Bibliomanie

Karl Eugen Gass, l’allievo prediletto di Ernst Robert Curtius
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Saggi e Studi

Abbiamo cercato di prendere sul serio l’invito di Marianello Marianelli di offrire al lettore italiano la possibilità di conoscere da vicino la voce dell’allievo prediletto di Ernst Robert Curtius, Karl Eugen Gass da Kassel1.
Era nostra prima intenzione dedicarci esclusivamente alla decennale corrispondenza intercorsa fra l’allievo e il maestro, seguendo alla lettera la preziosa indicazione del germanista di San Miniato, ma ci siamo ben presto resi conto che era opportuno completare un quadro sempre più convincente con una serie di contributi ulteriori, che andavano a definire una personalità di primo rango, e che possedeva tutti i talenti per una splendida carriera scientifica, poi sacrificata alla guerra – per riprendere le stesse battute di Curtius.
Ecco allora che, accanto alla vicenda epistolare, disponibile grazie alla straordinaria collaborazione della figlia di Gass, Bettina, è parso opportuno dare in questo stesso volume le riflessioni e gli appunti delle agende (1937-1944), del diario dei libri, degli anni romani (1938-1942), del diario di guerra (1942), nonché le lettere inviate alla moglie Ilse Riemenschneider (1942-1944), cinque parti contraddistinte da un dialogo interiore costante, filtrato attraverso i testi letti, i libri, trattati come persone care, luoghi di sogno che chiamano la vita per nome, nei giorni immoti degli anni bui, nei quali Gass non smette fino all’ultimo di donare una luce rara: il piacere di stupirsi e di vivere, con il filologo dedito alla letteratura mai dimentico del senso dell’onore, pronto a sostenere lo sguardo altrui nella propria responsabilità di studioso con un alto grado di umanità.

Se la corrispondenza con Curtius è inedita, altrettanto in forma di libro lo sono i sei ritratti letterari sul panorama italiano che Gass scrisse sul finire del 1940 per un giornale della sera di Colonia. Sono piccoli studi che colpiscono davvero per la profondità della conoscenza del mondo poetico italiano (Federigo Tozzi, Emilio Cecchi, Aldo Palazzeschi, Riccardo Bacchelli, Cardarelli e Ungaretti, Renato Serra), scritti da un giovane che più volte richiama il desiderio di vestire i panni del mediatore fra cultura tedesca e italiana, un destino che sarebbe stato prodigo di frutti già annunciati da una precoce maturità, nella direzione di un rinnovamento decisivo per la romanistica tedesca.
Chiude il libro un altro inedito: sono appunti questa volta di Curtius, ritrovati all’Università di Bonn nel fondo di Paul Egon Hübinger, curatore dell’opera di Gass in Germania, opera della quale, in Italia, si era tradotta solo la parte del Pisaner Tagebuch, le note stilate dall’autunno del 1937 alla primavera del 1938 alla Scuola Normale Superiore di Pisa, durante il periodo di una borsa di studio, introdotte nell’edizione italiana di Nistri Lischi nel 1989 da Marianelli.

