Bibliomanie

Piccolo contributo al ritratto di un maestro. Per l’ultimo libro di Ezio Raimondi
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Saggi e Studi



La fede che bisogna assolutamente riconquistare, o non perdere mai, è la fede nella bellezza puramente morale, una cometa di Halley che ogni minuto ripassa sopra le nostre teste infelici
Guido Ceronetti

Raimondi vede e parla con le opere che incontra, le riporta in vita, in un dialogo incessante che restituisce loro un volto e una voce
Claudio Magris


1. Premessa

Presuntuoso e, di fatto, impossibile delineare, in questa sede, un ritratto fedele e, comunque, accettabile di Ezio Raimondi1. Fortunatamente, tuttavia, numerose opere di taglio enciclopedico (tradizionali e telematiche) ne offrono, ora, un profilo che può informare – in maniera ora più ora meno adeguata, va da sé – gli interessati; per di più, studiosi di fama quali Andrea Emiliani, Claudio Magris, Carlo Ossola, Andrea Battistini, Giorgio Zanetti, Alberto Bertoni ed altri hanno dedicato al critico felsineo contributi egregi ed accessibili.
Nelle righe che seguono, vorrei invece offrire alcuni elementi di base sulla figura e l’opera utili a qualunque lettore di cultura – docenti di area non umanistica, ma pure studenti universitari, magistrati, diplomatici, liberi professionisti, imprenditori etc. – non troppo avvezzo a frequentare le terre e i mari delle scienze filologiche. Ho deciso di muovermi in tal modo poiché sono persuaso, come del resto tanti altri, che l’essenza del magistero lungamente ponderato e ampiamente rappresentato da Ezio Raimondi possa giovare assai a ogni cittadino europeo colto da più punti di vista non certo marginali; a onor del vero, la totalità delle sue fatiche filologiche offre a piene mani informazioni d’indubbia qualità su figure e problemi centrali (o comunque significativi) nella storia della cultura europea, metodi della ricerca umanistica capaci di dare un ordine (e forse un senso) alle più diverse indagini, coordinate e orientamenti decisivi per la formazione complessiva e senza fine della persona, e molto altro ancora.

