Bibliomanie

indice del numero 35
gennaio/aprile2014

Agostino Paradisi iunior (1736-1783). Uomo di lettere e di teatro. Storico ed economista
di , Saggi e Studi

A poco più di duecentotrent’anni dalla prematura morte di Agostino Paradisi iunior e a duecentocinquanta esatti dalla pubblicazione dei primi due volumi della Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi tradotte in verso sciolto, opera nell’àmbito della quale egli fa la “parte del leone” e che raccoglie versioni destinate ad avere un ruolo non marginale sia nella maturazione della nostra lingua poetica e teatrale durante il tardo Settecento sia nello sviluppo di quel patriottismo culturale che in Italia darà frutti politici nel secolo successivo, ci è parso di qualche utilità dedicare le pagine seguenti a quest’insigne intellettuale, celebrato dai contemporanei ora come superbo versificatore “oraziano”, ora come sommo “poeta-filosofo”, ora come ispirato autore di odi sacre; conosciuto anche al di là delle Alpi per la robusta eloquenza e per le eleganti versioni dal francese all’italiano; tenace fautore del rinnovamento del gusto teatrale ed estetico; penetrante studioso di storia e di economia politica; in contatto con alcuni dei più brillanti ingegni europei del suo tempo; dapprima sovrintendente agli spettacoli in vari Teatri e insegnante di Collegio e di Ateneo chiamato ad iniziare i giovani allievi alla letteratura, poi professore universitario incaricato di collaborare alla creazione di magistrati civici all’altezza dei propri cómpiti futuri e lui stesso instancabile e coscienzioso alto funzionario pubblico promotore di ri... continua a leggere

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Il verbo come imago aeternitatis. Note su Francesco Acri interprete di Platone
di , Saggi e Studi

Dall’antichità al Medioevo all’Umanesimo (da Cicerone artifex più che interpres, artista e ricreatore, ben più che mero, passivo traduttore, del testo platonico, a San Girolamo, con la sua idea della traduzione che rende non verbum e verbo, ma sensum e sensu, non la lettera esteriore, per così dire epifenomenica, del testo sacro, ma il suo messaggio recondito, le risonanze e le armoniche di quel mysterium che è insito nello stesso verborum ordo, nella stessa tessitura verbale e grammaticale della voce divina, fino al De interpretatione di Leonardo Bruni, persuaso, come Dante, che il discorso della bellezza e della sapienza fosse cosa «per legame musaico armonizzata», retta da equilibri ed intrecci sottili, necessari, delicatissimi – «verba inter se festive coniuncta, tamquam in pavimento ac emblemate vermiculato» – che il traduttore doveva saper salvaguardare nel momento stesso in cui li trasfigurava nella nuova creazione), l’atto della traduzione è stato intimamente associato a quello, in senso lato, dell’ermeneutica: ermeneutica intesa, nel suo valore più autentico ed essenziale, come investigazione del mistero, esplorazione del sostrato semantico e speculativo più celato e oscuro del testo, della parola e, attraverso di essi, dell’Essere stesso, la cui struttura profonda, la cui configurazione metafisicamente spazio-temporale, si riflettono, in certo modo, nel tessuto verbale e retorico della scrittura, riversandovi, e in essa ef... continua a leggere

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Nikos Kazantzakis e la Commedia di Dante
di , Note e Riflessioni

Nikos Kazantzakis (1883-1957) riteneva Dante uno dei suoi maestri e gli riconosceva il merito di aver nutrito e plasmato il suo spirito. Nel 1934 rende omaggio al padre della lingua italiana pubblicando, ad Atene, la traduzione in versi della Commedia e la dedica alla memoria di un altro grande scrittore greco, Angelos Sikelianòs (1884-1951), che viene definito da Kazantzakis, riprendendo l’espressione di Dante nel XXVI canto del Purgatorio, “il miglior fabbro del parlar materno”. A indicare la difficoltà dell’impresa, lo scrittore greco, in fondo alla pagina precedente il Prologo, riportava parole di Dante stesso, tratte dal Convivio (I,VII): “E però sappia ciascuno, che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia”. Segue un’immagine di Dante presa da un’edizione tedesca della Commedia risalente al 1862. Internazionalità del grande autore greco, internazionalità del padre della nostra lingua, lo studio della cui opera è patrimonio ormai mondiale. Dopo alcune pagine in cui viene narrata la biografia del poeta ed altre in cui viene spiegata la costruzione esteriore dei tre regni – Inferno, Purgatorio, Paradiso, Κόλαση, Καθαρτήρι, Παράδεισο – Kazantzakis presenta l’essenza nascosta sia dell’anima di Dante sia dell’opera. Le pagine seguenti, qui offerte in traduzione, sono tolte da ΕΣΩΤΕΡΙΚΟ ΔΙΑΓΡΑΜΜ... continua a leggere