Ma chi era Karl Eugen Gass? Nacque a Kassel il 21 marzo 1912, studiò dal 1930 al 1936 romanistica, germanistica e filosofia: prima a Heidelberg, ove fu allievo di Jaspers, e in seguito a Monaco con Vossler e, infine, a Bonn con Ernst Robert Curtius.
Anche grazie a Fritz Schalk, un sodale di Curtius a Colonia, si occupò di Rivarol a partire dal 1933; due anni dopo si laureò e, nel 1937, andò come borsista di scambio alla Normale di Pisa; nel 1938 divenne assistente presso la Biblioteca Hertziana di Roma e, nel 1942, fu arruolato, per cadere poi, due anni più tardi (il 18 settembre 1944), tra Arnheim e Hertogenbosch nei Paesi Bassi.
Cresciuto a Kassel, già attorno al 1923 avviò quel certosino lavoro di documentazione scritta della propria esperienza quotidiana che lo porterà a scandagliare nel profondo inclinazioni, interessi, letture, pensieri, impressioni. Abbiamo di fronte, a parlar schietto, un ragazzo già maturo intellettualmente, lettore instancabile ma al contempo avido di irrinunciabili contatti con la natura, con il senso del luogo, del bosco, del passeggiare – un tratto, si sa, tipicamente tedesco – capace di cogliere nel paesaggio lo spunto di una contemplazione che si rivelerà nel suo talento per la scrittura e la traduzione, nella riflessione filosofica aperta all’inquietudine come alla felicità dell’esistere, nello sviluppo di uno spirito in grado di edificare, nel tempo breve, un sentiero progressivo solido quanto impermeabile agli eventi che sconvolgeranno la vita profonda di una generazione.
Sarà l’apparente freddezza verso i fatti della politica un carattere che troverà testimonianza lungo tutto l’asse delle schegge di frequentazione di Gass: un aspetto che lascia sorpresi a fronte del dramma che si compie sotto i suoi occhi. È pur vero che non possediamo la corrispondenza integrale con Curtius, giacché in parte è dispersa, ma la coltre di argomentazioni scientifiche costituisce una protezione quasi inviolabile del microcosmo inattaccabile delle loro voci, una sorta d’invulnerabile difesa. E, prima dell’incontro stellare nell’autunno del 1932 con Curtius a Bonn, altre voci avevano riempito il pantheon di una Bildung che aveva sentito risuonare la parola di Jaspers, di Gundolf, di Voßler, di Moldenhauer.


