Il privato è pubblico – La scrittura antipolitica di Vitaliano Trevisan
Alberto Russo Previtali, Il privato è pubblico – La scrittura antipolitica di Vitaliano Trevisan, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 14, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13737
«la morale pubblica che più si dice progressista, umanitaria e corretta, è quella che più rigidamente cataloga, ovvero condanna senza appello, chi si “macchia” di determinati crimini cosiddetti infami.1»
Uno scrittore di valore
In Un mondo meraviglioso, prima anta della Trilogia di Thomas, ci si imbatte in una riflessione sulla morte come momento di riscrittura di una vita, come passaggio dal presente aperto sulla molteplicità dei possibili al passato fissato in una narrazione:
«Passando la nostra esistenza dal presente al passato, si diviene, al passato, ciò che non si era, al presente. Il segreto è tutto qui, pensavo, tutto racchiuso in una variazione del tempo verbale e nient’altro, e variando il tempo verbale varia inesorabilmente tutto il nostro essere.2»
Si tratta di una dinamica che si manifesta sempre con forza quando a morire è una personalità chiamata a fare parte della storia di un ambito socialmente rilevante. La scomparsa improvvisa di Vitaliano Trevisan all’inizio di gennaio del 2022 non è sfuggita al fenomeno da lui così ben descritto. La sua morte ha innescato immediatamente delle considerazioni sul valore della sua opera nella storia della letteratura, trasformando per sempre l’uomo vivente in autore.
Sulla copertina di Black Tulips, romanzo pubblicato nel 2022, si legge sopra il titolo: «l’opera postuma di uno dei più grandi autori della sua generazione3.» Si tratta di un giudizio dal tono superlativo che si ritrova spesso negli articoli e nei saggi scritti sull’autore negli ultimi anni. Nel giorno della morte dell’autore, sul blog letterario Le parole e le cose viene ripubblicata una recensione a Works di Andrea Cortellessa, preceduta da un cappello introduttivo che inizia con queste parole «È morto oggi Vitaliano Trevisan, uno degli scrittori italiani contemporanei più importanti4.» All’inizio di un articolo del 7 novembre 2022 su Black Tulips, Gilda Policastro spinge più in alto queste affermazioni: «Vitaliano Trevisan, uno dei più grandi autori non ‘della sua generazione’ (come scrive il suo editore in copertina), ma, all’opposto, della letteratura italiana non generazionale degli ultimi quarant’anni5.» Nel seguito del testo, il giudizio diventa ancora più perentorio: «Fatichiamo a riconoscere in Trevisan uno scrittore (il migliore, senza partita né rivali, in questo millennio), perché non apparecchia nessuna storia di quelle che ci siamo abituati a leggere nei romanzi correnti» 6. Ritroviamo questo giudizio nella quarta di copertina della prima monografia critica dedicata a Trevisan, qui definito: «il maggior prosatore italiano del primo Duemila 7.»
Al di là della tendenza valutativa a fissare primati (utili solo al tentativo di costruzione del canone), ciò che importa è il delinearsi di un valore assoluto dell’opera nel panorama della letteratura italiana del XXI secolo. Ciò determina l’apertura del tempo dell’analisi e dell’interpretazione, ovvero della costruzione di un sapere capace di spiegare in modo discorsivo le ragioni di quel valore. In questa prospettiva, la prima qualità del Trevisan scrittore che emerge è certamente l’autenticità della sua vocazione, ovvero la sua strenua volontà di resistenza a qualunque compromesso che implichi il rischio di rendere compiacente la sua scrittura. Questa immagine di scrittore irriducibile, fedele solo alle ragioni profonde della letteratura, è l’autore stesso a proporla con assiduità in tutta la sua opera, con diverse modalità. Qui, importa ricordare che per dare forza a questa ripetuta autoinvestitura nel nome della purezza, Trevisan cita, tra molti autori che rappresentano per lui un punto di riferimento, Thomas Bernhard e Samuel Beckett (con Francis Bacon) come modelli prediletti:
«ciò che […] è importante sottolineare è come quel periodo di mobilità burocraticamente astratto, per così dire, sia stato per me un periodo di effettiva continua quasi frenetica mobilità sotto tutti i punti di vista, non ultimo quello del pensiero e della scrittura […] che […] deve all’incontro con Thomas Bernhard […] almeno quanto deve a quello con Samuel B. Beckett, avvenuto molti anni prima, che non è inferiore a quello con Francis Bacon. 8»
Attraverso queste indicazioni, l’autorappresentazione di sé come scrittore ispirato profondamente da quei modelli (un’ispirazione che, secondo alcuni critici, nel caso di Bernhard sconfinerebbe in un’aperta imitazione 9) diventa al tempo stesso, anche se inconsapevolmente, un modo di valorizzare gli aspetti della propria scrittura più vicini alle caratteristiche immediatamente evocate dai nomi di quegli autori: nichilismo, scavo nel non senso e nell’assurdo, dimensione patologica, confronto della scrittura con l’attaccamento conflittuale al materno e con il problema etico del suicidio. Queste caratteristiche, così centrali nell’opera di Trevisan e così legate all’effetto di autenticità che l’attraversa, vengono poi implementate dalla vocazione autofittiva e non-fittiva della sua scrittura, creando così un legame tra la centralità dell’io, la ricerca della verità come sfida ai limiti dell’esistenza e il confronto distruttivo con il nulla e con i “crolli” psichici.
