Bibliomanie

28 Maggio 1974, Una ferita sempre aperta
di , numero 56, dicembre 2023, Saggi e Studi, DOI

28 Maggio 1974, Una ferita sempre aperta
Come citare questo articolo:
Flavio Ferri, 28 Maggio 1974, Una ferita sempre aperta, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 8, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.11077

1. Introduzione
La strage di piazza della Loggia è stato un evento che ha profondamente segnato la memoria collettiva della città di Brescia a prescindere dall’orientamento politico e dall’essere stati o meno testimoni diretti dello scoppio della bomba. Un evento che per la galassia della sinistra radicale si può definire «periodizzante». Infatti, dopo l’esplosione della bomba per alcuni attivisti si avvia una profonda radicalizzazione dei toni e delle modalità di fare politica che sfocerà, in taluni casi, anche nell’utilizzo della violenza armata1.
Gli anni che precedono la strage sono segnati da una serie di eventi significativi come la crisi economica scatenata dall’aumento dei prezzi del petrolio, le mobilitazioni operaie e i sommovimenti all’interno della scuola da parte sia di insegnanti che di studenti contro la riforma Malfatti2. Una situazione alla quale si aggiunge anche il referendum sul divorzio che rappresenta uno dei momenti più determinanti del 1974 ed è senza dubbio una delle cause principali dell’accelerazione dei movimenti eversivi in seno alla estrema destra3. L’anno considerato è stato anche denominato, da parte del pretore bolognese Giancarlo Scarpari, come «L’anno delle stragi, rivendicate da sigle dell’estremismo fascista: quella di Piazza Loggia del 28 maggio e quella del treno Italicus del 4 agosto; è l’anno in cui si registrano ben tre diversi tentativi di colpi di Stato e che coincide col periodo di maggior crescita dell’eversione di destra in Italia»4. Una situazione politica senza dubbio carica di tensione ma nella quale l’esperienza della strage di piazza Fontana con il suo seguito di deviazioni, di affossamenti e di inquinamenti di prove, hanno reso infatti più attenti gli animi e le coscienze5. La reazione popolare alla strage è forte non solo a Brescia ma anche nel resto d’Italia6 e comporterà anche il disinnesco dei presunti tentativi golpisti in atto anche a seguito di quello che Valerio Marchi chiama «un apparente risveglio» delle forze di sicurezza e magistratura che emettono mandati di arresto e le istruttorie iniziano ad affrontare la matassa intricata delle attività eversive7.
Gli eventi tragici e significativi dal punto di vista sociale e storico come le stragi pongono necessariamente al centro il tema della memoria collettiva, poiché sono fenomeni che non riguardano solo la sfera privata e personale delle vittime e delle persone coinvolte direttamente. I monumenti in questa chiave di lettura si rivelano essere dei punti di osservazione ottimi per comprendere i cambiamenti intercorsi nelle diverse memorie della strage e sono rappresentativi della non esistenza di una memoria unica e monolitica, ma di una pluralità. Una memoria che si presenta come un insieme costituito da più memorie individuali che condividono fra loro alcuni riferimenti. Per Alessandro Cavalli è da tale condivisione che nasce la memoria collettiva, a cui egli aggiunge, riprendendo Maurice Halbwachs, che «è un’operazione che non fa un individuo da solo: è un’operazione che non si può condurre prescindendo dalle rete nelle quali l’individuo è inserito e, di conseguenza, ogni memoria, anche individuale, è una memoria sociale». Un fenomeno che quindi si articola in maniera generazionale e di conseguenza cambia non solo nella relazione fra le differenti memorie ma anche con l’ambiente e coi luoghi della memoria riferibili agli eventi considerati8. Con il concetto di «memoria collettiva» Cinzia Venturoli intende «il prodotto di una interazione sociale, di scelte condivise dei fatti del passato giudicati rilevanti per gli interessi e l’identità di un gruppo», e aggiunge che «non solo un insieme di tracce di un passato comune conosciuti da tutta la società ma l’attiva appropriazione da parte di un gruppo di questi segni e ricordi». Nel nostro caso si deve parlare al plurale, in quanto le memorie collettive sono numerose, e questo si evince dal conflitto e dalle critiche che si addensano attorno alle celebrazioni e ai monumenti9.
Si tratta di un evento che incide su tutte le componenti della memoria collettiva cittadina al di là dei familiari delle vittime e dei feriti. Come afferma Halbwachs: «non c’è memoria collettiva che non si dispieghi in un quadro spaziale»10, da tale assioma si legge la volontà di trasformare il dolore in una prova tangibile dell’impegno politico delle vittime che spinge alla realizzazione, quasi immediata, delle prime lapidi in memoria di Luigi Pinto, Alberto Trebeschi, Giulietta Banzi Bazoli, Clementina Calzari Trebeschi e a Livia Bottardi Milani. Questi sono tutti insegnanti e tutte persone attive politicamente nella Cgil Scuola e nel caso di Pinto e di Bazoli anche in Avanguardia Operaia. Anche a: Vittorio Zambarda, Euplo Natali e Bartolomeo Talenti sono dedicate delle testimonianze durature come lapidi, targhe e luoghi.
L’altro filone monumentale che si considera è quello dedicato alla strage ed alle vittime nella loro globalità. Il primo monumento dedicato alla strage viene realizzato in tempi rapidi, infatti nel 1976 viene innalzata la Stele progettata dall’architetto Carlo Scarpa, finanziata dal Comune di Brescia, a cui seguono negli anni seguenti altre opere. Se nel primo filone dedicato alle vittime nella loro singolarità non si riscontrano polemiche o critiche, nel secondo invece emerge la prova tangibile del conflitto in atto sulle spoglie dei caduti. Il conflitto sulla memoria dei caduti segna fin da subito la memoria collettiva dando vita a differenti memorie attorno a questo evento e alla sua eredità. Una memoria della strage che difatti Gianfranco Porta definisce come un «movimento di rappresentazioni mentali, territorio conteso, processo discontinuo, riattivato da vicende politiche e giudiziarie che diventano parte integrante del discorso pubblico grazie ai mass media»11.
Il loro essere testimoni silenti della realtà e il carattere rappresentativo dato dai significati che assumono sia nel momento della realizzazione che nel tempo, fa assurgere tali manufatti a veri e propri «mediatori»12 della memoria, e nel nostro caso, diventano testimonianza dei cambiamenti nella memoria, e nelle memorie, della strage di piazza della Loggia. I manufatti come lapidi e monumenti sono anche delle «forme oggettivate ed esteriorizzate di memoria», sono la rappresentazione materiale sia dei processi organizzativi che di trasmissione sociale della memoria13.

2. Come definire i monumenti dedicati alla strage
Nella definizione di Mario Isnenghi di «luoghi della memoria», essi vengono descritti non solo come luoghi topografici e fisici ma anche simbolici e immateriali la cui «localizzazione materiale e […] geografica [risiede] dell’immaginario»14. Questi sono in primo luogo fisici e tangibili, ma assumono anche un valore nella memoria collettiva, rappresentando quello che Aleida Assmann definisce «un valore particolare nella memoria storica e nazionale» in quanto tradotti da parte di un gruppo in un «ricordo vincolante». Sono quindi considerati «normativi e necessari per la fondazione del senso personale e collettivo» e parte integrante della memoria della nazione, luoghi commemorativi che continuano a trasmettere la propria storia, quella della città di Brescia nel caso specifico analizzato, e di una ferita che ancora oggi non si è cicatrizzata. Per Walter Benjamin in questi luoghi avviene «una peculiare tramatura spazio-temporale», quello che Assmann riassume nella compresenza di «presenza e assenza» e rappresentano una perenne frattura difficilmente, o forse mai, sanabile. Parzialmente possiamo far rientrare i monumenti all’interno del concetto definito dalla storica di «luoghi del trauma» perché fissano la violenza di un avvenimento come un passato che non trascorre, sebbene rispetto alla descrizione di Assmann, nel caso specifico del 28 maggio, questi luoghi raccontino una storia e non vi è un «tabù» nei loro confronti15.
I monumenti riferibili alla strage del 28 maggio servono a testimoniare oltre all’avvenimento in sé anche la morte provocata da essa e hanno lo scopo, seguendo le parole di Régis Debray, di «rappresentare e rendere presente l’assente», rispondono alla volontà di «colmare una mancanza, per temperare un dispiacere»16. Nel caso di Brescia questa considerazione si attaglia bene perché la strage e il relativo sgomento colpiscono non solo i parenti e riferibile alla presenza di una ferita aperta non solo nei parenti e gli amici delle vittime, ma l’intera cittadinanza. Questi manufatti sono un esempio di «mediatori» della «memoria vivente» assieme ai «luoghi di commemorazione, musei ed archivi», come definiti da Assmann. Questi mediatori sono attori di precise politiche del ricordo e sono fondamentali nella costruzione della «memoria culturale», che si differenzia dalla memoria individuale, definibile anche come «privata», proprio per la sua artificialità, comportando al suo interno «il rischio della distruzione, della parzialità, della manipolazione e della falsificazione della sua autenticità»17. Robert Musil ritiene che i monumenti rischiano di divenire solamente un arredo urbano, perdendo la loro connotazione storica e di significato profondo. Egli individua come un fallimento l’alto scopo della monumentalità nonostante, in molti casi, questa costituisce «l’espressione di un pensiero o di un sentimento vivo» o anche di «suscitare un ricordo, di incatenare l’attenzione o di dare ai sentimenti un indirizzo pio». Musil teme la sparizione nel contesto urbano e quotidiano dei monumenti, comportando di conseguenza la perdita per la maggior parte degli osservatori del loro profondo valore e significato18. I monumenti della strage si differenziano rispetto al destino prospettato dall’intellettuale, in quanto sono al centro di cerimonie della rimembranza e del conflitto sulla memoria. Un oblio intermittente grava però anche su di loro poiché non tutti i manufatti ricevono le stesse attenzioni, come tendenzialmente accade, ad esempio, alle lapidi dedicate alle vittime.
