Bibliomanie

Jeune Résistance. La gioventù francese contro la “Gangrène”
di , numero 56, dicembre 2023, Saggi e Studi, DOI

Jeune Résistance. La gioventù francese contro la “Gangrène”
Come citare questo articolo:
Federico Dionisi, Jeune Résistance. La gioventù francese contro la “Gangrène”, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 7, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.11065

1. Introduzione
Durante la guerra di decolonizzazione algerina, una parte della gioventù francese fu interessata dal fenomeno dell’“insoumission”: il rifiuto del servizio militare e di prendere parte a un conflitto ritenuto ingiusto. Lo storico Tramor Quemeneur stima che furono all’incirca 10 mila i giovani francesi che, con modalità diverse, si rifiutarono di prendere parte alla guerra coloniale1.
L’insubordinazione assunse varie forme: dalle prime agitazioni spontanee dei richiamati alle armi, tra l’autunno del 1955 e la primavera del 1956, all’incarcerazione del giovane comunista Alban Liechti, che con una lettera al Presidente della Repubblica si rifiuta di prendere parte alla guerra imperialista; dalla pubblicazione di denunce politiche, resoconti e testimonianze delle atrocità commesse dall’esercito francese, all’aiuto diretto al FLN algerino, fino alla diserzione e alla creazione di reti di sostegno ai disertori. Diverse furono anche le motivazioni alla base di tali scelte: un’opposizione di tipo morale, il rifiuto di una guerra d’aggressione e dei metodi ad essa correlati, ma anche una presa di coscienza più profonda su questioni come il colonialismo, la tradizione repubblicana francese, il ruolo della gioventù e la solidarietà con quello che allora iniziava ad essere definito Terzo Mondo. A fare da innesco, la crisi profonda che la Repubblica francese stava attraversando durante gli anni del conflitto algerino, sia dal punto di vista istituzionale sia, soprattutto, nei valori che essa si faceva vanto di promuovere.
Jeune résistance (JR), organizzazione clandestina formata da giovani disertori e renitenti alla leva in esilio all’estero, nascerà da questi presupposti. Il presente contributo si propone di ricostruirne la vicenda e le principali elaborazioni politiche, sia attraverso la storiografia già presente, sia mediante l’analisi dei documenti e delle pubblicazioni da essa prodotte durante la sua attività.

2. Crisi Della Repubblica, capitolazione della sinistra
Quando, nella notte di Ognissanti del 1954, il Front de libération nationale (FLN) dà il via all’insurrezione, l’assunto che guida la politica e l’opinione pubblica della Quarta repubblica2 è «l’Algérie c’est la France». Anche un governo progressista come quello di Pierre Mendès-France, che nel corso dell’anno aveva accordato l’indipendenza al Vietnam e l’autonomia interna alla Tunisia, dichiara senza mezzi termini, per bocca dell’allora ministro dell’Interno François Mitterrand, che, riforme necessarie a parte, la Francia è decisa a rimanere in Algeria3. Lo stesso presidente del Consiglio asserisce che l’Algeria costituisce parte integrante della Repubblica francese4. L’Algeria, d’altronde, non è una colonia come tutte le altre: oltre allo statuto giuridico, che la rende parte effettiva del territorio metropolitano, entro i confini algerini vivono, da più di un secolo, circa un milione di coloni europei5. Anche a sinistra, se si esclude qualche militante anarchico o trotskista (come la Fédération communiste libertaire, che da subito prende esplicitamente posizione a fianco degli insorti6), quasi nessuno sostiene il FLN. Il Parti communiste français (PCF), dalle colonne de “l’Humanité”, se da una parte riconosce la specificità nazionale algerina, dall’altra mette in guardia da azioni terroristiche individuali e slegate dalla lotta di massa, passibili di fare il gioco dei colonialisti7.
Il conflitto, considerato per i primi tempi come una semplice operazione di mantenimento dell’ordine, conoscerà un inasprimento a partire dall’estate del 1955, tra la determinazione del FLN e l’intransigenza dello stato francese e dei coloni europei8.
La scelta, pressoché unanime nell’opinione pubblica, di difendere con le armi l’ “Algérie française” innescherà una crisi profonda nella Repubblica e nella nazione francese. I metodi impiegati dall’esercito, costretto in una guerriglia estenuante che coinvolge la popolazione civile, e l’impiego estensivo della tortura contro i combattenti algerini e contro coloro sospettati di essere sostenitori della causa indipendentista (arabi ed europei) sconfessa tutti i valori su cui la Francia repubblicana si faceva vanto di fondarsi; cosa di cui si prende atto spesso proprio da parte di chi lavorava all’interno delle strutture politiche e militari: Paul Teitgen, ex partigiano e capo della polizia ad Algeri, nel 1957 lascerà l’incarico scrivendo nella lettera di dimissioni di aver riconosciuto, su alcuni detenuti, «les traces profondes des sévices ou des tortures qu’il y a quatorze ans je subissais personnellement dans les caves de la Gestapo de Nancy9
Con il proseguire della guerra entreranno in crisi, oltre alle coscienze, le istituzioni stesse: gli enormi poteri affidati ad esercito e polizia, la censura, il crescente radicalismo degli europei d’Algeria che temono di essere abbandonati dalla madrepatria favoriscono prima la paralisi e poi la caduta della Quarta repubblica. Tra il ‘58 e il ‘61 si susseguono due colpi di mano da parte dell’esercito in Algeria, spalleggiati dalla maggioranza dei coloni: il primo, dietro alla parola d’ordine dell’“Algérie française”, riporterà al potere il generale De Gaulle e determinerà l’istituzione di una nuova repubblica presidenziale; il secondo (una volta che le intenzioni golliste di porre fine al colonialismo in Nordafrica diverranno chiare) sarà un ultimo tentativo di salvare la presenza francese. Seguiranno, fino alla data dell’indipendenza algerina, bombe e attentati da parte dell’Organisation armée secrete (OAS), decisa a difendere fino alla fine l’Algeria francese10.
La crisi investirà anche i principali partiti della sinistra, che della tradizione rivoluzionaria e umanitaria della Repubblica si consideravano i difensori.
Inizialmente favorevole ad una soluzione di compromesso tra Francia e FLN, il Partito socialista (allora Section française de l’Internationale ouvrière, SFIO) nel 1956 va al governo con una coalizione di centro-sinistra dietro la promessa della pace in Algeria11. Il segretario Guy Mollet, nominato Presidente del Consiglio, aveva definito la guerra come «imbécile et sans issue», garantendo profonde riforme politiche e sociali12. Il 6 febbraio 1956, durante una visita ad Algeri, Mollet viene duramente contestato da una folla di europei. Di fronte alla rabbia dei pieds noirs, che temono di essere abbandonati dalla Metropoli, il governo a guida socialista deciderà di impegnarsi fino in fondo nella lotta contro il FLN. Ciò significherà, di fatto, l’abbandono di ogni prospettiva di pace, ma anche la spaccatura della SFIO tra la maggioranza favorevole al mantenimento della presenza francese in Algeria, e una minoranza molto critica verso Mollet e il “national-molletisme”13, pronta a riconoscere l’autodeterminazione della colonia. Nel 1960 questi ultimi (uniti ad altre organizzazioni socialiste e comuniste “non ortodosse”) daranno vita al Parti socialiste unifié (PSU)14.
Le idee dei socialisti francesi in materia coloniale soffrivano ancora, nel complesso, di una serie di “lenti deformanti” impostatesi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento. Su tutte, l’idea (comune alla sinistra) dell’universalismo repubblicano francese e della Repubblica missionaria, incaricata di portare la civiltà ai popoli coloniali, dalla quale derivava una certa diffidenza per il nazionalismo arabo, intriso di religiosità ed elementi arcaici; in secondo luogo, una lettura semplificata ed economicista della tradizione marxista, che non teneva conto delle specificità nazionali: per i socialisti l’obiettivo principale era quello di emancipare socialmente il proletariato algerino attraverso l’estensione dei diritti democratici, ma da realizzarsi entro l’alveo della Repubblica15.
Il PCF, di gran lunga la prima forza della sinistra, manterrà per buona parte della guerra una posizione piuttosto ambigua. Nel 1954 i comunisti sono ufficialmente contro il colonialismo francese, come prova il grande coinvolgimento del partito nella campagna contro la guerra d’Indocina16. Anche nelle prime fasi delle operazioni in Algeria, essi si pronunciano per la pace e per il negoziato17.
Nell’approcciarsi alla questione algerina, tuttavia, anche il PCF risentirà come la SFIO di impostazioni derivanti dalla tradizione e dalle evoluzioni compiute dal partito; in primis, di una serie di teorie originatesi negli anni Trenta che vedevano l’Algeria come “nazione in formazione”, e dunque non storicamente pronta per l’indipendenza18, e gli interessi del proletariato algerino legati a quello francese sotto il medesimo tricolore repubblicano. Ciò si legherà con il patriottismo piuttosto accentuato del PCF, trasformatosi in vero e proprio “partito nazionale” tra gli anni del Fronte popolare e della Resistenza19.
Inoltre, determinante sarà la volontà di non rompere i rapporti con il governo a guida socialista, considerato come l’opportunità di reinserirsi nel gioco politico francese dopo l’isolamento degli anni ‘50. Sarà questa la ragione principale per cui il 12 marzo 1956 i comunisti voteranno a favore della legge cosiddetta dei “poteri speciali”20, pur continuando a fare campagna per la pace in Algeria. Solo nel 1957, con l’emergere della questione della tortura, lo scivolamento della SFIO verso posizioni sempre più oltranziste e l’esempio della lotta dei comunisti algerini a fianco del FLN21, nel Partito comunista si inizierà a parlare seriamente di autodeterminazione22.
Ulteriore elemento problematico, per i due partiti, la presenza del milione di europei in territorio algerino, per la gran parte di estrazione proletaria e che spesso votano a sinistra23.
La capitolazione della SFIO e le ambiguità del PCF, dovute sia a ragioni culturali sia a motivazioni più pragmatiche, avranno l’effetto di privare di un’importante sponda politica le prime forme di opposizione alla guerra.