Gass preservò costantemente, accanto alla profonda serietà dello studioso, un’anima composita e molteplice negli interessi, capace di mantenere uno stupore di fondo quasi innocente, immacolato, accanto al gusto di un movimento fisico e intellettuale che si arresta solo dinanzi alla meditazione economica e politica, una sfera che nemmeno la sua diretta esperienza militare aprirà alla riflessione scritta.
«Se il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io son venuto da altri tempi. E in altri tempi spero di andare». Sono battute di Grillparzer riprese da Hofmannsthal, ma anche Curtius le cita e sembrano suggellare uno stato d’animo che intercorre in uno scambio epistolare ove la critica letteraria diviene il fuoco spirituale di un rapporto fecondo e, a tratti, esclusivo.
Si può vivere in un riconoscimento reciproco senza essere necessariamente figli del proprio secolo, cogliere nessi filosofici secondo un credo weberiano professato nella celebre pagina conclusiva di una scienza come vocazione, chiamata ineludibile verso una saggezza educativa che mira a un ordine spirituale. Sarà il maestro di Bonn, eccelso ricercatore ancor prima che insegnante, a schiudere le potenzialità dell’allievo, indicando la via di un lavoro storico atto a porre in chiaro gli strumenti di una visione estetica prima che filosofica.
Il lavoro su Rivarol per il dottorato consente a Gass un’indagine sul fondamento intimo dell’autoconoscenza nel sentimento come principio di vita organica, soprattutto in relazione all’elemento linguistico, alla parola interiore. È uno studio che rimane ancora un point de repère, avendo esercitato sullo stesso Gass un influsso importante: poteva esporre nella sua struttura, fra l’altro, il mondo spirituale di Rivarol e, nel contempo, illuminare sotto altra luce un filone meno conosciuto della storiografia moderna e contemporanea, soprattutto in Germania.
Ma sarà il contatto diretto con la realtà italiana (novembre 1937-marzo 1942) a rafforzare sensibilmente un’azione critica che coglie risultati ragguardevoli sia nella saggistica rivolta alla letteratura italiana (esemplari i ritratti apparsi sulla Kölnische Zeitung dei quali abbiamo accennato), sia nel notevole lavoro di traduzione sul paesaggio italiano, in un testo antologico di grande suggestione (Das Antlitz Italiens, Essener Verlagsanstalt, Essen, 1943), che, fra il resto, dà prova ulteriore di una conoscenza effettiva del mondo culturale della Penisola e rivela una sensibilità non comune per l’osservazione di figure e ambienti attraverso la voce degli scrittori selezionati (Cardarelli, Baldini, Bacchelli, Angioletti, Cecchi, Fracchia, Alvaro, Ojetti, Palazzeschi).
La scelta oculata di tali testi ci dà il senso e la misura di un approfondimento spirituale che coincideva, per Gass, con la capacità di calarsi in una storia “di lunga durata”, nell’esigenza di coltivare un intimo dialogo introspettivo sempre più profondo, con il volto di un Paese come il nostro, nel tentativo di rifletterlo con pari entusiasmo nella conversazione aperta e libera, anche in un contesto che diverrà coercitivo come quello bellico (nel 1943 verrà comandato, come vedremo meglio più avanti, alla scuola di guerra di Potzdam, ove diventerà ufficiale, per poi andare a Döberitz; ma si era già arruolato nell’aprile del 1942 a Gnesen) che, alfine, lo condurrà in un paesaggio di morte.
Con la consapevolezza di compiere il proprio dovere, in una sorta di solidarietà sincera dovuta alla patria, sfidando il fato senza arroganza, in una forma che lo accomuna ad altre voci della nostra cultura (Slataper, Serra, Giaime Pintor e non pochi altri), Gass è una stella che brilla come esempio autentico, specie per il nostro tempo frantumato.
Il cono d’ombra della minaccia oscura che lo sovrasta acuisce un pensiero spirituale che non si consuma: il primo gennaio del 1943 scriverà all’amico Bernt von Heiseler queste eloquenti parole: «come ogni forma di limitazione, di continenza, dona allo spirito una sua libertà»; Heisler passò un trimestre a Roma quando già Gass era assistente al Kaiser-Wilhelm-Institut (Biblioteca Hertziana) dal settembre del 1938.
Nato nel 1907 a Brannerburg/Inn, Heiseler studiò storia e teologia a Monaco e a Tubinga, e diventò poi critico letterario e scrittore; Gass intrattenne con lui una breve ma intensa corrispondenza, fra l’inizio del 1942 e la fine del 1943, nella quale si riflette, inter alia, sul ruolo dell’intellettuale in tempo di guerra e prende corpo un profondo esame di coscienza, al quale non difetta un tratto eminentemente religioso. Dirà nella stessa lettera di condurre una vita da sognatore, di vivere nel passato e nel futuro, nei ricordi e nei progetti, evocando la corrispondenza con Curtius, la compagnia di Dante e Petrarca, gli Eckermanns Gespräche con Goethe, Grillparzer e Hofmannsthal.
Gass, nella sua vita militare, riesce sempre a elevare il discorso verso l’alto: «se l’anima non vuole diventare insensibile e indifferente, deve trovare la gioia di vivere anche là dove in ogni attimo c’è la minaccia dell’Incomprensibile che agisce nella sfera più intima», scriverà nella sua ultima lettera a Heiseler, il 5 marzo dello stesso anno, ove fra le righe si trova una sintesi dell’opera del venerato maestro di Bonn: «come giovane docente, poco prima e dopo la guerra mondiale, Curtius ha pubblicato due volumi di saggi sui poeti francesi moderni e su Gide, Valéry, Rolland, soprattutto su Proust e così ha fatto molto per la conoscenza di una Francia fino ad allora sconosciuta. È seguita una monografia su Balzac. Il terzo mondo poetico che ha portato a conoscenza è stato quello di James Joyce. Per molti anni ha taciuto all’interno dei circoli accademici a causa di questi saggi pieni di vita ma ritenuti non strettamente scientifici. E così è uno dei pochi che esercitano la scienza della letteratura nel senso della tradizione umanistica dei dotti e nel senso di Goethe. Noti sono anche il suo libro sulla Francia e il libello Deutscher Geist in Gefahr, scritti poco prima del 1933. Da allora si è calato completamente nel latino medievale e, negli ultimi anni, ha pubblicato una serie di saggi che rischiarano la via della nostra formazione, dall’antichità attraverso il medioevo».
Punto centrale di questa relazione con il medioevo è Dante, che Curtius ha completamente fatto proprio. Le lettere con von Heiseler, custodite ora a Marbach, sono alquanto interessanti perché rivolte a un uomo della stessa generazione di Gass, appassionato cultore della latinità e dell’Italia quanto l’allievo prediletto di Curtius, Karl Eugen Gass.
In esse il linguaggio è diretto: vi si respira dapprima l’aspirazione a una rapida carriera militare, e di fatto una repentina disillusione verso la divisa e il suo mondo, con il continuo rammarico dell’impossibilità di svolgere una totalizzante attività scientifica. Fra questi estremi, scienza e poesia sono intercalate al far nulla organizzato di una retrovia militare alienante; eppure, proprio in questo ambito ci si preoccupa di fornire ai lettori tedeschi, tramite la pubblicazione dell’antologia degli scrittori italiani composta negli anni romani, un’immagine dell’Italia vivida, inusuale, di prima mano, con un affetto e un’attenzione che Gass ha provato per il territorio italiano e le sue policrome culture.
Curtius, in alcuni passaggi della corrispondenza, mostrerà un atteggiamento più distaccato: dinanzi alle società italiane contemporanee, avverte un’estraneità di fondo rispetto alla stessa latinità, che sviscera senza pari nei suoi studi; asserirà inoltre di non esser mai riuscito a coltivare una vera amicizia con un italiano. Riprendendo una battuta del 29 maggio 1942, Roma e romanesimo rappresentano per lui l’Universale, laddove l’italianità e l’Italia sono provinciali. Curtius afferma che romano non vuol dire affatto italiano, ed egli stesso non sa guardare con occhi da italiano, né lo desidera.

