Bibliomanie

Gioventù di Umberto Toschi. Poesia, futurismo e goliardia di un grande geografo
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Saggi e Studi

Nacque il 10 giugno 1897 in Romagna, a Dozza imolese, uno dei più noti geografi italiani, Umberto Toschi, venuto alla luce in una famiglia rurale di nobile ascendenza. La sua biografia è tutta calata nella carriera accademica: si laureò a Bologna nel 1921 con la tesi L’individualità geografica Carpato-Danubiana e la sua influenza in quanto fattore storico. Praticò il giornalismo e per dieci anni insegnò in istituti commerciali di Ancona e Bologna. Partecipò poi a un concorso universitario e fu chiamato nel 1933 alla cattedra di geografia economica all’Università di Catania. Nel 1935 passò a Bari, dove fu anche rettore per alcuni anni; nel 1949 fu chiamato a Ca’ Foscari di Venezia e infine, nel 1951, ebbe sede definitiva all’Ateneo di Bologna, anche qui nella cattedra di geografia economica, disciplina cui si dedicò fin dai lavori giovanili e che, in certo modo, affiancava la corrente di geopolitica fondata in Italia verso la fine degli anni trenta. Assurse alla direzione dell’Istituto di geografia della Facoltà di Lettere e, proprio mentre stava lavorando nel suo studio morì, improvvisamente nell’estate del 1966.
Essendo nel comitato redazionale della rivista “Méditerranée”, alla sua scomparsa E. Dalmasso gli dedicò su quella rivista un necrologio che suona: «L’università italiana è in lutto. Il professor U. Toschi, direttore dell’Istituto di geografia della Facoltà di Lettere di Bologna, è morto al suo tavolo di lavoro il 27 luglio scorso. La personalità e i lavori di Toschi, uniti a quelli di altri ricercatori, sono all’origine del nuovo vigore della Scuola geografica italiana, che perde una delle sue figure eminenti».
Sostenitore convinto dell’idea che la geografia economica, politica e urbana fossero discipline di ampia possibilità applicativa, ad esse consacrò le sue migliori indagini e le riflessioni teoriche. I contributi scientifici spaziarono dalle analisi su specifici territori (Emilia-Romagna, Sicilia, Puglia) fino ad ampie opere sistematiche e didattiche, solidi manuali per lo studio universitario: Studi di morfologia urbana (1933); Appunti di geografia politica (1937); Corso di geografia generale (1947); Compendio di geografia economica generale (1951); Geografia economica (1961); La città: geografia urbana (1966).
Un tragitto biografico, come ben si vede, del tutto rettilineo: quello di un uomo che, per meriti di studio, diventò specialista di una disciplina universitaria, facendone via via austera e rigorosa dottrina. Figura encomiabile: studi eccellenti, memoria affidata a rispettabili compendi e trattati accademici, a una corposa bibliografia specialistica, forse anche a una lapide marmorea collocata in un qualche corridoio di ateneo. A una figura così non manca nulla.

Già, non manca nulla. Se non fosse che il nome di Umberto Toschi si profila timidamente negli strumenti di chi studia il futurismo; ad esempio il cosiddetto “Cammarota”: manuale bibliografico, elenco di tutto quel che è stato scritto e pubblicato di futurista in Italia, lungo l’intero arco di vita del movimento, un volume che chi segue quella storia non può fare a meno di avere a portata di mano. Fu lì che un giorno mi sono imbattuto nel nome di Umberto Toschi.
Eccolo il volume, il “Cammarota”, lo riprendo a mano e leggo la scheda che m’interessa: «Umberto Toschi, Zona Guerra Poesia. Liriche – con l’aggiunta di altre da Mattutino e senza prefazione di Gabriele D’Annunzio. Rocca San Casciano, Stabilimento Tipografico Licinio Cappelli Edi­tore, 1917. In sedicesimo. Pagine 76. Poesie e parolibere».
Stupende coincidenze! Se la figura del professor Toschi ha in sé qualcosa di severo, forse anche di grigio, ecco un guizzo, un bagliore: austero geografo, egli aveva scritto in gioventù un libretto di liriche, riuscendo a pubblicarlo nel 1917 da Cappelli, quando ancora l’editore era radicato in Romagna, a Rocca San Casciano; e quel libretto, contiene alcuni vaghi tentativi paroliberi, cioè di libera collocazione di parole nella frase e sulla pagina, come futurismo insegna. Non solo: anche il titolo assegnato all’esiguo libro, Zona Guerra Poesia, è chiaramente concepito in senso “parolibero”, cioè futurista. E non basta ancora: l’ironica e irriverente dicitura di copertina «senza prefazione di Gabriele d’Annunzio» fa parte anch’essa della linea futurista di avversione al vate italico: quella che aveva sposato l’idea espressa da Gian Pietro Lucini nel volume Antidannunziana: D’Annunzio al vaglio della critica che, pubblicato nel 1914, stroncava il poeta e ne denunciava i plagi. E i giovani che diedero vita a ciò che a Bologna potremmo definire “futurista”, i cosiddetti ghebiosi, non nascondevano la loro preferenza per Lucini.
Tutto complottava affinché scavassi più a fondo nella gioventù del nostro geografo. Mi sono messo alla ricerca del libretto, accorgendomi subito che è molto raro: si trova in solo sette biblioteche italiane, come rilevo dall’opac nazionale. Mi colpisce che sia anche nella biblioteca dannunziana di Gardone Riviera: forse l’ironia contro D’Annunzio giunse al punto che Toschi gli mandò copia? Mi crògiolo compiaciuto in questa ipotesi.
Ma la fortuna è dietro l’angolo, proprio dietro casa mia: l’acquisto è stato veloce, di costo ragionevole. Anche io ho adesso per le mani Zona Guerra Poesia. Una copia quasi perfetta, ottimamente conservata, e come non bastasse con una bella dedica autografa: «Al caro dottore che misce i colori cremisi al proprio servizio umanitario, settembre 1918». Un medico-pittore dunque, forse uno dei medici che l’ebbe in cura all’Ospedale Militare di Bologna?
È infatti dall’Ospedale Militare di Bologna che Toschi firma la prefazione del libretto, datandola 15-29 settembre 1917. Come tenente dei Bersaglieri, aveva preso parte alla battaglia della Bainsizza, il lungo e sanguinoso conflitto che si scatenò oltre Nuova Gorizia a fine agosto 1917, e vi era rimasto ferito, o forse ne era uscito malato. Le poesie di Zona Guerra alludono, appunto, a una zona di guerra. La premessa è in tal senso esplicita:

Questa POESIA io l’ho composta quaggiù, come si dice noi, nella quiete di un ospedale, poesia scritta in pigiama dunque e a tavolino, come in tempo di pace. Ma è nata altrove: proprio lassù nel verde altipiano, dove per scrivere mancavano solo il comodo e la carta (e c’era poi anche altro da fare) ma dove ò vissuto e sentito e quasi visto scritto davanti ai miei occhi frase per frase, tale è proprio la mia impressione d’allora e d’ora nel ripensarci, questa POESIA che quasi stento a chiamar mia tanto la vedevo nelle cose e negli attimi circostanti.
E tanto è vero questo che, senza nessuna paura di essere accusato di frettolosità, credo di poter confessare che questa POESIA è stata stesa in poco più di tre sere (balzando anche dal letto talora, per quanto le gambe traballanti lo permettevano, per cogliere un’idea, un ritmo che ritornavano) e nella quarta copiata e bell’e finita.
E così è naturale che questo libro sia per Te, chè nel tempo del suo vero nascere la Tua immagine, quale ti lasciai e quale aveva impresso in me per la prima volta tanta gioia, mi fu sempre presente e conforto e incitamento.
Ti meravigliavi che la guerra a me poeta non avesse detto nulla. Ora vedi: le sono andato vicino ed ella mi à parlato, ed ecco quanto e che cosa mi à detto.
Ma poi sarò stato proprio io ad ascoltare lei o non piuttosto l’avrò fatta parlare con la mia voce?


Dunque i versi di Zona Guerra erano sorti nella mente di Toschi lassù, sul «verde altipiano» della zona di guerra, ma erano poi stati ordinati e trasformati in componimenti poetici a un tavolino dell’ospedale bolognese. Sono versi in cui Toschi rievoca scene di quella dura esperienza, che in certo modo gli parlò.
L’area del conflitto in cui Toschi si trovò è individuata dalla prima poesia, Castello di Udine, in cui si ha l’impressione visiva di chi guarda da Udine verso le alture goriziane: «“Vedi quei monti bruciati laggiù?”/ mi disse il compagno / “là è la Patria / là combattono e muoiono i nostri fratelli” / Io vidi il cielo puro d’Italia sopra di noi / e quei monti alzar polvere e fumo / immenso altare di pietra».
Seguono poesie in cui, inequivocabili, emergono scene di guerra, come Un morto:

abbandono,
sacco di carne sudata
con chiazze con grumi di rosso
denti bianchi: riso stravolto perenne
un filo di sangue
all’angolo della bocca,
una mosca
scarpe coi chiodi
polvere


Una torva apparizione illumina i versi di Odio, chiusi dal sentimento di sempre, che anche chi crepa ha una madre:

Vedo due occhi accesi
la bocca bavosa urlante
la mano alzata con la bomba
Sparo.
Lui piomba a terra
testa sotto
dice:
«Mamma!»