3. Contestazioni, testimonianza, sostegno, rifiuto
Quando, dopo l’intensificarsi del conflitto nel corso del 195524, il governo francese decide di richiamare i giovani di leva, nelle caserme e nelle stazioni dove i soldati sono in attesa di partire si scatenano le prime, spontanee, manifestazioni di protesta25. Al grido di «paix en Algérie», i richiamati si rifiutano di salire sui convogli, in diversi casi occupano stazioni e caserme. Queste mobilitazioni sono un’altra grande occasione persa per la sinistra: mentre a livello locale sezioni del PCF e della CGT (il principale sindacato francese) sostengono i richiamati, la dirigenza comunista frena ogni possibile ampliamento politico delle contestazioni. In alcuni articoli apparsi in “l’Humanité” (che nondimeno sarà praticamente l’unico giornale a dare loro copertura mediatica), le agitazioni vengono addirittura fatte passare come volte ad un miglioramento delle condizioni di vita dei giovani coscritti, mentre tra gli stessi richiamati è forte la consapevolezza delle implicazioni etiche e politiche del conflitto. In un volantino diffuso in un reggimento di contraerea, nel settembre 1955, possiamo leggere:

«Notre conscience nous dit que cette guerre que nous avons à porter contre nos frères musulmans (…) est une guerre contraire à tous les principes chrétiens, à tous les principes de la Constitution française, au droit des peuples à disposer d’eux-mêmes, à toutes les valeurs dont notre pays s’enorgueillit justement.26»

