La campagna elettorale del Pci per le elezioni politiche del 1979
Barbara Guerrieri, La campagna elettorale del Pci per le elezioni politiche del 1979, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 13, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14020
Anni difficili
Gli anni della solidarietà nazionale avevano costituito il periodo «di massima discontinuità nell’elaborazione politica del gruppo dirigente1» comunista nella storia repubblicana fino a quel momento. Quando le elezioni politiche del 1979 furono indette, il progetto di una coalizione di governo tra comunisti, socialisti e democristiani – così come formulato da Enrico Berlinguer2 nel 1973 – appariva inattuabile. Nonostante, quindi, i comunisti continuassero ad aspirare al governo del Paese, al momento della convocazione delle elezioni del 1979 poco chiaro appariva in quale forma tali aspirazioni dovessero attuarsi. D’altra parte, la conferma del fatto che si trattasse di una fase di passaggio nella storia del Pci si ebbe già nel 1980, quando Berlinguer dichiarò la fine del “compromesso storico” e l’inizio della stagione di “alternativa democratica”. Anche per questo motivo, le elezioni politiche del 1979 costituiscono un interessante oggetto di studio non solo nella storia particolare del Pci, ma più in generale nella storia della Repubblica. La sconfitta elettorale del 1979, oltre a testimoniare la grave difficoltà politica e ideologica in cui il Pci versava alla fine degli anni Settanta, escluse infatti nuovamente i comunisti dal discorso tra le forze di governo e condusse a una complessiva ridefinizione del panorama governativo nel decennio successivo. Ricostruire la campagna elettorale del 1979 permette perciò di interpretare il sentire di quegli anni di passaggio3.
Nel 1979, la prospettiva di un sistematico abbreviarsi della durata delle legislature appariva un dato acquisito. In occasione delle elezioni amministrative dell’8 e 9 giugno 1980, il sociologo Arturo Parisi scriveva:
«La sera del prossimo 9 giugno, a conclusione di un’intensa tornata elettorale i diciottenni del 1975 potrebbero con qualche diritto sentirsi già stanchi e comunque sicuramente adulti. A soli ventitré anni di età la maggior parte di essi avrà infatti consegnato al segreto dell’urna il proprio voto per ben 12 volte. Per conseguire una identica esperienza i loro padri avevano, nella media, dovuto aspettare i 37 anni, e i loro nonni i 55.4»
Questo commento riflette senza dubbio la grande mobilitazione e le rapide trasformazioni del panorama politico e sociale degli anni immediatamente precedenti, ma è anche indicativo della stanchezza che dal fervore di quegli anni era derivata. Infatti, «l’intensificarsi del ritmo elettorale» era il segno di un avvenuto «allargamento del ventaglio di organi di rappresentanza» e dell’introduzione nella consuetudine politica di «nuovi strumenti di partecipazione quale il referendum», d’altra parte però esso rifletteva l’emergere di un senso di sfiducia nelle istituzioni, in particolar modo nella politica dei partiti5. L’ennesimo ricorso a elezioni politiche anticipate nel 1979 era quindi la conseguenza e la dimostrazione di un sistema politico-istituzionale instabile.
Il nodo sul quale si consumò la crisi di governo fu l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo (Sme), le cui potenziali conseguenze suscitavano perplessità, oltre che nel Pci, anche tra i socialisti e, più in generale, in settori autorevoli della classe dirigente. Ne conseguì la decisione dei due partiti di sinistra di astenersi (Psi) o di votare contro (Pci). Fu così che il 31 gennaio 1979 Andreotti si dimise, il governo cadde e i comunisti dichiararono che sarebbero passati all’opposizione. Seguì una fitta schermaglia di reciproche accuse tra comunisti e democristiani circa le responsabilità della crisi di governabilità del Paese. Sul quotidiano democristiano “Il Popolo” si chiariva che «non la Dc ha scelto la linea della rottura della solidarietà, ma il Pci quando ha capito […] che era necessario ritornare “partito di lotta” se voleva trovare credibilità nella propria base6». Nella prospettiva comunista invece la responsabilità di nuove elezioni anticipate era da imputare interamente alla Dc, che «di fronte alla necessità di scegliere tra il rispetto delle esigenze del Paese e il mantenimento delle proprie posizioni di potere, non ha avuto esitazioni: ha scelto queste ultime7». Il ritorno all’opposizione, infatti, era stato concepito dalla dirigenza del Pci come una presa d’atto che il tentativo di cooperare con la Dc si era rivelato inefficace, che i comunisti «non erano vicini al governo più di quanto lo fossero due anni prima» e che quindi la propria base elettorale e militante «era sempre più irrequieta8». La permanenza del Pci nell’area di maggioranza era stata recepita – soprattutto da buona parte di quella nutrita schiera di elettori che, travalicando il voto d’appartenenza, aveva espresso nel 1976 un voto d’opinione per il Pci – come un accordo realizzato nel segno di uno scambio di «moderazione rivendicativa in cambio di legittimazione politica», senza però riuscire a ottenere adeguate misure di riforma9. I comunisti denunciavano un rinnovato «rigurgito anticomunista10» nella dirigenza democristiana (in parte provocato e sicuramente sostanziato dall’omicidio di Aldo Moro) e registravano il serpeggiare di una qualche insoddisfazione anche nell’opinione pubblica in cui – recitava “l’Unità” – c’era «un gran da fare nella cucina del qualunquismo» per preparare «tagliatelle alla “tanto sono tutti uguali”» e «cannelloni alla “classe politica” ripieni di “regime Dc-Pci”11».
La disaffezione nei confronti del Pci si era registrata già nelle elezioni amministrative del 1978, in cui i comunisti persero tutti i voti acquisiti nelle precedenti avanzate. Questa tendenza trovò conferma nelle elezioni politiche del 3 giugno 1979, quando il Pci passò dal 34,4% (1976) al 30,4%, registrando una tendenza di voto negativa omogenea «in ogni regione d’Italia12». Il fenomeno apparve sin da subito particolarmente degno di nota perché era la prima volta nelle elezioni della Repubblica italiana che il Pci registrava un risultato inferiore rispetto alle consultazioni precedenti. E per quanto l’imponente flessione comunista si fosse accompagnata a una mancata crescita democristiana, è pur vero che il declino comunista ci fu e fu consistente. E anzi fu tanto più rilevante in quanto esprimeva non un rinnovato afflato conservatore o un declino delle istanze riformatrici nella società italiana, ma un’insoddisfazione rivolta nello specifico al Partito comunista e alla politica che negli anni precedenti aveva condotto. Gli anni della solidarietà nazionale furono infatti anni difficili, tanto più per il Pci, che si trovava nella scomoda posizione «di sostenere provvedimenti necessari per superare la gravissima crisi economico-finanziaria del Paese e di rimanere estraneo13» alla loro gestione politico-amministrativa. Così che, nonostante a quegli anni risalgano numerose leggi di riforma14, maturò verso il Pci un sempre più diffuso senso di delusione e disillusione.
Tra i motivi della sconfitta elettorale subìta dal Pci risaltò fin da subito il dato del voto giovanile. D’altra parte, già il cosiddetto ‘movimento del ’77’ aveva individuato proprio nel Pci il principale bersaglio polemico. La disaffezione giovanile nei confronti del Pci – e di quella classe operaia che il Pci ancora intendeva rappresentare, e che era invece considerata dai giovani del ’77 non più una «classe sfruttata», ma una «classe assistita15», di garantiti e privilegiati – si tradusse in quegli anni in una frattura più profonda. Le incomprensioni, comunque, furono reciproche. La dirigenza del Pci criticò aspramente il movimento in quanto «fonte di disgregazione», e i giovani che lo animavano in quanto «teppisti», «fascisti16», «anticomunisti», «squadristi», «provocatori17». Ciò che il movimento però dimostrò fu l’emergere di una crescente sfiducia nelle istituzioni partitiche e nel sistema parlamentare, che quella stagione di violenza politica contribuì ad alimentare. In quegli anni, infatti, la lotta armata assunse un’intensità tutta nuova, di cui l’assassinio di Aldo Moro nel 1978 fu l’espressione più macroscopica. Erano gli anni di Autonomia operaia, di Prima linea, della sempre maggiore radicalizzazione dell’attività delle Brigate rosse, e del terrorismo neofascista dei Nar. Ne conseguì il moltiplicarsi di critiche che investirono il Pci, al quale veniva imputata – tanto da destra quanto da sinistra – una comune origine ideologica con i terroristi rossi. Il Pci dovette perciò accelerare la marcia verso le istituzioni e il riconoscersi in quello Stato tante volte rifiutato perché «borghese e capitalista». Ciò pose però il Partito dinanzi a una necessaria ridefinizione dei propri contorni identitari. Nelle difficoltà che tale processo incontrò si radicarono i motivi del fallimento della politica del compromesso storico. La dirigenza comunista, infatti, non seppe decidere con certezza «se il loro era ancora un partito comunista – nel qual caso […] nessuno scambio di tipo socialdemocratico tra “austerità” e riforme sociali era possibile – o se […] era diventato, nella realtà se non nel nome, un partito socialdemocratico18».
Lo spaesamento che in quel frangente riguardò tanto i partiti quanto gli elettori si coglie chiaramente nell’analisi della campagna elettorale per le elezioni politiche del 197919. Un dato che all’epoca apparve particolarmente significativo riguardò l’aumento delle astensioni, così come delle schede bianche e nulle20 (tra cui rientravano anche le «numerose schede annullate con frasi ed epiteti vari contro i partiti od inneggianti al terrorismo21»). All’indomani delle elezioni si disse che i flussi di voto confluiti nei comportamenti astensionistici rappresentavano «uno dei fattori principali della dinamica elettorale22». Da più parti si levarono gli avvertimenti preoccupati di quanti interpretavano il crescere di quello che appariva un vero e proprio «partito degli astenuti23» come «risposta in negativo» di quanti avevano scelto il non-voto per esprimere la propria insoddisfazione24: non una non-scelta, ma una «scelta-contro25». In uno studio realizzato nel 1982 dalla Sezione elettorale del Pci sul tema dell’astensionismo in Italia dal 1946 al 1979, veniva registrato che – mentre la percentuale di affluenza alle urne per le politiche era sempre stata molto elevata, oscillando «da un minimo di 89,08% nel 1946 ad un massimo di 93,84% nel 1953» – nel 1979 aveva votato «solo l’84,60% degli aventi diritto26». Nonostante per altro i commenti dell’epoca avessero individuato nell’astensione uno dei principali indirizzi verso i quali si era orientato il «dissenso comunista27», la Sezione elettorale del Pci tendeva a ricondurla almeno in parte alle «quasi contemporanee elezioni per il Parlamento europeo» e a non vedervi un «rifiuto tout-court del sistema dei partiti28». D’altronde, il fatto stesso che il Pci proprio in quegli anni avesse fatto dell’astensionismo uno specifico oggetto d’indagine dimostra che il fenomeno suscitava una qualche preoccupazione nelle gerarchie del Partito. Ci fu anche chi imputò il basso grado di partecipazione a un’insufficiente «mobilitazione da parte dei partiti», incapaci di proposte politiche che aggregassero «il comportamento degli elettori29». Queste considerazioni risultano particolarmente efficaci per quanto riguarda il Pci, la cui situazione era ben riassunta dagli slogan coniati alla vigilia delle elezioni: «non più all’opposizione ma non ancora al governo», «non più nella maggioranza ma non ancora all’opposizione30». Tanto i dirigenti politici che quanti di quel panorama politico si facevano osservatori parlarono di “riflusso”, di “ritorno all’individuo” e di “resurrezione del privato”. Così Luigi Longo, in un intervento pubblicato su “l’Unità”, nell’invitare a votare il Pci esortava a far prevalere «la fiducia nella lotta sul pessimismo, l’impegno sul preteso “riflusso”, la volontà di cambiare sulla rassegnazione31». Nonostante la storiografia abbia nel tempo problematizzato il concetto di “riflusso”, è comunque vero che la sfiducia fu assai presente in quegli anni, tanto nelle strutture istituzionali, quanto nella effettiva realizzabilità di una loro «rivoluzione». Nel 1979 si registrò un tasso di polarizzazione molto basso, che risaltava ancor di più perché nelle precedenti politiche (1976) la polarizzazione era stata invece altissima, a ulteriore conferma di un panorama sempre meno legato all’espressione di quel voto di appartenenza che tanta parte aveva avuto nel configurare le vicende elettorali dei primi decenni della Repubblica.
