Bibliomanie

Pietro Antonio Bernardoni (1672-1714). Annotazioni su vita, viaggi, incontri e produzione lirica e drammatica di un inquieto poeta cesareo amico e conterraneo di Lodovico Antonio Muratori
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Saggi e Studi

1. Cenni biografici
Ingegno letterario precoce, viaggiatore inquieto – «mattissimo» e «poetissimo»1, secondo la definizione datane dall’amico, coetaneo e conterraneo, Lodovico Antonio Muratori –, provinciale assurto alla ribalta della vita mondana presso la Corte viennese, Pietro Antonio Bernardoni nacque il 30 giugno 1672 «in Vignola, terra ragguardevole nel Ducato di Modena»2, da Francesco e Lodovica Monsi. Non si hanno molte notizie sulla famiglia, composta, oltre che dal Nostro, da due fratelli minori, Giovanni Francesco3 e Giuseppe4, e da uno zio, Niccolò5.
Applicatosi sin dall’età giovanile agli studi, Bernardoni dimostrò e assecondò la propria vocazione per le lettere, giungendo ben presto a far parte di importanti cenacoli letterari e prestigiose istituzioni culturali: nel 1691, a soli diciannove anni, fu associato all’Arcadia romana, con il nome di «Cromiro Dianio»; in seguito, venne ascritto all’Accademia degli Accesi (Trento), a quella dei Gelati (Bologna), a quella degli Scomposti (Fano) e a quella degli Animosi (Venezia). Molto probabilmente non frequentò mai l’Università. All’inizio degli anni Novanta del Seicento, fu attivo a Modena, entro il consesso culturale creatosi attorno al marchese Giovanni Rangoni, dove si scrivevano, scambiavano e commentavano versi poetici; qui strinse amicizia con Gian Giacomo Tori, Francesco Buosi e Francesco Caula, ed ebbe modo di incontrare spesso l’amico d’infanzia Muratori, figura importantissima e sempre presente nella vita del Nostro.
Nel 1693 Bernardoni, dopo un breve viaggio a Roma in compagnia di Caula, iniziò a frequentare Bologna e la sua accesa vita intellettuale, divenendo presto uno degli esponenti principali della Colonia Renia dell’Arcadia. Lì conobbe il marchese Giovanni Giuseppe Orsi, anch’egli cultore delle lettere, che vantava contatti con molti insigni scrittori ed eruditi, e che era spesso presente in territorio modenese a causa dei suoi rapporti con importanti personaggi del Ducato estense. Il Vignolese, da lui introdotto nei circoli intellettuali felsinei, ebbe occasione di stringere amicizia con il poeta e drammaturgo Pier Jacopo Martello, il vescovo e biologo Anton Felice Marsili e il marchese e letterato Francesco Pepoli. A sua volta, il Nostro fece poi accedere a quei raffinati ambienti culturali l’amico Muratori. Nel frattempo, cominciò a sfaldarsi il gruppo di amici modenesi entro il quale Bernardoni aveva mosso i primi passi nell’ambito delle lettere.
Sempre alla ricerca di un impiego col quale poter contemperare l’esigenza di comporre versi, nel 1694 il giovane vignolese si fece assumere da Pepoli in qualità di segretario, e pubblicò la sua prima raccolta di liriche, ossia I Fiori. Primizie poetiche divise in rime amorose, eroiche, sacre, morali e funebri.
L’impiego presso il marchese felsineo (come molti altri incarichi di tal fatta che si susseguirono nell’inquieta vita di Bernardoni) durò poco, e l’improvviso ritiro del suo mecenate accentuò le difficoltà economiche del Nostro, che per qualche mese ricevette un decisivo sostegno da parte degli amici. Agli inizi del 1695 egli si trasferì a Castell’Arquato, nel Piacentino, alle dipendenze del marchese Francesco Sforza; ma anche quella sistemazione non era destinata ad essere duratura: pochi mesi dopo, infatti, a motivo di gravi disagi derivanti da una casa «mal regolata»6 e di problemi finanziari causati (anche) dall’incombenza di mantenere i due fratelli minori in seguito alla morte improvvisa dei genitori, ma pure a causa della paga misera ed elargita in ritardo, il poeta decise di fare ritorno a Vignola. Già nel maggio 1695, tuttavia, diventò segretario alle dipendenze di monsignor Lorenzo Trotti, vescovo di Pavia ed esponente di una illustre famiglia ambrosiana, e l’impiego, non eccessivamente gravoso, gli lasciò tempo sufficiente per compiere numerosi viaggi (ad esempio, a Cremona, dove si trovava il suo amico Francesco Arisi7), oltre che per soggiornare spesso a Milano, nel cui ambiente colto venne introdotto dall’amico Muratori, e per frequentare l’Accademia Borromea (strinse qui amicizia con letterati di prim’ordine, a partire da Carlo Maria Maggi e Francesco Puricelli).
In quel periodo, mentre la sua fama di poeta andava consolidandosi, Bernardoni si diede allo studio del teatro francese, allora in gran voga, soffermandosi in particolar modo sulle opere di Pierre Corneille e di Jean Racine; di quest’ultimo tradusse – in collaborazione con Orsi e Gregorio Malisardi – Bajazet (1672), una versione che fu stampata soltanto postuma e il cui manoscritto, datato 29 dicembre 1695, è tuttora custodito presso la Biblioteca Estense di Modena. Risale allo stesso anno la pubblicazione della prima tragedia del letterato vignolese, L’Irene (il titolo venne modificato in Costantino allorché, nel 1706, vide la luce – come si dirà più avanti – il primo volume dei suoi Poemi drammatici).
Nel 1696, dopo aver abbandonato l’impiego presso Trotti, decise di tornare a Bologna, dove fu ospite presso l’amico Orsi, la cui munifica accoglienza non bastò tuttavia a far uscire Bernardoni dalle ristrettezze economiche. Insofferente rispetto alle incombenze proprie della professione di segretario di un potente a causa del poco tempo disponibile per coltivare le belle lettere, egli era alla ricerca di una collocazione come poeta di Corte, in Italia o all’estero, mestiere che avrebbe comportato soddisfazione personale e maggiori disponibilità economiche: elemento, quest’ultimo, fondamentale, visto l’alto tenore di vita che il Vignolese aveva; non si deve dimenticare, inoltre, che quest’ultimo indulgeva al gioco d’azzardo, vizio per il quale Muratori non mancava di rampognarlo. I versi del venticinquenne Bernardoni, nel frattempo, trovavano di frequente spazio in raccolte collettive e ricevevano corali apprezzamenti; inoltre, sempre interessato al teatro, egli scrisse e pubblicò L’Aspasia (1697), la sua seconda – e ultima – tragedia.