Politicità e apoliticità
Di fronte a questi elementi, alla loro singolare forza, si profila, in sede critica, il dovere di ricostruire la trama delle loro connessioni con gli aspetti politici e sociali della scrittura di Trevisan, ovvero con quell’insieme di temi, problemi e complessi che, seppure in modo deformato e negativo, insistono con forza sulla presenza e l’importanza della dimensione collettiva e dei valori legati a essa. Come ricorda Emanuele Zinato, anche in questo ambito Trevisan si attesta come uno scrittore di grande valore:
«Trevisan, grazie alla sua ricerca polemica e invettivale, si configura come il maggior prosatore politico italiano contemporaneo. In modo solo apparentemente paradossale, è la negazione di “una qualsiasi prospettiva” a permettere la sola radicale prospettiva possibile alle scritture oggi: l’opera di demistificazione.10»
Ancora una volta, al di là del primato letterario (di cui probabilmente l’autore stesso avrebbe diffidato, sottoponendolo alla sua parola demistificante) ciò che importa è il valore indiscutibile, in questo caso il valore politico, dell’opera di Trevisan. Con giustezza, Zinato collega l’altezza di quel valore al talento da polemista dello scrittore e alla sua tendenza ad affidarsi alla forza corrosiva di un’invettiva abitata dalla contraddizione. In effetti, in questa scrittura assistiamo a una «coesistenza contraddittoria fra dissimulazione, intento polemico e utopia rimossa», nella quale «il sarcasmo coesiste con un bisogno tanto acuto quanto negato di ascolto e di persuasione.11». Oltre alla descrizione della forma dell’invettiva, altrettanto condivisibile è l’identificazione dei suoi oggetti: «le parole e i luoghi comuni dei vincitori», ovvero «il pensiero dominante. 12»
Queste intuizioni potrebbero porsi come base per una lettura approfondita della dimensione politica della scrittura di Trevisan, che dovrebbe portare a un’interpretazione articolata dei suoi caratteri peculiari di ambivalenza e contraddittorietà, e dei legami che quest’ultimi intrattengono con altri aspetti fondamentali dell’opera, come quelli della patologia e del nichilismo. Qualunque indagine su questo terreno è però destinata ad affrontare un problema liminare e inaggirabile, una contraddizione fondamentale che riguarda la possibilità stessa di chiamare “politica” la scrittura di Trevisan: il fatto che la sua postura enunciativa ed esistenziale sembri negare qualsiasi volontà di sostenere la propria scrittura con un valore politico positivo. Questa negazione giunge fino all’apoliticità, che viene affermata esplicitamente in Works, attraverso la descrizione di un ex compagno dell’Istituto tecnico divenuto datore di lavoro dell’autore-narratore:
«Molto diverso da me, ma come me del tutto apolitico. Mai iscritto alla fottutissima Democrazia Cristiana, mentre lo era la totalità degli altri professionisti che si erano spartiti il territorio comunale. […] Non posso dire che lui, il mio amico, non abbia contribuito a frammentare ulteriormente, ma almeno non ha mai fatto finta di farlo per il bene comune ed è questa una cosa che ho sempre apprezzato.13»
L’aggettivo politico potrebbe essere qui inteso in senso restrittivo, ovvero come espressione di un’estraneità alla politica concepita come spazio di sintesi tra le istanze della società civile e le istituzioni: come spazio dei partiti. Tuttavia, oltre alla miriade di indizi che portano a dare un’interpretazione più radicale di questo aggettivo, in un passo dei Quindicimila passi si incontra un’affermazione che non lascia spazio a dubbi:
«Il picco, nel grafico della densità di sciocchezze, si ha in ambito politico, parola che ormai vuol talmente dire da non riuscire più a dire nulla, in quanto concetto perduto e mai ritrovato, tanto da indurmi a dubitare che sia mai esistito.14»
Queste precisazioni esplicite contribuiscono ad aprire un’evidente incoerenza discorsiva che attraversa in profondità la scrittura di Trevisan. Il rifiuto radicale della politica si inserisce nell’autorappresentazione dello scrittore che resiste di fronte agli imperativi sociali, costantemente impegnato a evitare l’accomodamento. Questa postura investe diversi campi e diverse situazioni esistenziali (il rapporto con la scuola, con il mondo del lavoro, con le donne, con la famiglia, con l’industria culturale), ma deve anche essere letta come un carattere essenziale della scrittura, una costante che contribuisce sia all’intreccio dei temi che alla definizione dello stile.