Già in queste prime, spontanee, mobilitazioni troviamo gran parte dei temi alla base delle opposizioni, politiche ed intellettuali, alla guerra d’Algeria, a partire dalla contrarietà della guerra ai valori della Costituzione e della Repubblica.
Tra l’indifferenza della maggioranza dell’opinione pubblica e la mancanza di una sponda politica, nonostante in molti casi sezioni locali del PCF e del sindacato CGT sostengano i manifestanti, il movimento si dissolverà rapidamente dopo la primavera del ‘56: il PCF, prudente e portato ad un legalitarismo volto ad evitare il proprio isolamento politico27, deciderà di non appoggiare le proteste.
Sull’immobilismo dimostrato dalla sinistra istituzionale, Jean-Marie Boeglin28testimonia: «C’était terrible de constater que le mouvement ouvrier réagissait aussi peu à une protestation de cette ampleur. Pour moi, le printemps ‘56 fut déterminant29
Un importantissimo fronte di opposizione alla guerra coloniale sarà rappresentato dalla stampa e dall’informazione. In giornali e riviste come “Esprit”, “Témoignage chrétien”, “France observateur”, “Les Temps modernes” o “L’Express”, (per la maggior parte appartenenti all’area della sinistra repubblicana o di ispirazione cattolica) iniziano sin dalle prime fasi a comparire critiche e denunce del colonialismo francese ad opera di intellettuali come Jean Paul Sartre, François Mauriac o Francis Jeanson. Seguiranno resoconti in “presa diretta” della brutalità del conflitto: documenti come il Dossier Jean Mueller30, La paix de Nementchas31, o La gangrène, una raccolta di testimonianze di studenti algerini torturati che evoca nel titolo la vera e propria infezione di cui è preda la République32, fanno scoprire all’opinione pubblica i metodi impiegati contro i colonizzati. Nemmeno i francesi e gli europei d’Algeria vengono risparmiati dalla repressione: Henri Alleg, direttore del quotidiano comunista “Algér républicain”, subirà in prima persona le torture dei paracadutisti inviati ad Algeri con funzioni di polizia33, esperienza denunciata nel celebre libro La question34. Maurice Audin, giovane matematico e compagno di partito di Alleg, sparirà invece nel nulla dopo aver subito le medesime torture, caso destinato a restare aperto a lungo nell’opinione pubblica metropolitana35.
Alcuni soldati, posti di fronte al dilemma di coscienza rappresentato dalla guerra, decidono di non parteciparvi. Nel 1956 Alban Liechti, giovane aderente alla Jeunesse communiste, rifiuta pubblicamente di servire in Algeria motivando la sua scelta, in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, con la volontà di non prendere le armi contro il popolo algerino in lotta per la sua indipendenza36. Il caso di Liechti è quello più emblematico, ma saranno in tutto una quarantina i giovani militari, in maggioranza comunisti, a rifiutarsi di combattere37.
Alban Liechti verrà, nel novembre del ’56, condannato a due anni di prigione. Il PCF sceglierà la via della moderazione, sia per non guastare i rapporti con i socialisti e la propria immagine di partito inserito nel sistema politico francese38, sia in ossequio alla vecchia concezione leninista secondo la quale il soldato comunista prende parte a tutte le guerre, anche a quelle reazionarie, per continuare il lavoro politico tra i propri commilitoni39. Sarà solo alla fine dell’anno che, dalle colonne de l’Humanité, il PCF solidarizzerà pubblicamente con i giovani “insoumis”40; nel 1958 la direzione comunista deciderà ufficialmente di impegnarsi nel sostegno ad essi41. Nelle dichiarazioni del PCF, tuttavia, traspare sempre una certa volontà di presentare la scelta degli insubordinati più come un “dramma di coscienza” che come una scelta politica vera e propria e una critica all’imperialismo francese42. Quelle che il filosofo Etienne Balibar ha definito le «esitazioni dell’anticolonialismo43», ossia l’atteggiamento prudente tenuto dal PCF e dalle sue organizzazioni collaterali (se non si considera il PCA, impegnato direttamente nella lotta armata44), avranno come effetto quello di spingere alcuni settori della sinistra verso forme di azione più radicali e incisive. Dall’ottobre 1957 si attiva la cosiddetta “rete Jeanson”, una rete di supporto al FLN messa in piedi dal filosofo Francis Jeanson (amico e collaboratore di Sartre e vicino al Partito comunista, già impegnato da tempo nella denuncia del colonialismo insieme alla moglie Colette45), i cui compiti principali consistono nel trasporto di documenti e denaro e nell’offrire rifugio ai militanti algerini ricercati. Jeanson e i suoi compagni erano giunti al sostegno diretto al Front de libération nationale dopo aver constatato l’immobilismo della sinistra istituzionale nei confronti della guerra e della crisi totale della Repubblica: schierarsi direttamente dalla parte degli algerini è, nelle intenzioni del “réseau” una “terapia choc” per risvegliare il movimento operaio e democratico e provocarlo all’azione46. Come scriverà lo stesso Jeanson: «Il nous fallait à la fois “trahir” les français en faisant cause commune avec les algériens, et “trahir les algériens en restant résolument français (…). Cette double trahison est notre fidélité à la cause française et à la cause humaine47.» Quella di Francis Jeanson non è l’unica rete attiva nel “soutien” al FLN: Henri Curiel, amico del filosofo, nel 1960 darà vita al Mouvement anticolonial français (MAF), più legato a schemi di derivazione comunista “tradizionale”, insistendo in particolare sull’alleanza tra proletariato francese e algerino 48.
All’attività delle reti di sostegno si affianca quella che Pierre Vidal-Naquet ha definito “presse parallèle”49: pubblicazioni, più o meno clandestine, come “Témoignages et documents”, “Verités anticolonialistes”, “Verités pour”, che oltre a produrre controinformazione sul conflitto algerino, sulla tortura e sulla minaccia di un’involuzione autoritaria in Francia, in molti casi si occupano di fornire indicazioni e concreti consigli di azione a chi è intenzionato ad opporsi alla guerra ma non fa ancora parte di organizzazioni o partiti, oppure a chi si trova isolato50. Tra di essi ci sono i giovani disertori rifugiatisi all’estero.

4. Nascita, attività e politica si Jeune Rèsistance
Le radici di Jeune résistance possono essere rintracciate nell’estate del 1956, quando in Svizzera iniziano a raggrupparsi i primi, pochi, giovani renitenti alla leva51. Tra i primissimi organizzatori della rete troviamo l’abate Robert Davezies52, collaboratore di Jeanson (già tra i curatori, nel 1957, dell’opera Des rappelés témoignent), e il futuro giornalista Jean-Louis Hurst.
Hurst aveva maturato una coscienza socialista e una sensibilità anticoloniale date da diversi viaggi in Medio Oriente e dal lavoro svolto da adolescente in un kibbutz israeliano, aderendo poi al PCF. Insegnante e sottufficiale nell’armée, deciderà di disertare alla vigilia della sua partenza per l’Algeria53. Se in Davezies troviamo un veterano dell’opposizione alla guerra e del “soutien” ai combattenti algerini, Hurst rappresenta pienamente una nuova leva, solo in parte già legata alla militanza politica o al mondo intellettuale, decisa ad impegnarsi in prima persona contro il colonialismo. Anche grazie suo al romanzo-testimonianza Le déserteur, edito nel 1960 sotto lo pseudonimo di “Maurienne”54, possiamo ricostruire il percorso personale e politico che porterà il giovane, insieme ad altri commilitoni, alla scelta di dare un contenuto politico e una struttura organizzativa alla scelta di non partecipare alla guerra coloniale. Il punto di partenza (per bocca di Jean, alter ego dell’autore) è ancora una volta la delusione nei confronti di un movimento operaio che non fa nulla per fermare una guerra che dice di avversare e la difficoltà a svolgere il proprio lavoro politico di base in mezzo ad una truppa ormai assuefatta alla barbarie coloniale55. Scorrendo le pagine de Le déserteur, ci si accorge come la genesi di Jeune résistance sia profondamente legata al disagio e all’abbrutimento della gioventù francese mandata a combattere in Algeria. Il riscatto dalla martellante propaganda razzista all’interno dell’esercito, dalla passività che porta ad accettare torture e repressione, dal dramma di percepirsi parte di un paese colonizzatore, può concretizzarsi solamente con un atto radicale di rifiuto.
Dopo aver aiutato alcuni militanti del FLN a passare la frontiera franco-elvetica, proprio alla vigilia della partenza per l’Algeria Hurst decide di abbandonare l’esercito e di riparare in Svizzera con alcuni commilitoni56. Qui si metteranno in contatto con i membri dei “réseaux de soutien” che transitano in Svizzera e con altri disertori e resistenti francesi, tra i quali Louis Orhant, tra i primi ad abbandonare l’uniforme nel 195657.
La scelta della Svizzera come meta per i renitenti alla leva e in generale come sede di iniziative di lotta non è casuale: all’interno di alcuni ambienti della sinistra elvetica, oramai da qualche anno, era andato crescendo un ampio dibattito attorno al tema, principalmente ad opera dell’organizzazione studentesca Mouvement démocratique des étudiants (MDE). Questi ultimi si attiveranno sia nella diffusione di informazioni sulla guerra coloniale, attraverso l’organizzazione di conferenze e la pubblicazione di fogli e bollettini, sia nell’accoglienza verso i fuoriusciti francesi. Il MDE stringerà dei legami con Jeune résistance fornendo ai disertori alloggio e mezzi di sostentamento58. In generale in tutta Europa, almeno all’interno degli ambienti della sinistra, la simpatia per la causa algerina e per quanti si rifiutavano di prendere parte alla guerra coloniale era abbastanza diffusa, come ad esempio in Germania, dove veniva pubblicato sin dal 1958 un giornale chiamato “Freies Algerien”, che tra l’altro nell’aprile del ’60 dedicherà un articolo piuttosto dettagliato alle attività di Jeune Résistance59. Anche in Italia, paese liberato dal fascismo da appena un decennio, la solidarietà verso il popolo algerino sarà particolarmente sentita negli ambienti progressisti 60.
Su impulso in particolare di Henri Curiel, con il quale Hurst e i suoi compagni erano entrati in contatto, nel maggio 1959 si ha la fondazione “ufficiale” di Jeune résistance61. La prima presentazione all’esterno avverrà nell’estate del 1959, durante il Festival mondiale della gioventù di Vienna62. Sia nella scelta del nome, con il richiamo alla Résistance antinazista63, sia nell’occasione scelta per il “lancio” dell’organizzazione64, vi è la volontà di marcare una continuità con il tradizionale movimento operaio e democratico. Secondo Quemeneur, una spinta fondamentale in tal senso era arrivata da Curiel, per il quale il riferimento al “campo socialista” era una costante: quest’ultimo aveva suggerito a Hurst di non recidere del tutto i legami con la galassia della sinistra francese e con la lotta di massa, per rimanere ancorati al contesto politico e sociale francese65.
Le prime azioni di Jeune Résistance consistono in appelli all’unità della sinistra e alla solidarietà attiva con la rivoluzione algerina66, e nell’ incoraggiare la diserzione dei giovani richiamati alle armi, attraverso la diffusione delle testimonianze dei primi refrattari: nel gennaio 1960 viene pubblicata, nell’opuscolo Documents Jeune résistance, una raccolta di interviste a membri del gruppo (provenienti da diverse tendenze politiche), dove vengono spiegate le diverse ragioni, morali e politiche, alla base dell’ ”insoumission”. E’ importante sottolineare come nessuno tra di essi consideri la propria diserzione come un tradimento, ma al contrario come un atto di fedeltà verso i valori repubblicani e rivoluzionari67.
In marzo Jeune résistance pubblica il proprio manifesto, nel quale la guerra d’Algeria viene definita «politiquement injustifiée, humainement atroce et avec des conséquences désastreuses»68. Un accento particolare viene posto sull’abbrutimento psicologico della gioventù francese. Le azioni di insubordinazione e diserzione incoraggiate dal gruppo sono messe in continuità ideale con le prime proteste dei richiamati del 1955 e 1956. È inoltre significativa la distinzione che viene specificata, nel testo, tra una generale obiezione di coscienza e una resistenza politica alla guerra coloniale. L’organizzazione delinea chiaramente scopi e metodi della propria azione:

«Les buts de Jeune résistance sont les suivants: – être la tribune mise à la disposition de la jeunesse française résistant à la guerre d’Algérie et au fascisme qui, vu les circonstances, ne peut pas s’exprimer librement; lui donner des informations objectives sur la guerre d’Algérie et la situation politique en France; faire connaître à l’opinion publique française et internationale la résistance des jeunes français69

In un opuscolo, fatto circolare sotto il titolo di Jeune Résistance s’explique, il movimento rimarca la propria autonomia sia dalle forze politiche sia dalla rete di Jeanson, (con la quale in un primo momento era stata confusa), dichiara finita la fase degli atti individuali, chiamando alla costruzione di un movimento di resistenza collettivo, e critica duramente le esitazioni dei partiti della sinistra.
È sui giovani e sulla gioventù, in quanto coloro che combattono sul campo e subiscono in prima persona l’insinuarsi del fascismo nell’esercito, che viene posto l’accento. Come per Jeanson l’azione rivoluzionaria del FLN avrebbe potuto donare una scossa ad una sinistra intorpidita, nel testo di Jeune Résistance sono i refrattari alla leva che con il loro esempio possono spronare all’azione il movimento operaio, sola forza in grado di salvare la repubblica dalle manovre eversive dell’esercito.
Emerge inoltre, nello stesso opuscolo, una profondità di analisi politica che si esprime, ad esempio, nel far risalire la paralisi della Repubblica sin dalla capitolazione di Mollet il 6 febbraio 1956 e nell’individuazione di un nascente neo-colonialismo gollista, oltre che nel porsi il problema dei rapporti tra mondo sviluppato e “nations prolétaires”. Viene, inoltre, delineato un abbozzo di schema organizzativo su come formare gruppi Jeune résistance e sui metodi più efficaci di propaganda170.
Pur rivolgendosi, come movimento, specificamente alla gioventù, si comprende dai testi la precisa volontà di non volersi estraniare dal resto della società francese. In particolare, non si vuole evitare il confronto politico con le forze politiche potenzialmente alleate e, soprattutto, con la base di esse. In un articolo pubblicato nell’omonimo giornale dell’organizzazione, la “gauche réelle” dei militanti di base, in molti casi già impegnati attivamente nella lotta contro la guerra, viene considerata come decisamente più consapevole e determinata delle dirigenze partitiche71.
Un numero intero del giornale, inoltre, viene interamente dedicato alle “réponses à divers hommes de gauche”, politici e giornalisti, che si erano pronunciati sulla questione della diserzione. Particolarmente significativa è la risposta data da un gruppo di giovani socialisti e giovani comunisti appartenenti a JR rispettivamente a Gilles Martinet, firma de l’Express e vice segretario del PSU72, e ad alcuni dirigenti del PCF, nella quale si difende la scelta del rifiuto di prendere parte alla guerra coloniale vista l’inefficacia del lavoro politico portato avanti all’interno del contingente di leva. In chiusura JR ribadisce ancora una volta l’importanza dei disertori come esempio e sprone per la sinistra per imporre il tema dell’anticolonialismo e per sviluppare un movimento concreto contro la guerra, con un occhio di riguardo alla dimensione internazionale della lotta: la presenza di giovani “insoumis” nei diversi paesi d’Europa avrebbe catalizzato l’attenzione sull’Algeria presso i movimenti operai e studenteschi locali, aumentando una sorta di pressione “dall’esterno” sulla Francia.
Nel frattempo, tra il febbraio e il marzo 1960 l’organizzazione aveva ottenuto una certa notorietà in Francia: il musicista Diego Masson, aderente alla rete Jeanson, era stato arrestato mentre cercava di far passare la frontiera a un disertore, Jean Crespi. L’ondata di arresti seguita, se da una parte aveva svelato l’esistenza di una ben collaudata «chaîne d’évasion»73, dall’altra farà sì che Jeune résistance invii una lettera aperta al presidente De Gaulle, firmata tra gli altri da importanti personalità internazionali come Lord Bertrand Russell e Martin Niemoeller, in cui si chiede la liberazione di Masson e in cui si rimarca come il rifiuto di prendere parte alla guerra d’Algeria sia il solo modo per onorare il nome della Francia. La lettera, diffusa tra militanti e simpatizzanti, era stata pensata per essere inviata in migliaia di copie direttamente a De Gaulle74.
Nell’agosto del 1960, in modalità semi-clandestina, Jeune résistance tiene il proprio congresso («quelque part en Europe») alla presenza di rappresentanti di movimenti giovanili stranieri, dell’Union génerale des étudiants algériens (UGEMA) e del sindacato algerino UGTA75. Inizialmente coperto da “Les temps modernes”76, poi censurato, sarà il giornale anticolonialista belga “Coexistence” a riprendere l’articolo:

« Qu’est-ce que Jeune résistance? À l’origine, un geste simple mais décisif. Radical. Un refus qui est une rupture avec l’ordre établi, les lois, la société, qui les expose à l’incompréhension et à l’insulte. Appelés à combattre en Algérie, ils ont répondu : Non (…) Ces actes individuels sont les sous-produits tardifs de ce qui aurait pu, aurait dû être un grand mouvement de masse, une bataille au grand jour contre l’envoi du contingent en Algérie.77»

Gli atti individuali di resistenza, viene sottolineato, sono il frutto (non sufficiente) di quello che avrebbe dovuto essere un grande movimento di massa contro la guerra, guidato dal movimento operaio francese.
La risoluzione finale adottata dal congresso (riportata da “Vérités pour”), viaggia su un doppio binario: da una parte, continuare ad incoraggiare la diserzione, unico rifiuto politicamente efficace; dall’altra, evitare che tutto ciò si trasformi in un atto puramente dimostrativo, dando all’ ”insoumission” un’organizzazione e una linea politica vera e propria. A questo proposito, è espressa la volontà di favorire il rientro in Francia dei giovani fuoriusciti per partecipare alla lotta contro la guerra e mettere in piedi un movimento più strutturato78. Un ruolo importante è riconosciuto anche a chi non è direttamente toccato dal servizio militare in Algeria, come i familiari, le mogli e le compagne dei soldati, i loro amici e conoscenti: a loro il compito di diffondere le parole d’ordine di JR in famiglia e sul luogo di lavoro. Viene, in sostanza, prospettata la creazione di un ipotetico movimento di massa. Viene fatto cenno inoltre alla creazione, con il sostegno di militanti europei di diversa origine, di un organismo denominato Bureau d’entraide aux résistants à la guerre d’Algérie (B.E.R.G.A.), un ufficio di coordinamento internazionale incaricato di supportare materialmente i disertori francesi in esilio tramite produzione di documenti e borse di studio e/o di lavoro79.
Il congresso rimane l’unico celebrato dal gruppo, che tuttavia prima di essere smantellato dagli arresti riuscirà ad organizzare degli stages di formazione politica tra Svizzera e Germania federale80. Nel gennaio del 1961, gran parte dei membri della direzione di JR sono arrestati dalla polizia francese81; è l’inizio della fine per l’organizzazione, ma il clima in Francia aveva iniziato a cambiare: nel settembre del 1960, in seguito ad un importante processo contro 23 attivisti della rete Jeanson e a 6 algerini del FLN82, era stato pubblicato il cosiddetto “manifesto dei 121”, una dichiarazione pubblica di intellettuali e artisti francesi in favore del diritto alla disobbedienza83. Parallelamente, l’impegno dell’Union nationale des étudiants de France (UNEF), il principale sindacato studentesco, riesce tra la fine del 1960 e il 1961 a dare vita alle prime, serie, mobilitazioni per la pace e l’indipendenza dell’Algeria, riuscendo a portare in piazza settori consistenti della sinistra “ufficiale”84. Il nuovo governo gollista, per parte sua, aveva già iniziato ad inasprire le azioni sia contro i refrattari sia contro chi era sospettato di provocare alla diserzione85. Nel giugno del ’61 altre sei persone appartenenti a JR, tra le quali Robert Bonnaud86, sono arrestate in territorio francese per rapporti con la rete Jeanson87.
I colpi inferti con gli arresti, tuttavia, non segnano la fine delle attività del gruppo: ciclostilati, volantini e riviste a firma Jeune résistance continueranno ad essere diffusi fino a tutta la prima metà del 1962, affiancati da altre reti e gruppi di sostegno, più o meno numerosi, che nascono soprattutto negli ambienti studenteschi. Le diverse sigle che compaiono nell’ultima fase della guerra d’Algeria, come il “groupe Nizan”88 o un’organizzazione denominata “François”89, testimoniano la vitalità dell’ambiente dei “réseaux”, definiti da Jeanson come il solo esempio di «unité d’action» della sinistra90. Tra la fine del 1961 e il 1962, la situazione in Francia cambia decisamente: le sempre più concrete minacce reazionarie, gli attentati dell’OAS e un’indipendenza algerina che sembra ormai inevitabile fanno da catalizzatore per l’intera sinistra, che ritrova l’unità e ovunque scende in piazza contro il colonialismo e per la difesa della Repubblica91. Di fronte alla difficile conclusione della guerra, e al suo strascico di violenza, la questione dell’ ”insoumission” torna in secondo piano.
Jean-Louis Hurtst, alla fine della guerra, sarà attivo nel Comité de coordination des réfractaires anticolonialistes, sorto per ottenere un’amnistia collettiva, che tuttavia arriverà solo nel 196692. Nell’ottobre del 1962 si presenterà spontaneamente alle autorità; incarcerato per un breve periodo, gli verrà concesso di terminare il servizio militare. In seguito lavorerà come insegnante, tra l’Algeria e la Francia93. Il diritto all’obiezione di coscienza, la cui questione esplode negli anni della guerra d’Algeria proprio grazie agli “insoumis”, sarà riconosciuto nel 1963 ma reso di fatto inefficace dai requisiti stringenti imposti dalle gerarchie militari. Il tema esploderà di nuovo con forza, nella gioventù francese, all’inizio degli anni Settanta, sull’onda dei movimenti del post ‘6894.