Risale al 1698, mediato dall’intervento di Muratori, un effimero incarico del Nostro presso il principe Federico Ferrero; subito dopo averlo accompagnato in un pellegrinaggio alla Madonna di Loreto e a Venezia, egli tuttavia si licenziò, probabilmente anche in ragione della morte del conte Minatti (primo poeta di Corte a Vienna) che aveva acceso in lui le speranze di poter trovare stabile e gradito impiego come secondo poeta cesareo. Decise dunque di accontentarsi di un posto presso il conte Carlo Emanuele Balbis di Vernon, in Piemonte: nonostante la solitudine, l’isolamento del soggiorno torinese (ambiente chiuso e poco propenso alla poesia) e le continue difficoltà economiche a cui poteva far fronte solo grazie a prestiti da parte degli amici, stavolta Bernardoni resistette per qualche tempo, forse perché lusingato dalla prospettiva di un probabile trasferimento a Parigi, al seguito del conte Balbis, possibilità a cui fece spesso riferimento nelle lettere a Muratori di questo periodo (missive, peraltro, puntuali e lamentevoli); frattanto, diede alle stampe un libretto d’opera, il Giulio Cesare, che aveva composto in occasione della nascita del principe di Savoia. Il viaggio si concretizzò nel maggio 1699: essendo stato il suddetto nobiluomo nominato ambasciatore del Regno di Sardegna nella capitale francese, Bernardoni lo seguì, recando con sé libri di Muratori da vendere agli uomini di cultura parigini; là egli ebbe modo di conoscere personalità illustri come Nicolas Boileau e Jean Boivin. Un aumento di stipendio negato (necessario per fronteggiare le sue sempre notevoli spese) fu probabilmente la causa del congedo del Nostro dall’ambasciatore sabaudo e del conseguente ritorno in Italia (ottobre 1699): dapprima, si spostò fra Milano, Cremona e Piacenza; in seguito, fu di nuovo a Bologna, dove venne accolto dal marchese Orsi e stornò dalla sua mente l’idea, in precedenza accarezzata, di farsi prete.
Fu nel 1700 che la tanto sospirata speranza di diventare poeta cesareo iniziò a prendere forma: la carica era infatti stata proposta all’amico Martello, il quale, dopo averla rifiutata, propose in sua sostituzione il Vignolese, che senza indugio si adoperò per raccogliere lettere di raccomandazione, destinate all’ormai anziano poeta di Corte Donato Cupeda. Ma l’affaire viennese era ben lungi dal risolversi in tempi brevi, principalmente a causa della recentissima morte del re di Spagna Carlo II, evento che aveva quasi subito comportato la cessazione delle rappresentazioni teatrali anche presso la Corte austriaca; a quanto pare, questa situazione causò per lunghi mesi nel Nostro un moto alterno di contrapposti stati d’animo, oscillanti fra la speranza e la disillusione. Come se ciò non bastasse, un’ordinanza del duca di Modena Rinaldo I impose il rimpatrio immediato ai suoi sudditi residenti all’estero che non disponessero di una precisa fonte di guadagno, pena la confisca dei beni; Bernardoni riuscì ad aggirare tale pericolo ricorrendo all’aiuto degli amici bolognesi, fra cui il solito Orsi, che lo accolse nuovamente in casa sua, e il marchese Pepoli, che decise di assumerlo come segretario (impiego, questo, che giustificava la sua presenza a Bologna agli occhi del sovrano estense). Anche Muratori, da poco rientrato a Modena dopo un lustro trascorso a Milano, si mobilitò in suo favore, così come la Colonia Renia d’Arcadia, che ne assunse la difesa.
Al luglio 1701 risale la lieta notizia, riportata da Bernardoni per lettera a Muratori, che «la Maestà dell’Imperatore s’è degnata di chiamarmi a quella Corte in qualità di poeta»8, e il 20 settembre, dopo aver passato l’estate come segretario del conte Luigi Paolucci (fratello del potente segretario di Stato pontificio, il cardinale Fabrizio), il Nostro giunse a Vienna per entrare ufficialmente in servizio come secondo poeta cesareo; aveva ventinove anni.
Potendo disporre di uno stipendio iniziale di 2000 fiorini, il soggiorno nella città austriaca, durato – ma con lunghe interruzioni – nove anni, segnò un periodo abbastanza felice per il poeta vignolese: un’occupazione gratificante, maggiore stabilità economica, la diminuzione delle incombenze riguardanti i fratelli minori (che ormai si erano resi indipendenti) e la possibilità di scrivere versi in un ambiente vivace e culturalmente avvertito, tutto ciò fece sì che Bernardoni si uniformasse senza fatica (pur dedicandosi con assiduità anche al lavoro) alla vita mondana di Corte, di cui riportava, nelle sue lettere, notizie frivole e gustosi aneddoti. Egli venne inoltre nominato «procustode» arcade delle Campagne di Germania. La sua produzione poetica si fece giocoforza più copiosa, regolata com’era, in tali circostanze, dalle numerose richieste imperiali di «drammi per musica, oratori, cantate per le esigenze della Corte, secondo certe scadenze fisse rappresentate dai vari onomastici, compleanni, nascite, in occasione dei quali si organizzavano grandi feste»9. Proprio per quest’aumentata necessità di scrivere versi, Muratori lo metteva in guardia, sostenendo, forse non a torto, che la quantità andasse a detrimento della qualità delle sue poesie, il che avrebbe finito col precludere a Bernardoni la gloria futura; tuttavia, ciò non doveva impensierirlo troppo, se così gli rispondeva, in una sua missiva: «Quanto poi alla minaccia che mi fate di non poter io per le cose da me composte vivere nella memoria de’ posteri, io la trovo molto ben fondata, stante la cognitione che ho delle cose mie, ma non me ne metto gran pena, e mi consolo che, se non potrò vivere dopo morte, ho almeno di che vivere agiatamente prima di morire»10.