Con monumento per Alois Riegl «si intende un’opera della mano dell’uomo, creata allo scopo determinato di conservare sempre presenti e vivi singoli atti o destini (o aggregati di questi) nella coscienza delle generazioni a venire»19. Un termine col quale si fa riferimento generalmente a un oggetto di grandi dimensioni, facilmente visibile, realizzato con materiali durevoli e dedicato alla commemorazione di un evento o di una persona importante per la memoria collettiva e l’identità sociale di una comunità. Si inserisce quindi in quella linea definita da Andrea Pinotti come «la linea che connette l’esercizio del potere e l’esperienza della morte». I monumenti dedicati alla strage sono però difficilmente collocabili pienamente in questa linea, ma rientrano nel cenotafio, che riprende la traccia di una assenza. Facendo riferimento alla «esperienza della morte» il monumento è il segno dell’assenza del morto, un «campo privilegiato sia per la genesi storica della produzione di immagini come risposta al trauma della morte sia per l’originarsi sempre di nuovo ripetuto del gesto che riproduce immagini come supplementi a compensazione di una mancanza». I monumenti legati alla strage, non sono solo questo in quanto guardano anche alla «sfera del potere e del suo esercizio» e rispondono alla esigenza del «potere stesso di auto-rappresentarsi ed esibirsi in immagine». Nessun monumento, come afferma Pinotti, potrà mai essere visto solo nella sua dimensione estetica o storico-artistica in quanto è pubblico, una caratteristica che vale anche qualora sia «privato». La dimensione pubblica comporta che i monumenti generino polemiche e critiche, e che rappresentino l’esempio lampante di quanto siano al centro dello scontro nelle battaglie sulla memoria della strage e delle «strategie di riappropriazione e rimediazione»20. I monumenti, come ogni altro prodotto culturale, rispecchiano «l’ideologia di una società o [di] un individuo è ciò per cui essi appartengono obbligatoriamente al proprio tempo», riprendendo la citazione di Débray rispetto all’arte21.
Per definire lo statuto dei monumenti della strage è utile ripercorrere brevemente le definizioni formulate da alcuni studiosi. Possiamo dunque collocare i monumenti dedicati alla strage del 28 maggio quindi all’interno delle definizioni delineate da Pinotti, nel concetto di Memorial: un oggetto realizzato a scopi prettamente commemorativi legato al polo della morte-assenza, più che a quello connesso alle finalità propagandistiche-celebrative. La questione però si fa più labile se prendiamo in considerazione il dibattito, approfondito di seguito, che coinvolge la colonna di marmo sbrecciata in contrapposizione alla stele realizzata poco prima del secondo anniversario del 1976. Lo storico austriaco Riegl divide in due macro tipologie i monumenti: quelli intenzionali (gewollte), realizzati cioè a fini monumentali, e quelli non intenzionali (ungewollte), realizzati per altri fini ma che poi sono divenuti monumentali per effetto della storia22. La colonna di marmo sita in piazza della Loggia si colloca pienamente in quest’ultima categoria poiché viene elevata dai cittadini, che nelle ore successive vi portano i fiori, a simbolo della città ferita e dell’eccidio stesso. Questa assunzione simbolica ed elevazione a vero e proprio monumento alimenta la contrapposizione con l’opera, intenzionale, di Scarpa in quanto giudicata superflua e inappropriata da una parte della cittadinanza.
I monumenti intenzionali legati alla strage si collocano pienamente anche in un’altra definizione, sempre tedesca, che ci aiuta a comprendere al meglio la loro collocazione teorica. Essi sono da considerare più Mahanmal che Memorial, in quanto Pinotti con il primo termine intende «una macchia qui presente che si rivolge insieme ad un passato, rammendandolo, e a un futuro, ammonendovi: è si, rappresentazione dell’assenza, di ciò che non c’è più ma al tempo stesso è esercizio di un potere che orienta ed indirizza ciò che non c’è ancora»23. Questa descrizione si colloca perfettamente sia al monumento di Scarpa che a quello dedicato alle vittime della strage e della Resistenza sito al cimitero Vantiniano, ma sopratutto rende perfettamente il senso di un altro monumento: il Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica. Assmann dà a questi luoghi un potere di «rianimazione», poiché in essi si riattiva il ricordo. Essi hanno una importanza cruciale in quanto detengono «la capacità di conservare e garantire la memoria anche dopo una fase di oblio collettivo»24.

3. Genesi e storia dei monumenti dedicati alla strage
Il primo monumento dedicato alla strage viene approvato dalla Giunta comunale il 26 novembre 1975 e ratificato dalla giunta il 24 maggio del 197625. Questo viene collocato nel luogo dell’esplosione dell’ordigno e realizzato seguendo il progetto dell’architetto Carlo Scarpa ed è concepito come una colonna romana in modo da richiamare le altre colonne del loggiato e quella rovinata dall’esplosione, sul marmo della lapide sono incisi i nomi delle otto vittime. Negli anni successivi viene aggiunta una transenna che delimita l’area e crea una distanza fisica e simbolica fra l’osservatore e l’opera stessa, ma al contempo va a definire un’area precisa dando vita ad un vero e proprio altare laico26. In contemporanea viene realizzata la lapide commemorativa nel punto preciso della piazza ove venne scaraventato il corpo di Alberto Trebeschi[efn_notePer l’immagine relativa alla stele dedicata ad Alberto Trebeschi: https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/20_maggio_27/strage-scatta numero-chiusoal-massimo-100-persone-piazza-90ae6664-9ffb-11ea-8f7d 66830a0d6de9.shtml 28. Oltre al problema di carattere estetico è proprio la mancanza di un dibattito e di un coinvolgimento che maggiormente crea malumori in quanto manca un ampio dibattito che «[coinvolga] tutte le espressioni democratiche cittadine, in continuità con la grande reazione popolare di due anni prima»29. Di fronte a queste critiche l’amministrazione si difende affermando che «la colonna votiva rappresenta solo lo stralcio di una futura sistemazione della piazza, il cui studio è affidato all’architetto Scarpa», la croce è concepita come un possibile elemento di un futuro «altare laico al coraggio civile». Floriano de Santi interviene sul “Giornale di Brescia” e giudica l’opera come «un elemento che sotto il rispetto architettonico e cromatico altererà indubbiamente la sua visibilità [della colonna]». A questo commento si somma l’opinione contraria all’aggiunta di altro materiale sotto il portico, limitando l’intervento ad una teca di plexiglas attorno alla colonna per preservarla in modo da sottolineare i caduti come «vittime della ferocia fascista», evitando potenziali scivolamenti verso una retorica celebrativa30. La contrapposizione fra la Stele e la colonna sbrecciata viene sottolineata anche dal padre di Alberto Trebeschi, quest’ultimo suggerisce l’elevazione di un monumento esteriore dal valore di «monito». La sua proposta concerne: il mantenimento del pilastro sbrecciato e di realizzare nei suoi pressi una piccola buca per contenere i fiori, l’aggiunta di una lastra di porfido rosso al posto della pietra sulla quale caddero suo figlio e la nuora Clementina e infine di sostituire con lo stesso materiale anche tutta la superficie bagnata dal sangue e dai corpi dei morti e dei feriti. Una soluzione che il proponente giudica non alterante rispetto alla piazza in quanto la «rottura nel semplice colore del lastricato sarebbe bastata a suscitare la curiosità, anche nei posteri, di conoscerne la ragione»31. Rispetto alla Stele ed alla inaugurazione Manlio Milani ritiene che il Comune abbia scelto il modo peggiore, evitando il confronto con la città sui «contenuti espressivi». L’opera di Scarpa viene giudicata da Milani come l’emblema di una memoria immobile e immutabile, che cita un episodio mortale accaduto il 28 maggio 1974, facendo prevalere «il senso della morte rispetto alla esaltazione di una nuova vita implicita nella manifestazione di tre anni fa». La cittadinanza per Milani è sostanzialmente esclusa da questo processo decisionale come dalle iniziative organizzate, al tempo, con il «Maggio Culturale» da parte del Comune di Brescia32.
