacronistiche.
Perfetto rappresentante della prima di queste tendenze fu uno scrittore di largo successo, Gerolamo Rovetta. Nonostante avesse scritto un solo romanzo parlamentare in senso stretto (La moglie di Sua Eccellenza del 1904), egli lambì il tema politico in gran parte della sua produzione (su tutti La Baraonda del 1894), fornendoci un quadro realistico ed estremamente disincantato della Lombardia in piena espansione economica. A dettare legge a Milano, prima ancora che a Roma, è infatti il denaro, attorno al quale ruotano gli interessi di gran parte dei personaggi, sempre pronti a delinquere e a compromettersi per accumularne di più. Ma la violazione dei codici morali non è più ormai «motivo di rampogne nostalgiche e di scandali, come avviene per alcuni narratori provinciali e «campagnoli»; Rovetta sa che corrompere è l’unica maniera di farsi strada, di emergere, di attingere al potere»23. La società che egli organizza e rappresenta non lascia alcuna speranza di rivalsa, e in tal senso è davvero assimilabile all’archetipo di «mondo demonico» teorizzato da Northtrop Frye24, al punto che Madrignani sembra sentirsi in dovere di indicare come «molto significativo»

il fatto che lo scrittore tratti l’argomento con un’ostilità fortemente motivata e orientata per rappresentare un mondo nel quale prevalgono solo ed unicamente le forze del male, dove non vi è spazio per alcun ritorno a idoleggiamenti del passato né a zone di incorrotta sanità. […] egli rifiuta in blocco questa realtà onnivora che è il centro urbano, ma non si pone alternative illusorie o prospettive sedative 25.

