Bibliomanie

Il People’s Party: due scrittori, una piattaforma e tanti slogan per il futuro
di , numero 54, dicembre 2022, Saggi e Studi, DOI

Il People’s Party: due scrittori, una piattaforma e tanti slogan per il futuro
Come citare questo articolo:
Sheyla Moroni, Il People’s Party: due scrittori, una piattaforma e tanti slogan per il futuro, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 5, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10313

1. Dalla storia alle narrazioni
Daniel Aaron scrisse: «we in the 20th century have become more cynical about human perversity and can smile at the simplicity of progressive paradises» immaginati nel XIX secolo1. La tesi di molti intellettuali (fra i quali Claeys Gregory e Raymond Trousson) è infatti che il XX secolo sia stato molto più vicino alle immaginazioni distopiche che alle immaginazioni utopiche dell’Ottocento. Per molti “occidentali” anche la “scoperta” dell’inconscio freudiano, oltre alle turbolente e globali vicende del Novecento, fece inclinare le creazioni letterarie in modo più netto verso le distopie (e le paure e le angosce che sono solo parzialmente reali e/o razionali)2. Ovviamente entrambi i tipi di narrazioni sorgono dal presente in cui si vive/va.
Burrhus Skinner, Herbert Marcuse, Aldous Huxley e Lewis Mumford si chiesero quanto e come le utopie e le distopie fossero legate alla sociologia, alla psicoanalisi e all’economia che le aveva prodotte e che le produceva, ma non c’è dubbio che l’utopia e la distopia contribuiscono a loro volta e significativamente anche alla costruzione (non solo narrativa) del mondo in cui agiscono.
Negli anni Ottanta del XIX secolo il “socialismo” era già una un concetto non gradito ai capitalisti americani di successo, ma i pignoramenti dei mutui, le bancarotte, le recessioni, i monopoli, la politica monetaria e la concentrazione di vaste ricchezze nelle mani di una piccola ma potente “plutocrazia” (per usare un’espressione coeva) erano argomenti di dibattito continuo e diffuso perché gli USA assistevano a ciò che era chiamato «l’implacabile assalto dell’industrializzazione»3. Le ingiustizie sociali dell’epoca diedero vita a una pletora di romanzi utopici e distopici che cercavano di indicare la strada da percorrere per passare dal “tumulto all’illuminazione”4.
In questo senso l’utopia e la distopia immaginate da Edward Bellamy e Ignatius Donnelly si dispiegano nell’ultimo ventennio del XIX secolo e fanno da eco alle paure e alle miserie che gli USA stavano attraversando in quel periodo. Fra il 1875 e il 1900 si registrano infatti dei cambiamenti esplosivi all’interno della società americana. Negli anni 1865-1901, il periodo traumatico che seguì la Guerra civile, l’America subì profondi cambiamenti economici, sociali e politici. Conosciuta come la Gilded Age, quest’epoca fu segnata dai progressi tecnologici, dall’aumento dell’immigrazione e dalla rapida urbanizzazione. Questo periodo dinamico di costruzione e ricostruzione catapultò gli Stati Uniti nel XX secolo. L’afflusso di immigrati, per esempio, fu maggiore che nei venti anni precedenti, la crescita (quasi di sei volte) delle città con centomila abitanti e l’inurbamento dei cittadini americani fu di quattro volte superiore al ventennio precedente. La concentrazione della ricchezza e dei patrimoni nelle mani di poche famiglie e/o singoli individui andò di pari passo alla crescente e vertiginosa varietà etnica presente soprattutto nelle città più importanti. Nel 1890 un ottavo delle famiglie presenti sul suolo americano possedeva metà della ricchezza e i sette ottavi del benessere accumulato nel paese, mentre il numero dei milionari arrivava a toccare quota quattromila5. I grandi capitalisti qualche volta si dimostravano anche mecenati e benefattori (come John D. Rockfeller, Andrew Carnegie e persino – a suo modo – George M. Pullmann), ma in un periodo – fra il 1873 e il 1897 – ritenuto di recessione, la loro esistenza era l’incarnazione del sogno (il più delle volte impossibile da raggiungere) della nuova classe media. A questo scenario si aggiungevano la composizione e ricomposizione dei sindacati (talvolta nati con un’impronta europea e successivamente americanizzatisi molto velocemente) presenti nelle città e le alleanze professionali o di ceto che caratterizzavano soprattutto i centri agricoli e le città minori, entrambi sintomo di un diffuso (e talvolta radicale) malcontento che si andava politicizzando. La questione delle infrastrutture ferroviarie divenne sempre di più l’oggetto del contendere e distinse nettamente le paure degli agricoltori da quelle di altre categorie socio-professionali e spesso anche le politiche dei singoli Stati da quelle del potere centrale.
In questo scenario e dalla raccolta di timori e interessi spesso divergenti, si articolarono prima i cosiddetti movimenti populisti, poi il People’s Party e infine la retorica populista che resistette all’interno dei due più grandi partiti statunitensi (anche se fu rappresentata soprattutto nel Partito Democratico). Gli aderenti ai movimenti (e anche al Partito Democratico) furono guidati da una utopia che spesso però “guardava indietro” (così come si intitola uno dei libri di Bellamy: Loooking Backward): al nativismo statunitense, alla figura epica del farmer e al mito della frontiera. In questo tracciato si ri-trovarono molte componenti della società e della cultura statunitense: una certa inclinazione all’irrazionale e al para-scientifico, una marcata auto-differenziazione fra le élite e le masse, la paura dei complotti unita all’antisemitismo (globale alla fine dell’Ottocento) e una forte anglofilia (che si traduceva in accuse e azioni, anche molto violente, contro chi non appartenesse al gruppo degli WASP)6. Il cristianesimo messianico e utopistico si presentò in varie forme così come alcune configurazioni peculiari di socialismo e nazionalismo. Fra il 1880 e il 1900 (e soprattutto fra il 1888 e il 1894) vennero pubblicati almeno settanta romanzi utopici. Molti di questi furono pensati e prodotti come media popolari attraverso i quali veicolare al pubblico delle nuove proposte politiche e ideali7. Per alcuni studiosi la frontier escape prese la forma dell’utopian escape. Il secondo grande slancio verso l’Ovest infatti avvenne dopo la fine della guerra civile (1861-1865), che portò i “coloni” al di là delle Montagne Rocciose e nei territori del Sud-Ovest.
L’agricoltura e l’allevamento sempre più intensivi e una nascente industria cominciarono a mutare la geografia economica dell’Ovest, che divenne sempre più “americano”. E sempre meno “sconosciuto e indigeno”. Il tutto avvenne «lungo le piste ideologiche di un darwinismo sociale anglo-sassone», imperniato sulla «difesa razziale della Americanness», costitutita degli English-speaking peoples8. Quando, negli anni Novanta dell’Ottocento, si capì che non si poteva più cambiare radicalmente la società americana (soprattutto non fermando immanentemente l’enorme inurbamento e ponendo rimedio conclusivo ai flussi migratori), anche i romanzi utopici scomparvero di colpo9.
Nel 1887 e nel 1890 comparvero Loooking Backward di Edward Bellamy e Caesar’s Column di Ignatius Donnelly: i due romanzi, come molti altri, non si ponevano il problema di “dividere” metodologicamente alcune idee ritenute riformiste (a vario titolo) dall’utopia vera e propria. L’utopia e la distopia erano più che mai delle riflessioni sul presente che contenevano ammonimenti e/o indicazioni di politica e policies per alcune riforme da adottare nel futuro prossimo10: proprio a causa della sovrapposizione fra fiction e realtà, i racconti utopistici e distopici del XIX secolo risultano pubblicati da case editrici ritenute “radicali”11, oppure direttamente dai loro autori (anche sotto pseudonimo). Non è un caso che i due autori siano stati anche riferimenti politici (alcune volte con cariche pubbliche e altre volte no) e quindi anche “riformatori utopici” di professione: Ignatius Donnelly (1832-1901) ed Edward Bellamy (1850-1898) contribuirono infatti a creare (e a far convergere lì dei movimenti politici e sociali legati al malcontento) il cosiddetto “terzo partito” statunitense, il People’s Party.

2. Edward Bellamy: uno sguardo dal futuro
I temi del romanzo utopico di Edward Bellamy, che ebbe un enorme impatto sul pubblico, includono i problemi associati al capitalismo e una proposta di soluzione – definita perlopiù “socialista” – che prevede la nazionalizzazione di tutta l’industria e l’uso di un “esercito industriale” per organizzare la produzione e la distribuzione, nonché il modo di garantire la libertà di creazione culturale.
