Bibliomanie

Costruzione del politico e indignazione morale. Il caso Palermo e l’esperienza della “Primavera”
di , numero 56, dicembre 2023, Saggi e Studi, DOI

Costruzione del politico e indignazione morale. Il caso Palermo e l’esperienza della “Primavera”
Come citare questo articolo:
Roberto Tesei, Costruzione del politico e indignazione morale. Il caso Palermo e l’esperienza della “Primavera”, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 3, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.11027

Nel corso degli anni Ottanta, sia in Italia, sia a livello europeo e internazionale, hanno operato numerose e profonde trasformazioni, con differenti influenze ed esiti. Un decennio sul quale la storiografia si è interrogata a lungo consolidando valide interpretazioni 1, ma di cui restano ancora ampi spazi da esaminare e da approfondire, in particolare se osservato attraverso il prolungamento dei suoi effetti e caratteri fin oltre il nuovo millennio.
Anziché ricercare una cesura netta tra il vecchio e il nuovo, il prima e il dopo il crollo di quella che è stata definita la «repubblica dei partiti»2, è necessario rintracciare la crisi di quel mondo, di quella società, in un intreccio assai più profondo nel tempo, nella storia, nella collocazione geopolitica e nelle tradizioni radicate dentro la cultura, i costumi, il sentire comune del Paese3. Pur riconoscendo nel 19924 un crocevia di questa transizione tra passato e presente 5, un anno che segna l’inizio e la fine di un’era, è piuttosto nel corso del «decennio lungo»6 degli anni Ottanta che si sono coagulati sia i grandi cambiamenti economici e sociali nel complesso dell’Occidente, sia le ragioni – esogene ed endogene – che hanno determinato la crisi del sistema politico, istituzionale ed economico-finanziario italiano. Venuto meno il rapporto vitale tra identità civile e legame politico, nella storia italiana scaturisce – come nel caso della congiura di Catilina – il ricorso a una legittimità direttamente dal popolo. La denuncia dei difetti della Repubblica romana mossi da Catilina viene riutilizzata e attualizzata, per applicarla anche a quella italiana degli anni Ottanta, dove classe politica e istituzioni faticano ad adattarsi ai cambiamenti 7.
In questo trauma collettivo, dove storia e memoria giocano ancora oggi ruoli differenti, il sistema partitocratico cade, da un lato, sulla spinta di forze interne: dall’attivismo della magistratura che svela gli impensati livelli di corruzione al ruolo dell’opinione pubblica sollecitata dai nuovi format televisivi 8; dalla corsa verso la bancarotta per il debito pubblico ormai fuori controllo alla coeva necessità di agganciare l’adesione al Trattato sull’Unione Europea di Maastricht; fino all’attacco della mafia allo Stato, il cui apice viene raggiunto con l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino 9; dall’altro, per l’evoluzione di fattori esterni, la cui cornice è la fine della Guerra Fredda, con l’esaurirsi per l’Italia del cosiddetto “vincolo esterno” e della “democrazia bloccata”.
La presenza di un «vincolo riformistico esterno», in particolare a partire dalla fine degli anni Settanta per l’accelerarsi del processo di globalizzazione finanziaria e la risposta europea mediante l’integrazione funzionalista ed economica (il cui punto di svolta è la creazione dello Sme), rompe l’universo tolemaico su cui il circolo vizioso tra sbilanci di spesa e crescita del debito pubblico si è legittimato in Italia, lasciando il terreno a una politica monetaria quale vettore di stabilizzazione 10. Non ultimo, il cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del tesoro nel 1981, se non riesce ad incidere nel breve tempo nella performance del debito pubblico, con il tentativo di rendere trasparenti le “difficoltà” di finanziamento del deficit mette di fatto in mostra le responsabilità della classe politica, togliendole la possibilità di appellarsi di volta in volta alla Banca centrale in qualità di estremo calmieratore 11.
I partiti – a partire da quelli di governo – impossibilitati a garantire lo scambio, assai poco virtuoso, tra consenso elettorale e un welfare che va ben oltre le capacità finanziarie del Paese, finiscono così accerchiati dalle difficoltà di rinnovamento e la capacità di offrire un’idea di Paese coerente con le rapide evoluzioni del decennio. Anziché sullo conflitto sociale come nei decenni precedenti, è sul crinale della moralità, ovvero dei comportamenti individuali della classe politica nella sfera pubblica, che si gioca una delle sfide decisive nella crisi di sistema.

1. Le origini della questione morale: l’ultimo Berlinguer
All’inizio degli anni Ottanta, dopo la conclusione della solidarietà nazionale e il tramonto di ogni ulteriore ipotesi di compromesso storico, il Partito comunista italiano si trova disorientato in termini politici e strategici, colpito nel suo insediamento dalle trasformazioni sociali in corso. Con il pretesto delle gravi mancanze nei soccorsi in seguito all’evento sismico che, a partire dal 23 novembre 1980, devasta vaste zone tra la Campania e la Basilicata, il segretario comunista Enrico Berlinguer chiama in causa le responsabilità «di un sistema di potere, una concezione e un metodo di governo che hanno generato e generano di continuo inefficienze», nonché «corruttele e scandali nella vita dei partiti governativi», alla cui soluzione pone l’assunzione della questione morale e un nuovo governo di «uomini capaci e onesti» 12. Nell’affermare che la Dc è ormai incapace di garantire risanamento morale e rinnovamento della società, di dirigere il governo del Paese, rivendica al Pci tale funzione in quanto secondo partito italiano, «leale alla Costituzione», forza che – dall’opposizione – aveva dato prova di «non essere compromessa con gli scandali» 13.
In questo modo e frangente, la questione morale, quale questione politica, fa il suo ingresso nella strategia comunista degli anni Ottanta, qualificandosi come uno dei tratti caratterizzanti del partito. Al contempo, essa inizia a mettere radici nell’inconsapevolezza di un Paese spinto in avanti dal successo economico e dal trionfo del nuovo clima individualista, dove l’elettorato continua ad accettare – considerata la sostanziale tenuta nel corso del decennio dei partiti di governo – lo scambio tra benessere immediato e maggiore debito a valere sulle future generazioni, trasformismo e malaffare 14. Un consenso così stabile rivolto ai partiti di governo, d’altronde, risulterebbe in contraddizione con i giudizi prevalentemente negativi sul funzionamento della democrazia italiana (nel 1987, il 71,5 per cento dei soggetti intervistati da Eurobarometro si dichiara poco o per nulla soddisfatto al riguardo) 15, se non si tenesse in debita considerazione la presenza maggioritaria nel comportamento elettorale italiano del voto di appartenenza e del voto di scambio, a discapito delle scelte adottate sulla base di un’opinione maturata da valutazioni consapevoli o quantomeno critiche 16, come stava avvenendo, ad esempio, nel caso dei referendum.
Berlinguer intuisce prima di altri che la denuncia dell’inadeguatezza del sistema politico e istituzionale avrebbe rappresentato un «potente strumento di mobilitazione del consenso popolare» 17. La centralità del nuovo impianto viene confermata in una celebre intervista rilasciata da Berlinguer al direttore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari, in cui classifica i partiti come «macchine di potere e di clientela», privi di «passione civile», capaci di tenere gran parte degli italiani «sotto ricatto»18.
La scelta di affidare alle colonne del quotidiano che più di altri incarna una tradizione culturale azionista 19, un certo capitalismo “illuminato”, una dichiarata non neutralità, risponde al preciso desiderio di trovare dei punti di contatto con quella nuova opinione pubblica in formazione. Il giornale, inaugurato nel ’76, e il suo direttore erano riusciti in breve tempo ad imporsi tra le più autorevoli guide intellettuali e morali del Paese e ad influenzare la cultura politica di vasta parte della classe dirigente maturata tra gli anni Settanta e Ottanta 20: in particolare, osteggiando sia la Dc in quanto fisiologicamente corrotta, sia il Psi craxiano21.
Il Pci farà fatica a correggere tale impostazione negli anni successivi, tesa a riconsiderare il consueto rapporto fra il partito e la società. Una innovazione di cultura politica che inizia a mettere radici profonde, ma senza coinvolgere tutto il partito allo stesso modo. Giorgio Napolitano – come ricorderà anni dopo – e Gerardo Chiaromonte colgono «in quella clamorosa esternazione di Berlinguer» un’esasperazione pericolosa, una «rinuncia a fare politica», non riconoscendo più alcun interlocutore moralmente valido22. In questa narrazione, la tradizione e la base sociale comunista costituiranno un cospicuo serbatoio per le nuove forze cosiddette populiste: recuperando quegli attacchi alle élite e all’establishment politico, si proporranno portatrici di nuovi interessi, non più riconducibili ai confitti sociali che hanno segnato la storia dei tradizionali partiti del movimento operaio 23.

