Bibliomanie

Schegge di frequentazione storiografica. Delio Cantimori e la cultura europea
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Se c’è uno scritto ove si svela con più chiarezza l’animo di Delio Cantimori (1904-1966), questo è Conversando di storia. Chiunque volesse ricostruirne la parabola intellettuale ed umana tout court non potrebbe trascurare le pagine di tale opuscolo quasi laterale, singolarmente composito ma – anche per questo, forse – adatto a restituire quel tratto biografico quasi sotterraneo che contribuisce a dare, probabilmente, la misura del battito del suo polso, concedendo molteplici ricami intimi e fondi, decisivi per tracciarne un profilo più persuasivo e appagante.
Le lettere a F.C. Rossi – preparate per la rivista «Itinerari» dal gennaio 1960 al settembre 1964 e quindi raccolte nel volume – costituiscono un sorprendente dialogo unitario, rivolto ben oltre lo spazio urbano e circoscritto di una rubrica coltivata con riserbo e fermezza, e dominata da una generosità amplificata nel richiamo continuo al metodo storiografico e al senso della cultura storica, mai disgiunto dalla vita ancor prima che dalla cultura.
Cultura è qui intesa col senso dell’essere individuale e collettivo insieme al proprio significato espressivo, fisico, spaziale e intelligibile, ove la storia è «l’attuazione di una cultura possibile».
Come suona familiare il tono tutto teso alla conoscenza, all’istruzione, alla nozione e alla cognizione della storia, così in esse riposano di per sé quei valori educativi e formativi – sostiene Cantimori – che altri cercano altrove, magari in una architettura pedagogica strutturata a tal punto da reggersi sul vuoto.
Quel vuoto che può derivare anche dal troppo pieno, da una massa informe di insegnamenti che caricano oltre misura gli studenti di frammentarietà confuse, tali da pregiudicare una ricerca selettiva e mirata dei meritevoli, scientifica e critica. Cantimori porta esempi concreti, mette in primo piano i testi, con il metodo più onesto, efficace, trasparente. Cita la chiarezza, la perspicuità, la precisione, la vivacità, la competenza che traspare da un’opera come quella scritta da Hubert Jedin, uno dei maestri del nostro Kessler, dedicata alla Breve storia dei Concili, ne sottolinea la solidità e la spontaneità, la sicura naturalezza, che ci permettono di «comprendere storicamente» i fatti della storia, comprendere indagando.
Osservazioni metodologiche, presenza e stato delle fonti, cenni sulla storiografia e sulla storia generale, «il senso del drammatico» e del tragico degli eventi, notazioni bibliografiche non mancano in questo testo preso ad esempio, ma ciò che emerge con evidenza è che Jedin «ci sa presentare, nel rigore della dottrina, nella sicurezza della erudizione, nella precisa consapevolezza del sapere storico, nella tensione continua verso l’oggettività quel che sembra lontano e morto passato, come presente vivo e attuale – e proprio perché tutto ciò che è vita della sua mente».
Esattamente l’opposto della sensazione di essere dispersi «in un regno di ombre», la percezione non poi così rara che si paventa a fronte di opere sin troppo ricche di suggestioni e di apparati, suggerisce Cantimori, al quale è riconosciuta una capacità onnivora di lettura, che include la presa sul serio e la considerazione spregiudicata di ogni campo della storia, un respiro ampio e di lunga durata.
Non va tralasciato che Cantimori è stato traduttore e curatore esemplare del Sommario di istorica di G. G. Droysen, lo storiografo che ci ha donato un’eccellente introduzione alla Storia dei papi del Ranke, e da questo accenno si può intuire il lascito culturale del mondo tedesco (senza omettere lo scandaglio sulla modernità del germanesimo) sul piano culturale e metodologico, ma anche nel settore precipuo degli studi legati al senso profondo di un impegno profuso a favore del bene comune, dell’uomo di scienza inserito in un sistema universitario di impronta humboldtiana, inteso come sistema che dà accesso a un sapere nelle sue diverse articolazioni in direzione della comunità allargata, del proprio paese.
«La storia è scienza nelle sua fondamenta – ha scritto Pietro Gerbore – arte nella architettura delle sue costruzioni». E proprio Guglielmo von Humboldt ha descritto da par suo questa duplice fisionomia della storia. Esistono due stratificazioni nella storia. La prima è costituita dallo scheletro di ciò che accade, il Gerippe der Begebenheit, «la necessaria base della storia, la materia di essa, ma non la storia medesima». La «verità storica» poggia sulla parte in relazione con la zona invisibile del fatto, e questo è l’àmbito interpretativo dello storico, il suo ruolo creativo.
Per essere in grado di far ciò – sosteneva Humboldt – «dev’essere familiare con la qualità, l’azione, la dipendenza reciproca delle forze storiche, come la perfetta indagine del particolare sempre presuppone la cognizione dell’universale in cui è compreso. In questo senso, l’intelligenza dell’avvenimento dev’essere guidata dalle idee».
Non è sufficiente che lo storico sia scienziato: servono capacità immaginative che si avvalgono di proprietà artistiche e fantastiche. Eccitare la curiosità, affinare il giudizio, modellare il gusto sono compiti dello storico capace di raccontare la storia come «romanzo d’avventure dell’umanità», con la coscienza di narrare il passato wie es war, anche se vedremo che questo, in definitiva, è un solido punto di partenza verso un continuo ricercare.
Potremmo aggiungere Burckhardt a questa costellazione armonica, ricca di «senno politico e forza interpretativa», con un forte sentimento etico, nell’esperienza di un raccoglimento spirituale, dove si afferma l’inclinazione verso la pietà e la devozione vissuta nell’interiorità della persona, coinvolta nella molteplicità delle diverse sensibilità.
Tratti individuali di studiosi che si muovono in un contesto europeo, piuttosto che nazionale: un orizzonte non estraneo a due studiosi lontani ma spregiudicati come il tedesco Aby Warburg e il francese Lucien Febvre, campioni nel mettere in risalto dettagli minuti e appartati della storia materiale, ma destinati a tracciare un affresco di ben altra portata: «Lavorando in terre di confine, e quasi nei medesimi tempi, storici e cultori di “scienze umane”, ai margini e al di fuori degli schemi della cultura corrente, non solo corrodono quegli schemi, ma consumano le categorie ad esse sottese… avventurandosi in zone inesplorate…».
Eugenio Garin aveva colto per tempo lo spirito composito di una ricerca che si poteva avvicinare – come aveva avvertito Cantimori – al famoso «tropo delle monadi leibniziane». Con «accortezza manzoniana» era stato Morandi – uno dei primi lettori italiani dello storico francese, attentissimo al saggio sulle origini della Riforma in Francia – a sottolineare con forza le avvisaglie di un modo nuovo di fare storia, di praticare un mestiere anche attraverso contrasti, divergenze, contestazioni particolari, per passare di qui da una critica negativa a una positiva. Una lezione che Cantimori ha sempre tenuto presente.
Lo studio delle confraternite, delle congregazioni, delle compagnie diventeranno, per Cantimori, l’asse portante di un’indagine straordinaria grazie agli archivi e alle fonti letterarie, dotate di «chiarezza, precisione e pulizia di espressione, fondate su un’informazione erudita sistematica, filologicamente e criticamente elaborata».
Si parla di ricerche rigorose, serie, di indagini capaci di scandagliare l’anima delle singole biografie, tali da consentire la progressione esatta del sapere storico, l’edificazione possibile di una critica che si applica nella pratica filologica tra indagine e analisi.
Cantimori trova in Carlo Dionisotti uno studioso principe del fatto circoscritto e concreto nella sua realtà storico-geografica, capace di proiettarlo in un contesto dilatato e sempre correlato al fatto medesimo.
Cantimori cita, in questa direzione, un passo esemplare:

Soli si salvano i grandi tecnici della filologia e dell’antiquaria che in poche grandi scuole universitarie prolungano nella seconda metà del Cinquecento la fortuna e il pregio della pedagogia italiana. Una riforma e ripresa su basi nuove della scuola pre e para universitaria si ha, dopo la crisi del primo Cinquecento, ad opera dei nuovi Ordini religiosi. Ma per un rapporto stretto fra scuola e letteratura militante, bisogna, credo, attendere il Settecento; ed è ancora, pur dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, scuola di abati: la scuola, per intenderci, dell’abate Giuseppe Parini. Onde, con la Rivoluzione francese e la effimera cattedra pavese del Monti e del Foscolo, la riapparizione d’una scuola dove uomini di lettere laici trovano una loro ragione e norma di vita. Ma la storia di questa scuola fa tutt’uno con la storia dell’Italia politicamente unita: è una storia di ieri, meno di cent’anni; è la scuola bolognese del Carducci.

La chiusa dionisottiana è stringente: mira alla nettezza di un’immagine fondata e limpida, ove si staglia il cuore del problema, la permanenza di una società stretta, avrebbe detto Leopardi, elitaria e autoreferenziale. Dalle variazioni si passa alla ricostruzione, dalla precisione del contesto alla visione e al giudizio di una considerazione meditata in prospettiva. In altre parole, la cultura trova riparo dalla crisi degli stati italiani nella Chiesa, ma il quadro è poi destinato a mutare con il dipanarsi della storia della Chiesa nella vita religiosa e il permanere della vita culturale nelle classi colte.
Lo studioso di storia è, secondo Cantimori, un uomo disposto alla relazione, all’intersezione dei saperi, nella modestia dell’ascolto di altre voci, in una posizione ricettiva, amicale nella congiunzione di una costellazione sempre connessa all’esplorazione di una parola dialogale, al di là di ogni «presuntuosa semplicità» o di una «grande esibizione di pudori». E la parola modestia è termine che prevale nel lessico mentale dello studioso, accanto al sentimento di precarietà che letteralmente accompagna il ricercatore (il peregrinare per mezza Europa di Cantimori sulle tracce degli eretici e dei riformatori è consustanziale per difetto a questo ambito).
A fianco della modestia non sfigurerebbe un’altra parola: la tensione del narrare, la capacità di esprimere per iscritto, nella luce del bagliore più vivo, l’esattezza e la chiarezza di ciò che è interessante, perché in qualche modo ci riguarda in quanto uomini. È un’abilità da sottolineare quella di saper creare una tensione, poiché mette in moto realmente le nostre facoltà immaginative: è uno slittamento in avanti che l’autore già citato del Sommario di istorica riesce sorprendentemente a definire dalla sua specialissima specola con un fulminante giro di parole: «il mio problema contiene già più di quel che ho appreso, un presentimento che mi balza incontro dall’insieme di quello che ho intimamente vissuto e sperimentato finora… Nella mia mente è avvenuto come un atto che l’ha portata a concepire, e subito tutte le energie e i succhi lavorano a formare e a sviluppare quello che è stato concepito».
A tale orientamento va aggiunto – lo riporta ancora Cantimori – una definizione avvincente di Trevelyan: «Far capire che il passato è stato reale come il presente, e incerto come il futuro»: a tal fine mira una storiografia che nasce sotto i nostro occhi, estesa e profonda.
La complessità della formazione di Cantimori è una ricchezza che si riverbera nel suo pensiero, vani sono i tentativi di classificarlo persino nelle sue incertezze e nelle sue svolte, peraltro lentissimamente meditate, e spesso compenetratesi a tal punto da apparire per quello che sono, una progressiva maturazione di conflitti che trovano una via praticabile di lavoro in un impegno costante e un esempio disponibile, ai suoi studenti innanzitutto.
Esempi concreti chiamati per nome e cognome. Al direttore di «Itinerari» Rossi ecco la segnalazione di Giorgio Falco, peraltro già professore del medesimo, come storico di valore del medioevo. «Chi vive a lungo non è caro agli dei, e forse neppure agli uomini. Gli vien meno con gli anni l’amabile fiore della giovinezza, gli viene meno ciò che rende cara la vita: il calore e la nobiltà degli affetti, il vigor della mente, l’energia del lavoro. Un solo compenso gli rimane in cambio di tanti beni perduti, ed è che, automaticamente, senza che vi si adoperi o se ne avveda, per il solo volgere degli anni, egli diventa un monumento, un documento storico, una testimonianza dei tempi».
Sono parole pronunciate da Giorgio Falco all’altezza dei propri sessantacinque anni, nel 1953, riportate da un commosso Ernesto Sestan, storico di origine trentina, in occasione del discorso commemorativo all’Accademia Nazionale dei Lincei, tenuto nella seduta ordinaria dell’11 aprile 1970, a due anni dalla scomparsa di Falco, avvenuta all’età di 78 anni.
Il quadro tracciato da Sestan è utilissimo a inquadrare uno studioso che ha una formazione proprio sul filone del filologismo erudito del metodo storico, dove emerge la disciplina rigorosa della ricerca, indirizzata a un preciso accertamento dei fatti, allo scandaglio degli archivi.
Scolaro del De Sanctis, di Renier, di Fedele, non fu immune dall’influsso di un grande ed eccentrico erudito, studioso del romanticismo in tutte le sue branche, e uomo che ha lasciato una profonda traccia nella sua opera di insegnamento con migliaia di studenti che lo veneravano, molto più dei suoi colleghi che stentavano a coglierne l’estro a volte bizzarro. Arturo Farinelli fu figura molto diversa da Giorgio Falco, eppure non si può ignorarne il ruolo e l’impatto.
Da lui Falco ha colto una parte delle eccellenti qualità letterarie messe in campo sin da subito nella sua ricerca (torniamo al saper raccontare i fatti tanto coltivato da Cantimori), ma a queste, che sono sempre presenti, ha affiancato quel peregrinare tra gli archivi dove non si disperdeva mai il filone aureo della ricerca giuridico istituzionale e prendeva luce, finalmente, anche quella sociale, il tutto con una visione aperta e libera di tale portata da illuminare nel dettaglio il senso totale di una comunità.
Dai più sconosciuti comuni della Ciociaria sarebbero partite indagini capaci di costruire una tessitura così coesa da saper coinvolgere signorie ecclesiastiche, monastiche, baronali che porteranno, in un respiro ancora più ampio e dilatato, a tratteggiare il grande panorama di «Santa Romana Repubblica», uno scorcio entusiasmante dell’intero arco medievale, ancora per certi versi insuperato.
Ascoltiamo le parole di Falco sul proprio lavoro di quegli anni, in filigrana possiamo riconoscere l’impulso positivista che sapeva superare i dettami di Droysen, cercando altrove, disegnando meno rigidamente una propria via che faceva emergere i tratti di un carattere mite e determinato, il senso profondo di un umanesimo vissuto in prima persona nel quotidiano con acutezza ed equilibrio nella consapevolezza del suo continuo rinnovarsi:
«Correva, è vero, anche tra noi medievisti, un certo interesse per il comune e le signorie, secondo la nuova moda del tempo, ma era interesse esteriore di scuole, bibliografico ed erudito, non germogliato da un’esigenza, non animato da una consapevolezza storiografica. Ora non so se sia particolarità del lavoro erudito o semplicemente caso personale, fatto è che si lavorava febbrilmente per giorni, per settimane, a spogliare cronache, a trascrivere documenti, ad ammucchiare schede, col miraggio del contributo e con l’ansia della scoperta. Poi, d’improvviso, chissà come, tutto si scoloriva, si rifaceva dentro il vuoto, il vuoto assoluto, e rimaneva di quella febbre un’enorme stanchezza, un immenso disgusto per le pergamene e la carta stampata, per quella feroce schiavitù di tavolino».
Ma la capacità di ripartire avveniva a breve distanza da quello svuotamento con l’applicazione agli studi sul monachesimo benedettino (fu un monaco benedettino, tra l’altro, a salvare Falco a Roma il 4 febbraio 1944 dalla persecuzione razziale nazi-fascista), un microcosmo che permetteva la disamina degli aspetti culturali, politici, sociali, economici (senza esasperarli), organizzativi, ponendo l’accento sulla gamma dei valori etici preminenti, e facendo leva sull’ampiezza di tutta la sfera morale e sulla ricchezza della cultura filosofica nella sua essenzialità.
Che cos’è il Medioevo? Che vuol dire Medioevo? Falco lo spiega con un esempio proverbiale della sua indagine. Pagine immacolate della sua ricerca consentono di conoscere La vita portovenerese nel Duecento dall’interno: essa viene letteralmente dipinta nella sua vivida concretezza, a partire da un vecchio manoscritto «mutilo, sfrangiato, tarlato», il cartulario di Giovanni di Giona.
Falco parlerà di documento «idealmente rivissuto» e non rivisitato – come si sente scioccamente dire, non di rado, ai giorni nostri – in grado di mettere in moto la nostra immaginazione sulla base della nostra esperienza di uomini a contatto con suggestioni e persuasioni capaci di riportarci sul terreno del giudizio legato ai fatti.
Falco nella felice formula amplierà il concetto: «Tutto, insomma, è molto chiaro e preciso. Ma, come sempre, a noi piacerebbe leggere proprio ciò che non è scritto». Sono i fatti che descriverebbero la vita quotidiana delle persone, quali ad esempio i maestri, che servirebbero a giustificare il loro peregrinare (è una parola che ritorna) per trovare sostegno alla loro sussistenza.
La vita civile, la vita religiosa, la confraternita, le chiese, i monasteri, i lasciti testamentari brillano nella descrizione acutissima dello studioso di storia nell’accezione cantimoriana a cui non sfuggono le responsabilità personali che non risolvono le vicende ultime della vita del monastero.
Il dissesto dell’amministrazione patrimoniale figlia dei contrasti, dei conflitti, delle lotte fra Pisa e Genova riverberano sulle comunità a tutti i livelli, il tempo delle passioni travolge anche la vita monastica, determina il lento tramonto del monachesimo benedettino, privato della sua proverbiale energia spirituale, depotenziato e in balia delle emergenti forze economiche e politiche in ascesa.
Il lettore odierno di queste pagine rimane incantato, non solo dalla potenza del senso storico di Falco, ma ne apprezza lo spirito poetico di fondo, frutto di un respiro amplissimo e lontano che torna protagonista nel suo capolavoro, «La Santa Roma Repubblica».
Ma è lo stesso Falco a darcene un’impressione d’autore: «Dall’infinita ricchezza della storia è stato trascelto ciò soltanto che, a giudizio dell’autore, meglio si prestava ad essere rappresentato e ragionato, per far intendere, sia pure in maniera molto sommaria, quale sia il significato e l’importanza del medioevo». Il focus del testo sottolinea con ampiezza di indagine l’acme della gerarchia cattolica dando spazio e risalto all’istituto benedettino, all’agostiniana civitas Dei, alla Chiesa cattolica romana.
È la linea che riconduce alle traiettorie universalistiche europee, lungo l’asse principale che mira a esaltare la concezione sovranazionale, il concetto di Europa e Cristianità, secondo la nota lezione mai superata di Novalis.
Per Falco la formazione dell’Europa è problema essenziale della stessa esistenza del Medioevo: «Se mai qualcosa ci parla oggi del Medioevo è la sorte di questa vecchia Europa, che ha tratto da esso il suo nascimento e la sua norma di civiltà. In questo sfacelo di ogni civile convivenza noi abbiamo vivo il senso che oggi l’Europa soffre di una tremenda crisi soprattutto morale, ma che non v’è da disperare del suo avvenire, quando essa riprenda coscienza di sé, e, sul fondamento della sua tradizione, apra coraggiosamente le porte all’avvento del quarto stato e sostituisca alle astiose gare degli imperialismi nazionali, una politica di intima collaborazione fra i liberi popoli».
Sono parole che risuonano oggi con la stessa forza, pur concepite sul finire del 1944, e si badi che Falco, per temperamento e formazione, è sempre riuscito a mantenere una distanza equilibrata dalle cose della politica. Valga la prova che il suo amore per la medievistica rimane inalterato nel tempo, non viene scalfito nemmeno nella temperie più critica, un atteggiamento che ci ricorda ad altre latitudini lo stile riservato di Curtius, nel pieno del caos della storia: nella propria contemporaneità, lo studioso di razza riesce a difendere un proprio ethos originario.
Ernesto Sestan, nel ricordare Giorgio Falco, estrae una pagina inesplorata sul giovane Cavour, in un lavoro incompiuto. E anche in queste righe, che rivolgono lo sguardo a un tempo più prossimo, si colgono le stimmate dello studioso che scende con il proprio scandaglio nel fondo del proprio animo alla ricerca dell’uomo, nel proprio luogo, nell’ambiente e nelle ascendenze che lo rendono calzante e coeso allo spirito del proprio tempo, pur nella considerazione rispettosa della tradizione che si rinnova:

Ciò che suscita ammirazione non è la sua originalità, non c’è forse, infatti, idea di Cavour di cui non sia possibile indicare la fonte nelle sue letture e nella cultura del tempo; non v’è indagine, non v’è iniziativa che non richiami esempi contemporanei o anche precedenti, in Piemonte o appena là dal Ticino. L’ammirazione nasce in noi dal contemplare la potenza della sua mente, l’intraprendenza grande e instancabile, la ricchezza e la nobiltà umana dell’animo. Impossibile ridurlo a misura comune e definirlo con una qualificazione personale. Egli è, in simbolo, l’aristocrazia che si stacca dalla reggia, rompe la tradizione e si fa borghese, che cospira alla luce del sole con la borghesia per la formazione della nuova classe dirigente. Egli non ha perduto il suo tempo; non ha sofferto inutilmente, non è arrivato troppo tardi; ha anzi, speso utilmente la giovinezza per rappresentare e guidare alla sua ora, l’Italia «borghese e laicale», ch’era nei voti del Gioberti.

Con le dovute distanze, con le proprie precipue e riconoscibili diversità, Falco appare una figura non troppo lontana da questo nobile ritratto, con questa sua capacità quasi innata di scrutare il prossimo, gli ambienti, di intrecciare le relazioni umane e materiali in una sorta di paesaggio grande e sovrano, predisposto con lo spirito sereno di chi sa collocare con precisione gli elementi, i momenti e i motivi.
E un’altra figura a lui vicina per assonanza e ragione di studio e di lavoro è Muratori, con la sua grande considerazione per la religione cattolica, per l’onore dell’Italia, per il culto della verità. Falco riconosce in Muratori «il centro stesso della problematica europea» del suo tempo, con questo tono che incarna in molte sue opere la voce della nazione («Lettera esortatoria», «Perfetta poesia», «Riflessioni») mentre combatte la riduzione della piccola e della grande patria, e difende la poesia italiana.
«Cavare la verità dalle profonde miniere della mente e delle cose» è la grande massima muratoriana, verso un vero rinnovamento del senso civile, con il gusto della municipalità e della cittadinanza, precursore del cattolicesimo liberale alla Gioberti, spicca nel ritratto schietto, raccolto nel giro di parole di Falco, che ne fotografa la venatura umana ancor prima di tracciarne il percorso di grande erudito:

Andava contro corrente. Convinzioni, pregiudizi, interessi offesi, ora da una parte, ora dall’altra, gli si volgevano contro e mormoravano di giansenismo. Ma, purché fosse salva la purezza della fede, quando si trattava del pubblico bene, quand’erano in gioco giustizia e verità egli non aveva scrupolo di sfidare le opposizioni. Fuori d’ogni personalismo, con una certa discrezione, ma senza colpevoli ritegni, diceva a tutti ciò che sentiva: al principe e al ministro, al nobile e al bottegaio, ai miserabili e alle donne perdute, che infestavano la sua parrocchia.

In altre pagine, discorrerà della compiacenza dello specialista, dell’entusiasmo dello scopritore, ma anche delle cautele, delle diligenze, delle acutezze indispensabili allo studioso, che ammoniva i colleghi a frequentare con dovizia e cura gli immensi giacimenti culturali che troppo spesso riposavano indisturbati negli archivi e nelle biblioteche, magari a vantaggio della operosa indagine degli stranieri.
Scriverà Falco, in riferimento alle fonti medievali, dell’interesse dei ricercatori in ascesa verso i carteggi diplomatici, i diari, la documentazione proveniente da vescovati, chiese, monasteri, nel percorso accidentato tra comune, signoria, principato, registrando la mole ingentissima di materiali e di studi che provengono dalla Toscana, dalla Romagna, dall’Emilia e dal Piemonte. E torna l’accenno ai grandi monasteri benedettini (con Montecassino in testa) e la speranza che i più giovani volgano lo sguardo verso un’epoca lontana, ma provvida di sorprese per chi sa cercare.
Cantimori scriverà di Falco come «nostro vero storico», di «storico di razza» con altre parole, e il ricordo va al primo incontro viennese del settembre 1933 quando tra i due si stabilisce una curiosa corrispondenza fra l’uomo più anziano, che si ferma nella capitale austriaca, di ritorno da un congresso a Varsavia, per conoscere il giovane studioso all’inizio del suo peregrinare tra gli archivi di mezza Europa.
Qui Cantimori riflette, prima nello scambio dei dialoghi, ma ancor più nella fase meditativa dell’esperienza a posteriori, quando l’allievo si rende consapevole di aver sostenuto una specie di esame di coscienza professionale e umano. «L’indignazione morale è una cosa; il giudizio critico e storico è un’altra cosa. Perché dici questo? Che ragioni hai di dirlo? Che cosa sai su quest’altro argomento? È proprio vero quello che hai detto a proposito di quel tale personaggio? Come l’hai saputo?».
Falco sottopone una serie di domande chiave che sedimentano costantemente nella molteplice estrazione culturale del maestro, capace di mettere in relazione storiografia erudita e filologica, motivi di «buon metodo storico» propri del miglior positivismo, prassi storiografiche economiche-giuridiche, visioni e analisi critiche dell’idealismo di impronta crociana, trovando una sintesi nel riconoscimento dei singoli limiti, che vengono superati per cogliere spesso un profilo altamente umano, un sentimento che s’avvicina a un umanesimo bonario:

So bene – scriverà Falco all’altezza del 1953 in Cose di questi e di altri tempi, una sorta di memoriale d’affetti intarsiato nelle più profonde riflessioni di vita, a contatto con le esperienze di scuola e di studio – che, in questo nuovo tipo di storia della storiografia, in questa storiografia autobiografica, v’è un rischio, ed è che i più futili ricordi personali… prendano il sopravvento sulle serie ragioni della storia, che il discorso accademico si muti in una conversazione familiare… [Ma], dopo tanta tensione, gioverebbe forse alla salute ritornare, per poco, all’umanità e alla bonarietà muratoriana.