Il rifiuto del compromesso
Il rifiuto del compromesso attraversa con forza l’intera l’opera: si manifesta in tutta la sua chiarezza in Works, come dato psicologico di fondo di un approccio alla realtà al tempo stesso eroico e autolesionista; lo ritroviamo poi, ad esempio, nei Quindicimila passi, incarnato nel personaggio del fratello che rigetta l’inevitabile distacco dalla sorella, il valore del lavoro o la legittimità del sapere universitario; in Una notte in Tunisia, dove il personaggio di Craxi è caratterizzato in primo luogo dal rifiuto di tornare in patria per scendere a patti con la giustizia e l’opinione pubblica; in Oscillazioni, nella voce monologante del protagonista impegnato a sottrarsi alla paternità. Non stupisce dunque, in questo quadro di resistenze alla mediazione, di ritrovarvi anche il disprezzo e il rifiuto della dimensione politica. Tuttavia, questo disprezzo e questo rifiuto dichiarati e coerenti con l’autorappresentazione sono poi in contraddizione con la presenza ossessiva di moltissimi temi a rilevanza fortemente politica (lavoro, gestione urbanistica, classi sociali, droga, partiti, Chiesa etc.). Perché allora l’autore si dichiara apolitico e giunge perfino a dubitare della consistenza del concetto di “politico”?
Per rispondere a questa domanda occorre in primo luogo collegare la posizione del rifiuto del compromesso con l’etica della scrittura. Per Trevisan, scrivere è una pratica di verità che si fonda sul tentativo della massima sincerità o, meglio, del massimo rifiuto dell’ipocrisia. Se la scrittura «è soprattutto lo spazio di verifica dell’esistenza15», essa è tanto più riuscita quanto più ravvicinato è il contatto non menzognero con l’orizzonte della morte e del nulla:
«Dentro di me ho una sorgente di tristezza che si esaurirà solo con la morte, così penso e così, fin da bambino, ho sempre pensato. […] Al nulla sono abituato e nel nulla mi precipiterò volentieri, senza dare soddisfazione a nessuno. Non si tratta in fondo che di passare da un vuoto a un altro vuoto.16»
La scrittura è allora un modo per muoversi e per resistere nella successione di vuoti che attraversano l’esistenza. Soltanto a partire dal nulla e dalla morte, si possono affrontare i temi politici, soltanto, cioè, attraverso una demistificazione che tocchi non solo gli oggetti dell’ambito politico, ma la stessa intenzione di scrivere per servire un valore politico positivo, per rafforzare una verità generale che si vorrebbe sostituire a quelle dominanti. Scrivere con questa intenzione significherebbe tradire le ragioni prime della letteratura, la fedeltà al nulla che essa richiede. Quindi, sia il volere essere politico che il non impegnarsi a non essere politico determinerebbero l’accettazione di una verità socializzata e quindi illusoria. L’unica posizione da cui la scrittura può nascere con qualche speranza di non essere ipocrita è quella del “no”, della negazione:
«Non si sceglie di vivere
si vive e basta
Si sceglie di morire.
Solo chi dice no
sceglie
chi dice di sì non sceglie un cazzo
Ogni uomo che dice di sì
dice una bugia
la verità è questa.17»
Dire “sì”, cedere alle parole d’ordine e alle consuetudini sociali significa entrare nella menzogna, uscire dall’unica verità possibile: quella di scegliere di non compromettersi, di smascherare le false verità. Tra il sì e il no non possono esserci sfumature, come crede la cultura della conciliazione. Ecco, dunque, che di fronte all’evanescente “ambito politico”, non ci può essere distinzione tra le categorie di “scrittura civile”, “scrittura politica” o “scrittura impegnata”. La sensibilità civile e la militanza politica sono solo due gradi del compromesso, del “sì” menzognero, ed entrambi devono essere dissacrati attraverso l’invettiva.
La scrittura antipolitica
Ora, se la scrittura, nel suo intimo legame con il nulla, il vuoto e la morte, non può essere il luogo di una nessuna verità positiva, si ritrova costretta a divenire una scrittura antagonista, che non può che porsi contro le false verità sociali penetrate da un discorso moralistico, che in Trevisan sembra essere l’unica forma che può assumere il politico come discorso universalista. La posizione di rifiuto del compromesso potrà e dovrà investire con la sua parola le categorie stesse di “politico” e di impegno”, e prodursi come scrittura antipolitica e di anti-impegno. Solo nell’opposizione, nel “no” aggressivo e dissacrante, può prodursi, nella demistificazione, un’autenticità. Questo “no” infatti non è la radice di un’ostilità puramente nichilistica, che vuole la distruzione del politico in favore dell’accrescimento del senso di potenza dell’io individuale. La scrittura deve stare in esso come su un limite, il quale, come spiega Luca Illetterati «è sempre strutturalmente insieme una cosa e il suo altro, insieme ciò che costituisce la cosa nella sua specifica identità e il luogo della sua negazione18.» Sulla frontiera che corre tra la descrizione e la negazione dell’oggetto, la scrittura antipolitica vuole svelare a colpi di martello le menzogne del politico, ovvero le sfasature tra i discorsi e le pratiche che in esso si producono sotto l’influenza dell’interesse individuale.
