Bibliomanie

Arpinati e il calcio
di , numero 52, dicembre 2021, Saggi e Studi, DOI

Arpinati e il calcio
Come citare questo articolo:
Francesco Pellegrini, Arpinati e il calcio, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 52, no. 10, dicembre 2021, doi:10.48276/issn.2280-8833.9617

L’attrazione che lo sport del calcio esercita sul popolo italiano rappresenta un fenomeno che travalica la dimensione ludica e abbraccia la sfera storica, sociale e antropologica. Uno dei più incisivi e visionari intellettuali italiani, Pier Paolo Pasolini, durante un’intervista, del 31 dicembre 1970, rilasciata al giornalista Guido Gerosa del settimanale l’Europeo, definì questo sport come «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo… Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro»1.
Esempio tipico di questa moderna liturgia è l’estasi collettiva che segue immancabile le vittorie conseguite dalla nazionale nelle fasi finali dei campionati europei e dei mondiali di calcio.
Un rito catartico e collettivo magnificamente rappresentato sul grande schermo dal regista Dino Risi nel celebre finale del film “In nome del popolo italiano” (D. Risi, 1971).
L’improvvisa esplosione di entusiasmo, esplicitato dall’ostensione di bandiere e vessilli nazionali, in un paese che per complessi motivi storici e culturali vive tuttora il patriottismo con un certo imbarazzo, induce a porsi delle domande e a riflettere.
Sembra quasi che ormai solo il calcio possa essere quello strumento in grado, nelle competizioni internazionali, di mettere in pausa le rivalità tra tifosi e unire la nazione, regalandole, seppure in forma scanzonata, spontanea ed effimera, un senso di appartenenza, orgoglio e coesione.
Da un punto di vista storiografico può risultare interessante ricostruire come il calcio, in Italia, rispetto ad altre discipline, si sia evoluto al punto da imporsi nei cuori e nelle menti della popolazione, surclassando sport più antichi e tradizionali.
Questo breve saggio intende indagare la controversa figura di Leandro Arpinati a cui il fascismo, dal 1926 al 1933, affidò il ruolo di organizzatore plenipotenziario dello sport e del calcio. Sarà anche grazie al suo instancabile lavoro e alle sue capacità organizzative che il mondo del pallone nazionale si doterà di un’organizzazione più moderna ed efficiente, avviandosi ad una stagione di indimenticabili successi internazionali.

IL CALCIO IN ITALIA: CENNI STORICI
Verso la fine dell’800 del secolo scorso, il calcio era considerato un hobby per i cittadini inglesi residenti in Italia e i membri dell’alta borghesia italiana. Soltanto dagli anni Venti del Novecento questo sport iniziò ad accrescere rapidamente la propria popolarità fra tutti i livelli della società italiana, raggiungendo una notorietà paragonabile a quella delle discipline più popolari del decennio precedente, come l’automobilismo e il ciclismo. Il football quindi giunse in Italia come prodotto di esportazione britannica, ma in quei tempi, per via di una diffusione ancora limitata, non sembrava interessare particolarmente le istituzioni liberali. Lo sport, a quell’epoca, era ancora generalmente considerato un’attività destinata alle classi privilegiate, come l’aristocrazia e l’alta società. Al contrario, il proletariato era gravato da problemi di sussistenza, turni massacranti di lavoro, sin dalla più tenera età, che minavano il fisico dei lavoratori e li privavano anche di una speranza di pause giornaliere da dedicare alla pratica e alla fruizione sportiva. Le lotte e gli scioperi dei lavoratori avevano, oltre a obiettivi di fondamentale importanza, come la regolamentazione dell’orario e del carico del lavoro, lo sfruttamento minorile, la previdenza sociale, anche la concessione di un maggiore tempo libero da dedicare al riposo e attività ricreative tra cui possiamo annoverare lo sport e lo spettacolo, come il cinema o il varietà.
Inizialmente il regime fascista mantenne un atteggiamento tiepido verso il calcio. Si trattava pur sempre di uno sport non direttamente legato alla tradizione e alla storia italiana. Il fascismo era più propenso ad esaltare altre discipline considerate, secondo la mentalità dell’epoca, più “nobili” e “virili” quali la boxe, la scherma o il tiro a segno. Tuttavia, la crescente, inarrestabile popolarità del calcio non lasciò indifferente Mussolini. Pur praticando altri sport come il tennis, il nuoto, l’automobilismo, la scherma e l’equitazione, il capo del fascismo intuì che il pallone, come il cinema, la radio ed altri fenomeni di massa, sarebbe diventato un ottimo mezzo per aumentare la coesione del popolo italiano e al tempo stesso per esaltare e propagandare, nell’ottica della creazione dell’italiano nuovo, valori fascisti come la forza, la disciplina, la leadership, lo spirito di squadra.
Al fine di fornirgli una veste ideologica in linea con la “nuova Italia”, Mussolini scelse quale organizzatore e gestore dello sport italiano un suo “fedelissimo”, un uomo della vecchia guardia, con cui aveva condiviso e combattuto tante battaglie, Leandro Arpinati.

ARPINATI CENNI BIOGRAFICI
Chi era Leandro Arpinati? Raccontare in maniera approfondita le complesse e controverse vicende della sua vita esulerebbe dall’obiettivo di questo saggio, pertanto mi limiterò ad alcuni brevi cenni biografici: al lettore che voglia approfondire la biografia di questo uomo, così contraddittorio, passionale, mutevole, vorrei suggerire la lettura del saggio di Brunella Dalla Casa, Leandro Arpinati. Un fascista anomalo.
Arpinati nacque a Civitella di Romagna, un paesino delle colline forlivesi non troppo distante da Predappio, il 29 febbraio 1892, da una famiglia di tradizione socialista.
Giovanissimo si trasferì a Torino, dove lavorò come meccanico alla “Diatto”, una fabbrica di automobili. All’ombra della Mole, Arpinati fu influenzato dal clima rovente della città, caratterizzato da scioperi e contestazioni sindacali. Torino era, del resto, uno dei centri industriali più sviluppati in Italia. Qui Arpinati si avvicinò al pensiero anarchico. Tornato a Civitella, ottenne un impiego come operaio elettricista. La passione per la politica diventò per lui travolgente. Come altri giovani della sua generazione, Arpinati si dedicò anche al giornalismo. Nel 1910 iniziò a scrivere per l’Alleanza libertaria di Roma e per la Lotta di classe di Forlì, giornale diretto da Benito Mussolini. Ma con il futuro “duce”, ancora nel pieno del suo periodo socialista, l’anarchico Arpinati ebbe diversi scontri polemici.
Interventista non “intervenuto” durante la Prima guerra mondiale2, Arpinati, al termine del sanguinoso conflitto, a cui di fatto non aveva preso parte, diventò uno dei leader del movimento fascista bolognese. Trasferitosi a Milano, entrò a far parte dello stretto giro di Mussolini, al quale si era avvicinato durante la propaganda interventista. Partecipò attivamente alla campagna elettorale dei Fasci di combattimento per le elezioni generali del 1919, scontrandosi numerose volte con gli avversari politici, in particolare i suoi ex sodali (della primissima giovinezza) socialisti. Il 13 novembre a Lodi, al termine di un violento scontro con i socialisti al teatro Gaffurio, in cui persero la vita tre persone, fu arrestato dalla Polizia3.
Tornato a Bologna all’inizio del 1920, Arpinati svolse un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle prime squadre di azione fasciste bolognesi, spesso al centro di violenti scontri e pestaggi. Particolarmente noto l’odioso episodio relativo all’assalto al ristorante-bar della Borsa, in via Ugo Bassi, del 20 settembre 1920, dove perse la vita l’operaio Guido Tibaldi e quello tragico della strage del 21 novembre 1920 a Palazzo d’Accursio4 nel quale rimasero uccise undici persone.
Il 10 ottobre 1920 Arpinati rifondò il fascio bolognese, espellendo gli elementi di sinistra che avevano partecipato alla fondazione del precedente “Primo fascio” nell’aprile del 1919. Su impulso di Arpinati il rinato fascio bolognese ebbe nuovi programmi e statuti, fedelmente inquadrati nelle direttive di Mussolini5.
Nel 1921 Arpinati fu eletto deputato nei Blocchi nazionali per il Partito Nazionale Fascista: tuttavia il 28 ottobre 1922, quando il paese fu sull’orlo di una insurrezione armata fascista, Arpinati preferì rimanere a Bologna a tutela del suo potere territoriale, impegnato a collaborare con le squadre fasciste locali, nell’occupazione dei luoghi pubblici della città. Per questo motivo non prese parte alla Marcia su Roma. In quei giorni fu nominato, dal partito, vicesegretario generale.
Dopo la presa del potere da parte di Mussolini, Arpinati si impegnò a difendere e consolidare la propria leadership sul territorio bolognese, minacciata da Gino Baroncini, esponente della corrente più dura del fascismo e organizzatore dei sindacati fascisti nelle campagna. A fare ombra ad Arpinati possiamo annoverare due personalità di rilievo del fascismo bolognese, come Dino Grandi e Oviglio. Ma con il tempo Baroncini fu emarginato dal partito, mentre Grandi e Oviglio, diventati ministri del governo, si allontanarono da Bologna, permettendo al gerarca romagnolo di consolidare il proprio potere sul capoluogo.
Arpinati venne rieletto alla Camera dei deputati nel 1924 nella Lista Nazionale6 e divenne il Segretario della Federazione provinciale fascista di Bologna. Una posizione di particolare importanza all’interno del regime fascista, visto il peso politico del territorio.
Nel complesso periodo seguito al rapimento e all’omicidio dell’onorevole Matteotti, quando il potere di Mussolini sembrò vacillare, Arpinati si schierò a sostegno del capo del governo.
In occasione del Convegno per la cultura fascista a Bologna, il 29 marzo 1925, fu designato a rappresentare Mussolini, assente7.
A coronamento della sua scalata al potere nella gestione della città di Bologna, il 31 dicembre 1926, fu nominato podestà.
Deposto il manganello, Arpinati comprese che, anche per lui, era giunto il momento della “normalizzazione”: Mussolini lo scelse per fornire allo sport e al calcio, in particolare, una veste ideologica. Si può ritenere che la passione per lo sport di Arpinati fosse genuina e spontanea. Amante del calcio, il gerarca romagnolo era prima di tutto un profondo sostenitore del Bologna Fc. Contrario all’ istituzione di un Ministero dello Sport «Per carità, lo sport è l’unica cosa ancora libera in Italia. Non facciamo sciocchezze!»8 disse un giorno ad alcuni gerarchi, Arpinati divenne, nel 1926, il presidente della Federazione italiana gioco calcio.
Nel tentativo di condizionare l’opinione pubblica bolognese, divenne proprietario dell’importante quotidiano Il Resto del Carlino, il 4 marzo 1927, rilevando 7.100 azioni dal senatore Edoardo Agnelli, per la cifra di 2 milioni di lire9. Inoltre, fu il primo direttore del giornale L’assalto, organo ufficiale della federazione fascista di Bologna, anche se cedette quasi subito il posto a Dino Grandi.
Nel dicembre del 1927 Arpinati rilevò il Corriere dello Sport, quotidiano bolognese fondato nel 1924, cambiandone il titolo in Il Littoriale. La testata passò da un’uscita trisettimanale ad una frequenza quotidiana con tre edizioni, aumentando di pari passo tiratura e diffusione e diventando in breve tempo il secondo quotidiano sportivo nazionale dopo La Gazzetta dello Sport, tanto da trasformarsi, in seguito, nell’organo di comunicazione ufficiale del Coni.
Fu vicepresidente della Federazione italiana di atletica leggera e creò l’Istituto di medicina dello sport.
Infine nel 1929 fu nominato Sottosegretario agli interni.

