Bibliomanie

La ‘Ndrangheta calabrese e la sua evoluzione
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

La ‘Ndrangheta calabrese e la sua evoluzione

Le origini del nome e il primo scioglimento per infiltrazione mafiosa

La ‘ndrangheta è il fenomeno criminale che ha interessato e occupato, specialmente negli ultimi 15 anni, le cronache giudiziarie e le imponenti operazioni antimafia, portando alla luce aspetti nascosti dell’organizzazione criminale più potente al mondo.
Lo sviluppo storico-scientifico del fenomeno viene visto come un intreccio di continuità e trasformazione. Lo storico inglese John Dickie, con «Mafia Republic, Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndragheta dal 1946 ad oggi» ci illustra la prima storia comparata fra le tre mafie. Scrittori del calibro di Enzo Ciconte e Rocco Sciarrone si immedesimano nel dare una spiegazione plausibile nei processi di infiltrazione ‘ndraghetista e conoscenza nel percorso di mutamento in «mafia di ieri» e mafia di oggi»: il primo attraverso il testo «‘Ndrangheta», edito da Rubbettino nel 2011, mentre il secondo con «Mafie vecchie, Mafie nuove», edito da Donzelli nel 2009.
Grazie agli studi affrontati da Fabio Truzzolillo, docente e storico lametino, attraverso la rivista di storia e scienze sociali «Meridiana», abbiamo acquisito maggiore consapevolezza sul processo verticistico e unitario della ‘ndrangheta tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso. Trovano spazio senza precedenti, in campo giudiziario, le inchieste condotte dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, che insieme ad Antonio Nicaso, scovano segreti e codici della malavita calabrese, i legami con la classe dirigente e i rituali di affiliazione, quest’ultimi, dotati di innumerevoli concetti di carattere ancestrale: primo fra tutti «Fratelli di sangue. La ‘ndrangheta tra arretratezza e modernità: da mafia agro-pastorale a holding del crimine. La storia, la struttura, i codici, le ramificazioni», edito da Luigi Pellegrini nel 2007, per finire a «Storia segreta della ‘Ndrangheta, una lunga e oscura vicenda di sangue e di potere (1860-2018)» edito da Mondadori nel 2018.
Grazie al contributo di esperti, l’organizzazione criminale che fino a qualche tempo fa risulti essere la meno conosciuta, tanto che, prima della strage di Duisburg in Germania1, «essa veniva ancora considerata una versione casareccia di Cosa Nostra»2, oggi si è in grado di mettere in evidenza i punti nevralgici dei suoi tentacoli.
Abbiamo una migliore conoscenza della struttura, della forma e del modus operandi delle cosche, dei ruoli dei lori componenti e della condizione delle donne che appartengono al sistema criminale. Sappiamo che la ‘ndrangheta in Calabria è strutturata in tre diversi mandamenti: ionico, tirrenico e di Reggio Calabria, all’interno dei quali operano i «locali.»3 Tale strutturazione è a immagine e somiglianza dei locali presenti anche in diverse regioni del Nord Italia e all’estero (in Europa, Nord America e Australia). Nella seconda metà dell’Ottocento i magistrati hanno intenzione di analizzare e formulare un termine in grado di definire in modo appropriato i criminali calabresi. Non sapendo come chiamarli, alcuni adoperano termini come «mafia, maffia o camorra», parole che però, fanno esplicitamente riferimento agli uomini d’onore in Sicilia e in Campania. In alternativa, i giudici faranno ricorso all’associazione a delinquere «la Montalbano famiglia onorata.» Ai primi del Novecento viene adoperato il termine «picciotteria», che sembra essere il temine più appropriato per definire i mafiosi calabresi4.
La difficoltà nell’uso del termine nasconde una complessità di conoscenza e di analisi. La ‘ndrangheta ha faticato prima di essere raccontata con la dovuta attenzione. Ha attraversato anni nell’indifferenza di gran parte degli intellettuali calabresi e non solo, che non l’hanno né studiata né descritta. Lo stesso termine ‘ndrangheta ha avuto riconoscimento legislativo solo nel testo dell’articolo 416-bis del Codice penale5 nel 2010. Anche per risalire al significato etimologico della parola che denota l’organizzazione criminale calabrese, si va incontro a molteplicità difficoltà, per cui necessita di rispondere a diversi quesiti per ripercorrere l’origine stessa della parola. La prima tesi discussa, pare provenga da un antico verso onomatopeico rilevato durante il ballo della tarantella, cosiddetto «ndranghete ndra». La seconda tesi, la quale parrebbe scientificamente più attendibile, fa riferimento al greco antico «andragathia» il cui significato simboleggia ed evidenzia le virtù virili, collegate alla forza e al coraggio. Virtù intorno alle quali coesiste la “rettitudine” dell’organizzazione stessa. Nelle aree grecaniche della provincia di Reggio Calabria, il verbo greco «ndranghitari» con origine dalla forma medio-passiva «ndranghitozomai» significa dimostrarsi uomo rispettato, essere temuto, che assume atteggiamenti spavaldi e valorosi6.
Questo caso rivela una chiara connotazione positiva del verbo «‘ndranghitari», il cui significato mostra «un profondo sentimento di rispetto e un esplicito senso di ammirazione nei confronti di colui che viene apostrofato in tale modo»7.
D’altra parte, sono proprio l’onore e la vendetta ad ispirare la leggenda che fa da sfondo alla ‘ndrangheta come “cosa”, come mentalità. Si narra che nel Seicento su una nave partita dalla Spagna si erano imbarcati tre nobili cavalieri costretti a fuggire per aver lavato nel sangue l’onore di una sorella sedotta. Sbarcati sull’isola di Favignana, Osso, votandosi a San Giorgio, decide di restare in Sicilia dove fonda la mafia, Mastrosso, devoto alla Madonna, si trasferisce in Campania dove organizza la Camorra, mentre Carcagnosso, con l’aiuto di San Michele Arcangelo, punta sulla Calabria dove dà vita alla ‘ndrangheta.
Il primo dato storico che testimonia la presenza in Calabria della ‘ndrangheta risale al 1869, anno in cui vengono indette le elezioni a Reggio Calabria. La città è divisa in due schieramenti politici: da un lato il partito borbonico-clericale, dall’altro il partito aristocratico-latifondista. Quest’ultimo schieramento decide di rivolgersi ai picciotti della città per chiedere «un aiuto.»8 Tra questi picciotti è presente Francesco De Stefano, avo dell’attuale cosca De Stefano.
Le elezioni vengono annullate per brogli elettorali dovuti per via di una chiara intromissione dei mafiosi durante la competizione politica. Reggio Calabria passa alla storia d’Italia come il primo comune sciolto per ‘ndrangheta. Sin da allora la criminalità organizzata calabrese si presenta come un’associazione capace di governare e di conseguenza controllare i territori, sarà in grado di selezionare le classi dirigenti, che aldilà del colore politico, abbia la maggioranza assoluta e potere decisionale nelle sedi di governo. La regione pare immersa in un mondo agropastorale, ben rappresentato dall’Aspromonte e dall’altopiano silano, una mafia dove a contare sono il senso dell’onore e il ricorso alle antiche regole tramandate da generazioni. «Una criminalità pietrificata, una criminalità stracciona senza futuro e popolata da pezzenti». Eppure, non sarà così9.

