La biografia di Franca Turra alias Anita tra memoria privata e storia pubblica
Greta Fedele, Sara Troglio, La biografia di Franca Turra alias Anita tra memoria privata e storia pubblica, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 8, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10122
La ricostruzione storica di grandi eventi traumatici avvenuti nel recente passato si muove sempre in un delicato equilibrio tra vissuto personale e storia collettiva, tra documenti privati e fonti istituzionali, amministrative, giudiziarie, militari etc. Entrambi gli aspetti concorrono nella definizione della ricostruzione, essendo la traccia dei molti livelli su cui si è giocato lo sviluppo degli eventi. Questo assunto è sicuramente noto a chiunque si sia approcciato allo studio della Resistenza e delle deportazioni, ancor più se la ricerca è portata avanti mediante la raccolta di testimonianze orali e memorie personali: qui gli eventi minuti, minimi, vengono spesso fusi dai e dalle testimoni con le date e i fatti del racconto ufficiale; il racconto pubblico mediato e regolato da fonti intime spesso gelosamente conservate.
In questo scenario la ricostruzione del processo attraverso cui si è costruita la memoria pubblica – e il lavoro storiografico – sul campo nazista di Bolzano e su quanto ruotava dentro e attorno ad esso si arrricchisce di caratteristiche ancor più particolari, legate alla sua geografia di confine, alla sua storia amministrativa e alla composizione della sua popolazione linguisticamente e culturalmente mista. Lo stesso movimento di Resistenza che nacque e si sviluppò in quel territorio ebbe a sua volta caratteri propri come, ad esempio, il fatto di poggiarsi maggiormente su piccoli nuclei dediti all’organizzazione di un sistema assistenziale e informativo clandestino piuttosto che su una presenza di gruppi combattenti.
Partendo da queste considerazioni, si cercherà di delineare il profilo e le azioni della partigiana bolzanina Franca Turra, seguendo le tracce dei documenti da lei prodotti o conservati nel periodo del conflitto3. Quello che interessa in questa sede è riflettere sull’importanza della ricostruzione di questa vicenda di cui ancora manca una sistematizzazione e valorizzazione e, allo stesso tempo, evidenziare come carte e archivi privati possano contribuire in maniera fondamentale alla storia della Resistenza. Certamente si tratta di una storia singolare, nel senso proprio che ha la singolarità di una biografia, ma non si perde mai di vista il movimento collettivo in cui si inserisce. Come cercheremo di mostrare la storia di Franca Turra è una sorta di cartina di tornasole della storia del Trentino Alto-Adige all’interno della guerra civile italiana durante la Seconda guerra mondiale.
1. Tra silenzi, memorie difficili e storiografia tardiva
La situazione del territorio del Trentino-Alto Adige nell’estate del 1945 possiede delle peculiarità rispetto al contesto del resto del Nord Italia. In questo territorio di confine, la divisione interna della popolazione civile si basava su appartenenze etniche e nazionali, che, unitamente alla vicinanza con il confine dell’ormai sconfitto Terzo Reich e ai venti mesi di governo nazista de facto – che inserì le province di Bolzano, Trento e Belluno nella Operationszone Alpenvorland-Zona d’Operazione delle Prealpi4 – lasciarono segni e fratture profonde.
Con la liberazione delle persone prigioniere nel Durchgangslager (campo di transito) di Bolzano, che tra il 29 e il 30 aprile ricevettero un permesso di uscita firmato dal comandante del campo l’Untersturmführer delle SS Karl Friedrich Titho e la progressiva fuga o arresto di tutto il personale nazista implicato nel controllo del territorio, nella città iniziò a calare un progressivo silenzio sulla storia del campo, sugli apparati di repressione che avevano visto la partecipzione di parte della popolazione locale ed anche sulla Resistenza nata dentro e fuori al campo5.
Nell’immediato dopoguerra, le fratture esistenti tra la popolazione bolzanina di lingua e cultura italiana e quella di lingua e cultura tedesca, esacerbate da anni di politiche nazionaliste6 da entrambe le parti, hanno trovato un fragile equilibrio nell’omettere e silenziare dal discorso pubblico i ruoli e le scelte compiute durante gli anni appena trascorsi. La presenza di un campo SS all’interno del perimetro cittadino e la connivenza o tolleranza che molti bolzanini avevano dimostrato nei confronti del luogo di prigionia (avvalendosi anche spesso del lavoro coatto dei reclusi)7, mentre un’altra parte vi si ribellava ed organizzava per sostenere i deportati e le deportate, rendeva ancor più manifesta la frattura8. Per quanto riguarda la memoria del campo si può parlare, infatti, di una rimozione collettiva che ha caratterizzato i decenni successivi alla liberazione.
