Bibliomanie

Terrore e territorio nel Novecento. Il movimento conflittuale nel XX secolo
di , numero 48, novembre 2019, Saggi e Studi

Terrore e territorio nel Novecento. Il movimento conflittuale nel XX secolo

1. Introduzione
Il termine “terrorismo” si è imposto come uno dei significanti principali dell’inizio del XXI secolo, sulla scia degli eventi dell’11 settembre 2001. Al crollo delle Twin Towers è seguito il proliferare di studi sul fenomeno terroristico in tutti i campi socio-umanistici e oltre. La ricerca storica, non immune da fenomeni di strumentalizzazione, ha tuttavia contribuito ad approfondire l’analisi di questo vecchio ma rinnovato significante con opere importanti, come il lavoro dello storico italiano Francesco Benigno, Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica (2018). Oltre a una ricostruzione critica dei fenomeni terroristici a partire dalla Rivoluzione francese, Benigno offre un’analisi dell’evoluzione delle tendenze storiografiche che li riguardano.
La crescita di studi ha riguardato altresì il campo della geografia, da cui sono scaturite letture fondamentali, utili a una lettura multidisciplinare e più chiara dei fenomeni del terrore. Questo saggio ha come primo punto di riferimento proprio il lavoro di un geografo e teorico politico, Stuart Elden, che nella sua prospettiva unisce discipline storiche, geografiche, e filosofiche, concentrandosi prevalentemente sul rapporto fra territorio ed esercizio/contestazione del potere. La rilettura di questa connessione in Terror and Territory: The Spatial Extent of Sovereignty (2009), ha aperto scenari fecondi che permettono di ampliare le categorie di terrore e terrorismo, arricchendo gli orizzonti della ricerca in materia.
È necessario specificare il significato con cui vengono usati i termini terrore e territorio in questo saggio. Innanzitutto il Terrore come sistema organizzato di governo nasce nel ventre dello Stato francese rivoluzionario, e la denominazione di terrorista viene codificata per la prima volta in un dizionario dall’Académie Française: l’agente del Terrore che abusa delle misure rivoluzionarie1.
Nel XX e XXI secolo viene spesso dimenticata questa connessione con il potere istituito, equiparando il terrorismo al metodo utilizzato dal terrorista non legato a un’organizzazione politica. Secondo questa chiave di lettura l’atto dell’atterrire è il mezzo con cui una parte non statuale, estremista, cerca di fare pressione sul potere istituito per soddisfare rivendicazioni pratiche, ideologiche, o per avversità a un sistema. Deve essere abbandonato questo schema, e per fare ciò è utile rispolverare la fondamentale connessione fra territorio e terrore:

«To control a territory is to exercise terror; to challenge territorial extent is to exercise terror» 2.

Il legame fra questi due termini, terrore e territorio, manifesta la sua pienezza nelle parole di Elden. Non è soltanto l’origine etimologica ad avvicinarli, ponendo alla radice di entrambi il vocabolo terrēre -ovvero l’azione di incutere timore-, bensì la realtà storica. L’uso della violenza nelle sue più varie forme è sempre all’origine delle dispute sul controllo del territorio, siano esse generate da scontri per il controllo delle risorse, o dai calcoli geopolitici della contemporaneità. È chiaro che i primi attori di questo processo, specialmente nella modernità, siano gli enti politici organizzati. Territorio è la solidità materiale/culturale su cui si esercitano i movimenti del terrore, che lo determinano e che a sua volta da esso sono definiti, ed è possibile analizzare i connotati che questo terrortory assume nello specifico contesto del Novecento3.
La certezza di una locazione permette di individuare movimenti, fondamentali per capire i fenomeni terroristici nel XX secolo ma non solo. E rilevare i vari territori in quanto terra e costruzione culturale su cui queste forze si dispiegano: il moto del terrore assume le forme della violenza fisica, psicologica, della coercizione burocratica/della disobbedienza, ecc. Moti che possono configurarsi sia nell’ottica di una territorializzazione volta a costruire e consolidare certezze territoriali, che di una deterritorializzazione, che ha l’obbiettivo opposto di distruggerle, nell’ottica di una produzione territorializzante divergente da quella imposta dal potere istituito e predominante del momento. Muoversi sul solco di questo orizzonte storico/geografico permette quindi di posizionare il fenomeno terroristico nel tempo e di dargli una solida -ma non statica- collocazione.

Territorializzazione violenta
Il XX secolo costituisce un campo privilegiato di indagine per il rapporto fra terrore e territorio. Sia per il rapido mutamento qualitativo, culturale e quantitativo della violenza che attraversa il secolo, sia per l’evoluzione tecnologica che stravolge gli assetti territoriali:

Ci si ricorderà del XX secolo come di quell’epoca la cui idea principale non consisteva più nel prendere di mira i corpi dei nemici, bensì il loro ambiente 4.