ARPINATI E LO “SCUDETTO DELLE PISTOLE”: UN CASO ANCORA APERTO
Domenica 7 giugno 1925, in occasione della partita che vedeva contrapposte le squadre del Bologna e del Genoa, disputata a Milano al termine dello “Scudetto delle cinque finali” o delle “pistole”, sarebbe accaduto un episodio (a detta però dei tifosi genoani) alquanto discutibile, con strascichi fino ai nostri giorni: Arpinati, alla testa di alcuni fidati squadristi bolognesi, sarebbe entrato in campo, minacciando la terna arbitrale, al fine di imporre l’assegnazione di un goal (incerto) al Bologna. Un cold case, scoppiato mediaticamente solo negli anni ’50.
L’attesa per questa gara era stata enorme, i biglietti in prevendita erano terminati già nella giornata del giovedì precedente il match e la tensione era alle stelle. Da Genova e da Bologna erano giunti treni speciali carichi dei tifosi delle due squadre che, uniti al pubblico neutrale milanese, si riversarono nello stadio, al limite della sua capienza (20.000 posti)10.
Ecco la cronaca di Mario Zappa ad opera di per La Gazzetta dello Sport:

Folla straripante. Milano, che dal 1920 non assiste ad una partita di finale, ha riversato sul campo di Viale Lombardia il suo gran pubblico delle giornate internazionali. Bologna aveva inviato oltre duemila devoti di S. Petronio. Meno numerosa la rappresentanza genovese. Nulla era predisposto per ospitare tanto pubblico. E dire che la grossa vendita si era iniziata fin da giovedì sera! Il servizio d’ordine nell’interno del campo era assente. Semplicemente.
E così il pubblico, che già era fittissimo alle 15, ha potuto prendere posto dove ha creduto, in ogni ordine di posti. Quando le squadre entrano in campo, trovano tutta la pista gremita di spettatori tutt’intorno, una fila di persone sedute o in piedi sulla irrisa rete metallica, la scalinata e le tribune (quella d’onore compresa) affollate in modo inverosimile.
Nei parterres neppure un’anima. Tutti avevano scalato qualche gradino o varcato la rete.


Questa la descrizione de Il Calcio nell’edizione del 13 giugno 192511:

Gli sportivi milanesi, che da troppo tempo non assistevano ad una partita di finale di campionato, hanno affollato il campo di Viale Lombardia in modo straordinario. I supporters delle due società poi erano assai numerosi. Due treni speciali da Bologna, uno da Genova, uno da Reggio e centinaia di auto, riversarono sul campo migliaia di persone. Di fronte a tale affluenza di pubblico l’organizzazione fu nulla.
I popolari scavalcarono la rete metallica e presero posto sulle linee del campo, quelli del parterre assalirono i posti numerati e la tribuna d’onore, ed i soli giornalisti, in tale babilonia, restarono… a bocca asciutta…
Data un’occhiata generale al campo, l’arbitro ritorna sui suoi passi con l’evidente idea di far sgombrare il campo ma data l’assoluta mancanza di forza pubblica – in quel momento si trovavano sul campo due carabinieri e pochi militi fascisti – e data la pressione di personalità federali e leghiste, acconsentì, senza assumersi alcuna responsabilità, di dar inizio alla partita.


La tensione tra le due tifoserie e le difficoltà nella gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità, evidentemente impreparate e sorprese da quello straordinario afflusso di persone, portò a diversi incidenti.
La Lega Nord, organizzatrice dell’evento, era «preoccupata solo di fare un pingue incasso», e non si adoperò a «organizzare un adeguato servizio d’ordine per l’eccezionale importanza della grande prova»12.
Fin dalla mattina iniziarono ad arrivare i primi convogli e, come racconta un articolo del Guerin Sportivo, dell’11 giugno 1925, si verificarono «le prime beghe perché i supporters bolognesi avevano scritto sui vagoni dei loro due treni delle frasi di dileggio pei genovesi, e questi a loro volta (ah, la telepatia!) avevano tracciato col gesso delle grandi scritte dello stesso sapore a carico degli avversari. Gli uni accusavano gli altri, pretendendo che cancellassero le rispettive scritte, ma nessuno voleva assumersi il ruolo del provocatore tanto più che non si sapeva come sarebbe finito il match»13.
Il servizio d’ordine dello stadio, presente solo all’esterno dell’impianto sportivo e composto da carabinieri a cavallo, risultò insufficiente. Circa duemila tifosi riuscirono a danneggiare e piegare le reti metalliche di recinzione e a riversarsi attorno alle porte ed al campo, minacciando il regolare svolgimento della gara. Secondo un cronista de Il Giornale di Genova, Renzo Bidone, «erano soprattutto gli squadristi bolognesi, armati di pistole e randelli, che erano entrati a viva forza e si erano assiepati ai bordi del terreno di gioco»14.
L’episodio che scatenò le polemiche e il presunto intervento di Arpinati avvenne durante la partita, al minuto 16, quando il Genoa era in vantaggio sul Bologna, con un 2 – 0. Si trattò di un “goal fantasma” segnato dal bolognese Muzzioli. Questi calciò verso la porta, ma il portiere De Prà parò il tiro. A questo punto le versioni divergevano e divergono tuttora!
Secondo i bolognesi il pallone, a seguito della parata del portiere genoano, rimbalzò in porta, scatenando l’entusiasmo dei tifosi della squadra felsinea, certi dell’avvenuto goal. Al contrario, i genoani protestarono, perché convinti che il pallone, destinato a spegnersi in corner, fosse entrato in porta in modo fraudolento, su deviazione di uno spettatore bolognese o attraverso un buco laterale della rete.
L’arbitro, persuaso che la palla deviata dal portiere del Genoa non fosse entrata, si limitò sulle prime ad accordare un corner a favore del Bologna. In seguito alle lunghe e vibranti proteste dei rossoblù cambiò idea e assegnò il contestato goal al Bologna.
Al fine di fornire al lettore una descrizione del controverso episodio, il più possibile obiettiva, si presenta una selezione delle più significative cronache, apparse sui quotidiani dell’epoca, puntualmente raccolte da Carlo Felice Chiesa nel suo volume “Fu vera gloria”.
Su La Gazzetta dello Sport, Bruno Roghi, l’8 giugno 1925, a pagina 315 riporta:

Nella ripresa il Bologna, lungi dallo sbandarsi e dall’arrendersi, contrattaccava con estrema vivacità e, dopo un quarto d’ora, segnava il primo goal per merito di Muzzioli.
I giocatori si abbracciavano deliranti di gioia e, dopo qualche secondo, De Prà raccoglieva il pallone nella sua casa. Ma l’arbitro che in quel mentre si dirigeva verso la rete agitava il braccio in segno di diniego e puntava il dito verso l’angolo del corner.
I Goal? Corner? La palla è forse uscita dalla linea di fondo?
Nell’angolo di tribuna dove io mi trovavo i pareri erano divisi. Per mio conto avevo visto il tiro di Muzzioli, deciso e potente, avevo visto De Prà chinarsi a raccogliere la palla nella rete, non avevo visto la fulminea traiettoria della palla. Il centinaio di spettatori incollati attorno a De Prà impediva esattamente di cogliere la successione delle fasi di questo episodio


Mano Zappa, sempre su La Gazzetta dello Sport, 8 giugno 1925, pagina 316 afferma:

Al 16.o minuto Muzzioli, sempre decisissimo, stringe sul goal e spara da pochi passi. Vediamo un gesto di disperazione di Della Valle, mentre De Prà rimane inebetito e altri giuocatori bolognesi abbracciano Muzzioli. È goal o no? Il pallone è nella rete, ma il pubblico vicino alla porta tumultua e alcuni mostrano la rete mossa e strappata. Mauro accenna a far battere il corner, ma è stretto da tutte le parti. Giuocatori e spettatori gli si affollano intorno. Dopo due tentativi di lasciare il campo, l’arbitro si decide a far mettere la palla in campo. Il giuoco riprende dopo quattordici minuti di interruzione…
Il pubblico passeggia in lungo ed in largo sul prato durante l’intervallo e ci vuole molto tempo a sgomberare il rettangolo di giuoco per iniziare il primo tempo supplementare. Quando vi si viene e Bologna e arbitro sono a posto, il Genoa fa comunicare che abbandona la partita.
Il pubblico sfolla commentando la stranezza dell’epilogo. Qualche grido dei supporters bolognesi non ha risonanza. Vi è del malessere visibile in tutti. Nella “villetta” si parla sottovoce come nelle camere dei malati. La presidenza della Lega è riunita là. Ed anche là facce lunghe.


Questa la descrizione de “Il Calcio”, edizione del 13 giugno 192517

Al 13° minuto di giuoco si registra l’azione che dovrà sciupare la più bella partita da noi vista durante questa lunga stagione.
Su rimando di Borgato, Muzzioli si impossessa della palla e velocissimo, oltrepassati Scapini e Bellini, calcia potentemente in porta. De Prà, ben postato, ha eseguito la parata in ginocchioni, a filo del palo destro, ma data la potenza del tiro, la palla sgusciò in corner, per ritornare, pochi secondi dopo, non si sa come, in rete. L’arbitro, che come noi aveva visto lo svolgersi dell’azione, concedeva ai bolognesi il calcio d’angolo, ma questi, che pure avevano avuto un momento di esitazione, levarono alte proteste sostenendo la regolarità della marcatura.
Solamente dopo 15 minuti si può riprendere la partita in seguito all’ottenuto punto da parte dei bolognesi.