Dopo aver composto molte opere in sintonia col gusto della Corte (fra le quali, diversi «poemetti drammatici», cioè piccoli melodrammi costituiti solo di un atto e tredici scene), messe in musica da famosi compositori dell’epoca (Tomaso Albinoni, Attilio Malachia Ariosti, Carlo Agostino Badia, Antonio Maria e Giovanni Battista Bononcini, Johann Joseph Fux, Gaetano Maria Schiassi e Marco Antonio Ziani), nonché numerose rime encomiastiche, il Nostro ottenne una licenza per tornare in Italia per qualche tempo; nel settembre 1703 partì alla volta di Bologna, dove trascorse un intero anno ospite di Orsi. È a questo periodo che risale l’interessamento di Bernardoni, nonché il suo impegno attivo, per la celebre querelle Orsi-Bouhours: data infatti al 1707 un volume di lettere, fra cui una del Vignolese, scritte e raccolte dagli amici del marchese felsineo in suo sostegno11.
Purtroppo, i problemi economici del Nostro si ripresentarono in occasione del suo ritorno a Vienna, agli inizi del 1705, forse a causa dei ritardi (derivanti dalle guerre in corso) nei pagamenti degli stipendi da parte della Corte, ragione per cui egli, nella speranza di ricavarne un adeguato profitto, raccolse e diede alle stampe un buon numero di rime – scritte in occasioni diverse – dedicate all’imperatore e alla famiglia reale, a illustri esponenti politici del tempo e a due donne amate, «Delia» e «Fille»12. Contemporaneamente, ricominciò a giocare d’azzardo e a seguire un tenore di vita dispendioso, che ci è ben testimoniato dall’elenco che lo stesso Bernardoni sciorina, in una lettera a Muratori, dei vestiti rubatigli da un servo; il bottino consisteva, a quanto scrive il Nostro, «nella mia camisciola di brocato d’oro, in un’altra di panno con bottoniere d’argento, in un ferraiolo nero di seta che non era mio, in due faccioletti di seta, in un paio di calze di seta che costavano due ungari d’oro, in due camiscie una di tela d’Ollanda, l’altra di Slesia, in una crovata et in 30 fiorini di contanti»13.
Nel frattempo, all’imperatore Leopoldo I era succeduto il figlio, Giuseppe I, estremamente interessato alla musica e compositore egli stesso, ed era morto il primo poeta di Corte, Cupeda: Bernardoni venne dunque promosso alla carica di primo poeta cesareo. Egli, tuttavia, temeva gli fosse affiancato – cosa, questa, che poi si verificò – Silvio Stampiglia, la cui presenza come comprimario avrebbe potuto oscurare il prestigio del Vignolese, nonché comportare una diminuzione del suo stipendio. Il trattamento presso la Corte, probabilmente per non creare attriti fra i due colleghi, fu comunque paritario, e la retribuzione del Nostro venne aumentata di 1000 fiorini annui.
Nei primi mesi del 1707, il letterato vignolese era di nuovo in Italia, per curarsi da alcune indisposizioni e probabilmente per poter seguire da vicino, a Bologna, l’edizione dei suoi Poemi drammatici (il cui primo volume era apparso l’anno precedente). In quello stesso periodo, e precisamente il 3 febbraio, morì lo zio Niccolò, che lasciò in eredità tutti i suoi beni all’altro nipote Giovanni Francesco, contribuendo a creare un certo malanimo e rivalità fra il Nostro e il fratello. Del resto, «Pietro Antonio […], cambiando continuamente impiego e conducendo una vita raminga e poco ordinata, non aveva fatto nulla per ingraziarsi il vecchio zio, che lo considerava incapace di trovare un lavoro stabile, imprudente e sempre bisognoso di tutela da parte degli amici, come risulta dal tono di risentito rimprovero con cui Niccolò parlava del nipote con il Muratori»14.
Forse a causa dei ritardati pagamenti, della nostalgia per Bologna e dei dissidi con Stampiglia, il soggiorno viennese iniziava a stare stretto a Bernardoni, che nel 1707 chiese all’imperatore, il quale gliela accordò, la licenza di poter far ritorno definitivamente in Italia; allo stesso tempo, gli veniva data la possibilità di mantenere il titolo di poeta cesareo e la retribuzione di 300 ungari l’anno, purché egli si impegnasse a comporre due opere annuali per il teatro imperiale. Sul finire del 1707, tuttavia, proprio quando stava per rientrare in Italia, il Nostro accolse un nuovo invito di Giuseppe I a rimanere, sia perché gli venne prospettato un congruo aumento di stipendio sia perché sperava di poter riscuotere i notevoli crediti che vantava nei confronti della Casa regnante: «oltre i 27 mesi che io ne avanzo per la servitù prestata all’Imperatore defunto, sono anco in credito di 2 anni sotto di questo»15. Giunti a questo punto della vita del Vignolese, che aveva ormai trentacinque anni, merita un pur cursorio accenno quanto ci è riportato da un anonimo più di un secolo dopo gli eventi: «Da altra lettera, segnata 9 dicembre 1707, si raccoglie che essendo il Bernardoni stato ristabilito in Vienna nel medesimo impiego, era in contatto di nozze con doviziosissima donna»16.
Ma la conclusione della permanenza del Nostro a Vienna era ormai prossimo: nel 1710, dopo essersi fatto pagare dall’imperatore quanto gli spettava, prese congedo dalla Corte asburgica e tornò in Italia, desideroso di poter godere del piccolo capitale accumulato e di poter menare, finalmente, una vita tranquilla. Risalgono al 1711 il suo secondo viaggio a Roma (dove venne fatto rappresentare il suo ultimo melodramma, L’Eraclio), e al 1712 il suo matrimonio, in seguito al quale egli si trasferì in pianta stabile a Bologna. Proprio quando sembrava aprirsi, per Bernardoni, un periodo di serenità e agio, la morte lo colse in quella città, all’improvviso e per cause non precisate, alla prematura età di quarantuno anni; era il 19 gennaio 1714.