Questo legame si evince in maniera diretta nelle pratiche coloniali di ogni epoca, e il Novecento non fa eccezione. Al fine di inaugurare il secolo, è utile soffermarsi sulla fine del precedente, con la guerra ispano-statunitense del 1898 relativa alla questione cubana, collegata e seguita dal conflitto iniziato nell’anno successivo tra la potenza americana e la repubblica filippina. La rapida vittoria statunitense assume la forma di una transizione coloniale classica per quanto riguarda il passaggio di mano di Portorico, Filippine e Guam, acquisiti come territori non incorporati. Anche il protettorato a stelle e strisce sull’isola cubana non rappresenta una formula innovativa. Il carattere di novità è invece percepito internamente agli States, dove una supposta tradizione antimperialista cozza con la costituzione di un impero che, sebbene non territorialmente esteso, rispecchia la tradizionale organizzazione di quelli europei. Un’ex colonia liberatasi dal giogo di un grande impero finisce con il costituirne uno nuovo, adoperando lo strumento teorico e retorico del destino manifesto. Questo aveva già permesso di procedere a una spietata colonizzazione continentale verso ovest, mascherando e negando qualsiasi carattere imperiale -sgradito nella tradizione nordamericana-. Questo artificio era servito in passato e serve ancora per condurre senza contraddizioni ma con trasformismo la politica estera degli Stati Uniti, presentati come la forma istituzionale di un popolo eletto destinato a un grado di civilizzazione più alto. Ciò consente la violazione del territorio in nome di valori superiori. Nel conflitto cubano la maschera è quella di un internazionalismo civilizzatore, di un’entità che si assume il celebre “fardello dell’uomo bianco” di cui parla Rudyard Kipling5.
Così è possibile contestare le violente pratiche della reconcentrado a cui gli spagnoli avevano sottoposto i cubani, salvo poi adottarne di similari ai danni della popolazione filippina. Nell’ideologia statunitense non vi è mancanza di coerenza, bensì una logica mirata a un supposto fine maggiore, cui gli spagnoli non sono destinati al contrario degli americani. L’antico -spagnolo- e il nuovo -statunitense- sperimentano dunque entrambi la pratica concentrazionaria, che prevede la distruzione del territorio e il ricollocamento della popolazione in uno spazio delimitato. Il tentativo è quello di sradicare l’elemento resistente dalla sua terra, senza molto riguardo per il suo ricollocamento. D’altronde, slegando l’insorto locale dalla sua terra, viene a mancare una delle proprietà fondamentali del partigiano descritte da Carl Schmitt: il suo carattere tellurico6. E strappare questa figura terrestre dal proprio territorio significa recidere il fondamento della sua esistenza, “prendete la mia vita se prendete i mezzi attraversi cui io vivo”, come lamenta il personaggio di Shylock nel Mercante di Venezia7.
Il terrore si attua in una cornice igienizzante/immunizzante. La progressione della medicina tra Ottocento e Novecento ottiene risultati importanti nel campo delle parassitosi, con gli studi di Ronald Ross che individuano il parassita responsabile della malaria, scoperta che gli varrà il premio Nobel per la medicina nel 1902. Individuare il parassita, isolarlo, rimuoverlo. Non c’è una relazione causale diretta tra le pratiche concentrazionarie e la medicina dell’epoca, ma è interessante notare l’interesse diffuso alla sterilizzazione come pratica preventiva. Questa esigenza di disinfestazione da ospiti sgraditi è riscontrata nella logica dei primi campi. Che le vittime siano i legittimi proprietari del territorio poco importa nell’ottica coloniale, che rifiuta di riconoscerli tali su basi progressivamente adattate e consolidate dai tempi del primo colonialismo. Il fine è il medesimo anche nel massacro degli Herero (1904-1907) all’interno delle colonie tedesche africane. Qui è il generale Lothar von Trotha a procedere a una terroristica azione territoriale in cui non vengono risparmiati neppure i civili, sabotando gli approvvigionamenti idrici dei villaggi; spingendo con la forza la popolazione Herero a morire di sete nel deserto; e attuando raggruppamenti concentrazionari per sradicarne la resistenza e i collegamenti stabiliti da decenni o secoli. Il terrore deterritorializza per permettere una riconfigurazione del territorio che non è mero ripiano, bensì contenitore della totalità culturale che lo calpesta e lascia su di esso segni visibili e non. Il fenomeno di violenta riterritorializzazione rappresentato dai primi campi deve essere tenuto in grande considerazione, poiché

Se questo fenomeno non è sinonimo di un vero e proprio sistema concentrazionario, poiché si tratta in questo caso di un fenomeno caratterizzato da un disordine incoerente e spesso improvvisato, è pur vero che i civili che si trovavano sulle strade del conflitto vi erano stati portati e la loro prigionia era considerata necessaria allo sforzo bellico dell’occupante 8.

3. Deterritorializzazione anteguerra
Logiche deterritorializzanti sono seguite dagli anarchici, che proseguono l’onda di attentati di fine Ottocento. Con vittime eccellenti: nel 1900 Umberto I di Savoia, l’anno seguente il presidente statunitense William McKinley. Alfonso XIII di Spagna riesce invece a scampare a un attentato sopravvivendo alla bomba indirizzata a lui nel giorno delle nozze con la futura regina Vittoria Eugenia. L’attacco lascia comunque a terra 24 morti. Il terrore anarchico miete nell’ère des attentats -il quindicennio che precede lo scoppio della Grande Guerra- almeno 220 morti e 750 feriti9. Teatri e luoghi frequentati dall’alta borghesia sono il target preferito dai terroristi. La corrente estremista dell’anarchismo punta a scardinare qualsiasi rifugio territoriale del potere e di chi lo appoggia, mentre dai palazzi la risposta prevede la contrapposizione di terrore a terrore, ottenendo come unico risultato l’ulteriore diffusione del fenomeno, del risentimento popolare, e la riduzione di rifugi percepiti come sicuri. Questi attentati non solo divergono dalla logica statale dell’organizzazione territoriale, ma la mettono in discussione. Gli episodi di terrorismo provengono dal ventre della balena. Per il potere istituito non è nuova la sfida che viene dall’interno -controllo sociale, rivolte, criminalità e devianze, ecc…-, lo è la portata scardinante dell’anarchismo. Lo Stato non è in grado di arginare il fenomeno e ricorre ai consolidati metodi di controllo del territorio, con l’uso della polizia e della forza. Ma la reclusione e le ronde non hanno efficacia nel contrastare un movimento che non ha alla sua testa alcun re, alcun presidente, e che poggia su un volatile terreno ideologico. È uno scontro fra due piani diversi, il tentativo di uccidere un fantasma con una rivoltella, e il terrorismo di matrice anarchica ridimensionerà di fatto la sua portata esclusivamente di fronte alla Grande Guerra.
Il terrorismo anarchico russo di inizio Novecento è tratteggiato in maniera esemplare nel romanzo Pietroburgo (1913) dello scrittore e filosofo moscovita Andrej Belyj. Più delle vicende del giovane Nikolaj Apollonovič, coinvolto da un gruppo di nichilisti anarchici in un attentato che ha per oggetto suo padre, il senatore Ableuchov Apollonovič, qui interessa riportare le figure presenti e l’ambiente in cui si muovono. Il padre rappresenta le istanze di un “razionalismo burocratico” europeizzatore e corrotto, e offre una “visione schematicamente geometrica della realtà”10. È la quintessenza dei residui territorializzanti della politica dell’Ottocento, incapace di fronteggiare lo smarrimento e le derive nichilistiche di inizio secolo, personificate dal figlio e dalla rete di cospiratori di cui si circonda. La crisi delle coscienze nella moderna città di Pietroburgo si riassume in un turbinio di “piani geometrici che si combinano secondo la logica delle composizioni cubiste”, un’atmosfera che “deforma i sembianti dei suoi personaggi con una violenza di tono espressionistico”, andando a configurare un ambiente apocalittico che non è unicamente russo “ma universale”11.  Questa crisi anticipata da Nietzsche verrà affrontata dalle avanguardie storiche, nate da questo disordine e in reazione a esso.
Anche le avanguardie muovono su piani binari. Ognuna di esse si trova ad affrontare i traumi della modernità:

I profeti dell’“uomo nuovo” devono ancora finire di compiangere il vecchio […] uno scontro fra avversari che sembrano incapaci di risolvere le loro differenze: l’ordine e il caos, la vitalità e la morte, l’estasi e la disperazione, l’individualità e la solidarietà 12.