La colonna quindi vive un fenomeno particolare, partendo dalla constatazione che, a detta di Riegl, «l’opera d’arte vive una dimensione di finzione, artificiale», essa però «si “realizza” attraverso il destinatario, osservatore, fruitore», l’azione di esso però, denota lo storico, va oltre in quanto forma l’identità attraverso i processi di «percezione e identificazione». L’opera d’arte o nel nostro caso la colonna, diventa «monumento in una dimensione virtuale, non per questo meno storica», il punto di vista antropologico, storico, sociale e spirituale, osserva Riegl, non sono qualcosa di «esterno» ma sono «tratti costitutivi del suo essere opera d’arte del suo divenire monumento»33. L’opinione che la colonna sbrecciata fosse sufficiente per ricordare le vittime è diffusa nella cittadinanza e non solo in una elité culturale: la polemica sulla Stele inserisce un elemento di estraneità e delusione nella memoria collettiva.
Se nel caso della Stele il Comune ha agito in maniera autonoma e senza consultare la cittadinanza, nel caso del monumento al cimitero Vantiniano l’approccio è diverso, optando invece per un maggiore coinvolgimento attraverso un concorso nazionale deliberato dal Consiglio Comunale34. La genesi di questo monumento si lega direttamente alla raccolta fondi a favore delle famiglie delle vittime, che è stata una delle modalità spontanee con la quale la cittadinanza reagisce alla tragedia. L’iniziativa si concretizza tramite la sollecitazione di molti cittadini, perlopiù sconosciuti, al “Giornale di Brescia” e al “Bresciaoggi” ad aprire la sottoscrizione. Questo denaro proviene sia da cittadini privati che da numerosi soggetti come le organizzazioni sindacali, il Cupa, diverse banche, varie aziende, la Caritas, l’amministrazione comunale e regionale, il Cida (dirigenti d’azienda del settore commercio) e l’Eca (Ente Comunale Assistenza). A coordinare questo flusso è la prefettura tramite la costituzione di un comitato per la gestione dei fondi, nel quale oltre ai rappresentanti delle famiglie vi sono anche i rappresentanti delle varie organizzazioni promotrici. I soldi avanzati, essendo assai numerosi e ben oltre le esigenze economiche dei famigliari delle vittime e dei feriti, venne deciso nell’ultima riunione prima dello scioglimento nel 1976, che fossero donati al Comune per realizzare iniziative «a perpetua memoria dell’eccidio, a testimonianza degli unanimi sentimenti di esecrazione che provocò ed ai connessi aspetti culturali»35. Il denaro consegnato al Comune da parte del Comitato Unitario Permanente Antifascista nel 1976, ammonta alla cifra di 85 milioni di lire. La speranza comune è certamente quella di erigere un monumento a testimonianza in tempi stretti, ma il Comune disattende tali aspettative in quanto solo nel 1979 l’amministrazione indice un bando di concorso, vinto dall’architetto Ignazio Gardella l’anno successivo36. La presentazione dei bozzetti e dei progetti avviene nel 1980 attraverso una mostra con le varie proposte raccolte dal bando37. La decisione finale rimane però appannaggio dell’amministrazione38 e tale scelta viene vissuta, come nel caso della Stele di Scarpa, come un’imposizione generando polemiche e critiche non indifferenti.
Il Monumento si presenta come un «recinto architettonico a pianta di triangolo rettangolo che isola, nell’area alberata all’interno del cimitero Vantiniano, uno spazio sacrale e commemorativo»39. All’interno vi è uno spazio rettangolare limitato sui due lati dai cateti di blocchi murari che contengono le scale di accesso alla cripta-ossario. Ai vertici di questo «triangolo» è lasciata una apertura per consentire il passaggio e la visione dell’ossario: con tale sistema di «assi ortogonali» si riprende la stessa forma che sta alla base del disegno del cimitero mentre lo spazio interno è concepito dall’architetto in modo tale che possa essere percepito anche da chi decide di non entrarvi. L’architetto Gardella, seguendo le parole di Paolo Zermani, vuole mostrare «le cadenze del tempo che trascorre, non limitandole al passato e al presente, ma traslandole nell’avventura del futuro», un messaggio ai posteri trasmesso lasciando una superficie interna vuota per successive epigrafi e lapidi. Le scale che conducono alla cripta partecipano a definire un uso «asimmetrico del manufatto» in quella che Zermani afferma essere una «deformazione dell’idea-forma iniziale, del blocco sicuro» in quanto per Gardella una scala serve per scendere, una per salire in modo da stabilire un contrastante utilizzo mono direzionale. L’utilizzo di materiali durevoli vuole dare una idea di un qualcosa di resistente all’usura ed alle epoche, nonostante sia calpestabile40. Dieci anni dopo l’eccidio le vittime ottengono una sepoltura definitiva assieme ai caduti della Resistenza, sottolineando quindi quel legame che pone le vittime come caduti dell’antifascismo collocandoli all’interno di un unico discorso memoriale. L’inaugurazione avviene con una celebrazione solenne il giorno del decimo anniversario con il vescovo Manziana, l’on. Tina Anselmi, i familiari delle vittime, il sindaco Cesare Trebeschi, l’on. Nicoletto presidente del Cupa, oltre ai vari rappresentanti delle autorità civili e militari, i vari assessori e consiglieri comunali, i vertici dei partiti, dei sindacati federali Cgil-Cisl-Uil, il provveditore agli studi e il progettista arch. Ignazio Gardella41. Le prime questioni in merito al monumento sorgono rispetto alla scelta di quali nomi di partigiani inserire, tant’è che al momento della inaugurazione questi ancora non compaiono. Il Monumento, infatti, vorrebbe inglobare al suo interno anche i caduti della Resistenza bresciana, sia a livello celebrativo ma anche concretamente tramite la tumulazione dei corpi, sepolti ancora in tombe provvisorie sparse per la Provincia, nonostante il passare degli anni42. Il Monumento viene recepito negativamente dal “Giornale di Brescia” che lo descrive come «semplice quasi disadorno», e ne sottolinea la mancanza di foto delle vittime della strage per evitare, probabilmente, eventuali danneggiamenti e vandalismi come già accaduto in passato. Le vittime della strage vengono tumulate nell’opera, ma in realtà due delle otto, Luigi Pinto e Vittorio Zambarda, per volontà dei familiari, riposano nei paesi di origine fin dal ’7443. La maggiore polemica, come detto precedentemente, sul Monumento è legata alla lentezza con la quale il Comune lo realizza e sulla gestione dei fondi raccolti a tale scopo, in quanto l’auspicio era di realizzare un monumento già lo stesso anno. Il Comune e le forze politiche negli anni successivi alla consegna, vengono sollecitati numerose volte da parte di cittadini singoli, di rappresentanti dei familiari delle vittime, di un’interpellanza del Pci, di una diffida nei confronti del Comune e della pubblicazione dei documenti relativi ai fondi, tuttavia i lavori non partono. Nel 1984, nonostante la previa decisione di dove e come realizzare il Monumento, il cantiere è ben lungi dall’iniziare, come si evince dalla interpellanza al sindaco firmata dai gruppi consiliari di Pci, Psi e Pri nel quale si sollecita un impegno immediato in vista del decennale in modo da riparare alle inadempienze in merito44. Manlio Milani condanna questo ritardo, come si evince da un comunicato del 1980 del Circolo Banfi: «noi pensiamo che questo rappresenti una scelta politica precisa: far dimenticare con il silenzio burocratico la risposta popolare di quei giorni e gli impegni politici assunti; quindi trasformare Piazza Loggia ed il suo significato in un fatto di pura commemorazione e di rituale». Una responsabilità che viene attribuita in primo luogo alla Giunta, inerte e lenta rispetto alla realizzazione del monumento, opinione condivisa dallo stesso architetto Gardella, incaricato della progettazione45. Queste opinioni rispetto alla costruzione di un’opera tardiva traspare anche nelle colonne del “Giornale di Brescia”, nella conclusione dell’articolo Nel monumento inaugurato riposano sei vittime, con l’espressione: «l’acre odore del cemento fresco dimostra che si è riusciti nell’intento proprio in extremis…»46.
Se quindi da un lato notiamo questa lentezza del Comune a procedere all’utilizzo dei fondi, da un lato lo stesso manufatto viene criticato da parte della popolazione cittadina e da varie organizzazioni, in primo luogo dall’Anpi che pone una forte contrarietà all’idea di riesumare i caduti della Resistenza per seppellirli in Vantiniano. L’Associazione dei partigiani giudica il monumento come «brutto, impraticabile, e fuori mano», senza contare che essendo la maggioranza dei corpi sparsi per la Provincia renderebbe tale scelta difficoltosa da realizzare e allontanerebbe gli stessi dai propri parenti. Oltre a queste criticità pratiche i partigiani attaccano anche l’opera in sé, suggerendo infatti, di realizzarne un’altra da dedicare ai caduti della Resistenza da porre sul viale principale del Vantiniano47. Le polemiche e le critiche di parte della cittadinanza vengono raccolte dal “Bresciaoggi”, gli intervistati giudicano il Monumento come poco fruibile e nascosto e accusano l’esistenza di una possibile volontà occultatrice in quanto «morti scomodi» 48.