Pieni di propositi per il futuro sono invece gli autori che dirigono i propri romanzi verso esiti nazionalistico-reazionari e più strettamente antiparlamentari. Ad inaugurare tale tendenza è il D’Annunzio de Le vergini delle rocce (1895), un «poema» allegorico-filosofico in cui giunge a piena maturazione l’incontro con le teorie superomistiche nietzcheane. Il progetto politico del protagonista Cantelmo è dar vita al «nuovo Re di Roma», restaurando un antico ordine dinastico e intellettuale degno della più nobile tradizione di eroi e artisti italiani. Uno sguardo sprezzante è gettato sia sulla borghesia sia sulla nobiltà decaduta, la politica viene qualificata come esercizio ignobile, il Parlamento è una stalla in cui sbraitare come bestie.
Il discorso di D’Annunzio è in realtà intessuto più di poesia e parole che di politica e fatti, purtuttavia riuscì a far scuola, generando un piccolo seguito di scrittori reazionari. Furono questi a riprenderne abbastanza fedelmente le idee, applicandole a testi dalla struttura più propriamente romanzesca rispetto a Le vergini delle rocce. Si tratta di Alfredo Oriani con La disfatta e di Enrico Corradini con Santamaura, entrambi usciti nel 1896 e invocanti un ritorno ad elevati valori che si sostituiscano allo stato di mediocrità di cui è vittima il presente, e che coinvolge anche l’esercizio politico. I colleghi scapigliati, dunque, non sono i soli a sviluppare tematiche antiborghesi e antipolitiche alla stessa altezza cronologica.
Non rimane che indicare la terza possibilità che si prospetta al romanzo parlamentare post-crisi di fine secolo. Essa, in realtà, si presenta come prosecuzione dei modi moralistici che avevano caratterizzato gran parte della produzione degli anni ottanta e, in quanto tale, non può davvero evitare di apparire superata, se paragonata al panorama coevo in rapida corsa verso il Novecento. Siamo insomma al manierismo del sottogenere, con le solite contrapposizioni corruzione-onestà e peccato-virtù: quanto queste potessero attirare i lettori ormai assuefatti dagli scandali politico-finanziari, e soprattutto attenti ai nuovi modelli comportamentali che l’edonismo dannunziano diffondeva tra l’alta società, lo si può immaginare. Esempi di questo orientamento sono due opere uscite nel 1901, Le ostriche di Del Balzo e L’apostolo di Remigio Zena. Nel primo, si assiste ad una ripresa delle vicende legate allo scandalo della Banca Romana e al conseguente governo Crispi; «i fatti a cui si fa riferimento», annota Madrignani, «sono passati da non molto, ma il romanzo ha il sapore di una cronaca superata dai tempi, calata in un ambiente di passioni non più attuali»26. Con Zena, invece, la vicenda di un amore proibito sovrasta completamente i nuclei politici del testo, mentre la caratterizzazione del protagonista dimostra quanto lo stesso messaggio dell’opera fosse in ritardo rispetto ai tempi frenetici con cui si evolveva il pensiero tra un secolo e l’altro: «l’essere cattolico, aristocratico o reazionario non è un atto di fede o di coraggio, come lo era per Fogazzaro, ma una dimostrazione di passività e di anacronismo»27.
Con l’arrivo del Novecento, la parabola del romanzo parlamentare può dirsi di fatto conclusa. Concorrono a tale fine diverse motivazioni, tra cui, su tutte sicuramente, la mancata affermazione di genere sulla quale ci si è già soffermati. Va aggiunto che da adesso la letteratura in generale si muoverà verso un progressivo ripiegamento sul privato che lascerà ben poco spazio alle narrazioni di eventi pubblici, realistici e corali, con le quali il nostro sottogenere aveva necessità di dialogare per ovvi motivi strutturali. Infine, forse non è scontato segnalare che gli scrittori del Novecento appartengono ad una generazione diversa rispetto a quelli del 1880: molti sono nati a Unità compiuta, appaiono latori di istanze artistico-comportamentali completamente diverse, di certo meno attente e sensibili in materia di cosa pubblica rispetto a quelle di chi aveva vissuto gli anni così intrisi di politica della fase risorgimentale.
Vi sono tuttavia due gradi eccezioni. La prima è rappresentata da I vecchi e i giovani di Pirandello, uscito nel 1913. Si tratta in realtà di un romanzo più vicino al genere (anti)storico che al sottogenere parlamentare: di quest’ultimo mancano molti dei topoi individuati, senza contare poi la totale assenza dell’Aula nell’economia della trama. Pure, forte del punto d’osservazione privilegiato della Sicilia, l’opera di Pirandello solleva questioni politico-sociali tutt’altro che trascurabili, dimostrando anzi una capacità di riflessione molto più acuta rispetto alla maggior parte degli autori che lo hanno preceduto.
Nel 1929, infine, esce L’Imperio di De Roberto, alle cui travagliate vicende editoriali si è già fatto cenno. Contrariamente a I vecchi e i giovani, «siamo […] in pieno romanzo parlamentare di tipo tradizionale»28, con tanto di contrapposizione tra ‘eroe positivo’ e ‘eroe negativo’. La composizione datata è evidente al momento di uscita, durante il quale, tra l’altro, l’Aula è di fatto sostituita da organi del Partito Nazionale Fascista. Un semplice documento d’epoca dové dunque apparire ai lettori l’opera postuma e incompiuta di De Roberto, fossile di un tempo ormai remoto in cui gli scrittori potevano permettersi, romanzandoli, persino di metter bocca negli affari di Stato.

Il tema del Parlamento nel romanzo contemporaneo
Mancano ancora studi specifici in tal senso, ma è sicuramente possibile rintracciare il tema del Parlamento in una serie di romanzi pubblicati a partire dal secondo Novecento, in un dialogo più o meno diretto con la produzione del secolo precedente. Se durante il ventennio fascista era impensabile poter dedicare un’opera narrativa alla rappresentazione dell’Aula e dintorni, anche nell’immediato dopoguerra (complice il clima di ricostruzione nazionale, che invitava ad un atteggiamento fiducioso nei confronti delle istituzioni) la presenza di un romanzo incentrato su vite e imprese di onorevoli onesti o corrotti risulta, allo stato attuale delle conoscenze, davvero poco probabile.
Un punto di svolta è rappresentato dagli anni Sessanta. L’Italia del boom economico ha infatti svelato le contraddizioni insite nel sistema politico-morale della DC e gli intellettuali, accantonata finalmente la retorica antifascista, tornano a instaurare un dialogo critico con l’organo di rappresentanza democratica per eccellenza. Da questo clima di rinnovata vis polemica nascono opere legate al settore dello spettacolo che spaziano dalla morality play di Leonardo Sciascia L’onorevole (1965), alla pellicola comico-erotica All’onorevole piacciono le donne (1972), diretta da Lucio Fulci. Non mancano di certo i romanzi.
Nel 1968 Raffaele Crovi dà alle stampe Il franco tiratore, salutato da recensioni entusiastiche. Giorgio Caproni ne fu lettore editoriale per Rizzoli e, proponendone la pubblicazione, ebbe modo di notare come il tema parlamentare fosse «stranamente rimasto fino ad oggi in penombra nell’ambito della più recente narrativa»29. Il romanzo è ambientato nei giorni immediatamente successivi alle elezioni del 1958 e ruota attorno alla figura di un dirigente DC «ricco di frustrazioni e scrupoli religiosi non perfettamente chiariti»30. La trama, osserva Caproni, ci riporta alla contrapposizione di eroe e antieroe, tipica già della primissima produzione del sottogenere:

[Il protagonista] mina e in parte riesce a costruirsi per uso esterno […] una personalità tutta fondata – dice – sulla dedizione totale al partito, da lui ufficialmente concepita […] come una «missione», insomma, la quale, ai suoi occhi, non deve essere propriamente volta alla conquista d’un ministero, bensì alla direzione delle coscienze in una politica di partito e non di strategia parlamentare. Politica, quest’ultima, praticata invece dal collega-antagonista Leopardi […] che non nasconde di aver strumentalizzato al proprio successo economico anche il mandato elettorale e che […] finisce col prevalere nella concorrenza dei metodi e nella gara delle ambizioni 31.

La struttura tutto sommato tradizionale del sistema dei personaggi è però complicata dall’ambigua caratterizzazione del protagonista stesso, dal conflitto tra il suo essere e il suo apparire. Questi, pur proclamandosi paladino della virtù e della giustizia, viene infatti scelto come «franco tiratore» per portare a termine un intrigo di dimensioni internazionali, sicché diventa di fatto impossibile per il lettore identificarlo quale modello positivo alla stregua dei predecessori ottocenteschi. Con Crovi la topica giustapposizione di due onorevoli viene insomma problematizzata, evitando di fornire qualunque esplicito insegnamento morale, in favore di un invito alla riflessione che sia in grado di andare oltre le apparenze della politica ufficiale.
È interessante osservare come, da adesso in poi, il tema del complotto faccia costantemente da sfondo ai romanzi legati a vicende istituzionali. La fantapolitica incontra la tradizione del thriller all’americana, proponendo opere che accompagnano la classica denuncia morale con un inedito culto per il romanzesco e l’avventura. Siamo ormai lontani dal romanzo parlamentare propriamente inteso, del quale sono rimasti soltanto i temi dell’Aula e della corruzione come elementi essenziali allo svolgimento della trama.
Emblematico è il caso di Berlinguer e il professore, pubblicato con successo nel 1974 da un anonimo che due anni più tardi si rivelò essere il giornalista Gianfranco Piazzesi. «Questo romanzo vi racconta come avverrà il compromesso storico» recita il sottotitolo in copertina32. È ovviamente una storia di sangue, narrata nel Duemila da un segretario di Amintore Fanfani che ha assistito, nel corso degli anni, agli omicidi di Mariano Rumor, Antonio Bisaglia, Paolo Emilio Taviani e persino Giulio Andreotti. Unico illeso, ironia della sorte, Aldo Moro. In questa profezia sbagliata DC e PCI sono felicemente e saldamente uniti al potere, mentre un’Italia tecnologicamente all’avanguardia in campo internazionale fa capolino nelle pagine conclusive.
Una maxi-cospirazione è poi al centro di un romanzo in concorso al 52esimo Premio Strega, Attentato in Parlamento (1998) di Giuseppe Bordi, che pure piacque assai ai recensori.

Le cattedre e gli scranni senatoriali sono ormai inquinati dalla corruzione e dalla incapacità costituzionale a raggiungere equilibri democratici. In questo clima agisce l’OMI (Organizzazione Modealisti Italiani) che come copertura di serve di una distribuzione commerciale, mentre in realtà tende a fare della rivoluzione la bandiera dello Stato moderno. A questo punto l’intreccio diventa ossessionante, tra colpi di scena, morti a credito, amori perversi 33.