Curtius insegnò romanistica a Bonn dal 1929 al 1951, secondo l’impulso della scienza come vocazione. Com’è noto, fu un vero ricercatore ancor più che un docente carismatico, ma riuscì a valorizzare alcuni romanisti che hanno lasciato il segno come Adalbert Hämel a Würzburg, Werner Krauss a Marburgo, e soprattutto Fritz Schalk a Colonia, uno studioso che avrebbe volentieri preso sotto la sua ala lo stesso Gass, in attesa che a Bonn si liberasse un posto.
Curtius coltivava la ricerca individuale, assai lontana da ogni forma di potere universitario. Credeva nel lavoro quotidiano a tavolino e in biblioteca, nonché in prestazioni di singole personalità eminenti: Adam Müller, Gröber, Burdach, Gundolf, Warburg, Scheler, Ortega, solo per citare qualche nome, erano per lui riferimenti assoluti; nondimeno, solo una manciata di studenti poteva provare a percorrere le impervie strade tracciate dal maestro.
Gass fu certo il dottorando più vicino a Curtius. Ne sarebbe diventato uno degli allievi più degni, spiritualmente vivo com’era pure nel moto di simpatia che può interagire fra persone di generazioni lontane: un’individualità, insomma, capace di trascendere la propria soggettività per intraprendere il lungo viaggio verso un’obiettività superiore, che aspira peraltro, parallelamente, a formare, raffinare e potenziare una propria personalità.
Accettare il metodo scientifico di Curtius significò coltivare la propria creatività attraverso un vivo scambio di idee, e solo Gass fu esplicitamente chiamato ad incarnare un ruolo insieme confidenziale e rispettoso col maestro. La corrispondenza è testimone e custode di uno scambio incessante di esperienze scientifiche e d’impressioni, con un tono inequivocabile che manifesta un entusiasmo autentico e un affetto duraturo.
La delusione per la costrizione militare di Gass, affrontata con la dignità e il contegno di un dovere, era mitigata anche dalle quotidiane lettere alla moglie Ilse, dalle costanti letture dei classici europei, degli amatissimi poeti francesi e italiani, nel desiderio umanistico di catturare un’unità possibile, una totalità. Colonne ineludibili della sua vocazione scientifica e umana rimangono l’intesa profonda con Curtius, il dialogo vivido con la moglie Ilse, portato in più casi a un livello intellettuale molto alto. Gass colpisce subito il lettore per la qualità della scrittura, per la versatilità degli interessi, per il rigore appassionato di un incedere che, accanto allo studioso, non dimentica mai l’uomo e la sua natura, pure attraverso un’attenzione rara verso il dettaglio incisivo.