Le scelte fatte dalle e dai singoli durante gli anni della guerra e dell’occupazione risultarono essere un peso difficile da affrontare nel contesto post bellico: la memoria tese sempre più a chiudersi in un percorso privato, familiare, e i simboli del recente passato vennero utilizzati per nuovi diversi scopi e poco valorizzati. Il campo di Via Resia, nato a inizio 1944 e entrato a pieno regime nel luglio dello stesso anno dopo che il campo emiliano di Fossoli si era trovato ad essere troppo vicino alla linea del fronte, nell’estate del 1945 passò sotto controllo dell’esercito statunitense che lo utilizzò per ospitare prigionieri tedeschi in attesa di riconoscimento e, soprattutto, cittadine del Reich, ausiliarie o impiegate nelle strutture d’occupazione, impossibilitate al rimpatrio o con figli piccoli9. Il primo agosto 1946 la struttura del campo passò alla gestione italiana, diventando il «Campo profughi stranieri di Bolzano-Greis», amministrato dal ministero dell’Assistenza post bellica. Successivamente sarebbe diventato: una colonia estiva per bambine e bambini, un rifugio per senzatetto, fino a essere smantellato completamente all’inizio degli anni Sessanta per lasciar spazio a costruzioni di edilizia popolare, senza alcun segno che ne ricordasse la storia, ad esclusione di una targa collocata nel 1962 all’altezza del numero civico di via Resia 8012
Alcune lettere includono i nominativi di altri soldati, dei quali non si ha notizia. Sono lettere di famiglie che portano negli indirizzi le più diverse località della penisola, ognuna con un registro linguistico differente, ma tutte unite nel ringraziarla e nel chiederle di continuare a mandare notizie e di non abbandonare i prigionieri. Ma con il passare dei giorni il suo coinvolgimento è sempre più complesso da mantenere senza far parte di un’organizzazione più ampia e strutturata.
Di tutto il travaglio interiore vissuto nei mesi del passaggio alla lotta clandestina, farà riferimento laconicamente in una lettera al marito dell’ottobre 1943: «Non ho molto da dirti, cioè avrei moto [sic! molto] ma non posso scrivere e tu lo comprendi, caro. Ricorda solo e sempre che ti attendo con tutto il vivo e grande amore dei nostri giorni più felici.»13
Tramite la conoscenza di Manlio Longon che insieme a Ferdinando Visco Gilardi, Enrico Pedrotti e altri avevano costituito il Cln di Bolzano in stretto contatto con la direzione nazionale e in particolare con Lelio Basso a Milano, Franca entra a pieno titolo nel movimento di resistenza bolzanino con il nome di battaglia di Anita; nei mesi successivi Anita diventa il perno fondamentale del comitato clandestino di assistenza ai detenuti di cui Franca sarebbe diventata perno fondamentale. Infatti, nel dicembre del 1944 un’ondata di arresti – che investe gli stessi Longon e Gilardi – rischia di metter fine alla vita del comitato, ma Franca si incarica del coordinamento e insieme alla moglie di Gilardi, Maria, e ad altre donne assicura l’assistenza ai e alle detenute fino alla Liberazione. Franca tiene i contatti tra la resistenza interna del campo, il Cln di Bolzano e il Clnai di Milano; organizza la raccolta di materiale e denaro per la spedizione dei pacchi ai e alle prigioniere; gestisce e smista la corrispondenza; organizza piani di evasione; tiene dei registri in cui annota – molto pericolosamente data l’illegalità delle azioni condotte in territori in guerra e occupati dai nazisti – queste attività.
Questi documenti hanno costituito e costituiscono una mole documentaria preziosissima per la storia delle deportazioni e della resistenza del campo di via Resia e testimoniano la meticolosa cura con cui il Cln organizzò il servizio di raccolta, invio e distribuzione dei beni alle persone arrestate e in attesa di deportazione nonché l’importanza dei rapporti con i vertici milanesi e nazionali.