Gianfranco Porta giudica questo luogo della memoria, viste le polemiche, le critiche e le considerazioni generali poste su esso, come un luogo svuotato, assente e non vissuto se non per i periodici momenti cerimoniali, e in maniera lapidaria lo considera come una «metafora dolorosa di un fallimento», assente nell’immaginario collettivo. Porta rispetto al monumento afferma, a vent’anni di distanza, che la colonna sbrecciata è considerata come «unico vero monumento» in quanto «segno tangibile della violenza dell’attentato e al tempo stesso di una lacerazione nella vita civile della città»49. Il Monumento diventa dal 1994 in poi uno dei luoghi delle celebrazioni ufficiali della strage in quanto da quell’anno è teatro della messa in onore delle vittime della strage e della Resistenza, presieduta dal vescovo della città alla presenza dei parenti delle vittime, delle autorità cittadine ed eventuali invitati ad assistere alle celebrazioni50.
Per trarre un primo bilancio sulla produzione monumentale dei decenni che vanno dalla strage alla fine del secolo XX è opportuno fare una breve analisi dei cambiamenti avvenuti nella memoria pubblica, a seguito non solo del contesto locale ma anche di quello più ampio nazionale. Gli anni immediatamente successivi all’eccidio vedono la mobilitazione dei partiti democratici contro la «strategia della tensione», che dura fino al 1978. Quest’anno rappresenta il vero e proprio spartiacque del discorso antifascista a seguito del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Una convivenza che risulta complessa e conflittuale fin dai funerali, ma è da questo momento specifico che l’antifascismo unitario istituzionale e quello invece radicale si divideranno in maniera indissolubile. Gianfranco Porta ritiene che nella narrazione pubblica avviene da quest’anno cruciale una «intercambiabilità» fra «eversione nera, brigatismo, delinquenza comune», passando dalle condanne dirette del fascismo, anche in personalità più «moderate», a un antifascismo generico, che finisce per eludere «l’uso politico delle stragi»51. Un fenomeno che prelude l’allargamento alle altre stragi di matrice differente da quella neofascista e di conseguenza a un discorso sempre più inglobante e istituzionale.
Gli anni ’80 e ’90 sono due decenni che vedono una trasformazione significativa della memoria, un processo influenzato direttamente dal contesto nazionale e dai vari cambiamenti intercorsi dal punto di vista sociale, economico e politico-istituzionale. Se infatti consideriamo gli anni immediatamente successivi alla strage come dominati dalla «egemonia della memoria pubblica antifascista», gli anni ’80 sono segnati dalla permanenza di questa unità antifascista fra i partiti dell’arco costituzionale. Un’unione ideologica e di intenti che però non riesce a nascondere il montare di un’insofferenza da parte della cittadinanza e l’emergere di una «memoria grigia anti-antifascista del paese». Una situazione che si scatena negli anni ’90. Uno scontro che Filippo Focardi definisce una vera e propria «guerra della memoria» allo scopo di legittimare il Movimento Sociale Italiano e i suoi eredi come forza di governo, scardinando in tal modo la pregiudiziale antifascista nel nome di una «pacificazione» e della creazione di una «memoria condivisa». Quest’ultima è definita da Focardi come un «nuovo patto nazionale» che deve superare il «valore contrappositivo dell’antifascismo» con la pretesa di parificare storicamente e moralmente «fascisti e antifascisti»52. Un momento cruciale nella memoria pubblica è il 1993, anno dell’attentato di via Gerorgofili di Firenze, in quanto al fianco delle stragi di matrice neofascista e del terrorismo rosso si aggiunge il tema degli eccidi di natura mafiosa, comportando negli anni successivi un allargamento semantico nei discorsi celebrativi e nelle altre forme di rimembranza.
Nel 2006, con le celebrazioni del 32° anniversario, alla colonna sbrecciata ed alla Stele di Scarpa si aggiunge in piazza della Loggia, accanto alla seconda, la riproduzione in teca di vetro del manifesto di indizione della manifestazione antifascista del 28 maggio 1974, affissa sulla colonna sbrecciata dalla bomba,53. La teca inserita all’interno di una cornice di ferro battuto con recante in cima il simbolo della città di Brescia viene inaugurata durante le commemorazioni ufficiali alla presenza del segretario della Cgil Guglielmo Epifani. Con questa aggiunta si completa questo luogo della memoria in quanto i tre elementi: il manifesto, la Stele e il pilastro sbrecciato a detta di Manlio Milani sono «vissuti come un tutt’uno» e vengono percepiti nel loro complesso come «il luogo di una tragedia collettiva», o riprendendo Assmann un «luogo del trauma»54.
Il monumento che maggiormente racchiude il discorso memoriale attuale è il Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica. Questa opera rientra appieno nel fenomeno storico del memory boom e all’uso pubblico della memoria, a cui si collega direttamente quello che Pieter Lagrou chiama il «minimo comun denominatore nei diversi dibattiti commemorativi, basato sulla vittima e sullo status di vittima»55. Per Enzo Traverso lo spazio pubblico è invaso dalla memoria, quest’ultima utilizzata in maniera «inglobante, metastorica, a volte persino “teologica”»56. Un Monumento che rientra appieno in questo fenomeno che ha delle dimensioni che superano i confini nazionali e delinea un approccio consolidato anche sul piano europeo57.
L’idea del Memoriale nasce dalla istituzione da parte del Parlamento italiano del 9 maggio come il «Giorno della Memoria» dedicata a «tutte le vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice». La scelta della data delude le aspettative dell’Unione Familiari Vittime per Stragi, ma viene giustificata da Sabina Rossa in quanto «quella data rievocava il momento di attacco più alto nei confronti delle istituzioni e delle forze politiche». Giovanni De Luna rispetto all’istituzione della giornata denuncia il pericolo che alla base vi sia la volontà di creare una memoria artificiale e normata58. Cinzia Venturoli ritiene che la scelta della data possa comportare la sparizione delle stragi, ritenendo il 12 dicembre una data più significativa, opinione ampiamente condivisa anche da Casa della Memoria59.
Tornando all’opera, essa viene approvata dal voto unanime della Giunta Comunale n. 230 del 17/04/2012 e n. 236 del 23704/2012, che approva il progetto presentato dall’ing. Roberto Rezzola del Rotary Brescia Vittoria Alata con il contributo dell’arch. Marco Fasser della Sopraintendenza e Massimo Azzini del Comune di Brescia60. Lo studio di fattibilità decreta la scelta di Brescia per via della centralità e del ruolo di epicentro della città padana e della sua coscienza cittadina sensibile alla questione del terrorismo a causa della strage. Il Monumento è studiato per essere un percorso ascendente che culmina nel Castello sito sul colle Cidneo «inteso come punto di libertà e come centro di elevazione ideale verso i luoghi della coscienza civile e della memoria». Il percorso in salita procede verso il castello della città sito in cima alla collina, costituito dalle piastrelle in serizzo circondate da un margine che serve a far risaltare l’iscrizione posta al centro. Le prime nove sono inserite durante la celebrazione ufficiale del 2012 e sono relative alle otto vittime della strage a cui si aggiunge la nona recante la scritta: «Memoriale vittime del terrorismo 28 maggio 2012». Quest’ultima è posta dietro alla stele di Scarpa e di seguito proseguono le altre otto sotto i portici dell’orologio e la torre dei «Mac de le ure». All’esterno del colonnato le formelle proseguono nelle vie che conducono alla salita del castello ed infine allo stesso61. Il progetto prevede l’inserimento di 490 iscrizioni con i nomi di persone vittime di stragi, atti di violenza e di eccidi internazionali. Lo scopo nelle intenzioni dei progettatori è rendere Brescia luogo di «dialogo e tolleranza». Il Memoriale è concepito per essere integrato nella stessa realtà urbana quotidiana, si delinea quindi come un «memoriale vivente ed universale». A farsi carico della creazione e promozione dei legami e dei gemellaggi internazionali per contribuire e rendere possibile la manutenzione condivisa, oltre che per completare la stessa opera, si fa carico della sottoscrizione e della sua promozione la Casa della Memoria62. Questa Associazione ha il compito di coordinare i vari enti e associazioni promotori e finanziatori dell’opera: il gruppo anonimo i «Bu e Bei», il Rotary Club Vittoria Alata, i vari enti pubblici come l’assessorato alla cultura, all’urbanistica e dei lavori pubblici del Comune di Brescia e la Sopraintendenza per i Beni Architettonici e per il paesaggio di Brescia e Mantova63.
La volontà e le finalità sono di far percepire nel quotidiano il debito nel quale siamo tutti coinvolti rispetto a coloro che patirono «violenze estreme da parte di chi ipotizzò di prescindere dal rispetto delle opinioni altrui e dalle persone che se ne rendevano interpreti». La scelta dei nomi delle vittime da inserire si basa sulla lista elaborata dal Quirinale nel documento Per le vittime del terrorismo nell’Italia Repubblicana64 a cui si integrano i nomi di coloro che «caddero in altri episodi di violenza politica fondamentali nella nostra storia», ivi comprese le stragi degli anni ’70 e ’80, e della storia di altri paesi. Lo sguardo internazionale, reca l’articolo Presentazione nel sito www.sempreperlaverita.it, è un modo per stabilire «una via di dialogo aperta a tutto il mondo», in tale ottica infatti sono state inserite nel tempo le formelle dedicate alle vittime della maratona di Boston, del Bataclan di Parigi e della scuola Garissa in Kenya e di altri episodi similari. La volontà dei promotori è di guardare al passato, ma anche al presente, in un’ottica educativa e di monito al futuro; in tale visione si cerca di sponsorizzare l’adozione di una formella per classe scolastica per creare un legame duraturo attraverso la manutenzione condivisa, e nel contempo, creare e favorire legami di gemellaggio con le città teatro degli atti di violenza65.