Il riferimento a Falco, per Cantimori, è davvero uno snodo imprescindibile: lo si avverte nel clamoroso gesto della letterale distruzione di un manuale ad uso scolastico, pressoché ultimato, che lo studioso romagnolo non ritiene all’altezza della prosa semplice ed efficace a illustrare la grande storia generale con la precisione, chiarezza e pregnanza propria degli storici «forti», come li definisce a un certo punto Falco, assegnando alla storia anche una qualche qualità misteriosa.
Ma va colta a sua volta l’umanità di Delio Cantimori, che in una specie di pubblica confessione svela, con mite limpidezza, un momento di furore del grande storico, che si mette a confronto con un suo potenziale modello, e se ne ritira subito del tutto, eliminando il frutto di tre anni di lavoro. Immagina addirittura una certa ironia che Falco avrebbe sicuramente espresso – sempre a suo dire – nel cogliere lo scoramento di un suo discepolo.
Si tenga presente che, in entrambi gli studiosi, rimane vivissimo il rapporto con gli studenti, e con la scuola intesa nei suoi vari gradi; valgano le seguenti parole di Falco: «E tuttavia debbo confessare che della scuola media ho serbato sempre caro ricordo, che vi ho imparato molte cose, perché nulla disciplina tanto la mente e obbliga a chiarire le idee, quanto l’insegnare ai ragazzi!».
Altre battute aprono un orizzonte più ampio, ma complementare alla concezione della persona ancor prima dello studioso: «nel lavoro erudito c’è molto altro di più sottile e che è difficile esprimere: il piacere segreto, il mondo ignoto, sorprendente, fantastico che s’apre all’esploratore, l’ansia della scoperta, il compiacimento ambiguo della certezza conquistata e degli errori altrui, la potente suggestione di cui si rianimano gli uomini e le cose del passato, di cento, di mille anni or sono, alla vista e al contatto dei documenti».
In siffatto percorso di conoscenza, v’è qualcosa che somiglia a un’andatura precaria, a un sentiero possibile ma giammai definitivo.
Cantimori riconosce il testo capolavoro Santa Romana Repubblica di Falco, «cioè la storia della fondazione d’Europa su base cristiana e romana, della formazione e della dissociazione del cattolicismo europeo», ove il mondo classico lascia in eredità all’Occidente «gli ordinamenti civili, cioè delle leggi e delle armi, delle città, dei monumenti pubblici, delle grandi vie di comunicazione, dei processi di produzione e di scambio, – patrimonio destinato a subire profonde alterazioni, ma a sopravvivere e a rivivere, – l’erudizione, la tecnica della lingua e dello stile, i modelli della letteratura e dell’arte, la speculazione platonica e neoplatonica che alimenterà il pensiero di S. Agostino e di Boezio, e, per essi, insieme con le dottrine aristoteliche, il pensiero dell’intero medio evo, in fine un senso d’impero e di civilitas, d’universalità politica, civile e umana, che durerà trasfuso e trasfigurato nella nuova coscienza politica e religiosa. […] La coscienza cristiana e romana, in una parola, cattolica, è la sostanza del medio evo. A questo credo vanno riferiti tutti i grandi momenti della storia medievale: la espansione e la formazione d’Europa su nuove basi, le lotte delle potestà universali, le guerre di conquista e di difesa contro Arabi, Turchi, Bizantini, il processo finale di differenziazione e dissociazione della repubblica cristiana […] la filosofia che è una teologia, il mondo sensibile considerato come specchio della Verità trascendente, le lettere e le arti destinate ad esaltare la fede, l’incessante richiamo all’ordine e alla purezza in mezzo all’anarchia e alla corruzione, il germogliare perenne delle profezie escatologiche e apocalittiche, la sorte degli uomini e dei popoli sulla terra concepita come un dramma umano e divino, che trae luce e valore dalla Rivelazione», sintetizza magistralmente l’autore di Santa Romana Repubblica.
Cantimori parla a lungo anche di Eugenio Garin, e definisce con estrema precisione le qualità operative che contraddistinguono lo studioso di storia in grado di «proporre problemi e impostazioni nuove», di «dar sostanza ai problemi e alle impostazioni con una ricerca filologica ed erudita, sistematica e criticamente controllata», di accompagnare «tutto questo lavoro di indagine empirica e di riflessione critica in modo da render presente il passato, vivi quelli che sembravan morti».
Si aggiungeva, in altra parte, una postilla sulla storia contemporanea, che doveva venire interpretata come «storia a carattere internazionale, fondata su una buona cultura generale di tipo geografico, statistico, economico, linguistico; alla limitazione del tempo dovrebbe corrispondere, mi sembra, l’estensione nello spazio; qui più che mai si dovrebbe rinunciare alla tentazione della trouvaille e della scoperta clamorosa, e occorrono informazione generale e intelletto politico; storia a carattere prevalentemente informativo e sistematico, fondata sulla cognizione dei sistemi di governo, delle dottrine giuridiche e politiche e delle istituzioni; non propongo un rifiuto dell’esplorazione archivistica; ma certo, in questa disciplina, non ci dovrebbe essere nessuna idolatria per l’esplorazione archivistica: cioè si dovrebbe esser consapevoli della difficoltà dell’esplorazione archivistica per i periodi più recenti, e della possibilità di trasformare la ricerca storica in un giuoco di rilevazioni retrospettive, e il documento storico in “pezza d’appoggio” per una controversia giuridica o una polemica politica: cioè di perdere il senso della prospettiva».
Tra i punti decisivi di Conversando di storia c’è, da una parte, la confessione di un percorso sofferto di formazione, capace d’interessare anche la sfera politica in alcuni passaggi, che Cantimori chiarisce in una sorta di confessione a cuore aperto, e, dall’altra, tutta una serie di accenni alla storia contemporanea, inseriti nel contesto dei corsi universitari. Siamo nel pieno corso degli anni Sessanta, poco prima che si scateni la contestazione giovanile, all’epoca della pubblicazione delle lettere su «Itinerari», come peraltro nella successiva raccolta in volume per Laterza, un momento topico di trapasso storico sotto lo sguardo di uno studioso di storia che preme per chiarire nel dettaglio i marosi della propria esistenza umana e professionale.
Per combattere ogni forma di moralismo, storico-politico in primis, è necessario discernere – afferma Cantimori – la varietà di correnti, movimenti, tendenze, persone, interessi economici e finanziari, illusioni, fantasie, incoscienze, che fanno capo a una vicenda della storia italiana così complessa e articolata, sia sul fronte delle adesioni al fascismo, sia nella parte avversa.
L’occasione è una riflessione profonda che prende spunto da un volume che aveva suscitato interesse nel corso del 1962 a seguito della pubblicazione della seconda edizione de Il lungo viaggio attraverso il fascismo di Zangrandi, un testo che aveva avviato un dibattito e coinvolto molti intellettuali italiani, tra cui Giuseppe Dessì, già allievo di un Cantimori appena venticinquenne in quel di Cagliari. La discrasia tra il ricordo del Dessì, e la puntigliosa e precisa affermazione dei nudi fatti da parte del maestro, è essa stessa una lezione di storia.
«La diffidenza è il primo fondamento della democrazia e della storiografia: e la vera e seria diffidenza è quella che comincia ad attuarsi verso sé stessi». È una massima lapidaria estratta dallo storico di vaglia, che diffida in primo luogo dalle mode autobiografiche che distolgono l’attenzione dai documenti dello storico, tendendo ad affibbiare ai diversi momenti e motivi della storia etichette schematiche e deleterie alla «consapevolezza politica e civile».
L’altro pericolo è quello di scaricare tra generazioni responsabilità e lasciti improvvidi, rincorrendo a ritroso il proprio destino e sfocando il senso del proprio tempo, non distinguendo con uno sguardo prossimo alle cose la proporzione degli eventi e la misura della propria indagine.
E pur tuttavia è indispensabile «precisare i propri ricordi», ancor più quando si è tirati in ballo in prima persona, e non è un caso che Cantimori accenni a volo d’uccello alla vicenda di Piovene, a sua volta autore di un libro (La coda di paglia) che affronta dall’interno un viaggio personale e esistenziale di autodifesa e di attacco, sottoposto ai traumi del cambiamento nelle contraddizioni e nelle mezze verità del quotidiano.
«Visionario di cose vere» si autodefinì Piovene in una rara ammissione, ricordata recentemente da Maurizio Serra in un saggio di straordinaria qualità. Uomo, Piovene, dalle tante ombre, spesso messe in risalto (la sua opera fiancheggiatrice a favore delle leggi razziali del 1938 con uno scritto, contra Judaeos, continuamente ripreso e citato), ma anche dalle moltissime luci: basti por mente a scritti dimenticati e dispersi di egregia fattura e di rara tenuta nel tempo, sia sul fronte saggistico (Viaggio in Italia, De America, Madame la France, La gente che perdè Gerusalemme, L’Europa semilibera) sia sul versante narrativo (Lettere di una novizia, Le furie, Le stelle fredde, Verità e menzogna, La gazzetta nera).
In verità, Piovene scrisse su «L’ambrosiano» e sul «Corriere della sera» pagine non certo memorabili in lode al regime e alla sua logica di conquista. Sterzò però senz’altro da destra a sinistra in seguito, con una propensione rapida e fuggiasca, con malcelato intento di liberarsi da un passato ingombrante per garantirsi un futuro. In una prospettiva storica, nondimeno, pare qui importante sottolineare un’idea dell’Italia che riesce a cogliersi attuale in alcune battute: «Partirebbe su una falsa premessa chi si ponesse in viaggio credendo il colore italiano distinto, per così dire, in grandi blocchi regionali. La varietà in Italia è più minuta e più complessa; il nostro paese esige, per essere ben capito, una sensibilità sempre sveglia, vibratile, pronta a captare i mutamenti anche nello spazio più breve».