Forme e stili della comunicazione politica
Il tradursi della sempre più rilevante dimensione televisiva della competizione elettorale in una maggiore disponibilità della classe politica a sperimentare nuovi generi e nuovi linguaggi denotava l’affermarsi, dalla fine degli anni Settanta, di un nuovo paradigma nella storia della comunicazione politica32. Alla sempre più profonda crisi dei partiti di massa si accompagnava infatti la ricerca di nuovi spazi e di nuovi modi di parlare di politica. Anche da questo punto di vista, il Pci costituisce un punto d’osservazione interessante. Infatti, pur essendo generalmente considerato un partito per lo più chiuso alle novità, nei confronti delle nuove formule della “politica spettacolo” il Pci adottò un approccio che, lungi da configurarsi come un astorico rifiuto, fu piuttosto orientato alla ricerca di forme di conciliazione possibili. Gli elementi che apparvero fin da subito più significativi nell’analisi delle elezioni politiche del 1979 (crescente astensionismo, scarsa mobilitazione, bassa polarizzazione) stupirono – e stupiscono – tanto più perché sembravano essere in stridente contrasto con un panorama comunicativo sempre più ricco. E in effetti, nonostante l’impiego di proiezioni statistiche, mezzi di comunicazione di massa, trasmissioni non-stop fosse ormai un fatto compiuto, l’interesse per il risultato elettorale si andava però riducendo a poche ore. Nel 1979, gli inviati a seguire in diretta il procedere dello scrutinio descrivevano una situazione di pacato svolgimento delle operazioni – priva dei clamori del 1976 – e al tempo stesso di partecipazione individuale o familiare, quindi non più nello spazio pubblico delle piazze e dei centri cittadini. Laddove forme di partecipazione si verificavano, ciò veniva segnalato come fenomeno da attenzionare:
«Milano. […] Nelle fabbriche il lavoro è proseguito con i consueti ritmi, e praticamente non si è sentito parlare di particolare clima di attesa […]. In mezzo alla galleria [cfr. Vittorio Emanuele] il Centro elaborazione dati del comune di Milano ha sistemato una serie di monitor, sui quali vengono trasmessi i risultati elettorali man mano che essi vengono resi noti. Una volta qui, nel centro di Milano, c’erano vari impianti sul genere di questo […]. Ma ora […] con la possibilità che hanno quasi tutti di vedersi i risultati comodamente seduti in poltrona a casa, questo sistema di comunicazione in pubblico è andato perdendo di interesse […]. Palermo […]. Le strade non sono molto affollate, con l’asfalto ancora tappezzato dei malinconici resti di una campagna elettorale che qui nell’isola è apparsa particolarmente fiacca, priva dei consueti spunti polemici. […] Complessivamente […] i cittadini che hanno assolto il loro dovere di elettori sono stati proporzionalmente meno che nel 1976. […] Si è votato regolarmente anche nel Belice, dove era stata minacciata un’astensione generale come protesta per i ritardi e le lungaggini burocratiche che ostacolano l’opera di ricostruzione. Il dovere civico ancora una volta ha prevalso sul risentimento. […]. Torino, piazza San Carlo […]. Le proiezioni demoscopiche e i primi risultati che un giornale cittadino mette a disposizione della gente su questo tabellone luminoso incominciano ad essere commentati dai passanti. Sono commenti a caldo, si segue con un certo interesse soprattutto la capacità del computer di dare dati sulla scorta di […] piccolissime indicazioni. […] I commenti in pratica non ci sono anche perché la stragrande maggioranza dei torinesi […] sta seguendo l’andamento degli scrutini a casa, di fronte al televisore. […]. Fiesole. L’amministrazione comunale ha predisposto un servizio con cartelloni per i risultati elettorali nel comune. La percentuale dei votanti è stata alta, ma non ha raggiunto le vette delle precedenti consultazioni. […] I più sono in casa, seguono l’altalena dei risultati dai televisori, dalla radio.33»
D’altra parte, alla fine degli anni Settanta non solo la televisione era inequivocabilmente assurta a «protagonista della scena pubblica», ma era anche divenuta – grazie allo sviluppo delle emittenti private – un «motore dell’economia italiana34». Il conseguente permeare delle logiche commerciali nelle dinamiche televisive non solo accentuò il delinearsi di una programmazione che, orientata alla massimizzazione degli ascolti, faceva sempre più prevalere la componente spettacolare su quella pedagogica, ma impose alla classe politica di riflettere sul proprio utilizzo del mezzo televisivo. Le conseguenze si fecero in quegli anni evidenti. Nel 1979 furono prodotti i primi spot politici, seppure a quest’altezza ancora non patrocinati dai partiti a livello nazionale, ma prodotti dai singoli candidati per sfruttare le potenzialità delle televisioni locali. Si trattava di una forma di propaganda elettorale del tutto nuova, mutuata dalla comunicazione commerciale. Più in generale, comunque, le logiche e le modalità proprie dei nuovi media implicarono un mescolamento dei linguaggi e un ridimensionamento del ruolo dei partiti quali «strutture produttrici di senso35». I nuovi programmi elettorali erano sempre più trasmissioni-contenitore, al cui interno coesistevano interviste e dibattiti tra uomini politici e giornalisti, condotti nel consueto registro formale e istituzionale, e al tempo stesso anche sketches comici, inserti di varietà e spazi musicali, in cui comparivano cantanti, musicisti, attori. Esemplificativo di questi aspetti è lo speciale elettorale de L’altra domenica, condotto da Renzo Arbore e Mario Pastore che, con una lunga diretta di oltre dodici ore, seguì l’intera giornata elettorale attraverso un’inedita collaborazione tra il Tg2 e Rete 2. Così, mentre Mario Pastore, in qualità di giornalista, si occupava di condurre i dibattiti e di aggiornare i dati dello scrutinio, Renzo Arbore – come spiega lui stesso per esplicitare le intenzioni sottese al «confezionare un programma siffatto» – intendeva invece fare «un po’ di happening, un po’ di improvvisato, qua per qua36». La spettacolarizzazione era divenuta a tal punto parte del paradigma della propaganda che, laddove la drammatizzazione era attenuata, la comunicazione veniva percepita come inefficace perché manchevole di quella «vivacità delle discussioni» necessaria a «impedire la fuga degli spettatori37». Nonostante, infatti, le cosiddette tribune autogestite fossero un formato innovativo rispetto alle tradizionali tribune elettorali, è però vero che le tribune politiche apparivano sempre più antiquate, come constatava il giornalista Jader Jacobelli:
«quelle di vent’anni fa erano vivaci, […] fortemente polemiche, […] cariche di tensione. […] Oggi invece sono […] un po’ troppo civili. […] Forse prima erano troppo scomposte. Oggi sono troppo composte. […] Eravamo dei moderatori, oggi invece dovremmo essere dei provocatori.38»
La rilevanza della propaganda televisiva alla fine degli anni Settanta era recepita da tutti i partiti, che dimostravano di cogliere non solo le enormi potenzialità ma anche i possibili rischi del nuovo mezzo di comunicazione. Interessante in questo senso un’intervista rilasciata da Guglielmo Zucconi, direttore del settimanale democristiano “La Discussione”, per il programma Alle prese con… La propaganda politica:
Giornalista: «Tra poco comincerà una nuova campagna elettorale: […] i tradizionali mezzi […] di propaganda […] in che misura sono utili ancora […]?»
Zucconi: «Be prima dovrei fare una premessa, e giustificare il fatto che io porto la cravatta. Siccome oramai tutti gli intellettuali – lei compreso – sono senza cravatta, non vorrei che il pubblico pensasse che non ho titoli per parlare. Vorrei rassicurare che ho fatto la quinta elementare, ho i miei studi regolari […]. Credo […] che sempre più gli uomini politici devono […] convincere la gente non tanto con quello che dicono quanto con quello che sono. Cioè, se una faccia è rassicurante, è una specie di cambiale in bianco […]. Perché tanto abbiamo visto che […] non ci sono più i grandi ideali di un tempo; le bandiere dietro le quali si radunavano le persone sono oramai lacere […]. Il successo di Carter in America è stato anche un grande successo di un […] un certo volto […] yenkee, che piaceva agli americani; […] la più grossa battuta contro Nixon, durante la campagna che poi perse la prima volta, era un manifesto con la sua faccia, in cui si diceva, “comprereste un’auto usata da un uomo con una faccia così?”»39.
L’intervista si collocava all’interno di una trasmissione che intendeva documentare per il grande pubblico le modalità di ideazione e svolgimento delle campagne elettorali del 1979, con interviste a esperti della comunicazione e a responsabili delle strategie comunicative dei principali partiti. In effetti, proprio in quegli anni anche in Italia le campagne elettorali divennero àmbito di studio per politologi, massmediologi e sociologi della comunicazione, e la propaganda politica divenne oggetto di discussione nelle trasmissioni televisive. La televisione diventava così non solo un mezzo più efficace per fare propaganda, ma anche un luogo nel quale e dal quale riflettere su quale fosse il modo più efficace per comunicare televisivamente. E, contestualmente, si tramutava in oggetto di aspre polemiche. Infatti, nonostante nel 1975 la cosiddetta riforma della Rai (l. 193/1975), pur ribadendo il monopolio statale della Radiotelevisione italiana, avesse decretato il diritto di tutti i partiti alla rappresentanza nello spazio televisivo, il conseguente processo di lottizzazione della televisione pubblica implicò il susseguirsi tra i partiti di reciproche accuse. Così, su “Il Popolo” si denunciavano le «omissioni» del Tg2:
«Campagna elettorale, animi accesi, una tendenza all’uso spregiudicato dei mezzi d’informazione […] che torna a prevalere sull’imparzialità e la correttezza. Il Tg2 […] domenica scorsa si è dimenticato, per esempio, di inserire nel “pastone politico” della sua edizione serale, una delle voci politiche della giornata: e guarda caso era una voce democristiana.40»
La polemica non risparmiava neanche i mezzi radiofonici:
«Non siamo attenti seguaci della trasmissione Radio Anch’io, però ogni tanto ci capita, tra la barba e il caffè, di sentire qualche battuta. Con sempre maggior frequenza ci siamo accorti, in queste ultime settimane che si tratta di una autentica tribuna elettorale camuffata da varietà essendo tali e tante le insistenze sui guasti del regime […] che sembra un bollettino anti Dc.41»
D’altra parte, il Partito radicale – che registrò il risultato migliore di quelle elezioni, triplicando i propri voti rispetto al 1976 – aveva fatto della lotta a una stampa e a una televisione «asservite a una logica di gestione lottizzata e di regime42» uno dei principali nodi tematici del proprio agire politico. Pannella profuse sempre un particolare impegno nel «denunciare la discriminazione subita dai partiti di opposizione, a favore dei partiti di governo, nei telegiornali e negli altri servizi politici43». In nome del diritto all’informazione furono organizzati dai radicali i primi scioperi della fame. La protesta contro la «quotidiana, calcolata, dolosa azione di falsificazione e disinformazione44» perpetrata dalla Rai trovò la più celebre espressione nel 1978, in occasione della puntata di «Tribuna elettorale» in cui Marco Pannella e altri esponenti radicali si presentarono imbavagliati davanti alle telecamere, rimanendo in silenzio per quasi tutto il tempo a loro concesso. La trasmissione provocò all’epoca grande scalpore: si trattò d’altronde di un evento di particolare interesse, dal momento che dimostrava quanto alcuni tratti di politica-spettacolo avessero più o meno forzatamente toccato a quest’altezza anche le tradizionali tribune politiche, tanto che la performance di Pannella fu da molti interpretata come momento simbolicamente conclusivo per la storia delle tribune elettorali45. La pervasività della polemica radicale sul tema si coglie chiaramente nelle parole di Fortebraccio, editorialista de “l’Unità”, in quello stesso 1978:
«Eravamo arrivati al punto che se ci avessero chiesto: “Che cosa desideri di più al mondo?”, avremmo risposto senza esitazione: “Vedere e sentire un radicale”. Così ci avevano ridotto gli stessi radicali a forza di lamentarsi perché, a sentir loro, tutti li boicottavano, li nascondevano, gli vietavano di parlare, gli impedivano di esprimersi con la stampa, con la parola, con i gesti, persino con gli occhioni (che hanno in genere tanto belli). E noi, creduli, volevamo a ogni costo un radicale. Ma ecco che tutto è cambiato come per incanto. Ora, di radicali, ne abbiamo fin sopra gli occhi: ce li ritroviamo dappertutto, sui giornali, nei comizi, alle “Tribune” televisive, nelle sale, nei salotti, in autobus, nei viottoli. Due minuti fa la donna che viene a rifarci la stanza ci ha detto: “Deve esserci un radicale sotto il letto”. “Se dorme – le abbiamo risposto – lo lasci riposare”. Deve essere arrivato stanotte, dopo una veglia, manco a dirlo, radicale.46»
I radicali dimostrarono in effetti di avere profonda coscienza delle straordinarie potenzialità propagandistiche dei media e ancor di più della profonda insufficienza dei tradizionali mezzi di comunicazione politica: sin dagli esordi del movimento, la consapevolezza della ridotta capacità di azione parlamentare dei radicali si tradusse nella ricerca di forme alternative di lotta politica, dai già evocati scioperi della fame, all’utilizzo programmatico del referendum. Così, in un articolo del 1979 che intendeva ammonire contro i rischi di degenerazione del sistema democratico insiti in un’iperbolica spettacolarizzazione della politica, si riconosceva che Pannella era «l’unico politico di tipo americano esistente sul mercato italiano»: Pannella, infatti, dotò sempre di un «tasso di spettacolarità […] eccezionale» le proprie battaglie politiche, «mentre la democrazia è per sua natura noiosa, appesantita di regole e procedure che certo non affascinano la gente comune47».
