Bibliomanie

Da Bologna e Bologna (2003)
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

Tanti e tanti anni fa, quando ero un ragazzino, si correva in Italia una gara automobilistica su strada aperta, la Mille Miglia, che partiva da Brescia e arrivava, lungo la via adriatica, a Roma; per ritornare sùbito a Brescia passando per Firenze, per il passo della Futa, per Bologna.
A Borgo Panigale, seduto tutto solo su un muretto, davanti al cancello di una villa molto vicina alla strada, aspettavo con emozione.
Alle mie spalle si protendeva il ramo di un albero di fichi.
Al passaggio delle macchine più veloci e potenti – che a me, quella prima volta, sembrò quasi di poter sfiorare con le mani – per le zaffate dell’aria, alcune foglie e alcuni fichi ancora in fiore mi scivolarono, in un certo momento, sulla schiena.
Un ricordo. Un ricordo da niente, naturalmente.
Ma anche allora ho pensato, con la infantile meraviglia che mi accompagnava in tante occasioni, che le macchine velocissime lì passavano perché Bologna era il centro del mondo.
Era il centro del mondo.
Un passaggio obbligato, dovuto alla signora del regno.
A quel tempo, da noi, c’era ancora un re.

Mi sentivo, non so come, partecipe di un tale insigne destino. Così che la città, ritornandoci verso sera, mi sembrò ancora una volta bellissima.
Bologna è ancora bella, bellissima? E’ ancora il centro del mondo?
[…]

E allora, direi che Bologna non ha più potuto, forse non ha più saputo, conservare
i ritmi tipici di un tempo.
Nel dopoguerra dell’altro secolo, si poteva ancora riconoscere che Bologna era la città. Era Bologna e nessun’altra. Era lei. Venivano non tanto poeti e librai a visitarla, ma giuristi, politici e amministratori civici, per scrutarla.
Era nota e cercata per questo. Era studiata nei suoi nervi amministrativi, progettuali.

Adesso, da tempo, è una città fra le altre.
Una città con i portici.
Adeguata al gran ballo del mondo.
Drammaticamente contesa fra il suo passato di pietre e il suo presente sfarzoso, ma in realtà oppresso da affanni urgenti, si sta squamando dentro il vorticare stravolgente delle cose in un tempo impietoso anche per le pietre vecchie, che vengono lustrate perché rilucano come ravioli.
Oggi è una città che sfugge dalle mani in cento modi. E il bravo cittadino, se ha voglia e cuore, non può fare altro che inseguirla, con qualche affanno, per impegno di capirla. Per cercare di capirla.
D’altra parte, lo sappiamo bene (e lo vediamo, anche) che le cose del nostro mondo, e le gerarchie che lo manipolano, sono strette nel pugno di una mano e non durano a lungo, perché sempre rinnovate e perché si stravolgono in fretta, dietro la spinta di fittissime provocazioni.
In questo modo, Bologna si è adeguata; anche per collegarsi alle norme generali che sovrintendono alle altre cento città italiane, di piccolo o grande calibro (fuori serie, le quattro o cinque che hanno prevalente l’industria delle pietre o dei quadri o del lieto mangiare); ma tutte con gli stessi enormi problemi di casa, traffico, vecchi, giovani, salute, prezzi, scuole, droga, immigrazione, lavoro, autentica miseria.

Così si potrebbe, e si può affermare, che Bologna – come, per esempio, è stato scritto recentemente anche di Torino – è una città da tempo indisciplinata, ma ancora vitale.
Magari vitale, ma nell’indisciplina adesso c’è ben dentro, in un modo che genera confusione.
Ecco: Bologna è una città confusa.

Confusa, dico, proprio come una grande stazione ferroviaria dove tutti arrivano e tutti partono; per dove non si sa, da dove non si sa.
Treni arrivano, altri soffiando se ne vanno. Fischi. Altoparlanti che annunciano, che promettono.
Gente che si presenta affannata, o lenta deambulante. Con valigie, senza valigie. Col cane. Da sola. Con il marito. Con la moglie, con i figli.
E vociare, e baci, e urla, e gente assopita; altra che legge il giornale, un libro.
Altra gente che lacrima, per un qualche dolore o per commozione o per un saluto.