La politica propone pseudo-verità che la scrittura deve nominare e negare, per cercare l’incontro con delle forme non ipocrite di legame sociale. L’ostilità è dunque al servizio dello svelamento, ovvero della verità ridotta alla sua unica forma possibile: una verità negata, un’anti-verità che trova le sue forme privilegiate nell’invettiva e nella polemica. Quest’ultime, dato il loro carattere viscerale, non sono fondate sulla coerenza e sulla linearità del ragionamento, ma sul “no” fondamentale, sull’idiosincrasia che genera ossessività e ruminazione, ma anche rivendicazione dell’integrità soggettiva:
«molti di quei giovani arrabbiati di estrema sinistra, giunti al dunque, hanno accettato, e alcuni anche cercato, le opportune raccomandazioni, ognuno approfittando della camicia in cui si trovava a essere nato – e la camicia è: famiglia, posizione, diritti acquisiti eccetera – e così facendo hanno fatto carriera e sono ora rispettabili cittadini. 19»
In questo passo, tratto da una nota di Works, vengono enunciati con chiarezza due temi ricorrenti della scrittura antipolitica di Trevisan: la critica dell’impegno politico di sinistra e l’importanza dell’appartenenza a una classe sociale. La raccomandazione è una forma indegna di compromesso che rivela l’ipocrisia di molti giovani di sinistra che fingono di tradire la propria appartenenza di classe. A più riprese l’autore afferma che le radici sociali incidono in modo immodificabile su un individuo, configurandosi più come una questione di razza che di classe:
«L’autore ha scoperto che il mondo in cui si ritrova a operare, quel mondo cosiddetto artistico e pseudoartistico, è composto di una umanità d’altra razza rispetto alla sua. Se razza non piace, sostituire con classe. Mi riferisco alle origini. Le mie sono proletarie. Padre operaio – se essere un celerino si può equiparare a essere un operaio, con Pasolini credo di sì, e madre casalinga. Sette anni di scuola in due.20»
L’impegno di sinistra è dunque percepito come un fenomeno di ipocrisia interessata, alimentato da borghesi e piccolo-borghesi spesso operanti nel campo giornalistico e culturale (letteratura, teatro, cinema, arte). Ovviamente, la critica alla cultura di sinistra si aggiunge a quella, ancora più centrale e ricorrente, rivolta al potere e alla cultura cattolici e alla Democrazia Cristiana, e poi a quelle più marginali che investono il partito socialista e la destra berlusconiana. Ma l’autore è attentissimo a non creare gerarchie fra questi oggetti polemici, in modo da evitare il rischio di inquinare l’etica della scrittura con un valore positivo fondato sull’etica politica:
«Come se la politica così spaventosamente ipocrita dei paesi occidentali, e del nostro in particolare, la cui economia ha bisogno non solo di importare manodopera, ma di importarla clandestinamente […] non avesse l’effetto, specie nel Sud Italia […] di aggiungere un altro gradino da scendere nella cosiddetta scala sociale. Verso il basso […] ancora e sempre verso il basso, così che ci si ritrova sempre più spesso a dover scegliere tra una mostruosa arroganza, verso destra, e un’ipocrisia non meno mostruosa, verso sinistra.21»
È chiaro, però, che nell’autorappresentazione di sé come autore autentico è soprattutto la distanza dall’impegno progressista a permettere di esprimere meglio la propria concezione nichilistica della scrittura. Una concezione inseparabile da un’etica soggettiva fondata più sul gusto che sulla separazione tra male e bene. È questa etica fondata sull’estetica, in cui esistenza e scrittura si ritrovano annodate, che impedisce l’autore-protagonista di Works di piegarsi alla logica della raccomandazione e del compromesso:
«Faccio un lavoro statale, così avrò più tempo per fare le cose che mi interessano; oppure: Accetto le regole del gioco, poi, una volta dentro, cambierò le cose dall’interno. Stupidaggini, tutte. Mai conosciuto nessuno che, una volta avuto un lavoro statale, non sia poi anche diventato statale fin nell’intimo della sua essenza. Vale anche per i bancari, per gli architetti, per gli ingegneri, i geometri, i dirigenti, quadri, impiegati e giù fino agli operai dato che anche per fare l’operaio in certe aziende è necessaria la fottuta raccomandazione. 22»
La critica ai raccomandati, e in particolare ai raccomandati di sinistra, ha come oggetto principale la loro ipocrisia, lo scarto fra il loro discorso sul sistema sociale e le loro azioni completamente allineate e sincronizzate con le logiche meschine, borghesi e piccolo-borghesi, del sistema stesso. Si tratta di una critica che investe soprattutto il mondo della cultura, e in particolare la scrittura giornalistica. Ma ancora più importante è la rivendicazione continua della posizione da cui questa critica è pronunciata: dal basso, da un’indiscutibile appartenenza alla razza-classe dei proletari. Questa rivendicazione conferisce al discorso antipolitico di Trevisan un radicamento profondo, che precede le possibilità di mistificazione della parola. La sovrapposizione tra razza e classe permette di dare alla determinazione della nascita, della “camicia”, una connotazione che assomiglia più a un vincolo di tipo genetico-somatico che a una mera connotazione culturale, decostruibile in un discorso.