2. Sullo stile di Bernardoni e sui dedicatari illustri delle Rime varie (1705)
Anziché fornire una lista completa delle opere del letterato vignolese (e delle relative date di composizione)17, elenco che risulterebbe peraltro costituito di un insieme vasto ed eterogeneo di poesie, tragedie, drammi pastorali, oratori, cantate, poemetti sacri, melodrammi, si preferisce in questa sede riportarne una sommaria valutazione complessiva, prendendo da ultimo in considerazione – brevemente – alcune liriche a tema politico.
Legato all’Arcadia (forse) più vivace e feconda, Bernardoni diede vita a una produzione drammatica che, «inscritta in un’ampia prospettiva storica, […] si può suddividere in due sezioni: la più evidente rientra nel vasto processo evolutivo del melodramma che stava allora acquisendo una forma letteraria più regolare, semplice e concisa; l’altra, limitata alle due tragedie giovanili, costituisce uno dei primi, esitanti tentativi di adattare ai mutati gusti e alle nuove direttive culturali il genere tragico»18. Mentre le opere del Nostro concorsero, tutto sommato, assai limitatamente alla rinascita del genere tragico in Italia19, molti dei suoi libretti diedero un impulso per nulla trascurabile al rinnovamento della scrittura teatrale, anche perché nei suoi testi egli tendeva ad eliminare le parti buffe e l’elemento meraviglioso (tipico del gusto barocco); si è giustamente sottolineato che i suoi migliori «poemetti drammatici» per musica – a partire da La clemenza d’Augusto (1702) ed Arminio (1706), fino ad arrivare a Iulo Ascanio, re d’Alba (1708) ed Amor tra nemici (1708) – «contribuirono ad influire sullo spirito e sullo stile dell’opera tardo-barocca viennese con la semplicità, pur nell’adattamento alle aristocratiche esigenze di corte, con il decoro e la scorrevolezza strutturale peculiari del Bernardoni»20. Senza dubbio, nel Vignolese va riconosciuto uno dei primissimi autori della sua epoca in grado di «dare una forma più regolare, più semplice e un tono più leggero, più fresco al testo da musicare, attraverso una maggiore consistenza dell’azione e un più coerente collegamento delle scene»; è stato anche correttamente osservato che i suoi libretti appaiono «interessanti per la misura e la proporzione equilibrata sia nel singolo momento (cioè, tra situazione e personaggio), sia da momento a momento (cioè, tra zone di recitativo e zone di melodia, o “arie”)»21.
Quanto alla produzione lirica, i versi di Bernardoni – sovente di valore non eccelso, ancorché in genere assai apprezzati nel corso della vita del loro autore – risentono di «concetti e stilemi del secentismo insieme congiunti con quelli di un’Arcadia artificiosamente sentita»22, al punto che la poesia del Vignolese è stata non senza qualche ragione definita – nel complesso – come una «pastorella troppo adorna»23, e a causa della sua non occasionale affettazione mescolata ad una certa enfaticità può non di rado risultare – specie ad lettore odierno – poco ispirata: per dirla con le parole di un già menzionato anonimo dell’Ottocento, «spesso fassi desiderato un più sentito impeto di affetti, una più ricca copia di quelle immagini, che costituiscono pur sempre il più mirabile prestigio della efficacia poetica»24.
Di non secondario interesse, anzitutto per la concezione politica che se ne potrebbe dedurre, sono alcune poesie contenute nella sua raccolta Rime varie (1705)25 e dedicate a membri della Casa reale asburgica e ad alleati politici dell’Impero. Oltre a due componimenti per Eleonora Maddalena del Palatinato Neuburg (terza moglie di Leopoldo I) ed Amalia Wilhelmina di Brunswick e Lüneburg (moglie di Giuseppe I), in cui le due altezze imperiali vengono esaltate nel loro ruolo di spose fedeli e donne forti e devote, e oltre ad un sonetto per la nascita dell’arciduca Leopoldo Giuseppe (figlio di Giuseppe I, rampollo dell’«Inclita sacra à Numi Austriaca Pianta»26), tre poesie sono dedicate a Leopoldo I, il primo sovrano che il letterato vignolese servì, del quale viene lodata la clemenza («Così provido in Pace, e forte in Guerra/ L’Invincibil distende Imper Romano;/ Così con la temuta amabil mano/ Gli Umili inalza, & i Superbi atterra»27) e al quale, in un sonetto, un’Italia umiliata (ma non vinta) dalle continue guerre, chiede di esser liberata e di ricever leggi giuste. Tre liriche sono poi dedicate a Giuseppe I, definito da taluni storici il «re Sole di Germania» e da Bernardoni appellato, oltre che «Sacra Cristiana Reale Maestà», «glorioso/ Rè del Mondo Roman»28; il Nostro sembrava riporre infatti grande fiducia negli effetti, favorevoli per l’Italia, del retto governo di questo imperatore, se è vero che si possono leggere suoi versi di questo tenore: «Dal forte Augusto, e libertade, e scampo/ avrà l’Italia, e lei/ Da quel, che pur temea periglio estremo,/ Uscir sicura in un balen vedremo», e ancora: «Sotto il Romano Impero/ Torna lieta l’Italia, e dal servile/ Giogo disciolta, ancor’aspira al Trono./ Eben, se un Rè del tuo gran Sangue hà in dono,/ Lei rivedrem frà poco/ sovra il Soglio primier salir Regina,/ E l’antica svegliar Virtù Latina»29.
Non è tuttavia possibile affermare con dirimente certezza in che misura tali versi fossero motivati da una reale adesione ed approvazione del programma politico di Giuseppe I, e quanto invece fossero dovuti al non facile ruolo di poeta italiano (consapevole, quindi, della misera situazione della Penisola in quel periodo, percorsa da guerre e turbata dalle alternanze di equilibri ed alleanze) al servizio di una potenza straniera (che gran parte aveva, allora, proprio nelle vicende italiane). Emerge nondimeno, in svariati componimenti, il chiaro plauso che il Vignolese tributa alle personalità in grado di concedere una seppur minima tregua o pace alla patria travagliata. Curioso è il fatto che, contrariamente al pensiero di Ludovico Ariosto30, secondo cui è il poeta a rendere illustre l’uomo potente tramite i propri versi, le liriche di Bernardoni ricercano la celebrità grazie al legame col nome di un imperatore: là era la poesia a nobilitare e a sottrarre all’oscurità della fama, dovuta al passare del tempo, i nomi dei personaggi insigni; qua sono i personaggi famosi che, soli, possono garantire un rimedio contro l’oblio, in cui le opere dei letterati cadrebbero, se ad essi non fossero dedicate. Per non citare che un esempio, scrive infatti il Vignolese: «Or qual parte del Ciel t’aspetta, ô chiaro/ Inclito Rè guerrier, che à morte hai tolto,/ In virtù del tuo Nome, i Versi miei?/ Qual ti daran gli Dei/ loco trà loro, & in qual Sfera accolto/ Risplenderai Lume novello, e raro?/ Certo d’Alcide al paro/ Tu andrai sull’Etra, ò ti faran gran parte/ Di quel Ciel, cui dan legge, ò Febo, ò Marte»31.
Altri componimenti poetici risultano inoltre dedicati al duca di Savoia Vittorio Amedeo II (instabile alleato dell’Impero asburgico, che ebbe però il merito di rivendicare l’indipendenza del piccolo Stato piemontese contro l’influenza delle potenze straniere, e di concedere un momento di tregua ai suoi territori con il trattato di Torino del 1696), al celebre principe Eugenio di Savoia (considerato come l’ultimo dei capitani di ventura, venne accolto nell’esercito da Leopoldo I, ove assurse al grado di colonnello e fu presente alla fine dell’assedio di Vienna da parte dei Turchi nel 1683) e a Carlo III re di Spagna (ossia, il futuro imperatore Carlo VI d’Asburgo; nella canzone che Bernardoni gli dedica, l’Italia viene raffigurata oppressa e vinta, in attesa di essere liberata dal suo braccio vendicatore).