Possiamo aggiungere la dicotomia tra territorializzazione e deterritorializzazione. Nei primi anni del Novecento la terra viene a mancare sotto i piedi, e sotto i colpi di qualcosa che non è identificabile, come si può vedere nei Paesaggi apocalittici (1912-1913) di Ludwig Meidner.
Qui la deformazione del territorio rende impossibile anche l’identificazione della provenienza del terrore, delle fiammate. Sembra che l’obiettivo sia casuale e il paesaggio si confonde nelle sue contraddizioni. L’unica certezza umana che emerge da questo quadro è la paura dei due soggetti in fuga. La contestualizzazione pratica dell’incertezza e del terrore presente nel quadro avverrà in maniera dolorosa con la prima guerra mondiale.

4. Guerre totali e lotta per il monopolio del terrore
Il conflitto mondiale è espressione di un’umanità più incline a combattere in massa per un’ideale che ha forti legami con il suolo -nazione-, piuttosto che per qualcosa difficilmente contestualizzabile nel concreto, al di fuori delle coscienze e della teoria -socialismo, anarchismo, liberalismo, ecc.-. È proprio l’attentato perpetrato da un aderente a un’organizzazione nazionalista, la Mlada Bosna (Grande Bosnia), a scatenare le ostilità nell’estate del 1914. La Grande Guerra procede a un’enorme riassegnazione della capacità di esercitare terrore nelle mani dello Stato. I mezzi imponenti dispiegati dai leviatani incutono un timore senza precedenti, propagandato con efficacia dai nuovi metodi di comunicazione, che dai primi anni del Novecento avevano subito un incremento nello sviluppo e nella diffusione. Anche la violenza vede un aumento di scala che non si limita alla quantità ma si estende anche alla qualità, con le parziali novità di sottomarini, aerei, gas al cloro: tutti e tre parte di un allargamento del teatro di guerra -aereo e abissale- pressoché inedito. Se è vero che il terrore fa un iniziale e proficuo incontro con l’aria, non dobbiamo comunque dedurre che si scinda dalla terra: è fondamentale pensare infatti il territorio in termini di volume, e non di area, non riducendolo a mero ripiano piatto ma a contenitore quadridimensionale13. Nessuna guerra fino ad allora aveva lasciato un segno tanto vivido sul terreno come il conflitto mondiale, con le trincee e la devastazione ambientale operata dall’artiglieria pesante e dai primi bombardamenti aerei significativi compiuti dai dirigibili. Uno strumento più minuto viene utilizzato in larga misura e in molti ambiti, ovvero il periscopio. Si trova nei primi carri armati, nei sommergibili, ma anche nelle mani dei soldati, e il suo ruolo è fondamentale perché riflette una logica dell’esercizio del terrore che andrà acuendosi nel XX secolo: la tendenza a una modalità di osservazione ed esposizione non più diretta, ma che consente in vario modo -per il periscopio è un gioco di specchi- di aggirare gli ostacoli della terra e di sottrarsi alla reciprocità dello sguardo, ergo del terrore nemico.
I disordini proseguono anche dopo la firma del trattato di Versailles, e le recriminazioni territoriali così come i disattesi appetiti di indipendenza si muovono sul medesimo solco nazionalista. Vittorie mutilate e collassi imperiali continuano a soffiare sul fuoco del conflitto, e movimenti terroristici come lo squadrismo italiano trovano i loro natali in questo contesto di violenza diffusa. Altre organizzazioni precedentemente costituite come l’Irish Republican Army (IRA) intensificano la loro attività e allargano le loro richieste. Nuovi margini di azione per gli imperi sopravvissuti si creano negli spazi lasciati vuoti dalla morte di altri, e sotto le vesti del protettorato gli stati imperiali si presentano come salvatori, specialmente tra le ceneri dell’impero ottomano. Già durante la guerra, nella campagna di Mesopotamia, il comandante delle forze britanniche Sir Stanley Maude aveva proclamato agli abitanti di Baghdad:

Our military operations have as their object the defeat of the enemy, and the driving of him from these territories […] [O]ur armies do not come into your cities and lands as conquerors or enemies, but as liberators 14.

L’Europa non riesce a effettuare una serena transizione verso la normalità, a tornare a logiche da tempo di pace. La violenza nel continente è diffusa nella mente degli ex soldati così come in quella dei politici e della società civile. La guerra totale ha generato una paura e un’aggressività che permane negli anni Venti e Trenta. Il terrore degli squadristi in Italia, delle SS in Germania, e di una parte di IRA in Irlanda, viene reinquadrato nei gangli del potere e disarcionato dalle strade.
In Russia le azioni di Iosif Stalin portano alla nascita di un nuovo, Grande, Terrore maiuscolo. L’aggettivo quantitativo riflette le dimensioni mastodontiche di questa operazione, sia in termini di imprigionati e morti; sia in relazione alle risorse usate. La rete di controllo raggiunge una diffusione capillare e si esercita sul territorio fisico e su quello della psiche degli individui. Il terrore mira qui a deterritorializzare l’individuo e la sua collocazione spaziale, per riterritorializzarlo in un utopico ambiente totalmente controllato: «creare intorno a ciascun individuo un’impotente solitudine»15. Con metodi ed effetti diversi anche in Germania con le SS e le SA, e in Italia con gli squadristi, i metodi terroristici inducono il singolo a cercare la sicurezza della vita nel partito, nella figura paterna del leader carismatico, che arriva a soverchiare i rapporti di famiglia. Il carattere innovativo di questi totalitarismi risiede nella forma delle loro organizzazioni, che

Sono destinate a tradurre in realtà il tessuto di menzogne imbastito intorno alla finzione centrale (la congiura ebraica, i trockisti…) […] raggiunto un certo grado di estremismo, appoggiano la propaganda coi metodi terroristici, il movimento totalitario fa veramente sul serio con la sua propaganda, e questa serietà si manifesta in modo molto più preoccupante nell’organizzazione dei suoi seguaci che nell’eliminazione fisica degli avversari 16.