Il Parlamento non smette di ispirare gli scrittori anche in tempi più recenti. Al topos della corruzione dilagante si aggiunge l’analisi dei rapporti mass media-classe dirigente nell’opera Due poltrone per uno (2005) di Pietro Bernasconi, che non dimentica certo di sfruttare l’ormai consolidato intrigo istituzionale. Vale la pena citarne la quarta di copertina, se non altro per la modesta allusione al lancio di «un nuovo genere letterario»:

Alla vigilia dell’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia si dibatte nella più grave crisi istituzionale del dopoguerra: tra governo e Quirinale lo scontro è inevitabile. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è sotto scacco: i suoi alleati lo stanno abbandonando, un misterioso terrorista mediatico minaccia il suo impero televisivo, l’opposizione lo incalza nelle piazze e a Montecitorio. Riuscirà Silvio Berlusconi a portare a termine il suo progetto politico? Tra Palazzo Chigi e il Quirinale quale sarà la sua scelta? E come riuscirà a difendersi dagli attentati mediatici che stanno minando Mediaset? Un nuovo genere letterario che racconta le trame possibili della politica italiana in un futuro prossimo 34.

Ad un livello indubbiamente più elevato, tentò la strada del complotto e della conseguente indagine giallistica anche Paolo Volponi con Il Senatore segreto, un romanzo incompiuto recentemente apparso nella raccolta Parlamenti (2011) curata da Emanuele Zinato35. Si tratta di un’opera strutturalmente inedita in relazione alla tematica parlamentare: si presenta infatti come una serie di lettere scritte dal protagonista Volponi, senatore del PCI anche fuori della finzione narrativa, al collega Edoardo Perna. I due ipotizzano l’esistenza di un «Senatore segreto» che sia riuscito ad attraversare illeso i vari stravolgimenti politici dalla monarchia alla repubblica, rimanendo sempre dalla parte della maggioranza, fino al 1985, anno in cui è ambientata la vicenda, che tuttavia rimane soltanto abbozzata.
Chiude questa rapida carrellata il simpatico caso di Vampiropoli – Scandalo di sangue (2011) di Francesco Cagna, pubblicato esclusivamente in formato eBook. Il solito malgoverno incontra il fantasy e l’horror in una vicenda in cui il Presidente del Consiglio, insieme al resto dell’Esecutivo, diventa adoratore di Satana e succhiatore di sangue. «Be’… Direi che dopo il presidente operaio e quello puttaniere, il presidente vampiro sarebbe un’evoluzione interessante…»36. Oggi come ieri, il tema del Parlamento, se non è riuscito a farsi strutturalmente vincente in fatto di codifica letteraria, dimostra senz’altro una notevole capacità di adattamento nei confronti di generi ampiamente affermati e diffusi. Come l’amore, il dolore e la morte, anche l’Aula non teme affatto di invecchiare, confrontandosi con successo con le mode romanzesche che si incalzano a velocità sempre maggiore, arrivando a sfidare oggi persino il digitale e la saga di Twilight.