L’allargamento dell’opera è avvenuto in un periodo di tempo che inizia dall’inaugurazione dei lavori, il 28 maggio 2012, e termina il 15 gennaio 2023, con la cerimonia di apertura dell’ultimo tratto del percorso del memoriale. In questo lasso di tempo ad ogni anniversario si sono aggiunte delle formelle fino ad arrivare al numero finale di 441. La cerimonia conclusiva risulta anticipata rispetto al tradizionale calendario probabilmente per completare il Monumento all’inizio dell’anno di Bergamo-Brescia capitali della Cultura 2023, nella quale esso rientra nel «percorso museale» della città su volontà dell’amministrazione. L’inaugurazione vede la presenza della presidente emerita della Corte Costituzionale Marta Cartabia, del sindaco di Brescia, del Presidente della Provincia, del segretario della CISL provinciale Alberto Pluda e di Manlio Milani presidente di Casa della Memoria, cerimonia che avviene nel Salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia. Il momento più significativo della cerimonia è la consegna delle «chiavi» del monumento al presidente della Consulta degli studenti, un gesto simbolico che sancisce il legame verso i giovani e gli studenti66.
Il Memoriale, rispetto agli altri monumenti dedicati alla strage, va ben oltre la questione locale e delle vittime in sé o della denuncia della matrice neofascista, in quanto propone una lettura globale del fenomeno del terrorismo, dandogli una accezione ideologica a prescindere dalla matrice esulando il contesto storico nelle quali i fatti sono avvenuti. Le criticità, anche da un punto di vista storico, non mancano, infatti se scorriamo l’elenco sul sito www.28maggio74.brescia.it, ripreso dalla lista del Quirinale, vanno in un arco di tempo lungo, dal 1962 al 2003 e non vi è alcuna distinzione immediata rispetto alla appartenenza politica e al contesto storico, sono solo nomi all’interno di un lungo elenco. La volontà è quella di rendere quantitativamente il peso del sacrificio di queste persone ma senza affrontare le dinamiche nelle quali questo avviene e nemmeno la loro storia personale che, forse, in taluni casi ha ben poco da condividere con i valori della Repubblica nata dalla Resistenza o dai valori democratici costitutivi di essa. Va detto che in questo elenco sul sito sono presenti delle schede informative, che attraverso articoli di giornale e altre fonti di riferimento, raccontano il momento della morte e ne tracciano delle brevi biografie.
Il Monumento, come quelli precedenti, non viene accolto in maniera unanimamente positiva, in quanto le critiche, soprattutto da parte di alcune componenti della società cittadina, sono forti. Queste forme di contrarietà si esprimono anche attraverso atti di contestazione e occasionali vandalismi che si evincono dalle sporadiche sparizioni di alcune formelle, riferite sopratutto a quelle dedicate ai militanti neofascisti, come nel caso di quella recante il nome di Sergio Ramelli. Quest’ultima rimossa da ignori nei giorni precedenti al 28 maggio 2015 e rimessa nuova in occasione della inaugurazione del nuovo tratto67. Le critiche rispetto alla realizzazione, e della giornata del 9 maggio, sono espresse in maniera chiara e netta da Nunzia Pinto, sorella di una delle vittime, in una lettera aperta a Manlio Milani su un pamphlet pubblicato dalla Rete Antifascista di Brescia, un collettivo di sinistra radicale cittadino. Gli autori del testo denunciano, rispetto al Monumento, una memoria parziale, imputando la «dimenticanza» di molti nomi soprattutto militanti di sinistra uccisi, come Giovanni Ardizzone e Paolo Rossi o la scelta di ignorare eccidi dei primi anni cinquanta e sessanta facendo iniziare la cronologia al 1962. Tuttavia nel 2023 è stata posta l’ultima formella dedicata alla strage del 1947 di Portella della Ginestra. Gli autori del documento di protesta evidenziano tre punti critici: «la superficialità con la quale sono stati selezionati alcuni casi di morte e tralasciati altri, senza alcuna coerenza nemmeno con i propositi dell’iniziativa stessa», l’accusa di «revisionismo storico» nel senso di equiparazione tra fascisti e antifascisti nella logica degli «opposti estremismi», ed infine, «la volontà di pacificare la Storia» attraverso la negazione del conflitto sociale e nel ritenere che «la lotta di classe e la messa in discussione dello Stato capitalista e del dominio della borghesia appartengono ad un passato “oscuro”». Il testo dà ampio spazio a queste omissioni, osservazioni invero anche condivisibili che mostrano un monumento che pare incompleto o comunque non esaustivo nemmeno degli obiettivi posti nella sua realizzazione ma che cerca in primo luogo di suscitare un’emozione. Gli autori pongono anche alcune mancanze che definiscono «eccellenti», come i caduti per mano della mafia Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Mauro Rostagno68.
Oltre a queste criticità di contenuto, il pamphlet, elenca anche errori nelle stesse «formelle», come nel caso di quella dedicata a Saverio Saltarelli in cui viene sbagliata l’incisione della sua data di morte, ma ve ne sono numerose altre non dissimili69. Il rifiuto verso la ricerca di una «pacificazione», promossa dallo Stato e dalla memoria pubblica istituzionale, è evidente nella critica alla presenza delle formelle dedicate ai neofascisti uccisi come Sergio Ramelli e Ugo Venturini, collocazioni considerate alla stregua di mere mosse politiche per mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti. Altre amnesie denunciate, o considerate senza particolare motivazione, riguardano altre vittime della «violenza politica» come Paolo Rossi, Carlo Giuliani e Davide Cesare70.
La mancanza più grande, che non si può non notare, risiede nello stesso nome del monumento, posto nella targa celebrativa che reca l’iscrizione: «Memoriale vittime del terrorismo 1962-2003», nonostante il nome completo sia Memoriale vittime del terrorismo e della violenza politica. L’iscrizione rende difficilmente fruibile il Monumento, il quale non contiene solo vittime del terrorismo, e rischia di comportare a chi non ne conosce la storia dei nomi incisi, e a parere di chi scrive, a un appiattimento sul piano semantico delle vittime e delle vicende sotto questa generale categoria di terrorismo. Un esempio di questa omissione sono i militanti di destra o sinistra uccisi dalla polizia: essi in questa banalizzazione diventano vittime del terrorismo? La mancanza delle seconda parte del nome esclude una chiave di lettura fondamentale per designare questi morti come altri. Lo stesso termine «terrorismo» estratto da qualunque contesto storico e matrice ideologica diventa un pensiero a sé stante, un processo ed una banalizzazione che sacrifica la complessità dei fenomeni storici.
I nomi scolpiti rientrano in buona parte nella definizione formulata da De Luna di «vittime del dovere» e il Memoriale analizzato rientra appieno in quelle forme risarcitorie e simboliche, citate dallo storico. Queste ultime sono iniziative promosse per ripagare un supposto debito morale nei confronti dei parenti delle vittime delle forze dell’ordine e delle forze armate cadute o ferite nell’ambito delle proprie funzioni. Nel quadro presentato si diventa automaticamente «vittima» nel momento stesso che si è deciso di servire lo Stato a prescindere dal ruolo che si svolga nell’atto della violenza subita, e in tal modo a decidere chi rientra sono proprio le azioni criminali e terroristiche dei nemici delle istituzioni71. Il Monumento rappresenta quindi appieno la narrazione che si è affermata nella memoria pubblica istituzionale, in quanto si mette in risalto il solo essere «vittima», in un quadro tutt’altro che storico e basato su quello che Filippo Focardi, richiamando De Luna, chiama il «paradigma vittimario a spiccato contenuto emozionale»72. Il riferimento di Focardi è la lettura della Resistenza, ma l’analisi dello storico si adatta perfettamente a descrivere questa situazione. Quello che avviene è un rifiuto totale di ogni appartenenza ideologica ponendo al centro un «comune passato di vittime», creando una identità per «certificare la propria esistenza»73.
Una lettura affermata che comporta una concezione della storia e del passato «usa e getta» che rifiuta, a detta di De Luna, qualunque «complessità», diventando un facile strumento per un uso politico. Non si parla più di «eroi» ma solo di «vittime» e di sofferenza, istituendo il nuovo paradigma della «memoria ufficiale». De Luna critica questa egemonia della vittima in quanto sostiene che se lo status di vittime supera quello che si tributa a chi mette a repentaglio la propria vita per la libertà o la giustizia si va ad incoraggiare la «costruzione di altrettanti recinti rinchiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale». Il Monumento analizzato è il prodotto diretto del fenomeno storico, esploso negli anni ’90, e chiamato da De Luna: «l’era del testimone» e della sua egemonia culturale. Un processo che avvolge tutti i campi dalla storiografia, ai media, nella memoria pubblica e nei discorsi celebrativi, comportando un protagonismo sempre maggiore delle vittime e della visione intimista dei fatti74.