Il terrore totalitario mira ad agire sul territorio nella sua totalità culturale, per plasmarlo a propria immagine. I gulag e i campi di concentramento sono sublimazione e apice di questo intento di distruggere gli elementi resistenti, mediante il perfezionamento delle proto-forme concentrazionarie di inizio secolo. I campi non sono solo manifestazione di crudeltà, di disprezzo della vita umana, non si può parlare di un tratto collaterale del totalitarismo. I lager, i gulag, sono uno strumento coerente con il carattere condiviso da più stati, con quell’ottica di rimozione dell’eccezione -disturbante, deviata, altra- attraverso l’eccezione/norma -autorizzata dal potere-, nell’impossibile tentativo di far rientrare la totalità degli individui in un perfetto Uno, confinando l’altro in uno spazio altamente violento ma rigidamente organizzato e standardizzato. Per Hannah Arendt: “si tratta di fabbricare qualcosa che non esiste, cioè un tipo umano simile agli animali, la cui unica ‘libertà’ consisterebbe nel ‘preservare la specie’”, tramite la trasformazione dell’uomo in oggetto, “in qualcosa che neppure gli animali sono”17. È la creazione di un supersenso desideroso di mutare la natura umana per un fine superiore e irraggiungibile, che a posteriori può apparire folle, ma che rende impotente il “buon senso educato al ragionamento utilitario” nel momento in cui “il regime procede a creare da questo [il supersenso ideologico] un mondo funzionante”18. I lager, i gulag, luoghi che privano addirittura dell’esistenza del cadavere, dell’ultima certezza di localizzazione, sono il vertice del processo di “distruzione creativa” rappresentato dalla Seconda guerra mondiale:

19.

E i campi sono altresì il mezzo principale tramite cui viene operata la disinfestazione della nazione, in cui la rimozione del “parassita” viene effettuata, nei lager, proprio con gas tossici come lo Zyklon B, utilizzato nei procedimenti di rimozione dei parassiti animali dai campi agricoli20.
Il terrore nella seconda guerra mondiale proviene in larga scala anche dal cielo, coi bombardamenti che rispetto al precedente conflitto si fanno più massicci e sistematici. L’impronta che questi lasciano sul territorio è lampante, intere città vengono rase al suolo: Coventry, Dresda, ma anche Hiroshima e Nagasaki, le vittime del bombardamento atomico. Gli obiettivi militari lasciano spesso spazio a considerazioni di tipo psicologico, dal momento che i bombardieri diventano strumento per atterrire una popolazione già stremata dai sacrifici della guerra. È la logica del moral bombing di cui Franklin Delano Roosevelt si fa fervente sostenitore21. Nella parte finale della guerra si fa decisivo il ruolo dei partigiani, che contrappongono terrore a terrore, con mezzi ben inferiori, nel loro estremo tentativo tellurico di respingere il nemico. Le forze del Reich si trovano sempre più in difficoltà nella gestione del territorio a cui i partigiani sono connessi. Il legame con il territorio significa un saldo rapporto tanto coi sentieri che percorrono le terre quanto unione solidale con gli abitanti di esso, ed è per questo che nonostante la forza dei tentativi delle SS di intimidire i locali -e per quanto il trattamento dei collaborazionisti da parte dei partigiani possa dar luogo a memorie divise-, esse non otterranno mai un significativo appoggio dagli occupati.

5. Il terrore celato nel territorio umano
La cronaca della seconda metà del Novecento è segnata dal conflitto bipolare tra Unione Sovietica e Stati Uniti. La violenza del e nel territorio è palese nella città di Berlino, squarciata in due da un muro. Washington e Mosca allungano questo sbarramento reale con quello tracciato su carta, che attraversa il territorio nell’immaginario bipolare determinando le sfere d’influenza. Ovviamente non tutto si muove internamente a questa logica. Spesso gli stati di nuova indipendenza, o comunque quelli con mezzi minori rispetto alle due superpotenze, vestono di appartenenza ideologica quello che è chiaramente un tornaconto personale, si offrono a chi più offre. Sarebbe assurdo pensare che la prassi interna di tutti i paesi giri attorno ai meccanismi della guerra fredda. Ma è fondamentale non dimenticare neppure che URSS e USA detengono un ampio predominio nucleare, militare, e una possente forza economica tramite cui fare leva. Accecate dalla visione bipolare, le due potenze elargiranno soldi e armi in maniera miope, scatenando reazioni non preventivate.
Dei secondi cinquanta anni del Novecento è importante evidenziare il processo che cerca di dare un volto umano al terrore, analizzando soprattutto le azioni degli Stati Uniti e delle potenze occidentali. In un mondo mediatico la violenza fisica non si presta a diffondere l’american way of life. Tuttavia le potenze dell’Ovest non possono rinunciare al terrore, pena la perdita del territorio. Le soluzioni vengono cercate attraverso la tecnologia, che sembra consentire un uso chirurgico e pulito della forza; e nella psicologia, ritenendo la violenza psicologica più accettabile su un piano morale rispetto a quella fisica. Le agenzie di intelligence occidentali assumono un ruolo fondamentale: la Central Intelligence Agency (CIA) dedica sin dalla sua fondazione (1947) molte energie alle guerre psicologiche, che Harry Truman preferisce ribattezzare con il termine più dolce di “operazioni psicologiche”22. La Francia avrebbe avuto modo di praticarle nell’agitato contesto algerino degli anni Cinquanta, con l’Istruzione provvisoria sull’impiego dell’arma psicologica (1957) che

Riassumeva la questione nei termini seguenti: vi è ormai, oltre all’arma atomica, un’altra arma a disposizione, molto meno sanguinosa, ma altrettanto terribile. Essa consente di “minare la determinazione di un avversario […], di spaventare e ingannare le opinioni pubbliche”, ottenendo vittorie reali senza ricorrere alla violenza, anzi limitandola e localizzandola: si tratta dell’arma psicologica […] la lotta diviene […] permanente […], universale 23.

Il terrore subisce quindi una ricollocazione ancor più forte sul suolo della psiche umana, e affinando le logiche del moral bombing viene allargato il territorio di battaglia. In Algeria è sistematico il ricorso alla tortura come mezzo di repressione militare/poliziesca, e qualsiasi limite legale viene rimosso facendo rientrare nella categorie del “terrorista” i membri dell’Armata di liberazione nazionale. Questa figura concede al potere istituito la possibilità di agire al di fuori del comune diritto bellico, andando a costituire questi combattenti come homines sacri, fuori da qualsiasi giurisdizione e passibili di qualsivoglia trattamento.