Edward Bellamy era nato nel 1850 a Chicopee Falls (Massachusetts). Impressionato, da giovanissimo, dalla Guerra civile, cercò varie volte di intraprendere la carriera militare che però gli fu negata a causa della sua fragilità fisica12. Come altri giovani americani intraprese un viaggio di studio e conoscenza in Europa per un anno con un cugino, ma questa sua esperienza diretta non fu felice:

«It was in the great cities of England, Europe, and among the hovels of the peasantry that my eyes first fully opened to extent and the consequences of man’s inhumanity to man. I well remember in those days in European travel how much more deeply that black background of misery impressed me than the places and cathedrals in relief against it. I distinctly the innumerable debates, suggested by the pietous sights about us […] as to the possibility some great remedy for poverty, some plan for equalized human conditions.13»

Una volta tornato negli USA iniziò una brevissima carriera da avvocato passando poi a scrivere per vari giornali (il Daily Union di Springfield, Massachusetts su tutti) dopo l’amara constatazione di come spesso gli avvocati fossero «bulldog[s] of the money kings»14. Sviluppò in quegli stessi anni una visione, ritenuta fortemente convincente da molti, secondo la quale le ricchezze della terra sarebbero bastate per tutti se divise equamente. Questo approccio si sviluppò a seguito dell’incontro con il socialista fourierista Albert Brisbane15. Bellamy si dedicò prevalentemente alla questione sociale del lavoro minorile e all’ecologia ante-litteram legata alla bellezza e alla conservazione dei luoghi naturali, mentre tentava di iniziare un percorso politico spesso sfortunato16. Bellamy si sofferma nei suoi scritti sul Cristianesimo (da lui abbandonato) finendo poi per essere attratto dalle nuove teorie para-scientifiche quali il mesmerismo e lo spiritismo. La svolta nella coscienza politica di Bellamy si ebbe nel 1879 quando pubblicò The Duke of Stockbridge17 nel quale racconta della ribellione di Shays: una sollevazione armata svoltasi in Massachusetts principalmente nella città di Springfield e nei suoi dintorni, tra il 1786 e il 1787, guidata dall’agricoltore e veterano della Guerra d’indipendenza Daniel Shays. La ribellione, che comprendeva un totale di circa quattromila ribelli (chiamati shaysites) era nata come protesta contro le ingiustizie economiche e civili percepite dai ceti più umili. Nel 1787, i ribelli guidati da Shays marciarono contro l’armeria della città di Springfield, cercando di impossessarsi delle armi al suo interno. Il giovane governo federale fu incapace di soffocare la ribellione, che terminò in seguito per mano della milizia armata dello stato del Massachusetts e di varie milizie locali private18. Al di là del racconto storico, Bellamy offre per la prima volta una visione nettamente “populista” della storia americana: i poveri farmers si ribellano ai pignoramenti messi in atto dall’avida casta gentry del New England che si avvale sia del suo potere sul sistema bancario sia della sua influenza sui tribunali19. Nel 1880 Bellamy inizia a scrivere nei suoi appunti un abbozzo per una coerente idea utopica di società basata soprattutto sul ricorso pubblico all’eugenetica che «avrebbe estirpato», a lungo termine, le sofferenze dell’umanità20. Si tratta di un immaginario non stravagante per quell’epoca, in cui le culture politiche non erano esenti da forti contaminazioni che non apparivano contraddittorie. Bisogna, infatti, tenere conto che – come scrive Adam Gopnik – anche i socialisti di quei decenni erano spiccatamente sessisti come gli anarchici più lungimiranti erano spesso tendenti al misticismo e ideologicamente confusi21; Bellamy riuniva queste caratteristiche.
Ciononostante, negli elenchi compilati da John Dewey, Charles Beard ed Edward Weeks dei venticinque libri più significativi pubblicati dopo il 1885, ciascuno di loro ha classificato il successivo romanzo di Bellamy Looking Backward come secondo solo al Capitale di Karl Marx22. Cosa ha reso Looking Backward attraente non solo per letterati come William Dean Howells e Mark Twain, ma anche per così tanti contadini e lavoratori? Parte dell’interesse, sostiene in modo convincente Michael Robertson, aveva a che fare con la nostalgia del dopoguerra per la purezza dell’irreggimentazione militare presentata nel romanzo. In un periodo di confusa “plutocrazia”, tutti volevano una variante di ciò che William James in seguito chiamò «l’equivalente morale della guerra»23. Infatti, con l’avanzare del racconto, nel libro il potere, la brutalità e la capacità di dominare ricoprono una posizione via via più fondamentale. Le regole sono create e rigorosamente applicate. Robertson ritiene che «agghiacciante in Bellamy è quanto dell’immaginazione totalitaria sia già presente nel suo lavoro e quanto possa sembrare allettante»24.
Julian West, il protagonista-narratore di Looking Backward, nasce in una famiglia aristocratica alla fine del XIX secolo, quando il divario tra ricchi e poveri è enorme e apparentemente impossibile da colmare. Come altri membri della sua classe, Julian si ritiene superiore alle masse lavoratrici e considera i loro frequenti scioperi con rabbia e disprezzo. A causa dell’insonnia, Julian viene regolarmente “mesmerizzato”. Quando – una notte – la sua casa è distrutta da un incendio, egli viene dato per morto ma a causa del sonno indotto dall’ipnosi, si risveglia invece nell’anno 2000 in una società molto diversa da quella da lui conosciuta. In questa America futuribile l’economia si basa sul capitale pubblico anziché su quello privato, il governo controlla i mezzi di produzione e divide equamente il prodotto nazionale tra tutti i membri della comunità americana, ogni cittadino riceve un’istruzione di livello universitario, gli individui hanno una grande libertà nella scelta della carriera e tutti vanno in pensione all’età di quarantacinque anni. La società si basa su un ideale di fratellanza fra gli uomini e non è pensabile che un individuo debba soffrire i mali della povertà o della fame. Con il tempo, Julian arriva infine a capire e ad apprezzare la società del ventesimo secolo.
In quello stesso biennio centinaia di club autonominatisi “nazionalisti” nacquero in onore dell’utopia di Bellamy. Si autoproclamarono “nazionalisti” perché l’utopia dello scrittore si basava sull’idea che, per porre fine alla società divisa in classi ci volesse uno Stato nazionale democratico, ma altamente centralizzato, che controllasse tutti gli aspetti della produzione e del consumo in quel momento monopolizzati da aziende capitalistiche concorrenti25; in più, soprattutto dopo l’Haymarket Affair, avvenuto a Chicago del 1886 26, la parola “socialismo” era troppo legata alle accuse di violento rivoluzionarismo, ben lontano, in effetti, dalle auspicate riforme dell’autore. Bellamy, oltre a non essere un rivoluzionario, infatti, scelse di usare un tono biblico nel suo scritto poiché – figlio di pastore, come sua moglie – pur non essendo credente, rimase obiettivamente intriso della retorica cristiana27.
Il successo di Looking Backward provocò una serie di sequels, parodie, satire, risposte distopiche e anti-utopiche, ma soprattutto molte versioni adattate per i diversi contesti nazionali. Quello di Bellamy fu un vero best-seller, tanto che si contano più di 400.000 copie vendute solo negli Stati Uniti. Ovviamente la prima platea di lettori non statunitensi del romanzo furono i lettori britannici, tanto che alcune conversioni al socialismo furono legate, secondo il racconto dei protagonisti di oltremanica, alla lettura del volume (ad esempio quella di Alfred Russel Wallace e, tornando al contesto statunitense, persino quella del celeberrimo Eugene Debs). Oltreoceano, molti lettori divennero “attivisti socialisti”, strutturarono delle società, produssero pamphlet, distribuirono giornali come Nationalization News. In Gran Bretagna, come negli stati Uniti, si stamparono copie pirata dell’opera. Secondo i calcoli di Krishan Kumar, in dieci anni sessantadue romanzi furono prodotti grazie all’ispirazione fornita da Looking Backward, che riportò in auge la moda del racconto utopico28.
In Gran Bretagna alcune descrizioni di Bellamy sulla pianificazione urbana utopica ebbero un’influenza pratica sulla fondazione del movimento delle città-giardino, pensate da Ebenezer Howard, fra le quali si possono contare anche degli esperimenti italiani29. Bellamy venne tradotto in italiano a partire dal 1890 in varie edizioni. La prima versione di Looking trovò vari formati di pubblicazione persino in Cina dove divenne la prima traduzione di un’opera di “fantascienza” occidentale. La prima versione del romanzo pubblicata in Cina fu pesantemente modificata secondo i gusti dei lettori dell’impero. Questo testo fu in seguito reintitolato Un sonno di 100 anni e il romanzo fu nuovamente pubblicato a puntate in Cina nel 1898 e nel 1904, con il titolo Huitou kan (Guardando indietro). Looking Backward influenzò anche il romanzo Future of a New China di Liang Qichao, fondatore del romanzo utopico in chiave moderna cinese che viene considerata quale sintomo peculiare dei tumulti storici di un impero in via di frammentazione, quanto quale preziosa lente per l’osservazione e la comprensione di tale periodo storico30. Il libro è rimasto in stampa in più edizioni fino almeno all’avvento della Repubblica Popolare31.