5. Conclusioni
Lo storico Pierre Vidal-Naquet, cercando di sintetizzare il più possibile quella che rimane una vicenda complessa e specificando che a seconda dei casi una stessa persona poteva sentirsi parte di uno dei tre gruppi, delinea tre tipi ideali di resistenti alla guerra d’Algeria95: i cosiddetti “dreyfusards”, oppositori in nome dei diritti umani e delle tradizioni repubblicane francesi; i “bolscevichi”, alla ricerca di un nuovo punto di leva e di un nuovo partito rivoluzionario che sarebbe scaturito dalle contraddizioni del colonialismo francese; i “terzomondisti”, con lo sguardo rivolto ai popoli extraeuropei in lotta, influenzati dal fenomeno della decolonizzazione e alla ricerca di un nuovo soggetto rivoluzionario sostitutivo (almeno per il momento) del proletariato occidentale integrato dal capitalismo. La vicenda di Jeune résistance appare allo stesso tempo classificabile sia all’interno di questo schema, sia fuori da esso.
Innanzitutto, l’impulso originario che darà vita all’organizzazione è la constatazione, comune a gran parte dei protagonisti dell’opposizione alla guerra, dell’inefficacia della risposta di chi avrebbe dovuto opporsi al colonialismo e alla crisi delle istituzioni francesi, vale a dire la sinistra e il movimento operaio. Con Guy Mollet, la SFIO ed altri esponenti socialisti e repubblicani impegnati in prima persona nella repressione dell’insurrezione algerina, sarebbe spettato al Partito comunista assumere la guida di un movimento contro la guerra e sostenere le iniziative, anche individuali, che andavano in questo senso. Ciò non avverrà, sia per ragioni politiche interne (la salvaguardia del dialogo con i socialisti in primis), sia per l’attaccamento dei comunisti a vecchi capisaldi: su tutti, l’avversione per le azioni slegate dalla lotta di massa, l’identificazione con il patriottismo francese e la tendenza ad un prudente legalitarismo, che inibisce forme di azione più radicali e incisive96.
Con l’ambiguità del PCF, che da una parte dice di opporsi alla guerra e di combattere per la pace in Algeria, ma che dall’altra rifiuta di sostenere qualsiasi azione che esuli dalla legalità, gli insoumis si erano trovati di fatto senza sponda politica. Ancora nel 1962, alla vigilia dell’indipendenza algerina, il PCF continuava a criticare aspramente le azioni dei “gauchistes” e degli “insoumis”97.
Anche la vicenda di Alban Liechti e degli altri obiettori era stata fatta passare dalla stampa comunista come un fatto puramente personale, un “dramma di coscienza” piuttosto che una consapevole scelta politica.
Mentre i partiti non intendevano deviare da forme di lotta legali, e il mondo intellettuale francese si scagliava contro la tortura e il colonialismo in nome dei diritti universali e dei valori repubblicani, alcuni, come Francis Jeanson, compivano la scelta radicale di aiutare materialmente il FLN algerino, ponendosi integralmente dall’altra parte della barricata e rinunciando di fatto alla propria autonomia politica.
Jeune résistance nasce indubbiamente da questo contesto: dalla doppia crisi, morale e politica, che investe allo stesso tempo la Repubblica francese e la sinistra, e dalle risposte radicali messe in campo da una minoranza di attivisti. Le reti clandestine e i contatti che favoriscono l’espatrio dei giovani “insoumis” sono gli stessi dei militanti FLN e dei fiancheggiatori di questi ultimi. Le elaborazioni teoriche e la prassi dell’organizzazione, al contrario, segnano delle particolarità e dei passi avanti rispetto alla galassia dell’opposizione francese alla guerra d’Algeria.
In primo luogo, JR intende sia organizzare politicamente disertori e refrattari alla leva, sia offrire una sponda a quanti lottano all’interno delle forze armate, andando a colmare il vuoto lasciato dalla sinistra istituzionale. Il rifiuto di servire in Algeria, contrariamente a come era stato utilizzato fino a quel momento, non serve come semplice testimonianza morale ma come un vero e proprio mezzo di azione: i disertori abbandonano il paese e si organizzano politicamente, cercando di far leva sul movimento operaio “ufficiale”. Per quanto riguarda il supporto al FLN, esso si sviluppa su un piano paritario: Jeune résistance è un’organizzazione autonoma, è solidale con la rivoluzione algerina, ma il suo obiettivo principale è fare pressione sulla politica e sul governo francese per la fine della guerra e contrastare il pericolo di involuzioni reazionarie, obiettivi di un soggetto che si percepisce come forza politica vera e propria e che cerca uno spazio nella battaglia politica del proprio paese.
Altri fattori segnano la notevole profondità di analisi politica dell’organizzazione: la ricerca di contatti e sostegno nella sinistra europea, per internazionalizzare la pressione sulla Francia; la comprensione del fatto che la questione algerina si inseriva nella più generale lotta dei popoli colonizzati; la volontà di non “chiudersi in se stessi” e non recidere i legami con la sinistra istituzionale e con la sua base, unica forza che avrebbe, nonostante tutto, potuto mettere fine alla guerra coloniale.
Infine, molte pratiche e suggestioni messe in campo da Jeune résistance e dalla galassia di soggetti, reti e organizzazioni che si attivano durante gli “années algériens” riemergeranno con forza un decennio più tardi, in Francia e in Europa, nella stagione delle contestazioni e delle lotte sociali aperta dal maggio ’68: il diritto all’obiezione di coscienza, il protagonismo della gioventù, il dualismo tra fedeltà alla tradizione socialcomunista e la ricerca di nuove sintesi, la solidarietà con i popoli del Terzo mondo, la clandestinità come metodo di lotta politica.