Il corpus: testi e critica
Il romanzo parlamentare non conobbe verosimilmente una critica militante. È tuttavia interessante notare come Giovanni Verga ritenesse necessario inserire nel suo Ciclo dei vinti un’opera intitolata L’onorevole Scipioni, rimasta, com’è noto, soltanto allo stato progettuale.
Trascurando le recensioni coeve dedicate ai singoli testi, è a Benedetto Croce che si deve il merito di aver salvato dall’oblio numerosi titoli appartenenti al corpus. Croce, tuttavia, non offre alcuna tassonomia in tal senso, limitandosi a citare il canone ideale che avrebbe dato vita alla «Letteratura della nuova Italia». Sfruttarono quasi sicuramente le indicazioni crociane due brevi studi apparsi su «Belfagor» negli anni Cinquanta: La vita parlamentare nella narrativa italiana (1952) di Luigi Russo37 e La vita parlamentare italiana nella letteratura narrativa (1956) di Giovanni Carlo Terzuoli38. Si tratta delle prime proposte di circoscrivere un gruppo di opere per affinità della tematica parlamentare, senza però ipotizzare alcuna esistenza di genere o sottogenere. Anche Russo, come Caproni, sottolineò la totale mancanza d’interesse nei confronti dell’Aula da parte dei romanzieri a lui contemporanei.
Il primo tentativo di analizzare in maniera esaustiva tale tematica nella nostra tradizione narrativa si deve alla Briganti nel volume Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo Ottocento (1972). Da qui prende il via l’etichetta di «romanzo parlamentare», che l’autrice preferisce però applicare soltanto ad alcuni testi pubblicati nell’immediato periodo post-unitario. Muovendosi tra storia d’Italia e della letteratura, la Briganti analizza di volta in volta le modalità con cui Aula e politica sono state affrontate dai romanzieri del diciannovesimo secolo, operando continue distinzioni tipologiche tra presunti romanzi politici, antiparlamentari, di consumo e così via. Il saggio della studiosa, seppur discutibile per questa proliferazione tassonomica, è stato il primo ad aver sottoposto all’attenzione dei critici un fenomeno della nostra letteratura prima ignorato. Senza contare la lodevole attività di ricerca che ha permesso di riconoscere numerosi altri titoli nel sottogenere.
Otto anni più tardi è uno dei principali studiosi del secondo Ottocento ad occuparsi di romanzo parlamentare, Madrignani, curando un’antologia intitolata Rosso e nero a Montecitorio (1980). Nel volume sono proposti brani di romanzi mai più ripubblicati dalle prime edizioni ottocentesche, e vengono indicati ulteriori titoli per l’accrescimento di un gruppo testuale semi-omogeneo. Nell’introduzione, il critico accoglie sostanzialmente l’etichetta di «romanzo parlamentare», pur riconducendolo, come si è visto, ad altri filoni, ma non manca di avanzare forti riserve sulla sua effettiva riuscita artistica. Tralasciando la questione sull’affermazione di genere, così come lo scarso valore artistico dei singoli testi, per Madrignani siamo in presenza di un’ennesima occasione sprecata, per la nostra letteratura, di riuscire ad instaurare un dialogo più profondo con la prassi politica.
Il romanzo parlamentare rimane comunque oggetto di indagine per pochi e circoscritti studiosi della narrativa ottocentesca. Raramente lo si vede nominato in saggi di taglio generalista, ad uso divulgativo, o nei manuali scolastici e universitari: quando questo avviene, è liquidato come una delle strade prescelte dagli scrittori di consumo, comunque non degno di essere ulteriormente approfondito.
È del 1993 l’ultimo saggio veramente significativo in materia. Si tratta del volume Dietroscena della Caltagirone. Qui l’autrice chiarisce come non si possa condannare l’intero sottogenere (definito «di ambiente parlamentare») a causa dell’eccessiva insistenza sui medesimi topoi: sarebbe anzi il diverso modo in cui questi vengono affrontati dai vari autori ad aprire spazio a nuove interpretazioni, stimolando così la ricerca. Ampio spazio è dedicato ai testi di orientamento cattolico, segnalandone le specificità. Diversi altri titoli vengono aggiunti alla lista. La Caltagirone aveva in precedenza dedicato il saggio Le parole elette (1990) esclusivamente al tema dei discorsi di personaggi deputati39.
In anni più recenti, soltanto studi incentrati su singole opere mostrano di arricchire il panorama critico sul fenomeno preso in esame. Si segnalano l’introduzione all’edizione Rubbettino de Le ostriche di Del Balzo, firmata da Paola Villani (2008)40, e il saggio di Damiano Palano L’ultimo eroe (2011), su La moglie di Sua Eccellenza di Rovetta41, entrambi attenti a cogliere i legami esistenti tra le teorie antiparlamentari ed alcuni romanzi del corpus.
L’ondata di ‘antipolitica’ che ha investito l’Italia negli ultimi tempi ha spinto diversi quotidiani ad occuparsi anche del nostro sottogenere. Il risultato è una serie di articoli che davvero nulla aggiunge dal punto di vista critico: molti sono anzi superficiali o banalizzanti, ma hanno certo la scusante della destinazione. Sempre puntando ad un collegamento con l’attualità, nel 2007 è stata curata da Paola Frandini un’antologia di scritti parlamentari di vario genere (romanzi, racconti, resoconti), corredata da una breve introduzione. Il titolo è Montecitorio. La banca dei cervelli, mentre la quarta di copertina rassicura i lettori a digiuno di letteratura che si tratta di «un libro che sembra scritto oggi ma è nato più di un secolo fa»42.
Sommando i risultati delle ricerche fin qui elencate, il gruppo dei romanzi parlamentari ammonterebbe a circa settanta testi, «ed è una lista certamente estendibile»43. Osserva la Caltagirone che,

se si è potuto costituire un corpus dei romanzi di ambiente parlamentare, la prima, anche se la più esterna, motivazione va ricercata nei titoli di queste opere: infatti senza le affinità di quelli, i singoli romanzi avrebbero forse avuto un differente destino letterario e, fors’anche, una lettura critica meno omogenea 44.