Si contano, fra le altre versioni nazionali di particolare interesse, la traduzione in bulgaro nel 1892 per la quale Bellamy approvò personalmente la richiesta dello scrittore Iliya Yovchev di realizzare una “traduzione adattata” basata sulla realtà dell’ordine sociale del paese (vi si tratta anche di una sorta di Sofia ecosostenibile)32. L’unico paese che censurò il libro fu la Russia zarista. Per molti decenni l’opera di Bellamy ebbe numerosi ammiratori, fra i quali Erich Fromm che ne scrisse una entusiastica prefazione nel 1960: «Few, especially among the younger readers of this book, will realize that Edward Bellamy’s Looking Backward is one of the most remarkable books ever published in America»33. Ciò che colpì molti intellettuali che si interessarono al libro furono anche due sue peculiarità: un’aspettativa di tipo ecologista (le fabbriche non inquinanti) e soprattutto un forte interesse (tutt’altro che anomalo per quei decenni) per il modo di consumare le merci. Il primo segnalerebbe il sogno utopico di poter vivere come nel paesino di Bellamy, Chicopee Falls, in un mondo industrializzato e metropolitano, ma privo degli effetti negativi dell’industrializzazione; mentre la seconda curiosità segnala un interesse più marcato per il cittadino consumatore che per il cittadino produttore34, questione molto dibattuta fra i cooperativisti di quegli anni oltre che nel People’s Party. Bellamy stesso partecipò attivamente al movimento politico sorto intorno al suo libro, in particolare dopo il 1891, quando fondò la sua rivista, The New Nation, e iniziò a promuovere un’azione unitaria tra i vari club nazionalisti e il nascente People’s Party. Per i successivi tre anni e mezzo, Bellamy si dedicò completamente alla politica, pubblicando la sua rivista, lavorando per influenzare il programma del partito e pubblicizzando il movimento nazionalista sulla stampa popolare. Questa fase della vita di Bellamy si concluse nel 1894, quando The New Nation fu costretto a sospendere la pubblicazione a causa di difficoltà finanziarie. Con i principali attivisti dei Club nazionalisti in gran parte assorbiti dall’apparato del People’s Party (anche se il Partito Nazionalista presentò tre suoi candidati alle elezioni nel Wisconsin fino al 1896), Bellamy abbandonò la politica per tornare alla letteratura. Si mise al lavoro su un seguito di Looking Backward intitolato Equality, che cercava di trattare in modo più dettagliato la società ideale per un futuro post-rivoluzionario. In quest’ultima opera, Bellamy si dedicò alla questione del femminismo, affrontando il tema tabù dei diritti riproduttivi femminili in una America futuristica. Altri argomenti trascurati in Looking Backward, come i diritti degli animali e la conservazione della natura selvaggia, vennero trattati nell’opera35. Il libro venne stampato nel 1897 e fu l’ultima creazione di Bellamy, che morì nel 1898.
Il libro di Bellamy ebbe un forte impatto sul successivo e più interessante utopista, William Morris: Looking Backward contribuì infatti a ispirare News from Nowhere, pubblicato nel 1890. Sebbene sia stato scritto come una sorta di correttivo a Bellamy, il romanzo «segna una rottura più radicale con l’ortodossia del XIX secolo»36: l’eroe di Morris si risveglia in una perfetta Inghilterra socialista-agraria, restituita a una purezza pastorale. Per Morris, il lavoro industriale, agricolo e persino quello impiegatizio equivalgono a forme di irreggimentazione non diverse dalla schiavitù, una serie di insulti allo spirito umano: il male è il lavoro industrializzato in sé.
Dopo decenni di fama ininterrotta dell’autore nel mondo, fu fondato persino il Partito Bellamista Olandese (in olandese: Nederlandse Bellamy-Partij), attivo soprattutto fra il 1927 e nel 1933, anno in cui fu creata a Rotterdam, l’Associazione Internazionale Bellamy (IVB). Alla fine degli anni Trenta l’IVB contava circa 10.000 seguaci, senza tuttavia impegnarsi direttamente in politica. Durante la Seconda guerra mondiale, le autorità di occupazione tedesche vietarono l’IVB. Il 30 maggio 1945, poche settimane dopo la fine dell’occupazione, fu fondato un partito su una visione “bellamista”: il NBP, che partecipò alle elezioni parlamentari del 1946 presentandosi con lo slogan «socializzazione graduale ma conseguente dei mezzi di produzione»37: ottenne 11.025 voti (0,23%), di cui circa la metà a Rotterdam e all’Aja iniziando un percorso che lo portò molto rapidamente allo scioglimento38.
Looking Backward fu riscritto nel 1974 dall’autore americano socialista di fantascienza Mack Reynolds sotto il titolo Looking Backward from the Year 200039. Nel 1984, Herbert Knapp e Mary Knapp pubblicarono Red, White and Blue Paradise: The American Canal Zone in Panama. Gli Knapp usarono Looking Backward come modello euristico per comprendere l’ideologia progressista che aveva plasmato la Canal Zone40. Un atto unico, Bellamy’s Musical Telephone, fu scritto da Roger Lee Hall e presentato per la prima volta all’Emerson College di Boston nel 1988, nell’anno del centenario della pubblicazione del romanzo41.
La prima opera del XXI secolo basata sul romanzo di Bellamy è stata scritta nel 2020 dal politologo e socialista utopico americano William P. Stodden, intitolata The Practical Effects of Time Travel: A Memoir. Il libro, che differisce in modo significativo dall’originale, pur seguendo un arco narrativo simile, descrive il viaggio di una protagonista femminile attraverso una macchina del tempo in un futuro in cui il bisogno è stato eliminato grazie a un forte reddito di base universale e a un programma di servizi nazionali, mentre la cooperazione ha sostituito la competizione. Il libro tratta anche della forte influenza della tecnologia e della robotica nel liberare gli esseri umani dall’estenuante lavoro manuale. La narrazione si concentra molto sulla teorizzazione di un socialismo etico, piuttosto che materialistico, come fondamento ideologico della società utopica42.

3. Ignatius Donnelly: da Atlantide al futuro
In realtà, Bellamy fu il secondo autore più determinante nella direzione ideologica del People’s Party; il visionario scrittore Ignatius Donnelly (nato in Pennsylvania e di famiglia cattolica), autore della distopia Caesar’s Column: A Story of the Twentieth Century (1891), fu ancora più direttamente influente sul movimento e in seguito sul partito43.
Ignatius Donnelly, repubblicano, fu governatore del Minnesota dal 1860 al 1863 e senatore dal 1874 al 1878 e dal 1891 al 1894. Tra le altre cose, viene ricordato per essere stato uno dei promotori del suffragio universale femminile. Donnelly però è noto soprattutto per una proposta pseudo-filologica e per alcune tesi pseudo-archeologiche (anzi, fantascientifiche). La prima è registrata in The Great Cryptogram, tomo edito nel 1888: Donnelly con supposte prove alla mano, era convinto che Shakespeare fosse il nome fittizio di Francis Bacon, il filosofo del Novum Organum. La tesi – più spettacolare che fondata – ebbe un certo successo. Il libro che donò imperitura fama a Donnelly, però, è un altro: Atlantis: The Antediluvian World, pubblicato a New York nel 1882 da Harper & Brothers – che ora è il potentissimo colosso editoriale HarperCollins. Questo best-seller mette insieme tutto quello che “crediamo di sapere” sull’ancestrale città mitologica di Atlantide, rilanciandone la patente di autenticità. Il genio di Donnelly è però non solo creativo, ma anche pienamente politico: l’introduzione è una lista di tredici tesi che «l’autore intende dimostrare nel corso del lavoro». Non solo ribadisce che «è esistita, nell’Oceano Atlantico, di fronte al Mar Mediterraneo, una vasta isola conosciuta nel mondo antico come Atlantide», ma che questa fosse anche «la sede della famiglia degli Ariani o Indo-Europei», il luogo in cui l’uomo si è evoluto per la prima volta dalla barbarie alla civiltà. Donnelly è convinto, che «la colonia più antica degli abitanti di Atlantide fosse in Egitto»; da questo luogo sarebbero partiti un numero di vascelli alla scoperta del mondo. Ovunque gli Atlantidei fossero sbarcati avrebbero portato la civiltà, per questo «gli dèi e le dee dell’antica Grecia, dei Fenici, degli indù e degli scandinavi non sono che i re, le regine e gli eroi di Atlantide». Infine, Atlantide sarebbe svanita, «affondando nell’oceano con tutti i suoi abitanti»44. Il resto del libro, con dovizia di dati spericolati, giustifica le asserzioni di Donnelly. Atlantis fu un successo clamoroso45. Galvanizzato, l’anno dopo Donnelly pubblicò Ragnarok. The Age of Fire and Gravel, un libro in cui raccontava come una terribile cometa, dodicimila anni fa, avesse annientato una raffinatissima civiltà terrestre46.