Il tentativo di umanizzare il terrore viene attuato anche in Vietnam, altro contesto coloniale. John Fitzgerald Kennedy entra alla Casa Bianca con gli Stati Uniti già invischiati nel conflitto tra sud e nord del paese, nel tentativo di frenare l’azione del leader comunista del nord, Ho Chi Minh, e del fronte di liberazione nazionale (FLN). I discorsi sul contagio rosso si sprecano in questi anni, e Kennedy recepisce la necessità di immunizzare il Vietnam del Sud. Per bloccare questa immaginaria epidemia è necessario innanzitutto vaccinare il paziente, ed è qui che “la via kennediana e modernizzatrice al contenimento del comunismo in Vietnam” si palesa con i villaggi strategici24. L’intento iniziale non differisce da quello dei primi esperimenti concentrazionari. Famiglie di contadini vengono raggruppate e in seguito condotte in un’area ristretta, facilmente controllabile. Gli abitanti sono sottoposti a una sorta di sorveglianza vigilata, non possono spostarsi senza essere monitorati. All’interno del villaggio viene dato vita a programmi di aiuto economico e tecnico per lo sviluppo, e la popolazione viene educata al processo democratico. Secondo i teorici statunitensi il tutto avrebbe dovuto condurre a una progressiva autonomia economica e di difesa locale, per sfociare infine nella crescita di un sentimento politico simil-occidentale. Ma non accade niente di tutto questo. Le autorità militari diffidano di queste soluzioni, che vengono adottate con scarso entusiasmo; i trasferimenti vengono spesso effettuati con la forza, dato il giustificato attaccamento al territorio dei contadini sudvietnamiti; e il monitoraggio è oppressivo, armato, a tratti violento. L’unico esito a cui giunge questo esperimento è quello di infoltire le fila dell’FLN, a causa del risentimento scatenato tra i civili25.
Altra questione coloniale scottante è quella israelo-palestinese. Le correnti sioniste a cavallo fra Ottocento e Novecento avevano già iniziato a premere per un ritorno del popolo eletto in Palestina, in visioni che molto spesso vedevano gli arabi locali come muto oggetto da rimuovere dal territorio sacro, come nel Der Judenstaat (1896) di Theodor Herzl. Durante il mandato britannico l’immigrazione di persone di origine ebraica viene favorita dal governo inglese, situazione che porta a tensioni sfocianti nella Rivolta araba del 1936. L’Organizzazione Mondiale Sionista e le autorità britanniche concordano nel vedere la colonizzazione ebraica come segno della modernizzazione, mentre la Rivolta come “the old war of the desert against civilization: on one side, the forces of destruction, the forces of the desert, have arisen, and on the other side stand firm the forces of civilization and building”26. Qui viene capovolta la realtà della situazione: il terrore del resistente che cerca di difendere le proprie terre viene trasformato in quello illegittimo/anti-modernizzatore dell’invasore. Questo estratto evoca un’invasione dal deserto, mentre nella realtà le cosiddette “forze della distruzione” sono quelle che abitavano le zone palestinesi occupate con metodi silenti dalla popolazione ebraica. Nell’immediato dopoguerra la fallita applicazione della risoluzione 181 dell’ONU, peraltro già avversata da ambo i contendenti, porta all’esplosione delle ostilità nel 1947. La guerra fa passare in mano israeliana -lo Stato di Israele viene proclamato nel maggio 1948- il 78% delle terre che facevano parte della Palestina britannica, ovvero il 95% delle terre coltivabili. Con il conflitto del 1967 la percentuale passa al 100%27. Lo Stato israeliano, con l’appoggio degli Stati Uniti ma anche di altre potenze europee, riesce a creare una “legal geography of power [and terror]” che “contributed to the dispossession of Arab landholders while simultaneously masking and legitimating the reallocation of that land to the Jewish population”28. E non solo, questo processo riuscirà a mettere addosso la maschera dei terroristi alle organizzazioni palestinesi che tenteranno di controbattere al terrore israeliano. All’inizio del XXI secolo Ariel Sharon e George W. Bush saranno concordi nell’accomunare la memoria del terrore subito, paragonando gli attentati statunitensi dell’11 settembre 2001 a quelli rivendicati da Hamas tra il primo e il 2 dicembre 2001 presso le città di Gerusalemme e Haifa, che causarono 27 vittime israeliane. Gli arabi palestinesi fondano il loro patriottismo sul legame con la terra. Festeggiano ogni 30 marzo la Giornata della terra, in omaggio alle 6 vittime uccise dalla guardia di confine israeliana nel 1976, in seguito a proteste per le ennesime confische territoriali. La difesa contro l’espropriazione è il fondamento ideologico della lotta palestinese29.
Molte ex-colonie divengono paesi a forte emigrazione nel corso del secondo Novecento, quando si manifesta una diversificazione delle correnti migratorie. La relativa facilità dei trasporti cozza con le politiche statali che alternano periodi di accoglienza -in necessità di manodopera- a limitazioni agli ingressi in periodi di forte pressione migratoria. Questo porta a un ulteriore paradigma del campo:

Non tutti i campi sono eguali, dunque, anche se tutti condividono l’indebolimento dei diritti e l’avvilimento dei soggetti […] Nelle democrazie i campi sono stati e sono adibiti non tanto alla conduzione di operazioni militari […] quanto al governo di persone che battono alla porta dell’uno o dell’altro Stato cercando ammissione e rifugio. Quando la pressione migratoria aumenta d’intensità […] si rafforza la tendenza alla predisposizione di strutture riconducibili alla “forma-campo 30.

La giustificazione per l’adozione di queste misure passa attraverso

L’invocazione di un (immaginario) “stato di necessità” [che] induce a dimenticare che il trattenimento di individui -la loro concentrazione in un luogo separato e confinato, la privazione della loro libertà- è una sorta di “detenzione amministrativa”, che contraddice i principi basilari dello Stato di diritto 31.

L’integritas, che nella tradizione cristiano-medievale andava a costituire parte fondante dell’esistenza32, rimane l’ideale da raggiungere anche in applicazione al concetto di territorio. La contiguità territoriale fondamentale a partire dagli stati-nazione non perde di significato33, anzi, il “relativo superamento delle barriere spaziali” di fine Novecento non comporta in alcun modo un processo similare per quelle territoriali34.

6. La traccia del terrore interna agli Stati-Nazione
Il terrore si esercita anche nell’organizzazione territoriale interna agli Stati Uniti, la segregazione razziale ne è una prova. Non è una novità del Novecento, né peculiarità a stelle e strisce, ma è interessante esaminarne le caratteristiche in questo periodo. L’importanza dell’unità territoriale in relazione alla nazione si assomma alla tradizione di ben più antica data del razzismo, dando luogo a fenomeni di segregazione territoriale dei neri, per mantenere intatta l’autenticità della nazione bianca. Cosa cambia nel Novecento? Probabilmente l’esasperazione della delimitazione, dai ghetti neri degli anni Venti, al continuo tentativo di impedire un contagio nero -di altro tipo rispetto a quello rosso, ma comunque un’impurità- limitando il loro campo di movimento, l’accesso a servizi pubblici, sport, attività, ecc. Se le linee delle carte avevano segnato i confini fra gli stati-nazione, la linea del colore continua a tracciare una separazione altrettanto rigida assecondando le previsioni di Alexis de Tocqueville:

Il negro con la sua stessa esistenza trasmette a tutti i suoi discendenti il segno esteriore dell’ignominia. La legge può distruggere la schiavitù, ma solo Iddio può farne sparire le tracce. […] Mi sembra dunque che coloro che sperano che gli europei si confonderanno un giorno coi negri accarezzino una chimera 35.