2. Briciole per un filologo davvero europeo

Su Ezio Raimondi circolano, ormai da tempo, parecchi racconti quasi leggendari che, una volta tanto, risultano invero sostanzialmente fondati: si narra, fra l’altro, della sua biblioteca mentale di proporzioni colossali e inaudite, di una fecondità sconcertante che è frutto di fatiche diuturne e severe, di un’abilità senza eguale nel collegare genialmente la civiltà letteraria italiana o europea con i più diversi campi dello scibile, di prodigiose capacità retoriche, mai disgiunte da un’efficacissima teatralità, in grado di istruire, convincere e, spesse volte, incantare pubblici tanto vasti quanto vari. Pur non negligendo questi elementi, tenterò qui d’illustrare – ma in estrema sintesi – anche altri aspetti forse meno noti (e notati) del suo profilo intellettuale ed umano tout court, che mi sembrano altrettanto rilevanti per qualsivoglia lettore che desideri avvicinarsi allo spirito, alla sostanza effettiva del suo lavoro insieme poliedrico e coeso, nonché trarne il massimo beneficio.
Singolare, forse incomparabile destino quello di Ezio Raimondi, specie qualora lo si paragoni al percorso creativo, istituzionale ed esistenziale di tanti suoi pur illustri colleghi. Se, da una parte, egli è già un classico nel panorama della storiografia e della critica letterarie d’Italia, anzitutto in virtù di una decina di libri pressoché imprescindibili per chiunque miri ad affrontare scientificamente le figure e i problemi di cui vi si ragiona, dall’altra la sua produttività in continuo fermento non cessa di elargire, con rigore impeccabile e inconsueta regolarità, risultati nuovi e innovativi, che ora precisano, raffinano o discutono le grandi passioni mai tradite per un’intera vita, ora rischiarano originalmente congiunture o problematiche determinanti del macrocosmo culturale europeo, con le quali (almeno) ogni storico della letteratura e delle idee dovrebbe fare i conti.
Personalità operosa, incontentabile e inquieta – lo ha chiarito ottimamente Battistini –, Ezio Raimondi ha perlustrato con sistematicità, intelligenza e gusto straordinari l’opera di protagonisti della letteratura nazionale celebri, inter alia, per la loro profonda, radicale inquietudine (da Petrarca a Tasso, da Alfieri a Manzoni, da d’Annunzio a Serra e a Gadda), spesse volte giungendo a conclusioni che, di là dagli indiscussi e, non di rado, illuminanti esiti specialistici, suscitano pensieri ed emozioni in ogni cittadino europeo attratto dall’autentica cultura dal Medioevo alla nostra temperie. Ha affermato con giusta ragione Magris non molti anni or sono: «La sua conversazione con gli autori – un vero e proprio universo in movimento – è un itinerario appassionato e struggente verso quell’unità della tradizione ricongiunta finalmente con una nuova creatività».
Solo un cenno, in questo luogo, all’instancabile, originalissimo lavoro dello studioso intorno e attraverso le metodologie della critica letteraria di ieri e di oggi, che si è arricchito e potenziato anche confrontandosi direttamente con maestri della miglior filologia novecentesca: oltre al maestro Carlo Calcaterra e a un critico d’arte eccezionale come Roberto Longhi – ai quali Raimondi ha dedicato non poche pagine che si segnalano per equilibrio, densità e finezza –, basti qui citare i nomi di Lugli, Pasquali, Flora, Contini, Praz, Macchia, C. S. Singleton, de Man, Sapegno, Dionisotti, Branca, Isella, Starobinski.
Pur esigendo di continuo – ma sempre con aristocratica libertà – un dialogo vivace e costruttivo con le migliori metodologie proposte, in almeno tre secoli, dalla filologia testuale, dalla storiografia letteraria e dalla critica internazionali, Raimondi ha costruito e via via maturato uno stile ermeneutico affatto personale, che sa avvalersi, fra l’altro, della globalità degli strumenti disponibili per affrontare qualunque testo nella sua specificità incommensurabile, nella sua concretezza storico-culturale, nella sua ricezione sempre e comunque labirintica, sfuggente, misteriosa.
Alieno, del resto, da quelle metodiche generali ed astratte che tendono, tanto spesso, ad andare per conto proprio, e rischiano così di allontanare dai dati realmente presenti nel testo, l’intellettuale bolognese ha voluto sempre tenere, per dir così, i libri fra le proprie mani insieme forti e delicate, restando in tal maniera fedele all’esempio offerto da alcuni degli autori a lui più cari. Mi riferisco non solo ad alcuni dei principali critici europei dell’età romantica, ad Auerbach, a Curtius o a Bachtin, cui Raimondi ha consacrato non per caso riflessioni importanti anche in veste di teorico della letteratura, ma pure ai numerosi scrittori (perlopiù otto e novecenteschi) che si sono cimentati nell’arte dell’interpretazione di opere altrui: mi limito qui a menzionare Sainte-Beuve, Baudelaire, Valéry, Hofmannsthal, T. Mann, Virginia Woolf, T. S. Eliot, Benjamin, Borges, Nabokov, Calvino, Brodskij, Yehoshua.