Da una lettera datata 17 aprile (senza anno, ma probabilmente 1944), indirizzata ad Anita da Virginia Scalarini (1909 – 1989, partigiana, responsabile delle comunicazioni tra il Cln e il movimento di assistenza per i deportati di Bolzano, figlia del celebre disegnatore satirico Giuseppe Scalarini) vi si legge infatti:
«[…] Dovresti tenere un bilancino mensile così fatto: avute tante – spese tante – ed una specifica sommaria dei pacchi inviati e delle famiglie assistite. Questo in linea generale perché domani, per eventuali controlli, si possa far vedere quel che si è fatto. Immagina quali e quante proteste avremo dai malcontenti. È consigliabile far questo a scanso di grane.
Promettono botte a destra e a sinistra e non è detto che alla fine finiscano per prendere anche noi!!
Viviamo in una atmosfera satura di elettricità, speranza, disperazione, e poi ancora speranza. Ma talvolta ci si sente schiantare. La macchina arrugginisce e siamo noi che ci sentiamo vecchi e ci sentiamo per questo così stanchi?
Basta! Coraggio e avanti ancora.
Ma ti lascio perché ho fatto tardi. Ti abbraccio affettuosamente assieme alle care amiche nostre. Un bacio specialissimo a te e alla tua bella bimba.»14
Durante gli ultimi drammatici giorni di guerra, il ruolo fondamentale di Franca è ribadito ancora una volta all’interno del movimento resistenziale, tanto che nel marzo 1945 Virginia Scalarini, in una delle lettere clandestine in cui le comunicava gli invii da effettuare aggiunse «Tutto quello che fai tu è ben fatto, ci rimettiamo completamente in mano tua»15. E ancora, Armando Sacchetta il 9 aprile 1945 le scrisse: «Cara Anita, siamo convinti, arciconvinti che più di quanto facciate non si può fare. Non vi si potrà mai ringraziare abbastanza, e, dopo che tutto sia finito, un monumento equestre non ve lo toglie nessuno.»16
3. Gli archivi e la memoria di Anita
I pochi cenni sopra esposti permettono di intravedere l’importanza dell’esperienza di Franca per la ricostruzione della storia collettiva del movimento di resistenza bolzanino e in particolare dell’assistenza ai e alle detenute del campo. Allo stesso tempo, celano la difficoltà di rintracciare i documenti su cui si basa la ricerca. Non esiste, infatti, un unico fondo in cui trovare tutta la meticolosa documentazione raccolta da Franca durante gli anni del conflitto e dell’attività clandestina. Anzi, la situazione che si presenta davanti agli occhi del e della ricercatrice è frammentata, complessa, disordinata. Come per molti altri archivi legati al periodo della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una divisione delle carte tra mani private, archivi di fondazioni e istituti, ma anche alcune perdite. Cercare di ricostruire gli itinerari che questa documentazione ha seguito nel corso del tempo, rintracciare le persone che ne hanno curato la conservazione, capirne le scelte, evidenziare limiti e possibilità non è solamente un mero esercizio scientifico, bensì si rivela carico di significazioni e di elementi interessanti che cercheremo di evidenziare nelle righe che seguono.
I documenti di Anita si trovano oggi divisi tra l’archivio di Aned nazionale a Milano, l’archivio della Fondazione memoria della deportazione, l’archivio privato della famiglia Turra conservato e gestito dalla figlia Gabriella, a cui vanno aggiunti rinvenimenti di documenti prodotti da Anita all’interno di un altro archivio privato – quello della famiglia Visco Gilardi – e nell’archivio di importanti personalità come Lelio Basso conservato presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma.
Innanzitutto, queste carte molto ci dicono sull’importanza rivestita dagli archivi privati che rimangono nelle mani dei familiari di chi le ha prodotte e conservate. Franca durante tutta la sua attività conserva, assumendosi anche molti rischi nel caso fosse stata scoperta dai nazisti, biglietti e lettere clandestine provenienti dal campo, corrispondenza con esponenti del Cln cittadino e di Milano, una contabilità minuziosa su denaro, aiuti materiali, organizzazione di evasioni, condizioni di internati e internate. Senza queste carte molti dei lavori indicati precedentemente non avrebbero visto la luce o, quantomeno, non nella forma e nei dettagli che conosciamo. A emergere è, infatti, un ritratto a più livelli non solo di Franca, ma, grazie al ruolo centrale da lei ricoperto, anche dello stesso Cln di Bolzano e della società altoatesina.