Qui Il “Corriere dello Sport” dell’8 giugno 192518

Magnifica parata a terra di De Prà su tiro di Baldi. Poi si ha l’episodio che dà il primo goal al Bologna. Della Valle passa a Muzzioli, la coraggiosa ala supera in velocità i due diretti avversari, stringe sul goal, segna.
Entusiasmo, abbracci. Ma Mauro non concede il punto. Il pubblico bolognese e milanese urla. L’arbitro, che non si sa perché voleva concedere un corner, dopo vari minuti di discussione coi giocatori si decide a interpellare i segnalinee, che ambedue ritengono valido il punto.
Il gioco riprende dopo 13 minuti di neutralizzazione.


Ecco la cronaca del più importante giornale anti fascista, L’Avanti19:

Al 16° minuto si verificava l’incidente più importante della giornata. Un pallone tirato da Muzzioli dà l’impressione che sia entrato in goal, ma il pubblico tutto serrato intorno alla rete, impedisce la giusta visione dell’azione tanto più che un piede sconosciuto caccia la palla lontano sulla linea di fondo. L’arbitro annulla il goal, provocando un formidabile coro di proteste. Dopo aver interrogato i guardia linee ritorna sulla decisione presa e concede il punto. Dopo 13 minuti di sospensione la partita riprende con fasi emozionanti ed al 39° minuto il Bologna ottiene il goal del pareggio. La posizione non cambia più sino alla fine.

La Prealpina sportiva dell’8-9 giugno 1925

Siamo al momento spasimante del primo goal bolognese. Muzzioli, il più veltro dei veltri (così era definito il Bologna dalla stampa dell’epoca n.d.a.), nel secondo tempo, con azione impetuosa passa in velocità Barbieri, serra sotto la porta di De Prà; è solo, i compagni di Tinea sono troppo arretrati; con intuizione fulminea stringe al centro, si porta ah stremo limite e da due metri scocca un tiro poderoso. De Prà con un balzo felino è sopra la palla, ma è inutile; il goal è segnato. La folla è in piedi in un urlo di passione che si ripercuote a lungo; è il 16. minuto.
Qui si intromette una nota tragica nel dramma passionale delle anime in pena dei sostenitori. L’arbitro in un primo secco ordine annulla il goal. È la disperazione, le rabbia, il dolore che fanno suscitare un baccano indiavolato che forse si sarà udito a Bologna e a Genova.
L’avv. Mauro, che non era vicino all’azione, non ha visto il goal e sembra abbia avuto l’impressione che la sua marcatura fosse irregolare perché provocata dalla presenza del pubblico che si assiepava sulla linea di fondo del campo. Sono 13 minuti di passione per le migliaia di bolognesi presenti; alla fine dopo consultati i due guardia linee, gli arbitri Trezzi e Ferri, il goal è concesso


Infine il racconto di uno dei protagonisti dell’episodio, l’arbitro Mauro al Guerin Sportivo, numero 26, del 25 giugno 1925, a pagina 220.

Il campo non era un rettangolo, ma un enorme elisse: | corners erano ampiamente smussati dalla graziosissima folla che aveva una voglia maledetta di passeggiare sui calli dei giocatori e dell’arbitro. Ho visto di rado le linee bianche degli outs. Il goal?… tu vuoi sapere del goal?… lo ho visto nettamente De Prà eseguire la parata, aiutato, credo, dal paletto laterale, e buttare il pallone in corner. Fischio subito, rapidissimamente, tutti possono testimoniarlo, ed indico il corner. Nello stesso tempo si grida “goal!”. In un primo attimo io vidi il pallone di nuovo in gioco, ed in un terzo attimo – giacché evidentemente ho perso la visuale di un secondo attimo intermedio – ho visto il pallone fra le mani di De Prà. Come fu? La Sibilla, qui ci vorrebbe! Sta il fatto ch’io vidi il corner, lo segnalai e lo comandai. C’eran tanti piedi, d’altronde, mezzo metro in fuori del behind, che facilissimo dovette essere il rimbalzo della palla diretta in corner, ed il suo ritorno in gioco.

È evidente che in nessuno di questi articoli (neanche in quelli della stampa dichiaratamente ostile al regime) si denuncino interventi di squadristi armati o di Arpinati.
Il quotidiano La Stampa sostenne, in un articolo dell’8 Giugno 1925, che due uomini della Milizia per la Sicurezza Nazionale si erano recati dall’arbitro non per aggredirlo, ma per proteggerlo dal pubblico: «L’avv. Mauro, dopo aver in un primo tempo negato il goal perché il pubblico invase il campo e lo minacciò di… carezze non precisamente cortesi (si sa, in simili condizioni, l’arbitro è sempre la testa di turco), fece per andarsene via dal campo, scortato da due fascisti della milizia nazionale. Poi ristette, riprese a discutere e accordò il gol»21.
Il genovese Arnaldo Dossi, presidente del Sotto Comitato Regionale Ligure dell’AIA, sul Il Calcio del 13 giugno, fece riferimento all’intervento diretto di non meglio precisate persone ricoprenti altissime cariche federali: «Converrà a questo punto ricordare, e lo faccio con tutto il disgusto per una giusta valutazione dei fatti, come persone ricoprenti altissime cariche federali fecero pressione all’arbitro per invitarlo a far continuare la gara quando la stessa minacciava di venir sospesa a causa della smodata insistenza dei giocatori bolognesi contro i suoi deliberati, appoggiati per l’occasione da numerosi loro supporters»22.
Neanche nelle successive dichiarazioni dell’arbitro Mauro si fa cenno ad Arpinati.
Il direttore di gara riferì al Guerin Sportivo di aver scambiato alcune parole con il presidente della Lega Nord e dell’Inter, Enrico Olivetti, prima della partita23: «Avevo dichiarato sin dall’inizio che ritenevo la partita impossibile a svolgersi regolarmente, e ne infirmai il risultato – qualunque esso fosse – prima dell’inizio. Fui pregato di comandare l’inizio. Rigettai le responsabilità, formalmente, su Olivetti col quale parlai, e cominciò la danza. Finito il match alle sette e mezza circa mi trovo a piedi su Viale Lombardia». Alla Gazzetta dello Sport Mauro accennò poi ad «una persona facente parte della presidenza federale» che lo aveva pregato di portare a termine il match. E dichiarò di aver concesso il goal di Muzzioli, perché reclamato da parte del pubblico che aveva invaso il campo. Stando alla testimonianza dell’arbitro, non avrebbe potuto essere Arpinati il dirigente federale nominato nell’intervista, poiché il ras di Bologna non ricopriva all’epoca alcuna carica federale.
Ciò è dimostrato dall’Annuario italiano giuoco del calcio – Pubblicazione ufficiale della F.I.G.C. Voi. Il -1929”, che riportava i risultati dell’Assemblea Generale delle Società del 10 agosto e le votazioni circa le cariche della Lega Nord e della Figc per la stagione 1924-2524:

Le elezioni alle cariche federali diedero i seguenti risultati:
Consiglio Federale
Presidente: comm. Avv. Luigi Bozino;
Vice Presidente: cav. Uff. Mario Ferretti;
Segretario: Vogliotti geom. Eugenio;
Cassiere: Levi Salvatore;
Consiglieri: Tergolina Enrico, doti. Mario Argento, Oliva prof. Luciano;
Sindaco: Silvestri rag. Enrico.


Come documentato da Chiesa, anche La Stampa dell’11 agosto 192425 e L’Arbitro organo dell’AIA, riportarono la notizia della nomina di Mario Ferretti a vice-presidente della Federazione. Infine la notizia è confermata dai comunicati ufficiali della Figc, riportati nella rubrica a pagamento su La Gazzetta dello Sport.
Tuttavia il noto giornalista e storico dello sport Antonio Ghirelli tirò in ballo il nome di Arpinati per la prima volta e scrisse nella sua Storia del calcio in Italia, apparsa nel 195426:

In mezzo ai dimostranti, visibile e attivissimo, si mostrò l’onorevole Leandro Arpinati, il capo del fascismo bolognese che occupava già una posizione di rilievo nel mondo calcistico e che di lì a poco ne sarebbe divenuto il padrone assoluto. “Breve: a un certo punto, il direttore di gara, accortosi di non aver via di scampo, per sottrarsi alle pressioni bolognesi e per evitare il peggio, concedeva il goal. Avvicinatosi però a De Vecchi, capitano del Genoa, lo avvertiva che egli riteneva conclusa la partita con l’applicazione dell’articolo 50 del regolamento ai danni del Bologna e invitava il Genova a continuare l’incontro esclusivamente pro forma. Tranquilli i liguri restarono in campo fino al termine, che vide le due squadre alla pari, ma non si presentarono per la disputa dei tempi supplementari, sicuri di essersi già assicurato praticamente lo scudetto.

Fu solo il 20 febbraio 1965 che un testimone, protagonista dell’episodio incriminato, il portiere genoano Giovanni De Prà, fece il nome di Arpinati. L’inventore dell’uscita a pugno dichiarò che Arpinati, irato per l’arbitraggio, a suo parere sfavorevole verso il Bologna, guidò una spedizione squadrista ai danni del direttore di gara, l’avvocato Giovanni Mauro27:

Il fattaccio avvenne nella ripresa, dopo che il Bologna aveva accorciato le distanze.
Fuga di Muzzioli, con tiro finale da pochi metri, che riuscii appena a deviare in corner. Fischio di Mauro che accordò al Bologna il calcio d’angolo. A questo punto l’enorme pubblico assiepato dentro il recinto di gioco, appena dietro le righe, invase il campo. Del pubblico faceva parte qualche pezzo grosso della Federazione, quale Leandro Arpinati, alla testa dei tifosi bolognesi, e Mauro, sballottato e minacciato, dopo una lunga quanto inutile discussione, concesse la rete per sedare il tumulto, non senza avere avvertito il nostro capitano De Vecchi di considerare l’incontro terminato in quel momento, e averlo esortato a condurlo a termine per evitare maggiori incidenti.
L’avv. Mauro tenne duro per tredici minuti alle pressioni bolognesi e tentò anche di allontanarsi, ma impossibilitatone, e filialmente, consultati i guardalinee Trezzi e Ferro, si decise a mutare parere, accordando il punto. Al 39° minuto il Bologna pareggiava, ed in modo non del tutto regolare.