Anche tra le fila del Partito socialista, che sotto la guida di Bettino Craxi stava subendo un processo di profonda ridefinizione politica e identitaria, l’universo dei media era accuratamente attenzionato. Designato segretario a seguito del deludente risultato ottenuto dal Psi nelle politiche del 1976, Craxi era esponente di una frangia di quadri ancora giovani che rifiutava la tradizionale impostazione secondo la quale il panorama politico era ricondotto al binomio destra-sinistra, preferendo piuttosto utilizzare come categoria interpretativa la contrapposizione tra innovazione e conservazione48. Ne conseguì la rottura – a questo punto resa esplicita – con il Pci. Il successo elettorale comunista nel 1976 infatti aveva imposto di riequilibrare i rapporti di forza, da realizzare non attraverso la riproposizione di già falliti accordi di governo tra Psi e Dc, ma ricercando una nuova identità socialista attraverso una rottura con tutta la tradizione ideologico-culturale comunista, alla quale Craxi preferì una «visione “libertaria e pluralista” il cui antesignano individuò in Proudhon49». Durante il XLI Congresso del Psi (1978), tale processo trovò manifestazione simbolica nell’introduzione del garofano (in un primo momento sovrapposto ai tradizionali simboli del libro aperto e della falce e martello, e successivamente simbolo unico del Psi) con l’intenzione di rifarsi a una tradizione iconografica socialista (che stava allora conoscendo una nuova fortuna nel Portogallo della ricostituzione democratica)50. Tante e tali trasformazioni nel volto del Psi investirono anche l’atteggiamento del nuovo gruppo dirigente che – lungi dal subire «l’influenza dei professori giolittiani» e dal mostrare «una particolare deferenza nei confronti […] del mondo accademico51» – si interessò sinceramente ai media, organizzando anche diversi convegni per riflettere «sulla televisione, in particolare sulla Rai, “occupata dai partiti” attraverso un metodo spartitorio52». Al di là dell’esito sostanzialmente deludente delle elezioni del ’79 per il Psi, il rinnovamento del Partito in quegli anni suscitò l’interesse di molti intellettuali, nonché di tanta parte di quell’elettorato di sinistra che non si riconosceva nel Pci di Berlinguer.
Nella campagna elettorale del 1979 si può facilmente cogliere l’impatto che la ristrutturazione delle forme comunicative ebbe sul Partito comunista che, più di tutti gli altri partiti, aveva costruito una propria sub-cultura, e che continuava ancora alla fine degli anni Settanta ad attribuire spazio e rilevanza a volantini, comizi e stampa53. La tribuna autogestita prodotta dal Pci nel 1979 presenta, in questo senso, tratti interessanti. La dirigenza decise di utilizzarla per documentare la manifestazione per le donne organizzata dal Partito il 12 maggio 197954. È di particolare interesse la scelta del Pci di trasporre televisivamente manifestazioni e comizi che seguivano stilemi consolidati, a testimonianza di una fase ancora sperimentale dell’approccio dei partiti (e del Pci in particolare) al mondo dei media. A ogni modo, il Pci non rimase impassibile dinanzi alle trasformazioni in atto. Innanzitutto, nel 1979 comparve «per la prima volta nel consuntivo elettorale del Pci […] la voce dedicata agli acquisti di spazi in televisione55»: si trattava di una novità nelle modalità di conduzione delle campagne elettorali, che videro il Partito comunista ricorrere alle radio e alle televisioni private, oltre che a «una rete di circa 15 emittenti televisive e 200 stazioni radiofoniche di area56». Il Partito realizzò inoltre «un filmato dedicato al voto femminile, […] un cartone animato e […] un generico appello al voto, destinati […] alla proiezione in 452 sale cinematografiche57». Questa strategia comunicativa, che intendeva contemperare tradizione e innovazione, fu illustrata da Luca Pavolini, responsabile della Sezione stampa e propaganda del Pci, intervistato da Aldo Forbice58:
Forbice: «quindi il comizio ha fatto il suo tempo secondo lei?»
Pavolini: «[…] bisogna […] distinguere. Perché […] nei centri minori per esempio ha ancora […] una sua efficacia il manifesto ragionato sul muro – che […] nelle città grandi non si vede […]. Quindi ecco non direi che queste forme più tradizionali siano del tutto da eliminare o da scartare. Bisogna contemperarle […] con i nuovi mezzi tecnici […]»
F.: «le radio e le televisioni locali svolgono una funzione importante?»
P.: «Senza dubbio importante e sempre crescente. Questa esperienza delle televisioni locali l’abbiamo applicata con risultati interessanti anche alle nostre feste dell’Unità, che rimangono la nostra più grossa manifestazione propagandistica annuale. […] Per esempio […] sia nel festival […] di Genova, sia in questa nuova esperienza […] di una festa sulla neve che abbiamo fatto a Folgaria nel Trentino, questo inverno, abbiamo messo in piedi delle televisioni […] appositamente per la durata del festival e per rappresentare le cose del festival […]. Queste sono state esperienze positive che dobbiamo moltiplicare. […] Il che naturalmente non toglie […] la battaglia interna al servizio pubblico perché vi sia un’effettiva possibilità di espressione da parte di tutte le forze politiche […]»
F.: «ma lei non crede che […] per un partito di massa come il vostro sia più efficace […] la propaganda che […] i militanti fanno casa per casa […] piuttosto che i manifesti, i comizi?»
P.: «Occorrono naturalmente tutti questi aspetti. […] certi strumenti […] sono delle forme di azione politica importantissime: […] la vendita e la diffusione dell’Unità capillare […] è un rapporto che si stabilisce con i cittadini. La stessa sottoscrizione […] ha un senso non solo appunto amministrativo-burocratico, ma […] del rapporto che si stabilisce col cittadino.59»
Anche nell’ambito della produzione di manifesti la fine degli anni Settanta fu una stagione di transizione60. Infatti, nei manifesti prodotti dal Pci in occasione delle elezioni politiche del 1979 coesiste una commistione di caratteristiche grafiche preesistenti e di aspetti innovativi. Il manifesto aveva sempre goduto di una qualche rilevanza nelle strategie comunicative del Pci quale strumento di propaganda indipendente dalle dinamiche di controllo politico dei mezzi di comunicazione. Tuttavia, nonostante nel 1979 le polemiche nei confronti di un’informazione ritenuta parziale fossero tutt’altro che sopite, le profonde trasformazioni che avevano progressivamente modificato il panorama mediatico avevano comportato un inevitabile ridimensionamento del ruolo del manifesto. Alla fine degli anni Settanta, infatti, la rinnovata fortuna conosciuta dal manifesto con la stagione inaugurata dal Sessantotto (in cui la controinformazione condotta con manifesti, volantini, tazebao e scritte sui muri costituiva una forma privilegiata di lotta politica) era andata gradualmente esaurendosi. E, allo stesso modo, aveva progressivamente perso di efficacia anche il nuovo paradigma iconografico prodotto nell’alveo della contestazione (più essenziale, incentrato su un testo fitto, per lo più monocromatico), e che aveva attecchito piuttosto bene anche nella propaganda comunista, che in effetti intendeva raggiungere (con manifesti che richiamavano le forme grafiche proprie dei movimenti di protesta) una stessa platea di riferimento. Ancora in occasione delle elezioni politiche del 1976, i manifesti prodotti dal Pci (conformemente ai toni non particolarmente accessi che avevano caratterizzato tutta la campagna elettorale comunista) presentavano una comunicazione semplificata, ridotta a slogan con pochi o nulli elementi grafici. Alle successive elezioni politiche del 1979, i manifesti comunisti esibivano alcuni aspetti di novità, che preludevano a una ridefinizione della concezione stessa del manifesto elettorale per la quale, tuttavia, si dovettero attendere gli anni Ottanta. Con il decennio Ottanta, infatti, divenne evidente anche nella produzione di manifesti l’adozione di codici tipici della pubblicità commerciale per fini di propaganda politica, tanto che i partiti arrivarono a delegare a grandi agenzie di comunicazione non solo la realizzazione, ma anche lo stesso percorso ideativo dei manifesti. Nel 1979 questo processo non era ancora compiuto. Accanto ai classici manifesti dalla grafica essenziale con un rapido slogan [fig. 1] o con un testo fitto e privo di immagini [fig. 3, 4], e accanto ai molti manifesti dedicati a condannare il terrorismo [fig. 6] o a ricordarne le vittime [fig. 5, 7, 8], si diffusero manifesti dai tratti innovativi, sia nella scelta cromatica più varia rispetto al tradizionale prevalere del rosso e del tricolore italiano [fig. 9], sia nelle scelte grafiche, influenzate dallo stile della fumettistica e del cartone animato [fig. 10, 11]. La propensione per una modalità comunicativa veicolata dal disegno è tanto più evidente nei manifesti realizzati per le elezioni europee dello stesso anno che, a causa delle tempistiche ristrette, non godettero di una campagna elettorale chiaramente distinta da quella organizzata per le politiche. I manifesti realizzati per l’occasione fornirono una rappresentazione evidente dell’avvenuta «neutralizzazione ideologica imposta dalle regole pubblicitarie61» [fig. 18, 19].