Le vicende conosciute dai documenti sembrano in generale seguire un doppio binario che li ha condotti su due strade diverse: se, da una parte, le carte relative al campo, quelle più ufficiali riguardanti la resistenza, l’assistenza e il funzionamento del comitato clandestino nonché le informazioni sui e sulle deportate sono in parte state cedute dal privato ad istituzioni pubbliche e sono rintracciabili e consultabili – seppur con sfumature e gradi diversi come vedremo – dai e dalle ricercatrici; dall’altra, gli epistolari più intimi e i documenti personali che gettano luce sul ruolo delle donne – e nello specifico delle giovani madri sole – durante la guerra, sul vivere una vita parallela e clandestina, sulla guerra civile esperita all’interno dello stesso matrimonio rimangono in casa della figlia Gabriella Turra che nel corso degli anni li ha conservati. In questo secondo caso vi è anche un’ulteriore questione: come trattare una memoria che è intrinsecamente familiare, che è stata conservata e si è tramandata in un ambito ristretto e protetto e che oggi è conservata da una persona che è stata lei stessa testimone, anche se bambina. Inoltre, Franca una volta finita la guerra e dopo il ritorno del marito Vittore a Bolzano decise di ritirarsi a vita privata. La testimonianza al convegno del 1975 fu un evento isolato, Franca parlò molto poco di Anita e del ruolo che svolse. Benché si sia trattato di una memoria molto forte, come testimonia la figlia Gabriella, questa è rimasta all’interno delle mura domestiche non entrando nella sfera e nel discorso pubblico17. Sicuramente ciò ha inciso sulla conservazione dei suoi documenti, inscrivendoli in una cornice familiare che solo dopo la scomparsa dei genitori Gabriella ha iniziato ad allargare.
Il fondo conservato presso Aned nazionale in Casa della memoria a Milano ancora non è sistematizzato, catalogato e inventariato secondo gli standard richiesti dalla dottrina archivistica. Si tratta di alcune carte prodotte durante la guerra, come la falsa carta d’identità di Anita o alcune lettere con il marito o con esponenti della resistenza, sia nei giorni della liberazione come il volantino che insieme ad Ada Buffulini stilano quando quest’ultima esce dal campo e per la prima volta incontra Anita personalmente, sia in periodo successivo come il dattiloscritto del suo intervento per il convegno del 1975 o la relazione sull’attività di Manlio Longon. L’importanza di questa documentazione è evidente di per sé, manca, invece, una giusta catalogazione che ne permetta l’accessibilità da una parte e la salvaguardia e tutela dall’altra.
I documenti in possesso della famiglia sono inoltre di difficile quantificazione in quanto, seppur trattati negli anni con attenzione e cura da parte della figlia Gabriella, sono divisi tra diverse abitazioni della famiglia, aumentando quindi il rischio di dispersione. Quelli visionati al momento contano diverse centinaia di documenti privati di identità – anche falsi -, lasciapassare prodotti clandestinamente, documenti relativi alle richieste di riconoscimento dell’attività svolta dopo la guerra, fogli sparsi di corrispondenza – spesso anonima – con personalità più o meno vicine al Cln e al movimento di assistenza per gli e le internate. A queste si sommano molte fotografie della Bolzano in guerra, realizzate dal partigiano Pedrotti o da altri componenti della famiglia di Franca. Inoltre, sono presenti migliaia di pagine di fogli manoscritti di corrispondenza privata tra Franca e il marito tra il 1938 e il 1946: alcuni di essi sono su carta non intestata, altri in buste e fogli delle Camicie nere, della Croce rossa internazionale, telegrammi precompilati della British army. Durante tutta la guerra non si interrompe mai la corrispondenza con il marito Vittore, rimasto fedele al Regime anche dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943. Le lettere che i due si scambiano sono centinaia e molto intense, gravate evidentemente anche dal peso della censura e dal segreto sulla propria attività antifascista che Franca avrebbe celato fino alla Liberazione: «Spero ardentemente che stia per finire il lungo periodo di sofferenze e che non sia lontano il giorno che ti rivedrò. Ormai l’incubo della dominazione tedesca è cessato e si sente veramente di respirare aria di libertà ma quanti sacrifici e quanti martiri ci è costata»19 quei documenti entrarono – o rientrarono – nella sfera di Aned. Venegoni, infatti, durante le ricerche per il suo libro sul campo riesce a rintracciare i documenti sopra descritti di cui si era a conoscenza dell’esistenza ma di cui non si sapeva più la collazione. Più in generale, era il patrimonio documentario di Aned a essere frammentato e in alcuni casi disperso. Raccolto e messo insieme negli anni da testimoni e familiari, mancava di un lavoro di organizzazione specialistica e della gestione da parte di archivisti professionisti. Nel caso dei documenti di Franca, questi erano confluiti – non si sa secondo quali criteri né quando – nell’archivio del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec); nel 2005 vennero quindi consegnati all’ora presidente di Aned Gianfranco Maris dallo storica del centro Liliana Picciotto per andare poi a costituire il fondo Turra così come è stato inventariato nel 2015.