In effetti, basta scorgere alcuni di questi titoli per rendersi conto di come la parola «Montecitorio» sia ricorrente, il più delle volte accompagnata da sostantivi che ne sottolineano la caratterizzazione negativa: I misteri di Montecitorio e L’assalto a Montecitorio di Socci, Il tribuno di Montecitorio di Luigi Marrocco Diprima. In alternativa, è la carrellata di onorevoli ad assicurarci del contenuto di molte opere: L’onorevole Paolo Leonforte di Castelnuovo, L’onorevole Zucchini di Pasquale De Luca. Aula e deputati possono poi essere indicati per via metaforica, come nei casi de L’Imperio di De Roberto e Le ostriche di Del Balzo. Anche la menzione di Roma, facendo da sfondo a quasi tutti i romanzi, è indizio da tener sempre presente: La conquista di Roma della Serao, I conquistatori di Roma di Giuseppe Castelli, La terza Roma di Cesare Castelli, Roma borghese di Giovanni Faldella. Il titolo si fa veicolo di interpretazione, caratterizzando in anticipo la Capitale quale luogo di conquiste e rivoluzioni.
Oltre ai numerosi richiami all’ambiente romano e parlamentare, diverse denominazioni fanno poi riferimento alla sfera familiare e privata, ad ulteriore conferma di come questa svolga un ruolo essenziale nell’economia dei temi e delle trame dell’intero sottogenere. Così, accanto ad alcune che recano il nome dei protagonisti deputati (Daniele Cortis di Fogazzaro), se ne trovano altre formate dal nome della donna amata (Fidelia di Arturo Colautti) o anche, in maniera più diretta, dalla carica di «donna politica» (Clelia Dell’Arco: la moglie del ministro di Marrocco Diprima, La moglie di Sua Eccellenza di Rovetta). Titoli come Casa Polidori di Anton Giulio Barrilli e I coniugi Varedo di Castelnuovo rivelano invece la centralità assunta dalla riflessione sull’istituzione matrimoniale.
Un consistente numero di romanzi disegna, infine, sempre attraverso i titoli, l’immagine di un prima e un dopo spesso in collisione, entro i quali va configurandosi l’idea di sconfitta:

Tale immagine […] si costituisce intorno ad una modalità temporale definita non tanto dalla successione, dalla progressione, ma piuttosto dal mutamento, dalla trasformazione, che si situano, indifferentemente, in un prima o in un dopo o in entrambe le dimensioni, determinando, con le loro modalità, l’espansione o il restringimento temporali ([…] Il secolo che muore [di Guerrazzi]; […] Decadenza [di Luigi Gualdo]; La disfatta [di Alfredo Oriani]; […] L’ultimo borghese [di Enrico Onufrio]; I vecchi e i giovani [di Pirandello] […]). Rivolgimenti e cambiamenti non appaiono però mai associati a un’idea di futuro […], come fossero trasformazioni chiuse in se stesse, bloccate 45.

Il romanzo parlamentare è così inequivocabilmente segnato da uno sguardo disincantato nei confronti del presente, cui fanno da corrispettivo continue disillusioni per il futuro prossimo o lontano. Se questa condizione di diffusa negatività ha certamente contribuito nel tenere a distanza pubblico e recensori di epoche precedenti, diversamente potrebbe e dovrebbe avvenire per i giorni nostri, che appaiono così indissolubilmente legati a quelli in cui questi romanzi furono composti. Un pari scontento per lo stato attuale delle cose, un identico timore per i giorni a venire, un uguale disorientamento nei confronti della politica segnano le nostre vite come prima segnavano quelle di De Roberto, Castelnuovo o Rovetta. Da tale comunanza di umori e sensazioni, nasce il fascino tutto attuale del romanzo parlamentare, per il quale, trovati dei lettori pronti a recepirlo, è forse giunta l’ora se non di una rivalutazione, almeno di una piena divulgazione in ambito critico.