Nel 1882, del resto, era facile immaginare il peggio: sia proiettandolo nel passato che immaginandolo nel futuro. Il presidente James Garfield era stato assassinato solo pochi mesi prima – era il secondo presidente ucciso in sedici anni – e anche l’economia stava precipitando in una nuova recessione. Gli agricoltori dello Stato di Donnelly, il Minnesota, furono particolarmente colpiti e a settembre, trentamila lavoratori di New York marciarono nella prima parata del Labor Day della nazione, ricordando il violento sciopero ferroviario di cinque anni prima.
Atlantis poteva sembrare un sollievo: le sue pagine fitte di pseudoscienza e mitologia raccontavano la presunta età dell’oro del continente perduto e della civiltà menzionata per la prima volta da Platone. Ma il sottotesto era la fragilità di quella stessa età dell’oro. Per Donnelly, Atlantide era un modello e uno specchio per gli Stati Uniti, dove l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’accumulo di grandi ricchezze avevano creato un diluvio sociale che distruggeva l’età dell’oro della nazione, quella della frontiera agricola.
Donnelly si era cimentato (durante il suo primo impiego) come avvocato a Filadelfia, ma i litigi con i clienti e la famiglia lo spinsero in Minnesota nel 1858, proprio mentre questo veniva ammesso nell’Unione come Stato. Si tuffò nella speculazione fondiaria e nella politica: Nininger City47, una città a quel tempo non sviluppata a 17 miglia da St Paul, aveva bisogno solo del suo talento promozionale per diventare un importante porto fluviale e rendere Donnelly un uomo ricco; o almeno così egli sperava. Purtroppo, i residenti che scelsero di recarvisi furono pochi e Donnelly trovò una sola via di uscita: si iscrisse al neonato Partito Repubblicano e fu eletto Luogotenente Governatore del Minnesota all’età di ventotto anni48. Fu poi deputato al Congresso degli Stati Uniti per tre mandati, dal 1863 al 1868; tuttavia in seguito si separò dai repubblicani divenuti, a suo avviso, troppo conservatori, tornò nella sua villa solitaria a Nininger, gestì un giornale antimonopolistico e provò a fondare e/o ad aderire a una serie di partiti terzi e fazioni scissioniste (nei due partiti maggiori), che non riuscirono a spingerlo verso le cariche che pensava di meritare49.
Vent’anni di frustrazione personale portarono i suoi pensieri verso la catastrofe. Nel raccontare la rivolta dei Dakota del 1862, in cui le tribù Sioux avevano attaccato i coloni che stavano invadendo il Minnesota occidentale, sembrò persino gioire degli orrori del conflitto.
In Ragnarok, Donnelly divenne convinto che il cambiamento avvenisse solo attraverso rivoluzioni, sconvolgimenti e calamità. In Atlantide aveva tratto spunto da una storia ben nota, ma nel secondo libro reinventava il suo cataclisma personale. Mentre Louis Agassiz, Charles Lyell e altri geologi avevano sostituito la storia della Terra come guidata dalle catastrofi con una ricostruzione che contemplava dei processi graduali, Ignatius Donnelly rimase convinto della prima visione: sette settimane bastarono per scrivere quattrocentocinquanta pagine nelle quali si raccontava un presunto disastro cosmico in cui una cometa, sfiorando la Terra, l’avrebbe ricoperta con lo strato di sabbia, ghiaia e terra che si trova sopra la roccia del nostro pianeta.
Atlantis era stato un successo finanziario e aveva generato entrate sufficienti per incoraggiare la scrittura dell’opera successiva. Ragnarok ebbe una storia diversa: le vendite crollarono dopo poche settimane e l’autore si sentì frustrato anche dalla derisione dalle istituzioni letterarie e scientifiche di New York: il suo editore non riuscì infatti a promuovere il secondo libro; gli scienziati ignorarono o ridicolizzarono l’idea della catastrofe. Edward L. Youmans, l’editore di Popular Science Monthly e il più influente giornalista scientifico della nazione, definì Ragnarok «assurdo», anche se il romanzo potrebbe aver influenzato la tesi altrettanto strampalata di Immanuel Velikovsky in Worlds in Collision del 1950. Non aiutava il fatto che quest’uomo delle praterie non solo trovasse l’establishment letterario newyorkese poco disponibile, ma ritenesse New York stessa un luogo sgradevole, definendola un «vortice ribollente di umanità in lotta»50.
Donnelly cercò di reagire, accusando gli arbitri della scienza americana di essere pedanti maestri di scuola che ripetono l’ortodossia degli esperti europei piuttosto che guardare a nuove idee creative. Un terzo libro nel quale sosteneva di aver trovato crittogrammi di Francis Bacon nascosti nell’Enrico IV di Shakespeare, ebbe un’altra accoglienza fredda («mountebank» fu il giudizio di un recensore sull’autore). «Il mio libro è un fallimento e le mie prospettive politiche sono oscure»51, si rammaricava quindi Donnelly nel luglio 1888. Pochi mesi dopo si candidò a governatore del Minnesota ritirandosi a metà della campagna, perse un’elezione per la legislatura statale che avrebbe dovuto essere una scelta sicura e fece il suo nome come candidato, senza speranza, al Senato degli Stati Uniti. Il giorno dopo il fallimento della sua candidatura a senatore, Donnelly iniziò a lavorare al suo secondo bestseller. Aveva concluso Ragnarok con un attacco ai mali del capitalismo e alla sua tacita convinzione che «il paradiso è solo una Wall Street più grande, dove i milionari occupano i primi banchi»52. Caesar’s Column, pubblicato nell’aprile del 1890 da un oscuro editore di Chicago dopo che le case editrici di New York non l’avevano accettato, prende di petto i mali del capitalismo: il romanzo vendette ben sessantamila copie in nove mesi, ottenne tre edizioni inglesi e fu tradotto in tedesco, svedese e norvegese. Il romanzo futuristico, che i maggiori editori rifiutarono in quanto pericolosamente rivoluzionario, fu pubblicato con lo pseudonimo di Edmund Boisgilbert. Il racconto intreccia le motivazioni politiche e sociali a una doppia storia d’amore, i cui protagonisti sono destinati a trovare la loro collocazione in un’utopia agricola letteralmente fuori del consorzio civile occidentale.
Il romanzo distopico del narratore di Philadelphia, che prevede sviluppi come la radio, la televisione e i gas tossici, ritrae gli Stati Uniti del 1988 governati da una spietata oligarchia finanziaria e popolati da una classe operaia abietta. Caesar’s Column rappresenta sia un monito che una promessa: se pressata troppo, avvertiva Donnelly, la sottoclasse rurale americana potrebbe insorgere in rivolta (una lettura politico-sociale fondamentalmente traslata nel People’s Party). Donnelly imposta il racconto sulla forma di un romanzo epistolare: il narratore in prima persona,Gabriel Weltstein, scrive una serie di lettere al fratello, raccontando le sue esperienze durante una visita a New York nel 1988. Weltstein è un commerciante di lana originario dell’Uganda (i primi pensatori sionisti consideravano la possibilità di fondare uno Stato ebraico in quel territorio) e racconta in presa diretta di un’organizzazione mondiale sorta per contrastare gli autocrati e capeggiata da Cesare Lomellini, un pericoloso e spietato fanatico con un’imponente presenza fisica, metà italiano e metà «negro» (sic!). La Confraternita della Distruzione (questo il nome del “movimento”) organizzata dagli scontenti “cittadini” statunitensi provoca infine una ribellione mondiale che riesce a deporre gli oligarchi, anche se a costo di ingenti perdite.
Caesar’s Column immagina un’America distopica degli anni Ottanta del Novecento, sprofondata nel caos dalle divisioni di classe che tanto preoccupavano gli americani e gli europei contemporanei. L’attentato di Haymarket era ancora vivo nella mente di Donnelly (come lo era stata in quella di Bellamy) quando si sedette a scrivere. Così come lo sconvolgimento della Comune di Parigi, che aveva già ispirato il riformatore Charles Loring Brace a mettere in guardia su Le classi pericolose di New York (1872): «Lasciate che la legge alzi la mano su di loro per una stagione, o lasciate che le influenze civilizzatrici della vita americana non li raggiungano, e se si presentasse l’occasione, dovremmo assistere a un’esplosione di questa classe che potrebbe lasciare la città in cenere e sangue»53.