Nel loro complesso e bilancio gli anni 2000 sono segnati dal protagonismo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in carica dal 1999 al 2006, e vedono compiuto il processo storico precedentemente descritto. L’attività del Quirinale è orientata verso la creazione di «una pedagogia civile», con lo scopo di recuperare la Resistenza ma anche di «rifondare il senso di appartenenza nazionale e l’unità del Paese» attraverso simboli, luoghi di memoria e celebrazioni nazionali75. La finalità è creare un luogo dove possa avere una compiuta compiuta elaborazione la «memoria ufficiale», allo scopo di dare vita ad una «storia condivisa» nel quale trovarsi tutti assieme nelle proprie differenze76. Un tentativo che si inserisce in un momento storico contraddistinto da profonde lacerazioni politiche fin dagli anni ’90, a cui si vuole porre un freno tramite una nuova ventata patriottica. Una azione che prosegue negli anni della presidenza di Giorgio Napolitano e di Sergio Mattarella, comportando l’affermazione di un nuovo «patto memoriale». Quest’ultimo ha ormai del tutto sostituito i partiti politici, a discapito di ogni appartenenza ideologica a favore di un «comune passato di vittime», creando quindi un’identità per «certificare la propria esistenza»77. Mario Isnenghi ritiene che lo Stato e la presidenza della Repubblica siano i promotori di tradizioni nuove il cui obiettivo è normare i «processi della memoria»78. L’esempio di questa iniziativa sono le numerose «giornate della memoria», molte delle quali mai approvate, che per De Luna denotano una memoria che si prefigura come una sostanziale «creazione culturale». Una memoria «pubblica» e non «privata» che non lascia alcuno spazio a spontaneismi. Un lavoro incessante nel quale lo Stato e le istituzioni «includono (o escludono) sempre nuovi elementi dai confini di quel “patto”, ne rinnovano i contraenti e i contenuti, a seconda delle fasi politiche che si rincorrono nella storia del Paese. Lo scopo ultimo di un simile “patto” è quello di alimentare i valori, le credenze, i simboli, le liturgie che legittimano un sistema politico, ancorandoli a un passato che viene proposto come comune e condiviso»79.

4. I monumenti alle vittime
A ricordo delle vittime della strage vengono elevate nel tempo numerose lapidi, monumenti e denominazioni di luoghi, un filone differente rispetto a quello dedicato alla strage nella sua globalità. Se nei monumenti dedicati alla strage il promotore principale è il Comune e le istituzioni, in quelli dedicati alle vittime, soprattutto in una prima fase fino agli anni 2000, l’origine è spontanea. I manufatti nascono infatti su decisione di colleghi, di compagni di gruppo politico, di partito o di circolo. L’altra differenza è anche la maggiore diffusione a livello di luoghi e di località in quanto i monumenti non sono presenti solo a Brescia ma si ritrovano in vari centri abitati della Provincia e oltre, come nel caso di Foggia, in quanto essi sono città ove le vittime hanno lavorato, vissuto o sono nate. La loro nutrita presenza testimonia l’indignazione e il segno lasciato nella memoria collettiva da parte di questo evento, ma anche la lettura politica dello stesso in quanto è frequente il rimando alla Resistenza e all’antifascismo. Le prime lapidi sorte nelle scuole superiori cittadine testimoniano il legame delle vittime con i colleghi e gli studenti negli istituti in cui hanno lavorato e l’impatto che ebbe la loro morte.
Le prime forme del ricordo e della testimonianza sono proprio la denominazione di aule alle vittime e la conseguente elevazione di lapidi o targhe alla loro memoria. All’istituto Itis Benedetto Castelli di Brescia viene intitolata a nome di Alberto Trebeschi l’aula magna, a a cui segue successivamente una lapide inaugurata il 28 maggio del 1986 dedicata alla strage80. Nel Liceo Classico «Arnaldo» di Brescia viene elevata una lapide in sua memoria a Giulietta Banzi Bazoli. Quest’ultima nasce nel 1975 su idea del corpo docenti e degli studenti per rinnovare la memoria della loro insegnante. In suo ricordo fin dal 28 maggio dell’anno seguente vi si svolge una breve cerimonia in un’ottica di superamento del «momento puramente celebrativo» della commemorazione ufficiale81. Al liceo «Veronica Gambara» viene dedicata una lapide all’insegnante caduta Clementina Calzari Trebeschi, anche questo manufatto è del 1975. I suoi colleghi sono peraltro anche promotori della fondazione che porta il nome della vittima: la Fondazione Clementina Calzari Trebeschi, e nello stesso istituto viene dedicata a lei anche la biblioteca, inaugurata durante una cerimonia alla presenza della sorella82. Nel 1975 alla scuola superiore Abba-Ballini viene consacrata a nome delle vittime della strage, quindi nella loro globalità, l’aula magna con una targa recante la scritta «ora e sempre Resistenza», ponendo un legame fra le vittime della strage con quelle della Liberazione. La biblioteca dell’istituto viene intitolata a Livia Bottardi Milani su iniziativa e pressione della sezione sindacale della stessa scuola83. Si nota in questo ultimo caso l’elemento maggiormente connesso all’antifascismo in quanto alla targa e al fianco dell’aula magna vi è la presenza ancora oggi di un manifesto, scritto a mano, nel quale vi sono elencate le riflessioni dei docenti e degli studenti decise nella assemblea svoltasi il 29 maggio 1974. A Luigi Pinto, in questa prima fase, vengono dedicate due lapidi nelle rispettive scuole secondarie di primo grado in cui ha insegnato. Nella scuola sita in località Siviano di Monte Isola (BS) viene realizzata la prima già nel novembre del 1974, mentre l’altra si trova nella Scuola Secondaria «Dante Alighieri» di Calcinato (BS), luogo ove venne eretto anche un monumento dedicato ai caduti della strage.
Quello che accomuna queste prime forme di testimonianza è la loro origine, ovvero la presa d’atto del corpo docenti, degli studenti e del preside della scuola che in maniera spontanea decidono di dare vita ad un simbolo concreto da dedicare ad un proprio collega caduto all’interno del proprio istituto. Un atto mosso dalla volontà di andare oltre «una semplice occasione commemorativa» ed evidenzia l’aspetto che lo rende un evento «significativo dal punto di vista storico e politico»84. Queste prime lapidi dimostrano una certa opposizione o, perlomeno, una volontà da parte di molti professori e studenti di superare il momento della cerimonia ufficiale considerato non sufficiente per ricordare le vittime, una riflessione, a detta di Carlo Simoni, data da una «perplessità sul modo di ricordare la strage». Queste si esprimono anche con la dissertazione della partecipazione di piazza in quanto queste iniziative vogliono porre al centro le vertenze, i problemi della scuola e le proposte di riforma dell’istruzione tramite dibattiti e iniziative allo scopo di «superare il momento puramente celebrativo e di fare del 28 maggio a Brescia un punto di riferimento dell’antifascismo militante»85.
Alle altre vittime vengono dedicate da compagni di partito e di circolo dei luoghi come a Euplo Natali una Casa del Popolo a Brescia e a Vittorio Zambarda il Circolo Arci di Salò (BS)86. All’interno del moto spontaneo di elevazione di monumenti e lapidi rientra anche la stele donata all’Anpi di Brescia da parte dei «portuali di Genova» dedicata alle vittime della strage.
Negli ultimi decenni si sono aggiunte altre intitolazioni come il Liceo Scientifico di Lecce dedicato a Giulietta Banzi Bazoli e l’Istituto tecnico per il turismo a Livia Bottardi Milani a Roma.
Un secondo filone di questa monumentalità dedicata alle vittime viene promossa dai comuni, nello specifico è rappresentata da due monumenti sorti nell’ultimo decennio. Il primo è il monumento dedicato a Luigi Pinto e alle altre vittime della strage nella sua città natale, Foggia, sorto nel 201387. Il secondo invece è situato a Molinetto di Mazzano in provincia di Brescia, all’interno di uno spazio verde che è parte integrante del monumento. L’opera è costituita da una lapide e da otto alberi disposti a cerchio, davanti ad ognuno dei quali è posta una targa recante il nome di una delle vittime, un monumento quindi immerso nel contesto del verde pubblico. Ai manufatti citati si aggiungono anche le denominazioni di vie dedicate alla strage e alle vittime promosse fin dagli anni successivi in varie città e località sparse in tutta la Penisola88.