2. Socialisti e cattolici di fronte alla sfida morale del PCI
La questione morale, così come posta da Berlinguer, viene raccolta dal dibattito che sta attraversando anche gli altri partiti, a cominciare dal Psi, soprattutto dagli intellettuali di riferimento. Infatti, se Claudio Martelli, vicesegretario del Garofano, dà alla sferzata comunista una lettura strumentale ed «ipocrita», Federico Coen sottolinea invece come essa non si caratterizza quale semplice polemica di tipo «qualunquista», ma trova le proprie ragioni negli scandali accumulati nel rapporto tra politica e affari. Mentre il Psi, secondo il direttore di “Mondoperaio”, sta dando l’impressione di «troppo poca» sensibilità al fenomeno. Sullo stesso tono anche Massimo Salvadori, per cui l’appello del Pci legato alla propria diversità è stato possibile grazie al fatto che circoli l’accusa, «giusta o ingiusta», che uno degli aspetti del modo di far politica dei socialisti sia «nell’aver assimilato certe caratteristiche strutturali del modo di far politica della Dc» 24.
Invero, anche nel partito cattolico stanno maturando diverse sensibilità sulla tenuta morale dei partiti. Nel contesto in cui stanno disvelandosi gli effetti a più lungo raggio della recezione del Concilio Vaticano II, nel 1984, Paola Gaiotti De Biase, presidente della Lega democratica25, esprime con maggiore libertà una radicale critica alla Dc, avanzando l’ipotesi, o l’opportunità, di mettere in discussione l’unità politica dei cattolici, utile soltanto a dare copertura a lottizzazioni e scandali. In particolare, indica la città di Palermo quale emblema dei problemi dell’Italia, inquinata dalle logiche mafiose e paramafiose. Il capoluogo siciliano rappresenta come l’unità a tutti i costi si stia facendo «scandalo»: per la dirigente cattolica, «l’illusione di poter combattere il crimine dall’interno» del partito – coltivata anche in virtù della nomina di Sergio Mattarella, da parte di De Mita, a commissario della Dc cittadina – non fa che prolungare i termini di «un’agonia inevitabile» 26.
Tuttavia, la realtà palermitana vede affermarsi non solo quanto denunciato dalla Gaiotti, ma anche il ruolo attivo di quei cattolici che hanno colto l’apertura post-conciliare e dato vita a esperienze diversificate, offrendo significativi contributi: le riviste “Dialogo”, “Labor” e “Segno”; la Compagnia di Gesù, che ha dato vita ad un Centro Studi Sociali aperto alla società civile, con obiettivi più di servizio che di mero apostolato; la “Missione Palermo”, guidata dal padre gesuita Angelo La Rosa e promossa dalla Curia stessa, che opera nei quartieri a rischio, interpretando la richiesta di una Chiesa più sensibile alle condizioni degli emarginati e dei poveri; il ruolo, complesso e articolato, del cardinale Pappalardo, vescovo di Palermo dal 1970, la cui esortazione morale è tema ricorrente nella predicazione quale implicita denuncia nei riguardi della classe politica isolana27.
In questo contesto la questione morale si fa, allo stesso tempo, questione legale, sociale, politica. In particolar modo, all’escalation della violenza delle cosche, che tocca i suoi apici con gli omicidi di Piersanti Mattarella, il 6 gennaio 1980, e di Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982, inizia a contrapporsi una crescente sensibilità antimafiosa in segmenti diversi della popolazione 28. Interprete fondamentale di questo sentimento è il gesuita padre Ennio Pintacuda.

3. La rivoluzione degli onesti
Pintacuda, religioso e studioso di scienze sociali, opera da anni nella «difficile, complessa e paradossale realtà palermitana». Uno spazio non neutrale, una «vera e propria trincea» 29. Contro le organizzazioni criminali mafiose, egli richiama un’azione di “guerra aperta” e “guerriglia”, attingendo a termini e linguaggi propri della categoria della liberazione 30, ed esorta un ruolo attivo delle comunità cattoliche nella costruzione di una società alternativa, per la quale la prassi, o meglio l’impegno, precede ontologicamente la fede. Sostanzia la “questione morale” reclamando onestà «nelle istituzioni dello Stato» 31.
Emerge il bisogno di organizzare una denuncia e una proposta politica e civica svincolate dai partiti e dai relativi «ludi cartacei»32, in cui la questione morale assuma le conformazioni più proprie al contesto nel quale nuovi modi di partecipazione civica prendono forma. Così, in questi stessi anni, nasce il Coordinamento antimafia, prima dalla convergenza di sindacati e partiti nel 1984, ma già nell’86 assume una conformazione autonoma, invitando i cittadini a prendere parte come individui anziché come rappresentanti di gruppi preesistenti 33.
Palermo si dimostra una realtà poliedrica, che ben rappresenta il fermento civico e l’insorgenza di nuovi attori nei cambiamenti degli anni Ottanta. Inoltre, se da una parte permane un’opera pastorale per alcuni versi assoggettata alle logiche di potere e legata al “vecchio mondo cattolico” – un vaso di terracotta costretto a viaggiare con vasi di ferro, come il don Abbondio del Manzoni – dall’altra cresce la presenza di una chiesa di base, di periferia, attenta alla realtà sociale e politica. In questo solco, prende forma l’espressione civica del rinnovato impegno del laicato cattolico, attraverso un movimento sorto nel contesto del Centro Studi Sociali dei gesuiti palermitani in antagonismo alla stessa Dc: Città per l’Uomo 34. Partecipando dapprima alle elezioni per i rappresentanti nei consigli di quartiere e, quindi, per Palazzo delle Aquile, costituisce il primo esperimento di concreta rottura dell’unità politica dei cattolici, proprio sul crinale dell’antimafia e del forte richiamo all’onestà nelle funzioni di governo. Un percorso reso possibile, tra l’altro, da un ruolo proattivo svolto dall’arcidiocesi del capoluogo siciliano: in un documento risalente al 20 febbraio 1980, infatti – per la prima volta in Italia in ambito ecclesiale – si prevedeva la possibilità di presentare in elezioni di quartiere delle liste autonome dalla Dc, espressione dell’area cattolica 35.
Il fatto che al centro del rinnovamento della partecipazione politica sia posta l’iniziativa nei quartieri non è casuale. Si tratta di una tematica assai cara ai gesuiti, indicata quale strategia amministrativa «capace di dare a Palermo un volto nuovo», recuperando la tradizione dossettiana sul governo locale. Pintacuda, in particolare, aveva dato vita già nel 1977 al Sidep (Centro studi e iniziative per il decentramento democratico), con l’obiettivo di ridisegnare la mappa dei quartieri cittadini alla luce delle trasformazioni urbanistiche intercorse36. Occorre precisare che il decentramento era stato previsto da una legge regionale del 197637 – anni di convergenza a Palazzo dei Normanni tra la Dc e il Pci, che avrebbero aperto la strada all’ingresso di quest’ultimo nella maggioranza a sostegno del governo Mattarella38– ma la scommessa del suo effettivo funzionamento viene, nei fatti, persa, rendendo del tutto prive di effettive responsabilità le nuove assemblee istituite a partire dalle elezioni comunali del 1980. Nel dare ai consigli di quartieri lo status di «lievito» di un rinnovamento radicale della vita politica e istituzionale della città, la visione dei gesuiti assume probabilmente contorni eccessivamente catartici39.