Note

  1. Cfr. Tramor Quemeneur, Ils ont dit « non » à la guerre sans nom. Les désobéissances de soldats français pendant la guerre d’Algérie (1954-1962), in Histoire coloniale et postcoloniale.
  2. Così è chiamato il regime repubblicano instauratosi dopo il Secondo conflitto mondiale.
  3. Cfr. Allocution de François Mitterrand sur la Toussaint sanglanteORTF, Francia, 1954, 6’ 28”.
  4. Cit. in Claude Estier, Un combat centenaire. 1905-2005. Histoire des socialistes français, Paris, Le cherche midi, 2005, pag 71.
  5. Benjamin Stora, La guerra d’Algeria, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 8.
  6. Cfr. Comunicato di Volonté du Peuple, gruppo legato alla Federation communiste libertaire, cit. in N. Andersson, T. Quemeneur (a cura di), Résister à la guerre d’Algérie par les textes de l’époque, Paris, Le petit matin, 2012, pag. 52-55).
  7. Cfr. Evenements graves en Algérie, in “L’Humanité”, 2 novembre 1954; L. Feix, Le drame algérien, in “L’Humanité”, 3 novembre 1954.
  8. Per una panoramica, sintetica ma efficace, sulla guerra d’Algeria, cfr. Benjamin Stora, La guerra d’Algeria, Bologna, Il Mulino, 2009.
  9. Cfr. La lettre de démission de l’ancien secrétaire général à la policee , in “Le Monde”, 1 ottobre 1960, [consultato il 27/09/2023].
  10. Cfr. B. Stora, cit.
  11. Sulle vicissitudini e sulla crisi attraversata dalla SFIO durante la Guerra d’Algeria, cfr. Etienne Maquin, Le parti socialiste et la guerre d’Algérie (1954-1958), Paris, L’Harmattan, 1990.
  12. Cfr. Guy Mollet, Le sang ne doit plus couler en Afrique du Nord, in L’Express, 19 dicembre 1955.
  13. Il termine “molletisme”, è tuttora utilizzato nell’ambiente della sinistra francese come sinonimo di “tradimento” e di discrepanza tra retorica radicale e prassi moderata.
  14. Cfr. Bernard Ravenel, Quand la gauche se réinventait. Le PSU, histoire d’un parti visionnaire, 1960-1989, Paris, La Découverte, 2016, pp. 33-56.
  15. Cfr. Noëlline Castagnez, Les députés socialistes méditerranéens face à la guerre d’Algérie : histoire et mémoire, in “Cahiers de la Méditerranée”, 96, 2018, pp. 67-79.
  16. Julian Mischi, Le parti des communistes. Histoire du Parti communiste français de 1920 à nos jours, Marseille, Hors d’atteinte, 2020, pp. 427-428.
  17. Cfr. Déclaration du Parti sur la situation en Algérie, in “Cahiers du communisme”, 30, 11-12, 1954.
  18. Per bocca dello stesso segretario Maurice Thorez, durante una visita nella colonia. Cfr. Francia, 1939, 12’00”, Le voyage de Maurice Thorez en Algérie, [consultato il 26/09/2023].
  19. Cfr. Isaac Aviv, Le PCF dans le système français des années 1930 à la fin de la IVe République, in “Le Mouvement social”, 104, 1978, p. 81.
  20. Cfr. Archives PCF (APCF), Fonds de la direction du PCF (1944-1979, Réunion Bureau politique, 12 mars 1956 [consultato il 25/09/2023].
  21. Il Parti communiste algérien (PCA), formalmente dipendente dal PCF ma di fatto organizzazione autonoma, si era schierato sin da subito per l’indipendenza algerina. Il PCA donerà al movimento di liberazione alcuni tra i più significativi martiri, tra i quali Fernand Iveton, ghigliottinato all’inizio del 1957, e Maurice Audin, torturato e scomparso nel nulla nel contesto della “battaglia di Algeri”.
  22. Sul PCF e il PCA negli anni della decolonizzazione agerina, cfr. Alain Ruscio, Les communistes et l’Algérie. Des origines à la guerre d’indépendance, 1960-1962, Paris, La Découverte, 2019.
  23. Cfr. Emmanuelle Comtat, La question du vote Pied-noir, in “Pôle Sud”, 24, 1/2006, pp. 75-88.
  24. In agosto il FLN aveva scatenato una vasta offensiva contro coloni e forze di sicurezza francesi. Cfr. B. Stora, op. cit., pp. 23-24.
  25. Cfr. Tramor Quemeneur, Les manifestations de rappelés contre la guerre d’Algérie. Contestation et obéissance. 1955-1956, in Outre-mers, revue d’histoire, 332-333, 2001, pp. 407-427.
  26. Cit. in Nils Andersson, Tramor Quemeneur (sous la direction de), Résister à la guerre d’Algérie par les textes de l’epoque, Paris, Les petits matins, 2012, p. 32.
  27. Cfr. Vanessa Codaccioni, La construction d’une façade légaliste en contexte répressif. L’action anticolonialecommuniste pendant la guerre d’Algérie, in Sociétés Contemporaines, 88, 2012, pp. 45-72.
  28. Critico e regista teatrale, vicino agli ambienti anarchici, dal 1959 si impegnerà nel sostegno al FLN.
  29. Cit. in Hervé Hamon, Patrick Rotman, Les porteurs de valises. La Résistance française à la guerre d’Algérie, Paris, Points Histoire, 1980, p. 51.
  30. Jean-Jacques Gauthé, Jean Mueller, un chrétien contre la guerre d’Algérie, in “Histoire coloniale et postcoloniale”.
  31. Robert Bonnaud, a href=”https://esprit.presse.fr/article/bonnaud-robert/la-paix-des-nementchas-22105″ title=”La paix des Nementchas” target=”_blank”>La paix de Nementchas, in “Esprit”, 25, aprile 1957, < [consultato il 27/09/2023].
  32. La gangrène, Paris, Les éditions de minuit, 1959.
  33. Nel quadro della cosiddetta “battaglia di Algeri”. Cfr. B. Stora, op. cit., pp. 31-33.
  34. Cfr. Henri Alleg, La question, Paris, Les éditions de minuit, 1958.
  35. Cfr. Nicola Lamri, La guerra d’Algeria e il cortocircuito delle identità: il caso Maurice Audin e la memoria impossibile (1954-2018), tesi di laurea magistrale in Storia dell’Europa contemporanea, Università di Bologna, 2021, rel. Patrizia Dogliani, correl. Didier Nativel.
  36. Cfr. Marc Giovaninetti, Le Parti communiste français et les soldats du contingent pendant la guerre d’Algérie: prôner l’insoumission ou accepter la mobilisation ?, ,in Le Mouvement Social, 251, 2015, p. 79, [consultato il 26/09/2023].
  37. Cfr. Tramor Quémeneur,, Les « soldats du refus ». La détention, la campagne de soutien et la répression des soldats communistes refusant de participer à la guerre d’Algérie ,in Histoire de la Justice, 16, 1/2005, [consultato il 25/09/2023].
  38. Cfr. Vanessa Codaccioni, Expériences répressives et (dé)radicalisation militante. La variation des effets de la répression sur les jeunes membres du Parti communiste français (1947-1962), in Cultures & Conflits, 89, 2013.
  39. Cfr. Maurice Thorez, Rassemblons toutes les forces pour la bataille contre le pouvoir personnel. Discours de clôture à la conférence fédérale de Paris (31 mai 1959), in “L’Humanité”, 3 giugno 1959.
  40. Cfr. R. Guyot, Nouvel an du soldat, in “L’Humanité”, 31 dicembre 1956.
  41. APCF, Fonds de la direction PCF, réunion du Bureau politique, 5 août 1958 [consultato il 26/09/2023].
  42. Cfr. ad esempio una serie di articoli apparsi nell’ organo di stampa del Secours rouge, legato al PCF: Liberté pour Alban Liechti, in “La Défense”, gennaio 1957; Drame de conscience, in “La Défense”, settembre 1957.
  43. Cfr. E. Balibar, Le frontiere della democrazia, Manifestolibri, 1993, p. 23.
  44. Cfr. A. Ruscio, Les communistes et l’Algérie, op. cit., pp. 393-415.