Ritengo opportuno, a questo punto, indugiare un poco sulla spiccata, quasi onnipresente inclinazione raimondiana alla comparazione, sia perché la sua produzione è stata da più voci autorevoli considerata naturaliter comparatistica, sia perché tale suo talento tutt’altro che comune – specie nell’Italia attuale – possa far risultare la sua scrittura più familiare e attraente a coloro che sono avvezzi a compiere letture o ricerche all’apparenza lontane dalla storia letteraria.
Ma che deve intendersi, a maggior ragione allorquando si discorra della prosa raimondiana, per letteratura comparata? Riprendendo una definizione di H. Remak, tanto fortunata quanto tuttora condivisa dai più, possiamo dire in breve che tale disciplina «studia la letteratura al di là dei confini nazionali e in relazione alle altre aree della conoscenza e della cultura in generale, come le arti (ad esempio la pittura, l’architettura, la scultura e la musica), la filosofia, la storia, le scienze sociali (politica, economia, sociologia), le scienze esatte, la religione, e così via. In sintesi, potremmo dire che si tratta del confronto fra due o più letterature, e fra la letteratura e le altre sfere della cultura».
È lecito sostenere senza tema di smentita che queste limpide parole illustrano comme il faut una parte cospicua dell’impegno interpretativo del Nostro: in realtà, per lui fare critica o storia letteraria ha equivalso, fin dagli intensissimi anni di formazione, non solo a porre in dialogo diverse civiltà letterarie europee o extraeuropee, bensì a riconoscere o, più semplicemente, a ricordare relazioni fruttuose e, non di rado, decisive fra la letteratura e altri saperi all’apparenza remoti da essa quali – per restare ad ambiti che egli predilige – le arti figurative, la coreografia, il cinema, le scienze della psiche, l’antropologia culturale, la sociologia, la politologia, il diritto. Duole riconoscere, d’altronde, che ancor oggi diversi apprezzati studiosi si ostinano a evitare, o addirittura a condannare, un approccio del genere alle humanae litterae, violando clamorosamente, fra il resto, evidenze di natura testuale e tematica.
È assai probabile nondimeno che, oltre naturalmente alla “sua” letteratura, il campo dello scibile più amato da questo homme de lettres dotato di titaniche capacità di lettura sia il pensiero filosofico. Dagli anni industriosi quanto duri (si rammenti che era in atto la guerra più terribile del secolo passato) della giovinezza, le opere dei filosofi lo hanno accompagnato senza sosta nelle sua attività di scienziato delle lettere, così come nella più pura e segreta dimensione esistenziale. Come ha dichiarato egli stesso pure in sedi autobiografiche, da Erasmo a Montaigne, dai più sagaci moralisti francesi del Sei e del Settecento a Tocqueville, da Rosmini a Croce, da Hegel a Nietzsche, da Heidegger a Jaspers, da Peirce a Weber, da Wittgenstein a Lévinas, da Gadamer a Ricoeur, dalla Arendt alla Nussbaum, parecchi sono stati i protagonisti della riflessione filosofica moderna e contemporanea con i quali ha conversato traendone innegabile profitto, e che hanno influenzato il suo stile di pensiero e di vita.
Non per caso, dunque, la storia delle idee filosofiche e scientifiche ha un ruolo di primo piano in tutti quanti i capitoli più laboriosi e meditati del libro che qui si offre. Il pensiero cosmologico, estetico e magico del Rinascimento, l’illustre, inobliabile stagione della ricerca scientifica nell’Italia secentesca, la rivoluzione culturale compiuta attraverso le accademie, i travagli compositivi del Romanticismo: se si vogliono davvero mettere meglio a fuoco queste ed altre questioni centrali nell’economia della cultura in età moderna, un colloquio puntuale e meticoloso con la pagina raimondiana, che mai lesina conclusioni, proposte, interrogazioni e finanche seduzioni del tutto inedite, si rivelerà di sicuro giovevole ed appagante.
D’altro canto, come accennato dianzi, Un teatro delle idee è un mero esempio del suo metodo perennemente in fieri, di una tensione epistemologica e zetetica che mai ha potuto trovar fissa dimora nei pur solidi e stimabili approcci filologici maturati presso le diverse scuole del globo. Un elemento, però, sembra emergere pressoché costante nel suo modus operandi: quando ha prescelto l’oggetto della sua indagine, egli sembra voler instaurare subito, senza por tempo in mezzo, una dialettica virtuosa e serrata fra i dati che vi si riscontrano e il contesto storico, ideologico, culturale e sociale donde è sorto e a cui deve, sempre e comunque, far ritorno.
Quanto alla sua passione inesauribile per la storia delle idee e della cultura, conviene forse ascoltare quanto ebbe a scrivere, una trentina d’anni or sono, Adriano Prosperi a proposito della metodologia di Lucien Febvre – il padre nobile delle “Annales”, carissimo a Raimondi da oltre sessant’anni: «Quel che si vuol cogliere è, in fondo, la vita stessa in movimento: una histoire vivante, radicalmente diversa dalla storia morta, fatta di strutture, istituzioni, depositi stratificati di gusci dell’animale umano non più abitati dall’essere vivente: storia viva di fremiti e pulsazioni, di emozioni, sentimenti, passioni, che nessuno schema precostituito può spiegare, e di fronte alla quale ogni spiegazione semplificatrice è un atto di passività intellettuale e di tradimento della verità».