Una qualche tendenza all’omologazione nel materiale elettorale prodotto dai diversi partiti fu constatata già allora. Alla fine degli anni Settanta, infatti, ebbe inizio un processo di progressiva esternalizzazione delle attività di ideazione e realizzazione del materiale propagandistico, che fino a quel momento erano state di esclusiva pertinenza degli organi di comunicazione interni ai partiti. Le campagne elettorali iniziarono a configurarsi come particolari ecosistemi caratterizzati da «pratiche e competenze specifiche provenienti da nuovi ambiti e settori62». Nel 1979 questi fenomeni erano ancora agli esordi, e tuttavia la sempre maggiore professionalizzazione delle campagne elettorali emergeva già quale elemento di riflessione e dibattito. Si iniziò a «parlare di consulenza politica, di pianificazione dei media, della costruzione dei messaggi televisivi, delle tecniche elettorali63» in parte come strumenti per supplire alla richiesta di maggiori competenze tecniche provocata dall’introduzione nel 1979 dei primi spot elettorali, in parte come strategie utili a fronteggiare la sempre minore capacità dei partiti di «comunicare efficacemente con un elettorato meno interessato alla politica64». In un numero speciale di Almanacco socialista del 1984, dedicato a comunicazione politica e propaganda del Psi dalle origini agli anni Ottanta65, nello spiegare perché il Psi di Craxi avesse scelto «come campo privilegiato di iniziativa i mass media66», la riflessione muoveva da alcune considerazioni di carattere sociale: «Chi ha parlato di riflusso, […], chi di ripiegamento nel privato […]. La società è più articolata, […] non si presta più come una volta a facili analisi schematiche e a slogan vetusti ma buoni per tutti gli usi67». E, dunque, nella nuova «società dell’informazione e dell’immagine68», «la novità socialista» che tanta parte ebbe nell’accrescere il successo elettorale del Psi negli anni Ottanta si configurava come risposta a una società mutata:
«[…] bisogna considerare che la Dc spadroneggia in tutti gli apparati dello Stato e il Pci tiene le redini della mobilitazione di massa. Ci si può cimentare a togliere poteri alla Dc nello Stato e al Pci nelle masse, ma la contesa si svolgerà sempre da posizioni di partenza impari, comunque difficilmente riequilibrabili. Mentre il confronto sul terreno dei movimenti di opinione, degli interessi non immediatamente organizzabili, delle tendenze culturali, come dei costumi e delle mode, appare molto meno condizionato, per la sua fluidità, da posizioni già acquisite. […] Il Psi è ricorso spesso ad immagini che potessero essere immediatamente comprensibili alla gente. […] Lo scopo […] è di concedere il minore margine possibile all’operatore della carta stampata per sofisticare, a suo modo, la linea socialista e di arrivare direttamente al radioascoltatore e al telespettatore senza avere bisogno di essere spiegato da qualsiasi “opinion maker”.69»
Si tratta di considerazioni interessanti perché permettono di tracciare un quadro più preciso del rapporto dei partiti con i diversi mezzi di comunicazione. Mentre infatti si afferma il ruolo fondamentale dei nuovi media quali strumenti di interlocuzione immediata con gli elettori, si critica la mediazione (e la conseguente sofisticazione) operata dalla carta stampata. Il rapporto con la stampa risulta, in questo frangente, alquanto ambiguo. Così, da un lato, il Presidente della Federazione della stampa, Paolo Murialdi, in un’intervista al settimanale comunista «Rinascita» dedicata a spiegare perché la campagna elettorale del 1979 fosse stata «condotta dai giornali, in modo più attutito, o cauto, rispetto alle precedenti campagne elettorali», ammetteva che «il rapporto esistente in Italia tra il sistema politico e il sistema dell’informazione» si fosse «allentato70» rispetto ai primi anni Settanta. D’altra parte, però, in occasione delle elezioni nel 1979 la segreteria della Federazione unitaria di categoria Cgil, Cisl, Uil, aveva invitato ad «assicurare il massimo dell’informazione nei giorni delle votazioni chiedendo ai giornalai di tenere aperte le edicole soprassedendo ai turni di riposo71». Inoltre, il ruolo delle agenzie esterne nell’elaborazione del materiale di propaganda (a quest’altezza ancora defilato) fu invece enfatizzato dalla stampa72, a testimonianza dell’attenzione catalizzata dall’inedito configurarsi dei rapporti della politica con i mezzi commerciali di comunicazione. Su tutte le testate figuravano interviste ai dirigenti degli uffici elettorali dei partiti per avere, come nel caso di Guido Bodrato (dirigente nazionale della Spes, l’Ufficio propaganda della Dc), «un consuntivo […] tecnico oltre che politico73» della campagna elettorale in corso. Comunque non era solo il rapporto con la stampa ad apparire in quegli anni sempre più problematico. L’intero sistema di rapporti tra partiti e strumenti di informazione stava attraversando una fase di riassestamento. In un articolo pubblicato su “Rinascita”, Pietro Valenza (senatore comunista nonché membro della Commissione di vigilanza della Rai) descriveva quello tra partiti e mass media come:
«un rapporto complesso e difficile che non può risolversi né con una delega agli apparati dei sistemi informativi (si verificherebbe in tal caso una sorta di surrogazione del partito politico come soggetto costituzionale), né con una subordinazione della professionalità degli operatori. […] siamo in ritardo tutti (partiti, studiosi, operatori) nell’elaborazione di una soddisfacente cultura del servizio radiotelevisivo pubblico in una società democratica e pluralista.74»
E, d’altra parte, piuttosto trasversali appaiono le accuse alla Commissione di vigilanza della Rai, criticata sia da quanti la consideravano incapace di garantire un’informazione effettivamente imparziale e di contrastare la lottizzazione del servizio pubblico sia da quanti le imputavano la creazione di «una condizione di blocco reciproco» per le trasmissioni di propaganda, e la conseguente «sconfitta della Rai» a tutto vantaggio delle emittenti private in cui, al contrario, gli spazi venivano «venduti a tanto al minuto, in barba al decantato pluralismo75».
In questo contesto di spettacolarizzazione e di personalizzazione della politica, il Pci ricopriva una posizione almeno in parte peculiare. È interessante in questo senso un articolo pubblicato su “Il Popolo”, in cui la tradizionale avversità del Pci a qualsiasi forma di leaderismo, che comportò un’anomalia comunista rispetto alla tendenza in atto verso la personalizzazione della politica, diveniva motivo di sospetto:
«Tutti voi che ricevete giornalmente mannelli di lettere con le quali candidati di diversa estrazione si raccomandano al vostro voto, certo non ne avete ricevuta una di parte comunista. E, se per caso, folgorati da Satana, voleste dargli il voto, come li sceglierete i personaggi da gratificare con la preferenza? […] non resta che votare secco il simbolo del partito. Eppure ci è sempre stato detto che le elezioni consistono nel mandare in parlamento i nostri rappresentanti, conosciuti quindi e voluti da noi. Tant’è; e dovrebbe bastare per far capire a tutti che razza di democrazia vorrebbero propinarci. […] Non basta la garanzia del partito che l’ha incluso in lista […], né l’aggregazione alle correnti, né l’avallo di organismi esterni: i due contraenti del patto di rappresentanza debbono guardarsi in faccia”.76»
E, in effetti, il Partito comunista, dotato di una solida tradizione di militanza attraverso le sezioni, aveva – più di tutti gli altri partiti nella storia dell’Italia repubblicana – creato nel tempo un sistema di azione politica su più livelli in cui, al coordinamento centrale, si accompagnava un altrettanto importante livello di azione periferica. Alle sezioni veniva richiesto di dispiegare la propria «fantasia politica» per fornire il proprio «contributo di idee e di esperienza al dibattito generale del Partito» e per sviluppare la propria «iniziativa di propaganda e di lotta», favorendo il decentramento perché non sempre «l’assemblea generale di sezione» appariva «adeguata a garantire la partecipazione di tutti gli iscritti alla vita del Partito77». Ancora nel 1981, in occasione delle elezioni amministrative a Roma, fu prodotto un questionario con cui il Pci chiedeva «a tutti i cittadini di collaborare alla formazione di un programma per governare Roma negli anni ‘8078». Si tratta di un documento interessante in quanto suggerisce l’esistenza di un movimento di trasmissione di una linea politica parallelo (e contrario) a quello che dal partito porta agli elettori. Il questionario infatti non parla ai cittadini, ma chiede loro di partecipare attivamente alla costruzione di un programma. Esistevano, naturalmente, numerosi organi preposti al controllo delle attività delle sezioni e dei candidati, che dovevano conformarsi (nel Pci come negli altri partiti) alle linee guida stabilite dal centro. In che modo si configurassero i rapporti interni al Partito tra centro e periferia fu, in quegli anni, oggetto di un dibattito reso tanto più animato dal mutato panorama mediatico di riferimento. Che un processo di modernizzazione della comunicazione elettorale del Pci in quegli anni fosse in atto, è infatti un dato evidente. In che modo questo processo sia stato attuato, non è ancora stato indagato. Restano da ricostruire gli aspetti più strettamente produttivi del materiale elettorale del Pci, e più in generale di tutti i partiti politici. Non si è analizzato in che modo le strutture produttive del materiale di propaganda risultarono trasformate dalle esigenze della neotelevisione, in che modo si articolarono i rapporti tra gli organi partitici e le agenzie pubblicitarie, secondo quali criteri si scegliesse con quale professionista esterno ai partiti collaborare, e in che misura i contenuti (oltre che le caratteristiche formali) da propagandare fossero il risultato di un dibattito interno o esterno alle strutture dei partiti. Il chiarimento di queste dinamiche permetterebbe non solo di fare luce sugli aspetti più strettamente tecnici della realizzazione delle campagne elettorali nel nuovo paradigma mediatico, ma anche di meglio comprendere in che modo le mutate regole della propaganda incisero sulla ridefinizione delle regole stesse della politica, alla luce dei nuovi rapporti che i partiti instaurarono con la pubblicità commerciale e, più in generale, con i mezzi di comunicazione.
I rapporti tra Pci, Dc e Psi
Per concludere la lunga diretta de L’Altra domenica elettorale, Renzo Arbore mandò in onda un cartone dell’animatore Guido Manuli in cui l’allora presidente della Dc, Benigno Zaccagnini, e i segretari del Psi e del Pci, Bettino Craxi e Enrico Berlinguer, nelle vesti delle sorelle Bandiera, si contendevano il palco sulle note della canzone Fatti più in là, spingendosi l’un l’altro per ottenere la scena. Il vezzoso balletto vedeva in un primo momento le versioni imbellettate di Zaccagnini e Berlinguer cacciare a colpi di bacino Craxi, che recuperava poi la scena con Zaccagnini ai danni di Berlinguer. Alla fine del numero sul palco restava, unico vero vincitore di questa contesa cabarettistica, Zaccagnini79. Il breve cartone esprimeva il senso comune nei confronti di quello che veniva individuato come un balletto del potere e dei potenti, che, in un civettuolo gioco di forze, si contendevano un posto accanto all’apparentemente inscalfibile Balena bianca, la quale, pur costretta ad accordi e compromessi, sembrava irremovibile dalla propria posizione di supremazia [fig. 22]. Al di là dell’interesse propagandistico di questo cartone satirico, che si inseriva nella consuetudine diffusa proprio in quegli anni di adottare lo stile fumettistico per produrre contenuti dissacranti che polemizzavano contro meccanismi politici verso cui si nutriva una sempre minore fiducia, questo disegno animato esprime perfettamente un sentire diffuso nella pubblica opinione. Le elezioni del 1976 e del 1979 esprimevano infatti chiaramente la profonda contraddizione insita nella composizione parlamentare di quell’Italia che chiedeva «il massimo di governabilità» e tuttavia presentava tuttavia una situazione post-elettorale dotata di «un minimo di governabilità80», che nel caso specifico del 1979 si risolse nella formazione – dopo svariati incarichi di governo mal riusciti – di un fragile governo tripartito (Dc, Psdi, Pli), guidato da Francesco Cossiga.
Nonostante il tentativo con i governi di solidarietà nazionale apparisse ormai destinato al fallimento, la decisione di uscire dalla maggioranza determinò delle spaccature nell’unità del gruppo dirigente comunista. Ciò appare tanto più interessante perché in netto contrasto con la percezione che dei meccanismi decisionali interni al Partito si aveva dall’esterno. In un servizio di Tg2 Dossier dedicato ai Congressi provinciali del Pci, l’inviato Mario Pastore si interrogava sull’effettivo funzionamento del cosiddetto centralismo democratico: «A me hanno sempre detto che il centralismo democratico è quel sistema per il quale ci sono i dissensi, però poi la minoranza deve collaborare all’attuazione della linea decisa. Però, quando i dissensi non ci sono, come si fa? Per esempio in questo Congresso di dissensi io non ne ho registrati mai!81». Così in apertura del servizio la voce fuoricampo recitava:
«Via delle Botteghe Oscure. […] Qui è nata l’idea del compromesso storico. […] E di qui Berlinguer e gli altri dello Stato maggiore da un mese a questa parte sono partiti ogni fine settimana per spiegare ai comunisti, nei Congressi di base, che il compromesso storico – nonostante tutto – non fu un’idea sbagliata. […] il comitato centrale, a porte chiuse, ha discusso e votato le tesi: un ponderoso documento, concepito come base per i dibattiti precongressuali, ma talvolta interpretato dagli iscritti come indicazione di una linea ormai stabilita, anche nei dettagli, e non più rettificabile.82»
Al di là dei più o meno fondati dubbi circa la reale adesione dei militanti alla linea del Partito, i rapporti con la Dc dovevano comunque essere ridefiniti. La fine della collaborazione tra Pci e Dc ebbe come risvolto sull’impostazione della campagna elettorale l’adozione di «toni accesi e polemici83». Nonostante ciò, il Pci non aveva in questa fase messo in discussione la politica della solidarietà nazionale. Sui manifesti del Pci risuonavano gli slogan: «per cambiare davvero l’italia si deve governare con il pci» [fig. 1], «per salvare l’italia e la democrazia, per porre fine al disordine e alla inefficienza, per liberare la convivenza civile dalla morsa della violenza, per colpire i privilegi e fare finalmente opera di giustizia sociale, occorre che il partito comunista italiano vada al governo» [fig. 9], «La Democrazia cristiana rende ingovernabile l’Italia perché vuole governare da sola (o con alleati di comodo)» [fig. 12]. Nelle manifestazioni si scandiva: «è ora, è ora, è ora di cambiare / il Pci deve governare», «non c’è vittoria, non c’è conquista, / senza il grande Partito comunista84». Dalle pagine de “l’Unità” si levavano appelli agli elettori che, con il loro voto, avrebbero dovuto incentivare un ingresso del Pci nell’aria di governo. In effetti, nonostante le tante accuse mosse alla Dc – di non avere proposte positive per la guida del paese né un programma post-elettorale chiaramente definito – e nonostante gli strali che dalla propria rubrica su “l’Unità” Fortebraccio continuava a rivolgere ai «lor signori» democristiani, l’atteggiamento complessivo fu di disponibilità a futuri sviluppi e dibattiti. Non stupisce quindi che nel momento in cui Mario Pastore poneva ai militanti comunisti la fatidica domanda «Lei crede ancora nel compromesso storico, nonostante i “no” della Dc?», la risposta era sempre più o meno la stessa: «Io ci credo fermamente, nella maniera più assoluta! Non c’è altra strada85».