Dal triangolo industriale ai sequestri di persona

Nei primi anni del Novecento prende avvio, in particolare nella provincia di Reggio Calabria, una dura forma di repressione contro la criminalità organizzata. Le indagini saranno inaugurate cominciando ad ispezionare il versante aspromontano, spostandosi anche verso la città di Reggio, portando all’arresto di molti degli affiliati della ‘ndrangheta reggina.
Secondo Fabio Truzzolillo, «i primi procedimenti scaturiti dalle indagini del 1927 si concludono presso la Corte di Assise di Reggio Calabria tra il 1931 e il 193310, e sono relativi alla sezione di malavita di Gallico11. La sentenza successiva delinea l’esistenza di una sorta di organismo superiore, che prende il nome di «Criminale»12, con funzione anche di tribunale per slegare le contese tra associazioni di paesi diversi. Alla luce di sentenze successive, è ammissibile credere che il «Criminale» avesse come giurisdizione quello che oggi è stato identificato come il mandamento13 di Reggio, e che sopra di esso, esistesse un ulteriore organo istituzionale chiamato il «Gran-Criminale.»
Solo a partire dalla metà degli anni novanta, la ‘ndrangheta inizia a occuparsi delle attività commerciali e delle strategie condotte da gruppi di affiliati presenti in diverse regioni del Centro-Nord e in alcune aree del Sud Italia. La grande immigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta dal Mezzogiorno verso il settentrione «non ha avuto come conseguenza un aumento della criminalità», cosi come gli invii al soggiorno obbligato dal Sud al Nord14non hanno prodotto fenomeni di crescita della criminalità per quasi un ventennio»15.
Gli effetti di un ampliamento delle forme di criminalità organizzata si manifestano solo nel corso degli anni Settanta, quando giungono a maturazione le «condizioni interne alla società settentrionale in grado di favorirli» (cfr. Rocco Sciarrone, 2002). Queste “condizioni” si possono ricondurre all’esplosione del traffico di cocaina avvenuto proprio in quegli anni e alla speculazione economica di un capitalismo industriale che si sviluppa nelle regioni del nord e conduce il settentrione verso una politica di “cementificazione selvaggia”.
Per cui, gli ingenti profitti ottenuti dal traffico di stupefacenti conducono gli uomini d’onore a cimentarsi nel mondo dell’investimento edile, dove è possibile avvalersi di alcune competenze tecniche in grado di valorizzare in tempi ridotti enormi quantità di denaro16
. Il triangolo industriale è stata la prima destinazione. Uomini della criminalità organizzata si sono trasferiti in Piemonte, Liguria e Lombardia.. Questi anni segnano la svolta della ‘ndrangheta da mafia agro-pastorale a organizzazione imprenditoriale coinvolta in appalti pubblici e nel settore industriale in tutta Italia.
Ciò che non va trascurato però, è che la ‘ndrangheta cambia anche nei territori del sud Italia, comincia a espandersi in ogni provincia calabrese, anche laddove non era riuscita a infiltrarsi. Per cui, si è tenuti a precisare che molte famiglie mafiose non sono riconducibili alle storiche ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria17, con le quali non sono assolutamente imparentate, ma se vogliono “onorarsi” dell’appelativo ‘ndrangheta devono sottostare alle regole mafiose dei vertici reggini.
Sono gli anni in cui apre il cantiere del porto di Gioia Tauro, prendono vita i lavori per la costruzione della Salerno – Reggio Calabria, autostrada inizia durante il governo Fanfani (1962) e che dopo dodici anni l’intero tratto apre al traffico per la prima volta. Tuttavia, i lavori non si concludono definitivamente, ma attraversano un continuo “apri e chiudi” dei cantieri per poi terminare l’intero tratto autostradale.
L’intervista di un affiliato nel 1980 sostiene che l’autostrada del sole «ha aiutato un po’ l’evoluzione, però ha anche dato la possibilità al cambiamento della vecchia alla nuova mafia […] poi subentrarono anche i subappalti. Ha voluto significare benessere per alcune persone, è chiaro, perché chi ha avuto la possibilità di comprarsi un automezzo e prendere con le buone o con altri mezzi il subappalto, per lui ha significato e per la famiglia e per tutti quelli che gli stavano attorno un benessere.»18