4. Le amministrative del 1985 e la «discriminante» antimafiosa
Proprio sul ruolo dei quartieri, in quel lustro, cresce la figura politica di Leoluca Orlando, che dal 1983 fino allo scioglimento del Consiglio comunale nel 1985, svolge il ruolo di assessore al decentramento nelle giunte guidate prima da Elda Pucci, poi da Giuseppe Insalaco. Grazie anche a un processo di rinnovamento interno alla Dc – incarnato nel commissario Matterella – e il conseguente isolamento delle componenti più conservative legate a Salvo Lima 40, Orlando è eletto sindaco del capoluogo siciliano alla guida di una classica coalizione di pentapartito. Sin dal principio, egli pone una «discriminante precisa»: la lotta alle infiltrazioni mafiose, attraverso innanzitutto un corretto funzionamento della macchina pubblica, al fine di non «lasciare spazi liberi ai comitati d’affari»41. Orlando ha ideali radicati negli anni della propria formazione giovanile, vissuta in connubio con p. Pintacuda, per il quale la speranza e l’impegno sorti in quel periodo hanno dato al suo allievo-sindaco la forza e la tenacia di presenziare, il 10 e l’11 febbraio 1986, dentro l’aula bunker del maxiprocesso all’Ucciardone facendo costituire il comune di Palermo parte civile contro la mafia42, nel più grande dibattimento giudiziario della storia italiana 43. Una decisione assunta con l’intenzione, prima di tutto ideale, di «rivendicare il danno subìto dall’intera città, messa in ginocchio dall’assalto della piovra»44.
La novità del turno amministrativo dell’85 è rappresentata anche dall’ingresso tra i banchi di Sala delle Lapidi della lista civica Città per l’Uomo, dopo essersi presentata alla sfida elettorale con un programma dal quale si segnala la proposta di un decalogo per designare il “candidato ideale” e scongiurare «infiltrati» o «transfughi», nonché un codice di comportamento «per evitare lo squallido mercato delle preferenze»45. Un terreno sul quale si muove anche il Pci, con la proposta di «autoregolazione supplementare», indirizzata in questo caso ai candidati di tutte le liste. Non limitandosi alla fase della campagna elettorale, pone in causa il funzionamento stesso dell’assemblea comunale, poiché all’interno dei suoi meccanismi vanno individuati i «deterrenti contro le illegalità, le inadempienze, le clientele, i favoritismi»46. Le iniziative del Pci non sono immediatamente raccolte, ma ad esso consentono di ribadire, ancora, di essere dal lato della «città degli onesti». Dopo poco meno di un anno, la “Speciale Commissione comunale per il regolamento”, presieduta da Aldo Rizzo, eletto come indipendente nelle fila comuniste sia in Comune sia alla Camera dei deputati, nelle stesse ore in cui si inaugura il grande processo contro la mafia, presenta una riforma del regolamento, quale «importante punto di verifica della effettiva volontà di cambiare», che recepisce totalmente quelle indicazioni presenti nel codice di comportamento e avanzate in campagna elettorale47.
Entrambe le iniziative, così come la configurazione politica del nuovo Consiglio è in grado di raccoglierle, sono un embrionale segnale di autodisciplina in senso moralistico delle attività e dei luoghi istituzionali nei quali operano le forze politiche. Palermo, per le sue peculiarità, offre un esempio di come la pressione dell’opinione pubblica vuole sempre più controllarne l’operato, di pari passo all’indisponibilità nel garantire deleghe in bianco. Le amministrazioni locali fungono, pertanto, da laboratorio di nuove modalità di articolazione della partecipazione politica, non più mediata soltanto dai partiti, che avrà come punto di caduta la riforma elettorale in chiave maggioritaria negli enti locali. In tal senso, il capoluogo siciliano, con la personalità di Leoluca Orlando, offrirà un caso unico: quello di un sindaco di una grande città eletto per cinque volte, per un totale di oltre 22 anni, tra il 1985 e il 2022.

5. Governare Palermo
Negli stessi giorni del maxiprocesso, si svolge una seduta aperta del Consiglio comunale in cui sono invitati tutti i sindaci d’Italia: ne giungono oltre cinquanta, portando la propria solidarietà antimafiosa e l’impegno di collaborazione. «Oggi nasce a Palermo l’Italia delle città», esordisce il primo cittadino, presentando il Palazzo civico come un luogo di “trincea” nella lotta alla mafia. Evidenziando che il processo che si sta aprendo non riguarda solo la Sicilia e che da «Palermo parte il rinnovamento della società nazionale tutta intera», Orlando invia un messaggio destinato alla politica italiana, al Governo e al Parlamento48. In una sorta di opposizione dei territori, delle città al centro, contribuisce ad estendere lo scontro nel tradizionale rapporto gerarchico all’interno dello Stato, in cui inizia a conquistare protagonismo un modello orizzontale inteso a dare nuovo ruolo alle collettività comunali. In questo caso, a partire proprio dalla lotta contro la mafia.
L’iniziativa di Orlando viene sostenuta anche dal Partito comunista, che per voce del segretario cittadino Michele Figurelli parla di un segnale diverso proveniente da un comune «ieri “espugnato” dalla mafia, oggi “parte civile” nel grande processo», rimarcando la positiva coincidenza tra la riunione dei sindaci e l’accoglimento della proposta del Pci sul codice di comportamento, quale valorizzazione dell’«altra Palermo che per queste “carte in regola” ha combattuto e continua a combattere», riconoscendo all’amministrazione la volontà di affrontare la «questione morale come una questione strutturale e istituzionale»49.
Le organizzazioni mafiose continuano, comunque, a mantenere una forte presa sulla comunità, in particolare sulle componenti più deboli ed esposte. Una penetrazione profonda e tentacolare capace di determinare nell’opinione pubblica atteggiamenti inconsci di sostegno, come le manifestazioni di lavoratori inneggianti alla mafia. Proprio nelle settimane precedenti, infatti, erano esplose le proteste degli operai del settore edile, che da qualche anno aveva prodotto un esercito di almeno quindicimila disoccupati, dopo le espulsioni di manodopera per la crisi che, dalla metà del 1983, aveva visto il crollo della domanda pubblica e privata 50. Una domanda, va ricordato, spinta nel decennio precedente dal business mafioso nelle costruzioni, favorito da piani regolatori blandi e da una politica corriva, che da ciò aveva tratto benefici in termini economici e di consenso. Nei cortei dei disoccupati e cassintegrati dell’edilizia, ai quali si aggiungono quelli delle imprese che avevano gestito, per decenni, gli appalti pubblici, alcuni cartelli riportano messaggi che rimandano ai tempi bui dei comitati d’affari: «la mafia ci dà lavoro»; oppure, «l’antimafia ci dà disoccupazione»; «viva la mafia»; «Ciancimino sindaco»51. Operai, in questo caso, vittime di un sistema che si è alimentato in una spirale fatta di sprechi di risorse pubbliche e clientele, con la presunzione di garantire una relativa e contraddittoria “pace sociale”52.
La risposta dell’amministrazione è una chiamata in causa delle istituzioni nazionali. Un appello che, in realtà, è stato già trasmesso nel settembre ’85 al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e al Primo ministro Bettino Craxi, dopo l’approvazione, quasi all’unanimità, in Consiglio comunale di un documento sull’«emergenza Palermo», in cui riveste un ruolo centrale la lotta alla mafia: un’assoluta novità, in un luogo in cui, per decenni, la parola mafia è stata pronunciata soltanto dal Psi e dal Pci 53. Il 21 gennaio 1986, Craxi arriva a Palermo per partecipare a una seduta straordinaria dell’assemblea consiliare nella quale vengono presentate le proposte per superare le emergenze della città. Una visita che muove innanzitutto su due binari: l’inserimento «sempre più pieno» della comunità palermitana nel circuito nazionale e il «miglioramento delle condizioni di vita». Nel suo intervento vuole specificare come la condizione di eccezione in cui si trova Palermo derivi innanzitutto da «una fascia di criminalità, di stampo antico e nuovo, che, per l’alto livello delle sue connessioni, per la sua pretesa di arrogante contrapposizione allo Stato, per la quantità dei capitali impegnati, per l’efferatezza dei delitti compiuti, ha finito col sovrastare ogni altra immagine della città» 54. Tuttavia, nel discorso tenuto a Palazzo delle Aquile, sono mancati espliciti riferimenti ai fenomeni di contiguità tra ambienti malavitosi e mondo politico e finanziario, degli appalti e dei settori dei servizi, nessuna critica ai ritardi dell’azione pubblica e delle istituzioni ai vari livelli. Ma nel giudizio postumo degli esponenti di Città per l’Uomo, la presenza del presidente del Consiglio ha costituito «il momento più alto del pentapartito che governava la città. Palermo era al centro dell’attenzione generale» 55.
Il risvolto più immediato – ma anche quello più concreto e duraturo, tra i tanti annunciati – si ha con l’emanazione di un decreto-legge e il relativo stanziamento di 25 miliardi per consentire al comune l’assunzione di mille lavoratori disoccupati e iscritti nelle liste di collocamento del settore edile 56. Il “DL 24” diviene così uno strumento famoso tra i lavoratori palermitani e sarà rinnovato ogni anno, sempre a seguito di dure vertenze sindacali. Nell’idea di Craxi, esso rientra in un programma più ampio per opere di risanamento e servizi essenziali nei centri urbani più degradati, localizzati soprattutto nel Mezzogiorno, con particolare riguardo alle grandi città come Napoli, Palermo e Catania, anche al fine di fronteggiare la disoccupazione soprattutto giovanile. Un «bisogno urgente di modernizzazione e di sviluppo» per far sì che l’espansione del benessere che coinvolge la società italiana degli anni Ottanta riguardi anche la parte meridionale del Paese, dotandola di «strutture pari a quelle che esistono nelle altre regioni»57. Ma le maggiori difficoltà dei governi di intervenire sulla spesa pubblica per la dinamica di rallentamento dell’economia, di aumento del debito e di misure volte a garantire all’Italia il rispetto dei parametri di convergenza europea in vista del Tue, renderanno impraticabili tali piani, tradendo le aspettative di vaste e già frustrate fasce sociali, soprattutto nell’Italia meridionale58.
Siamo all’apice della giunta di pentapartito: a cavallo tra le regionali del maggio 1986 e la crisi del governo nazionale, con le dimissioni di Craxi, il monocolore Fanfani e le elezioni anticipate del giugno 1987, si consumano, al tempo stesso, l’assenza di nuove iniziative dell’amministrazione Orlando, la concorrenza politica tra Dc e Psi59 e, infine, la fuoriuscita “anomala” da una crisi che avrebbe dovuto mettere fuori gioco il sindaco, il quale invece ne risulta vincitore.