Una rinvigorita centralità rispetto alle precedenti campagne elettorali di quel decennio aveva assunto il riconfigurarsi dei rapporti tra il Pci e il rinnovato Partito socialista di Bettino Craxi. Il processo in atto nel Psi non passò inosservato alla dirigenza comunista, né mancò di essere recepito l’anticomunismo di Craxi. Ciononostante, i rapporti tra i due partiti furono altalenanti. Il Psi restò durante tutto il periodo della solidarietà nazionale fermamente ostile nei confronti della possibilità che i comunisti entrassero a far parte della compagine di governo. Quando però si dimostrò tramontata per i comunisti la prospettiva di un governo con la Dc, al momento di impostare la campagna elettorale del 1979 Berlinguer riconosceva che, per realizzare il progetto di unità democratica che i comunisti auspicavano, «si doveva evitare di inasprire i rapporti col Psi86». Il corso degli eventi dimostrò che la disputa tra compromesso storico e alternativa di sinistra (compiutamente formulata nel XLI Congresso socialista) era inconsistente e si risolse nel fallimento di entrambi, ma nel corso della campagna elettorale del 1979 il nodo dei rapporti tra Pci e Psi risentiva della prospettiva – ancora ritenuta possibile – di un’alleanza post-elettorale tra i due partiti. Gerardo Chiaromonte esprimeva su “l’Unità” le criticità e le speranze riposte nel rapporto con il Psi in questi termini:
«[…] i compagni socialisti si pongono il problema di una crescita elettorale […]. È aspirazione […] legittima. Ogni partito si pone […] questo obiettivo. E tuttavia esso viene perseguito, apertamente, in modo concorrenziale, anzi conflittuale, verso noi comunisti. […] Anche noi lavoriamo, ovviamente, per un aumento dei voti al Pci. Ma non ci sfugge che uno dei motivi di debolezza del voto del 20 giugno fu, oltre al recupero democristiano, il fatto che la sinistra (Pci e Psi) non avanzò insieme.87»
Proprio la complessità dei rapporti tra quelle che all’epoca figuravano come le principali forze politiche partitiche italiane – Dc, Pci e Psi – connotò la campagna elettorale del 1979 nel senso di un intricato gioco di equilibri che richiedeva uno sforzo di mediazione, che di volta in volta alternava improperi e aperture. In un comizio elettorale a Napoli, Berlinguer parlò – in riferimento a Dc e Psi – di «una estrema mutevolezza di posizioni da cui sorge l’impressione di una notevole confusione di idee e di prospettive88». Allo stesso modo, la propaganda democristiana accusava «l’impostazione programmatica comunista» di non avere tanto «come parametro di riferimento […] i problemi reali del Paese e della crisi che lo travaglia, quanto piuttosto la partecipazione piena del Pci al governo89», e che più in generale «in questa campagna elettorale l’aspetto che maggiormente colpisce per la sua singolarità non è tanto la sostanziale mancanza di precisi riferimenti alle questioni programmatiche […] quanto il polarizzarsi […] del dibattito politico su […] le intenzioni della Democrazia cristiana riguardo all’assetto di governo90». E ancora, su “Mondoperaio” si annotava:
«dire che in Italia i partiti in generale non riescono più a interpretare in maniera adeguata le esigenze sociali è affermazione che nessun partito gradisce. Quel che ogni partito invece non solo gradisce ma desidera è che si dica che il sistema politico non funziona, o funziona male, per responsabilità di un altro o di altri partiti. Eppure, se è vero che il sistema politico è bloccato, lo è perché i rapporti dell’insieme dei partiti fra di loro […] esprimono la tendenza a chiedere il consenso agli elettori […] sulla base di possibili future formule di governo […], cui i programmi sono subordinati. Vale a dire che agli elettori ciascun partito dice: datemi più voti e poi vedremo quel che si può fare. È evidente che in tal modo l’elettore si trova degradato; ed è indotto o a scelte di “fedeltà” o a scelte prive di vera convinzione o a un “ribellismo” protestatario.91»
Il disordine linguistico che da una simile confusione di posizioni derivava costituì uno degli obiettivi polemico-satirici ricorrenti di quella fase preelettorale. Nella trasmissione L’altra domenica elettorale, Dario Fo veniva invitato da Renzo Arbore a simulare un discorso di natura politica ricorrendo al cosiddetto Gramelot, che attraverso parole ripetute, suoni onomatopeici e un farfugliamento indefinito intendeva riprodurre in chiave farsesca il ripetersi di discorsi che apparivano al pubblico degli elettori sempre più simili gli uni agli altri, sempre più ugualmente incomprensibili, fatti di slogan martellanti e formule vuote. Così anche nel programma Alle prese con… La propaganda politica figuravano scenette comiche che ironizzavano sul linguaggio politico non solo dei partiti, ma anche di quelle liste nate come forma di contestazione ai partiti stessi. Interessante a questo proposito l’emulazione di una conferenza stampa, in cui tre pseudo-politici presentavano la propria lista:
«Buonasera, sono Vincenzo Sparagna della commissione di coordinamento elettorale del “Male”. Ormai ci conoscete, siamo una rivista abbastanza diffusa. Ho gli ultimi dati qui davanti a me: abbiamo venduto recentemente otto copie ad Afragola, tre a Cologno Monzese, dodici a Barletta, quattro a Castellamare, e ho un’altra lista di paesi che per brevità non vi leggo. Noi abbiamo deciso di partecipare alle prossime scadenze elettorali – non riconoscendoci naturalmente nei partiti e nelle liste che già esistono – con liste differenziate. Non intendiamo, non essendo un partito di mangioni, presentare noi stessi nelle liste, ma presentiamo voi stessi alle liste. Presentiamo voi a voi stessi.92»
I nuclei tematici della campagna elettorale del Pci
Nella campagna elettorale del Pci del 1979, accanto ai temi tradizionali, iniziarono a emergere nuclei tematici che avrebbero assunto dalla fine degli anni Settanta in poi una sempre maggiore rilevanza. Permanevano i richiami al voto degli emigrati, gli inviti al rientro e le consuete polemiche nei confronti di datori di lavoro indisposti a concedere permessi, delle insufficienze ferroviarie, della decisione di fissare a distanza estremamente ravvicinata elezioni politiche, europee e in alcuni casi regionali, rendendo di fatto quasi impossibile per gli emigrati partecipare a tutte le consultazioni previste. La campagna elettorale del Pci nel 1979 riconfermò e accentuò la predilezione per donne e giovani quali interlocutori di riferimento, pur con alcuni aspetti di novità. Gli appelli ai giovani – spesso conditi con moniti a non cedere alle «scorciatoie avventurose93» proposte da quanti volevano «rovesciare tutto con le armi» e che con ciò rischiavano «di scardinare la democrazia» – erano volti a indicare una strada alternativa non più solo sul piano ideologico, ma con riferimento ai «problemi della vita quotidiana94»: dalla questione «dei ragazzi del Mezzogiorno che non hanno lavoro», ai «problemi militari, della vita nelle caserme95» di tutti quei giovani chiamati al servizio militare (in un tempo, peraltro, di forte afflato pacifista), alla lotta contro una sempre più ampia diffusione del consumo di droghe, che dietro di sé «nasconde gli affari dei mercanti e l’ideologia della fuga dalle responsabilità, che piace tanto a quanti amano i giovani solo se subalterni e in balia del potere96». Tra gli slogan ripetuti dai manifesti si trovavano quindi appelli quali «primo diritto il lavoro» [fig. 2] o «droga non è libertà» [fig. 15]. Nel comizio – poi trasmesso nella tribuna autogestita del Pci del 1979 – Berlinguer si rivolgeva all’elettorato femminile:
«“Non può essere libero un popolo che opprime un altro popolo”, scriveva Carlo Marx. Un’affermazione che potrebbe essere parafrasata in questo modo: “Non può essere libero un uomo che opprima un’altra donna”. […] Siamo usciti da un vecchio schema, che influenzò anche il pensiero e l’azione di grandi rivoluzionari di ogni tempo, secondo cui prima si deve fare la rivoluzione sociale, e poi si risolverà la questione femminile. Non deve essere più così! Al tempo stesso abbiamo avvertito, anche se non senza ritardo, le verità di cui si facevano portatrici le donne che davano vita ai moderni movimenti femministi. […]. Per questo il Partito comunista italiano è il più pronto, rispetto agli altri partiti italiani, a incorporare nella sua strategia la questione femminile come grande questione nazionale.97»
Alla questione femminile, nel 1979 veniva legata la denuncia della violenza politica. Così la dirigente del Pci, Adriana Seroni, esortava: «Oggi, care compagne, ci incontriamo qui, alla vigilia di una duplice consultazione elettorale, […] anche per dire altri “no”: no anzitutto al terrorismo, che nel corso di questi anni è venuto insanguinando […] tante […] città d’Italia, uccidendo e storpiando, e portando dolore e lacrime a tante famiglie e a tante donne98». Dai numerosi articoli che occuparono quasi tutte le prime pagine de “l’Unità” di quelle settimane elettorali sulle attività dei terroristi – compiute o sventate – e sulle indagini di forze dell’ordine e magistratura si coglie nitidamente il messaggio che la dirigenza comunista intendeva veicolare: il proliferare delle trame eversive era da ricondurre, almeno in parte, alla mancata capacità di azione della Dc. Lo stesso Berlinguer, prendendo direttamente la parola sul quotidiano del Partito, spiegava:
«per dare il massimo di efficacia alla lotta contro il terrorismo, è essenziale che si ponga fine alla incertezza politica con una soluzione chiara e limpida quale sarebbe la costituzione di un governo di piena solidarietà democratica che […] infliggerebbe un colpo politico decisivo a tutte le velleità restauratrici, a tutte le trame, a tutte le manovre dei reazionari, degli avventurieri, dei destabilizzatori, e degli stessi terroristi: quelli neri, quelli “rossi” e anche quelli grigi, cioè quanti si mimetizzano, quanti non sparano, ma aiutano, coprono, proteggono i “pitrentottisti” e il “partito armato”.99»
Nella campagna elettorale ritrovò poi una nuova importanza la questione della corruzione, declinata nella forma particolare del clientelismo degli altri partiti, primo fra tutti la Dc, ma con scandali relativi anche al Psi e al Psdi100. In particolare, i moltissimi esempi che “l’Unità” riportava riguardavano le giunte comunali, accusate di utilizzare le proprie reti di conoscenze notabilari per indirizzare gli orientamenti dell’elettorato secondo le dinamiche tipiche di un voto di scambio. Si trattava, per altro, di una questione particolarmente attenzionata nel 1979, poiché grande scalpore aveva suscitato l’anno precedente l’esito referendario sui finanziamenti pubblici ai partiti. Al sempre crescente ricorso dei candidati alle apparizioni televisive nelle emittenti locali si reagiva in questi termini:
«Dalle pagine dei giornali la caccia alle preferenze si trasferisce agli spazi a pagamento delle tv private […], da 10 mila a 200 mila lire al minuto. Ci sono candidati apparsi venti volte. Fate voi i conti. […]. Parlano di tutto tranne di chi paga la pubblicità […]. I corridori ciclisti recano sulla maglia e sulle mutandine i nomi dell’industria che fornisce lo stipendio, la divisa e la bicicletta. Quelli di Formula Uno hanno la tuta e l’auto ricoperte di scritte. […] Ci vorrebbe una legge che obbligasse a recare evidente accanto al nome e al numero il nome dello “sponsor” e cioè di quello che paga. Provate ad immaginare […] l’on. Massimo De Carolis che appare sul teleschermo con la scritta sulla giacca “Finanziaria X” e sul bordo dei pantaloni la dicitura “Gruppo azionisti Y”, o l’on. Egidio Carenini con una bella maglietta che ne fasci il corpo straripante con la scritta “Industria Z, il miglior salame per i vostri week-end”.101»
Sulle colonne de “l’Unità” si avanzò il sospetto che la Dc avesse annunciato «ottantacinquemila assunzioni con il marchio preelettorale» che avrebbero allargato «senza alcun criterio la schiera dei ministeriali102». In altri casi, come per lo scandalo Isveur (Istituto per lo sviluppo edilizio e urbanistico), le accuse erano sostanziate dalle sentenze della magistratura:
«Scandalo Isveur: la linea del “non so”, “non ricordo”, “io comunque non c’entro” non ha pagato. Raniero Benedetto, l’ex-assessore Dc […] è stato condannato a un anno e due mesi con la condizionale. […]. Condannati anche i suoi “galoppini” elettorali, quelli che trattavano personalmente il “mercato nero” delle case, promettendo a falsi baraccati l’assegnazione di una casa del Comune in cambio di un voto per il loro “patròn”.103»
La campagna elettorale nella provincia di Lecce vedeva l’agire di «una Dc come nel ‘48»:
«il candidato Leccisi riceve nel suo studio gli elettori col blocchetto di assegni sul tavolo; il candidato Pulli […] invita gli amici a ritirare buste personali contenenti “qualche sussidio propagandistico”; il presidente Quarta comunica lo stanziamento di alcuni miliardi per la costruzione di una rete fognaria; il cardinale Ursi, appositamente giunto da Napoli, esalta l’intraprendenza di un industriale calzaturiero, […] sostenitore dei candidati scudo-crociati, che ha realizzato una fortuna diffondendo il “lavoro nero” nell’intero basso Salento.104»