Orientamenti bibliografici

1. Scritti su Bernardoni

Aa.Vv.: Notizie istoriche degli Arcadi morti, 3 tt., In Roma, Nella Stamperia di Antonio de Roffi, 1720-1721, t. I (1720), pp. 238-239.

Barazzoni, Beatrice: Le cantate da camera di Attilio Ariosti (1666-1729) nel contesto coevo con l’edizione dei testi, Roma, Aracne, 2007, passim.

[Burlini Calapaj, Anna:] Pietro Antonio Bernardoni, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio… Bertacchini, a cura di A. Burlini Calapaj, Firenze, Olschki, 1983, pp. 432-438. Si tratta del vol. VI dell’Edizione Nazionale del Carteggio di L.A. Muratori.

Castillo, Pepa [cioè: Castillo Pascual, María Josefa]: La Antigüedad clásica de los poetas cesáreos pre-metastasianos, in Ead. – S. Knippschild – M. García Morcillo – C. Herreros (a cura di), Imagines. La Antigüedad en las Artes Escénicas y Visuales, Atti del Convegno internazionale (Logroño, 22-24 ottobre 2007), Logroño, Universidad de La Rioja, 2008, pp. 119-143: su Bernardoni, soprattutto pp. 129-131.

De Cicco, Giuseppe – Maini, Carla: Pietro Antonio Bernardoni un vignolese illustre, in Gp. Grandi – R. Badiali (a cura di), 45a Festa dei Ciliegi in Fiore – Annuario 2014, Savignano sul Panaro, Tipolitografia F.G., 2014, pp. 161-168.

G.G. [Guccini, Gerardo]: Pietro Antonio Bernardoni (1672-1714), in E. Casini-Ropa – M. Calore – G. Guccini – C. Valenti (a cura di), Uomini di teatro nel Settecento in Emilia e Romagna. Il teatro della cultura, 2 voll., Modena, Mucchi, 1986, vol. I (Prospettive biografiche), pp. 54-57.

Mazzuchelli, Giammaria: Bernardoni (Pietro Antonio), in Id., Gli Scrittori d’Italia, cioè Notizie storiche, e critiche intorno alle vite, e agli scritti dei Letterati italiani […], vol. II, parte II, In Brescia, Giambatista [sic] Bossini, 1760, pp. 977-978.

Nava, Maria Luigia: Pietro Antonio Bernardoni e il melodramma, «Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi», S. VII, vol. V (1928), pp. 88-138.