Anche Gianni Brera accreditò la versione secondo cui Arpinati avrebbe guidato le sue camicie nere con l’obiettivo di spingere l’arbitro ad assegnare la rete del bolognese Muzzioli. Tuttavia la celebre firma del giornalismo sportivo commise l’errore di attribuire ad Arpinati la presidenza della Figc che in realtà, come si è detto, avrebbe ottenuto solo l’anno successivo. Scrive Brera in Storia critica del calcio italiano28:

L’arbitro era l’avvocato Giovanni Mauro, che decise per il calcio d’angolo; un poco distante dalla porta, il contropiede di Muzzioli l’aveva sorpreso; dai margini accorsero verso di lui gesticolando i tifosi bolognesi, dei quali faceva parte l’onorevole Leandro Arpinati, gran gerarca fascista e presidente della Federcalcio. L’avvocato venne congruamente sballottato e poi convinto a tramutare l’angolo in gol. Si arrese il poveraccio alla forza ma, da galantuomo, avvertì subito capitan De Vecchi che per lui la partita era chiusa sul 2 a 1. Si sarebbero dovuti effettuare allora i tempi supplementari; sicuri di aver vinto 2 a 1, i genoani si rifiutarono.

Tali ricostruzioni godono tuttora di un certo credito in Inghilterra, patria del calcio e della storiografia ad esso dedicato. Il quotidiano The Guardian ha definito lo spareggio Bologna Genoa «la più grande ingiustizia nella storia del calcio mondiale». Paul Edgerton ha dedicato un capitolo a questo episodio, Lo scandalo Bologna, nel suo volume William Gabutt. II padre del calcio italiano. L’autore britannico ha affermato, tra varie imprecisioni, che:

I giocatori del Bologna circondarono l’arbitro e molti loro sostenitori, guidati da fascisti in camicia nera, invasero il campo, sostenendo che la palla era entrata in porta e che doveva essere assegnato un goal alla loro squadra. Tra costoro c’era Leandro Arpinati, fascista quarantatreenne [Arpinati aveva all’epoca 33 anni, nda] e amico di Mussolini, che aveva partecipato alla marcia su Roma [come si è detto in precedenza Arpinati non partecipò alla marcia su Roma, nda] e sarebbe diventato presidente della Federazione Giuoco Calcio (Figc). In quanto Sottosegretario agli Interni, Arpinati era noto come il secondo Duce del Fascismo [Arpinati diventerà sottosegretario solo nel 1929, quattro anni dopo i fatto narrati nel capitolo, nda]… In verità, Mauro aveva ceduto semplicemente per la veemenza dell’intimidazione messa in atto contro di lui da Arpinati e i suoi fascisti bolognesi29.

Infine Giancarlo Rizzoglio, nel libro La stella negata al grande Genoa, a pagina 139, afferma: «Si può pertanto concludere che un alto e importantissimo dirigente federale (verosimilmente proprio Leandro Arpinati) entra in campo quando Mauro ha appena sospeso la partita secondo l’articolo 18, e gli “chiede” invece di portare a termine il match»30.

L’arbitro Mauro raccontò alla Gazzetta «che prima di iniziare la sua opera, aveva declinato ogni sua responsabilità sulla regolarità della partita se non si provvedeva 3 sgomberare 3 rettangolo posto fra le reti metalliche dalle migliaia di persone che vi si erano istallate. Si è deciso a dare inizio alla partita solo dietro le pressioni degli organizzatori (?) ed in considerazione del danno certo che sarebbe derivato alla Federazione dal rinvio della partita e più ancora per timore che il fatto provocasse tumultuose e gravi manifestazioni da parte del pubblico, in gran parte costituito da persone venute da lontano».
«In merito al tanto discusso goal di Muzzioli nel secondo tempo l’avv. Mauro ci ha dichiarato di non averlo visto entrare. Il pallone ha avuto dei rimbalzi inspiegabili. Comunque lui, arbitro, non l’ha visto entrare in porta e non avrebbe concesso il goal neppure dietro il parere favorevole dei guardialinee. Tenuta presente la sua pregiudiziale sulla irregolarità dell’incontro, ha concesso il punto reclamato da parte del pubblico che aveva invaso il campo, e non ha sospesa la partita per deferenza verso persona facente parte della presidenza federale che l’ha pregato di portare a termine il match. L’avv. Mauro ha terminato con una vivace protesta contro l’inconcepibile disordine nel quale è stato obbligato a disimpegnare il suo mandato ed ha ripetuto la sua opinione che il match non può ritenersi regolare».


Pertanto, al contrario di quanto affermato dalle fonti filo genoane, se si analizzano i documenti disponibili (comprese le cronache dei giornali avversi al regime come L’Unità e L’Avanti!, ancora per poco liberi di circolare) non si riscontrano né invasioni di campo, né intromissioni politiche di Arpinati o di altri elementi del partito.
Il coinvolgimento di Arpinati in questa vicenda sarà successivamente smentito da altre fonti.
In una lettera dell’8 febbraio 1968 all’ex dirigente del Bologna Enrico Sabattini, testimone dei fatti, la figlia di Arpinati, Giancarla Cantamessa Arpinati, dopo aver saputo della citazione del padre nel volume di Antonio Ghirelli, smentì le ricostruzioni:

Caro Sabatini, un amico mi ha mandato un ritaglio dell’Unità del 2 genn. con un articolo che parla del libro sul Calcio italiano del signor Ghirelli. Sembra che il signor Ghirelli confonda un poco le date degli avvenimenti ma forse questo dipende unicamente dalla fretta dell’articolista e dalla sua fretta di riassumere le “malefatte” di Leandro Arpinati in campo sportivo…
“7 giugno 1925 terza partita Bologna-Genoa disputatasi a Milano. Secondo il Ghirelli quando Muzzioli segnò il goal “fantasma” (al 16’ del secondo tempo) Arpinati sarebbe sceso in campo per imporre all’arbitro Mauro la sua opinione costringendolo a segnare un punto alla squadra petroniana
So che mio padre non può essersi comportato in questo modo perché non era nel suo carattere né fra le sue abitudini imporre le vittorie della squadra preferita, né tanto meno esercitare pressioni di alcuna natura in questo senso. […] Che cosa ricorda lei dell’episodio? Arpinati era presente alla partita? […] Mio padre adorava il Bologna ma era un giusto ed imparziale e ritengo lo abbia sempre dimostrato. Lo dimostrò anche, con grande dolore dei tifosi bolognesi, quando, alla fine del famoso campionato ’26-27, il Torino venne squalificato e lo scudetto non fu assegnato al Bologna che era secondo in classifica. […]
Mio padre è morto e non può difendersi, lo ho il dovere di farlo ed il diritto ma, mi creda, cerco soltanto la verità!


A questa accorata lettera Sabattini rispose in data 23 febbraio, confermando sì la presenza di Arpinati sugli spalti, ma non la sua discesa sul terreno di gioco31:

Posso testimoniare che l’onorevole Arpinati non scese in campo per imporre all’arbitro Mauro di convalidare il gol di Muzzioli, per la semplice ragione che egli si trovava in tribuna centrale. Io gli ero poco distante e posso assicurare che lasciò la tribuna soltanto quando ebbe termine la partita per il rifiuto opposto dal Genoa a disputare i tempi supplementari. In nessun giornale dell’epoca e in nessun ambiente mai si scrisse o si asserì che l’On. Arpinati fosse quella domenica in mezzo al campo.

Ghirelli prese atto delle richieste di rettifica giunte dalla figlia di Arpinati e in un suo articolo pubblicato dal Corriere della Sera scrisse: «Quando il Bologna disputò col Genoa la seconda delle famose interminabili, esplosive finali per il titolo 1925 (si trattava in realtà della terza, nda), il gerarca non scese in campo con i tifosi rossoblù e non esercitò alcuna pressione sull’arbitro Mauro per fargli addolcire il referto. Quando i tifosi delle due squadre, dopo la terza partita alla stazione di Torino, arrivarono addirittura a scambiarsi colpi di rivoltella, Arpinati non partecipò alla sparatoria e non la incoraggiò»32.
E in una nuova edizione della “Storia del calcio in Italia” corresse quanto precedentemente affermato: «Mauro era l’arbitro, il miglior arbitro di quei tempi, un giudice superiore a ogni sospetto. E lo dimostrò insistendo nella propria decisione benché ai bordi del campo, che era l’Arena civica, una “tumultuante folla di bolognesi” assiepata sugli spalti giurasse di aver visto entrare la palla in porta. Il suo coraggioso diniego inferocì la folla che scavalcò le reti di protezione e invase il terreno circondando l’arbitro. “Breve [le virgolette sono nel testo originale, n.d.a]: a un certo punto, il direttore di gara, accortosi di non aver via di scampo, per sottrarsi alle pressioni bolognesi e per evitare il peggio, concedeva il goal».
L’aggressione subita da Mauro resta pertanto avvolta nel mistero. La partita si concluse in parità e i supplementari, pur previsti dal regolamento, non furono disputati a causa del netto rifiuto del Genoa. La Lega decise di non omologare il risultato, decretando la ripetizione dello spareggio. La lunga giornata si concluse ancora una volta con gravi incidenti tra le due tifoserie.
Può risultare interessante a questo proposito la lettura del testo di un Fonogramma della questura centrale di Milano33:

Milano, lì 7/6/1925 ore 24.
Provenienza questura Centrale.
Trasmette Claudio. Riceve Sabattini. ILL/mo Signor Prefetto.
MILANO N° 3873:
Questa sera con treni speciali sono partiti per Bologna e Genova circa 2000 sportsmen qui giunti stamane per partecipare alla gara di FOOT BALL al campo sportivo di Viale Lombardia. Alla partenza ordinaria per Genova ore 20/45, un gruppo degli sportsmen che si trovavano sul treno speciale per Bologna si è recato al suddetto treno per Genova ed in seguito a vivace discussione sulla gara odierna, alcuni di detto gruppo si sono presi a pugni con altri sportsmen del treno di Genova. Il pronto intervento di questi Agenti ed alcuni militi ferroviari ha impedito che l’incidente avesse ulteriori incidenti.


La gravità degli incidenti fu confermata anche da una cronaca del Guerin Sportivo dell’11 giugno34:

Alla sera, dopo l’infausta giornata – infausta soprattutto per la “Lega Nord” e per l’arbitro – i due “speciali” ed il normale per Bologna, e lo “speciale” ed il normale per Genova si fiancheggiavano in Stazione, dimodoché intercorreva fra quei gabbioni di matti non più di un metro, distanza insufficiente per evitare eventuali corti circuiti. Conseguenza logica: scambio nutrito di invettive, battibecchi, pugilati, ostentazione di rivoltelle, qualche arresto… Se non avvenne nulla di veramente grave non fu certo per merito dell’autorità politica né di quella sportiva, ché l’una e l’altra non avevano neppur pensato che fra quei tremila esagitati “supporters” potesse succedere l’irrimediabile.