5. Un bilancio sul rapporto fra memoria e monumentalità
La cittadinanza rispetto alla produzione monumentale dedicata alla strage del 28 maggio 1974 è stata tutt’altro che passiva. Questo rapporto, a tratti conflittuale, riflette direttamente le molteplici letture della strage che sono andate a sedimentarsi nel tempo. Difatti da un lato vi è la memoria pubblica istituzionale, rappresentata inizialmente dalle istituzioni e dai partiti dell’arco costituzionale, e che si è ulteriormente sviluppata con l’Associazione dei Familiari Vittime della Strage di piazza Loggia. Un percorso che vede il suo apice e seguito, con Casa della Memoria, un organismo nato dalla federazione fra Associazione, Comune e Provincia di Brescia. L’altra faccia della medaglia è invece rappresentata dalla «memoria conflittuale». Un elemento quest’ultimo che si identifica con la lettura e visione della strage della sinistra radicale, un termine questo che sintetizza in maniera generale l’interpretazione globale delle varie componenti di essa. Una memoria inizialmente sostenuta dalle frange più a sinistra del movimento operaio e studentesco, la cui eredità politica è raccolta successivamente dalla galassia della sinistra antagonista89. Il cardine di questa interpretazione è sempre lo stesso: la critica e la volontà di superamento della celebrazione ufficiale e della narrazione pubblica istituzionale. Questa memoria è definita «conflittuale» proprio per questa volontà di contrapposizione all’altra, senza contare il perno ideologico dato dalla lettura dell’antifascismo come lotta di classe90. Quest’ultimo aspetto si configura come un vero e proprio «ideale-mito» per questa componente dando vita a una narrazione che sottolinea la necessità di un «antifascismo dal basso» in opposizione a quello «governativo» per contrastare la strategia della tensione e per chiedere «sicurezza e verità»91. Le istituzioni vengono criticate per essere lassiste verso il neofascismo e l’eversione, sottolineando l’intreccio fra istituzioni (e i partiti come la Democrazia Cristiana) e i neofascisti, un legame considerato evidente92. Le vittime sono in questa lettura dei «martiri proletari», appartenenti a quella classe sociale che «avrebbe spazzato via definitivamente, senza possibilità di ritorno, la feccia fascista», parole che mettono assieme sia la radicalità ma anche la vocazione rivoluzionaria che pure di fronte ai morti non fa che rafforzarsi93. Questi presupposti logici e interpretativi all’interno della memoria conflittuale rimangono sostanzialmente le chiavi di lettura con il quale la galassia della sinistra radicale affronta la questione. La tematica della strage viene sempre calata all’interno delle lotte e delle vertenze politiche e sociali del presente, cercando di creare dei legami per renderla un fatto attuale. Nella sostanza si tratta di una ricerca continua del modo di attualizzare il ricordo e la memoria.
In ultimo anche la memoria privata, quella dei parenti e amici delle vittime, va tenuta in considerazione in questo rapporto in quanto essa oscilla fra la critica e l’intesa collaborativa con i poteri pubblici e le istituzioni. I familiari spesso si esprimono in maniera critica nel corso del tempo verso le decisioni prese dalla amministrazione e dallo Stato. Un esempio sono i commenti espressi da Manlio Milani verso l’inaugurazione della stele di Scarpa94, o del padre di Alberto Trebeschi verso l’opera stessa95, o in ultimo, i giudizi verso il Monumento ai caduti della lotta partigiana e alle vittime di piazza della Loggia sempre di Milani96. Nel caso del Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica alcuni familiari, ovvero Nunzia Pinto, sorella di Luigi Pinto, esprime un aspro rimprovero attraverso una lettera aperta al presidente di Casa della Memoria97.
I monumenti in questa chiave di lettura non sono che delle cartine tornasole, in quanto oscillano fra l’essere dei «mediatori» della memoria, come definiti da Assmann, all’essere dei semplici arredi urbani ignorabili e ignorati, come presupposto da Musil. Da qualunque angolazione li si guardi essi sono elementi fondamentali del palcoscenico ove entrano in scena le memorie di un evento tanto tragico quanto periodizzante come la strage del 28 maggio 1974. Una memoria che nel suo complesso Venturoli definisce in sintesi come «frammentata, discussa, confusa, plurale, negata»98.

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Quotidiani
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Sitografia
28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia., visto il 18 settembre 2023.

Note

  1. Paolo Pelizzari, La strage di Brescia tra risposta istituzionale e mobilitazione dal basso Il punto di vista della sinistra extraparlamentare, Centro Stampa del Comune di Brescia, Brescia, 2007, p. 8.
  2. Francesco Apostoli, Igor Gabusi, Monica Mazzi, Introduzione, in Ivan Giugno (a cura di), Noi sfileremo in Silenzio i lavoratori a difesa della democrazia dopo la strage di piazza della Loggia, Edisesse, Roma, 2007, pp. 18, 24.
  3. Guido Crainz, Il Paese Mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli Editore, Roma, 2005, p. 499.
  4. Valerio Marchi, La morte in piazza indagini, processi e informazione sulla strage di Brescia, Silvia Boffelli (a cura di), Red Star Press, Roma, 2015, pp. 41-42.
  5. Guglielmo Castagnetti, Uno sforzo di concordia la risposta dei partiti e delle istituzioni, in Roberto Chiarini, Paolo Corsini (a cura di), La città ferita testimonianze, riflessioni, documenti sulla strage di piazza della loggia, Centro Bresciano dell’antifascismo e della Resistenza, Brescia, 1985, p. 97.
  6. Guido Panvini, Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (1966-1975), Giulio Einaudi Editore, Torino, 2009, pp. 282-283.
  7. V. Marchi, La morte in piazza, cit., pp. 48-51. Rispetto allo scontro fra l’ala golpista radicale e moderata vd. Gianni Flamini, Il partito del golpe. Le strategie della tensione e del terrore dal primo centrosinistra organico al sequestro Moro, Italo Bovolenta Editore, Ferrara, 1981.
  8. Alessandro Cavalli, La memoria come oggetto sociologico: intervista ad Alessandro Cavalli, in Anna Lisa Tota (a cura di), La memoria contesa. Studi sulla comunicazione sociale del passato, Franco Angeli Editore, Milano, 2008 [1ª ed. 2001], p. 32, 35. Sul concetto elaborato da Halbwachs vd. per ulteriori approfondimenti: Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, Paolo Jedlowski e Teresa Grande (a cura di), Edizioni Unicopoli, Milano, 2001 (1ª ed. 1987).
  9. Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia. Piazza Fontana, piazza della Loggia, la stazione di Bologna: dal discorso pubblico all’elaborazione didattica, Sette Città, Viterbo, 2012, p. 45.
  10. Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, Paolo Jedlowski e Teresa Grande (a cura di), Edizioni Unicopoli, Milano, 2001 (1ª ed. 1987), p. 230.
  11. Gianfranco Porta, La memoria difficile percorsi e testimonianze, in Carlo Simoni (a cura di), Memoria della strage: piazza Loggia 1974-1994, Grafo Editore, Brescia, 1994, p. 36.
  12. Aleida Assmann, Ricordare, Simona Paparelli (tr. a cura di), Il Mulino, Bologna, 2022 [1ª ed. 2002], pp. 15-16.
  13. Teresa Grande, Le origini sociali della memoria, in in Anna Lisa Tota (a cura di), La memoria contesa. Studi sulla comunicazione sociale del passato, Franco Angeli Editore, Milano, 2008 [1ª ed. 2001], p. 76.
  14. Mario Isnenghi, Presentazione, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari, 2010 [1ª ed. 1996], p. VII.
  15. A. Assmann, Ricordare, cit., pp. 364, 365, 375, 376. Assmann ritiene che questi monumenti impediscano di approfondire realmente nella società i temi proposti in quanto generano un aura di sacralità e fissano l’evento in maniera immutabile nel tempo senza però affrontarlo a livello collettivo.
  16. Régis Debray, Vita e morte dell’immagine. Una storia dello sguardo in Occidente, Andrea Pinotti (tr. a cura di) , Editrice il Castoro, Milano, 1999, p. 35.
  17. A. Assmann, Ricordare, cit., pp. 15-16.
  18. Robert Musil, Pagine postume pubblicate in vita, Anita Rho (tr. a cura di), Giulio Einaudi Editore, Torino, 2004, pp. 63-64.
  19. Sandro Scarrocchia (a cura di), Alois Riegl: teoria e prassi della conservazione dei monumenti. Antologia di scritti. Discorsi. Rapporti 1898-1905. con una scelta di saggi critici, CLUEB – Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, Bologna, 1995, p. 43.
  20. Andrea Pinotti, Antitotalitarismo e antimonumentalità. Un’elettiva affinità, in Gian Pietro Piretto (a cura di), Memorie di pietra. I monumenti delle dittature, Raffaello Cortina, Milano, 2014, pp. 17-18.
  21. R. Débray, Vita e morte dell’immagine, cit., pp. 133-134.
  22. A. Pinotti, Antitotalitarismo e antimonumentalità. Un’elettiva affinità, cit., p. 18, sulle definizioni di Alois Riegl vd. anche Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere e i suoi inizi, in Sandro Scarrocchia (a cura di), Alois Riegl: teoria e prassi della conservazione dei monumenti. Antologia di scritti. Discorsi. Rapporti 1898-1905. con una scelta di saggi critici, CLUEB, Bologna, 1995, pp. 173-207.
  23. Ibidem, p. 20.
  24. A. Assmann, Ricordare, cit., p. 22.
  25. Bianca Bardini, Simona Noventa, 28 maggio 1975 strage di piazza della Loggia. Le risposte della società bresciana, Casa della Memoria, Brescia, 2008, p. 81.
  26. Guido Beltramini, Italo Zannier in Carlo Scarpa. Monumento alle vittime della strage di piazza Loggia, Alessandro Mondini (a cura di), S.N.T., 2022, p. 44. Per le immagini relative alla stele di Scarpa: https://www.cislbrescia.it/2022/05/19/le-iniziative-perlanniversario-della-strage-di-piazza-della-loggia/. Nel particolare i nomi delle otto vittime incise:Lapide di Piazza della Loggia (Brescia).