Il viaggio in Italia non è stato solo un libro importante, nonché una trasmissione radiofonica di successo; scandiva un messaggio proiettato in un desiderio condiviso: «un mezzo potente per rinforzare, nella coscienza nazionale, una coscienza dello Stato: necessaria perché un popolo s’inserisca sempre più fortemente tra gli altri popoli, a beneficio della propria stabilità e di quella comune». Con una riflessione ulteriore, datata 1955, che già intravedeva l’intrinseca debolezza della società occidentale: «una speciale civiltà, forse la più ricca e la meno saggia, esposta a squilibri e degradazioni, e lacerazioni da tendenze centrifughe». E qui giova davvero ricordare l’intrecciarsi di vite prossime e parallele come quelle di Colorni, l’amico del cuore ma anche la metà di una fedeltà tradita negli ideali, e di Spinelli, che proprio con Piovene sembrano richiamare, con il nostro Cantimori, la complessità del secolo breve, il suo dipanarsi attraverso frangenti decisivi, che si compenetrano in processi molto più lenti e meditati.
«La scompostezza e la confusione ideologica di quei tempi», chiosa lo storico romagnolo, e il riferimento riguarda in particolare la seconda metà degli anni Venti e almeno la prima dei Trenta. Perché di qui partono quei ricordi personali che Cantimori lega alla conoscenza scolastica del Dessì, a cavallo dei due decenni, con un quadro personale dell’alunno che si staglia con nettezza nella memoria del professore, in grado di elencare tutta una serie di fatti e di letture personali (i singoli abbonamenti sottoscritti), ma anche le conoscenze minute e importanti, tra cui i forti ideali mazziniani che nella parte amata della sua Romagna, in pieno fascismo, trovavano voce presente.
Nel pieno del 1926, Cantimori aveva aderito al fascismo come studente universitario e non come professore. È l’adesione di un giovane, che per sua ammissione, l’esperto uomo di storia capace di osservarlo a distanza di quasi quarant’anni, giudica «pieno di confusione mentale e senza scusanti», come ad ammettere una situazione di inerzia quasi inevitabile, un riconoscimento di rivoluzione possibile italiana ed europea, che nel tempo si distingue nella presa di coscienza di una totale stoltezza del proprio punto di vista.
Entrano negli ingredienti di questo sapere e di questo processo per accumulazione Gentile, Croce, De Sanctis, Hegel, Mazzini, Gioberti, Gioacchino Volpe, Lutero, Burckhardt, Sorel, ma l’insegnante Cantimori è sollecito a leggere anche il primo volume del Capitale a richiesta di studenti che devono sempre «essere presi sul serio», a tal punto che l’impegno è così variegato da comprendere ricerche estese nella biblioteca universitaria, con un primo proficuo approccio nel contesto cagliaritano, sotto il profilo umano, sociale e politico, annoverando inoltre una collaborazione al foglio studentesco.
Un’applicazione costante a tutto spettro, con insegnamenti di storia, filosofia e diritto corporativo, che porterà Cantimori ad un esaurimento nervoso consumato durante l’estate, costringendolo a rientrare in Romagna, contrariamente ai propositi di rimanere sull’isola.
Lo studente Dessì, che nei suoi ricordi proclamava una compromissione più esplicita di Cantimori con il fascismo, con il proposito parallelo di intraprendere una lotta all’analfabetismo degli adulti, parla di disagio in una classe con una frequentazione di allievi provenienti prevalentemente da zone rurali. Non ricorda – a detta di Cantimori – che fu lo stesso professore a spingerlo a tentare la strada verso la Normale di Pisa, senza rammentare che sarebbe rimasta un’amicizia, a distanza di decenni, che non sarebbe comunque naufragata nei dettagli di una rievocazione precisa dei fatti e degli eventi.
Dovremmo tornare a toccare i tasti della dimensione etica di Cantimori.
Le domande che si pone sono incalzanti riguardo alla propria professionalità. La cura degli strumenti di lavoro, i ferri del mestiere, sono per lui una continua spinta al pensiero a voce alta. Arriverà a curare in prima persona un prezioso manuale di bibliografia, biblioteconomia, archivistica per Einaudi, indirizzato a un pubblico più vasto degli addetti ai lavori.
Senza contare il lavorio intellettuale attorno alle problematiche sollevate dal processo concorsuale per la selezione del direttore della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Sono dimensioni che interessano l’uomo di cultura, ma ancora prima l’uomo.
Con l’accento su un «senso civico tradizionale nei mazziniani cesenati», una sorta di inclusione mistica riguardante la dozzina di commissari impegnati, nei quali eccelle una volta tanto una robusta professionalità, per ridurre tutto in una parola, verso la cosa pubblica, verso il destino concreto delle biblioteche del territorio e della ricerca storica, rivolta agli studi cosiddetti locali ma che solo locali non sono.
E torna prepotente e tenace il ricordo a Renato Serra – il letterato insieme appartato ed europeo, già direttore della biblioteca cesenate, al quale Ezio Raimondi ha dedicato studi insuperati – che Cantimori richiama con un velo di nostalgia, rimembrando in cuor suo le grandi conversazioni su Serra e Burckhardt, fra i treni e un convegno dedicato a Serra con Raimondi, nel connubio di amicizia ritrovata tra lo storico e il letterato, alla scoperta dell’umano.
Ci fu anche una domanda inevasa di Raimondi su Burckhardt: era credente il grande storico svizzero?
Nel segno dell’amicizia e del desiderio, il nome di Renato Serra emerge come radice comune di una terra e di un metodo, di una ricerca seria e riservata anche nella temperie interiore inquieta e angustiata che non sminuisce il senso civile, anzi, lo rafforza di fronte alla sconfitta e al sacrificio.
Era il riconoscimento reciproco a un’arte del leggere che rimandava a una lettura ripetuta e sempre più meditata, con un’esattezza filologica capace di cogliere la molteplicità degli stili, in un commento che si faceva esso stesso esemplare, una sorta di disciplina morale.
Renato Serra, nel saggio mancato sullo Jean-Christophe di Rolland, riuscirà comunque a vivere uno stato necessario di analisi e di riflessione, di armonia interiore, di sforzo così assiduo a realizzare la vita nella sua interezza, una tensione scatenata dalla penetrazione intima di una lettura nella vita che continua nel dramma della storia.
E il richiamo cantimoriano a certe battute raimondiane su Serra lettore di Tolstoj fanno venire alla mente una celebre pagina di Guerra e pace, nella quale comunque una certa forma di vita prevale anche nella scena della desolazione seguita alla distruzione di Mosca:
«Come è difficile spiegare perché e dove si affrettano le formiche di un formicaio sconvolto, le une allontanandosi dal formicaio, e trascinando minuzzoli, uova, cadaveri, le altre tornando indietro verso il formicaio, e perché si urtano, si inseguono, si battono, così sarebbe difficile spiegare le cause che inducevano i russi, dopo la fuga dei francesi, ad affollarsi in quel luogo che era chiamato Mosca. Ma come, nel guardare le formiche disperse intorno al formicaio distrutto, malgrado la completa distruzione del formicaio, si vede dalla tenacia, dall’energia, dal numero incalcolabile degl’insetti in agitazione, che tutto è distrutto, fuorché qualcosa di indistruttibile, di immateriale, che costituisce tutta la forza del formicaio, così anche a Mosca, in ottobre, sebbene non ci fossero più né autorità, né immagini sacre né ricchezze né case, era la stessa Mosca che esisteva in agosto. Tutto era distrutto, fuorché qualcosa d’immateriale, ma potente e indistruttibile».
«La vita è rimasta – scriverà Serra – irriducibile nella sua animalità istintiva e primordiale, per cui la vicenda del sole e delle stagioni ha più importanza alla fine che tutte le guerre, rumori fugaci, percosse sorde che si confondono con tutto il resto del travaglio e del dolore fatale del vivere».
Non è questo il luogo di soffermarsi sui due saggi di Raimondi su Serra che, con Le pietre del sogno, costituiscono gli scritti davvero irrinunciabili dello studioso bolognese, lasciando da parte la profondissima indagine su Manzoni. Qui preme sottolineare che la citazione di Cantimori su Serra è espressa in funzione anche della missione del bibliotecario e della istituzione che rappresenta.
La riflessione accoglie l’importanza dei repertori, delle grandi fonti documentarie e narrative, e incardina nella figura del direttore un ruolo guida che assume in sé non solo la barra per l’indispensabile cultura locale, ma si fa garante dell’indirizzo culturale generale, capace di rispondere agli impulsi e alle sollecitazioni provenienti dall’utenza, in primis quella che compone il bacino naturale della sua azione, ancor prima dello studioso occasionale esterno.
Cantimori conferisce alla sua professionalità il compito delicatissimo di cultore e dissodatore di un terreno fertile che non rimanga solo potenziale. E qui si inserisce la sensibilità per ciò che rappresenta la migliore municipalità italiana, come scrigno prezioso di opportunità meritevole di essere svelato nelle sue minute e variegate misure. Regionalismo e municipalismo sono facce di uno spettro ampio al quale rivolgere un’attenzione dedicata e esclusiva, tale da non pregiudicare il dialogo continuo con ogni sapere in grado di interrelare campi diversi.
Lo sguardo di Cantimori è ampio ma definito sino al dettaglio, in virtù di una operatività dello studioso che conosce nel profondo le modalità organizzative e logistiche di chi fa cultura. Ne incarna la praticità aprendo l’orizzonte al sapere manuale, scientifico, non solo di impronta strettamente umanistica. Si faccia l’esempio di un appunto mosso agli architetti che regolarmente non prevedono uno spazio apposito per il magazzino dei libri oppure, su altro versante, il dispiacere espresso per la mancata conservazione di quotidiani e riviste, spesso limitati a una prima lettura e poi scartati per essere destinati all’eliminazione fisica.
Cantimori discuterà pure dell’esigenza di conciliare «l’ampio regno dei venti», inteso come desiderio di spaziare nell’esteso e dilatato campo del sapere, con l’intensa vitalità delle piccole cose, dei centri prossimi alla nostra vita più minuta, al senso profondo del nostro foro interiore che si sviluppa in un ethos bisognoso di un ambiente di riferimento. La biblioteca di un centro medio o piccolo diventa occasione di vita viva, nucleo attorno al quale si sviluppa una sedimentata sensibilità storica e politica legata alla cultura, snodo vitale di giovani e meno giovani che consente l’incontro delle diverse generazioni, un’opportunità che è propria della scuola, e solo qui vede ripetersi quel faccia a faccia che designa gli incontri umani autentici.