Ma per riuscire ad entrare nel giro degli affari e gestire appalti pubblici la ‘ndrangheta ha bisogno di denaro. Quale potrebbe essere la fonte economica in grado di portare nelle tasche dei Boss un elevato quantitativo di somme di denaro? Secondo alcuni studiosi, fu proprio la strategia dei sequestri. Le ragioni che hanno spinto la ‘ndrangheta a specializzarsi nei sequestri di persona sono molteplici. Considerando che mafiosi e camorristi praticano già da tempo l’uso strategico dei sequestri, per la ‘ndrangheta può essere una pratica organizzata “low cost”, senza spese aggiuntive, con la consapevolezza di avere come alleato un massiccio montuoso collocato all’estremità della penisola italiana: l’Aspromonte, altrettanto rifugio sicuro per i latitanti. D’altra parte, nessun’altra mafia è stata in grado di disporre una rete di colonie così ben organizzata in tutto il settentrione, se non la malavita calabrese. Tra le vittime del fenomeno si ricordano anche nomi prestigiosi, come il cantautore Fabrizio De André e tre esponenti della famiglia dei gioiellieri Bulgari. Dell’intera vicenda, solo otto miliardi di lire versati come riscatto, vengono recuperati. Non c’è da stupirsi se l’espressione «industria dei sequestri» fosse diventata una sezione costante all’interno di quasi ogni quotidiano a diffusione nazionale.
Sull’Aspromonte, il regno di paura instaurato dalla ‘ndrangheta è stato così agevolato che l’organizzazione poteva tenere gli ostaggi quasi «a tempo indeterminato e tener presente che l’abilità di prendere ostaggi è solo una parte strategica, oltre al riscatto corposo, più importante più essere il desiderio di farsi degli amici.»19
Farsi degli amici attraverso un sequestro di persona significa mettere in scena un gioco delle parti. La prima parte è quella del “cattivo”, che attraverso atti intimidatori minaccia di far sparire la persona posta sotto sequestro se non gli si consegna la somma richiesta entro il tempo stabilito dai sequestratori. A questo punto, entra in scena la seconda parte della Commedia, quella del “mediatore”, l’amico gentile ed educato, in grado di negoziare un qualsiasi restringimento del riscatto, per poi riconsegnare sani e salvi i sequestrati. Ma, la parte più importate è racchiusa nel finale: la ‘ndrangheta garantisce “protezione”, “stabilità”, “concretezza”, per eventuali inconvenienti futuri. Dal “cattivo”, al “mediatore”, per finire a “guardia del corpo”: la mafia riesce in maniera geniale a proporsi al tempo stesso come vostro “ nemico – amico” su cui contare.
Le cose cominciano a cambiare nel dicembre del 1972 con il rapimento di Pietro Torielli, figlio di un banchiere di Vigevano in Lombardia. Si ritiene che nel sequestro fosse coinvolto Luciano Liggio20 in accordo con la ‘ndrangheta: da quel momento i sequestri di persona diventano un’attività di portata nazionale per il crimine organizzato calabrese.21
«Il 10 luglio 1973, nel centro di Roma, viene rapito il sedicenne John Paul Getty III. Nipote del magnate americano del petrolio Jean Paul Getty, viene spinto in un’auto, narcotizzato e portato via. Il 20 ottobre dello stesso anno, tagliano al ragazzo l’orecchio destro, lo avvolgono in un pacchetto di cerotti pieno di liquido tassidermico e lo spediscono alla sede del quotidiano romano «Il Messaggero.» Il macabro involto conteneva anche un bigliettino che prometteva che il resto del ragazzo «arriverà a pezzettini» in caso del mancato pagamento del riscatto. Un mese più tardi, sarà consegnato il riscatto di due miliardi di lire». La pratica del sequestro di persona non risparmierà neanche i bambini: «Marco Fiora ha sette anni quando viene rapito nel 1987 dagli uomini della Santa e tenuto prigioniero 17 mesi.» Oltre al piccolo Marco, vissero periodi drammatici centinaia di famiglie colpite da Nord a Sud del Paese. «Ascendono a 910 i sequestri di persona, tra cui 82 morti. Tra i più lunghi quello di Carlo Celadon durato 831 giorni. Sessanta furono le donne rapite di cui 5 uccise. Circa trenta i bambini di cui 3 uccisi. Il più lungo, proprio quello dello stesso Marco Fiora.22»
Il sequestro di persona, a differenza del contrabbando di sigarette23, del traffico di stupefacenti e di quello delle armi, non è un delitto gestito a pieno titolo dalla ‘ndrangheta, né per organizzare un sequestro di persona occorre essere affiliato ad una famiglia mafiosa come invece, avviene di norma per potenziali altri interessi per le cosche (quali droga, riciclaggio di rifiuti e prostituzione). Questo spiega perché alcuni sequestri di persona siano stati organizzati da bande della criminalità comune.24