4. Concusione
È risaputo come gli studi sul periodo della guerra civile e della Resistenza in Italia, con il loro interesse rispetto al tema della genesi della scelta etica di campo e della riscoperta del ruolo di singole e singoli comuni, lontano dalle grandi personalità più note, hanno segnato un rinnovato interesse rispetto agli archivi privati, ancora chiusi nelle case delle famiglie. Queste raccolte, composte da una molteplicità di fonti di natura differente, sono conservati dai protagonisti e dai familiari, e ad ogni passaggio generazionale sono sempre più esposti a rischio di dispersione e di frammentazione, in quanto possibile valore scientifico delle informazioni contenute in questo tipo di documenti è subordinato a una stratificazione di memorie e ricordi che travalicano i fatti indagati dalla ricerca, che vengono aumentati o sminuiti in relazione al punto di vista e al portato esperienziale e emotivo del familiare, e che allo stesso tempo vanno sempre considerati.
Da quanto abbiamo tratteggiato, a emergere è il tema delle prese di coscienza e delle scelte di singoli uomini e donne e di come in un momento di pericolo abbiano deciso di mettere tutto a repentaglio pur di seguire quella che per loro era la scelta più naturale ed etica. Nella vicenda di Franca Turra questo emerge con particolare forza quando decide di rinunciare alla relativa sicurezza di cui lei poteva godere rischiando tutto, anche a costo di portare la guerra civile in seno alla sua stessa famiglia, pur di seguire un ideale di giustizia e rispetto della vita umana. La sua ribellione verso il nazifascismo si salda a quella di altri uomini e donne che hanno compiuto un percorso analogo: uno spunto per mostrare come queste scelte collettive e individuali abbiano influenzato il percorso della guerra, sconvolto le vite dei protagonisti e determinato la salvezza per molti.
In quest’ottica, l’attenzione per la memoria di singole soggettività e il recupero dei loro archivi privati non è un mero esercizio di studio, che allarga il campo di indagine fino al micro, bensì un tentativo di riscoprire la dimensione collettiva degli eventi che hanno interessato la società italiana durante la Seconda guerra mondiale e i venti mesi di Resistenza. L’azione di Anita non sarebbe esistita senza l’azione degli e delle altre così come quelle di quest’ultimi non avrebbero trovato esito senza Anita: fanno parte di uno stesso sistema fatto di determinate e specifiche scelte politiche. Attraverso la riscoperta delle azioni singole infatti si può provare a restituire la collettività dell’evento stesso, in cui le singole sfaccettature di posizioni, reazioni e scelte etiche e di campo avvenute durante la guerra civile concorsero a modificare gli eventi generali.
Proprio per questi motivi non vanno sottovalutate le difficoltà e la complessità che risiede dietro la ricostruzione delle tracce di questa memoria. Il caso di Franca ci sembra esemplare da questo punto di vista. Se è indubbio una premura e un’attenzione alla conservazione sia durante l’azione sia a posteriori da parte di Franca e della figlia Gabriella, che ha permesso a questo patrimonio documentale di non andare perso e di esistere nella sua materialità ancora oggi; a mancare, di contro, è una cultura e una consapevolezza della conservazione che richiede il lavoro di professionisti per poter giungere a una sistematizzazione e, soprattutto, alla tutela dei documenti.
Dario Venegoni nel marzo del 2017 in calce all’elenco stilato a mano delle carte di Anita che entravano in quel momento in Aned scriveva «con preghiera di adoperarsi affinché tutta la corrispondenza inviata ad Anita nel periodo 1944-1945 e custodita in altri achivi sia riunita nel fondo Franca Turra Anita presso la Casa della memoria di Milano»20. In chiusura di queste pagine vorremmo riprendere quel auspicio in quanto la storia di Anita è anche quella di uno dei più importanti campi di prigionia gestito dalle SS sul territorio italiano: una storia che non può essere dimenticata né dispersa.
Note
- In questo scritto si utilizzerà l’appellativo di Franca Turra per rivolgersi a Francesca Sosi, in quanto lei stessa utilizzò questo nominativo per indicare sé stessa in lettere private, documenti per la maggior parte della sua vita.
- Carla Giacomozzi (a cura di), L’ombra del Buio. Lager a Bolzano 1944-1995, Comune di Bolzano, Assessorato alla Cultura – Archivio Storico, 1996, p.59.