Importanti, nelle pagine di Conversando di storia, sono le considerazioni sull’insegnamento universitario, concepito da Cantimori con piena liberalità al di là degli steccati e delle appartenenze di scuderia.
Valga la profonda irritazione per ogni baronato universitario che perda di vista la qualità della ricerca e dell’insegnamento, non estranea la sorpresa del primo temporaneo stop all’ingresso nell’università inferto allo storico Renzo De Felice. Ma vi sono riflessioni capaci di interessare le modalità e gli indirizzi di eccellenza, che devono essere dedicati agli studi universitari, e che non possono essere incolpati per la penuria di buona divulgazione storica, da sempre tasto latente della nostra nazione, proprio perché essi non si propongono tale obiettivo.
«Le cattedre universitarie sono destinate all’insegnamento e non a premiare chi sa scrivere per un vasto pubblico opere interessanti. La serietà di un lavoro di ricerca storica non consiste nel titolo cattedratico del suo autore; e viceversa». Così si esprime Cantimori, ricordando fra l’altro che, in Italia, la letteratura storiografica di memorie, diari, libri di ricordi, epistolari, carteggi e documenti trovano accessi più impervi, ma sottolineando al contempo la proverbiale qualità di giornalisti, prevalentemente di scuola anglosassone, capaci di concorrere benevolmente alla formazione di un consolidato quadro storico, ricco di fatti ed eventi prima che di possibili interpretazioni. È il caso del citato Cecil Sprigge, splendido autore di notevoli testi storici che non trovano eguali fra i colleghi italiani. Cantimori si riferisce, in particolare, a un saggio pubblicato da Cappelli negli anni sessanta sulla storia italiana: si tratta di una riedizione densissima e accurata, perlopiù, di avvenimenti della seconda metà dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, scritti con chiarezza e rigore che sorprenderebbero anche lo storiografo più smaliziato.
Ma Cecil Sprigge non insegna all’università proprio per questo: egli lavora per un giornale, per un editore, per diverse riviste, il suo compito non è insegnare. La distinzione per Cantimori è nettissima: l’università rappresenta qualcosa di radicalmente diverso:

Ma allora, perché chiamare in ballo questa povera vecchia traballante, che tutti vogliono riformare, cambiare, rinnovare: ma intanto le danno medicine troppo moderne, troppo in dosi sproporzionate e irregolari; così, invece di curarla e rinnovarla, la ingrossano mostruosamente, con proliferazioni di seni, che sembra la Diana di Efeso, di braccia e di dita, da farla assomigliare alla dea Khali: nuove sedi universitarie, nuove Facoltà, nuove cattedre nelle Facoltà vecchie, vecchi insegnamenti nelle Facoltà nuove, moltiplicazione degli incarichi, tendenza di assistenti e incaricati a considerarsi inamovibili, debolezze varie e a volte scarso senso di responsabilità di cattedratici… Mostruoso: ma non è con nuove iniezioni di professorati storico-contemporanei o meno, che si guariscono questi mali.

Parole che si potrebbero sottoscrivere pienamente anche oggi, assieme alla premura che agli storici si possano chiedere informazioni bibliografiche, archivistiche, insegnamenti sui metodi di ricerca ma non consigli di marketing – diremmo con un termine omnicomprensivo.
Venturi, Romeo, Catalano e De Felice sono i nomi che Cantimori cita per coloro che possono essere definiti colti, in quanto lettori e studiosi di storia. Ma aggiunge:

Solo chi vive fuori della scuola può credere di poterle chiedere quello che non c’è nella società civile. La scuola può insegnar molto, se gli insegnanti sanno il loro mestiere, anche ai pigri, agli svogliati, ai distratti: ma non può insegnare nulla a coloro che sanno tutto quello che gli altri debbono fare, e per conto proprio non sanno altro che dire agli altri quel che debbono fare.