A livello locale, iniziavano a circolare anche le accuse di collusione con le organizzazioni malavitose, il cui proliferare appariva in quegli anni sempre più intrecciato all’accondiscendenza, o quantomeno alla tolleranza, di apparati dello Stato. Iniziavano a figurare titoli quali: «Caserta: nella lista Dc difensore dei camorristi105» oppure «L’“onorata società” calabrese nelle liste della Dc. Una sfilza di nomi chiacchierati e compromessi nei peggiori scandali106». L’elevato grado di diffidenza nei confronti della gestione democristiana del momento stesso delle elezioni ben si coglie in un opuscolo realizzato dall’Ufficio elettorale del Pci di istruzioni per gli scrutatori, i rappresentanti di lista e di candidato107:
«La tentazione di moltiplicare i propri voti con mezzi illeciti è troppo grande per chi detiene nelle proprie mani le leve del potere e vuole ad ogni costo mantenerlo perché si possa fare affidamento sulla buona fede degli avversari nel rispetto della correttezza nel procedimento elettorale. Il nostro partito ha conquistato molte simpatie con la sua giusta politica popolare e unitaria […]. Occorre che le nuove adesioni non gli vengano in parte sottratte con espedienti disonesti. Per questo, la vigilanza di tutti […] è necessaria.108»
Nonostante apparisse ormai evidente, a questa altezza, l’esaurirsi dell’intensa stagione di incontri con i comunisti francesi e spagnoli e, quindi, il fallimento – almeno di fatto, se non proprio di principio – dell’eurocomunismo, l’interesse per le questioni internazionali assumeva una grande rilevanza nella comunicazione politica comunista, alla fine degli anni Settanta. In quegli stessi anni, Berlinguer aveva definito il concetto di austerità che, lungi dall’esaurirsi in una semplice richiesta di moralizzazione, era un progetto trasformativo dell’intera società, possibile solo se inserita in una prospettiva di «mobilitazione internazionale delle classi popolari e dei popoli poveri in una inedita alleanza Nord-Sud109», con l’obiettivo di realizzare una società post-capitalista, diversa tanto dai modelli occidentali come dalle storture del socialismo reale. Nel processo di definizione di una tale concezione terzomondista si consumava un sempre più marcato allontanamento (anche se non formalmente dichiarato) del Pci dal Pcus. Dai tempi dell’invasione della Cecoslovacchia, i comunisti italiani non avevano rivolto critiche significative alla politica estera sovietica. Con il sostegno offerto alle lotte per l’indipendenza dei popoli africani, però, il Pci maturò una posizione sempre più avversa alle modalità di intervento sovietico nel Terzo Mondo110. Già l’azione militare coordinata da Cubani e Sovietici in Angola a sostegno delle ali più radicali del movimento di liberazione nazionale (1975) aveva posto la questione problematica della politica espansionistica che l’Urss intendeva perseguire in Africa. Ma le intenzioni sovietiche sembrarono assumere concretezza con il sostegno fornito ai Cubani, che intervennero militarmente al fianco dell’Etiopia nel conflitto scoppiato con la Somalia (1977), e che si estese poi all’Eritrea111. Quando, poi, scoppiò la guerra civile in Afghanistan (1979), le ingerenze sovietiche si intensificarono gradualmente fino a sfociare nell’invasione del Paese, il 24 dicembre dello stesso anno112. A complicare ulteriormente il quadro interpretativo all’interno del quale agiva il Pci, si deve considerare come il conflitto nel Corno d’Africa vedeva contrapposti due paesi, l’Eritrea e la Somalia, che si rifacevano entrambi all’ideologia marxista-leninista. Si trattava di un’ulteriore aggravante in una situazione nella quale gli entusiasmi suscitati nella sinistra dall’esito della guerra del Vietnam venivano delusi dalle notizie che giungevano da tutte le frontiere del socialismo reale, dai crimini di Mao Tse Tung al genocidio avvenuto nella Cambogia di Pol Pot. E proprio nel Sud-est asiatico scoppiarono i primi veri e propri conflitti armati tra paesi comunisti. Dopo l’invasione vietnamita della Cambogia (aprile 1977), scoppiava infatti nel febbraio del 1979 la guerra tra Cina e Vietnam. Proprio alla fine degli anni Settanta inoltre, il pacifismo (che figurava tradizionalmente tra i principi portanti del comunismo) veniva assunto strutturalmente nella propaganda comunista, nutrito delle rivendicazioni di quel nuovo pacifismo che prendeva piede nell’opinione pubblica europea e che s’interessava innanzitutto della lotta al disarmo e che – avendo l’Urss contribuito alla crisi della cosiddetta ‘distensione’ e alla ripresa della corsa agli armamenti – non annoverava i partiti comunisti europei tra i protagonisti di quelle battaglie. La decisione di Berlinguer andava quindi nel senso di una ribadita «enfasi attorno all’autonomo profilo del comunismo italiano113». Nonostante infatti nel corso del 1979 si fosse discusso di nuovi euromissili Nato da installare sul territorio europeo, è però vero che si trattava nel caso della Nato di una risposta alla decisione da parte del Patto di Varsavia di procedere all’ammodernamento dell’arsenale dispiegando i missili SS-20 (1977)114. Ne derivò una lunga e travagliata discussione nel Consiglio atlantico sulla possibilità di installare in Europa missili Pershing II e Cruise. Il 12 dicembre 1979, il Consiglio deliberò di avviare la produzione dei missili, conducendo però al tempo stesso trattative con la controparte sovietica per limitare o annullare il loro dispiegamento qualora si fosse trovato un accordo con la controparte sovietica sui vettori già schierati dal Patto di Varsavia.
Alla fine degli anni Settanta, andava assumendo rilevanza nella linea politica e propagandistica comunista anche la questione della lotta al nucleare [fig. 21]. Le posizioni sul tema che emersero in quel periodo non erano solo un’ulteriore sfaccettatura di una questione ambientale che affondava le proprie radici nei decenni precedenti, ma erano al contrario la presa d’atto generalizzata di un sistema non più sostenibile, come avevano dimostrato i tanti disastri ecologici di quegli anni. Formatasi a partire dagli anni Cinquanta negli Stati Uniti come risposta alle alte dosi di radioattività nell’atmosfera causate dai test nucleari, la nuova coscienza ambientalista approdò in Europa dalla metà del decennio Sessanta, acquisendo però una dimensione di massa solo negli anni Settanta. Il dialogo tra marxismo ed ecologismo fu in effetti tutt’altro che lineare. Nonostante si fosse andata affermando nel Pci una coscienza critica rispetto alla salute dei lavoratori nelle fabbriche (almeno a partire dagli anni Sessanta), l’ambientalismo fu inizialmente considerato «come frutto della cultura borghese, […] antindustriale e antimoderno […], come una tendenza reazionaria che avrebbe potuto mettere a rischio i posti di lavoro115». Fu la propensione a dare un taglio politico al problema ecologico, emersa nell’alveo del movimento studentesco e operaio di fine anni Sessanta, a porre sempre più la questione all’attenzione dei partiti della sinistra storica. Un’ulteriore accelerata si verificò in conseguenza dello shock petrolifero del 1973, che pose inderogabilmente il problema dei limiti «di una crescita basata sullo sfruttamento incessante delle risorse alimentari, minerarie, energetiche e naturali116». Nella seconda metà degli anni Settanta, le vicende dell’ambientalismo italiano si intrecciarono al dispiegarsi di un’opposizione al nucleare civile. L’incidente alla fabbrica Icmesa di Seveso (1976), con la nuvola di diossina che disperse nell’aria, impose all’attenzione non solo dell’opinione pubblica, ma anche delle istituzioni, la questione del rischio industriale. Alla fine degli anni Settanta, l’afflato ecologista assunse perciò un nuovo vigore: nelle tesi per il XV Congresso del Pci (1979) figurava così anche la questione ambientale. In un contesto di generale effervescenza sul tema, nell’aprile dello stesso anno nacque – come una delle strutture dell’arci, nell’alveo dell’associazionismo comunista – la Lega per l’ambiente, che agì però fin da subito come organismo del tutto autonomo dal Pci, separandosi infine dall’arci nel 1986. Quindi, nonostante una posizione comunista non ancora sistematicamente organizzata, già nel 1979 cominciarono a comparire dichiarazioni quali: «La difesa dell’ambiente comincia dalle fabbriche […]. È lotta per la salute […]. Oggi si estende alle grandi questioni delle centrali nucleari, di cui il Pci ha chiesto la sospensione fino a quando non saranno risolti i problemi della sicurezza117». In quegli anni, “l’Unità” si dedicò a ripercorrere più in generale i tanti dibattiti relativi alle opere di intervento sull’ambiente, come nel caso del traforo del Frejus che «non si doveva fare»:
«Gli studi condotti sullo stato idrogeologico della Valle Susa hanno infatti evidenziato che la zona è profondamente dissestata, tanto da non sopportare una adeguata infrastruttura viaria per recepire il maggior traffico indotto dal tunnel. “Le tecniche costruttive – precisa il […] responsabile del servizio geologico – permettono naturalmente di ovviare anche ai limiti posti dallo stato del suolo, ma con oneri finanziari elevatissimi. Pertanto si può affermare che se si fosse preventivamente studiato il suolo e fatto un rigoroso bilancio tra costi e benefici, il traforo si sarebbe dovuto realizzare altrove e non sotto il Frejus”.118»
Dalle pagine de “l’Unità” venivano inoltre promosse le manifestazioni organizzate dal Partito:
«Una manifestazione con il compagno Armando Cossutta […] si terrà domani a Montalto di Castro. […] Tema dell’incontro “il silenzio della Dc e del governo sulla questione della Centrale nucleare: sospendere la costruzione per rivedere, con le più ampie garanzie i sistemi di sicurezza”.119»
Inoltre, il 28 marzo 1979 si verificò l’incidente di Harrisburg, che provocò un tale rilascio di sostanze radioattive nell’ambiente da costituire il più grande incidente nucleare della storia degli Stati Uniti. L’eco delle proteste che ne seguirono giunse largamente nel panorama italiano:
«WASHINGTON — “Stop Nuclear Power”. Sempre più di frequente, ormai si vedono auto che accanto alla targa mostrano una striscia con tre triangoli neri in un cerchio bianco con la parola d’ordine contro le centrali nucleari. In sé il fatto non è nuovo. […] Ma dall’incidente di Harrisburg il fenomeno ha assunto proporzioni molto rilevanti. È in corso una vera e propria mobilitazione di opinione pubblica […].120»
Dunque, per quanto ancora tutt’altro che chiaramente definito, il rapporto del Pci con le questioni ambientali negli anni Settanta mostrava gli indizi di un percorso che trovò un più ampio respiro nel corso degli anni Ottanta. Ma questo non era il solo sintomo dell’avvicinarsi di un nuovo decennio. Alcuni dei tratti che furono in seguito individuati quali caratterizzanti degli anni Ottanta – «la diffusione di nuove forme di benessere e di consumo, la moltiplicazione delle modalità di aggregazione, la frantumazione degli interessi individuali121» – già si intravedevano nella campagna elettorale del 1979. In un opuscolo a stampa interamente dedicato a Musica, prosa, cinema: i comunisti per lo sviluppo dello spettacolo nella democrazia, nella libertà, nella partecipazione popolare ad esempio, il Pci rivendicava:
«possiamo dire che alla politica del rinvio, del vero e proprio ostracismo e conservatorismo applicati dalla Democrazia cristiana […] si è contrapposta la politica attiva, dinamica, delle amministrazioni di sinistra […]. Basta pensare ai programmi e alle iniziative culturali delle giunte di sinistra di Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze, per rendersi conto dell’impegno con cui i comunisti hanno condotto e conducono la lotta per […] una nuova qualità della vita. Perché questo è l’obiettivo di fondo: una nuova qualità della vita che può realizzarsi solo dilatando spazi e tempi in cui l’individuo possa approfondire conoscenze ed esperienze, possa esprimere le sue capacità creative, possa aggregarsi e comunicare con gli altri, possa conquistare quella che Gramsci chiamava la propria personalità storica.122»
Conclusioni
Con questa ricognizione si è inteso ripercorrere le vicende del Pci nel passaggio dal decennio Settanta agli anni Ottanta attraverso la prospettiva della narrazione che di quelle stesse vicende il Partito fornì ai propri potenziali elettori, allo scopo di comprenderne le logiche nel loro divenire. La scelta di analizzare la campagna elettorale del 1979 si deve all’eccezionalità del 1976 (e al conseguente avvicinamento dei comunisti all’area di governo) e, poi, alla sconfitta comunista del ‘79, che riportò il Pci a recuperare il proprio ruolo di opposizione obbligata negli anni Ottanta.