Un’insostenibile ipocrisia
L’uso del termine razza può essere considerato come uno dei numerosi echi pasoliniani presenti nell’opera di Trevisan, soprattutto nelle sue parti più impegnate sul terreno del discorso antipolitico23. In Il Ponte. Un crollo, ovvero nel testo più largamente influenzato da Pasolini, ritroviamo al cuore dell’invettiva più corrosiva del romanzo un’accusa di ipocrisia e tradimento rivolta alla classe dirigente di sinistra:
«Povero Pasolini, che riponeva le sue speranze nei giovani comunisti! Se solo li vedesse ora, quei piccolo borghesi che hanno tradito in tempo di pace, per salvare i loro appartamenti in centro, o le loro ville e villette in Toscana, le loro barche a vela eccetera. Si sono addirittura inventati una guerra che non c’è mai stata, e chiedono di continuo un armistizio che, nei fatti, è già da tempo attuato; e pur sapendo benissimo tutto questo, non smettono di chiedersi: perché non riusciamo a farci capire? Perché non riusciamo a descrivere la realtà? Perché non riusciamo a scriverla, a recitarla, a filmarla?24»
In queste righe di grande densità, attraverso il suo discorso polemico, Trevisan non tenta solo di dare un’immagine il più possibile veritiera della posizione interessata dei politici e degli intellettuali progressisti in seno al sistema politico-sociale. Ciò che più importa è l’interpretazione della loro sterilità discorsiva, della perdita di aderenza della loro parola a causa di “fatti” che fingono di non vedere, “fatti” che conoscono senza assumerli nella coscienza, ritrovandosi così in un’incomprensione ossessiva rispetto alla propria posizione. Di fronte alla fine della «guerra» nelle sue forme novecentesche, la loro incapacità di aprirne un’altra su un terreno attuale rende irrelati la loro forma di cultura e il loro linguaggio, nei quali restano per comodità, lamentandosi poi dell’incomprensione delle classi da cui dovrebbero avere ascolto e seguito.
Trevisan ripete che il linguaggio più toccato da questo fenomeno di ipocrisia strutturale è quello giornalistico, che ha a suo avviso occupato abusivamente lo spazio collettivo con una sorta di chiacchiera generalizzata attraversata da parole vuote, che non hanno nessun legame concreto con la realtà. Nell’invettiva centrale de Il Ponte, gli intellettuali di sinistra europei che scrivono sui giornali sono il bersaglio centrale della critica:
«Quei tediosi intellettuali di sinistra europei, avevo detto una volta a Hennetmair, che infestano le terze pagine di tutti i maggiori quotidiani di sinistra europei, non sono nulla in confronto ai tediosissimi intellettuali di sinistra italiani, che infestano non solo le terze, ma anche prime e le seconde pagine e scrivono di tutto su tutti e su tutto, con quel loro rivoltante italiano da terza pagina, che non è altro che un susseguirsi di pensierini, per lo più deboli, molli, privi di consistenza, tutti tesi a sostenere una situazione insostenibile, a difendere posizioni indifendibili, a far sì che tutto resti in piedi, anche se nessuno, da decenni, ci crede più.25»
L’interlocutore tedesco, l’amico bernhardiano Hennetmair, permette alla critica di declinarsi in chiave apertamente antipatriottica, secondo una linea polemica ossessivamente presente in tutte le opere. Si tratta di un odio per la propria appartenenza identitaria, che investe iperbolicamente tutte le patrie, dalla dimensione locale (Vicenza e provincia) e regionale (il Veneto) a quella nazionale e viceversa: «Italia, vero buco di provincia del mondo di cui la nostra provincia non è che il buco del buco.26» Nell’invettiva antipatriottica di cui Hennetmair è il destinatario, il senso più importante riguarda la portata del «crollo» che ha determinato in Italia il collasso dello spazio comunicativo pubblico, del «raggionare comune. 27» Questo «crollo totale del passato nel presente 28» è pensato, attraverso il Pasolini corsaro e luterano, come crollo di tutti i valori tradizionali che permettevano, pur nella loro falsa consistenza, di legittimare il pensiero e l’impegno di coloro che cercavano un’alternativa a essi. Il crollo di quei «valori nazionalizzati» ha determinato al tempo stesso un crollo del linguaggio e del pensiero progressista, i quali, al pari delle idee conservatrici, continuano a essere ripetuti in uno scenario di diniego generalizzato, in cui lo stato di fatto rimosso svuota i discorsi del loro senso e della loro legittimità, creando una realtà ipocrita e falsa: «una situazione insostenibile».