Serenità e contentezza sono stati d’animo che talvolta un insegnante è in grado di raggiungere e, soprattutto, di trasmettere o ricevere nel rapporto con le persone più giovani. Il non sentirsi inutili e il poter dare un’idea e un senso significativi della realtà delle cose sono lasciti che competono a questo specialissimo rapporto, che mette in campo le competenze più diverse, nonché terreno comune di interessi e frequentazioni culturali.
È un rapporto che una biblioteca può favorire: qui è possibile incontrare qualcuno che ci aiuti… Il ricordo coincide con il 6 luglio 1964, data in cui Cantimori apprende della scomparsa di Gertrud Bing, figura non comune, vero deus ex machina dell’Istituto Warburg di Londra e di quella particolarissima biblioteca. Era, si sa, centro illuminato di vivacissima liberalità, nucleo pulsante di un sapere reso fruibile allo studioso con il miglior agio possibile. Quanto alla Bing, è stata l’anima nobile e operosissima di un’organizzazione culturale che ha posto a disposizione – sempre con la massima cura possibile – ogni materiale reputato utile.
Tutto con la precisa intenzione di favorire un dialogo tra le discipline, che venivano accostate a libri che sembravano già dialogare tra loro, sin dal momento della loro collocazione, senza timore di proporre materiali preziosi e di pregio alla più libera circolazione e accessibilità.
Inoltre – narra Cantimori – se questo costituiva il primo passo tangibile per chiunque entrasse in biblioteca, il successivo, che si materializzava nella giornata seguente, consisteva nel trovare sul proprio tavolo di lavoro tutte le risorse disponibili su un dato argomento possedute dalla biblioteca.
Tale operoso collegamento di amorosi sensi era coordinato dalla Bing con il tatto e la leggerezza della padrona di casa, che nulla faceva pesare all’ospite, il quale avrebbe trovato – forse non senza meraviglia – una continua assistenza conforme ai propri desiderata:

Questo spirito universale, questo senso vivo della storicità della vita culturale, dell’importanza dei materiali anche come i libretti astrologici e le effemeridi più elementari, in quanto documentazione storica utile alla comprensione di certi nessi e di certe situazioni, e soprattutto giovevole per comprendere i processi di trasformazione subiti dalle tradizioni proprio nel loro tramandarsi e perpetuarsi, e per intendere le situazioni di tendenze, opinioni, credenze, non appariscenti perché non ufficiali ma non perciò meno operanti, è stato impersonato e incarnato per noi nella presenza vivace, attivissima, cordiale, di G. Bing: ninfa egeria modernissima – pronta a rifare, mentre accompagnava amici a casa guidando con perizia l’automobile, i calcoli che avevano potuto indurre il tale astrologo a un dato pronostico, a discutere dei romanzi di Zola, a consigliare sui precedenti lontanissimi del «contrasto fra il ricco e il povero», a informare o a chiedere particolari sull’opera del tal diplomatico dell’altrieri come dei simboli niellati sull’armatura d’un antico cavaliere: e non Le parlerò della vivacità della conversazione, della sua generosità semplice e immediata, dell’ironia – sempre precisa e atta a risvegliare menti addormentate, mai pungente o aspra – della lezione implicita nel suo chieder consiglio e informazioni a tutti come era pronta a dare informazioni e consiglio a tutti.

Cantimori insiste rivelando, nella conversazione, nei consigli, nelle discussioni della Bing, il grande respiro di Ranke, di Burckhardt, di Warburg, di Cassirer, di Schlosser, di Wölfflin, sempre coniugato a un rigorosissimo lavoro filologico con, al centro, un profondo interesse per l’uomo e le sue cose, come cultura animi.
Aby Warburg ne ha descritto la tenacia scientifica in Diario romano (1928-1929), un taccuino a due voci, intessuto di rimandi e descrizioni straordinarie dell’arte italiana in una sorta di romanzo di formazione tra visite e brevi escursioni nella campagna romana. «Tracce di problemi» persegue la Bing – scrive Warburg – nella sedimentazione di un passato composto da strati molteplici e colpito da una contemporaneità così rumorosa da apparire sconcertante.
Gertrud Bing avrà, di fatto, una sorta di effetto calmante per Warburg, che la rappresenterà come un’esclusiva, delicata raccoglitrice di faccende umane. E cogliamo, in alcune sue battute sopra Caprarola e Bracciano, il senso reale di questa affermazione, capace di penetrare nei marosi della storia:

Un tempo splendido: il paesaggio sereno e primaverile, anche se non grandioso come ad Anagni. Una prima sosta a [Galéria] che si raggiunge soltanto grazie a scomodi sentieri attraversando il prato. La prima veduta romantica – in senso tedesco – che vedo in Italia: ruderi completamente avvolti dall’edera, accanto una gola vulcanica bruscamente intagliata e attraversata da uno scrosciante ruscello fiancheggiato da rocce. La folta boscosità delle pendici fa intravedere i macigni. Sapendo che in questo luogo si è fermato Carlo V e che esso è stato abbandonato solo un secolo fa, abbiamo tratto il massimo beneficio da queste rovine grazie ai piaceri dell’intelletto e della lepidezza.

Esigenza di concretezza, certezza delle date, coltivazione accurata del dubbio, che veniva regolarmente ricordata in ogni suo seminario, sulla scia dell’analisi di Chabod dei dubbi teologici su grazia e salvezza, arte del dubbio come significato relativo e limitato di ogni conoscenza in un clima di tolleranza piena per ogni idea, ritorno minuzioso su argomenti già studiati e nuova integrazione di materiali freschi, considerazione di ricordi scritti e pubblicati di aspirazioni, passioni, programmi, speranze, tentativi non riusciti della parte dei vinti: tali sono, propriamente, gli spicchi di un metodo critico articolato, ricco di sfumature dove spesso contano più le domande delle risposte.
L’intonazione disposta all’ascolto e alla trasmissione di un sapere documentato, a partire da una piena consapevolezza del manuale, senza il quale non è possibile esercitare l’azione successiva, considera necessaria e indispensabile alla ricerca la solida acquisizione di una cultura storica generale che trova terreno fertile in una attenzione speciale verso i testi di riferimento generale.
È una ricerca di metodo, che avviene attraverso una traditio, una continuità che si esplica in un genere letterario arduo, perché esigentissimo e Cantimori lo aveva provato sulla propria pelle, interiorizzando la difficoltà a mantenere viva una linea univoca che andava nella direzione di un tono tutt’altro che aperto e molteplice, e costringeva a un risoluto e ostinato sottofondo uniforme.
Il profondo rispetto per la storia generale e la considerazione alta per la divulgazione sono proprie dello spirito di gruppo, di quei piccoli nuclei di persone a cui Cantimori riserverà attenzioni e consigli nella sua opera di insegnante, con un interesse spiccato anche per le grandi riforme universitarie lette nel contesto delle concezioni di Humboldt e Savigny, dei suoi ultimi approfondimenti.
Il lavoro d’archivio e l’attenta lettura dei testi rimangono le architravi del suo operare, la lettura che riusciva a comprendere, specie nelle attività seminariali, uno sguardo amplissimo di prospettive in pagine solo apparentemente lontane, ma che venivano ben presto ricondotte a un discorso di stretta pertinenza al tema affrontato.
Vocazione alla lettura paziente dei testi, propensione a rilevare i dettagli più minuti, previsione di ulteriori sviluppi e della sorprendente importanza di aspetti magari già noti ma colti in una luce del tutto imprevista – «nulla è più inedito dell’edito», amava ripetere – appaiono elementi determinanti di una filologia reale, calata non nelle forme, ma nella concretezza dell’esperienza umana, scandagliata attraverso i testi, in una sorta di mosaico che attende una plausibile ricomposizione nel dialogo.
Era un dialogo che, fra biblioteche, libri, lezioni e seminari, vedeva protagonista pure lo strumento epistolare, viatico di confronto e, all’occorrenza, di conflitto, di aperta e disinteressata tribuna; un dialogo che sapeva diventare partecipazione fonda alla vita, offerta nell’occasione dell’incontro e dello scambio, nella forma nobile dell’ascolto e del confronto reciproco. Lo sviluppo autonomo dei giovani risultava il dono naturale di un atteggiamento che considerava la responsabilità verso le generazioni prossime la miglior garanzia per il futuro, un modo ottimo per conoscere la storia sul crinale dell’umano.