La sconfitta elettorale del Pci nel 1979 ha infatti rappresentato uno snodo fondamentale nella storia del Partito e, più in generale, della vicenda politica italiana. Sebbene la percezione di un sempre più diffuso senso di disorientamento nell’elettorato italiano fosse trasversale a tutti i partiti politici e a tutti gli osservatori dell’epoca, la disaffezione sembrava affliggere con particolare gravità il Pci, la cui peculiare posizione all’interno dei governi di solidarietà nazionale aveva suscitato sempre maggiore perplessità non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’elettorato comunista. A questo serpeggiante malcontento, la classe dirigente del Partito non seppe fornire una risposta efficace. La propaganda comunista del 1979 risulta infatti meno dotata di un saldo nucleo tematico e di quella chiarezza di contenuti programmatici che più nitidamente si coglie analizzando le precedenti campagne elettorali comuniste di quello stesso decennio. La proposta politica che ne emergeva appare, al contrario, piuttosto confusa. La ricostruzione dei motivi profondi che portarono alla crisi politico-identitaria del Pci alla fine degli anni Settanta e al rinnovamento della conventio ad escludendum dei comunisti dal governo permette di meglio comprendere la profonda trasformazione degli equilibri, degli schieramenti e dei protagonisti che caratterizzò il contesto politico degli anni Ottanta. Al tempo stesso, iniziò a emergere nella compagna elettorale del 1979 una crescente attenzione del Pci per alcune questioni socialmente rilevanti (la questione femminile, quella giovanile, la lotta alla corruzione, le istanze ambientali e pacifiste) che connotarono in seguito l’azione del Pci, che negli anni Ottanta adottò una strategia di azione politica «per issues». Nella crisi politica del Pci alla fine degli anni Settanta si possono quindi intravedere le premesse e i primi segnali della transizione verso la seconda fase della segreteria berlingueriana, connotata da una nuova centralità delle istanze moralizzatrici e da una ribadita vicinanza alle lotte dei più deboli.
Infine, la storia della compagna elettorale del Pci per le elezioni politiche del 1979 è anche una storia delle profonde modificazioni del paradigma comunicativo della propaganda politica che proprio alla fine del decennio stavano conoscendo una rapida accelerazione. Il ruolo inequivocabilmente protagonistico nella comunicazione elettorale dei partiti ricoperto alla fine degli anni Settanta non più solo dalla televisione pubblica ma anche dalle emittenti private rese infatti imprescindibile per i responsabili della propaganda dei diversi partiti fare più o meno ampie concessioni al processo in atto di sempre maggiore spettacolarizzazione della politica. Il Pci costituisce, in questo senso, un oggetto di studio di grande interesse. Nonostante la generalizzata nel considerazione del Pci nel comune sentire quale partito per lo più chiuso alle novità, e nonostante il Pci sia rimasto sempre legato a quel repertorio di strumenti di propaganda tipici di un moderno partito di massa che tanta parte aveva avuto nel creare quello stretto rapporto di appartenenza e quella fitta rete di connessioni che connotavano la relazione dei militanti con il Partito, dallo studio della campagna elettorale organizzata dal Pci nel 1979 si coglie però un atteggiamento orientato alla compenetrazione delle tradizionali formule della propaganda elettorale comunista con le logiche più avanzate della «politica spettacolo». Particolare attenzione è stata quindi riservata all’analisi delle scelte grafiche, stilistiche e linguistiche, per tentare di mettere in luce aperture e perplessità del rapporto del Pci con i nuovi media. Resta da indagare in che modo il nuovo paradigma mediatico modificò le strutture e i processi produttivi del materiale elettorale dei partiti. La crescente perizia tecnica richiesta implicò una progressiva esternalizzazione di almeno alcune fasi della produzione. Un’indagine che faccia emergere chi si occupasse di ideare, realizzare e diffondere il materiale di propaganda, e in che misura l’elaborazione delle strategie comunicative (e politiche) dei partiti fosse l’esito di un dibattito interno o, piuttosto, del contributo di agenzie pubblicitarie o professionisti esterni permetterà di comprendere più compiutamente il delinearsi nell’era della neotelevisione dei rapporti tra partiti politici e logiche commerciali, oltre che le implicazioni più o meno problematiche dei rapporti tra gerarchie politiche ed emittenti televisive, sia pubbliche che private.
Appendice iconografica

























Tutti i manifesti, salvo diversa indicazione, sono conservati presso l’archivio digitale Manifestipolitici.it – Catalogo. Tutte le fotografie riportate sono tratte (qualora non sia presente un diverso riferimento) dall’archivio digitale Lodovico Media Library.
Note
- Giovanni Gozzini, Il Pci nel sistema politico della Repubblica in Roberto Gualtieri (a cura di) Il Pci nell’Italia repubblicana. 1943-1991, Roma, Carocci, 2001, p. 136.
- Sull’elaborazione politico-intellettuale di Berlinguer si veda Guido Liguori, Berlinguer rivoluzionario. Il pensiero politico di un comunista democratico, Roma, Carocci, 2014. Per approfondire la biografia di Berlinguer si vedano le opere dei giornalisti Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Roma-Bari, Laterza, 2022 [1° edizione 2004] e Chiara Valentini, Berlinguer il segretario, Milano, Mondadori, 1987; C. Valentini, Il compagno Berlinguer, Milano, Mondadori, 1985. Per un punto di vista più militante, si vedano le biografie scritte da alcuni compagni di Partito: Carlo Alberto Galluzzi, Togliatti Longo Berlinguer. Il mito e la realtà, Milano, Sperling & Kupfer, 1989; Antonio Rubbi, Il mondo di Berlinguer, Roma, Napoleone, 1994.
- Per una contestualizzazione più dettagliata delle vicende politico-elettorali nell’ambito della storia del Partito comunista italiano si rinvia a Luca Baldissara, Il Pci nell’Italia repubblicana (1943-1991), Roma, Carocci, 2001; Giorgio Galli, Storia del Pci. Il Partito Comunista Italiano: Livorno 1921, Rimini 1991, Milano, Kaos, 1993; Silvio Pons, I comunisti italiani e gli altri. Visioni e legami internazionali nel mondo del Novecento, Torino, Einaudi, 2021; Albertina Vittoria, Storia del Pci. 1921-1991, Roma, Carocci, 2006. Per una prospettiva interna al partito, si rimanda a: Giuseppe Chiarante, La fine del Pci. Dall’alternativa democratica di Berlinguer all’ultimo Congresso (1979-1991), Roma, Carocci, 2009; Napoleone Colajanni, Comunisti al bivio. Cambiare fino in fondo o rassegnarsi al declino, Milano, Mondadori, 1987; Giuseppe Vacca, Tra compromesso storico e solidarietà. La politica del Pci negli anni ’70, Roma, Editori Riuniti, 1987.
- Arturo Parisi (a cura di), Mobilità senza movimento. Le elezioni del 3 giugno 1979, Bologna, Il Mulino, 1980, p. 7.
- Ibidem.
- Motivi elettorali. Interpreti o manipolatori? in “Il Popolo”, 1° maggio 1979.
- Partito comunista italiano, Con i comunisti per andare avanti: giugno 1979, S. N. T., 1979, p. 3.
- Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 2006, p. 540.
- G. Gozzini, Il Pci nel sistema politico della Repubblica, cit., pp. 136-137.
- Partito comunista italiano, Con i comunisti per andare avanti, cit., p. 3.
- Massimo Cavallini, Qualunquismo politico e imbarbarimento culturale in “l’Unità”, 15 maggio 1979.
- Renato Mannheimer, Un’analisi territoriale del calo comunista in A. Parisi (a cura di) Mobilità senza movimento, cit., pp. 80-81.
- Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Roma, Carocci, p. 284.
- A quegli anni risalgono le leggi per la riconversione industriale, l’occupazione giovanile, l’edificabilità dei suoli, l’equo canone e il piano decennale per l’edilizia residenziale, la legge Basaglia per la chiusura dei manicomi, la legge istitutiva del sistema sanitario nazionale e la legge sulla depenalizzazione dell’aborto.
- Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2003, p. 564.
- Stephen Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. La sfida della cultura di massa, Firenze, Giunti, 1995, pp. 399-400.
- Alessio. Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria, Castel San Pietro Romano, manifestolibri, 2017, p. 90.
- Patrick McCarthy, Il rinnovamento politico degli anni Novanta in un contesto storico in Stuart J. Woolf (a cura di) L’Italia repubblicana vista da fuori (1945-2000), Bologna, Il Mulino, 2007, p. 388.
- Per un più ampio inquadramento della storia elettorale italiana in età repubblicana si veda: Pier Luigi Ballini, Maurizio Ridolfi (a cura di), Storia delle campagne elettorali in Italia, Milano, Mondadori, 2002; P. Corbetta, A. Parisi, Hans M. Schadee, Elezioni in Italia. Struttura e tipologia delle consultazioni pubbliche, Bologna, Il Mulino, 1988; Maria Serena Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1995.
- Renato Mannheimer, Giacomo Sani, Il mercato elettorale. Identikit dell’elettore italiano, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 34.
- Piergiorgio Corbetta, Novità e incertezze nel voto del 3 giugno: analisi dei flussi elettorali in A. Parisi (a cura di) Mobilità senza movimento, cit., p.47.
- A. Parisi, Mobilità non significa movimento, cit., p. 30.
- Ivi, p. 27.
- P. Corbetta, Novità e incertezze nel voto del 3 giugno: analisi dei flussi elettorali, cit., p. 51.
- A. Parisi, Mobilità non significa movimento, cit., p. 35.
- Partito comunista italiano, L’astensionismo in Italia nelle elezioni della Camera dei deputati dal 1946 al 1979, S. N. T., 1982, p. 1.
- P. Corbetta, Novità e incertezze nel voto del 3 giugno: analisi dei flussi elettorali, cit., p. 59.
- Partito comunista italiano, L’astensionismo in Italia nelle elezioni della Camera dei deputati dal 1946 al 1979, cit., pp. 1-2.
- A. Parisi, Mobilità non significa movimento, cit., pp. 34-35.
- Ivi, p. 39.
- Luigi Longo, Fiducia e volontà di cambiare in “l’Unità”, 10 maggio 1979.