6. Le discusse elezioni politiche dell’87 e l’esperienze della “Primavera”
Nell’aprile ’87, a Palermo la crisi è di fatto aperta da parte del Psi, soprattutto quale diretta conseguenza delle vicende politiche nazionali (la tempistica, d’altronde, lo lascia intuire, a partire dal fatto che il sindaco di Palermo è sotto tutela indiretta di De Mita, per il tramite di Mattarella).
L’avvicinarsi delle urne non fa altro che innalzare il livello dello scontro, fino a deflagrare in una frattura i cui tratti essenziali rimarranno scolpiti a lungo negli anni successivi. Dopo una stagione come quella appena vissuta, si registra una sostanziale assenza – al di là delle formali prese di distanza – di richiami specifici alla lotta contro la mafia nei discorsi pre-elettorali. Nelle corse al successo elettorale il tema dell’antimafia non paga 60. Un aspetto che non si pone nel semplice rifiuto del voto mafioso – come sottolinea Elio Sanfilippo, capogruppo del Pci a Palermo – ma nel concreto di una questione morale che in quel contesto assume sostanza nella ricerca del voto mafioso. Si parla, infatti, sempre più diffusamente di come le cosche stanno redistribuendo i loro voti nell’ambito del pentapartito. Una denuncia che in quei giorni viene fatta anche dall’agenzia “Mondo Cattolico”, in riferimento al voto di una zona di mafia, corso dei Mille, a favore di un candidato socialista61. Viene posta l’attenzione anche sul Partito radicale, in particolare da Alfonso Madeo sulle colonne de “L’Ora”, che ricorda i collegamenti tra il movimento di Pannella e il boss Luciano Liggio, tra garantismo estremo, ipotesi di una sua candidatura nelle liste radicali o, finanche, di un suo corposo finanziamento al Pr. Botteghe Oscure, invece, chiama in causa direttamente il Governo per far fronte a un clima in cui gli episodi di intimidazione arrivano ormai «abbondanti, velati, diretti, minacciosi» e le forze della criminalità organizzata sono scese in campo a favore «di alcune liste» della disciolta maggioranza62. «Per niente la mafia non fa niente»: alla soglia del voto, il grido più esplicito viene dal segretario dei comunisti Figurelli, il quale rivolge un ultimo appello ai candidati, in particolare a Claudio Martelli, candidato nel collegio siciliano di Palermo, affinché faccia risultare chiaro che il suo nome e il suo impegno sono stati «strumentalizzati e millantati». Il riferimento è diretto ai suoi manifesti elettorali esposti in una «vetrina-simbolo dell’ordine che viene dall’alto», quella del bar dei Marchese a Brancaccio. Assume, infatti, dominio comune la notizia della mobilitazione dei capi zona, dei grandi elettori tradizionali e dei picciotti, per la «quartina» socialista data per vincente: Martelli, Fiorino, Alagna, Reina. Alla Kalsa il garofano sembra essere indicato direttamente da don Masino Spadaro, boss internazionale del traffico di eroina63.
La polemica ricade, ancora una volta, sul traballante sindaco Orlando, che di sua iniziativa, appena dopo il voto detta un comunicato funesto: «desta preoccupazione il riferirsi compatto di aree tradizionalmente contigue alla criminalità organizzata a favore di partiti politici» 64. Le riserve sull’amministrazione annunciate da tempo da parte del Psi adesso si concretizzano in dimissioni. Le insinuazioni provenienti da “Mondo Cattolico” trovano supporto anche nei gesuiti Sorge e Pintacuda, che concordano entrambi sul tentativo di una «legittimazione postmoderna» da parte della mafia e il dirottamento verso quei partiti che si sono «mostrati più disponibili». Infine, si aggiunge anche una pesante testimonianza di un ex candidato radicale alle elezioni regionali del 1981, il giornalista Giuseppe Buonadonna, che classifica come cosa nota, ma forse dimenticata, gli appoggi reperiti in «riservatissimi salotti palermitani» dal Pr in «in funzione anticomunista» 65. Grande, ad ogni modo, resta il balzo in avanti del Psi e – pur crescendo diffusamente – travolgente l’avanzata dei radicali nelle borgate ad alta densità mafiosa66. Un quadro composto, nel complesso, da gravi affermazioni, indirizzate verso questi due partiti, sospettati di aver raccolto i voti della mafia e di configurarsi tra i nuovi referenti del potere delle cosche. Un esame dettagliato dei risultati elettorali nei quartieri «a rischio» viene elaborato dal Partito comunista, dal quale si evince come nella maggior parte di essi la percentuale socialista è superiore di netto a quella cittadina, mentre i radicali raddoppiano rispetto all’83. Per fare alcuni esempi: a Brancaccio-Ciaculli – la zona maggiormente indiziata – il Psi guadagna il 15 per cento, la Dc perde il 12 e, nell’ambito di Croce Verde-Giardini – considerato il dominio di Michele e Salvatore Greco – in termini assoluti il Psi passa da 8 a 182 voti, i radicali da 3 a 53, la Dc ne lascia per strada 167. Anche all’Ucciardone, la lista guidata da Martelli cresce del 15 per cento: «saranno voti di speranza, di fronte alla nostra politica per una giustizia giusta», s’incarica di giustificare Florino, uno dei componenti della “quartina” elettorale 67. Tale contrapposizione si anima, tra l’altro, nel solco della riforma del codice penale italiano: infatti, dopo un lungo iter iniziato nel 1983, nel febbraio ’87 viene approvata la legge che delega il Governo a presentare una proposta di revisione del codice, con una nuova procedura penale ispirata a un modello tendenzialmente accusatorio 68. Uno snodo importante per consentire all’Italia di delinearsi al modello previsto dalle Convenzioni internazionali, che tuttavia lascia una coda di conflitto e polemiche tra poteri dello Stato, tra potere politico e magistratura.
Restando a Palermo, le dimissioni del sindaco si presentano come inevitabili. Ma il 6 luglio 1987, giorno in cui il Consiglio ne prende atto, il socialdemocratico Carlo Vizzini prospetta la «morte della stagione delle formule e la nascita delle coalizioni intorno a progetti», riproponendo la sua idea di apertura a tutte le forze di sinistra, incluso il Pci 69. Dopo appena un mese, Orlando torna sullo scranno di primo cittadino, alla guida di una coalizione che viene definita “anomala”70, formata da una parte della Dc, Sinistra indipendente, Verdi, Socialdemocratici e dalla lista civica Città per l’Uomo, con il sostegno esterno del Partito Comunista, che sarebbe entrato nell’esecutivo nei primi mesi dell’89. Significativa, in questo senso, la nomina a vicesindaco di Aldo Rizzo. Per il leader di questa “altra” coalizione non si tratta di un compromesso storico, ma di un’esperienza che si sforzi «di perseguire il cambiamento espresso dalla società civile», in quel contesto impegnata soprattutto nella lotta alla mafia. Sin dall’avvio del mandato, Palazzo delle Aquile inizia effettivamente a registrare un diverso clima di disponibilità, sempre più frequentato dai cittadini, dalle associazioni, dai comitati.
Se il 1987 si conclude con la sentenza della Corte d’assise di Palermo sul maxiprocesso, il 1988 si apre con l’assassinio dell’ex sindaco Insalaco, nelle cui carte viene ritrovato un memoriale – pubblicato integralmente da “l’Unità” – con un elenco di nomi che, a suo giudizio, appartengono alle “due facce” della città. Ma rilevanti sono le parole sull’inchiesta che lo ha visto imputato di corruzione, che egli stesso ritiene «utilizzata per neutralizzarlo» sulla questione degli appalti, «a prescindere dalla veridicità o meno» delle accuse. Se ne trae subito un giudizio politico di terribile pesantezza su storie di appalti, mafia, macchina comunale, inchieste pilotate, o quanto meno pilotabili. «Il mio errore – scrive, come fosse un testamento – è stato capire cosa è veramente Palermo da sindaco»71. Dopo il delitto, in assenza di iniziative conseguenti, secondo Orlando il vecchio «comitato d’affari» si sarebbe ricomposto più forte di prima grazie all’eliminazione della «voce scomoda» 72. L’idea, elaborata insieme a Rizzo, agli esponenti dell’alleanza pentacolore e del Pci, è quella di spostare in altra sede le decisioni sui grandi appalti. La richiesta, formalizzata dal sindaco direttamente al presidente del Consiglio Goria e sintetizzata nell’espressione “liberateci dagli appalti”, prospetta al governo la necessità di operare in sinergia sulle grandi opere da realizzare 73. Questo appello viene interpretato da molti – in particolare dagli ambienti industriali – come un’ammissione di impotenza e una rinuncia ai privilegi autonomistici. Il decreto-legge 74 varato da Goria sortirà effetti modesti, se non addirittura controproducenti come quelli legati alla società pubblica Italispaca costituita ad hoc 75.
Per gli esponenti di Città per l’Uomo, invece, l’opinione pubblica sta cogliendo lo spirito della proposta; come analogamente comprende le ragioni che portano l’amministrazione ad affidare a quattro professionisti non palermitani – Leonardo Benevolo, Italo Insolera, Pierluigi Cervellati e Morales De Sola – la redazione del piano particolareggiato del centro storico, una delle maggiori scommesse 76. La delibera approvata in giunta il 22 marzo 1988 scatena immediatamente un vespaio di polemiche, in primis per il fatto che la realizzazione del progetto viene revocata all’Università di Palermo, dopo che aveva accumulato consistenti ritardi nella consegna del piano servizi collegato al piano-programma del 1983, e messa nelle mani di questi “presuntuosi” tecnici forestieri. Grande spaccatura vi è, soprattutto, dentro la Democrazia cristiana 77. Orlando rivendica la volontà, dopo quarant’anni «di crolli, di studi e di degrado», di dotare il centro storico di uno strumento urbanistico moderno e al passo con le legislazione vigente. E attacca quella parte di città che ritiene di poter trarre vantaggio dall’attesa, da una «ulteriore perdita di valore anche economico» del centro, consentendo a «grossi interessi» di fare «l’incetta» di questa vasta area urbana. Mentre sulla «mortificazione delle professionalità» palermitane ribatte come quella scelta va in controtendenza rispetto a «una forma antica di localismo esasperato» e inaccettabile78, nel quale una «certa borghesia professionale» è abituata a vivere all’ombra del sistema di potere. Il segnale che si vuole lanciare con la delibera e con il decreto Sicilia consiste nella presa d’atto che Palermo, da sola, non ce l’avrebbe fatta: come affermerà alcuni anni dopo il sindaco, «ogni forma di localismo e di esaltazione di valori indigeni, se priva di confronti con realtà esterne, alimentava obiettivamente la mafia»79.
Il futuro della “Primavera” passa anche dal congresso provinciale democristiano, che torna a celebrarsi nell’estate dell’88 dopo gli anni del commissariamento, e che elegge segretario Rino La Placa, personalità che ha accompagnato Mattarella nel corso della gestione monocratica e che trova la convergenza delle diverse correnti. Ciò, tuttavia, non cancella la guerra tra il vecchio e ciò che di nuovo sta emergendo, almeno dal 1984. L’assise Dc inizia al legarsi al futuro della città anche per il «vorticoso giro di miliardi» che da lì a breve avrebbe gravitato intorno alla grandi opere pubbliche e, in generale, alle risorse che l’amministrazione è stata in grado di attrarre80.
Per far fronte alla manovra di soffocamento avviata dal proprio partito, Orlando porta a più concrete conseguenze il riequilibrio a sinistra dell’amministrazione. Dopo una serie di incontri di maggioranza, in cui viene chiesto un rafforzamento della piattaforma politica su tre versanti – lotta alla mafia e sviluppo, equilibrio tra partiti e movimenti, partecipazione e controllo sociale 81– tra marzo e aprile dell’89 viene raggiunto l’accordo per la formazione di una nuova giunta al comune di Palermo, sullo schema della precedente ma con l’allargamento storico alla presenza del Pci 82. I limiani, usciti per lasciare il posto ai comunisti Emilio Arcuri e Marina Marconi, nel segreto dell’urna non votano la nuova compagine 83. Viene raccolto un solo voto in più di fiducia, rispetto alla maggioranza richiesta: quello del demoproletario Alberto Mangano. Di fronte ad un attore che scompagina i modelli tradizionali di relazione politica, sono soprattutto i socialisti ad apparire elemento di attrazione e coagulo di interessi conservatori, pur estranei alla loro tradizione riformista. La vicenda palermitana per il garofano è il crocevia tra il rilancio del partito operato da Craxi a partire dalla sua elezione al Midas nel 1976 e l’incapacità di comprendere la fine di un ciclo, culminata nello scontro giudiziario con i giudici di Mani Pulite nel biennio 1992-’94 84. Orlando, rompendo schemi consolidati, fa emergere anzitempo le contraddizioni del Psi. Il quale mal tollera – a parere del sindaco siciliano – di veder nascere a Palermo, e non a Milano, un «modello di nuova politica», che da luogo di emarginazione diventa luogo di stimolo per l’intera nazione 85.