La traccia del colore che solca i tratti del nero segna un confine netto per il pensatore francese, e l’“europeo”, l’occidentale statunitense quanto sudafricano, trasla questa linea di separazione sul territorio. Il nero che varca questo recinto, viene respinto con il terrore dell’egemone, che non esita a trasformarsi in violenza. Il miglioramento pratico e legale delle condizioni di vita degli afroamericani nel corso del Novecento non deve essere sottovalutato, ma è necessario tener conto della persistenza di atteggiamenti razzisti respingenti. Do the right thing di Spike Lee, film uscito nel 1989, disegna bene un quadro in cui la lotta territoriale tra gruppi etnici/culturali di varia estrazione è ancora viva e vegeta nel contesto statunitense. A inizio del XX secolo Edward W.B. Du Bois, storico e attivista afroamericano, aveva individuato in maniera lapidaria la questione:

Il problema del Ventesimo secolo è quello della linea del colore 36.

Sommovimenti interni di altro genere salgono alla ribalta in Italia, dove l’operato dei gruppi terroristici autonomi produce un impatto più forte in confronto al resto dei paesi occidentali: dal 1969 al 2007 si contano circa 12000 attentati con 333 morti37. In particolare negli anni di piombo l’estremismo di destra e di sinistra si configura in maniera violenta. Non è facile scorgere intenti territoriali nelle azioni di queste bande, se si pensa al muto terreno. Ma è necessario riportare ancora l’attenzione sul territorio totale, sul territorio/contenitore, ed evidenziare come questo sia oggetto delle azioni terroristiche delle formazioni di lotta politica italiana: oltre alla prospettiva ideologica si cela infatti in queste azioni la necessità di ricostruire reti, collegamenti saldi, di cui letture come L’uomo a una dimensione (1967) di Herbert Marcuse avevano palesato la distruzione. Il bisogno di contrastare quell’operazione di reductio ad unum che intacca pure la libertà individuale, un processo di introiezione il cui

Risultato non è l’adattamento ma la mimesi: un’identificazione immediata dell’individuo con la sua società e, tramite questa, con la società come un tutto 38.

7. Il contesto islamico
Anche tra Nord Africa e Medioriente emergono pensatori che cercano di riconnettere, di ricostruire violentemente un territorio comune, con il tramite della religione islamica. È il caso di Sayyid Qutb39, che denuncia la situazione presente sul suolo dei paesi storicamente di fede islamica, in cui, sostiene, vige una nuova Jahiliyyah -l’epoca di miscredenza e confusione precedente all’arrivo del profeta Maometto-, dove valori e idee sono stati soppiantati da tempo dalla sottomissione alla superpotenza di turno, e alle necessità pratiche. Qutb sostiene che solo la religione può cambiare questo stato di cose:

It is the right of Islam to release mankind from servitude to human beings so that they may serve God alone, to give practical meaning to its declaration that God is the true Lord of all and that all men are free under Him […] Islam is not merely a belief, […] is a way of life, takes practical steps to organize a movement for freeing man 40.

Il discorso si fa universalistico, la pratica vuole che queste parole abbiano un impatto maggiore nel Medioriente che si trova in una situazione di persistente colonialismo, ma in teoria la nozione di Jihad che utilizza Qutb, una lotta offensiva necessaria per respingere la Jahilyyah, può essere applicata al tutto, alla Terra, appartenente al “Signore di tutto”.
Sensi di rivalsa e moti di rivolta vengono alimentati dal caos che URSS e USA continuano ad alimentare in contesti già destabilizzati dal loro passato coloniale. L’Afghanistan è il luogo in cui queste pratiche miopi si palesano con più evidenza: le interferenze russe per portare e mantenere al potere il partito comunista afghano (Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan – PDPA); le azioni di intelligence statunitensi per impedirlo; l’invasione sovietica del 1979; la risposta statunitense con la concessione di armi e finanziamenti che finiscono spesso, per il tramite del Pakistan, nelle mani dei gruppi di resistenza islamici più estremisti. Pochi riescono a intravedere la pericolosità di queste azioni, e anche chi ci riesce, come il capo di Stato Maggiore sovietico Nikolai Orgakov, non viene ascoltato: “We will reestablish the entire eastern Islamic system against us […] and we will lose politically in the entire world”41. Parole che rimangono comunque limitate dall’ottica di conflitto bipolare, dal momento che quell’“us” sarebbe andato a comprendere anche il rivale statunitense. Alcune forme di estremismo islamico, come quella dei talebani, riescono a ottenere successo e appoggio dai locali in quanto forniscono ciò che in quella terra manca: una comunità, una società, e lo fanno secondo i dettami di un messaggio che può risultare appetibile ai locali. Come nei tentativi di Kennedy in Vietnam, risulta chiaro che questo tipo di esigenze difficilmente possano essere soddisfatte da un intervento esterno, con obiettivi a breve termine e attenzione alla propria opinione pubblica. Anche le guerre che si pretendono umanitarie o giuste, non hanno alcuna speranza di esserlo realmente: dal Vietnam all’invasione statunitense di Panama, la cui operazione ha il tristemente ironico nome di Just Cause; dalla Somalia alla Jugoslavia.
La prima guerra del Golfo è per molti versi punto di arrivo delle logiche terroristiche del XX secolo, e punto di partenza di quelle del secolo successivo. Qui si esalta l’intento periscopico del terrore, ovvero la possibilità di esercitarlo evitando il più possibile la reciprocità. Nel golfo viene dispiegato un arsenale tecnologico devastante, e il civile statunitense diviene spettatore e parte di questo terrore, con le dirette tv che trasmettono nelle case occidentali quello che si configura come un gioco di guerra. Le immagini dei bombardamenti chirurgici, le “spettacolari” esplosioni notturne riprese dai nuovi dispositivi NVG (night vision goggles), sono assai più diffuse di quelle dei corpi dilaniati. Nella realtà l’intervento straniero si configura esclusivamente sotto la forma di questa foto di Sebastião Salgado, che raffigura un uomo che appare anch’esso come vittima, irrorato dall’acqua, dal capitale, per proteggersi dalle fiamme della distruzione, del conflitto. Un uomo che si muove con passo desolato in un contesto spoglio e privo di vita, in cui regna esclusivamente il terrore.