Ruoli sociali

Cambia la ‘ndrangheta, cresce, si sviluppa. Cambia il modus operandi degli ‘ndranghetisti, così come cambiano gli uomini d’onore. Nasce una “nuova mafia” e resiste una “vecchia mafia” caratterizzate entrambe da differenze e somiglianze. La prima, viene definita rurale, espressione dalla società tradizionale, detentrice delle antiche regole dell’onore mafioso25. Mentre la “nuova mafia”, è quella “paesenotta”, civile, per bene, amante dei facili guadagni. Secondo alcuni storici, questo cambiamento avviene alla svolta degli anni Sessanta, quando i locali di ‘ndrangheta iniziano a rafforzarsi, invece di dissolversi con l’arrivo del processo di globalizzazione, che andrà a favorirli in ogni aspetto economico. Per cui, il crollo della società tradizionale non ha comportato gli attesi effetti di “disfacimento” del fenomeno mafioso.
La ‘ndrangheta ha dimostrato di non essere solo modernità e “attualità”, ma essa ha saputo congiungere con efficacia passato e presente, antico e moderno, dunque “tradizione e innovazione contemporanea”. Essa è l’organizzazione criminale capace di equipaggiarsi di una particolare duttilità nel mondo degli affari e dell’edilizia, andando a chiarire come uomini con elevati interessi sparsi in tutto il mondo facciano riferimento ancora oggi al delitto d’onore, se il tribunale della ‘ndrangheta emana la sentenza di condanna. La reputazione degli uomini di ‘ndrangheta deve affermarsi sia all’interno che all’esterno dell’organizzazione, altrimenti significherebbe “perdita prestigiosa del proprio ruolo”.
Gli esponenti della mafia vecchia, secondo Rosario Mangiameli, cioè quel “ramo” della mafia «consolidata da qualche generazione, sono personaggi autorevoli nel loro contesto, con una rete di relazioni anche al di fuori del mondo delinquenziale e affaristico, possono contare su una rendita di posizione fornita dalla violenza usata dai loro padri. Invece, il mafioso «nuovo» deve conquistare sul campo quella legittimazione che è indispensabile per subentrare ai nemici nei vertici delle gerarchie criminali26
Il fenomeno mafioso è investito da un continuo processo di rinnovamento, tanto da raggiungere attualmente la “terza generazione” di ‘ndrangheta. Da sempre si assiste ad un ricambio di uomini sia ai «vertici» che alla «base» delle organizzazioni mafiose e ininterrottamente una mafia «nuova» si sostituisce a quella «vecchia»27.
D’altra parte ciò che «periodizza la storia della mafia non è certo la “vecchia o “nuova” etica delle cosche, ma lo spazio di mediazione che lo Stato – le élites locali – decidono di lasciare loro di volta in volta aperto o chiuso.»28
Tali “qualità” «costituiscono le costanti che garantiscono a questo tipo di criminalità la sua capacità di trasformarsi e di modellare le proprie strategie seguendo le direttrici dello sviluppo economico e sociale. Nella sua capacità di evolversi, adeguandosi nell’organizzazione e nell’attività alle caratteristiche del tipo di società in cui si sviluppa ed agisce, la mafia rivela la sua funzione parassitaria: funzione che rappresenta non un aspetto secondario, bensì il carattere essenziale di questa associazione a delinquere, il suo vero elemento distintivo più ampio di altre associazioni criminose31.
Il parassitismo mafioso si moltiplica senza trovar fine, trovando forme consenzienti in diversi parametri della vita quotidiana, così come dimostrato anche dalle ultime operazioni antimafia, intorno alle quali, risulta essere presente “un’infiltrazione a tappeto” nella società contemporanea che incontra enormi difficoltà nell’estirpare la piovra mafiosa. Le attività criminose, che dalla Calabria giungo in Svizzera o in Germania, dalle quali i capitali da investire provengono, si svolgono con regolarità ed efficacia, senza mai perdere i contatti con la «Madre Patria».
Accanto a questi vi è «l’attività estorsiva», che si svolge con diversi metodi organizzativi e a diversi livelli. «Gli appalti e il racket delle estorsioni rappresentano il segno di un potere territoriale, il quale va ad interagire con il potere politico che quindi resta indispensabile. Il controllo di un certo gruppo su di un determinato territorio richiede il riconoscimento degli altri gruppi, altrimenti seguirebbe il «bellum omnium contra omnes.»32
Ogni ‘ndrina prima di agire chiederà il consenso alle cosche del “territori limitrofi”, così da evitare eventuali faide tra gruppi appartenenti allo stesso locale e non solo.