Friburgo, Colonia, Bonn avrebbero potuto essere le destinazioni accademiche ideali per un uomo che dalla sopravvivenza muoveva verso i libri, verso un agire spirituale significativo e originale. L’ordine, i terreni di relazione, le costellazioni dei diversi saperi venivano intrecciati, mediante una paideia affatto straordinaria, allo sguardo e all’osservazione di un macrocosmo classico, che sapeva rinnovarsi in un sistema continuo di confronti e comparazioni, di interpretazioni possibili. Le esperienze vissute in prima persona coglievano nell’ambiguità del molteplice un proprio sentiero di riflessione, lontano dalla compostezza degli accademici romantici tedeschi, che lo stesso Curtius aveva spiazzato col vigore di una modernità sin dalle sue prime opere, rivolte anche ai non specialisti.

La ricerca di una guida spirituale aveva coinvolto anche Curtius quando, nel 1908, a ventidue anni, riconosceva in Friedrich Gundolf un maestro ed un mentore, prima ancora di divenire suo assistente – fu un legame d’intensità formidabile, come ben testimonia la corrispondenza intercorsa fra i due. Gustav Gröber sarebbe rimasto il riferimento filologico di una vita, mentre Gundolf sarebbe stato il faro della giovinezza, un punto di contatto con la cerchia di Stefan George, autore di una celebre stroncatura contro Curtius, che sempre aveva indagato ed amato il mondo francese: dalla nativa Alsazia, egli lo congiungeva allo spirito europeo nella complementarietà del suo germanesimo. La misura, la profondità e il rigore, per Curtius, erano la cifra di un’Europa che, nelle proprie radici cristiane, comprendeva anche il lascito della classicità greca, nel conseguimento di uno sforzo unitario verso un umanesimo in grado di collegare le culture europee.
Gli anni Venti avrebbero lasciato sino al 1929 questi elementi, attitudini e aspirazioni nelle mani di Hugo von Hofmannsthal, eccezionale sensibilità senza tempo di una cultura europea sottoposta già ai primi annunci di una seconda tragedia tellurica, mentre nel 1923 si allungavano velocemente le ombre della disoccupazione e della dissoluzione economica in una Germania che scivolava verso tensioni inusitate e sconcertanti.

Hofmannsthal era stato uno straordinario mediatore di culture europee, dotato di un’immaginazione integrante, capace di attraversare il tempo e lo spazio e in grado di offrire forme spirituali affatto nuove. Pure Gass, in diversa misura, si propose di essere un connettore di vaglia fra il mondo tedesco e quello italiano, così come Curtius mise in straordinaria relazione tutta la latinità che pervadeva l’Occidente: i grandi fiumi d’Europa vivevano, nel pensiero dell’insigne studioso alsaziano, con il trasporto vivo di un continente dilatato oltre i propri confini. Invero, Francia e Germania raccoglievano da Roma il testimone e l’anima di una storia proiettata oltre le frontiere delle letterature nazionali, ormai improponibili se non lette in un contesto europeo: Curtius inaugurava così la logica della lunga durata, chiamava a sé una morfologia biologica estesa e comparata che dal medioevo potesse portare a Goethe, nell’impulso filologico mosso tra la Cristianità, Roma e la Germania, attraverso la retorica e le sue convenzioni.
Ecco allora il topos o luogo comune retorico, il libro quale metafora fra tradizione e talento individuale, fra presunto vecchio e nuovo reale, nella continuità tematica di Antichità e Cristianità: in tal maniera, Virgilio, Dante e Goethe apparivano complici virtuosi, non troppo diversamente da Bergson, Scheler, George, Hofmannsthal, Gröber, Toynbee e tanti altri protagonisti della cultura europea.