- Archivio privato famiglia Visco Gilardi.
- Mimmo, Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Milano, Mondadori, 2002, p. 243 “Mischa”.
- Giorgio Mezzalira, Carlo Romeo (a cura di), “Mischa” L’aguzzino del lager Di Bolzano. Dalle carte del processo a Michael Seifert, Assessorato alla cultura del Comune di Bolzano – ANPI, 2002.
- Costantino Di Sante, Criminali del campo di concentramento di Bolzano. Deposizioni, disegni, foto e documenti inediti, Teramo, Edizioni Raetia, 2019.
- C. Di Sante, Criminali del campo di concentramento di Bolzano, cit.
-
«S. Gentilissima Franca.
Oggi con piacere abbiamo ricevuto notizie di mio figlio e ne ringraziamo con cuore che è stata molto gentile a darmi notizie. Se non vi disturbo avrei piacere sapere se son fermi a Bolzano se posso appena vengo a trovarlo mi date qualche risposta se potete, sono per ringraziarvi e mandarvi i più cordiali saluti.
Finardi Valentina»10Il 21 aprile 2005 al convegno organizzato da Aned intervennero Gianfranco Maris, presidente di Aned, Giorgio Sacerdoti, presidente di Fondazione Cdec, Liliana Picciotto, storica del CDEC e «Senta Signora Franca già che lei è così gentile che si interessa di mio figlio, se avesse fame gli compri quel che ha bisogno, poi mi scrive che cosa spende che io le spedisco subito i soldi. Oppure se lei non potesse comprarli, allora sia così buona di dirmi cosa le devo mandare che io glieli spedisco subito. Siamo operai ma per la nostra creatura si fa qualsiasi sacrificio, basta che stia bene.»11Archivio Aned, Fondo Franca Turra, Lettera di Franca Turra a Vittore Turra, 11 luglio 1945. - Il presente testo si inserisce in un progetto di ricerca più ampio portato avanti da chi scrive e promosso da Aned sul campo di Bolzano e in particolare sulla figura della partigiana Franca Turra con l’obiettivo di giungere alla pubblicazione della sua biografia nel 2023.
- Andrea di Michele, Rodolfo Taiani (a cura di), La Zona d’operazione delle Prealpi nella secondo guerra mondiale, Trento, Fondazione Museo Storico del Trentino, 2009.
- Sulle politiche di italianizzazione nel territorio si veda Andrea di Michele, L’italianizzazione imperfetta. L’amministrazione pubblica dell’Alto Adige tra Italia liberale e fascismo, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2003.
- Tutte le informazioni biografiche sono tratte dai documenti di Franca conservati dalla famiglia e dalle interviste a Gabriella Turra.
- Archivio Aned, Fondo Franca Turra.
- Sul destino del campo nel dopoguerra di elevato interesse sono le interviste raccolte dallo storico Giorgio Delle Donne per il progetto “Archivio Orale”, vd Patrick Urro, Questo fondo entra ufficialmente a far parte del patrimonio archivistico della Fondazione nell’estate del 2015 a seguito della donazione di Gabriella Turra e del riconoscimento da parte della soprintendenza dei beni archeologici e archivistici dell’interesse storico di quelle carte. La sua vicenda è però travagliata come ha ricordato Dario Venegoni dieci anni prima, quando in occasione di un convegno pubblico18Da notare il lavoro svolto da una classe del liceo classico Carducci di Bolzano sotto il patrocinio dell’Anpi cittadino che ha condotto interviste a testimoni, internati/e e partigiani/e. Circolo Culturale dell’A.N.P.I. di Bolzano (a cura di), Aspetti e problemi della Resistenza nel Trentino Alto Adige. Il lager di via Resia Bolzano, Bolzano 1983.
- Si segnalano come primo strumento alcune sintesi: Carlo Romeo, Leopold Steurer, Bolzano e Alto Adige, in Enzo Collotti, Renato Sandri, Fedriano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2000, pp. 560-565; Carla Giacomozzi, G.Paleari, Bolzano, in Walter Laqueur, Alberto Cavaglion (a cura di), Dizionario dell’Olocausto, Torino, Einaudi, 2004, pp.96-99; Cinzia Villani, Il Durchgangslager di Bolzano (1944-1945), in Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia (a cura di), Il libro dei deportati. Deportati, deportatori, tempi, luoghi, vol. II, Milano, Mursia, 2010, pp. 823-853.
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