7. Stagione breve, effetti lunghi
L’evoluzione in “esacolore” dell’alleanza non riesce ad arrivare alla fine del mandato. Dopo le dimissioni di De Mita e l’insediamento, nel maggio ’89, del sesto governo Andreotti, la partita palermitana si sposta nelle lotte intestine alla Dc, utilizzata per saldare il legame con Craxi e spingere all’angolo la sinistra interna 86. Il presidente del Consiglio impartisce il colpo definitivo riuscendo a imporre la vittoria della sua corrente – dopo una visita nel capoluogo siciliano il 18 gennaio 1990, accolto dal grido di «mafioso» e «belzebù» dagli studenti della Pantera 87– portando alla chiusura della vicenda orlandiana 88.
La giunta, con un colpo di coda, riesce ad approvare due progetti importanti e simbolici: quello per la cura dei tossicodipendenti e il Piano particolareggiato per il recupero del centro storico89. Quest’ultimo, dato per perso fino a poche ore prima, sta infatti costituendo un pericolo per quella parte di interessi che, in passato, con i singoli piani di recupero e l’assenza di una visione integrale, ha controllato un’estesa «lottizzazione di tecnici e progettisti legati ai cinque classici partiti di governo»90.
Benché alle successive elezioni del maggio 1990 Orlando si ricandida con la Dc, nel frattempo riallineatasi sul fronte conservatore forlaniano, contribuendo nettamente al suo successo in città91, la mancata rielezione a sindaco e lo scollamento con la componente cattolico-democratica rappresentata da Mattarella e Zaccagnini, lo portano a considerare ormai irriformabile il partito democristiano. Torna così utile l’esperienza degli anni della Primavera: lotta alla mafia e alla corruzione, onestà e questione morale costituiscono aggregate una single issue per il politico palermitano, una «priorità assoluta attorno a cui ruotano tutte le altre»92 e diventeranno la base programmatica del Movimento per la democrazia – La Rete, la nuova formazione che nascerà all’inizio del ’91 su iniziativa di Orlando stesso 93.
Un percorso multiforme, ma al centro del quale vi è il tentativo mancato di “ripulire” il partito cattolico – a partire dai contesti locali più deteriorati – dalle pratiche di corruzione e malaffare ormai assunte a regola nei rapporti tra politica, appalti, imprenditori, risorse pubbliche. Una vicenda, in conclusione, nella quale fa da sfondo il ruolo e il pensiero determinanti di p. Pintacuda:

«La partitocrazia non ha il volto di un mostro sacro indefinibile ma è la risultante di attività messe in atto dagli uomini che fanno parte delle istituzioni politiche, i quali hanno potere all’interno di esse e ne guidano le sorti. […] se oggi la questione morale si pone come uno dei fatti fondamentali della politica e se il nodo centrale di essa consiste nella reintegrazione del suo rapporto con l’etica, il problema non riguarda istituzioni anonime o entità organizzative a sé stanti, ma coloro i quali fanno parte di esse e ne sono a capo, prendono decisioni e sono capaci di responsabilità morali e penali»94.

Così Palermo, meglio di altre realtà, svela difficoltà e resistenze intrecciarsi ai tentativi e alle alchimie nel ricercare e costruire nuovi modi di operare tra soggetti politici e società. Un palco che mette in scena la crisi del politico sul versante morale ed etico, anticipando la slavina 95 che avrebbe trascinato con sé il sistema italiano all’inizio degli anni Novanta. Il malessere preannunciato dal capoluogo siciliano, logorato dalla pressione mafiosa, dalla compromissione degli attori pubblici con interessi criminali, si sarebbe allargato al resto del Paese, sotto altre spoglie. Paese che sta ormai individuando nei partiti il capro espiatorio di tutti i mali, dalla corruzione ai conti pubblici fuori controllo, favorendo così l’emersione di quel magma antipolitico che una schiera di leader politici, giornalisti, ambienti economici e la stessa società civile tenterà di cavalcare96.