Contrastare la ‘ndrangheta

Uno studio applicato della mafia, dunque, «deve concentrarsi in gran parte sulle relazioni sociali che l’organizzazione intreccia al suo interno e con il mondo esterno. Le caratteristiche di un’ottima duttilità e mutevolezza della mafia, sottolineate in più occasioni, spesso spingono a disegnare l’immagine di un’organizzazione forte e invincibile»33. La domanda sorge spontanea, è veramente cosi? La ‘ndrangheta è «in-vincibile»?
Bisogna classificare le azioni di contrasto alla mafia in due categorie, ciascuna delle quali articolata al proprio interno. La lotta alla ‘ndrangheta, cosi come per le altre mafie, si regge su due “posizioni” la «istituzionale» e la «movimentista».
La “posizione istituzionale” dell’antimafia è composta da attività condotte a livello istituzionale su disposizioni legge poste in essere dagli apparati giudiziario e dalle varie articolazioni dello Stato. La “posizione movimentista” dell’antimafia è caratterizzata dalla manifestazione spontanea di singoli cittadini e dei gruppi associativi che si propongono come valore sociale l’affermazione della giustizia sociale attraverso la lotta alla mafia. Le connessioni e le retroazioni tra i due lati della medaglia della lotta alle mafie esistono da sempre, tant’è vero, che in passato «alcune azioni sono state condotte grazie alla sinergia tra le due parti.» Ciò non significa che le due “posizioni” si sono in ogni occasione mosse in maniera coordinata tra di loro o che entrambe volessero dirigere i passi nella stessa direzione34.
. Sul fronte istituzionale la lotta alla mafia, è dedita a fornire una risposta «politica» che i partiti e le istituzioni mettono in campo per affrontare quella che, all’indomani di un grave fatto di sangue, viene definita «emergenza mafiosa.» Sul fronte movimentista, gli omicidi di alti rappresentanti dello Stato35 provocano la reazione di associazioni e cittadini che assumono «iniziative autonome» e non di rado in contrasto con quelle animate dai partiti36.
Contro la mafia serve dunque, un forte e duraturo impegno dello Stato, attraverso le sue strutture investigative e giudiziarie, sul piano della prevenzione e della repressione delle attività criminali. Impegno di lungo periodo, costante, evidente, efficace.
A partire dal 1992 lo Stato si è dato un’organizzazione specifica istituendo alcuni organismi:

«1) Il Procuratore nazionale antimafia il quale dirige la Dia ed è sottoposto alla vigilanza del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione che riferisce al Consiglio Superiore della Magistratura. 2) La Direzione nazionale antimafia (Dna) che è composta dal Procuratore nazionale antimafia e da 20 magistrati del Pubblico ministero che sono i sostituti Procuratori nazionali antimafia. 3) La Dna è organizzata in servizi (studi, documentazione, cooperazione internazionale) e materie di interesse (mafia, camorra, ’ndrangheta, narcotraffico, tratta di esseri umani, riciclaggio, appalti pubblici, misure di prevenzione patrimoniali, ecomafie, contraffazione di marchi, operazioni finanziarie sospette, organizzazioni criminali straniere). 4) La Direzione investigativa antimafia (Dia) che è un organismo investigativo le cui attività servono a svelare le strutture, le articolazioni e i collegamenti interni e internazionali, gli obiettivi e le modalità operative delle organizzazioni criminali. E infine, 5) il Pool antimafia: si tratta di un gruppo di magistrati che si occupa di indagini relative al fenomeno mafioso. La gestione di un’indagine da parte di un unico magistrato è meno efficace e rischiosa rispetto ad un pool, dove i magistrati che ne fanno parte condividono le informazioni. Quindi anche se venisse ucciso uno dei magistrati gli altri potrebbero continuare il suo lavoro37
Per cui, la mafia si contrasta se le istituzioni, il governo, le amministrazioni regionali e locali e la società civile, comprese la cultura e la scuola, si muovono per bloccare ogni canale attraverso cui gli interessi criminali si espandono. C’è una «zona grigia», ovvero complici che sostengono i boss e ne consentono il potere, la ricchezza e, l’influenza politica ed economica. È quella zona che va limitata e prosciugata. Alla ‘ndrangheta andrebbe limitato il reclutamento del «capitale sociale meno abbiente», ovvero quella fetta di cittadini che vivono quasi sotto la soglia di povertà e che sono costretti a rivolgersi alla ‘ndrangheta per poter lavorare.
Lo Stato è ancora indietro nel salvaguardare il cittadino attraverso una vera politica concentrata sulla cultura del lavoro. In alcune aree della Calabria vengono meno anche i requisiti minimi per una degna sopravvivenza della persona in quanto persona, tutto diventa molto più semplice per gli affari della criminalità che recluta continuamente nuovo personale al suo interno. Con una disoccupazione giovale che è sulla giusta strada per superare il 60%, la chiave di contrasto alla ‘ndrangheta è creare posti di lavoro.

Crotone e il fenomeno mafioso

In merito alla criminalità organizzata nel crotonese, ne parliamo con Bruno Palermo. Giornalista, scrittore e laureato presso l’Università della Calabria in Lingue e letterature straniere. Direttore della testata giornalistica online Crotonenews e corrispondente di Sky Sport, che in passato si è occupato di immigrazione e criminalità organizzata. Ad oggi continua la sua battaglia in nome della giustizia sociale.

1) Quando nasce la ‘ndrangheta nel crotonese?

«La ‘ndrangheta così com’è strutturata nel crotonese nasce agli inizi degli anni settanta, con un punto di non ritorno se si vuole, che è il sequestro di un grosso imprenditore agricolo»38, per il quale sembra sia stato pagato un riscatto di un miliardo di lire. Dal quel sequestro, vengono condannate persone che poi saranno i capi famiglia delle cosche più importanti di ‘ndrangheta dal territorio crotonese»39. Prima è stata una criminalità che si dedicava soprattutto al traffico delle sigarette di contrabbando, è con il sequestro di persona fanno un salto di qualità, si finanziano e diventa un’altra cosa.»40

2) Quanto è importante l’area grigia per le cosche che operano in questo territorio?