3. Un insegnante sensibile e attento

Oltre che le formidabili qualità dello studioso, molti di coloro che hanno frequentato non epidermicamente Ezio Raimondi ne apprezzano di cuore la gentilezza nobile, schietta e squisita, fatta in primis di attenzione a un tempo penetrante e delicata verso ogni persona, ma in special modo verso quanti sono determinati a esplorare con modestia e costanza una tradizione culturale che può espandere, rinvigorire, migliorare oltre ogni aspettativa il progetto esistenziale di ciascuno, a spendersi con dedizione vigile e tenace nello scandaglio di nuovi panorami di ricerca, indagando magari, nel contempo, la propria vita e rendendola più degna di essere vissuta.
A me per esempio, che ho prediletto fin dalle prime ricerche le complicate e talvolta inquietanti vicende delle idee moderne, colpì ben presto, nei nostri primi incontri, la sua capacità di osservare e accogliere il mio Erlebnis e i miei progetti più interessanti; con la longanimità davvero liberale del mentore de race e la curiosità irrequieta di chi mai cessa d’interrogarsi, accettò quindi di dirigerli verso sentieri assai più aggiornati, consapevoli, originali. Così, temi come il Manierismo cinquecentesco, il combattimento spirituale fra Rinascimento e Barocco, l’amore platonico-cristiano di Marsilio Ficino e la sua singolare ricezione mondiale, le terribili miserie connaturate a qualsivoglia forma dispotica di gestione del potere o gli intricati rapporti fra marginalità e letteratura sono stati di continuo accompagnati e disciplinati dalla sua guida insieme ferma e cordialissima.
Non soltanto l’Italia, ma tutta l’Europa che ritiene e afferma di pensare si trova oggi – hanno osservato di recente, non senza accoramento, taluni fra i maîtres à penser più avvertiti del nuovo millennio – in una condizione deplorevole: la si può immaginare come una sorta di locale di ben misera qualità, ove pullulano gli pseudointellettuali senza idee credibili o progressive, nonché le magniloquenti espressioni pronunciate a vanvera o con ipocrisia. In un caravanserraglio di saperi del genere – fra le mille altre cose – si danno alle stampe scritti abborracciati e vuoti, si attaccano sgangheratamente le autorità e le istituzioni, si filosofeggia ignorando la preparazione, le tecniche e l’umiltà necessarie a qualsivoglia esercizio speculativo serio, e – fenomeno forse ancor più grave – si pratica tutto salvo che una conversazione civile e gratificante, ossia, in altri termini, genuinamente libera e fondata su boni mores.
In un milieu a tal segno superficiale, rissoso e involgarito, non sorprende che un valore insieme fragile, esigente e discreto come la gentilezza vera che Raimondi e altri “galantuomini delle lettere” hanno vissuto e insegnato mirabilmente, specie attraverso l’arte del dialogo, sia in estinzione: tale virtù richiederebbe, infatti, qualcosa ch’è forse irrimediabilmente perduto, vale a dire una pratica ininterrotta di quella capacità di ascoltare, capire e accogliere le fragilità così come le qualità altrui, che è insieme generosità pensata e responsabile, solidarietà sostanziale, agàpe (o caritas) reale.
In piena sintonia con lo stile comunicativo praticato senza posa da Raimondi durante la sua ultrasessantennale carriera d’insegnante, letterato e formatore di coscienze, Adam Phillips e Barbara Taylor (2009) hanno brillantemente chiarito come la gentilezza si riveli uno dei modi migliori per essere felici e, nel contempo, rendere felici gli altri, nonché una terapia senza pari per il nostro benessere psicosomatico. È siffatta gentilezza che rende la vita degna d’esser vissuta, e ogni attentato contro di essa rappresenta, de facto, un attacco alle nostre migliori speranze.
E non stupisce, allora, che Raimondi abbia perlustrato volentieri e con palese simpatia un Settecento italiano ed europeo nel quale si coltivò superbamente quell’arte della conversazione che, come ha osservato Benedetta Craveri in un libro garbato e accattivante, «sa coniugare la leggerezza con la profondità, l’eleganza con il piacere, la ricerca della verità con la tolleranza e con il rispetto dell’opinione altrui». Come che sia, il filologo bolognese appare, nello scenario culturale del Paese, uno dei pochissimi a saper orchestrare quest’arte ardua e sottile, fatta di erudizione, saggezza, rispetto, empatia e molto altro, di cui – per dirla ancora con la Craveri – «quanto più la realtà ce ne allontana, tanto più ne sentiamo la mancanza»; e mi sembra altresì uno dei pochi a credere toto corde che una seria e sentita paideia filologica, filosofica e storica potrebbe educare (non solo nel sistema degli studi istituzionali, beninteso, ma per l’intero percorso esistenziale) cittadini assai più colti, lucidi, eleganti e responsabili, i quali difficilmente rinuncerebbero poi, fra l’altro, ad abitare – e magari ad animare – la vita politica e sociale del proprio Stato in maniera più creativa, aperta, sensata.