Donnelly trasformò i timori di Brace in fiction: Caesar’s Column è pensato quindi come un romanzo di proto-fantascienza. Segue il tropo standard utopico/distopico di un visitatore da lontano che registra le sue esperienze e osservazioni: Weltstein si reca a New York in dirigibile e scrive una serie di lettere a casa. Trova una città tecnologicamente avanzata, con metropolitane sottovetro, giornali televisivi ed elettricità illimitata ricavata dall’aurora boreale, ma anche una città profondamente lacerata da divisioni di classe. Per caso incontra Max Pelton, uno dei membri della Confraternita della Distruzione, che gli mostra l’immensa disuguaglianza generata dall’oligarchia che governa gli Stati Uniti.
Jack London, scrivendo qualche anno dopo e con una certa padronanza della teoria socialista, avrebbe proposto un sofisticato movimento di resistenza al capitalismo ottocentesco statunitense in Il tallone di ferro (1908), con una chiara ideologia e radici nel lavoro organizzato. I rivoluzionari di Donnelly sono invece un Lumpenproletariat degradato, viscerale più che intellettuale, una folla votata alla distruzione. Cesare Lomellini, il leader della Confraternita, mostra segni etnici che, nel pensiero razzista contemporaneo all’opera, connotavano l’istinto animale piuttosto che la ragione. La sua rivoluzione distrugge gli oligarchi, ma versa fiumi di sangue e fa precipitare la città di dieci milioni di abitanti in un caos incandescente. Di fronte al problema di smaltire decine di migliaia di corpi, Lomellini ha un’ispirazione:

«Cesare si reggeva in piedi, instabile [su di una montagna di morti], e ci guardava con occhi spenti. Improvvisamente nella sua testa mostruosa sembrò nascere un’idea, un’idea mostruosa e rozza quanto la testa stessa. I suoi occhi si illuminarono.
“[…] Fatene una piramide, gettateci sopra del cemento e lasciatela in piedi per sempre come monumento del glorioso lavoro di oggi! Urrà!”.54»


Mentre New York sprofonda nel fuoco della distruzione rivoluzionaria, Weltstein fugge in dirigibile verso gli altopiani del suo paese africano, dove uomini e donne bianchi hanno un’altra opportunità di costruire una società più semplice e più equa, un parallelo dello sforzo di Donnelly di reimmaginare la colonizzazione bianca del Minnesota. La colonna di Cesare è il punto più alto della carriera di Donnelly. L’autore continuò a scrivere per un altro decennio, dedicandosi a parabole e trattati politici che trovarono pochi lettori. Nel 1900 si candidò alla vicepresidenza con una lista separata dal Partito Populista in declino, ottenendo un voto su trecento55.

4. Un partito fondato su utopie e distopie
Nel 1892, Donnelly fu estensore del preambolo della “Piattaforma Omaha” fondando, di fatto, il People’s Party, chiamato così e già in via di unione, a partire dai vari movimenti che lo componevano, per la campagna presidenziale di quell’anno. In esso si potevano leggere passaggi quali «we denounce the present ineffective laws against contract labor, and demand the further restriction of undesirable emigration»56. La Piattaforma di Omaha riunì le idee che circolavano tra i radicali agrari, gli organizzatori del lavoro e i riformatori monetari fin dagli anni Settanta del XIX secolo. Per ampliare le opportunità economiche private ed eliminare la corruzione, i populisti chiedevano una moneta flessibile indipendente dalle banche private, un’imposta federale sul reddito graduata, la proprietà statale delle ferrovie, restrizioni all’immigrazione, la giornata lavorativa di otto ore, il voto segreto, l’elezione diretta dei senatori degli Stati Uniti, un emendamento costituzionale per limitare la presidenza a un solo mandato e il divieto di possedere terre straniere. Il documento rimase notabilmente in silenzio sulle questioni della segregazione razziale e del suffragio femminile, sebbene oratori populisti come Tom Watson e Mary Elizabeth Lease avessero invocato la cooperazione al di là delle differenze di razza e di sesso.
Per attirare gli agricoltori furono sostenuti il sistema di sub-tesoreria e il libero conio dell’argento. Proposto per la prima volta dall’Alleanza del Sud, il sistema di sub-tesoreria avrebbe permesso ai contadini di conservare i loro raccolti in magazzini finanziati dal governo fino a quando i prezzi sul mercato non fossero stati favorevoli. Fino a quel momento, essi avrebbero potuto prelevare banconote del Tesoro degli Stati Uniti fino all’80% del valore dei loro raccolti, da rimborsare al momento della vendita. Per aiutare ulteriormente gli agricoltori, il Tesoro sarebbe tornato a uno standard monetario bimetallico attraverso il conio libero e illimitato di argento a un rapporto di sedici dollari d’argento per un dollaro d’oro. Inflazionando la massa monetaria e diminuendone il valore, il conio dell’argento avrebbe aumentato i prezzi dei raccolti, allentato il credito e permesso ai debitori di rimborsare più facilmente i prestiti. Inoltre, avrebbe avuto il vantaggio di attrarre voti dalle aree produttrici di argento negli Stati Uniti occidentali, ampliando così la coalizione populista, anche se l’auspicato aumento dei prezzi agricoli si scontrava con gli interessi dei consumatori e di coloro che sostenevano il gold standard come base della solidità finanziaria.
L’uomo scelto per dare a questa piattaforma radicale un preambolo adeguato fu Donnelly. Con grande drammaticità, le parole iniziali del “manifesto” da lui redatto dipingono un quadro crudo dell’America della Gilded Age: «Ci troviamo in mezzo a una nazione portata sull’orlo della rovina morale, politica e materiale». Donnelly condanna poi la corruzione politica, la soppressione del lavoro organizzato e il crescente divario tra ricchi e poveri: «I frutti del lavoro di milioni di persone vengono rubati con coraggio per costruire fortune colossali, senza precedenti nella storia del mondo, mentre chi li possiede disprezza la Repubblica e mette in pericolo la libertà. Dallo stesso grembo prolifico dell’ingiustizia governativa nascono le due grandi classi dei barboni e dei milionari57
I delegati accolsero la piattaforma con entusiasmo. Questo entusiasmo produsse risultati alle urne, ma provocò anche critiche e contromisure da parte dei due partiti maggiori. Alle elezioni del 1892, il candidato populista alla presidenza, James B. Weaver, ottenne più di un milione di voti popolari (8,5%) e 22 voti elettorali: era la prima volta dal 1860 che un terzo partito si imponeva nell’agone elettorale. Il Partito Populista ottenne i migliori risultati nell’Ovest, dove Weaver conquistò cinque Stati ed elesse più di una dozzina di governatori, deputati e senatori. Nel Sud, tuttavia, i populisti faticarono a spezzare la presa del Partito Democratico, che usava la minaccia della «dominazione negra» per tenere stretti a sé gli elettori bianchi.
Circa la ricezione dei due romanzi “fondanti” una parte dell’ideologia del People’s Party, alcuni storici hanno notato che anche il successo nazionale di Bellamy si fondò sulla sua fortuna nell’America agraria: per coltivare il potenziale elettorato i leader dell’Alliance e del People’s Party incoraggiarono la lettura di libri di riforma, tra cui Looking Backward. «Nella Farm Belt – ha osservato John L. Thomas nel 1967 – un’edizione in brossura da cinquanta centesimi [di Looking Backward] divenne rapidamente un bestseller»58. Elizabeth Sadler aveva fatto lo stesso ragionamento nel 1944, notando che il romanzo ricevette un’accoglienza calorosa proprio in quelle aree in cui nacque il populismo.
Discutendo del populismo meridionale, Comer Vann Woodward ha osservato poi che molti opuscoli riformisti circolavano in questo modo: «Copie miniate di Caesar’s Column di Donnelly, di Looking Backward di Bellamy e di molti altri opuscoli, trattati e libri venivano diffusi di mano in mano»59. Nella sua biografia di Leonidas L. Polk, un nord-caroliniano, presidente dell’Alleanza del Sud, un movimento poi confluito nel People’s Party, Stuart Noblin ribadisce che anche in quello Stato «il famoso Looking Backward, di Edward Bellamy, e Caesar’s Column, un romanzo di Ignatius Donnelly, erano molto letti e discussi»60.