«Attualmente è linfa vitale, nel senso che la ‘ndrangheta crotonese così come nelle altre mafie, hanno bisogno di investire i loro soldi ottenuti con i traffici illeciti e di farli rientrare in un mercato economico vero e reale. Per cui attraverso l’area grigia sono in grado di fare questo, ma soprattutto possono avere e usufruire di appalti pubblici e quindi rischio zero, quando sai già di vincere, e in genere parliamo di milioni di euro41. L’area grigia è fondamentale per gli investimenti, per avere un terreno sul quale poter agire indisturbati e avere la certezza di vincere e di debellare la concorrenza su qualsiasi cosa possa trattarsi. La cosa più importante è che loro possono investire su soldi pubblici, soldi veri, soldi che sono sempre disponibili. La ‘ndrangheta ha da questo punto di vista un background di corruttela non indifferente e le varie inchieste lo hanno dimostrato non solo in Calabria42. Le collusioni con la zona grigia permette alle cosche ‘ndrangheta di accaparrarsi appalti per decine di milioni di euro all’estero, grazie alla connivenza di direttori di banca, di commercialisti e così via.»

3) Come ha gestito la ‘ndrangheta il business dell’immigrazione a Crotone?

«C’è un’inchiesta molto importante, è un’inchiesta interforze fatta dalla guardia di finanza dal Ros dei carabinieri e dalla squadra mobile di Crotone e di Catanzaro. L’inchiesta di chiama Jonny, e ha riguardato soprattutto il centro di prima accoglienza di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, che è un’ex base militare, divenuto centro di accoglienza quasi per caso, quando iniziarono ad arrivare alla fine degli anni novanta i profughi albanesi e cossovari che scappavano dalla guerra. All’inizio era una roulottopoli poi divenne un vero e proprio centro di accoglienza e la base militare venne smantellata. Ad oggi c’è solo un piccolo nucleo di aeronautica militare e l’aeroporto, lo scalo Pitagora è di fronte la base. Secondo l’inchiesta Jonny della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, quel centro di prima accoglienza era gestito dalla confraternita di Misericordia di Isola Capo Rizzuto per conto delle famiglie di ‘ndrangheta del crotonese, soprattutto della famiglia Arena e della cosca Grandi Aracri di Cutro, che attualmente è la cosca più potente sia economicamente sia militarmente, non solo in Calabria ma anche in altre parti d’Italia come per esempio in Emilia-Romagna.» «Le cosche protagoniste gestivano i soldi attraverso il cibo e i servizi per i migranti, per esempio la mensa veniva gestita da due soggetti che sono stati condannati in primo grado con rito abbreviato a 20 anni di carcere e i pasti non erano quelli prevista dal capitolato, sugli aspetti sanitari, sul vestiario, sul pocket Money, su qualsiasi cosa si guadagnava e questi soldi venivano gestiti da queste famiglie. Addirittura esistono delle intercettazioni che negli anni 2000, durante una delle guerre di mafia nel territorio crotonese43, le nuove leve hanno cercato, e poi ci sono riuscite, di soppiantare le vecchie famiglie di ‘ndrangheta, ad un certo punto, la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ferma un momento in cui il boss Nicolino Grandi Aracri dice che la pace tra le famiglie che erano in guerra a Isola Capo Rizzuto44 avviene proprio in virtù dei milioni di euro che c’erano da gestire per il campo di prima accoglienza. In questa vicenda, per tornare all’rea grigia, c’è un aspetto che ancora non è stato del tutto sviscerato, che riguarda i cosiddetti colletti bianchi. Colletti bianchi appartenenti alle forze dell’ordine, funzionari e dirigenti di prefettura, passando addirittura dal Ministero dell’Interno, delle collusioni enormi dunque. Questo perché, visto e considerato che si trattava di milioni di euro, con quei soldi puoi lubrificare i meccanismi dei colletti bianchi a tuo piacimenti. Così è successo, anche se questa parte non ha avuto un risvolto giudiziario ben preciso ma non disperiamo.»

4) Quindi la ‘ndrangheta è in grado di rigenerarsi rapidamente dai colpi subiti dalla magistratura?

«Assolutamente si, perché trova terreno fertile in un paese come l’Italia con una depressione economica, e in Calabria dove questa crisi economica si accentua ancora di più, è chiaro che la manovalanza non manca e non mancano neanche quei soggetti, anche tra i giovani, a cui piace il guadagno facile, a cui piace il potere, e che non hanno capito o forse non siamo stati in grado noi di farlo capire che questi meccanismi portano solo guai, portano a morte, portano al carcere, a non poter vedere la famiglia, a non poter abbracciare i figli a natale perché si è latitanti, o perché magari si è in carcere.»
«Non siamo ancora riusciti come società a far capire che la criminalità è un problema, non è un di più, non è un plus. Non siamo riusciti a far capire che delinquere non conviene, e questo ha bisogno di una cultura, che deve essere anche cultura giudiziaria, cioè ancora far capire che delinquere non conviene. Deve essere una priorità di un governo, di una classe politica, di una classe dirigente ma anche di una classe intellettuale.»45
«I ragazzi che non lavorano in Calabria e che hanno la possibilità di avere guadagni facili, sono pronti per la ‘ndrangheta. Pensare ad un onesto commerciante, che paga le tasse, che ogni mattina tira su la serranda del proprio negozio per campare la famiglia, e vedersi arrivare due individui neanche in grado di parlare in italiano e che pretendono 1.200 euro al mese altrimenti ti incendiamo il negozio, senza avere la possibilità di denunciare perché si è soli o perché non ci si fida è terreno fertile per la ‘ndrangheta che così facendo trova modo per rigenerarsi. È su questa via che si rigenera.»46

5) Qual è il suo antidoto nel contrasto e nella lotta alla mafia?