La Roma del 1912 – anno in cui Curtius la visitò per la prima volta – sarà la Roma meno decifrabile del 1938 di Gass. Cristianesimo e romanità offuscano i diversi momenti storici. Roma è un mondo a parte: non è più la dolcezza italiana, bensì la grandezza e la serenità delle cose e dei pensieri eterni, il sentimento guidato dal tatto e dal buon senso intuitivo, mentre si selezionano temi decisivi, simboli, costanti stilistiche peculiari, nell’intensità, nella portata, nella risonanza delle associazioni. Percezione, penetrazione, integrazione rappresentano gli stilemi di un’indagine critica finissima nel ricercare le interrelazioni, nel porre in evidenza filologicamente gli aspetti dell’anima, del mito misterioso e fondante di Roma.
Gass dedicò alla capitale pagine di straordinario valore scientifico, letterario e paesaggistico; ascoltiamo, peraltro, come il suo maestro ragiona, verso il 1924, di Roma:

Quante volte in passato ho scrutato tutte queste fondamenta e iscrizioni, vagato lungo le strade e interrogato le rovine; è solo ora che comincio a percepire in esse un unico, grande e solenne accordo che è come l’anima della Città Eterna. E tutte le vie che percorro hanno come solo fine di rendermi più profondamente attento a questo suono che mette assieme l’arte e la storia di tutte le epoche in una meravigliosa unità.

È un sentimento che Gass riporta con altre parole riferendosi allo stesso ambiente: «può diventare scenario di un’autentica esperienza onirica. Si dice sempre che l’indistinto nordico – selve, nebbie, lande deserte – induce a sognare. Forse invece è solo un «fantasiare». Le figure del sogno, destinate a rimanere figure dell’anima, sono invece favorite da un ambiente gremito di contorni in cui qualunque contenuto può assumere forma. È il caso dell’Italia».

Si tenga presente che la corrispondenza di Gass indirizzata a Curtius era scritta in Sütterlin, una scrittura che si utilizzava ancora negli anni Quaranta del Novecento in Germania. La figlia di Gass, Bettina, ha amorevolmente riscritto in tedesco corrente le lettere del padre, poi tradotte in lingua italiana dal curatore di questo testo.
Già nella lettera del 14 aprile del 1936 si intuisce il fervore del ventiquattrenne Gass verso il cinquantenne Curtius, nel reciproco riconoscimento di uno sviluppo che tuteli l’idea di un umanesimo cristiano, nel lavoro filologico che trova energia nella tessitura amorevole di relazioni che ridiano vita e voce al passato, così come lo scritto del 16 aprile del 1938 di Curtius avverte con senso della realtà l’intrapresa accademica del suo pupillo, al pari di un padre coscienzioso al cospetto di un figlio, mettendo bene in chiaro, senza nessuna retorica, ciò che andava affermato schiettamente.