4. Una terapia drastica

A prescindere dagli ambiti delle loro indagini specialistiche, come si sa, numerosi intellettuali di primo piano hanno espresso, negli ultimi tempi, una preoccupazione non lieve per la situazione in cui versa l’uomo postmoderno, che si trova di giorno in giorno più in difficoltà dinanzi alle sfide impostegli dal divenire socioeconomico, che sempre più spesso stenta a compiere e portare avanti scelte morali razionali e ragionevoli: faccio riferimento, essenzialmente, a quanto hanno argomentato in proposito il compianto Hadot, Morin, Bauman, G. Steiner, Severino, Reale, La Capria, Ceronetti, Citati, Todorov e Martha Nussbaum. Pur in forme, maniere e toni alquanto differenti, tutti hanno manifestato, nondimeno, di credere ancora pienamente nel valore morale, formativo e terapeutico della tradizione culturale d’Occidente: confrontandosi adagio e attentamente con i classici, l’uomo della “società liquida” potrebbe rendere di gran lunga migliore la qualità complessiva della sua esistenza, e lasciare, fra l’altro, alle generazioni future un mondo meno appiattito, ingiusto, aggressivo. Per riuscire in quest’intento, però, dovrebbe smettere di pensare una volta per tutte che tale colloquio vissuto con le lettere e le arti sia inconciliabile coi ritmi delle sue giornate, o troppo oneroso, o addirittura inutile, nella misura in cui i “monumenti” delle lettere e del pensiero poco o nulla avrebbero a che fare con i nostri dubbi, le nostre angosce, le nostre speranze.
Analogamente a loro, nell’ultimo decennio anche Raimondi, ognora peraltro sensibile a istanze di ordine etico-civile, ha sottolineato con frequenza, energia e, a parlar schietto, con una certa ansia la funzione etica di ogni autentica vita intellettuale e, in primo luogo, della lettura. «Se l’uomo – scrive nel delizioso, pregnante Un’etica del lettore (2007) – ha ancora bisogno di ricordare e di riflettere raccogliendosi su se stesso, se la sua esperienza non si consuma nella distrazione, come avvertiva Walter Benjamin, allora nella pluralità delle sue manifestazioni la letteratura ha ancora un compito da assolvere: ed è l’invito suasivo a non dimenticare se stessi, a indagare il proprio rapporto con l’altro, a guardare nel fondo della parola sino a ritrovarvi il suo linguaggio della prossimità e a sentirne l’eco profonda che invade ognuno di noi, come presenza di un corpo vivo in un mondo vivo che può essere salvezza quanto minaccia, negazione e affermazione, e certo esige il riconoscimento del nostro essere sempre in cammino alla ricerca di un senso, di una figura ove anche il disordine si trasformi in presagio di ordine».
Seguendo le orme gloriose di Paul Valéry, Thomas Mann, Abraham Yehoshua e di tanti altri suoi insigni interlocutori abituali, Ezio Raimondi ha bene illustrato come il messaggio di scrittori d’ogni tempo sappia sostenere, confortare e guidare il nostro difficile presente con strumenti di incomparabile efficacia. Condannando ogni forma di eccesso, di consumismo e di barbarie, lottando strenuamente per gli alti, intramontabili ideali dello studio vero, Raimondi ha dimostrato con la vita e con l’opera – e ancor dimostra eloquentemente – quanto bene possano fare a noi stessi e all’umanità valori quali la tolleranza, la giustizia, la saggezza, la sapienza.

Note

  1. Mi riferisco a E. Raimondi, Un teatro delle idee. Ragione e immaginazione dal Rinascimento al Romanticismo, a cura di D. Monda, Milano, BUR (“Alta fedeltà”), 2011.