«La cultura e il benessere, che sono due cose che vanno di pari passo. La dignità delle persone, la incorruttibilità delle persone che può nascere solo da una famiglia forte alle spalle, da insegnamenti veri, da tradizioni di famiglia reali e culturali. È l’unico antidoto. C’è una parte che svolgono le forze dell’ordine, la magistratura, che riguarda i crimini e gli arresti ma c’è una parte che dobbiamo fare ognuno di noi, cioè, trasmettere ai ragazzi e a chiunque la cultura del bello, la cultura dell’accoglienza. Questa è una terra che ha avuto popoli da tutto il mondo. Fondata dai greci, la Calabria ha poi avuto Normanni, spagnoli, francesi. Io ricordo una scritta dietro una pala del Duomo di Venezia che diceva che la grandezza di Venezia era stata fatta dalla moltitudine di popoli che l’avevano abitata. Ecco così è la Calabria, così è l’Italia. La cultura che si mescola con altre culture e che cresce. La cultura associata al benessere, la dignità, la moralità delle persone credo che siano l’antidoto migliore per contrastare la ‘ndrangheta, fatta da trogloditi, da barbari, che usano laureati a loro piacimento e che a loro volta vengono usati questi trogloditi della ‘ndrangheta da un potere politico distorto. Questo è l’asse che bisogna spezzare, rompere, è bisogna far capire che chi fa queste cose non solo si fa del male, ma fa del male ad un intero paese, ad un intero popolo.»47