- Per una trattazione più approfondita si veda: Giandomenico Crapis, Il frigorifero del cervello. Il Pci e la televisione. Da «Lascia o Raddoppia?» alla battaglia contro gli spot, Roma, Editori Riuniti, 2002; Umberto Eco, Sulla televisione. Scritti 1956-2015, Milano, La nave di Teseo, 2018; Jader Jacobelli (a cura di), La comunicazione politica, Roma-Bari, Laterza, 1989; Carlo Marletti, La Repubblica dei media. L’Italia dal politichese alla politica iperreale, Bologna, Il Mulino, 2010; C. Marletti, Media e politica. Saggi sull’uso simbolico della politica e della violenza nelle comunicazioni, Milano, FrancoAngeli, 1984; Gianpietro Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino, 2012, Enrico Menduni, La più amata dagli italiani. La televisione tra politica e telecomunicazioni, Bologna Il Mulino, 1996; E. Menduni, Televisione e società italiana. 1975-2000, Milano, Bompiani, 2002; E. Novelli, La democrazia del talk-show. Storia di un genere che ha cambiato la televisione, la politica, l’Italia, Bologna, Il Mulino, 2016; E. Novelli, La turbopolitica. Sessant’anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia. 1945-2005, Milano, Bur, 2006; E. Novelli, Lo spot politico e i generi della polarizzazione in ComPol: Comunicazione politica, n. 3, 2012, pp. 481-508; Gianni Statera, La politica spettacolo. Politici e mass media nell’era dell’immagine, Milano, Mondadori, 1986.
- Rai teche, Speciale elezioni politiche, 4 giugno 1979, T92027/931.
- Edoardo Novelli, Le campagne elettorali in Italia. Protagonisti, strumenti, teorie, Roma-Bari, Laterza, 2023, p. 81.
- Fabrice D’Almeida, La trasformazione dei linguaggi politici nell’Europa del Novecento in M. Ridolfi (a cura di), Propaganda e comunicazione politica, p. 36.
- Rai teche, L’altra domenica elettorale, 4 giugno 1979, X000073990.
- F. D’Almeida, La trasformazione dei linguaggi politici nell’Europa del Novecento, cit., pp. 36-37.
- Rai teche, La tv della storia, la storia della tv, 6 aprile 2014, 489370.
- Rai teche, Alle prese con… La propaganda politica, 12 aprile 1979, A70508.
- «Omissis» del Tg2 in “Il Popolo”, 5 maggio 1979.
- Radio Anch’io, non ti scordar in “Il Popolo”, 1° maggio 1979.
- Giuseppe Rippa, Introduzione in Valter Vecellio (a cura di) Il pugno o la rosa. I radicali: gauchisti, qualunquisti, socialisti?, Verona, Bertani, 1979, p. 11.
- Lucia Bonfreschi, Un’idea di libertà. Il Partito radicale nella storia d’Italia (1962-1988), Venezia, Marsilio, 2021, p. 255.
- V. Vecellio (a cura di) Il pugno o la rosa, cit., p. 27.
- Isabella Pezzini, Lo spot elettorale, cit., p. 30.
- V. Vecellio (a cura di) Il pugno o la rosa, cit., p. 447.
- Paolo Franchi, Marco Pannella, un simbolo della crisi della nostra democrazia. Un radicale all’americana in «Paese Sera», 6 aprile 1979.
- Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica. 1946-2013, Roma-Bari, Laterza, 2017, p. 180.
- Ivi, p. 195.
- Paolo Mattera, Storia del Psi. 1892-1994, Carocci, Roma, 2010, p. 201.
- Simona Colarizi, Marco Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 93.
- Ibidem.
- S. Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca, cit., p. 474.
- Rai teche, Tribuna elettorale 1979. Cronaca di una giornata di festa e di lotta, 21 maggio 1979, M79141/031.
- E. Novelli, Le campagne elettorali in Italia, cit., p. 95.
- Ivi, p. 98.
- Ivi, p. 99.
- Rai teche, Alle prese con… La propaganda politica, 12 aprile 1979, A70508.
- Rai teche, Alle prese con… La propaganda politica, 12 aprile 1979, A70508.
- Per approfondire la storia dei manifesti elettorali in Italia si rimanda ad alcune raccolte commentate: Gal, Enrico Menduni, Fatti & Misfatti. 1968-1988. Commentati da Enrico Menduni, Roma, Editori Riuniti, 1988; E. Novelli, C’era una volta il Pci. Autobiografia di un partito attraverso le immagini della sua propaganda, Roma, Editori Riuniti, 2000; E. Novelli, I manifesti politici. Storie e immagini dell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2021; Chiara Ottaviano, Paolo Soddu (a cura di), La politica sui muri. 1946-1992, Torino, Rosemberg & Sellier, 2000; Angelo Ventrone, Il nemico interno. Immagini, parole e simboli della lotta politica nell’Italia del Novecento, Roma, Donzelli, 2005.
- F. D’Almeida, La trasformazione dei linguaggi politici nell’Europa del Novecento, cit., p. 36.
- Ivi, p. 85.
- E. Novelli, Le campagne elettorali in Italia, cit., p. 85.
- Ivi, p. 88.
- Partito socialista italiano: Sezione attività editoriali di propaganda, Le immagini del socialismo. Comunicazione politica e propaganda del Psi dalle origini agli anni Ottanta, numero speciale di «Almanacco socialista», S.N.T., 1984.
- Roberto Villetti, Mass media e comunicazione politica: la novità socialista in Partito socialista italiano, Le immagini del socialismo, cit., p. 518.
- Francesco De Domenico, Sistema politico e società dell’immagine in Partito socialista italiano, Le immagini del socialismo, cit., pp. 476.
- Ivi, p. 477.
- R. Villetti, Mass media e comunicazione politica, cit., p. 518.
- Fabrizio D’Agostini, Ma che bei tempi i primi anni ’70 in “Rinascita”, 1 giugno 1970.
- Franco Tannozzini, Elezioni: è tutto pronto per la raccolta dei dati in “Il Popolo”, 31 maggio 1979.
- E. Novelli, Le campagne elettorali in Italia, cit., p. 89.
- Fabrizio Schneider, Chi spende di più sono i socialisti in “La Discussione”, 28 maggio 1979.
- Pietro Valenza, Un risultato non disprezzabile in “Rinascita”, 18 maggio 1979.
- Fabrizio Schneider, Chi spende di più sono i socialisti in “La Discussione”, 28 maggio 1979.
- arm. rav., Contromanifesto da demagoghi in “Il Popolo”, 29 maggio 1979.
- Sezione centrale di organizzazione del Pci, Note per la convocazione dei congressi ordinari delle sezioni. Discusse e approvate dalla V Commissione del CC del Pci nella riunione del 14 dicembre 1972, Roma, tipografia Salemi, 1972.
- Archivio del Senato, Fondi acquisiti dall’Archivio storico, Unità 5 – Congressi ed elezioni (1966-1999) in ASSR Carla Capponi / 13 Pci, fascicolo 5.
- Rai teche, L’altra domenica elettorale, 4 giugno 1979, X000073990.
- Ivi, p. 353.
- Rai teche, Tg2 Dossier. Pci 1979, 18 marzo 1979, D8046.
- Ibidem.
- E. Novelli, Le campagne elettorali in Italia, cit., p. 97.
- Rai teche, Tribuna elettorale 1979. Cronaca di una giornata di festa e di lotta, 21 maggio 1979, M79141/031.
- Rai teche, Tg2 Dossier. Pci 1979, 18 marzo 1979, D8046.
- F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, cit., p. 351.
- Gerardo Chiaromonte, Il Psi e la lotta nella sinistra. Discutere nella chiarezza in “l’Unità”, 12 maggio 1979.
- u. b., Quale governo per l’Italia? Dc e socialisti di volta in volta mutano posizione in “l’Unità”, 15 maggio 1979.
- Mario Angius, Presentato ieri in 64 schede il programma comunista. Il Pci si considera già al governo in “Il Popolo”, 5 maggio 1979.
- Mario Angius, Mediocri polemiche in “Il Popolo”, 17 maggio 1979.
- Massimo L. Salvadori, Il Psi e la questione comunista in “Mondoperaio”, numero 5, maggio 1979.
- Rai teche, Alle prese con… La propaganda politica, 12 aprile 1979, A70508.
- Luigi Longo, Fiducia e volontà di cambiare in “l’Unità”, 10 maggio 1979.
- Massimo D’Alema, Perché il voto al Pci? Discutiamone in “l’Unità”, 10 maggio 1979.
- Saverio Paffumi, Esercito, giovani, democrazia: cosa propongono i comunisti in “l’Unità”, 26 maggio 1979.
- Massimo D’Alema, Perché il voto al Pci? Discutiamone in “l’Unità”, 10 maggio 1979.
- Rai teche, Tribuna elettorale 1979. Cronaca di una giornata di festa e di lotta, 21 maggio 1979, M79141/031.
- Ibidem.
- Enrico Berlinguer, Terrorismo e incertezza politica in “l’Unità”, 11 maggio 1979.
- «“Questo è il buono-benzina, queste le preferenze da votare. Sono tre brave persone. Va bene? E non dire niente in giro”. Le “tre brave persone” sono i candidati socialdemocratici on. Renato Massari […], Giuseppe D’Agostino […] ed Enrico Rizzi […], il buono benzina è stato consegnato […] alla sezione milanese del Psdi di piazzale Baiamonti, a Porta Volta» (Benzina gratis a chi vota il partito di Nicolazzi! in “l’Unità”, 2 giugno 1979).
- Ennio Elena, Compera questo onorevole Dc: il candidato dei tuoi week-end in “l’Unità”, 2 giugno 1979.
- Giuseppe F. Mennella, Ottantacinquemila assunzione con il marchio preelettorale? in “l’Unità”, 22 aprile 1979.
- Scandalo Isveur: un anno e mezzo a Benedetto in “l’Unità”, 22 aprile 1979.
- Eugenio Manca, Una Dc come nel ’48 in “l’Unità”, 25 maggio 1979.
- Mario Bologna, Caserta: nella lista Dc difensore dei camorristi in “l’Unità”, 23 maggio 1979.
- Flavio Fusi, L’«onorata società» calabrese nelle liste Dc in “l’Unità”, 16 maggio 1979.
- Ufficio elettorale del Pci, Elezioni politiche. Istruzioni per gli scrutatori, i rappresentanti di lista e di candidato, Ciampino, 1979.
- I sospetti investivano anche lo stesso Ministero dell’Interno, se nell’opuscolo si sentiva l’esigenza di specificare che «vanno respinte le circolari del Ministero dell’Interno che volessero dare interpretazioni non corrispondenti allo spirito e alla lettera della legge elettorale. Nessuna circolare ministeriale può alterare la legge elettorale» (ivi, p. 25, 3).
- Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Roma-Bari, Laterza, 2016, p. 99.
- Marco Di Maggio, Gabriele Siracusano, Decolonizzazione e Terzo Mondo in S. Pons (a cura di), Il comunismo italiano nella storia del Novecento, Roma, Viella, 2021, pp. 318-319.
- Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, 2006, pp. 111-112.
- M. Di Maggio, G. Siracusano, Decolonizzazione e Terzo Mondo, cit., p. 321.
- S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, cit., p. 148.
- Michele Di Donato, I comunisti italiani e la sinistra europea. Il Pci e i rapporti con le socialdemocrazie (1964-1984), Roma, Carocci, 2015, pp. 221-222.
- Peraltro, il fatto che in Italia era stato Amintore Fanfani a farsi primo promotore «della causa a livello istituzionale non favorì un atteggiamento diverso» (Chiara Zampieri, Ambiente e sostenibilità nelle culture politiche italiane degli anni Settanta in Mondo contemporaneo, 2023, n. 2-3/2022, p. 221).
- Grazia Pagnotta, Il rapporto con la cultura ecologista e con gli ambientalisti in S. Pons (a cura di), Il comunismo italiano nella storia del Novecento, cit., p. 543.
- Massimo D’Alema, Perché il voto al Pci? Discutiamone in “l’Unità”, 10 maggio 1979.
- Ezio Rondolini, Frejus: quel traforo non si doveva fare in “l’Unità”, 21 maggio 1979.
- Domani Cossutta a Montalto di Castro in “l’Unità”, 22 aprile 1979.
- Alberto Jacoviello, Lettera da Washington in “l’Unità”, 3 maggio 1979.
- A. Giovagnoli, La Repubblica degli italiani, cit., p. 148.
- Partito comunista italiano, Musica, prosa, cinema: i comunisti per lo sviluppo dello spettacolo nella democrazia, nella libertà, nella partecipazione popolare, Roma, 1979, pp. 5, 16-17.
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