Gli studiosi che hanno menzionato l’affinità tra nazionalismo propugnato da Bellamy e il partito “populista” di Donnelly, hanno enfatizzato le somiglianze ideologiche, di classe e di programma tra il movimento fondato da Bellamy e il People’s Party (concepito da Donnelly). John L. Thomas si è concentrato sul moralismo della crociata agraria e sulle sue “politiche revivalistiche” come posizioni condivise da Bellamy e dai suoi compagni populisti. Facendo del «nazionalismo la punta di diamante ideologica dell’attacco populista ai due partiti maggiori»,61 Bellamy avrebbe voluto indicare la sua empatia con la posizione populista e diventare un campione del movimento agrario: la congruenza ideologica aiuterebbe a spiegare perché nazionalisti e populisti si unirono in campagna elettorale.
Howard Quint, storico del socialismo americano commenta che Looking Backward in particolare, articolava le paure della classe media e proiettava un’utopia borghese di abbondanza materiale, sicurezza psichica e armonia sociale che piaceva agli americani di fine Ottocento. Il tono signorile del romanzo, il suo approccio evolutivo e non violento al cambiamento sociale e l’assenza di un’analisi di classe o di personaggi della classe operaia costituivano quindi un’attrazione senza rinunciare a citare quelle pratiche para-psicologiche o psichiatriche (qualche lettore parla di «sdoppiamento della personalità») che tanto interessavano proprio gli esponenti di quella classe in ascesa62. Secondo Walter Fuller Taylor, Edward Bellamy «ha dato la voce più completa alla protesta della classe media americana contro la plutocrazia», mentre John D. Hicks ha notato che i personaggi proletari sono stati omessi nel romanzo. È significativo, come ha scritto Hicks, «che le condizioni sociali nell’anno 2000 siano presentate esclusivamente attraverso gli occhi di professionisti, medici, insegnanti o ministri; ci viene raccontata la felice sorte dell’operaio, ma non vediamo mai il nuovo ordine dal suo punto di vista»63.
La sovrapposizione programmatica tra nazionalismo e populismo offre un’ulteriore prova dell’influenza di Looking Backward tra gli agricoltori. Il “programma anti-monopolista” dell’Alleanza Meridionale, ha scritto Theodore Saloutos, «era fatto della stessa stoffa delle teorie sulla tassa unica di Henry George e delle opinioni nazionaliste di Edward Bellamy»64. Le richieste agricole di nazionalizzazione, di moneta a corso fisso, di iniziativa e di referendum riecheggiano le posizioni di Bellamy. Secondo Sidney Fine, «i nazionalisti furono […] strumentali nel convincere il partito populista a sostenere la proprietà pubblica delle ferrovie, del telegrafo e del telefono»65.
Il candidato alla presidenza nel 1892 Weaver66, introdusse molte delle proposte nella sua campagna elettorale, anche per attirare i milioni di lettori del libro donando attenzione e importanza al Midwest67, ma le elezioni del 1896 dimostrarono che si sbagliava: William Jennings Bryan – candidato di una coalizione populista e democratica – che aveva ispirato milioni di persone con il suo famoso discorso della “Croce d’oro”, (congruente con la descrizione appassionata di Donnelly di una nazione divisa) fu sconfitto, mentre i populisti dovettero compromettere gran parte della loro piattaforma e la loro identità nella fusione con il Partito democratico. Nel frattempo, i repubblicani intensificarono le loro critiche ai “popocrati”, considerati come un branco di fanatici che volevano distruggere l’economia e sottrarsi agli obblighi del debito. Il candidato repubblicano, William McKinley, si schierò a favore del “denaro sano” e dell’ordine morale. Bryan conquistò il Sud e la maggior parte dell’Ovest, ma l’argento libero non riuscì a ispirare il voto dei lavoratori nei più popolosi Nordest e Midwest. La vittoria di McKinley inaugurò sedici anni di governo repubblicano, durante i quali i populisti svanirono come forza politica indipendente.

5. L’altroieri, ieri e oggi
I romanzi di Bellamy e Donnelly sono i precursori di una serie di narrazioni distopiche e utopiche, ma rappresentano anche una filosofia politica che ricompare ancora oggi in diverse forme e slogan: dai discorsi agitati dal movimento Occupy Wall Street (molto vicini all’utopia solidarista di Bellamy)68, alle teorie della cospirazione soprattutto di origine statunitense fino ad alcuni proclami di diversi presidenti, in particolare di Donald Trump che propone letture della realtà nazionale e mondiale “antielitarie e antipolitiche” provenienti anche da una porzione proprio di quell’élite a cui anche lui apppartiene, come il protagonista della Caesar’s Column69. Carl Abbott scrive di Donnelly: «With his facile pen and taste for the extreme, a reincarnated Ignatius Donnelly would flourish today as an internet blogger. He would be quick to spin calamities into conspiracies and tweet dire predictions about national collapse and global chaos70.».
Storicamente la maggior parte delle riforme auspicate dai populisti non furono realizzate immediatamente. Tuttavia, i populisti ottennero voce in capitolo nella politica statale e nazionale per fare pressione a favore dei loro interessi, accanto alle grandi imprese e ai sindacati. Alcune delle loro proposte, come l’imposta graduale sul reddito, l’elezione diretta dei senatori e una più stretta regolamentazione del commercio e della finanza da parte del governo, furono poi realizzate durante l’era del New Deal.
Esiste poi una serie di topoi che tornano ciclicamente nella retorica politica statunitense. Un esempio è quello delle percentuali di ricchi e ultraricchi nelle società in via di decadenza. In Looking Backward, il personaggio del Dr. Leete si domanda come «West’s generation could ever have tolerated a society in which 1 percent of the people possessed 55 percent of total wealth». Questa considerazione è probabilmente il precedente diretto del «We are 99%» di Occupy Wall Street, ripreso palesemente anche dai celeberrimi discorsi della speaker populista Mary Elizabeth Lease. Inoltre, in The Golden Bottle Donnelly si domandava: «Which is more important—Wall Street or the country: the money of the country or the people of the country; a financial theory or mankind? […] Are not the people of more importance than continent or constitution?71» Paul Street nota che «un passaggio del discorso di Ignatius Donnelly alla Convention nazionale del People’s Party il 4 luglio 1892 suona infatti oggi in modo ossessivamente familiare, proprio come una dichiarazione che avrebbe potuto rilasciare Occupy Wall Street»72: «They Rule: The 1% vs. Democracy»73 è la discendenza di alcuni slogan populisti affermati in giornali del People’s Party o vicini al partito: «During the prairie revolt that swept the Great Plains in 1890, populist orator Mary Elizabeth Lease exclaimed, “Wall Street owns the country… Money rules… Our laws are the output of a system which clothes rascals in robes and honesty in rags. The [political] parties lie to us and the political speakers mislead us74
I populisti “storici” degli anni Novanta del XIX secolo, con il loro programma delineato, il loro partito politico, la loro affinità con il lavoro organizzato e il loro radicamento in comunità ben definite, sono stati dimenticati o dileggiati se non dagli specialisti accademici, fino agli anni ’80. del XX secolo75. Invece, il termine “populista”, sulla scia del lavoro di Jeffrey Bell, Seymour Martin Lipset e Richard Hofstadter, è stato applicato a quei movimenti che sono sorti fra fine Novecento e inizio Duemila, caratterizzandosi per un’ostilità instabile e spesso irrazionale nei confronti di un’élite non ben definita. George Wallace può essere definito come una prima incarnazione del tipo di candidati demagogici ad alte cariche che hanno sfruttato questa tendenza nella politica americana76. Nel corso del mezzo secolo successivo, l’appellativo di “populista” è diventato una categoria mutevole, spesso un’etichetta utilizzata dai giornalisti per descrivere l‘appeal di quasi tutti i politici di destra che diffamavano le élite liberali, ma anche applicata, in vari momenti, a coloro che a sinistra avevano sostenuto Jimmy Carter, Jim Hightower, Jerry Brown e Howard Dean. Anche al miliardario texano Ross Perot fu applicata l’etichetta di populista; il miliardario divenne infatti un terzo incomodo fra i due partiti storici degli Stati Uniti focalizzando le sue campagne sulla riduzione di burocrazia e sprechi e sulla ricostruzione di città “in rovina”, ma vagheggiando l’idea di un ritorno romantico alla “buona vecchia America” tanto simile a quella rappresentata nei quadri di Norman Rockwell, di cui era un grande collezionista77. È altrettanto significativo il rimando degli slogan di molte campagne elettorali democratiche – successive e diverse fra di loro – alla retorica del People’s Party: ad esempio nel 1992 quella di Bill Clinton («La gente prima dei profitti») o quella di Bernie Sanders contro la «classe dei miliardari».