8. Conclusioni
L’interconnessione fra terrore e territorio si palesa nella quotidianità dell’esperienza umana. Il terrore è forza motrice del movimento dell’uomo che si esercita sul territorio e, in base alle forze che lo agiscono o lo cavalcano, guiderà in direzioni diverse. Il potere istituito parla il linguaggio del controllo: muri, concentrazione di persone e attività, sorveglianza, territorializzazione. La forza di chi resiste a questa interpretazione muove invece su venti deterritorializzanti, e mira alla distruzione pratica e teorica delle certezze costruite. Entrambi possono frenare, contenere, spingere, in base alla forza di terrore che sono in grado di esercitare.
Generalmente chi ha il predominio delle forze è lo Stato o comunque l’unità fortemente organizzata, che punterà a spingere fuori le eccedenze, i parassiti, e a contenere qualsiasi devianza. Queste eccedenze comunque non scompaiono, e come gli ebrei venivano ritenuti vettori di malattie, adesso i paesi mediorientali sono temuti per la loro esportazione di “parassiti terroristici”, analogamente a ciò che era avvenuto in passato con i terroristi anarchici russi, che portarono le loro idee in giro per l’Europa e non solo.
La retorica imperialista/razzista di Robert Kaplan -politologo statunitense neorealista, autore di numerosi scritti geopolitici- riflette l’esigenza di contenimento. Nel suo articolo The Coming Anarchy (1994) perpetua una visione bipolare del mondo, in cui le forze della democrazia non fronteggiano più il nemico sovietico ma svariati centri di forza in cui regna una “ferocia primitiva”42, riuniti semplicisticamente nel caos di un universo hobbesiano:

Loose and shadowy organisms such as Islamic terrorist organisations suggest why borders will mean increasingly little and sedimentary layers of tribalistic identity and control will mean more […] Instead of borders, there will be moving “centers” of power, as in the Middle Age. Many of these layers would be in motion. Replacing fixed and abrupt lines on a flat space […] To this protean cartographic hologram one must add other factors, such as migrations of populations, explosions of birth rates, vectors of disease. Henceforward the map of the world will never be static. This future map -in a sense, the “Last Map”- will be an ever-mutating representation of chaos 43.

Eventi come l’esplosione del furgone che nelle intenzioni degli attentatori islamici avrebbe dovuto far collare il World Trade Center, nel febbraio 1993, sono visti in questa ottica come diramazioni di un terrore che proviene da quel mondo caotico che è necessario contenere e controllare. Bill Clinton è un lettore di Kaplan, e varie fonti riferiscono l’influenza dell’autore sul presidente statunitense44.
Ma senza necessità di quantificare il peso di quest’ascendente nella politica, possiamo vedere una tendenza che segue questo orientamento: riterritorializzare nella forma statuale di un nuovo Leviatano il caos deterritorializzante della fine del secolo45. Questo si palesa durante l’amministrazione Clinton nell’intervento militare nella penisola balcanica: nel discorso del marzo 1999 in cui annuncia l’entrata in azione delle forze aeree statunitensi, il presidente pone l’enfasi sulla necessità di prevenire un intervento più esteso, e quindi di esercitare un controllo sulla guerra del Kosovo. Mostrando su una carta la preoccupante assenza di “natural national boundaries” evidenzia il pericolo del contagio, con la retorica dell’effetto domino che sventola i fantasmi del secondo conflitto globale46. Se i confini non ci sono, è necessario intervenire e crearli. La pretesa umanitaria di interventi come quello nei Balcani viene facilmente a cadere quando si osserva il mancato intervento in altri contesti, davanti alla presenza di grosse certezze territoriali che conferiscono stabilità. Così le considerazioni sui diritti umani come base per un appoggio militare vengono a cadere in Cecenia, in una situazione in cui entrano “in gioco interessi di alcune delle grandi potenze ma nessuna di essa [è] fortemente contraria”47.
Il secolo si chiude con una tendenza che verrà approfondita nel seguente: l’innalzamento di muri politici, culturali, retorici ma anche reali, che costellano il territorio globale, pareti che cercano di mantenere una presunta purezza interna del mondo occidentale, di immunizzarla. Muri di contenimento e guerre di pressione, di cui sono esempio tanto l’intervento disinfestante della NATO -e poi l’escalation statunitense- nei Balcani, così come, su altra scala, le guerre al terrore del secolo successivo di Bush jr. È necessario prestare attenzione a questi movimenti perché spesso sfugge alle considerazioni il fatto che non si può spingere/respingere all’infinito, così come contenere a oltranza. L’eccedere in misura su una delle due posizioni non può che condurre a esplosioni incontrollate. La Seconda Guerra Mondiale è scaturita da un eccessivo allargamento territoriale della Germania, in un continente già altamente pressurizzato. I disastrosi conflitti locali della guerra fredda sono stati generati spesso dal desiderio ossessivo di contenere contaminazioni dell’avversario nel globo. Fenomeni di terrorismo in ambito coloniale e non, sono figli di un controllo esterno imposto, stringente e soffocante, che i locali non sono più intenzionati a sopportare.
Per una comprensione efficace dei fenomeni del terrore è necessario dunque ampliare lo spettro degli ambiti di analisi, quindi non fermarsi unicamente a ciò che viene comunemente denominato “terrorismo” -islamico, nero, rosso, ecc.-, ma anche e soprattutto all’azione degli stati, ai movimenti delle persone. Fondamentale è ripensare il ruolo del territorio, distinguerlo dal suolo e assegnargli il ruolo di Soggetto che gli è proprio. Il territorio non è staticità, non è dato una volta per tutte: è componente fondante dell’attività umana, la accompagna, la determina e da essa viene determinato. Terrore e territorio sono vicini non solo nel campo semantico, nella loro radice comune -terrēre-. Lo sono anche nella costante pratica deterritorializzante/riterritorializzante tanto dello Stato quanto degli attori non statuali. Occorre dunque operare un ricongiungimento delle due categorie all’interno degli studi sul terrorismo, al fine di una comprensione più estesa delle diramazioni del terrore in ogni sua configurazione.