P…: Pietro Antonio Bernardoni, in F. Selmi (a cura di), Iconografia dei celebri Vignolesi, Modena, A spese di Giuseppe Lupi librajo, 1839, pp. I-IV; il volume presenta sequenze di pagine, dunque ogni singolo intervento inclusovi ha una numerazione di pagine a sé (la voce che ci interessa, costituisce la dispensa IV). (Il medesimo contributo, sempre firmato da «P…» e recante lo stesso titolo, si trova anche in G. Rovani, Storia delle lettere e delle arti in Italia giusta le reciproche loro rispondenze ordinata nelle vite e nei ritratti degli uomini illustri dal secolo XIII fino ai nostri giorni, 4 tt., Milano, Per Borroni e Scotti {tt. I e II}, poi Per F. [cioè: Francesco] Sanvito [succ. alla ditta Borroni e Scotti] {tt. III-IV}, 1855-1858, t. II {1856}, pp. 476-479.)

Simonetti, Silvana: Bernardoni, Pietro Andrea [sic!], in Dizionario biografico degli Italiani, t. IX, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1967, pp. 317-320.

Sipione, Corrado: Modena nelle lettere, nelle arti e nelle scienze, Grottaferrata (RM), Tipografia Italo Orientale “S. Nilo”, 1911, pp. 57-58.

Tiraboschi, Girolamo: Bernardoni Pietro Antonio, in Id., Biblioteca modenese, o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli Stati del Serenissimo Signor Duca di Modena […], 6 tt., Modena, Presso la Società Tipografica, 1781-1786 (rist. anast.: Bologna, Forni, 1970), t. I (1781), pp. 246-249.

2. Testi di Bernardoni (elenco parziale, in ordine cronologico)

I Fiori. Primizie poetiche […] divise in rime amorose, eroiche, sacre, morali, e funebri […], In Bologna, Per gli Eredi del Sarti, 1694.

L’Irene. Tragedia […], In Milano, Nella stampa di Carlo Antonio Malatesta, 1695.

L’Aspasia. Tragedia […], In Bologna, Per gli Eredi del Sarti, 1697.

Rime varie, consagrate alla S.C.R. Maestà di Giuseppe I. August.mo Imperator de’ Romani […], Vienna d’Austria, Appresso Gio. Van Ghelen, 1705.

Meleagro. Dramma per musica. Rappresentato nel felicissimo giorno natalizio della S.C.R. Maestà di Giuseppe I. Imperator de’ Romani l’anno 1706 […], Vienna d’Austria, Appresso gli Heredi Cosmerouiani della Stamperia di Sua Maestà Cesarea, 1706.

Poemi drammatici […], 3 voll., In Bologna, Per Costantino Pisarri, 1706-1707 (voll. I-II), poi Vienna d’Austria, Appresso Gio. Van Ghelen, 1709 (vol. III).

Gesù flagellato. Oratorio cantato nell’Augustissima Cappella della S.C.R. Maestà di Giuseppe I. sempre Augusto. L’anno 1709, Vienna d’Austria, Appresso gli Heredi Cosmerouiani della Stamperia di Sua Maestà Cesarea, 1709.

Tigrane, re d’Armenia. Dramma per musica rappresentato nel felicissimo giorno natalizio della S.C.R. Maestà di Giuseppe I. Imperador de’ Romani sempre Augusto. Per commando della S.C.R. Maestà dell’Imperadrice Amalia Willelmina. L’anno 1710, Vienna d’Austria, Appresso gli Heredi Cosmerouiani della Stamperia di Sua Maestà Cesarea, 1710.

L’Eraclio. Dramma per musica […], rappresentato in Roma l’anno 1712, In Roma, Per Antonio de’ Rossi alla Chiavica del Bufalo, 1712.

Carteggio con L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio… Bertacchini, cit., pp. 438-552.