La connivenza e l’origine
Smascherare questa situazione dal margine, con parole sostenute fattualmente dall’appartenenza alla propria razza-classe proletaria, è il compito etico della scrittura antipolitica. Con una terminologia oggi di moda, si potrebbe dire che il bersaglio critico di Trevisan sia il “politicamente corretto”, ma in base agli argomenti sviluppati fin qui, possiamo affermare con tranquillità che questa sarebbe una lettura banalizzante. La scrittura antipolitica di Trevisan ha come oggetto il politico in un senso più complesso e profondo di quello che designa la categoria del “politicamente corretto”, inventata e utilizzata dalle forze reazionarie per cercare di ridare consistenza ai propri valori nella situazione di diniego descritta. Un tentativo che, viste le premesse, non può che essere votato allo scacco, ovvero alla falsità e all’ipocrisia. È innegabile, però, che su questo terreno alcuni argomenti dell’autore rischino di prestarsi al gioco del discorso populista e, in minima parte, a quello dell’ideologia neofascista29. Il rischio è molto limitato per il secondo caso, poiché oltre al carattere libertario e antipatriottico di Trevisan, che lo porta a criticare le posizioni di sinistra per ragioni diametralmente opposte a quelle dei neofascisti, a scanso di equivoci in Works si trova una presa di posizione netta nei riguardi dei nostalgici di estrema destra:
«Era un periodo in cui vedevo svastiche e dieresi dappertutto. Le vedevo perché c’erano. Da quando il grande venditore aveva scoperchiato la vasca di decantazione che li aveva fin lì contenuti, i topi di fogna, cui non pareva vero di poter finalmente correre liberi all’aria aperta, non smettevano di uscirne, portando con loro i simboli di un passato di cui forse sarebbe meglio aver perso memoria.30»
Qualche riga, forse proprio per evitare malintesi: per scongiurare anche il minimo rischio di confusione, ma anche per mostrare ai «topi di fogna» che nel proprio discorso antipolitico essi non hanno nemmeno la dignità di un oggetto, e non meritano che poche parole ingiuriose. Molto più scivoloso è invece il primo caso, poiché diverse prese di posizione dell’autore potrebbero essere confuse con quelle della mentalità populista: il discorso contro la politica, la condanna trasversale di centro, destra e sinistra, e infine la rivendicazione ripetuta della propria appartenenza alla classe proletaria.
Partendo da quest’ultimo punto, occorre in primo luogo specificare che la critica e l’odio di Trevisan, pur rivolgendosi spesso verso l’ipocrisia borghese, non sono attraversati da una visione dicotomica della società, secondo la quale in basso ci sarebbe il popolo innocente e in alto l’élite corrotta e corruttrice. Questo perché il discorso antipolitico dello scrittore è soprattutto la negazione di uno spazio universalista in nome di un’etica singolare, che è quella della verità esistenziale della scrittura. Nessuno di fronte al degrado sociale può sottrarsi alle sue responsabilità, al dovere di non cedere alla menzogna e all’ipocrisia. La corruzione è dunque sempre un fenomeno condiviso, in cui tutti giocano un ruolo:
«I governi che durano, e per governo intendo un sistema […] finiscono per radunare nelle proprie mani una quantità di interessi così capillarmente ramificati, che arrivano a far desiderare il loro perdurare agli stessi co-interessati oppositori. La parola connivenza affiora, la parola sudditanza affonda. Si palesa così un movente generale: il periodo storico, il territorio, la natura umana.31»
La condanna della cultura democristiana e del falso impegno progressista da parte di Trevisan non devono dunque essere confusi con l’ostilità verso le élites tipica del populismo. Quest’ultima, in effetti, non è finalizzata a rimettere in discussione lo spazio del politico in sé, ma solo a delegittimare una classe dirigente ritenuta responsabile di tutti i mali. La differenza è osservabile chiaramente quando lo scrittore, oltre a padroni, intellettuali e amministratori, prende di mira anche coloro che, a livello inferiore, accettano di piegarsi alla logica della raccomandazione, contribuendo nel modo più ignobile e a volte inconsapevole al perpetuarsi del degrado. La rivendicazione dell’appartenenza alla razza-classe proletaria è allora anche un modo per resistere alla tentazione della connivenza, per affermare l’autosufficienza della propria cultura e quindi la propria fierezza, che deve portare a evitare qualunque forma di sudditanza. L’appartenenza alla propria razza-classe è assunta come uno spazio di verità esterna allo spazio della falsità e del co-interesse. In questo senso, essa opera in modo contrario rispetto al fenomeno del populismo, in cui gli individui delle classi subalterne proiettano sull’immagine delle élites frustrazioni e invidie inconfessabili. Per Trevisan si tratta invece di verità e di fedeltà: non compromettersi per un’ascensione sociale che non potrebbe mai cambiare la “camicia” in cui un individuo è nato, il suo destino: «L’origine è un vestito che uno non smette mai.32»
Oltre la negazione
La visione dal margine è un ancoraggio etico che permette alla scrittura polemica di caricarsi di un valore di autenticità, di resistere ai luoghi comuni e di decostruirli 33. Spesso, però, da questa posizione, il discorso antipolitico, pur senza divenire affermativo, riesce a spostarsi su un fronte attivo. Alle estremità del discorso antipolitico non c’è solo la scrittura che si dipana sulle frontiere del nulla, sull’orlo del suicidio, tra un vuoto e un altro vuoto. C’è anche una scrittura che descrive e racconta gli ambienti subalterni della società (lavoro manuale, prostituzione, droga) da una vera aderenza, da un’immersione che non è quella dell’osservatore borghese che tenta di partecipare alla vita dei proletari. L’esperienza di Trevisan è diretta, ma non lo è la sua scrittura: gli scambi tra la sua prima e la sua seconda vita, come egli le chiama, gli hanno permesso di essere al tempo stesso uno scrittore di cultura borghese e un uomo di coscienza e corporalità proletarie, e questo rappresenta un caso eccezionale che porta la sua scrittura oltre la testimonianza. Queste due dimensioni dell’esperienza e del sapere, con il loro scambio, permettono di penetrare nel tessuto di realtà sociali rappresentate in modo superficiale nell’immaginario collettivo, dando a esse una voce che nessuna scienza umana potrebbe conquistare:
«Gli italiani certi lavori non vogliono più farli. È una frase che ricorre sempre più spesso, specie in riferimento ai giovani. Vero, evidente, incontestabile; però, penso, è vero anche che, altrettanto evidentemente e incontestabilmente, esistono anche degli italiani, e restringendo ancora più il campo, dei veneti che fanno proprio quei lavori che gli italiani, e i veneti in particolare, non vogliono più fare. Curiosa non-categoria, difficile da indagare, da identificare, da censire, dato che per sua natura non fa massa. Del resto, quando si cammina ai margini non c’è spazio per gli assembramenti, si incontrano solo individui 34».