Note

  1. Dictionnaire de l’Académie française, Terroriste, Parigi, 1798.
  2. “Controllare un territorio è esercitare terrore; sfidare l’estensione territoriale è esercitare terrore”, Stuart Elden, Terror and Territory. The spatial extent of sovereignty, University of Minnesota press [edizione Kindle], Minneapolis, 2009, pos. 456.
  3. Neologismo coniato da Barry Hindess, in Barry Hindess, Terrortory, in “Alternatives: Global, Local, Political”, vol. 31, n. 3, luglio-settembre 2006, pp. 243-257.
  4. Peter Sloterdijk, Terrore nell’aria, Meltemi, Roma, 2006 [1^ edizione 2002], p. 11.
  5. Mario del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo. 1776-2011, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 178.
  6. Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano, 2005 [1^ edizione 1963], p. 32.
  7. Peter Sloterdijk, Terrore nell’aria, Meltemi, Roma, 2006, p. 11.
  8. Annette Becker, La deportazione dai territori occupati, in Gabriella Gribaudi (a cura di), Le guerre del Novecento, L’ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2007, p. 61.
  9. Francesco Benigno, Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica, Einaudi, Torino, 2018, p. 96.
  10. Vittorio Strada, Il dovere di uccidere. Le radici storiche del terrorismo, Marsilio, Venezia, 2018, p. 120.
  11. Ibidem, p. 121.
  12. Thomas Harrison, 1910. L’emancipazione della dissonanza, Castelvecchi, Roma, 2017 [1^ edizione 1996], p. 18.
  13. S. Elden, Terror and Territory, cit., pos. 275.
  14. “Le nostre operazioni militari hanno come obiettivo la sconfitta del nemico, e la sua rimozione da questi territori […] I nostri eserciti non entrano nelle vostre città come conquistatori o nemici, ma come liberatori”, Derek Gregory, The Colonial Present, Blackwell, Malden (Massachusetts), 2004, p. 147.
  15. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1967 [1^ edizione 1951], p. 467.
  16. Ibidem, pp. 502-503.
  17. Ibidem, p. 600.
  18. Ibidem, pp. 626-627.
  19. David Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore, Milano, 1993 [1^ edizione 1989], p. 29.
  20. Sloterdijk, Terrore nell’aria, cit., p. 34.
  21. Leonardo Paggi, Il popolo dei morti. La repubblica italiana nata dalla guerra (1940-1946), Il Mulino, Bologna, 2009, p. 97.
  22. Benigno, Terrore e terrorismo, cit., p. 178.
  23. Ibidem, p. 179, [corsivo mio].
  24. Del Pero, Libertà e impero, cit., p. 329.
  25. Ibidem, p. 331.
  26. “la vecchia guerra del deserto contro la civilizzazione: da una parte, le forze della distruzione, del deserto, sono insorte, e dall’altra la presa di posizione delle forze della civilizzazione e dell’edificazione”, Derek Gregory, The Colonial Present, Blackwell, Oxford, 2004, pp. 80-81.
  27. Ibidem, p. 86.
  28. “geografia legale del potere [e del terrore]” che “ha contribuito all’esproprio ai danni dei proprietari terrieri arabi mascherando simultaneamente e legittimamente l’appropriazione terriera della popolazione ebraica”, Ibidem.
  29. Raya Cohen, Israeliani, palestinesi. Guerra, politica fondiaria e identità, in G. Gribaudi, Le guerre del Novecento, cit., p. 243.
  30. Pietro Costa, Come le democrazie costituzionali danno parvenza di legittimità ai loro campi, in “L’indice dei libri del mese”, dicembre 2018
  31. Ibidem.
  32. Umberto Eco, Costruire il nemico, 2008, in Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano, 2011, p. 14.
  33. Derek Gregory e Allan Pred (a cura di), Violent Geographies. Fear, Terror, and Political Violence, Routledge, New York, 2007, p. 9
  34. D. Harvey, La crisi della modernità, cit., p. 295.
  35. Alexis de Tocqueville, Giorgio Candeloro (a cura di), La democrazia in America. II libro, Rizzoli, Milano, 1982 [1^ edizione 1835], p. 338.
  36. Edward D.W. Du Bois, The Souls of Black Folk, Dover, New York, 1903, p. 40, in Raffaele Rauty (a cura di), Negri per sempre. L’identità Nera tra costruzione della sociologia e “linea del colore”, Armando, Roma, 2008, p. 69
  37. F. Benigno, Terrore e terrorismo, cit., p. 227.
  38. Herbert Marcuse, Luciano Gallino (a cura di), L’uomo a una dimensione, [1^ edizione 1964], Einaudi, Torino, 1967, p. 24.
  39. Sayyid Qutb (1906-1966) è stato un pensatore islamico sunnita, egiziano, appartenente alla scuola shafi’ita. È fra i primi e più importanti teorici dell’islamismo radicale, e sia in ambito storiografico che politico i suoi scritti sono spesso considerati la fonte di ispirazione per movimenti islamisti come Al-Qaeda
  40. “È diritto dell’Islam liberare l’umanità dalla servitù nei confronti dell’uomo, così da permettergli di servire unicamente Dio, per dare significato pratico alla dichiarazione che Dio è il vero Signore di tutto e che sotto di lui tutti gli uomini sono liberi […] L’Islam non è unicamente un credo […], è un modo di vivere che permette di organizzare un movimento per liberare l’uomo nella realtà pratica”, Sayyid Qutb, Milestones. Ma’alim fi’l-tareeq, Islamic Book Service, Nuova Delhi, 2002 [1^ edizione 1964], p. 80-81.
  41. Archivio digitale del Wilson Center, Comitato Centrale del PCUS, Summary of a meeting on Afghanistan, Mosca, 10 dicembre 1979.
  42. Elden, Terror and Territory, cit., pos. 682.
  43. “Organismi slegati [qui inteso come non appartenenti ad enti di potere statali/territoriali] e oscuri come le organizzazioni terroriste islamiche mostrano perché i confini significheranno sempre meno, e gli strati sedimentari di identità e controllo tribale significheranno di più […] Al posto dei confini, ci saranno ‘centri’ di potere in movimento, come nel Medioevo. Molti di questi strati si muoveranno. Rimpiazzando le linee nette e fisse sullo spazio piano [della carta] […] A questo mutevole ologramma cartografico si deve aggiungere altri fattori, come le migrazioni di popolazioni, l’esplosione dei tassi di nascita, vettori di malattie. Da allora la carta non sarà mai più statica. Questa mappa futura -in un certo senso, l’‘ultima mappa’ [qui è chiaro il riferimento al lavoro del politologo Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (1992)]- sarà una rappresentazione del caos in costante mutazione.”Ibidem, pos. 673.
  44. Michael T. Kaufman, The Dangers of Letting a President Read, in “The New York Times”, 22 maggio 1999
  45. Elden, Terror and Territory, cit., pos. 682.
  46. Bill Clinton, Clinton addresses nation on Yugoslavia strike (trascrizione del discorso), in “CNN”, 24 marzo 1999
  47. Marcello Flores, Il secolo-mondo. Storia del Novecento, il Mulino, Bologna, 2002, p. 532.

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