Note

  1. L.A. Muratori a F. Arisi, in L.A. Muratori, Carteggio con Francesco Arisi, a cura di M. Marcocchi, Firenze, Olschki, 1975, p. 73 (lettera da Milano del 13 maggio 1699); si tratta del vol. IV dell’Edizione Nazionale del Carteggio di L.A. Muratori. Su Francesco Arisi, cfr. la nostra nota 8.
  2. G. Tiraboschi, Bernardoni Pietro Antonio, in Id., Biblioteca modenese, o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli Stati del Serenissimo Signor Duca di Modena […], 6 tt., Modena, Presso la Società Tipografica, 1781-1786 (rist. anast.: Bologna, Forni, 1970), t. I (1781), pp. 246-249: 246.
  3. Nato a Vignola nel 1674 e laureatosi in Medicina nel 1696 a Modena, medico stimato nel paese natale e in seguito professore alla cattedra De remediis presso lo Studium Mutinensis, Giovanni Francesco Bernardoni ebbe per due volte problemi legali che lo costrinsero ad abbandonare lo Stato estense. Per altre notizie intorno a questo personaggio, si veda [A. Burlini Calapaj,] Giovanni Francesco Bernardoni, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio… Bertacchini, a cura di A. Burlini Calapaj, Firenze, Olschki, 1983, pp. 412-413; si tratta del vol. VI dell’Edizione Nazionale del Carteggio di L.A. Muratori.
  4. Dottore alla Corte di Parma, Niccolò Bernardoni fu tutore dei tre nipoti; morendo, nel 1707, lasciò tutti i suoi beni a Giovanni Francesco, cosa che creerà non pochi dissidi tra questi e Pietro Antonio. Qualche informazione in più su tale personaggio può essere attinta da [A. Burlini Calapaj,] Niccolò Bernardoni, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., p. 430.
  5. «Stette molto tempo in Bologna, ove assai operò per la Colonia degli Arcadi del Reno, essendo molto amante e promotore delle Lettere non meno che amico de’ Letterati. Quindi per lo più anche ne’ titoli delle sue Opere è detto Bolognese». Così si legge, significativamente, in G. Mazzuchelli, Bernardoni (Pietro Antonio), in Id., Gli Scrittori d’Italia, cioè Notizie storiche, e critiche intorno alle vite, e agli scritti dei Letterati italiani […], vol. II, parte II, In Brescia, Presso a Giambatista [sic] Bossini, pp. 977-978: 977.
  6. P.A. Bernardoni a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., p. 442 (lettera da Castell’Arquato del 28 febbraio 1695).
  7. Francesco Arisi, nato a Cremona da nobile famiglia nel 1657 e morto nella stessa città nel 1743, è oggigiorno noto soprattutto come uno dei più importanti eruditi della sua epoca; fu comunque anche un valente poeta, fece parte di alcune prestigiose Accademie italiane e, a Cremona, svolse a lungo attività forense ed esercitò cariche pubbliche di primo piano. Proprio nell’anno del soggiorno cremonese del Nostro cui si accenna a testo, a riprova di quanto Arisi a quel tempo godesse già di grande fama tra i bibliotecari e gli esploratori di archivi pur non essendo ancora state stampate le opere che lo resero poi celebre in mezza Europa, ebbe inizio un fecondissimo carteggio tra il letterato lombardo e Muratori, un commercium epistolare che perdurò per quasi mezzo secolo (fino alla morte di Arisi) e che da subito vide l’interesse dei due corrispondenti assorbito dalle questioni erudite. Su vita e opere del personaggio, cfr. C. Mutini, Arisi, Francesco, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. IV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1962, pp. 198-201; [M. Marcocchi,] Introduzione a L.A. Muratori, Carteggio con Francesco Arisi, cit., pp. 7-15 (si tenga presente che, in questo vol. IV dell’Edizione Nazionale del Carteggio di L.A. Muratori, sono riportate tutte le lettere tra Arisi e Muratori a noi note: ne mancano all’appello parecchie, andate smarrite).
  8. P.A. Bernardoni a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., p. 483 (lettera da Bologna del 11 luglio 1701). Apostolo Zeno, che aveva evidentemente ricevuto con tempestività questa notizia ed era convinto che Bernardoni sarebbe stato un ottimo poeta cesareo, così scrisse di lui a Muratori: «Egli è giovane, ha del talento, della prontezza e dell’esercizio; e vi riescirà fuor dubbio. Rallegratevene per me pure» (A. Zeno a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Zacagni… Zurlini, a cura di A. Burlini Calapaj, Firenze, Olschki, 1975, pp. 240-242: 242 [lettera da Venezia del 23 luglio 1701]; si tratta del vol. XLVI dell’Edizione Nazionale del Carteggio di L.A. Muratori).
  9. [A. Burlini Calapaj,] Pietro Antonio Bernardoni, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., pp. 432-438: 435.
  10. P.A. Bernardoni a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., pp. 498-499: 499 (lettera da Vienna del 9 giugno 1703).
  11. Il riferimento è a Lettere di diversi autori in proposito delle Considerazioni del marchese G.G. Orsi, Bologna, Per Costantino Pisarri sotto le Scuole all’Insegna di S. Michele, 1707. Il nobiluomo felsineo, infatti, si era espresso contro La manière de bien penser dans les ouvrages d’esprit (1687), discusso libro del gesuita francese Dominique Bouhours, in un volume uscito nel 1703 dai medesimi torchi sotto il titolo Considerazioni sopra un famoso Libro Franzese intitolato La maniere [sic] de bien penser dans les Ouvrages d’esprit, cioè La maniera di ben pensare ne’ Componimenti. Sulla cosiddetta polemica Orsi-Bouhours che al principio del XVIII secolo estese il dibattito all’Italia, e sui successivi sviluppi della questione nell’intera Penisola, cfr. A. Viscardi, Il problema della costruzione nelle polemiche linguistiche del Settecento, «Paideia», vol. II (1947), pp. 193-214; M. Puppo, Critica e linguistica del Settecento, Verona, Fiorini, 1975 pp. 135-140 (ma cfr. anche il cap. I, pp. 11-134); M. Vitale, Proposizioni teoriche e indicazioni pratiche nelle discussioni linguistiche del Settecento (1984), in Id., La veneranda favella, Napoli, Morano, 1988, pp. 355-387; S. Gensini, L’identità