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Michele Perriera tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà
di , Note e Riflessioni

Autore di romanzi, racconti e saggi, drammaturgo e regista teatrale, impegnato intensamente anche nell’attività giornalistica, ad esempio con “L’Ora” e con “Repubblica”, Michele Perriera è stato un attento osservatore della realtà e un intellettuale militante; numerosi sono stati i suoi interventi su questioni civili e politiche, esaminate puntualmente nella carta stampata e nei saggi e accolte, al netto di opportune trasfigurazioni, anche nelle opere narrative. Una possibile chiave di lettura della sua poetica è offerta dalla famosa espressione di Romain Rolland (mutuata poi da Gramsci e sotto quell’insegna soprattutto nota in Italia): “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”. Nella sua opera, infatti, Perriera indaga in profondità il reale, senza sconti di sorta, rivelandone la negatività, con un particolare accento al sempre crescente ruolo del denaro e all’invasività del potere; e tuttavia, con insperata volontà, esprime al contempo una strenua lotta per il trionfo dei valori positivi, anche nelle situazioni più avvilenti. La carica agonistica che anima la scrittura dell’autore raccoglie la sfida, di calviniana memoria, alla complessità di quel labirinto che sembra imprigionare e scoraggiare gli slanci più vitali dell’uomo. In primo piano è così una sorta di utopia, in cui lo scrittore trova il senso del suo agire e la speranza di un cambiamento. Il tema scaturisce da un ricchissimo ... continua a leggere

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Verso un’immagine reale di Lorenzo Giusso
di , Note e Riflessioni

L’undici aprile 1957, nella clinica “Villa latina” di Roma, la forte fibra di Lorenzo Giusso cede alfine il passo all’incalzare di una furiosa malattia. I suoi trigliceridi impazziti si impennano, fino ad una dimensione off limits per ogni essere umano. Sono trascorsi 32 giorni allorquando la moglie Annamaria, accorsa a Madrid e informata circa le condizioni critiche del coniuge da un magro trafiletto (in prima pagina) sul “Mattino” di Napoli, riesce a convincerlo – non senza fatica – della necessità di rientrare in Italia (“…d’accordo Lorenzo, non a Napoli. Ti porto a Roma”). Da molti anni, Lorenzo Giusso viveva un dramma intimo e umanissimo, che lo aveva portato a cancellare dalla sua agenda emozionale la pur amatissima Napoli: “Vi farò ritorno solo da morto”. E così avvenne. Lorenzo Giusso nacque a Napoli il 25 giugno 1899 dal conte Antonio Giusso del Galdo e dalla marchesa Maria Imperiali di Francavilla D’Afflitto: due insigni casate genovesi, trapiantatesi a Napoli qualche secolo prima, che avevano concorso a formarne – con buona probabilità – l’ineffabile psicologia e il singolarissimo profilo complessivo. Nipote di Girolamo Giusso (1843 - 1921), compagno di Umberto I nelle perigliose visite ai lazzaretti, sindaco di Napoli e poi senatore e ministro con Zanardelli, Lorenzo era altresì imparentato con Giustino Fortunato, uno degli uomini più intelligenti e ascoltati, com’è noto, della cultu... continua a leggere

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Il poeta e il maestro
di , Note e Riflessioni