Nel XXI secolo del populismo originario sono rimaste le forti tendenze anti-elitarie e un’inclinazione notevole allo “stile paranoico” 78, di cui Donnelly, fra gli altri, era un grande propalatore. Questi due aspetti si ritrovano presenti in molti movimenti e nelle “correnti” interne ai partiti statunitensi (soprattutto in quello Repubblicano, riportati potentemente in auge da Donald Trump) e anche in alcune formazioni politiche nate come antagoniste ad entrambi i partiti maggiori.
Se la lettura del declino del sistema democratico ovunque nel mondo, viene ritenuto “realistico” da molti studiosi79 e da moltissimi cittadini che vi vedono il “trionfo” organizzato delle élite (stile di pensiero e di retorica che si ripete ormai ovunque), si impone sempre più anche una mentalità “irrazionale” e/o prepolitica di diffuso anti-scientismo, ritenendo la scienza quale emanazione delle élite scientifiche e tecnocratiche. Tutto questo richiama fortemente il pensiero degli autori e dei politici populisti statunitensi. Ad esempio, Donnelly vedeva la scienza moderna come un racket: «Quella che chiamiamo ‘Scienza’ in questo paese – affermò negli anni Novanta dell’Ottocento – è sostenuta da una congerie di maestri di scuola che ripetono ciò che qualcun altro ha detto loro», mentre il suo collega populista Benjamin Flower vedeva le nuove scuole di medicina come pericolosi «trust di conoscenza»80. Entrambi – come alcuni oggi – speravano in una ribellione contro «l’espropriazione del processo decisionale» da parte dei “tecnocrati” e degli “scienziati”, analogamente a quello che è avvenuto anche durante la crisi del Covid-19 quando il presidente Donald J. Trump (non certo solo nel panorama mondiale) si è scagliato più volte contro la “scienza” e gli “scienziati” facendone un caposaldo del suo discorso neonazionalista e neopopulista81.
Marco Tarchi ha definito – in accordo con alcuni politologi, filosofi e sociologi che il populismo andrebbe dunque considerato come una forma mentis (che coincide forse con la categoria di mentalità di cui hanno scritto Philippe Ariès, Michel Vovelle e Robert Mandrou) che considera il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, come una concezione che attribuisce “naturali qualità etiche” al popolo, che ne “contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali”82 e che spesso spera in una catastrofe per liberarsene. L’idea del populismo come mentalità ne spiega l’adattabilità a discorsi politici di diversa ispirazione. In particolare, la vaghezza e la valenza simbolica del concetto di “popolo” consentono la molteplicità di declinazioni della mentalità populista, per la quale il popolo stesso è un’entità «idealizzata e mitica»83 che, come nelle visioni di Bellamy e Donnelly, deve rifuggire da ogni tipo di “medizione ufficiale” (di nuovo: politica, culturale e tecnica), non credere alla lotta di classe e affidarsi al ritorno verso un’“utopia omogeineizzante, spesso antiglobalista e legata a un’immaginata “età dell’oro” presente nel passato immaginario di ogni “popolo”.

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Note

  1. Daniel Aaron, Men of Good Hope: A Story of American Progressive, New York, Oxford University Press, 1951, p. 23; citato anche in E. C. Jacobson, Map of Nebraska, Showing Oil and Gas Fields, Minnesota University, Electronic reproduction, [Place of publication not identified], HathiTrust Digital Library, 2016, p. 306.
  2. Douglas Albert Mann, Ilyusha Mann, The Consolation of Utopia: The Dreams and Struggles of Edward Bellamy and Ignatius Donnelly, Kindle Edition, p. 69.
  3. Ivi, p. 19.
  4. Ivi, p. 45.
  5. Judith Freeman Clark, America’s Gilded Age. An Eyewitness History, Facts , in “File”, 1992, Arnaldo Testi, Il secolo degli Stati Uniti, Bologna, il Mulino, 2022, p. 17, e soprattutto Mark Twain, Charles Dudley Warner, L’età dell’oro, Roma, Elliot, 2014.
  6. Cfr. Massimo Teodori, Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti, Venezia, Marsilio, 2017.
  7. D. A. Mann, I. Mann, The consolation of Utopia, cit., p. 302.
  8. Cfr. Bruno Cartosio, Verso Ovest. Storia e mitologia del Far West, Milano, Feltrinelli, 2020.
  9. L. E. Hough, Disaffected from Utopia, in “Utopian Studies”, n. 3, 1991, pp. 118-127.
  10. Buell G. Gallagher, A preface to the study of Utopia, Antioch Press, Brentwood, 1960, pp. 15-18.
  11. Come la casa editrice Arena Publishing Company ritenuta a tutti gli effetti “iconoclasta”; ancora oggi si può leggerne il profilo su “Printers”.
  12. Michael Robertson, Edward Bellamy’s Orderly Utopia, The Last Utopians: Four Late Nineteenth-Century Visionaries and Their Legacy, NJ, Princeton, 2018 p. 73.
  13. E. Bellamy, Why I wrote ‘Looking Backward’, in “Ladies’Home Journal”, 11 April 1894, ora in R. Jackson Wilson, Experience and Utopia: The Making of Edward Bellamy’s “Looking Backward”, in “Journal of American Studies”, Vol. 11, No. 1 (Apr., 1977), pp. 45-60.
  14. John Hope Franklin, Edward Bellamy and the National Movement, in “New England Quaterly”, 11, December 1933, p. 741.
  15. Sylvia E. Bowman, Edward Bellamy, Boston, Twayne Publishers, 1986, p. 100.
  16. Arthur E. Morgan, Edward Bellamy, Kessinger Publishing Reprint, New York, Columbia University Press, 1944, pp.. 23-25.
  17. E. Bellamy, Joseph H. Schiffman, The Duke of Stockbridge: A Romance of Shays’ Rebellion, Cambridge, MA and London, England, Harvard University Press, 2013.
  18. Cfr. Leonard L. Richards, Shays’s Rebellion: The American Revolution’s Final Battle, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 200.
  19. Cfr: Bellamy, “How I Came to Write Looking Backward”, in “The Nationalist (Boston)”, vol. 1, no. 1 (maggio 1889), pp. 1-4.
  20. P. Parrinder, Eugenics, Utopia, Eudemonics: Bellamy, Galton and Morris, in Utopian Literature and Science, London, Palgrave Macmillan, 2015, pp. 67-81.
  21. Adam Gopnik, What Can We Learn from Utopians of the Past? (consultato il 3/10/2022).
  22. John L. Thomas, Introduction to Looking Backward, 2000-1887, by Edward Bellamy, Cambridge, Ma, 1967.
  23. Carl N. Johnson, Gopnik’s invention of intentionality, in “Behavioral and Brain Sciences”, 16 (1), pp. 52-53.
  24. A.Pagetti, Amare utopie, in Alessandro Vescovi, Lidia De Michelis, Mirella Billi, Giuliana Iannaccaro, Giovanni Cianci, Filippo Falcone, Vita Fortunati, Franco Marenco, Francesca Orestano, Carlo Pagetti, Stefano Simonetta, Nicoletta Vallorani, Il fascino inquieto dell’utopia. Percorsi storici e letterari in onore di Marialuisa Bignami, Milano, Ledizioni, 2014, p .37.
  25. Matthew Beaumont, Introduction, in E. Bellamy, Looking Backward 2000-1887, Oxford, Oxford University Press, 2009, pp. VII.
  26. Bryna J Fireside, The Haymarket Square Riot Trial: A Headline Court Case, Berkeley Heights, N.J, Enslow Publishers, 2007, p. 47.
  27. Sylvia E. Bowman, The Year 2000: A Critical Biography of Edward Bellamy, New York, Bookman Associates, 1958, p. 56.
  28. Krishan Kumar, Utopia and Anti-Utopia in Modern Times, Oxford, Oxford Universitty Press, 1987, p. 135.
  29. John R Mullin, Kenneth Payne, Thoughts on Edward Bellamy as City Planner: The Ordered Art of Geometry, in “Planning History Studies: Journal of the Society of American City and Regional Planning Historians” n. 34, 1997, pp. 67-68.
  30. Hao Tianhu, Liang Qichao’s Modern Project in The Future of New China, in “Tamkang Review”, 38.2 (June 2008), pp. 63-78.
  31. Lorenzo Andolfatti, «Productive distortions: On the translated imaginaries and misplaced identities of the late Qing utopian novel», Transtext(e)s Transcultures 跨文本跨文化, consultato il 4 dicembre 2022.
  32. L’opera è leggibile in bulgaro.
  33. Erich Fromm, Looking Backward (2000-1887), New York, New American Library, 1960, p. V-XX.
  34. Frederic Jameson, Progress versus Utopia, or Can We Imagine the ‘Future’, in Archaeologies of the future: The Desire Called Utopia and Other Science Fiction, London, Verso Books, 2005, p.286.