  27. . La Stele, che ora ha assunto un valore simbolico non indifferente, suscita in occasione della sua collocazione notevoli polemiche e critiche. Queste sono generate dalla mancanza di coinvolgimento della cittadinanza, del Cupa e delle varie componenti sensibili alla tematica, tant’è che l’inaugurazione avviene due giorni prima del secondo anniversario senza alcuna cerimonia ufficiale e alla sola presenza di alcuni rappresentanti del Comune, di alcuni parenti dei caduti, di due vigili urbani e di qualche passante. Con una modalità che contribuisce ad acuire i malumori, i cittadini si sentono sostanzialmente esclusi, trovandosi di fronte al fatto compiuto. Queste sensazioni sono raccolte e testimoniate dal “Giornale di Brescia” che documenta quanto molti definiscono il Monumento «francamente brutto», considerazioni date dal marmo nuovo lucido che risalta eccessivamente rispetto al resto della piazza27Carlo Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare. Cronache del 28 maggio, in Carlo Simoni (a cura di), Memoria della strage. Piazza Loggia 1974-1994, Grafo Editore, Brescia, 1994, p. 11.
  28. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 81.
  29. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare, cit., p. 12.
  30. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 82.
  31. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare, cit., p. 12, 15, 16.
  32. S. Scarocchia, Alois Riegl: teoria e prassi della conservazione dei monumenti, cit., p. 41.
  33. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 81.
  34. Ibidem, p. 50.
  35. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare, cit., p. 19.
  36. Aperta la mostra dei bozzetti per un monumento ai Caduti, in “Giornale di Brescia”, 29 maggio 1980, p. 4.
  37. Organici carenti tra i «mali» della giustizia, in “Bresciaoggi”, 29 maggio 1980, p. 6.
  38. Paolo Zermani, Gli architetti Ignazio Gardella, Bari, Editori Laterza, 1991, p. 146. Per le immagini relative al Monumento dedicato alle vittime della strage e della Resistenza: Monumento ai caduti della lotta partigiana e di piazza della Loggia
  39. Ibidem, pp. 126-127.
  40. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 82.
  41. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare: cronache del 18 maggio, cit., p.19
  42. M. M., Nel monumento inaugurato ieri riposano sei vittime, in “Giornale di Brescia”, 29 maggio 1984, p. 4.
  43. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 82-83.
  44. Manlio Milani, dieci anni per un monumento, in Sindacato-Oggi, 28 maggio ’74: la strage 1984: oltre la memoria, coop. Venerdì 13 Editrice, Brescia, 1984, pp. 54-55.
  45. M. M., Nel monumento inaugurato ieri riposano sei vittime, in “Giornale di Brescia”, 29 maggio 1984, p. 4.
  46. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare: cronache del 18 maggio, cit., p. 20.
  47. Ibidem, p. 19. Le lapidi sono da alcuni considerate nascoste in quanto si trovano sottoterra.
  48. G. Porta, La memoria difficile percorsi e testimonianze, cit., p. 48.
  49. F. sa, E nelle parole del Vescovo la memoria diventa preghiera, in “Giornale di Brescia”, 29 maggio 1994, p. 5.
  50. G. Porta, La memoria difficile percorsi e testimonianze, cit., pp. 45-46.
  51. Filippo Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Viella Libreria Editrice, Roma, 2020, pp. 195, 196, 210, 204, 206.
  52. Maria Cristina Fattori, La strage di Brescia: la stampa quotidiana e il dibattito parlamentare, Università di Roma Tre, Laurea Triennale in comunicazione pubblica, relatore: prof. Anna Lisa Tota, 2007, p. 65.
  53. A. Mondini (a cura di), Carlo Scarpa. Monumento alle vittime della strage di piazza Loggia, cit., pp. 96-97. Per l’immagine relativa alla teca di vetro: Monumento in memoria della strage di Piazza della Loggia a Brescia
  54. Pieter Lagrou, L’Europa come luogo di memoria comune?, in Filippo Focardi e Bruno Groppo (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma, 2013, p. 269. Sullo Stausdi vittma vd. Anche ibidem pp. 270-276. Rispetto al concetto di memory boom vd. anche Silke Arnold-de Simine, Mediating Memory in the museum. Trauma, Empathy, Nostalgia, Palgrave Macmillian, London, 2013, pp. 14-19. Per le immagini relative al Memoriale: Vittime del terrorismo: a Brescia inaugurato il Memoriale
  55. Enzo Traverso, Le memorie dell’Europa, in Filippo Focardi e Bruno Groppo (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma, 2013, p. 286-287.
  56. vd. anche per ulteriori approfondimenti Luigi Cajani, Storia, memorie e diritto penale: il caso dell’Unione Europea, in Filippo Focardi e Bruno Groppo (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma, 2013, pp. 245-266.
  57. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., p. 73, vd. anche riferito al concetto di memoria artificiale e normata ibidem, pp. 19-22.
  58. Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia, cit., pp. 50-51. Sul discorso di Manlio Milani vd. anche Casa della Memoria, Linguaggi degli anni ‘70. 33° Anniversario di piazza Loggia, Bianca Bardini (a cura di), Centro Stampa del Comune di Brescia, Brescia, 2009, pp. 13-15.
  59. 28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia., visto il 18 settembre 2023.
  60. Casa della Memoria, Memoria e società in dialogo. 38° anniversario di Piazza Loggia, Bianca Bardini (a cura di), Centro Stampa del Comune di Brescia, Brescia, 2014, pp. 313, 314, 315, 216.
  61. Casa della Memoria, Piazza Loggia. Schegge di memoria viva della strage che segnò Brescia. 1974-2014 40esimo anniversario, Bianca Bardini e Nicola Rocchi (a cura di), Grafo Edizioni, Brescia, 2018, pp. 138-139.
  62. 28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia., visto il 18 settembre 2023.
  63. vd. anche per ulteriori approfondimenti Presidenza della Repubblica, Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana. “Giorno della memoria” dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice. 9 maggio 2008, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 2008.
  64. 28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia., visto il 18 settembre 2023.
  65. Pierpaolo Prati, Vittime terrorismo «pietre sulle quali costruire il futuro della democrazia», in “Giornale di Brescia”, 16 gennaio 2023, p. 13.
  66. La formella di Ramelli torna al suo posto, in “Giornale di Brescia”, 29 maggio 2015, p. 11.
  67. Rete Antifascista, Le formelle della memoria… Corta e manipolata, S.N.T., 2016, pp. 2, 5, 6, 10, 11, 12.
  68. Rispetto ad altre mancanze denunciate vd. anche Ibidem, pp. 13-15.
  69. Ibidem, pp. 16, 17, 19, 20, vd. anche per altre vittime citate pp. 21-24.
  70. G. De Luna, La Repubblica del dolore, pp. 94-95.
  71. F. Focardi, Nel cantiere della Memoria, cit., p. 231.
  72. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., pp. 93-94.
  73. Ibidem, pp. 82, 83, 88, 89, 98, 99, 17.
  74. F. Focardi, Nel cantiere della Memoria, cit., pp. 224-225.
  75. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., pp. 53-54.
  76. Ibidem, pp. 93-94.
  77. Mario Isnenghi, Introduzione, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Bari, Editori Laterza, 2010, pp. XV-XVI.
  78. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., pp. 19-22.
  79. Una lapide a ricordo, in “Bresciaoggi”, 29 maggio 1986, p. 4.
  80. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare, cit., pp. 10, 13.
  81. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 40. Per l’immagine della lapide: BIBLIOTECA D’ISTITUTO “CLEMENTINA CALZARI TREBESCHI” .
  82. Ibidem, p. 41.
  83. Ibidem.
  84. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare: cronache del 28 maggio, cit., pp. 12-13.
  85. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 40.
  86. Per le immagini relative al monumento a Foggia dedicato a Luigi Pinto: Il ricordo di Luigi Pinto, Loredana Olivieri e la Cgil, ultima thule .
  87. Per ulteriori approfondimenti rispetto alla toponomastica vd. anche Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia, cit., pp. 63-69.
  88. vd. anche G. Porta, La memoria difficile percorsi e testimonianze, cit., p. 41-42.
  89. Sulla lettura della Resistenza in chiave di lotta di classe vd. anche F. Focardi, Nel cantiere della memoria, cit., p. 196.
  90. P. Pelizzari, La strage di Brescia tra risposta istituzionale e mobilitazione dal basso, cit., pp. 11, 18.
  91. Ibidem, pp. 79-83.
  92. Ibidem, p. 40.
  93. C. Simoni, Ricordare, commemorare, celebrare: cronache del 28 maggio, cit., pp. 15-16.
  94. B. Bardini, S. Noventa, Le risposte della società bresciana, cit., p. 82.
  95. M. Milani, dieci anni per un monumento, cit., pp. 54-55.
  96. Rete Antifascista, Le formelle della memoria… Corta e manipolata, cit., pp. 2.
  97. C. Venturoli, Stragi fra memoria e storia, cit., p. 78.

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