Agli studiosi dannunziani è cosa abbastanza nota che Gabriele D’Annunzio e Giacomo Puccini cercarono più volte di collaborare per la creazione di un’opera che unisse, come afferma Aldo Simeone, “il melo­dramma al dramma moderno”. Tale collaborazione peraltro non avvenne mai, o, per meglio dire, non pro­dusse mai risultati. Ci si è chiesti spesso il perché. Critici e studiosi di vario orientamento hanno tentato di fornire ri­sposte, ma – a mio parere – il problema reale va individuato nella diversità di carattere dei due artisti: D’Annunzio mirava sempre a essere eccezionale tout court, mentre Puccini era più modesto, ac­contentandosi di “essere qualcuno”. Ma analizziamo per un attimo le due individualità. Pur avendo idee alquanto diverse sia sulla struttura di un’opera teatrale, sia in politica (D’Annunzio era filofrancese e interventista, Puccini filotedesco e neutralista), coltivavano interessi comuni: il dandismo, i motori, la concezione arte = merce e un’indubbia tendenza alle intense passioni amorose – un magnanimo eufemismo? Chissà. Le motivazioni che li spingevano a una collabora­zione erano comunque differenti: il ‘Vate’, sempre in cerca di popolarità (e anche di da­naro, vista la sua incontenibile propensione a sprecarlo), ambiva al vasto pubblico pucciniano, mentre il compositore ammirava lo spirito innovatore di D’Annunzio. A ogni modo, i due s’incontrarono grazie alle sollecitazi... continua a leggere

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Letteratura e anzianità
di , Letture e Recensioni

“La memoria non è quello che voglio ricordare ma quello che non riesco a dimenticare” (A. Gatto), “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi” (K. Blixen). Con questi esergo al suo romanzo, Una furtiva lacrima, Maristella Lippolis indica al lettore due dei temi irrinunciabili del libro: il carattere selettivo della memoria e la capacità consolatoria della scrittura. Collocato in una ben consolidata tradizione di narrativa femminile sul rapporto con la madre (penso a partire da Una morte dolcissima, di Simone De Beauvoir, a Sulla soglia di Gianna Manzini) e in una, relativamente recente, di testimonianza autobiografica sull’invecchiamento e sulla progressiva perdita – o guadagno esistenziale – di funzioni fisiche a causa dell’età, sostituite da un acuirsi di consapevolezza e coscienza di sé (da Il Taccuino d’oro di Doris Lessing a Càpita, di Gina Lagorio a Quaderno proibito di Alba De Cespedes a Tam tam di Vita Cosentino), il romanzo convince, e fa pensare. Costruito ad incastro (con punti di vista diversi, visualizzati anche dai diversi font tipografici) presenta al lettore curioso chiavi di lettura molteplici che dipanano il nesso ricordare-dimenticare su più livelli narrativi e tematici. Una madre affetta da Alzheimer non è uno scherzo per nessuno: “Cerca di ricordare. Quando l’avevi l’ultima volta?” chiede a sua volta Mary McCarthy in premessa ... continua a leggere

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Figlio di Daniele Mencarelli
di , Letture e Recensioni

Sicuramente la nota più appariscente di quest’ultima raccolta di Daniele Mencarelli, Figlio edita da Nottetempo in formato web, è la richiesta di compartecipazione totale al lettore, ancora più evidente che nella precedente raccolta, Bambino Gesù. Qui l’etica della condivisione con l’altro, nell’esperienza elementare ed universale della paternità, ma anche della maternità e della “figlità”, per così dire, diventa esperienza artistica, prima e talvolta anche al di là dell’alchimia dello lo stile. Questo vuol dire che il racconto scarno e secco della cosa in sé, dei patimenti per Nicolò e per l’altro bambino morto, dello strazio dei genitori, della sofferenza connaturata alla nascita dell’uomo (è questo il succo di tutta la raccolta) è così potente e vero di per sé che non ha bisogno della’artificio della poesia, che passa in secondo ordine. Non è un caso che le sezioni forse più riuscite siano quella intitolata Parentesi del male e quella finale, Viola. Nella prima il tono e il lessico da referto clinico, il dettaglio freddo, è ben più espressivo della metafora, insistita e in un certo senso obbligata, e dello stesso ermetismo cristiano alla Luzi di versi come “Ti sveglia muta sorpresa” oppure “Ad augurarsi nascita/ senza palpito di vita”. Nell’ultima, l’espressionismo alla Rebora delle poesie iniziali si fissa poi nella stupenda immagine finale della zattera a due piazze, sballottata tra i flutti... continua a leggere

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L’amore è un trauma che mi aiuta a correre. Riflessioni su Caravaggio, assente di Gabriele Via
di , Letture e Recensioni