In questo movimento di penetrazione nelle realtà sociali particolari, che si estende oltre la frase fatta e l’immagine cristallizzata, si può intravedere l’aspetto costruttivo della scrittura antipolitica di Trevisan. Uno scavo oltre la dimensione collettiva sclerotizzata da un discorso politico che si vuole sempre preso in una validità generale e in una prospettiva universale. Uno scavo contro e dentro le parole, per costruire un legame non ipocrita tra esse e la realtà, un legame concreto e singolare, fondato sull’assunzione dell’orizzonte comune della morte, l’unico che possa fare di un gruppo un insieme di individui non accomunati da una menzogna collettiva:
«quel che per me era assolutamente nuovo era la sensazione di far parte di un gruppo, di essere tra i miei compagni di lavoro; non tra semplici colleghi, che è cosa ben diversa, ma compagni, ossia, sgravando la parola di tutto il suo peso politico – ammesso che ne abbia ancora, cosa di cui dubito – persone con cui condividevo sudore, fatica, rischi e soddisfazioni, ma soprattutto persone di cui lassù, al di là di tutto, potevo fidarmi. E loro di me.35»
Si tratta di una fiducia essenziale, in cui è in gioco la vita stessa. Una fiducia fondata sul vuoto che si apre oltre il cornicione di un tetto. Un legame vero, non metaforico, stretto in nome dell’estremo e del margine, laddove il nulla si fa sentire, il rischio diventa reale e le parole non sono strumento di potere, legittimazione di una classe, dominio di una forma di vita su un’altra. Dove l’altro uomo può essere davvero chiamato compagno: perché con lui ogni giorno si fatica e si rischia per guadagnarsi il pane, per condividere il pane con lui.
Note
- Vitaliano Trevisan, Black Tulips, Torino, Einaudi, 2022, p. 15.
- Vitaliano Trevisan, Un mondo meraviglioso. Uno standard [1ˆ ed. 1997], in Id., Trilogia di Thomas, Torino, Einaudi, 2024, p. 27.
- V. Trevisan, Black Tulips, cit.
- Gilda Policastro, Su Black Tulips. Un anno senza Vitaliano Trevisan, “Le parole e le cose”, 7 gennaio 2022.
- Gilda Policastro, Black Tulips, l’ultimo capolavoro di Vitaliano Trevisan, in “Linkiesta”, 7 novembre 2022.
- Ibidem.
- Alvaro Barbieri, Matteo Giancotti (a cura di), Una (non) prospettiva. Percorsi intorno all’opera di Vitaliano Trevisan, Milano, Mimesis, 2024.
- Vitaliano Trevisan, Works [1ˆ ed. 2016], Torino, Einaudi, 2022, pp. 343-344.
- È la tesi sostenuta ad esempio da Franco Cordelli in un articolo pubblicato il 29 marzo 2007 sul Corriere della Sera. Senza volere affrontare questo problema, che richiederebbe argomentazioni approfondite, si segnalano due interpretazioni convincenti. La prima è di Emanuele Trevi, che parla dell’assunzione di Bernhard come di uno standard jazzistico: «Trevisan ha vinto la sua scommessa, riuscendo, impresa difficilissima, a imprimere il sigillo della sua originalità nella materia malleabile e appropriabile dello standard che si era scelto»; Emanuele Trevi, Il mondo secondo Thomas, postfazione a V. Trevisan, Trilogia di Thomas, cit., p. 395. La seconda è di Paolo Zublena, che ha parlato delle invettive di Trevisan come “emergenze abreative di pulsioni sadico-anali” di un narratore che “non può possedere una voce autentica […]. Per questo […] scrive come Berhnard, per questo si chiama Thomas: la sua ventriloquia è una forma di esistenza mancata». Paolo Zublena, Pensieri banali, in “L’indice”, 10, 2007, p. 15.