dell’italiano. Genesi di una semiotica sociale in Italia fra Sei e Ottocento, Casale Monferrato, Marietti, 1987, pp. 3-35; Id., Volgar favella. Percorsi del pensiero linguistico italiano da Robortello a Manzoni, Firenze, La Nuova Italia, 1993, pp. 51-97; T. Matarrese, Il Settecento, Bologna, il Mulino, 1993, pp. 119-125; G. Toffanin, L’Arcadia, Bologna, il Mulino, 1947; M. Fubini, Stile e umanità di G.B. Vico, Milano-Napoli, Ricciardi, 1965, pp. 135-146; C. Viola, Muratori e le origini di una celebre ‘querelle’ italo-francese, in E. Elli – G. Langella (a cura di), Studi di letteratura italiana in onore di Francesco Mattesini, Milano, Vita e Pensiero, 2000, pp. 63-90; Id., Tradizioni letterarie a confronto. Italia e Francia nella polemica Orsi-Bouhours, Verona, Fiorini, 2001; A. Cottignoli, ‘Antichi’ e ‘moderni’ in Arcadia, in M. Saccenti (a cura di), La Colonia Renia. Profilo documentario e critico dell’Arcadia bolognese, 2 voll., Modena, Mucchi, 1988, vol. II (Momenti e problemi), pp. 53-69; E. Graziosi – M.G. Accorsi, Da Bologna all’Europa: la polemica Orsi-Bouhours, «La rassegna della letteratura italiana», a. XCIII (1989), n. 3, pp. 84-136; F.P.A. Madonia, Osservazioni in margine alla polemica Orsi-Bouhours, «Esperienze letterarie», a. XXIII (1998), fasc. 1, pp. 77-89.
  12. P.A. Bernardoni, Rime varie, consagrate alla S.C.R. Maestà Giuseppe I. August.mo Imperator de’ Romani […], Vienna d’Austria, Presso Gio. Van Ghelen, 1705.
  13. P.A. Bernardoni a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., pp. 513-514: 514 (lettera del 4 luglio 1705, senza indicazione della città [ma: Vienna]).
  14. [A. Burlini Calapaj,] Pietro Antonio Bernardoni, cit., p. 430.
  15. P.A. Bernardoni a L.A. Muratori, in L.A. Muratori, Carteggi con Bentivoglio … Bertacchini, cit., pp. 529-531: 530 (lettera da Vienna del 5 dicembre 1708).
  16. P…, Pietro Antonio Bernardoni, in F. Selmi (a cura di), Iconografia dei celebri Vignolesi, Modena, A spese di Giuseppe Lupi librajo, 1839, pp. I-IV: I (il volume presenta sequenze di pagine, dunque ogni singolo intervento inclusovi ha una numerazione di pagine a sé: la voce che ci interessa, costituisce la dispensa IV). Il medesimo contributo, sempre firmato da «P…» e recante lo stesso titolo, si trova anche in G. Rovani, Storia delle lettere e delle arti in Italia giusta le reciproche loro rispondenze ordinata nelle vite e nei ritratti degli uomini illustri dal secolo XIII fino ai nostri giorni, 4 tt., Milano, Per Borroni e Scotti {tt. I e II}, poi Per F. [ossia: Francesco] Sanvito [succ. alla ditta Borroni e Scotti] {tt. III-IV}, 1855-1858, t. II {1856}, pp. 476-479; il passo da noi citato è a p. 476.
  17. A proposito delle diverse opere del Nostro, cfr. soprattutto M.L. Nava, Pietro Antonio Bernardoni e il melodramma, «Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi», S. VII, vol. V (1928), pp. 88-138; S. Simonetti, Bernardoni, Pietro Andrea [sic!], in Dizionario biografico degli Italiani, t. IX, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1967, pp. 317-320. Di una certa utilità, specie dal punto di vista bibliografico, risulta anche B. Barazzoni, Le cantate da camera di Attilio Ariosti (1666-1729) nel contesto coevo con l’edizione dei testi, Roma, Aracne, 2007, passim.
  18. G.G. [G. Guccini], Pietro Antonio Bernardoni (1672-1714), in E. Casini-Ropa – M. Calore – G. Guccini – C. Valenti (a cura di), Uomini di teatro nel Settecento in Emilia e Romagna. Il teatro della cultura, 2 voll., Modena, Mucchi, 1986, vol. I (Prospettive biografiche), pp. 54-57: 56.
  19. Le due tragedie di Bernardoni, L’Irene e L’Aspasia, sono opere drammatiche abbastanza convenzionali, oltremodo influenzate dal modello “classico” francese e certamente non capolavori; il pubblico e i commentatori le accolsero senza grande entusiasmo. Ben altro impatto ebbe la fortunatissima Merope di Scipione Maffei, messa in scena per la prima volta nel 1713 a Modena. Alcuni lustri dopo la Merope, nella seconda metà del XVIII secolo, fu soprattutto la rappresentazione delle opere di Vittorio Alfieri, a far sì che la tragedia italiana potesse ambire a segnalarsi al di là delle Alpi. Non bisogna peraltro dimenticare che un significativo contributo alla nascita del perfetto stile tragico nazionale venne offerto, pochi anni prima del grande Astigiano, da Francesco Albergati Capacelli e da Agostino Paradisi il Giovane [su quest’ultimo, si vedano due recenti studi di Piero Venturelli: Verso il Risorgimento. Agostino Paradisi junior (1736-1783): vita, opere e patriottismo culturale di un grande illuminista italiano, «Il Pensiero Mazziniano», N.S., a. LXVIII (2013), fasc. 3 {ma: gennaio 2014}, pp. 11-40; Agostino Paradisi iunior (1736-1783). Uomo di lettere e di teatro, storico ed economista, «Bibliomanie», n. 35 (2014).
  20. S. Simonetti, Bernardoni, Pietro Andrea [sic!], cit., p. 319.
  21. Ibidem.
  22. Ibidem.
  23. M.L. Nava, Pietro Antonio Bernardoni e il melodramma, cit., p. 107.
  24. P…, Pietro Antonio Bernardoni, cit., p. I (anche, come detto, in G. Rovani, Storia delle lettere e delle arti in Italia, cit., t. II [1856], p. 476).
  25. P.A. Bernardoni, Rime varie, cit.
  26. Ivi, p. 26 (Per la nascita del Serenissimo Arciduca Leopoldo Giuseppe, primo Figlio della Maestà del Rè dei Romani, v. 1).
  27. Ivi, p. 17 (Si loda la Clemenza dello stesso August.mo Imperatore, vv. 5-8).
  28. Ivi, p. 3 (Proemio [pp. 1-3], vv. 55-56).
  29. Ivi, rispettivamente, p. 22 e p. 24 (Alla Sacra Reale et Apostolica Maestà di Giuseppe I. Rè d’Ungheria, e de’ Romani, nella sua Partenza da Vienna per andare à comandare l’Armi Cesaree sul Reno [pp. 20-25], vv. 47-50 e vv. 84-90).
  30. Cfr. L. Ariosto, Orlando Furioso, canto XXXV, ottave 23-27.
  31. P.A. Bernardoni, Rime varie, cit., p. 9 (Alla Sacra Reale, et Apostolica Maestà di Giuseppe I., Rè d’Ungheria, e de’ Romani [pp. 4-9], vv. 109-117).