Questo vociare è di Bologna. Questo andare e venire, questo incrociarsi e scontrarsi, è di Bologna (è anche di Bologna), oggi.
Questa indifferenza perché ognuno è affannato;
queste tante luci che sovrabbondano;
ma questo non potersi assestare (a parte i vecchi con le bocce); non calmare un momento; aspettare con pazienza; vivere la vita con l’equilibrio del tempo. Questo è di Bologna, oggi.

Poi, dietro a tante luci, vicoli scuri, e le facciate di casette ridipinte sembrano maschere immobili.
Senza più una voce.
Allora, dico questa impressione, la città mi sembra come immersa in un lago ghiacciato, con fuori all’aria appena le torri; e che intorno le girino, quasi danzando, coppie di pattinatori; mentre un altoparlante, a voce alta, diffonde canzoni americane.

Città confusa, fra il riverbero delle tante luci eminenti e l’ombra; fra il frastuono accanito e un silenzio un po’ torvo, nelle ore serali, che si agita come una corda abbandonata dentro a una solitudine esasperata.
Città per ricchi, non una città ricca.
Non c’è, sul momento, gioia vera – così la sento.
Piuttosto, c’è esasperazione ed esibizione di una opulenza batteriologica.
E infatti i poveri, i poveri davvero, allontanati dal centro, allontanati dai vicoli, dove si sono collocati? Dove sono alloggiati?
Lontano; fuori dagli occhi, e dal cuore.

Città confusa, perché certamente, né amministratori né il pubblico deambulante, hanno qualche cognizione del futuro. L’hanno magari del dolore, ma non del futuro.
Arrancano, facendo tutti – chi più chi meno – la voce grossa, per coprire il parziale vuoto di certezza. Di una qualche sicurezza, che non sia quella, unica, del denaro.
Perciò chi è in alto, si aggrappa – lo abbiamo visto tante volte, nel corso degli anni – alle grandi immaginazioni, alle grandi previsioni, alle grandi decisioni, che scavano sottoterra, che innalzano grattacieli, che allargano strade, che gettano ponti. Mentre le foglie dei fichi non cadono più sulle spalle dei bambini in attesa.

Città confusa, perché non ha più pazienza di prevedere e attendere; di fare e aspettare.
Perché non sa più reggere sulle spalle, come una volta, il peso del mondo; cioè, il peso della vita, il peso della nostra vita. E ha disperso, nel profondo, la propria identità millenaria. Che è cultura voluta e difesa.

Eppure…
Eppure – cerco di stare nel mezzo – confusa ma utile; come ogni grande stazione che sia veramente viatico di traffico;
che ha e sopporta, e non patisce fino in fondo, questa confusione, e non spegne le luci e non blocca i binari;
ma che si riserva ancora arrivi e partenze
e non si stanca mai di dimenarsi (in qualche modo);
cioè di essere anche, e profondamente, inquieta.
Eppure…
Eppure, tutto ciò che si è detto finora può anche cercare di cogliere – dentro alla confusione di voci e anche di idee – la vitalità oscura che prefigura,
fra intuizioni, incertezze, sorprese e volgarità,
non tanto il vincolo con il presente,
un presente cupo e avido,
non con il carro del presente,
ma il brivido, un brivido freddo, col nuovo mondo che, sia pure a fatica, sta cercando di comporsi in mezzo a ciarle e a violenze infinite.
Così che gli anni di Goethe o di Carducci sono tutti alle spalle, e non tornano più (come in una canzone);
disperse le orme fra le onde del mare e del tempo. Si può allora dire (almeno mi sento di dire), come in una favola della memoria e dell’affetto, c’era una volta Felsina, Boiona, Bononia, Bologna.
E adesso c’è un’altra Bologna, che tocchiamo e viviamo:
Bologna for ever, Bologna city.