La lettera del 25 giugno 1942 costituisce uno spartiacque nella vita di Gass: scritta nei primi mesi di arruolamento a Gnesen, costituisce la chiusa e il bilancio degli anni romani, che lo proiettano verso il forte proposito di vestire i panni di mediatore tra due culture, mettendo a fuoco gli studi di italianistica. Sono i tre anni e mezzo passati nella capitale e la manciata di mesi pisani a rafforzare gli intenti: «non posso pensare a un’attività di insegnamento accademica senza passione pedagogica», afferma perentoriamente un uomo maturo di trent’anni che, a Roma, aveva vissuto con la moglie Ilse, sposata nel settembre del 1938, con viaggio di nozze a Baden Baden, e che sempre a Roma era diventato padre della figlia Bettina nel 1940. É una lettera che presenta una considerazione sul tempo di guerra, nel conforto dell’inviolabilità del mondo spirituale; l’oscura minaccia della guerra mette in forse la preparazione di una vita, e Dante è compagno fedele quanto il desiderio di riallacciare i rapporti con colleghi e amici.
Gass riesce a trasmettere al lettore contemporaneo l’entusiasmo dei suoi progetti a venire, a catalizzare l’attenzione per i suoi interessi più vivi (si legga la lettera del 22.10.’42, o la fulminante definizione su Contini e la difesa del Petrarca osteggiato dal maestro, in apertura della lettera del febbraio’43, solo per portare due esempi), tanto che Curtius arriva a reclamare ulteriore vivacità per il 1943, dissimulando a fronte di un’incognita bellica sempre più inquietante.
Eppure nello scritto del 24 aprile 1943 come si dispiega il respiro alato di Gass, la presa di coscienza di una devozione illimitata al suo tutore, ma al contempo una nuova consapevolezza di piena maturità umana e scientifica, una capacità di dialogo alla pari, un’esternazione completa del proprio sentire, che si compenetra in modo originale sul sentiero tracciato dalla vocazione autentica; come in un controcanto, Curtius celebra nelle battute d’avvio del 25 maggio ’43 la vicinanza di chi da lontano parla una lingua comune.
Gass diventa ufficiale dell’esercito tedesco dopo quattro mesi alla scuola di guerra di Potsdam, mentre Curtius si lascia andare a un pronostico azzardato sull’esito della guerra. Sono i piani contrastati di una sedimentazione mobile e contraddittoria dell’esistenza inquieta e pacificata di generazioni diverse, e Gass mostra una costante dignità, un piacere di vivere, un rispetto per l’incomprensibile, a difesa di un desiderio di integrità dell’umano.
Il 21 gennaio del 1944 anche Curtius avverte l’inizio della catastrofe tedesca: l’irreparabile, che aveva già interessato Colonia e Bonn, si dilata a tutto il Paese e muore Dörken, un altro allievo del maestro, sul fronte orientale. Gass, di stanza nei pressi di una Berlino oramai devastata, tocca con mano l’abisso: la famiglia è a Gottinga, Curtius è a Bonn; inoltre, Gass è scosso profondamente dalla dipartita di Dörken: Curtius, peraltro, rivela la notizia al suo allievo con apparente distacco, forse per non ferirlo ulteriormente ma, a ogni modo, con effetti precari.
Il 12 febbraio 1944 Gass fissa in poche battute l’eterno influsso di Goethe, quell’elevarsi verso entità superiori che rappresenta il tipico atteggiamento interiore che orienta il ricercatore motivato, risvegliando l’entusiasmo, la partecipazione a qualcosa che muove lo spirito verso il dettaglio che racchiude un mondo, in un processo che include, naturalmente, una propensione simpatetica. L’essere colpiti dal testo, dirà Curtius, è una sorta di chiamata: non può essere insegnato, il maestro può indicare una via, può illuminare un sentiero, ma l’allievo ha nelle proprie mani la responsabilità di vedere il nuovo sulle tracce del passato, nel volto di una parola già pronunciata, giacché “il filosofare si radica nello stupore”.
Il 25 giugno del 1944, diciannove giorni dopo lo sbarco in Normandia, “la morte mi dovrà sciogliere le mani con violenza”, scrive Gass nei pressi di Den Haag; “la scure è posta così paurosamente alle radici della nostra esistenza”, ribadisce a fronte dell’ineluttabilità degli avvenimenti, e Curtius, nell’immediata replica, dona all’amico una delle lettere più attente e affettuose, persino estesa nella forma: tutta letteraria e “ricca” la definirà Gass, sottolineando ancora una volta la bontà dell’intuizione di dedicarsi a germanistica e romanistica, di mediare tra due culture attraverso la filologia. In questi ultimi, intensi mesi di vita, Gass leggerà Humboldt incessantemente, e questo “esercizio spirituale” gli sarà di grande conforto per superare la morte: «per quanto incomprensibile sia, il singolo è sempre efflusso di una forza della quale egli sente solo una parte, che egli però deve svolgere per riconquistare la verità, il vero essere nel quale non c’è una continua lotta con un opposto, nel quale c’è un pieno senso, dove il destino cessa di mostrarsi ostile al sentimento e al dolore, perdita e separazione si sciolgono come errori, si dileguano quali pesanti sogni». È il congedo pressoché definitivo dal maestro: quei fili tessuti con amabile reciprocità si scindono il 18 settembre in un paese straniero di un’Europa insanguinata.

Note

  1. Cfr. Ernst Robert Curtius, Karl Eugen Gass, Carteggio e altri scritti, a cura di Stefano Chemelli e Mauro Buffa, Trento, La Finestra, 2009.