Poiché l’arbitro non ritenne di decretare la vittoria a tavolino per il Bologna fu necessario disputare una nuova gara in campo neutro a Torino. E anche questa volta la sfida finì in parità. Al termine della partita si verificarono altri gravi incidenti. Alla stazione Porta Nuova si arrivò addirittura all’uso di armi da fuoco e al ferimento grave di due tifosi.
Anche nel caso di questa sparatoria, secondo quanto attestato da Ghirelli nel suo libro, fu coinvolto, seppure indirettamente, il nome di Arpinati. Si affermava che dal vagone in cui viaggiava Arpinati fossero partiti i colpi di pistola contro i genoani. Si adombrava persino un intervento di Arpinati per far dimettere il Consiglio della Lega Nord.
In risposta a tali affermazioni Giancarla Cantamessa Arpinati scrisse ad Enrico Sabattini35:

II signor Ghirelli parla poi di una sparatoria avvenuta fra i giocatori, i tifosi del Bologna e quelli del Genoa dai rispettivi treni di ritorno, dopo la combattuta partita.
Ancora da ‘Il mezzo secolo del Bologna” traggo che questa sparatoria avvenne invece il 5 luglio 1925 alla Stazione di Porta Nuova dopo la quarta partita Bologna-Genoa disputatasi appunto a Torino.
Arpinati non andava mai in treno ma sempre in automobile, almeno in quell’epoca, e ciò sarebbe più che sufficiente per scagionarlo dall’accusa di aver partecipato all’episodio.
Mario Lolli36 e mia madre mi assicurarono sempre che Arpinati non era presente.
Lei che cosa ricorda? Come andarono veramente i fatti? Perché i bolognesi spararono? E si ricorda di aver visto Arpinati sul treno?
Mio padre non era certo uomo da passare inosservato!!
Infine, e questa mi sembra davvero la calunnia più grave, si accusa Arpinati di aver costretto la Presidenza ed il Consiglio della Lega Nord a dare le dimissioni per proteggere il Bologna…
Attaccare Arpinati sul piano politico diviene, ora che la gente ha ritrovato il “fiato” testimoniare la verità, sempre più difficile ed ho l’impressione che i suoi “nemici” cerchino appigli in campo sportivo.


Sabattini, in risposta a Giancarla Cantamessa Arpinati, confermò la presenza di Arpinati sul treno, in veste di tifoso rossoblù37, ma lo scagionò dalle accuse più pesanti:

Ricordo che l’On. Arpinati era sul treno speciale rossoblù, nell’unica vettura di 2A classe riservata ai dirigenti ed ai giocatori del Bologna. Tutti i sostenitori bolognesi, compreso l’On. Arpinati, avevano già preso posto sul treno, essendo imminente la partenza, allorché successe l’imprevisto: un nomale treno viaggiatori che faceva come da quinta, partì e lasciò scoperti e quasi affiancati i due treni speciali, quello bolognese e quello genoano. Si iniziò fra i più scalmanati delle due schiere uno scambio di sfottò, poi cominciarono a volare sassi ed alla fine alcuni colpi di rivoltella partirono da parte di qualche tifoso bolognese.
Fortunatamente il Capo Stazione diede l’ordine di partenza ed il treno bolognese si mise celermente in moto. La vettura del treno bolognese dalla quale partirono i colpi di rivoltella era l’ultima del convoglio, mentre la vettura nella quale si trovava l’On. Arpinati era la prima di testa.
L’incidente ebbe una durata brevissima e quando l’On. Arpinati si rese conto di quanto stava succedendo, già il treno era in movimento.
Anche in questa occasione mai nessuno parlò di una partecipazione dell’On. Arpinati alla sparatoria.
Mi giunge assolutamente nuovo il fatto che l’On. Arpinati avrebbe costretto il Consiglio Direttivo della Lega Nord a dare le dimissioni per proteggere il Bologna. È una calunnia, una falsità, un’assurdità.


L’ultima gara di questa incredibile serie di sfide si giocò a porte chiuse a Milano e in gran segreto e fu vinta dal Bologna per 2-0. Per la cronaca, i felsinei chiusero la stagione, sconfiggendo per 2-0 la sfidante del girone Centro Sud, l’Alba Roma nella finale di riorno, dopo essersi imposti per 4-0 nella gara di andata. E in questo modo il 23 agosto 1925, vinsero così il primo dei sette scudetti della loro storia. Scudetto tuttora contestato dai tifosi del Genoa, che vorrebbero fosse restituito.

LA CARTA DI VIAREGGIO: ARPINATI MODERNIZZA IL CALCIO ITALIANO
L’obiettivo del regime era controllare lo sport e assorbirlo nel sistema totalitario. Per raggiungere tale scopo fu necessaria anche la riorganizzazione del calcio, attraverso un grande processo di riforma.
Il campionato 1925-1926 si era concluso con il deplorevole caso delle “liste di ricusazione” con cui le società calcistiche avevano messo all’indice alcuni arbitri a loro non graditi. Occorre ricordare, a questo proposito, che l’organico dei “fischietti” era ancora composto da ex-giocatori o ex-dirigenti dei club e per questo i direttori di gara erano spesso considerati di parte e fortemente criticati.
La grave contestazione dei club provocò uno sciopero a oltranza da parte degli arbitri. In tutta risposta, il 27 giugno 1926, il Consiglio Federale, ormai sfiduciato e incapace di gestire la crisi, rassegnò le dimissioni, delegando i suoi poteri al Coni. Il 7 luglio 1926 il presidente del Comitato olimpico Lando Ferretti colse l’occasione per nominare una commissione di tre esperti composta da Paolo Graziani, Italo Foschi e Giovanni Mauro (presidente dell’Associazione Italiana Arbitri), con il fine di superare la crisi e adattare il calcio italiano alla nuova realtà politica, imposta dalla “rivoluzione” fascista. Riunitisi a Viareggio con il compito di redigere un documento concernente la nuova organizzazione del calcio italiano, i tre commissari pubblicarono il 2 agosto la “Carta di Viareggio”. Tale documento fu approvato d’urgenza dal Coni e reso operativo il giorno stesso.
La Federazione veniva riorganizzata in senso fascista e in maniera verticistica: il Consiglio federale veniva sostituito da un Direttorio scelto da un’assemblea nominata dal Capo del governo. A guidare il Direttorio Federale fu chiamato Arpinati, l’ispiratore della “Carta”. Il ras di Bologna trasferì la sede della Figc da Torino, dove era nata, nella sua Bologna, e sciolse i Comitati e le Leghe Regionali, sostituendoli con i Direttòri Divisioni Superiori e i Direttòri delle Divisioni Inferiori Nord e Sud e Regionali. Infine creò il Comitato Italiano Tecnico in sostituzione dell’Associazione Italiana arbitri AIA.
La Carta ebbe un ruolo decisivo nell’inevitabile passaggio del calcio italiano verso il professionismo, dividendo i calciatori nelle due categorie, “dilettanti” e “non-dilettanti”-professionisti. Fino a quel momento le società aggiravano i vincoli imposti dal dilettantismo, pagando i giocatori più bravi e costosi con rimborsi-spese o salari a carico delle aziende collegate ai proprietari dei club.
La mentalità liberista di Arpinati influenzò anche la regolamentazione del sistema dei trasferimenti, che, secondo le norme emanate nel luglio-agosto 1922, potevano essere effettuati solo all’interno della provincia dove militava il club proprietario del giocatore. Grazie alla Carta, dal luglio 1926, cadde ogni vincolo territoriale e i giocatori poterono trasferirsi da una regione all’altra.
Per regolamento, i trasferimenti dei giocatori da una squadra all’altra erano sospesi, ad eccezione delle seguenti condizioni38:

Giuocatori chiamati a prestare servizio militare per il periodo del servizio effettivo e per una società avente sede, ove il servizio viene prestato, sempre sotto il controllo della commissione del dilettantismo.
Giocatori stranieri già tesserati in Italia nella stagione 1925-26 che sono rimasti in soprannumero a norma delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori stranieri al campionato.
Giuocatori che da un anno siano rimasti inattivi, non avendo partecipato a nessuna partita ufficiale nella stagione 1925-26 per la propria società.
Giuocatori che prima della data del 31 luglio 1926 abbiano avuto ragioni di insanabile dissenso con la propria società per motivi di eccezionale gravità di natura specialmente morale, ovvero giuocatori che la società dichiari, motivando, di non volere più conservare nei propri ruoli.


Grazie all’interpretazione estensiva della regola numero 4, i club poterono ottenere i primi trasferimenti nazionali. Il Conte Cinzano, dopo una lunga e difficile trattativa, assicurò al Torino la mezzala Gino Rossetti, portandola via dallo Spezia per 25.000 lire. L’Inter, nella stagione successiva, acquistò dalla Lazio Fulvio Bernardini, offrendo all’attaccante romano anche un posto in banca e la possibilità di studiare Economia presso l’Università Bocconi e il Bologna infine prelevò nel 1930-31 Carlo Reguzzoni dalla Pro Patria per la cifra record di 80.000 lire.
Inoltre, volendo ispirare lo sport italiano a concetti più patriottici e ottenere migliori risultati per la nazionale, Arpinati decise di attuare una politica protezionistica e nazionalista nel calcio. A partire dal Campionato 1926-27, la Federazione impose un solo straniero per squadra e dal 1927-28 organici composti esclusivamente da atleti italiani. Tali discutibili regole furono aggirate dai grandi club attraverso l’ingaggio di giocatori sudamericani con origini italiane, i cosiddetti “oriundi,” che in alcuni casi, nonostante la contrarietà di Arpinati, vennero convocati in nazionale.
Intanto la fascistizzazione del calcio proseguiva anche a livello simbolico: a partire dalla stagione 1927-1928 il tradizionale scudetto tricolore, che dal 1924-1925 veniva cucito sul petto della squadra vincitrice del campionato, fu sostituito dallo stemma sabaudo affiancato al fascio littorio; lo scudo tricolore tornerà a fregiare le maglie delle squadre di calcio solo dalla stagione 1936-37, come simbolo della vittoria della Coppa Italia.