Note

  1. Si tenga conto, in particolare, di: Simona Colarizi et al. (a cura di), Gli anni Ottanta come storia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004; Marco Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta: quando eravamo moderni, Venezia, Marsilio, 2010; Silvio Pons, Adriano Roccucci e Federico Romero (a cura di), L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta a oggi, Vol. 1, Fine della guerra fredda e globalizzazione, Roma, Carocci, 2014. Sugli aspetti di narrazione e dimensione simbolica, si segnalano inoltre: Paolo Mattera e Christian Uva (a cura di), Anni Ottanta: quando tutto comincio. Realtà, immagini e immaginario di un decennio da ri-vedere, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012; Adolfo Scotto di Luzio, Nel groviglio degli anni Ottanta. Politica e illusioni di una generazione nata troppo tardi, Torino, Einaudi, 2020.
  2. Pietro Scoppola, La repubblica dei partiti: evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, il Mulino, 202
  3. Si rimanda a Carlo Tullio-Altan e Roberto Cartocci, La coscienza civile degli italiani: valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1997.
  4. Marcello Ravveduto (a cura di), 1992: l’anno che cambiò l’Italia, Roma, Castelvecchi, 2015.
  5. Simona Colarizi, Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994, Bari, Laterza, 2022.
  6. La definizione è in Gaetano Quagliariello, Gli anni Ottanta: gli aspetti politico-istituzionali. Un’interpretazione, in S. Colarizi et al., Gli anni Ottanta come storia, cit., pp. 267-268.
  7. Il parallelo è in Lorenzo Benadusi, Oltre il paradigma della crisi: per una diversa lettura degli anni Ottanta, in “Ventunesimo Secolo”, fasc. 39, 2017, p. 95.
  8. Sulla contaminazione tra politica e televisione, si rimanda a Edoardo Novelli, La democrazia del talk show: storia di un genere che ha cambiato la televisione, la politica, l’Italia, Roma, Carocci, 2016.
  9. Per un’interpretazione degli attentati ai giudici palermitani in chiave periodizzante, cfr. Giovanni Mario Ceci, Verso il crollo della Repubblica dei partiti: le conseguenze della morte di Falcone sulla politica italiana, in “Meridiana” fasc. 97, 2020, pp. 35-57.
  10. Andrea Guiso, Declino e trasformazione dello Stato banchiere: mutamenti della costituzione materiale nella crisi politica della Prima Repubblica, in “Ventunesimo Secolo”, fasc. 39, 2017, pp. 30-31. Per una storia dell’Italia repubblicana nel contesto dell’integrazione europea, cfr. Antonio Varsori, La Cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 a oggi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010.
  11. Leonida Tedoldi, Stato, governi e crescita del debito pubblico in Italia negli anni Ottanta: un approccio storico-istituzionale (1980-1987), in “Le Carte e la Storia”, fasc. 2, 2014, pp. 120-121.
  12. Un’altra Italia deve governare. Documento della Direzione Pci, in “l’Unità”, 28 novembre 1980, p. 1.
  13. Rocco Di Blasi, Berlinguer: noi proponiamo un’alternativa democratica, in “l’Unità”, 29 novembre 1980, pp. 1 e 6.
  14. Roberto Cartocci, L’Italia di Tangentopoli e la crisi del sistema partitico, in C. Tullio-Altan e R. Cartocci, La coscienza civile degli italiani, cit., p. 227.
  15. Eurobarometro, rilevazioni raccolte in The Mannheim Eurobarometer Trend File, 1970-2000, Data Set Edition v.2.0.1. Cfr. Domenico Fruncillo, Gli italiani populisti, in “Democrazia e Diritto”, fasc. 3, 2011, pp. 235-295.
  16. Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in Antonio Baldassarre e Gianfranco Pasquino (a cura di), Il sistema politico italiano, Roma, Laterza, 1985, pp. 215-249.
  17. Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo: breve storia dell’antipolitica, Venezia, Marsilio, 2018, pp. 121-122. «La mitologia greca narra dell’empio re di Tessaglia Erisittone che, condannato da Demetra a una fame inesauribile, finì per divorare se stesso. Possiamo chiamare “sindrome di Erisittone” quella di cui cade vittima la repubblica dei partiti, rinchiudendosi in un circolo vizioso dentro il quale la sua già fragile legittimità s’indebolisce sempre di più».
  18. Eugenio Scalfari, Dove va il Pci? Intervista a Berlinguer, in “la Repubblica”, 28 luglio 1981.
  19. Ernesto Galli della Loggia, La democrazia immaginaria. L’azionismo e l’“ideologia italiana”, in “il Mulino”, 2/1993.
  20. Nel suo primo anno, il nuovo quotidiano stampò circa 70 mila copie, che salirono a 150 mila nel 1978 e a 400 mila nella metà del decennio successivo. Cfr. Eugenio Scalfari, La sera andavamo in via Veneto: storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica”, Milano, Mondadori, 1990.
  21. Luigi Musella, “Questione morale” e costruzione pubblica di un giudizio nei processi ai politici degli anni Novanta, in “Memoria e Ricerca”, fasc. 32, dicembre 2009, pp. 49-53.
  22. Giorgio Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo: un’autobiografia politica, Roma, Laterza, 2008, p. 166.
  23. Sarebbe lunga una bibliografia sul populismo. Nella fattispecie, si rimanda a: Yves Mény e Yves Surel, Par le peuple, pour le peuple: le populisme et les démocraties, Paris, Fayard, 2000.
  24. I socialisti e la questione morale. Tavola rotonda: Norberto Bobbio, Federico Coen, Claudio Martelli, Massimo L. Salvadori, Valdo Spini, in “Mondoperaio”, n. 11, novembre 1981, pp. 23-33.
  25. Per una storia si rimanda Lorenzo Biondi, La Lega democratica. Dalla Democrazia cristiana all’Ulivo: una nuova classe dirigente cattolica, Roma, Viella, 2013.
  26. Paola Gaiotti de Biase, Il potere logorato. La lunga fine della DC: cattolici e sinistra, Roma, Edizioni associate, 1994, p. 90. Per un’analisi del variegato mondo dei cattolici legati ai temi della sinistra, nonché sulla questione dell’unità politica, si veda Daniela Saresella, Cattolici a sinistra: dal modernismo ai giorni nostri, Roma, Laterza, 2011.
  27. Cfr. Jane C. Schneider e Peter T. Schneider, Un destino reversibile. Mafia, antimafia e società civile a Palermo, Roma, Viella, 2009. Si veda, inoltre: Sila Berruti e Diego Gavini, Mentre a Roma si discute, Palermo viene espugnata: i funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella diretta Rai, in Luca Mazzei e Donatella Orecchia (a cura di), L’immaginario devoto tra mafie e antimafia, Vol. 2, Narrazioni e rappresentazioni, Roma, Viella, 2017, pp. 97-107.
  28. Cfr. Antonino Blando, L’antimafia: ascesa e declino di una risorsa politica, in inTrasformazione, fasc.
  29. Ennio Pintacuda, La scelta, Casale Monferrato, Piemme, 1993, p. 15.
  30. Per un approfondimento relativo alla “teologia della liberazione”, si veda: Lucia Ceci, Teologia della liberazione, in Alberto Melloni (a cura di), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 1539-1553.
  31. Ennio Pintacuda, La seconda liberazione, in “Dimensione Sicilia”, aprile 1985, ora in id., Palermo palcoscenico d’Italia, Palermo, F.lli Accetta, 1986, pp. 94-96.
  32. Salvatore Lupo, Il mito della società civile. Retoriche antipolitiche nella crisi della democrazia italiana, in “Meridiana”, fasc. 38/39, 2000, p. 23.
  33. Jane Schneider e Peter Schneider, Dalle guerre contadine alle guerre urbane: il movimento antimafia a Palermo, in “Meridiana”, fasc. 25, 1996, p. 56.
  34. Cfr. Fabrizio Lentini, La Primavera breve: quando Palermo sognava una Città per l’uomo, Paoline, Milano 2011.
  35. Documento della Commissione socio-politica della Consulta diocesana per l’apostolato dei laici, in “Una Città per l’Uomo”, I, 1 agosto 1982. Si noti che il documento palermitano precedette le affermazione dell’episcopato italiano sulla possibilità per i cristiani di esprimere legittimamente la propria presenza nelle istituzioni «in forme pluralistiche». Cfr. Conferenza episcopale italiana, Consiglio permanente, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 23 ottobre 1981, p. 221, in La Chiesa italiana e le prospettive del Paese. Documento del Consiglio Permanente (consultato il 25 novembre 2023).
  36. Cfr. Diego Gavini, L’utopia palermitana: i gesuiti nella “primavera” dell’antimafia, in “Laboratoire italien”, fasc. 22, 2019.
  37. Gazzetta Ufficiale Regione Siciliana, Legge Regionale 11 dicembre 1976, n. 84, Norme sul decentramento amministrativo e sulla partecipazione dei cittadini nell’Amministrazione del Comune attraverso i Consigli di quartiere.
  38. Claudio Riolo, Istituzioni e politica: il consociativismo siciliano nella vicenda del Pci e del Pds, in Massimo Morisi (a cura di), Far politica in Sicilia: deferenza, consenso e protesta, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 187.
  39. Pino Toro e Nuccio Vara, Pintacuda e Sorge. Il cammino personale e comune, il confronto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2021, pp. 89-90.
  40. Cfr. Vincenzo Cassarà, Salvo Lima: l’anello di congiunzione tra mafia e politica (1928-1992), Roma, Aracne, 2022.
  41. Gabriello Montemagno, Da Ciancimino a Orlando. Ascesa e caduta della «primavera» di Palermo, Palermo, Istituto poligrafico europeo, 2014, pp. 32-33.
  42. Ennio Pintacuda, La città di Palermo ed in sindaco Orlando, in “Dimensione Sicilia”, aprile 1986, ora in id., Palermo palcoscenico d’Italia, cit., p. 139.
  43. Cfr. Salvatore Lupo, 1986. Il maxiprocesso, Roma, Laterza, 2008.
  44. Il Comune sarà parte civile, in “L’Ora”, 27 gennaio 1986, p. 3.
  45. Nino Alongi, Palermo. Gli anni dell’utopia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1997, p. 173. Anche sotto questo profilo, possono essere visti quali precorritori dei partiti delle “mani pulite”, della “casa di vetro”, dell’“onestà”, intese come categorie ontologiche della politica: dall’Italia dei valori al Movimento 5 stelle, solo per fare due esempi.
  46. Un codice di comportamento per i diritti dei cittadini, in “Cambiare Palermo. Cronaca ragionata di quattro anni e mezzo di battaglie a Palazzo delle Aquile”, p. 7, conservato in Istituto Gramsci Siciliano (IGS), Fondo Simona Mafai (SM), Programma Pci comunali 1984, busta 2, fascicolo 10.