Note

  1. 15 agosto 2007.
  2. N. Gratteri e A. Nicaso, Storia segreta della ‘ndrangheta, una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018), Mondadori, 2018, didascalia.
  3. Più ‘ndrine formano un locale.
  4. E. Ciconte, ‘Ndrangheta, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2011, pp. 15-16.
  5. Art. 6, co. 2, del decreto-legge n. 4 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n. 50.
  6. A. Nicaso, N.Gratteri, Fratelli di sangue. La ‘ndrangheta tra arretratezza e modernità: da mafia agro-pastorale a holding del crimine. La storia, la struttura, i codici, le ramificazioni, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 2007, p. 21.
  7. R. Rossetti, mamma ‘ndrangheta, Giuliano Landolfi Editore, 2018, p. 17.
  8. N. Gratteri in un Convegno dell’Università di Bologna, maggio 2019.
  9. E. Ciconte, ‘Ndrangheta…, p.28.
  10. F. Truzzolillo, «Criminale» e «Gran Criminale». La struttura unitaria e verticistica della ‘ndrangheta delle origini.., p. 210.
  11. Comune in provincia di Reggio Calabria.
  12. Ivi, p. 211.
  13. Zona di influenza.
  14. Iniziati nel 1956.
  15. R. Sciarrone, Le mafie dalla società locale all’egemonia globale, in “Meridiana”, n° 43, 2002, pp. 61-62.
  16. Ibidem.
  17. Come ad esempio, la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto (KR) e la Cosca Ferrazzo di Mesoraca (KR).
  18. Programma intitolato Antenna TV, andato in onda su rai 1 nel 1980.
  19. J. Dickie, Mafia Republic, cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta…, pp. 156 -157.
  20. Non è mai stato dimostrato con chiarezza che il sequestro del giovane Getty fosse stato architettato da Luciano Liggio.
  21. Ivi, p. 165.
  22. C. Sframeli, La stagione dei sequestri. Il crimine più ripugnante, in “In Aspromonte – gruppo corriere locride”, 17 maggio 2017.
  23. Che ebbe una svolta dopo la strage di Piazza Mercato a Locri, il 23 giugno 1967.
  24. E. Ciconte, Mafia del mio Stivale…,p. 112.
  25. In quanto è la donna a conservare il codice educativo mafioso.
  26. S. Lupo, Rosario Mangiameli, Mafia di ieri, mafia di oggi, in “Meridiana”, n°7-8, anno 1989-90, pp. 18 – 22.
  27. R. Sciarrone, Mafie vecchie, Mafie nuove, Donzelli editore, 2009, [1^ ed. 1987], p. 23.
  28. R.Sciarrone, Mafie vecchie, Mafie nuove, Donzelli editore, 1987 ,p. 325.
  29. S. Mannino, Il problema e la risposta: istituzioni e magistratura di fronte alla ‘ndrangheta, in “Meridiana”, n°. 7-8, 1989-90, p. 271.29
    Il rapporto con la politica rappresenta il nucleo fondatore per lo sviluppo mafioso, se non altro perché diventa strumento disponibile per lo scambio di favori tra i mafiosi in qualità di “elettori” e gli amministratori in qualità di “eletti”. Pare che tale circostanza sia presenta fin dalla origini del sistema rappresentativo democratico italiano. Per cui il mafioso dimostra di avere un ruolo “principale all’intero della sfera sociale”, che va a concretizzarsi con la congiunzione della “cosa pubblica”. Questo meccanismo rappresenta la capacità che la mafia mette in atto “un’azione infiltrante” che porta al compimento della “congestione” tra l’associazione mafiosa e la struttura rappresentativa della Stato.
    È stato analizzato che attualmente la ‘ndrangheta in Calabria è in grado di spostare interi bacini di voti che oscillano tra le 150.000 e 200.000 preferenze (in percentuale: tra il 15% e il 20% dei voti). A volte purtroppo, è la stessa politica che bussa alla porta degli ‘ndranghetisti per chiedere «aiuti elettorali.»
    Per lungo tempo, il controllo mafioso del territorio di alcune zone del Mezzogiorno non è stato percepito come una «minaccia» nei confronti dello Stato, anzi ciò ha reso possibile la “coesistenza” (o “coabitazione” nei termini della Commissione parlamentare antimafia) tra due “elementi di rappresentanza” che in linea di principio sono in netta contrapposizione.
    La mafia tenta di controllare tutte le attività economiche e legali praticate su un dato territorio: il concetto di «territorialità» rappresenta la struttura morfologica del potere mafioso. Il mafioso, a differenza dell’uomo politico, è in grado di “contrassegnare” il proprio territorio dodici mesi all’anno. L’uomo politico, mediamente, dimostra una sorta di vicinanza alla propria comunità solo in campagna elettorale oppure in prossimità di quest’ultima, la quale corrisponde in media una volta ogni cinque anni. Questo stabilisce il motivo secondo cui, il “potere mafioso” ha maggiore credibilità del “potere politico” su un determinato territorio.
    Per cui, la mafia in modo «lecito» assicura ai suoi affiliati una posizione privilegiata per accaparrarsi i capitali che costituiscono l’introito principale dei grossi traffici «illeciti» (droga e armi da guerra), investendo ripetutamente i suoi capitali «bilanciandosi tra l’uno e l’altro campo di attività: illecito è, ad esempio, il riciclaggio del denaro «sporco», mentre un investimento ufficiale, è quello eseguito in imprese commerciali o industriali, che grazie a questa disponibilità di denaro acquisiscono sul mercato una capacità concorrenziale non eguagliabile da parte delle altre imprese»30Ivi, p. 272.
  30. S. Lupo, R. Mangiameli, Mafia di ieri, mafia di oggi…, p. 36.
  31. R. Gallo, Connessioni mafiose, uno studio sulle reti sociali ‘ndranghetiste, p. 157.
  32. V. Mete, la lotta alle mafie tra movimenti e istituzioni, in «L’Italia e le sue Regioni, Istituto della Enciclopedia italiana», p. 306.
  33. Come ad esempio, Pio La Torre o Carlo Alberto Dalla Chiesa.
  34. Ibidem.
  35. Fabio Cucculelli, Antimafia – rivista, rubrica, parole, in “Bene Comune”, 10 marzo 2015, p. 2.
  36. Raffaele Maiorano.
  37. Tra cui : Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, Dragone e Grandi Aracri di Cutro, Mannolo e i Trapasso di San Leonardo (frazione di Cutro), Marincola di Cirò, Ferrazzo di Mesoraca, Russelli di Papanice, Vrenna di Crotone.
  38. Il sequestro di persona permette alla ‘ndrangheta di chiedere un riscatto. Questa pratica ha permesso all’ndrine di reinvestire quel denaro per poi accedere agli appalti pubblici. Diventano un’altra cosa, così come specificato da Palermo, ovvero vere macchine di guadagno trasformando l’organizzazione stessa da mafia pastorale a industria internazionale del crimine.
  39. Questo spiega l’apertura di piccole attività commerciali (bar o piccoli spacci alimentari) che aprono e chiudono la propria attività commerciale in breve tempo. Per reinserire il denaro illecito in una forma di guadagno legale, l’affiliato (che non necessariamente deve essere il proprietario dell’attività) batte scontrini fiscali giorno dopo giorno. Terminato il lavoro l’attività chiude all’improvviso.
  40. Avvocati corrotti e uomini dello stato che permettono la fuoriuscita di informazioni utili per le cosche.
  41. In questo caso fa riferimento alla faida che coinvolse anche la pre-Sila e il confine territoriale tra Catanzaro e Crotone. Particolarmente atroci sono stati i crimini commessi lungo la linea che denota i confini provinciali della due città calabresi.
  42. Basti pensare che Isola Capo Rizzuto rappresenta un’anomalia criminale. Ovvero è l’unica cittadina in Calabria in cui operano oltre 10 ‘ndrine di ‘ndrangheta: oltre alla nota famiglia Arena, vi sono: i Capicchiano, i Colacchio, i Maesano, i Manfredi, i Nicoscia, i Paparo, i Pullano, i Pugliese e la Famiglia Raso.
  43. Possiamo confermare che in Calabria si è giunti alla terza generazione di ‘ndrangheta.
  44. Questa “rigenerazione” avviene da più punti di vista: non solo da un punto di vista criminale e autoritario cioè la ‘ndrangheta fa capire alla comunità chi comanda, ma anche da un punto di vista sociale e culturale, in quanto, è essa che crea lavoro, è essa che crea opportunità, è essa che si sostituisce alle politiche dello Stato.
  45. Intervista del 26 agosto 2019 presso Crotone.