IL CAMPIONATO A GIRONE UNICO
Sempre nello spirito riformatore della “Carta di Viareggio”, all’ inizio dell’estate del 1929, Arpinati decise di dividere il Campionato in due serie, unendo in un unico gruppo (la serie A) le otto migliori squadre dei due gironi della stagione precedente e inserendo le restanti in un secondo gruppo (la serie B).
Il fascismo mirava a superare il regionalismo e il localismo e anche il calcio doveva seguire questa strada. Già nel 1927 il Segretario generale della Figc, Giuseppe Zanetti, infaticabile e fedele collaboratore di Arpinati, aveva impostato il campionato su base nazionale e su due gironi. In tal modo la Federazione intendeva favorire la crescita e la diffusione dei club nel Sud dove lo sviluppo dei club stentava a decollare.
Arpinati ideò questa riforma nel cuore della notte e al mattino, appena svegliatosi e ancora in vestaglia, convocò il fidato segretario Zanetti per comunicargli l’intuizione: «Caro Zanetti, quest’ anno ci divertiremo: ho deciso di cambiare le regole del campionato». «Ma come?», chiese Zanetti. Il ras del pallone replicò: «Nessun problema, filerà tutto liscio», e, dopo aver esposto più dettagliatamente il programma, concluse la conversazione. Arpinati informò direttamente Benito Mussolini, ricevendo da questi l’assenso decisivo: «Bravo Arpinati. Avete la mia totale fiducia e il mio pieno appoggio. Andate avanti per la vostra strada, ché nessuno si fermerà»39.
Grazie a queste fondamentali riforme, le squadre del Sud Italia poterono finalmente affrontare le corazzate del Nord, rafforzando in tale modo la coesione e l’identità nazionale del calcio italiano. Inoltre, seguendo tale spirito, la nazionale iniziò a giocare alcune partite nell’Italia meridionale.
Le formazioni provenienti dal Girone A furono Torino, Milan, Roma, Alessandria, Pro Patria, Modena, Livorno e Padova; mentre dal Girone B arrivarono Bologna, Juventus, Brescia, Genoa, Pro Vercelli, Ambrosiana Inter, Cremonese. Dato che entrambe si erano classificate alla pari all’ottavo posto, solo una tra Lazio o Napoli, al termine di uno spareggio, avrebbe avuto accesso alla nuova Serie A. Tuttavia, dopo tre pareggi in campo neutro, le due squadre si rifiutarono di disputare una quarta sfida a Padova. Una delegazione composta dai rappresentanti dei due club raggiunse la sede della Federazione, giustificando il rifiuto di disputare il quarto incontro per la stanchezza dei giocatori, sfiancati dopo trenta gare di campionato e tre spareggi disputati in condizioni climatiche disagevoli. Contemporaneamente, anche una delegazione di dirigenti della Triestina si recò al palazzo della Federcalcio di Roma. I dirigenti triestini, pur avendo chiuso la stagione al nono posto, ad un solo punto dal Padova, domandarono l’ammissione alla Serie A per motivi patriottici. Trieste, la città di Guglielmo Oberdan, era infatti uno dei luoghi simbolo dell’irredentismo e del nazionalismo, a cui il fascismo era ideologicamente legato. Si fece così avanti nella Federazione l’idea di ricorrere ad un compromesso per completare l’organico del campionato. Il segretario Zanetti spedì ad Arpinati, a Losanna per un viaggio di lavoro, un telegramma nel quale chiedeva di accettare la richiesta di Napoli e Lazio di evitare un quarto spareggio e di inserire nella Serie A anche la Triestina per i suddetti motivi patriottici. Arpinati rispose affermativamente: «Capito latino. Sta bene rinvio». E tornato in Italia, ricevette l’approvazione da Mussolini, che firmò il comunicato ufficiale con il quale ammetteva Lazio, Napoli e Triestina alla serie A. Il girone unico diventò così a 18 squadre, anziché 16 come era nei programmi della Figc.
La formula del campionato, destinata a rimanere la stessa per diversi anni, comprendeva trentaquattro giornate di campionato con due punti a vittoria e un punto per il pareggio. Erano previste sei pause per la Nazionale (1 dicembre 1929, 9 febbraio, 2 marzo, 6 aprile, 11 maggio e 22 giugno 1930).
Il primo campionato a girone unico di serie A partì così il 6 ottobre 1929. L’Alessandria s’impose per 3 a 1 sulla Roma, la Juventus piegò di misura il Napoli per 3 a 2, la Lazio travolse sorprendentemente il Bologna per 3 a 0, mentre l’Ambrosiana, che avrebbe vinto il campionato con 50 punti, davanti al Genoa e alla Juventus, grazie alle 31 reti di Giuseppe Meazza, superò 2-1 il Livorno. A fine stagione retrocessero Padova e Cremonese, sostituite dalle neopromosse Casale e Legnano.
A riconoscimento dei successi ottenuti nel calcio, nel 1931 Arpinati affiancò la presidenza del Coni a quella della Federcalcio.

LO STADIO LITTORIALE
Uno dei principali meriti di Arpinati, quale uomo di sport, fu la realizzazione dello stadio Littoriale di Bologna (oggi Dall’Ara), il primo grande impianto calcistico costruito in Italia.
Primo obiettivo di Arpinati fu ottenere quei finanziamenti necessari per un’impresa così ambiziosa. Il Governo mise a disposizione un milione di lire (pari a 728.000 euro), mentre il Partito investì tre milioni (2.186.000 euro)40. Il Comune, su richiesta di Arpinati, contribuì per il 3% dei costi sull’interesse del capitale stimato all’epoca attorno ai 4 milioni di lire, per un periodo di quindici anni41. Il ras di Bologna, al fine di completare velocemente la costruzione dello stadio, richiese un contributo volontario anche alla cittadinanza. Appellandosi ai bolognesi, Arpinati lanciò dalle pagine del Resto del Carlino la campagna “Acquista un mattone”. Con un invito piuttosto pressante, il ras chiedeva alle aziende bolognesi, di ogni settore, un versamento di almeno 1.000 lire. Persino le poche cooperative rosse sopravvissute nel regime fascista offrirono un proprio contributo. In questo modo Arpinati riuscì a raccogliere ben 857.175 lire42. Lo stadio, secondo quanto riferito dal periodico l’Assalto, costò alla fine 16.600.000 lire, nonostante Arpinati, pur senza produrre prove a supporto, affermasse che, in realtà, la spesa non superasse i 12 milioni complessivi43.
Accanto allo stadio furono poi costruite due piscine: una scoperta da 50 m x 30 m e una più piccola coperta e riscaldata d’inverno, che fu la prima, con queste caratteristiche, mai costruita in Italia.
Il progetto fu studiato, sotto la supervisione di Arpinati, da Umberto Costanzini, ingegnere capo dell’Ufficio tecnico della Casa del Fascio e dall’architetto Giulio Ulisse Arata.
Il Littoriale, costruzione maestosa e unica nel suo genere, fu dotato di oltre 50.000 posti, capienza enorme per una città che aveva allora circa 200.000 abitanti44. Arpinati intendeva, da un lato, esaltare la “grandezza” del regime e, dall’altro, erigere quasi un monumento a sé stesso. Per questo motivo lo stadio fu ironicamente soprannominato dal popolo “Mole Arpinatiana”.
Lo stesso Mussolini riconobbe i meriti di Arpinati, definendo il Littoriale «un fulgido esempio di ciò che si può fare con la volontà e la tenacia del fascismo, personificata a Bologna da Leandro Arpinati»45.
Come accaduto per gran parte dell’architettura fascista, anche lo stile dello stadio di Bologna avrebbe dovuto ispirarsi all’antichità romana. E, in particolare, come ebbe a dire lo stesso Arpinati, le terme di Caracalla. La facciata dello stadio presentava anche una forte impronta medievale, grazie ai mattoni rossi, che ricordavano le mura cittadine. A sottolineare il valore monumentale dell’impresa fu eretta la torre di Maratona. Sotto di essa fu posta una statua bronzea raffigurante Mussolini a cavallo. Dopo la caduta del regime questa statua fu abbattuta dalla folla. Il cavallo, rimosso nel 1947, fu fuso e riutilizzato dallo scultore Luciano Minguzzi per forgiare due statue raffiguranti i partigiani, a ricordo della battaglia di Porta Lame.
Lo stadio, non ancora completato e con i lavori visibilmente in corso, fu inaugurato da Mussolini la mattina del 31 ottobre 1926. Il capo del governo fece il suo ingresso a cavallo, tra una folla plaudente, come si può vedere nell’interessante documentario diretto dal giornalista Emilio Marrese. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, il dittatore fu oggetto di un fallito attentato ad opera dell’anarchico quindicenne Anteo Zamboni, che fu barbaramente linciato dalla folla.
L’inaugurazione ufficiale dello stadio avvenne in occasione della partita Italia-Spagna del 29 maggio 1927. Presenziarono circa 55 000 spettatori e, tra questi, il re d’Italia Vittorio Emanuele III (che si narra non fosse particolarmente attratto dal calcio) e l’infante di Spagna Alfonso. La domenica successiva, il 5 giugno, anche il Bologna, fino ad allora ospitato allo dal sottodimensionato stadio Sterlino, debuttò al Littoriale, battendo il Genoa 1-0 con un goal di Giuseppe Martelli.

ARPINATI E IL “CASO ALLEMANDI”
Lo speciale rapporto che Arpinati coltivava con la squadra del Bologna e con la città felsinea rischiava di gettare ombre sulla sua obiettività e credibilità.
Per non essere giudicato parziale, Arpinati decise di portare avanti una politica equidistante nei confronti dei club: ebbe modo di dimostrare il suo atteggiamento imparziale a seguito del “caso Allemandi”, il primo grande scandalo calcistico italiano.
Il Torino aveva conquistato lo scudetto grazie alla decisiva vittoria nel derby con la Juventus. I giornali Lo Sport e Il Tifone accusarono un giocatore della Juventus, Luigi Allemandi, di aver “venduto” il derby con il Torino per 50.000 lire (circa 125 volte il suo stipendio mensile)46.
In autunno partirono le prime indagini della Federazione. Guido Nani, revisore legale del Torino e uomo di fiducia del presidente “granata” Cinzano, fu accusato di essersi accordato con uno studente, Gaudioso, affinché questi, che era particolarmente vicino all’ambiente juventino, dirottasse a favore dei granata il risultato. Nei piani di Guido Nani egli avrebbe dovuto convincere Allemandi (con il quale condivideva la residenza in una pensione torinese) a vendersi la partita.
Arpinati e il fido Zanetti interrogarono i testimoni e gli imputati, che finirono con il confessare il proprio coinvolgimento nella combine. Il 4 novembre lo scudetto fu revocato al Torino e la dirigenza “granata” fu squalificata a vita. Nonostante il regolamento imponesse di assegnare lo scudetto alla seconda classificata, ovvero il Bologna, Arpinati, come atto di imparzialità, decise di non offrirlo ai felsinei. Il presidente della Figc cercava di evitare possibili accuse di favoritismo, anche perché l’intero campionato appariva ai suoi occhi ormai compromesso. Come ebbe ad affermare lo stesso Arpinati alla Gazzetta dello Sport il 7 novembre 1927:

Ho sempre agito in tutta la mia vita con molta prudenza e molto equilibrio prima di pronunciarmi… Chi ha sbagliato deve pagare. Il football italiano è pervaso da qualche tempo a questa parte da un sottile veleno che lo mina alle origini. Guai se il pubblico comincia a dubitare che anche nel football, giuoco collettivo e passionale al massimo grado, siano possibili losche ed interessate pattuizioni di singoli, intese a falsarne i risultati sportivi. Ho motivo di ritenere che sarebbe a breve scadenza la fine per lo sport del calcio che se pure gode ancora dei favori delle folle piomberebbe nel discredito così come è avvenuto purtroppo per altri sports che furono pure in largo onore in Italia. Queste sono le ragioni per cui ho voluto essere — ripeto – inesorabile e non ho considerato null’altro che le buone ragioni del sano ed onesto sport. Ma quando ho acquistata una certezza, quando ho scoperto qualche cosa di poco pulito, sono sempre stato inflessibile e non ho mai guardato in faccia a nessuno.
Il titolo di campione d’Italia passerà ora al Bologna? Assolutamente no. Il risultato dell’inchiesta è tale che ho riportato l’impressione precisa che talune partite di campionato abbiano falsato l’esito del campionato stesso. Il Bologna non avrà perciò il titolo tolto al Torino; il campionato 1926-27 non avrà il suo vincitore47.