  45. Cfr. Colette e Francis Jeanson, Algeria fuorilegge, Milano, Feltrinelli, 1956
  46. H. Hamon, P. Rotman, Les porteurs de valises, op. cit., pp. 388-392.
  47. Francis Jeanson, Notre guerre, Paris, Les éditions de minuit, 1960, p. 51.
  48. Cfr. Notre alliance, in “Verités anticolonialistes”, 1, 1961, [consultato il 25/09/2023]. Sulla figura di Curiel, comunista nato in Egitto da una famiglia ebraica e trapiantato in Francia, a lungo impegnato nel sostegno ai movimenti di liberazione nazionale, cfr. Gilles Perrault, Un homme à part, Paris, Le livre de poche, 1997.
  49. Pierre Vidal-Naquet, Une fidélité têtue. La résistance française à la guerre d’Algérie, in Vingtième siècle. Revue d’histoire, 10, 1986, p. 14.
  50. Cfr. Ce que vous pouvez faire de maintenant, in “Vérités anticolonialistes”, 1, 1961, [consultato il 27/09/2023].
  51. Hélène Bracco, Pour avoir dit non: actes de refus dans la guerre d’Algérie, 1954-1962, Paris, Paris-Méditerranée, 2003, p. 237.
  52. Già appartenente al movimento dei “preti operai” e anticolonialista della prima ora. Cfr. DAVEZIES Robert, Léon, Joseph, Laurent, in Le maitron, dictionnaire biographique du mouvement ouvrier et social, URL: .
  53. Sul percorso politico e umano di Hurst, cfr. Didier Monciaud, La contribution d’un anticolonialiste français: repères sur la trajectoire de Jean-Louis Hurst (1935-2014), in Cahiers d’histoire, 125, 2014.
  54. Cfr. Maurienne, Il disertore, Roma, Editori Riuniti, 1960.
  55. Ib., p. 19.
  56. Cfr. Luc Cédelle, Mort du journaliste Jean-Louis Hurst, “Déserteur de la guerre d’Algérie , in “Le Monde”, 15 maggio 2014. [consultato il 26/09/2023].
  57. Cfr. ORHANT, Louis, Le Maitron, dictionnaire biographique du mouvement ouvrièr et democratique, [consultato il 28/09/2023].
  58. Cfr. Pierre Jeanneret, Le Mouvement démocratique des étudiants, in Cahiers d’histoire du mouvement ouvrier, 21, 2005, pp. 60-67.
  59. Cfr. 2000 junge Franzosen verweigern den Kriegsdienst gegen das algerische Volk, in “Freies Algerien”, 3, 3-4/1960, [consultato il 28/09/2023].
  60. Cfr. Nicola Lamri, L’Italia e la battaglia di Algeri, in “Jacobin”, 17 settembre 2020, [consultato il 26/09/2023].
  61. H. Hamon, P. Rotman, Les porteurs de valises, cit., p. 219.
  62. N. Andersson, T. Quemeneur (sous la direction de), Résister à la guerre d’Algérie, cit., p. 72.
  63. Sul ruolo della memoria e dell’eredità della Resistenza francese nell’opposizione alla guerra d’Algeria e al colonialismo, cfr. Martin Evans, The memory of resistance. French opposition to the Algerian war (1954-1962), Oxford, Berg, 1997.
  64. Il Festival mondiale della Gioventù è, dal 1947, il principale meeting internazionale delle organizzazioni giovanili comuniste e antimperialiste, organizzato dalla World federation of democratic youth (WFDY).
  65. Tramor Quemeneur, The French Networks Helping the Independence Movements of Portuguese Colonies. From the Algerian War to Third-Worldism, in Afriche e Orienti, 3, 2017, p. 88.
  66. Maison de Sciences de l’homme de Dijon, Fonds Patrick Kessel, tract Jeune résistance, 23 mars 1961 [consultato il 28 settembre 2023].
  67. Des résistants à la guerre d’Algérie temoignent , in “Documents Jeune résistance”, 1, 1960, [consultato il 28/09/2023].
  68. Riportato in N .Andersson, T. Quemeneur (sous la direction de), Résister à la guerre d’Algérie, op. cit., pp. 73-90.
  69. Ib.
  70. MSH Dijon, Fonds Patrick Kessel,Jeune Résistance s’explique , [consultato il 28/09/2023].
  71. La seule politique possible , in “Jeune résistance”, 1, 1960, [consultato il 29/09/2023].
  72. Anche all’interno del PSU il supporto all’insoumission non era unanimemente condiviso. Cfr. Résolutions approuvées par le Conseil national du PSU, in “Tribune socialiste”, 19 novembre 1960.
  73. Quatre arrestations dans l’affaire de la “chaîne d’évasion”, in “Le Monde”,‎ 9 marzo 1960, [consultato il 29/09/2023].
  74. Lettre au Président de la République, 10 août 1960, MSH Dijon, Fonds Patrick Kessel, [consultato il 30/09/2023].
  75. Union générale des travailleurs algériens, principale sindacato legato al FLN.
  76. Le premier congrès de Jeune résistance, in “Les temps modernes”, 173-174, 1960.
  77. Le premier congres de « Jeune Résistance », in “Coexistence”, 73-74, 1960, [colsultato il 29/09/2023].
  78. Résolution adoptée à l’issue du récent congrès de «Jeune Résistance», in “Vérités pour”, 18, 1960, URL: [consultato il 29/09/2023].
  79. Ibidem.
  80. H. Hamon, P. Rotman, Les porteurs de valises, cit., p. 330.
  81. Quatre membres de l’organisation « Jeune Résistance » sont arrêtés à Paris , in “Le Monde”,‎ 1° febbraio 1961, [consultato il 28/09/2023].
  82. T. Quemeneur, The French Networks Helping the Independence Movements of Portuguese Colonies, cit., p. 89.
  83. Per uno sguardo più approfondito sulla vicenda, cfr. Cesare Pianciola, La guerra d’Algeria e il manifesto dei 121, Roma, Edizioni dell’asino, 2017.
  84. Sulle attività dell’UNEF negli anni della guerra d’Algeria, cfr. Eithan Orkibi, Les étudiants de France et la guerre d’Algérie. Identité et expression collective de l’UNEF (1954-1962), Paris, Syllepse, 2012.
  85. Cfr. Au Conseil des ministres , in “Le Monde”,‎ 29 settembre 1960, [consultato il 29/09/2023]; Une ordonnance aggrave les peines prévues pour provocation à l’insoumission dans l’Armée de mer, in “Le Monde”,‎ 2 febbraio 1961, [consultato il 29/09/2023].
  86. Storico e giornalista, autore de La paix de Nemetchas.
  87. Accusées d’être en rapport avec le réseau Jeanson six personnes, dont trois professeurs sont arrêtées à Marseille, in “Le Monde”,‎ 3 luglio 1961, [consultato il 28/09/2023].
  88. H. Hamon, P. Rotman, Les porteurs de valises, cit., p. 337.
  89. MSH Dijon, Fonds Patrick Kessel, Communiqué du groupe de refractaires “François”, marzo 1962, [consultato il 29/09/2023].
  90. Francis Jeanson, Les réseaux sont en France le seul exemple permanent d’unité d’action , in “Verités pour”, 18, 1960.< [consultato il 29/09/2023].
  91. B. Stora, La guerra d’Algeria, cit., p. 92-93.
  92. Cfr. Loi n° 66-396 du 17 juin 1966 [consultato il 27/09/2023].
  93. Cfr. D. Monciaud, La contribution d’un anticolonialiste français, cit.
  94. Cfr. Laurent Jalabert, Jeunesse scolarisée et antimilitarisme en France (1971-1974), in Gilles Richard, Jacqueline Sainclivier (sous la direction de), Les partis à l’épreuve du ‘68. L’émergence de nouveaux clivages, 1971-1974, Rennes, Presses universitaires de Rennes, 2012, pp. 71-83.
  95. Cfr. Pierre Vidal-Naquet, Mémoires (tome 2). Le trouble et la lumière 1955-1998, Paris, Seuil-La Découverte, 1998, p. 159.
  96. Cfr. V. Codaccioni, cit.
  97. Justifiant son «oui» le parti communiste dénonce «la nocivité des attitudes gauchistes de certains groupements» , “Le Monde”,‎ 2 aprile 1962 [consultato il 29/09/2023].

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