Note

  1. V. Spinazzola, Generi letterari e successo editoriale, in Id., L’esperienza della lettura, Milano, Unicopli, 2010, p. 46.
  2. Ibidem.
  3. V. Spinazzola, Le istituzioni della modernità, in Id., L’esperienza della lettura, cit., p. 62.
  4. C. A. Madrignani, Introduzione, in Rosso e nero a Montecitorio: il romanzo parlamentare della nuova Italia (1861-1901), a cura di C. A. Madrignani, Firenze, Vallecchi, 1980, p. 30.
  5. A. Briganti, Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo Ottocento, Firenze, Le Monnier, 1972.
  6. G. Caltagirone, Dietroscena: l’Italia post-unitaria nei romanzi di ambiente parlamentare (1870-1900), Roma, Bulzoni, 1993, p. 34.
  7. Ivi, p. 149.
  8. C. A. Madrignani, Introduzione, in A. Fogazzaro, Daniele Cortis (1885), Milano, Mondadori, 1988, p. 7.
  9. Ivi, p. 16.
  10. Ivi, pp. 8-9.
  11. C. A. Madrignani, Introduzione, in F. De Roberto, L’Imperio (1929), a cura di C. A. Madrignani, Milano, Mondadori, 1981, p. VI.
  12. C. A. Madrignani, Nota al testo, ivi, pp. XXXV-VI.
  13. C. A. Madrignani, Introduzione, in Rosso e nero a Montecitorio, cit., p. 6.
  14. Ivi, pp. 8-9.
  15. Ivi, p. 32.
  16. Ivi, p. 12.
  17. Ibidem.
  18. Ivi, p. 25.
  19. S. Sighele, Il Parlamento e la psicologia collettiva, in Id., L’intelligenza della folla, Torino, Bocca, 1911, p. 128.
  20. Ivi, p. 131.
  21. L. Mangoni, Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Torino, Einaudi,1985, pp. 159-78.
  22. C. A. Madrignani, Introduzione, in Rosso e nero a Montecitorio, cit., p. 24.
  23. Ivi, pp. 16-7.
  24. N. Frye, Critica archetipica: teoria dei miti, in Id., Anatomia della critica: quattro saggi, trad. P. Rosa-Clot e S. Stratta, Torino, Einaudi, 1969, pp. 193-8.
  25. C. A. Madrignani, Introduzione, in Rosso e nero a Montecitorio, cit., p. 17.
  26. Ivi, p. 24.
  27. Ivi, p. 25.
  28. Ivi, p. 22.
  29. G. Caproni, Raffale Crovi – Il franco tiratore, in Id., Giudizi del lettore: pareri editoriali, Il Genova, Melangolo, 2006, p. 38.
  30. Ivi, p. 37.
  31. Ivi, pp. 37-8.
  32. Anonimo, Berlinguer e il professore, Milano, Rizzoli, 1974.
  33. F. Grisi, firmatario del risvolto di copertina, in G. Bordi, Attentato in Parlamento, Seracangeli, Roma, 1998.
  34. P. Bernasconi, Due poltrone per uno, Firenze, Mursia, 2005.
  35. P. Volponi, Parlamenti, a cura di E. Zinato, Roma, Ediesse, 2011.
  36. F. Cagna, Vampiropoli – Scandalo di sangue, Pyra, 2011 (eBook).
  37. L. Russo, La vita parlamentare nella narrativa italiana, «Belfagor», nov., 1952, pp. 705-7.
  38. G. C. Terzuoli, La vita parlamentare italiana nella letteratura narrativa, «Belfagor», n. 6, vol. II, 1956, pp. 654-68.
  39. G. Caltagirone, Le parole elette, in Ragioni retoriche di discorsi letterari: retorica e letteratura tra narrativa, poetica, oratoria sacra e politica, Roma, Bulzoni, 1990, pp. 145-211.
  40. P. Villani, Introduzione. Antieroici furori: i mitili del Parlamento, in C. Del Balzo, Le ostriche. Romanzo parlamentare (1901), a cura di P. Villani, Roma, Rubbettino, 2008, pp. V-LXIII.
  41. D. Palano, L’ultimo eroe. La psicologia della corruzione parlamentare nelle pagine di Gerolamo Rovetta, «Giornale di storia costituzionale», n. 21, 1/2011, pp. 127-44.
  42. Montecitorio. La banca dei cervelli, a cura di P. Frandini, Roma, Anemone Purpurea, 2007.
  43. G. Caltagirone, Dietroscena, cit., p. 39.
  44. Ivi, pp. 37-8.
  45. Ivi, p. 39.