- Emanuele Zinato, L’invettiva ambivalente. Trevisan polemista, in Alvaro Barbieri, Matteo Giancotti (a cura di), Una (non) prospettiva, cit., p. 19.
- Ibidem, p. 10.
- Ibidem.
- V. Trevisan, Works, cit., p. 194.
- V. Trevisan, I quindicimila passi [1ˆ ed. 2002], in Id., Trilogia di Thomas, cit., p. 205. Meno assoluta e più calata nel tempo, ma altrettanto pessimista, questa riflessione che si trova in Tristissimi giardini: «Al giorno d’oggi si può dire che la chiacchiera politica […] ha contaminato a tal punto la comunicazione politica nel suo complesso, che non è più possibile operare alcuna distinzione tra politica e politica da bar. La chiacchiera politica da bar è la politica punto»; Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Bari, Laterza, 2010, p. 47.
- Francesco Brancati, Scrivere per disperazione, in A. Barbieri, M. Giancotti (a cura di), Una (non) prospettiva, cit., p. 60.
- V. Trevisan, Un mondo meraviglioso, cit., p. 114.
- Vitaliano Trevisan, Oscillazioni, in Id., Due monologhi, Torino, Einaudi,2009, pp. 9-10.
- Luca Illetterati, Camminare sul limite. L’io e la sua negazione nella scrittura di Vitaliano Trevisan, in A. Barbieri, M. Giancotti (a cura di), Una (non) prospettiva, cit., p. 37.
- V. Trevisan, Works, cit., pp. 80-81.
- V. Trevisan, Tristissimi giardini, cit., pp. 64-65.
- Ibidem, p. 79.
- V. Trevisan, Works, cit., pp. 80-81.
- «Nel 1961 i borghesi vedevano nel sottoproletariato il male, esattamente come i razzisti americani lo vedevano nell’universo negro. E allora, del resto, i sottoproletari erano “negri” a tutti gli effetti. La loro “cultura” – una “cultura particolaristica”, nel quadro di una più vasta cultura a sua volta “particolaristica”, quella contadina meridionale – dava ai sottoproletari romani non solo degli originali “tratti” psicologici, ma addirittura degli originali “tratti” fisici. Creava una vera e propria “razza”». Pier Paolo Pasolini, Il mio accattone in tv dopo il genocidio, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, Milano, Mondadori, 1999, p. 675.
- V. Trevisan, Il ponte. Un crollo [1ˆ ed. 2007] in Id., Trilogia di Thomas, cit., p. 303.
- V. Trevisan, Works, cit., pp. 297-298.
- V. Trevisan, I quindicimila passi, cit., p. 205.
- Scrive l’autore in Tristissimi giardini, facendo eco allo Sciascia di Una storia semplice: «Se, come dicono, a unirci nella lingua è stata soprattutto la televisione, bisognerà anche dire che se è davvero questo l’italiano, il ragionare comune cui ci teniamo, l’evidente degrado delle relazioni sociali del nostro paese […] non deve affatto stupire». V.Trevisan, Tristissimi giardini, cit., p. 134.
- V. Trevisan, Il ponte, cit., p. 298.
- Usiamo il termine “populismo” a partire dalla seguente definizione del politologo olandese Cas Mudde: «il populismo è inteso come un’ideologia esile secondo la quale la società è in ultima analisi divisa in due gruppi omogenei tra loro antagonisti, ‘il popolo puro’ e l’‘élite corrotta’ e che sostiene che la politica debba essere espressione della volonté générale del popolo». Cas Mudde, The Populist Zeitgeist, in “Government and Opposition”, 39/4, p. 543.
- V. Trevisan, Works, cit., p. 515.
- V. Trevisan, Tristissimi giardini, cit. p. 126.
- V. Trevisan, Works, cit., p. 532.
- «Ma che cos’è l’Italia, pensai alzandomi e incamminandomi verso il Pantheon, se non un conglomerato di luoghi comuni. Prenderli a martellate, è uno dei miei compiti». Ibidem, p. 502.
- V. Trevisan, Works, cit., p. 473. Un’analoga opposizione tra stereotipo e realtà particolare si presenta con le riflessioni nate dall’esperienza diretta del mondo della prostituzione nigeriana: «È bene ricordare una volta per tutte che si tratta […] di donne africane, e nigeriane in particolare, ed edo ancora più in particolare, che non bisogna assolutamente confondere con le donne europee, e occidentali in generale, errore che si commette comunemente, anche, se non soprattutto, in ambito accademico, il quale (ed è bene ricordare anche questo) è paternalistico per definizione […] vedi studi, femministi e non, su sesso e genere, i quali, salvo eccezioni, parlano di “condizione della donna” in senso universale […] ovvero si comportano come se una donna africana, nigeriana, ed edo in particolare, fosse assimilabile a una donna occidentale». V. Trevisan, Black Tulips, cit., p. 213.
- V. Trevisan, Works, cit., pp. 418-419.
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