  47. Gabriello Montemagno, Il Comune si dà nuove regole, in “L’Ora”, 15 febbraio 1986, p. 13.
  48. Id., Il Municipio pieno di sindaci, ivi, 15 febbraio 1986.
  49. Michele Figurelli, Due Sicilie due Italie, in “Rinascita”, 8, 1 marzo 1986, p. 8.
  50. Silvia Ferraris, Un esercito che chiede lavoro, in “L’Ora”, 23 gennaio 1986, p. 11.
  51. Sergio Sergi, Dal carcere di Palermo: «Avvocati, attenti…». E ieri un gruppo di disoccupati gridava: vogliamo Ciancimino, in “l’Unità”, 1 febbraio 1986, p. 1 e 22.
  52. Per una completa e rigorosa parabola della mafia siciliana, che tiene conto delle reti sociali e di potere, si rimanda a Salvatore Lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004.
  53. Le “Proposte per il superamento dell’emergenza nel governo delle città” richiamano, in premessa, le denunce del coordinamento antimafia e dei sindacati di polizia su «cedimenti, indecisioni, ritardi ed omissioni» nella lotta alla criminalità mafiosa e, in tal senso, vengono richiesti il potenziamento degli organici delle forze dell’ordine e degli apparati giudiziari. Inoltre, consegnano al Consiglio comunale l’espressione del «sentimento antimafioso della comunità palermitana e siciliana e la grande volontà di riscatto e di sviluppo civile ed economico manifestate dai giovani, dalle donne, dai movimenti laici e religiosi, dalle forze politiche e sociali» e la primaria responsabilità in ordine alla «corretta e tempestiva gestione degli strumenti amministrativi nell’esclusivo interesse dei bisogni comunitari e nel rifiuto netto ed irrevocabile di qualunque forma di cedimento nei confronti di interessi di parte occulti o contigui all’area della criminalità». In G. Montemagno, Da Ciancimino a Orlando, cit., pp. 35-37.
  54. Saverio Lodato, Craxi: mafia alle corde, ma non vinta, in “l’Unità”, 22 gennaio 1986, p. 6.
  55. N. Alongi, Palermo. Gli anni dell’utopia, cit., pp. 187-188. Il movimento civico, molto più di altri o dei soggetti partitici, sta sviluppando analisi avanzate e approfondite della realtà sociale cittadini. Ne è la prova la pubblicazione, negli stessi mesi, di una indagine che, partendo dall’analisi di ciascun quartiere, descrive la struttura dei gruppi sociali, il loro modo di vivere, le tradizioni, i bisogni e i drammi più o meno recenti. La ricerca, inoltre, mette in evidenza le problematicità derivanti dall’inattuato piano regolatore redatto senza tener conto delle «dinamiche economiche, politiche e sociali» e dall’organizzazione dei servizi irrazionale e «legata alle negoziazioni politiche» dei canali clientelari. Una città complessivamente in crisi perché «incapace di esprimere identità», dispersa in una costellazione di aree sociali non comunicanti. Cfr. Gabriello Montemagno, Una città in crisi, senza identità, in “L’Ora”, 2 aprile 1986, p. 3.
  56. Decreto-legge 12 febbraio 1986, n. 24 recante Interventi urgenti per la manutenzione e salvaguardia del territorio nonché del patrimonio artistico e monumentale della città di Palermo, convertito, senza modificazioni, dalla legge 9 aprile 1986, n. 96 (GU 12 aprile 1986, n. 85). Limite delle maestranze elevato a duemila unità nella successiva legge di bilancio.
  57. Bettino Craxi, Dichiarazioni programmatiche del II Governo Craxi, ora in id., Discorsi parlamentari 1969-1993, (a cura di) Gennaro Acquaviva, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 396.
  58. Tra i tanti contributi sulla dinamica dell’economia italiana si segnala, in particolare Michele Salvati, Occasioni mancate: economia e politica in Italia dagli anni ’60 a oggi, Roma, Laterza, 2000. Più recente, Salvatore Rossi, La politica economica italiana dal 1968 a oggi, Bari, Laterza, 2020.
  59. Sul punto: Giovanni Mario Ceci, «Duello al centro»: Craxi versus De Mita, in Gennaro Acquaviva, Michele Marchi e Paolo Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Venezia, Marsilio, 2018, pp. 187-246.
  60. Alfonso Madeo, Per carità non parliamo di mafia, in “L’Ora”, 4 giugno 1987, p. 9
  61. Questione morale: no ai voti di mafia, ivi, 10 giugno 1987.
  62. Giuseppe Cerasa, Nelle borgate, la mafia all’opera, ivi, 11 giugno 1987, p. 6.
  63. Michele Figurelli, Il tam tam mafioso, in “l’Unità”, 13 giugno 1987, p. 3.
  64. L. Orlando, Palermo, cit., p. 76.
  65. Gabriello Montemagno, E a Palazzo delle Aquile è di nuovo «emergenza», in “L’Ora”, 20 giugno 1987, p. 3.
  66. Attilio Bolzoni, Per chi votano i mafiosi, in “la Repubblica”, 19 giugno 1987.
  67. Gabriello Montemagno, «Ma i boss non c’entrano», in “L’Ora”, 30 giugno 1987, p. 4.
  68. Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 recante Approvazione del codice di procedura penale, entrato in vigore il 24 ottobre 1989.
  69. Gabriello Montemagno, La disfida, in “L’Ora”, 7 luglio 1987, p. 3.
  70. Secondo Padre Pintacuda, l’esperienza politica viene subito definita «anomala» perché ha «come obiettivi i contenuti del programma» ed è espressione più delle «forze vive della società che delle segreterie dei partiti». Cfr. Daniela Saresella, I cattolici democratici e la fine dell’unità politica dei cattolici, in Simona Colarizi, Agostino Giovagnoli, e Paolo Pombeni (a cura di), L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta a oggi, Vol. 3, Istituzioni e politica, Roma, Carocci, 2014, p. 221.
  71. Cfr. Giuseppe Insalaco, [Memoriale], in “l’Unità”, 19 marzo 1988, p. 6. Si veda anche: Saverio Lodato, Dieci anni di mafia, Milano, Rizzoli, 1990, p. 233.
  72. L. Orlando, Palermo, cit., p. 91.
  73. Cristina Fratelloni, Goria ascolta e dà l’incarico per un decreto-legge, in “L’Ora”, 20 gennaio 1988, p. 15.
  74. Decreto-legge 1° febbraio 1988, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 1988, n. 99, recante “Misure urgenti in materia di opere pubbliche e di personale degli enti locali in Sicilia” (GU Serie Generale n. 80 del 6 aprile 1988). Gli interventi avrebbero dovuto riguardare principalmente: l’urbanizzazione primaria e secondaria e il risanamento del patrimonio edilizio del quartiere Zen e del bacino del fiume Oreto, ivi incluso il disinquinamento delle acque; la realizzazione della nuova rete fognaria; misure per assicurare l’approvvigionamento idrico del territorio di Palermo. Inoltre, erano previste assunzioni nei comuni siciliani e il sostegno, nell’ambito dei progetti da realizzare, di alti funzionari pubblici direttamente incaricati dalla Presidenza del Consiglio.
  75. N. Alongi, Palermo. Gli anni dell’utopia, cit., pp. 221-222. Sulla questione Italispaca, si veda: Umberto Santino e Giovanni La Fiura, L’impresa mafiosa: dall’Italia agli Stati Uniti, Milano, FrancoAngeli, 1990, pp. 377-378.
  76. Cfr. Teresa Cannarozzo, Palermo tra memoria e futuro. Riqualificazione e recupero del centro storico, Palermo, Publisicula, 1996.
  77. Antonella Romano, Centro storico stasera battaglia al comune, in “L’Ora”, 12 aprile 1988, p. 15. Sul partito cattolico nell’isola, cfr. Calogero Pumilia, La Sicilia al tempo della Democrazia cristiana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998.
  78. Vincenzo Morgante, Ricostruiremo Palermo lontano dai sospetti, in “Il Popolo”, 12 aprile 1988, p. 5.
  79. L. Orlando, Palermo, cit., p. 95.
  80. Gabriello Montemagno, E per la Dc congresso cruciale, in “L’Ora”, 22 giugno 1988, p. 15.
  81. Così si può dedurre da alcuni appunti della Mafai, in IGS, SM, Polemiche interne al Pci, Incontri con Orlando, 21 gennaio 1989, b. 2, f. 10.
  82. F. V., Comunisti e democristiani a Palermo procedono insieme, in “la Repubblica”, 29 marzo 1989.
  83. Francesco Vitale, Nel segreto dell’urna partono i siluri contro Orlando, in “l’Unità”, 15 aprile 1989, p. 3.
  84. Su quella “rivoluzione”, cfr. Andrea Marino, L’imprevedibile 1992: Tangentopoli, rivoluzione morale o conflitto di potere?, Roma, Viella, 2022.
  85. Leoluca Orlando, Quel che vi dice la mia Palermo, in “Avvenimenti”, 3, 15 marzo 1989, pp. 8-9.
  86. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani: 1946-2016, Roma, Laterza, 2016, pp. 144-147.
  87. Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Palermo, Istituto poligrafico europeo, 2021.
  88. Vincenzo Vasile, Orlando: «Ora tutto è chiaro», in “l’Unità”, 23 gennaio 1990, p. 7; Silurato dalla Dc Orlando se ne va, in “L’Ora”, 23 gennaio 1990, p. 1.
  89. Gli strumenti urbanistici approvati erano: il piano particolareggiato predisposto dai professori Benevolo, Cervelluti e Insolera, il piano particolareggiato dell’Albergheria-Ballarò e i piani di recupero delle zone Capo, Sant’Agostino, Cassaio e Scopali. Cfr. La giunta vara i piani per il centro storico di Palermo, in “l’Unità”, 18 febbraio 1990, p. 3.
  90. Gabriello Montemagno, Il prezzo della caduta, in “L’Ora”, 15 febbraio 1990, p. 13.
  91. Con oltre 70mila preferenze personali, traina il successo della Dc, che sfiorando il 50 per cento dei consensi elegge 42 consiglieri, cioè la maggioranza. Cfr. Antonino Blando, L’antimafia come risorsa politica, in “Laboratoire italien”, fasc. 22, 2019, § 28.
  92. Luigi Ambrosi, «Il nemico è Andreotti». Il movimento La Rete e la questione morale dalle “due Dc” a Tangentopoli (1989-1992), in Michelangela Di Giacomo e Annarita Gori (a cura di), Sguardi sulle prospettive della nuova ricerca storica. Persistenze o Rimozioni 3-2013, Roma, Aracne, 2014, p. 71.
  93. Cfr. Daniela Saresella, Tra politica e antipolitica. La nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Firenze, Le Monnier, 2016.
  94. Ennio Pintacuda, Breve corso di politica, Milano, Rizzoli, 1988, p. 173.
  95. Luciano Cafagna, La grande slavina: l’Italia verso la crisi della democrazia, Venezia, Marsilio, 1993.
  96. Alfio Mastropaolo, La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta, Torino, Bollati Boringhieri, 2011.

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