Davanti agli occhi abbiamo una mezza metropoli
con grandissimo ventre (la periferia)
e con la testa tutta agghindata (il centro).
Senza più le antiche mura, che la rendevano – come dire? – quasi imprendibile e irripetibile.
Adesso può facilmente decidere di dilatarsi, ansimando, da ogni parte. Azzannando magari la coda di Modena e di Ferrara. I cittadini sottostanno, volenti o dolenti, a questo stiramento di ossa della città che stride.
Stride perché è attiva?
È attiva! Ma come?
Presuntuosa, incostante, adesso anche rissosa; tuttavia, si protende dentro una realtà che troppo spesso brucia in fretta idee e presunzioni.
Tanto che si deve cercare, di volta in volta, di riempire frettolosamente quel vuoto,
magari con scarsa convinzione, ma con l’affanno della improvvisazione.
[…]

Dove vuole arrivare Bologna (a parte la brama evidente, e comune a tanti, di far quattrini, e l’altra, di gonfiarsi pomposa come una rana nel fosso)?
Ma occorre anche tornare a ripetere
che un’eguale confusione confonde e ferisce l’intera parte del mondo di cui la città di Bologna ha dovuto (o voluto) sposare il destino.
Così deve inevitabilmente scalpitare e scalciare; fare scelte ampie, anche troppo ampie, per non lasciarsi travolgere nella corsa feroce che per tutti è diventata
in questo momento
la nostra vita, la nostra esistenza.
[…]

Così, c’è adesso una Bologna di pietre antiche, che cerca in qualche modo di coordinare e in qualche modo affrontare il tornado di problemi che ogni giorno le cadono addosso.
E con tali fatiche si inoltra verso il futuro.
Un futuro che possiamo solo sfiorare, come un vetro appannato.
Perché, quale che sia,
questo tempo a venire appartiene interamente,
nel desiderio e nelle azioni concrete,
ai giovani che si guardano intorno.
Sono loro che devono e dovranno scegliere e decidere quale faccia (o quale maschera) la città dovrà adottare per non essere sopraffatta dagli eventi, dalle generali ambizioni, dal girovagare talvolta incerto, talvolta precipitoso dei responsabili dei vari poteri.
Insomma, per non essere sopraffatti dalla confusione delle idee, che incombe sul palcoscenico di questo mondo così terrificante, così tragico e, a volte, così stupefacente.
In questo senso, e dentro a questi confini, credo sia ragionevole, giusto ed anche utile amare una città.
Amare Bologna.
Perché, come sappiamo, l’amore è un sentimento non solamente tenero ed estenuante,
ma anche un sentimento duro.
È un sentimento che non perdona.
Allora a Bologna non si deve perdonare nulla
e sentirsi traditi
se tentenna, se si svia, se tarda troppo a comprendere, oppure se declina.
O, peggio, se tende a farsi ballerina in calzamaglia
per sgambettare su un palcoscenico di luci.
Di troppe luci.
Ma è anche vero
– e qui concludo –
che ogni città spesso sembra quasi perduta, dentro a una sorta di specchio che raccoglie errori, vanità, e fiori
e poi accade che lo specchio può essere infranto dai sassi (parole, sollecitazioni, indicazioni, proposte) lanciati da coloro (e sono tanti)
che hanno pensieri pazienti e decisi
che hanno problemi quotidiani che bruciano –
e la richiamano ai suoi primi doveri di tutela ed attenzione.
Madre che non dorme. Madre città. Antica tellus.
Con gli occhi sempre aperti, come un dovere sentito, sì sui benefici che la vita propone a tanti; ma anche inesausta nell’attenzione alla stravolta miseria, che diventa straziante solitudine, di chi è trafitto dalle frecce della povertà, dalla miseria dell’emarginazione.
Madre città, dunque, da cui mai e poi mai dovremmo sentirci abbandonati.