  35. Franklin Rosemont, Edward Bellamy (1850–98), in Mari Jo Buhle, Paul Buhle, and Dan Georgakas (eds.), Encyclopedia of the American Left, New York, Garland Publishing, 1990, pp. 80-82.
  36. Miller, Elizabeth Carolyn. “William Morris, Extraction Capitalism, and the Aesthetics of Surface.” Victorian Studies 57, no. 3 (2015), p. 398.
  37. BELLAMYPARTIJ, consultato il 27 ottobre 2022.
  38. Ibidem.
  39. Matthew Kapell, Mack Reynolds’ avoidance of his own Eighteenth Brumaire: a note of caution for would-be utopians, in “Extrapolation”, vol. 44, no. 2, p. 56.
  40. Cfr. Herbert Knapp e Mary Knapp, Red, white, and blue paradise: the American Canal Zone in Panama, San Diego, Harcourt Brace Jovanovich, 1984.
  41. Frauke Behrendt, Telephones, Music and History: From the Invention Era to the Early Smartphone Days, in “Convergence”, 27 (6), 2021, pp. 1678–1695.
  42. Come spiega anche l’autore in Brandon Lang and Molly Monahan Lang (ed.), Seeing Social Problems. Readings on Contemporary Issues in the United States, Cognella, USA, 2020, pp. 163-183.
  43. Pierangelo Castagneto, Sweet home Minnesota. La carriera politica di Ignatius Donnelly, Genova, COEDIT, 2004.
  44. C. E. Ashworth, Flying Saucers, Spoon-Bending and Atlantis: A Structural Analysis of New Mythologies, in “The Sociological Review”, 28 (2),1980, pp. 353–376.
  45. Queste “teorie” sono ancora oggi esposte all’attenzione dell’audience mondiale dal giornalista Graham Hancock in numerosi libri e, dal 2022, nel “documentario” Netflix L’antica Apocalisse (8 episodi).
  46. Ritratto di Donnelly, l’uomo che scoprì Atlantide, in “Pangea”, ottobre 2017.
  47. Andy Sturdevant, Nininger City, Ignatius Donnelly’s Lost Atlantis on the Mississippi Now a modern Township, Only Traces of the 19th-Century Utopia Remain, in “MinnPost”, March 26, 2014, p. 69.
  48. Garrett Dash Nelson, The Splendor of Our Public and Common Life, consultato il 12 ottobre 2022.
  49. John D. Hicks, The Political Career of Ignatius Donnelly, in The Mississippi Valley Historical Review, Jun. – Sep., 1921, Vol. 8, No. 1/2, pp. 80-132.
  50. Daniel Immerwahr, The Strange, Sad Death of America’s Political Imagination, in “New York Times”, 2 July, 2021.
  51. William H. C. Folsom, Fifty years in the northwest, St. Paul, Pioneer Press Company, 1888, p. 59.
  52. I. Donnelly, Ragnarok: The Age of Fire and Gravel, Createspace Independent Publishing Platform, United States, 2014, p. 134.
  53. Charles Loring Brace, The Dangerous Classes of New York And Twenty Years’ Work Among Them, Dehli, Alpha Edition, 2021, p, 34.
  54. Caesar’s Column by Ignatius Donnelly, A Story of the Twentieth Century; U. S. A., Ragnar Redbeard, 2021.
  55. Carl Abbott, Imagining Urban Futures: Cities in Science Fiction and What We Might Learn from Them, Middletown, Wesleyan University Press, 2016, p. 56.
  56. The “Omaha Platform” of the People’s Party (1892).
  57. The Omaha Platform, July 4, 1892, in “Documents on the Populist Party”.
  58. Looking backward, 2000-1887, Edited by John L. Thomas, Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, 1967, p. 16.
  59. C. Vann Woodward, Thinking Back: The Perils of Writing History, Baton Rouge, LSU Press, 1987, p. 63.
  60. Stuart Noblin, Leonidas LaFayette Polk: Agrarian Crusader, Southern Historical Collection, The Wilson Library, Chapel Hill, 1949, p. 263.
  61. John L. Thomas, Alternative America: Henry George, Edward Bellamy, Henry Demarest Lloyd and the Adversary Tradition, Belknap Press: An Imprint of Harvard University Press, Harvard, 1967.
  62. Jessica Catherine Liberman, Flight from Haunting Psychogenic: Fugue and Nineteenth-Century America Imagination, in Jeffrey Andrew Weinstock (ed) Spectral America: Phantoms and the National Imagination, Madison, 2003, Wi, pp. 144-149.
  63. Walter Fuller Taylor, The Economic Novel in America, pp. 184-213; ora in Granville Hicks, The Great Tradition: An Interpretation of American Literature Since the Civil War, Chicago, Quadrangle Books, 1969, p. 141.
  64. Theodore Saloutos, Populism; Reaction Or Reform?, Holt, Rinehart and Winston, 1968, p. 44.
  65. Christine McHugh, Midwestern Populist Leadership and Edward Bellamy: ‘”Looking Backward” into the Future in “American Studies”, vol. 19, no. 2, 1978, pp. 57–74.
  66. J. David Gillespie, Challengers to Duopoly: Why Third Parties Matter in American Two-Party Politics, Columbia S. C., University of South Carolina Press, 2012, p. 42.
  67. C. McHugh, Midwestern Populist Leadership and Edward Bellamy:”Looking Backward” into the Future, pp. 57-74.
  68. Cfr. Maria Pia Paternò, Uno sguardo dal futuro, Edward Bellamy e la cura della società solidale, Editoriale scientifica, Napoli, 2020.
  69. Charles P. Pierce, The Trump Administration Has Pushed the Limits of American Absurdity. Unity via insanity, in “Esquire”, 31 marzo 2017; Chuck Chalberg, Populism & Progressivism: Then & Now, in “Immmaginative Conservative”, June 11th, 2018; Daniel C. Hellinger, Conspiracies and Conspiracy Theories in the Age of Trump, Palgrave Macmillan Cham, London, 2019.
  70. Carl Abbott, Master of Disaster, Ignatius Donnelly, in The Public Domain Review, September 27, 2017.
  71. I. Donnelly, Golden Bottle, or, The Story of Ephraim Benezet of Kansas, Classic Reprint, London, 2016.
  72. Janet Byrne, The Occupy Handbook, Canada, Back Bay Books, 2012, pagina [la citazione è in italiano ma il testo citato è in inglese. Citare il testo tradotto o lasciare la citazione in lingua originale].
  73. Per una lettura approfondita della voce “Legacy” (come viene ben descritta nel sito ancora visibile del movimento) di Occupy Wall Street: Camps Are Cleared, but ‘99 Percent’ Still Occupies the Lexicon.
  74. Per il dibattito su questo punto: Bill Moyers, How Wall Street Occupied America, in “The Nation”, November 2, 2011.
  75. L’attenzione verso i movimenti populisti statunitensi e il People’s Party si rinnovano soprattutto intorno agli anni 2000. Uno – fra i moltissimi studi – è quello di Charles Postel, The Populist Vision, Oxford University Press, 2008.
  76. Michael Kazin, The Populist Persuasion: An American History. REV-Revised, 2, Cornell University Press, 1995, pp. 221-244.
  77. Nelson Lichtenstein, Are Trade Unions and Their Members “Populist”?, in  “IdeAs” [En ligne], 14/2019, consultato il 13 agosto 2022.
  78. George Fuji, On Democracy and Truth: A Short History, in “H-Diplo Review Essay”, 179, 10-19-2019. Licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0 United States License.
  79. M. Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 36-40. Si possono far rientrare in questa categoria le riflessioni di Yves Mény e Yves Surel, di Cas Mudde e di Margaret Canovan.
  80. Timothy D. Whelan, Politics, Religion and Romance: The Letters of Benjamin Flower and Eliza Gould Flower, 1794–1808, Aberystwyth, National Library of Wales. 2008, p. xiv.
  81. Kobby Barda, How Did Donald Trump Turn the Republican Party into the People’s Party? (working paper), in Cambridge Open Engage. doi:10.33774/coe-2020-pbsc2, 2 dec. 2016.
  82. Marco Tarchi, Anatomia del populismo, Napoli, Diana edizioni, 2019, p. 215.
  83. Questa classica definizione è interessante notarla anche in una pubblicazione italofona online che cerca di fare da “ponte” fra le prospettiva italiana e quella statunitense) S. Salvatore, Populismo: l’identità è il problema, liquidarla non è la soluzioneI, in “VNY”, September 30, 2018.

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