Il 21 novembre fu squalificato a vita anche Allemandi che godrà poi di un’amnistia e tornerà a giocare dopo solo un anno.
Il presidente del Torino, Enrico Marone Cinzano e gli altri dirigenti squalificati si considerarono vittime del comportamento di Nani e intentarono contro di lui una causa per diffamazione.
Il 13 gennaio 1928 si aprì presso il Tribunale di Bologna il processo penale contro Nani.
Presenziarono, davanti a un folto pubblico, l’imputato, i 19 dirigenti torinisti che lo avevano querelato e naturalmente Leandro Arpinati.
Durante la deposizione Arpinati ebbe l’occasione per riassumere i fatti e dare la propria definitiva opinione su quanto accaduto48:

Io ho ritenuto questo processo necessario per chiarire alcuni punti rimasti oscuri, non per me, ma per gli interessati. La dimostrazione della non partecipazione di alcuni consiglieri del Torino al fatto non era facile da raggiungere. Il Nani, nel suo interrogatorio, aveva rivelato alcuni nomi di persone che avrebbero partecipato allo scandalo e poiché questi nomi dovevo strapparglieli faticosamente ad uno ad uno, a un tratto, per più presto lo invitai a dirmi quelli di coloro che riteneva ignari della cosa. Egli, dei componenti del Consiglio del Torino mi escluse una sola persona: il signor commendator Marone, per i precedenti rapporti avuti con lui, non avevo ragione di dubitare, avuto piacere che si fosse potuta dimostrare lampantemente al pubblico sportivo italiano la partecipazione sua e degli altri consiglieri del Torino al fatto doloroso. Ma allo stato attuale della conoscenza non avrei potuto applicare coscienziosamente il recente decreto di amnistia. Ecco perché consigliai di querelare Nani. Naturalmente, quando condannai, io avevo l’impressione che il Nani dicesse la verità. Il suo interrogatorio fu lunghissimo. Nani negò fin che potè, per ore ed ore, ma infine si tradì, rispondendo alla domanda improvvisa; “Ma questi soldi di chi erano? con un’implicita confessione: “Erano i miei”. Io approfittai di questi istanti di smarrimento del Nani, riuscendo a fargli confessare che il commendator Marone sapeva del fatto, che il Bassi e il Vogliotti erano stati fra coloro che lo avevano autorizzato; che il Norzi e altri erano stati informati successivamente della faccenda dopo la pubblicazione sui giornali, ma prima dell’inchiesta. Dopo la condanna, avrei avuto a disposizione l’amnistia dell’agosto 1927 che aveva il valore di una assoluzione: ma non mi valsi della facoltà di applicarla perché, a parer mio, i vari interessati non giunsero a dare le prove di non avere partecipato ai fatti. Varie circostanze mi convinsero invece del contrario.

Nell’udienza successiva, il presidente Graziani, su invito del Pubblico Ministero, chiese agli avvocati delle parti di procedere ad un accomodamento amichevole. «Io mi presterei ben volentieri ad assistere a trattative del genere, alle quali potrebbe magari intervenire anche l’onorevole Arpinati». Gli avvocati concordarono, ma Arpinati declinò l’offerta: «Io qui non sono un privato che possa accontentarsi di una dichiarazione delle due parti. Ho detto questa mattina la ragione di questo processo. Sono un uomo che occupa una carica pubblica nel campo dello Sport e che deve, per sé e per gli sportivi che rappresenta, trarre dagli atti di questo processo la convinzione o meno della innocenza dei componenti»49.
Al processo Nanni ammise di aver organizzato l’illecito da solo, scagionando in questo modo i dirigenti del Torino che, sodisfatti, ritirarono la querela.
Il 3 febbraio 1928 la Federazione cancellò le squalifiche dei dirigenti del Torino, ad eccezione, di quelle di Enrico Marone Cinzano, Vogliotti, Nani e Zanoncelli, applicando il decreto di amnistia del 26 agosto 1926.
Questa spiacevole storia si concluse definitivamente il 22 aprile 1928. In occasione del Natale di Roma, il presidente del Coni Ferretti promulgò un’amnistia per tutti gli sportivi colpiti da sanzioni disciplinari: tra questi figuravano Allemandi e i quattro dirigenti del Torino ancora squalificati.
Al fine di ottenere la grazia per il figlio, la madre di Allemandi aveva addirittura interessato Mussolini, il principe Umberto e il re d’Italia Vittorio Emanuele III.
Nel corso degli anni vi furono diverse richieste di assegnazione dello scudetto, sia da parte del Torino, sia da parte del Bologna, ma nessuna ebbe esito positivo. E ancora oggi, la questione rimane irrisolta.
Nel frattempo l’attività federale di Arpinati proseguiva con una certa lungimiranza. Nel 1929 il presidente della Figc pose le basi per quel ciclo trionfale che nel giro di un decennio avrebbe portato l’Italia a vincere ben due mondiali consecutivi, nel 1934 (disputato in casa) e 1938.
Esauritisi i mandati di Augusto Rangoni e Carlo Carcano, Arpinati chiamò a guidare la nazionale italiana Vittorio Pozzo che, nonostante fosse privo di tessera fascista50, debuttò il 1 dicembre 1929 a San Siro con una vittoria per 6 a 1 contro il Portogallo.
Il 1º aprile 1933, in qualità di presidente del Coni, Arpinati, che aveva già “aperto” a livello agonistico la pratica del nuoto e della pallacanestro alle donne, permise e incoraggiò la nascita del GFC (Gruppo Femminile di Calcio), primo tentativo di calcio femminile in Italia. Unica condizione: che le ragazze giocassero a porte chiuse, dopo il parere del medico fascista Nicola Pende, direttore dell’Istituto di Biotipologia individuale e Ortogenesi di Genova, punto di riferimento per le “teorie scientifiche” dell’epoca. La squadra, fondata a Milano da un gruppo di ragazze di un’età tra i 15 e i 20 anni, scese in campo l’11 giugno del 1933 a Milano.
Purtroppo questo interessante e coraggioso tentativo di apertura del calcio verso le donne verrà frustrato, nell’autunno dello stesso anno, da Achille Starace, subentrato nel frattempo ad Arpinati alla guida del Comitato olimpico e sostenitore di una visione conservatrice e reazionaria della pratica sportiva.

L’USCITA DI SCENA
Nonostante l’antica amicizia con Mussolini, gli ottimi risultati ottenuti nello sport e il lavoro svolto al Ministero degli interni, la carriera politica di Arpinati fu spazzata via in breve tempo e la sua figura annientata. Fu in particolare il nuovo segretario del partito, Achille Starace, a porre le condizioni per la “soppressione politica” di Arpinati. La causa del dissidio tra i due gerarchi avrebbe avuto origine da un fatto personale: in occasione di una partita di calcio a Roma, Arpinati si sarebbe rifiutato di concedere l’ingresso gratuito a Starace e ai suoi camerati, imponendo a lui e ai suoi uomini di pagare come tutti il biglietto51, senza favoritismi di sorta. E Starace, infuriato e umiliato davanti ai suoi pari, meditò vendetta. Secondo gli storici Roberto Festorazzi e Mimmo Franzinelli52 invece la causa starebbe in un forte dissidio scoppiato tra il gerarca romagnolo e Donna Rachele, moglie del duce, a proposito della nomina del nuovo concessionario delle terme di Castrocaro. Donna Rachele avrebbe voluto per quel ruolo un suo candidato, diverso da quello proposto da Arpinati. E al prefetto, Arpinati avrebbe esclamato: «L’Italia non è un feudo della famiglia Mussolini». Il prefetto riportò questa affermazione a Mussolini che, per “ritorsione”, avrebbe deciso di silurare Arpinati. Secondo questa ricostruzione, l’acceso diverbio tra Starace e Arpinati, avrebbe fornito un comodo “paravento”, per nascondere il vero motivo dell’eliminazione del potente ras di Bologna. Ad ogni modo, Starace, pieno di livore, accusò Arpinati di tramare contro Mussolini e di mantenere un atteggiamento ostile alle direttive e all’unità del regime. Il segretario del partito scelse come pretesto l’insistenza di Arpinati nel concedere all’amico giornalista Mario Missiroli la tessera del PNF. Mussolini, dal canto suo, provava una forte antipatia per l’ex direttore del Resto del Carlino e del Secolo, testimoniata da ciò che scrisse, nel 1927 al fratello Arnaldo, definendo l’uomo «un cervello disintegratore»53.
Il 27 aprile 1933 il capo del fascismo, in occasione del consueto rapporto mattutino, mise a conoscenza Arpinati delle durissime accuse a lui rivolte da Starace; questi le contestò e, subito dopo l’udienza, indirizzò, irato, a Starace un durissimo messaggio, in cui lo definiva «mentitore» e «vile»54. Mussolini, non volendo sacrificare il segretario del partito, chiese ad Arpinati di rassegnare le dimissioni. Il gerarca il 1º maggio 1933 lasciò l’incarico di sottosegretario agli Interni e abbandonò anche la presidenza della Figc e del Coni. La sua carriera da dirigente sportivo terminò bruscamente.
Dopo le dimissioni giunsero ad Arpinati diversi elogi dal mondo sportivo da ogni parte d’Italia e dall’estero.
Agnelli, proprietario della Juventus, gli scrisse una lettera 55, per rivolgergli il suo “deferente saluto”:

Eccellenza,
nell’ora in cui Ella lascia la Presidenza della Federazione Italiana del gioco del Calcio, dopo tanti anni di un’attività che, sempre improntata a sicuro ed illuminato senso di giustizia, è valsa a condurre il Calcio Italiano alle sue più alte affermazioni sociali e sportive — la Juventus le invia il proprio deferente saluto.
Le invia, insieme, l’espressione dei propri sentimenti di gratitudine per tutta la sana e feconda opera da Lei svolta in favore del nostro Sport, per la larga e cordiale comprensione che ha sempre voluto portare nell’ esaminare e risolvere le molteplici questioni che in qualunque modo hanno interessato la nostra Società.
Noi continueremo a dare, come per il passato, alla F. I. G. C. la miglior parte delle nostre forze sportive e morali, sempre mantenendo quella nostra dritta linea di condotta che ci ha valso, in passato, l’ambita soddisfazione di sentirci da Lei approvati e apprezzati. Con devoto ossequio.


Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, scrisse ad Arpinati: «Eccellenza Arpinati, le scrivo tra una tappa e l’altra del “Giro d’Italia”. Perdoni al devoto e fedele gregario la libertà […] Io sento vivo il bisogno di pregarla di volermi considerare un fedele e se mi consente, ora che Lei è Leandro Arpinati, un amico sincero e non dimentico. E mi consideri tale sempre, anche se la mia può essere una presunzione di poter essere nella cerchia dei suoi amici»56.
Arpinati, definito da De Felice «molto retto, spregiudicato, molto legato a Mussolini, ma senza piaggeria alcuna, politicamente un puro»57, pagò il clima di servilismo e conformismo che nel corso degli “anni del consenso” divenne abituale negli ambienti vicini a Mussolini. Egli era fin troppo abituato a non frenare la lingua e a dire le cose in faccia e a voce alta, dissentendo talvolta in maniera palese dal duce. Come nel caso del corporativismo e del dirigismo in materia economica, che il ras di Bologna da liberista contestava.
Espulso dal partito il 31 ottobre 1933, lasciò Roma per tornare a Bologna, ritirandosi nella tenuta di Malacappa, presso Argelato. Anche l’intero gruppo dirigente fascista bolognese, legato da tanti anni ad Arpinati, fu inesorabilmente colpito da Starace. Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 1934 per Arpinati arrivarono l’arresto e la condanna a 5 anni di confino a Lipari. Dopo due anni di cattività, il 19 luglio 1936 fece ritorno a Malacappa, scontando il resto della pena, nella sua azienda agricola, sotto stretta sorveglianza della polizia. Nel 1939 la condanna al confino venne rinnovata per altri cinque anni ma, anche grazie all’entrata in guerra dell’Italia, fu revocata il 14 giugno 1940. Dopo aver rifiutato nel 1943 l’invito di Mussolini in persona, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, e diventare ministro dell’Interno, Arpinati rimase a Malacappa, intrattenendo positivi rapporti con la resistenza. Qui il 22 aprile 1945 fu ucciso, in circostanze misteriose, insieme all’amico e anti fascista Torquato Nanni, davanti alla figlia Giancarla, da un gruppo di partigiani, forse guidati da Luigi Borghi, detto “Ultimo”.

CONCLUSIONI
Durante la presidenza della Figc, Arpinati riorganizzò il calcio in senso fascista, ispirando riforme che avrebbero permesso a questo sport di dotarsi di strutture più moderne e organizzazioni più professionali. Con la scelta di Pozzo a C.T. della nazionale pose le basi per i futuri successi degli azzurri ai mondiali del 1934 e 1938. Grazie al suo lavoro e alle sue indubbie capacità organizzative, lo sport e il calcio in particolare raggiunsero in Italia un’importanza mai avuta in precedenza. Arpinati agì seguendo il suo istinto, con quello spirito di autonomia che lo aveva sempre contraddistinto in passato. Come scrisse lo storico Antonio Ghirelli sul Corriere della Sera,58 Arpinati «partito come Lando Ferretti con la missione di mettere la camicia nera al Coni e al calcio, divenne ben presto il più feroce paladino dell’autonomia dello sport contro tutte le sopraffazioni del regime, seguendo il filo logico di una concezione della vita in cui avevano il primo posto la competenza, il disinteresse personale, un feroce anti conformismo».

Note

  1. Guido Gerosa intervista P. P. Pasolini, “L’Europeo”, 31 Dicembre 1970.
  2. Al momento dell’entrata i guerra dell’Italia, Arpinati lavorava come lampista per le ferrovie. In questo modo evitò il servizio di leva come accadde ad un altro noto “interventista non intervenuto”, Roberto Farinacci, anch’egli dipendente delle ferrovie.
  3. Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Milano, Mondadori, 2003.
  4. B. Dalla Casa, p. 45.
  5. Pietro Alberghi, Il fascismo in Emilia Romagna. Dalle origini alla marcia su Roma, Modena, Mucchi, 1989, pp. 221-222; Bologna, 1920. Le origini del fascismo, a cura di Luciano Casali, Bologna, Cappelli, 1982.
  6. Fu eletto all’interno della lista 21 (denominata «Fascio») della circoscrizione elettorale «Emilia quinto per numero di preferenze (30.210) dietro Dino Grandi (32.386), Aldo Oviglio (43.650), Edmondo Rossoni (59.118) e Italo Balbo (73.961).
  7. Cfr. la voce dell’Enciclopedia Treccani Leandro Arpinati.
  8. E il pallone diventò figlio unico.
  9. Martin p. 144.
  10. Il calcio italiano raggiunse proprio in quella stagione un volume di pubblico senza precedenti. Erano inoltre iniziate le prime trasferte di massa dei tifosi che, per non lasciare sola la propria squadra, decidevano di affrontare lunghi e complicatati viaggi. Il 9 aprile del 1925, in occasione di una partita a Verona, il giornale La voce sportiva aveva rilevato che la prestazione sottotono del Bologna fosse da imputarsi anche alla scarsa presenza dei tifosi rossoblù. Pertanto il giornale aveva proposto che la società Bologna Fc venisse incontro ai propri tifosi, mettendo a disposizione di questi treni speciali per Verona. Un investimento calcolato tra le due e tremila lire che avrebbe permesso la trasferta di circa 400 tifosi rossoblù al seguito dei loro beniamini. Si trattò di fatto della prima trasferta “organizzata” del calcio italiano. Secondo quanto narrato dal Resto del Carlino il 22 luglio 1926, Arpinati fece allestire, in occasione della finale della Lega Nord a Torino tra Bologna e Juventus, un treno speciale scontato al 50%, al fine di permettere ai tifosi felsinei di raggiungere in massa Torino (Martin, p.69).
  11. Ivi, p.79.
  12. N. Casiraghi Genoa e Bologna nella decisiva del Campionato italiano dopo una partita movimentata chiudono alla pari, Prealpina sportiva di Varese, 8-9 giugno 1925.
  13. Guerin Sportivo”, 11 giugno 1925, pagina 5. In Chiesa, p. 80.
  14. Il furto della stella 1: Bologna-Genoa 1925, la genesi della grande ingiustizia.
  15. Bruno Roghi, “La Gazzetta dello Sport”, 8 giugno 1925, in Chiesa, p. 227.
  16. Mano Zappa, La Gazzetta dello Sport, 8 giugno 1925, ivi, p.227-228.
  17. Il Calcio di Genova, 13 giugno 1925.
  18. Corriere dello Sport, 8 giugno 1925, in Chiesa, p.80.
  19. L’Avanti!, Il Campionato italiano di football. Ancora partita pari fra il Genoa e il Bologna, 9 giugno 1925, in Chiesa, p. 88-89.
  20. “Guerin Sportivo” di Torino, 26 giugno 1925 pagina 2, in Chiesa, p. 230.
  21. La burrascosa e controversa partita di Milano.
  22. A. Dossi, Il parere di un tecnico che ha assistito alla partita, Il “Calcio” 13 giugno 1925.
  23. Guerin Sportivo, 26 giugno 1925, pagina 2 disponibile sulla voce wikipedia Scudetto delle pistole.
  24. Chiesa, p. 105.
  25. Chiesa, p.106.
  26. Ivi, 107.
  27. Giovanni De Prà, portiere del Genoa, “La grande storia del calcio italiano”, 20 febbraio 1965, in Chiesa, p. 229.
  28. G. Brera, Storia critica del calcio, Bellini, 2019 p. 18.
  29. P. Edgerton William Gabutt. II padre del calcio italiano, Castelvecchi 2012 p. 79.
  30. G. Rizzoglio nel libro “La stella negata al grande Genoa”, p. 139.
  31. C. F. Chiesa, La storia dei cento anni. 1909-2009 Bologna football club: il secolo rossoblù, Minerva, Bologna 2009, p. 40.
  32. A. Ghirelli, I sett’antanni della Federcalcio, Corriere della Sera, 27 aprile 1968.
  33. Testo del documento consultabile sulla voce wikipedia Scudetto delle pistole.
  34. Guerin Sportivo, 11 giugno 1925, pagina 5, in Chiesa, p. 91.
  35. Chiesa, p.124.
  36. Segretario personale di Arpinati.
  37. Ivi, p. 125.
  38. La ”carta di Viareggio”. Via al professionismo!.
  39. A. Schianchi, E il pallone diventò figlio unico.
  40. Cfr. Quattro milioni di mattoni e A 90 anni dall’inaugurazione dello stadio, sabato in campo con la terza maglia.
  41. Martin, p.151.
  42. Ivi, p. 159.
  43. Ivi, p. 161
  44. Cfr. la voce Bologna sull’Enciclopedia Treccani.
  45. Martin, p. 163.
  46. C. Caliceti, L’altra faccia del pallone, Calcio 2000, n°40, aprile 2001.
  47. La Gazzetta dello Sport, 7 novembre 1927, in Chiesa (2017), pp. 56-58.
  48. Ivi, pp. 93-95.
  49. Ivi, pp. 98-99.
  50. Arpinati non era solito chiedere ai suoi collaboratori la tessera del Partito fascista come condizione per lavorare. Il fidato collaboratore Zanetti, non iscritto al partito, fu il caso più noto.
  51. M. Grimaldi, Leandro Arpinati. Un anarchico alla corte di Mussolini, La Stampa Sportiva, Roma, 1999, p.32.
  52. Festorazzi, Tutti gli uomini di Mussolini, Cairo Editore, Milano 2015 p.151. Per Franzinelli si veda: Mussolini contro Arpinati con Mimmo Franzinelli.
  53. Renzo De Felice, Mussolini il Duce. Gli Anni del Consenso 1929-1936, Einaudi editore, Torino, 1974, p.295.
  54. Il testo integrale del biglietto affermava: «Starace, se avessi avuto bisogno di un elemento per giudicare la bassezza degli uomini, tu me l’hai offerto. Sei un mentitore e un vile». Chiesa (2017), p. 141.
  55. G.C. Arpinati, pp. 99-100
  56. Ibidem
  57. De Felice, p. 292
  58. A. Ghirelli, I settant’anni della Federcalcio, Corriere della Sera, 27 aprile 1968.

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