Se proprio tenete a sapere perché questo libro di Gabriele Via s’intitola Caravaggio, assente non ve lo dico. Dovete leggere il libro. Non farete fatica e anzi ne trarrete giovamento. Fisico. Non solo letterario. Così, il libro lo porterete con voi, dentro, setoso, in mente. Non avrete alcun bisogno di mettervi la cuffia per ascoltare musica, mentre fate lo jogging sotto i portici o su, su verso San Luca. L’avrete già in testa. Gabriele è un uomo forte, vola sul colle, fin su alla Basilica, come un uomo innamorato che non sente peso nelle gambe e ha la forza del cuore. È attento alla musica particolare, fatta di trame di parole, storie, evocazioni che ha messo sulla carta. Tutti i muscoli gli partono insieme, armoniosi. Vorrei anch’io. Mi allenerò, come lui. Da molti anni vivo a Roma, lontano da Bologna, dove sono arrivato da Milano negli anni della guerra. Ma la città è la mia città. Sono stato sotto i bombardamenti in una casa della periferia, al Ponte Vecchio, nei rifugi; correvo a raccogliere schegge tra i prati della Lunetta Gamberini, e morivo di gioia se trovavo le più grandi, ancora bollenti di scoppio. Gabriele, uno scrittore di fantasie e utopie intense, mi ha travolto con la sua Bologna e la sua storia d’amore. Una storia dentro tante altre storie, quella della sua famiglia e delle toponomastiche puntualmente indicate. Per lui la città è una grande geografia: nel centro storico e dovunque, da piazza a strade... continua a leggere

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Ricordi di un amore
di , Letture e Recensioni

«Papà, mi racconti ancora la tua storia?» «Ancora? Ma sarà la decima volta che la ascolti!» mia figlia mi tira per la manica della giacca invitandomi a sedere sul divano accanto a lei. «Ti prego, mi piace tanto» continua con la sua vocina e quegli occhi da cerbiatta che ogni volta m’impediscono di dirle di no. «E va bene! Però questa volta comincerò da quella famosa estate…» Erano le due del pomeriggio di quel caldo ventitré giugno che aspettavo con ansia, e finalmente era arrivato il momento di partire. Quello era il giorno in cui avrei lasciato a casa i miei problemi e mi sarei portato dietro uno zaino pieno di allegria. Mi guardai allo specchio e cercai di sistemare i miei capelli ricci in modo che andassero tutti nella stessa direzione, anche se sapevo per certo che in ogni caso, per quanto avessi potuto provarci, non sarebbero mai stati fermi nel modo in cui li volevo io. Non c’era niente che mi piacesse di me. A partire dal mio nome. Per non parlare del il mio fisico, dei miei occhi castani, del mio sorriso fin troppo ampio per i miei gusti, delle terribili fossette che mi si formavano sulle guance quando sorridevo. Mia sorella Sara invece le adorava, ed io mi chiedevo sempre come facesse. «Gabriele, scendi! Dobbiamo andare!» sentii urlare da mia madre dal piano inferiore. Non risposi. Guardai per l’ultima volta la persona riflessa sulla superficie cristallina di fronte a me, poi m... continua a leggere

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La Bellezza, una voce fuori campo. Impressioni e diversioni su La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino
di , Letture e Recensioni

«Dentro e fuori le intenzioni di…», ricordo di aver letto proprio a proposito di un regista cinematografico. Ed è la medesima impressione che si trae dalla babele dei giudizi desunti dalle note o recensioni all’ultimo film di Paolo Sorrentino, che oscillano tra perplessità non sempre adeguatamente motivate e adesioni quasi viscerali. Il che potrebbe far pensare alla circostanza di riconoscerci, o di rifiutare di farlo, in qualcuna delle situazioni illustrate, o allusivamente date, nel corso del film. Difficile rinvenire i principi unificatori dell’opera che ne organizzano e ne strutturano i molteplici temi. E riportare ordine in una materia ricchissima e quasi debordante, che tende a nebulizzarsi in segni promiscui e in continue interruzioni, e nella cui selva vi è il rischio di smarrire. Ma quale vantaggio recherebbe il rinvenimento del filo di una trama lineare, quando spesso l’arte si dà intenzionalmente per frammenti, altrettanto spesso quale figurazione dell’andare incespicante del soggetto nel flusso discontinuo e pulviscolare della postmodernità? Una solitudine esasperata e «sull’orlo della disperazione», dice Jep Gambardella, è il primo elemento che sembra caratterizzare sia La grande bellezza che il suo protagonista. Il cui esordio nella scena avviene quando una certa atmosfera, sfasata, straniante, è già stata stabilita. «Ero destinato alla sensibilità, ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventar... continua a leggere

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