Sono versi da cui si rileva il gusto dell’accumulazione impressionistica delle cose viste («un filo di sangue / all’angolo della bocca, / una mosca / scarpe coi chiodi / polvere»), con allusione al paroliberismo futurista. La cui tecnica è meglio definita in Sparo di 210:

Spalancarsi di cateratta:
mille demoni scatenati a un tratto
inseguono un treno vertiginoso.
Proiettile che s’allunga smisuratamente
in un fascio di steli lunghissimi
(la corolla meravigliosa sboccerà a un tratto laggiù).
Messaggio gridante una potente parola fraterna
ai compagni delle trincee lontane.
Cigolìo di carrello
in un silenzio improvviso.


Per poi toccare il suo vertice in Bombarda, che è proprio una «impressione fisica» che utilizza per esprimersi la libertà fluente delle parole e la tecnica futuristica dei caratteri diversificati sulla pagina (vedi la riproduzione qui di fianco della poesia).
L’esperienza della guerra, anche un certo compiacimento estetizzante, sono infine cantati in E dunque?:

«L’ài vista dunque di fronte la Morte?»
«Io sì». «Ebbene, come è?»
«Forse ancora non lo so:
essa è un dolce
pauroso mistero:
la mia carne ne trema
e l’anima mia ne sorride».


Toschi non aveva concepito in guerra molti versi, e per rimpinguare il proprio libro vi pubblicò anche componimenti della prima metà del 1916, di tenore sentimentale e agreste, alcuni dei quali firmati dalla “Cappuccina”, uno dei poderi imolesi dei Toschi. Li aveva raccolti in un gruppo di inediti battezzato Mattutino. E sono componimenti che s’intitolano Nuvole, Fanale, Stelle, Erotica, Poesia campagnola, Vendemmia. Il settore finale, intitolato Momento d’ira, raccoglie infine poesie di più mirata indagine interiore, e tra questi spicca Sarcasmi, di cui interessa la data apposta alla fine, marzo 1916, e il fatto che la poesia sia detta in sottotitolo «saggio anatomico dell’Avanti-guerra»: potrebbero essere elementi per affermare che a quella data egli – diciannovenne – non si trovava ancora sul campo delle operazioni belliche.

Zona Guerra Poesia è del 1917 e suona quasi come il canto sollevato da Toschi all’uscita dalla guerra, un’esperienza che dovette durare poco per lui, forse proprio a causa di quella patologia che lo condusse all’Ospedale Militare di Bologna. Sta di fatto che si laureò nel 1921: proprio dopo i quattro anni di studio necessari per ottenere la pergamena. Ma quel che preme notare è che i primitivi esperimenti futuristi presenti nel libro provano che Toschi conosceva il movimento, e in certo modo ne nutriva inclinazione. Infatti, nei quattro anni della laurea, dopo l’avventura di Zona Guerra Poesia, quell’inclinazione non venne meno.
Il nome di Toschi spunta infatti tra le pagine del giornaletto di quel gruppo di giovani bolognesi che, attratti dal trambusto futurista più che altro per smania di ribellione e goliardia, si riunivano ai Giardini Margherita a leggere Stirner e Nietzsche e si facevano chiamare “ghebiosi”. Il nome deriva proprio dal titolo che vollero dare al loro foglio: “Laghebia” (che faceva il verso alla notissima “Lacerba” fiorentina), sottotitolo: “Deflagratore Futurista della maschilità artistica”.
Il 6 luglio 1919 esce il primo numero, con velleità di quindicinale; consta di otto facciate e a pagina 4 appare Toschi, che firma la poesia Mese di giugno, con dedica: Ah! pini beati koriti! (dal Mahabarata II, 24):

Ah! pini beati koriti!
le acque di giugno
giù per i prati fioriti
gorgògliano.

Stamani rapidamente
il cielo si è lavato,
dappertutto si sente
un’aria di vergine che si leva da letto alle 4 ½ del mattino

(si leva per fare
le sue devozioni,
o per aspettare
qualcuno che passa
sotto le finestre.
Come balestre
fuggono le rondini,
vanno laggiù
incontro al sole,
che oggi veramente,
si sente,
è molto, moltissimo giovane.


Di futurista qui c’è poco, come pochissimo c’è nell’intera rivista, di spirito più che altro goliardico e ribelle. Il numero 2 vede la luce il 15 agosto 1919 e cambia titolo nel semplice “Ghebia” (il fatto che il numero esca a ferragosto conferma lo spirito umoristico del foglio, ma dimostra anche che una volta non esisteva la fregola della fuga estiva dalle città). Anche su questo secondo numero, a pagina 6, appare la firma di Toschi, in calce a un contributo più significativo e meditato, i 10 Pensieri di Siloico, dove il nome deriva dal verso dantesco: «Tu non pensavi ch’io sì loico fossi»:

1. Io sono un uomo logico: non sperate pertanto d’incontrarmi mai sulla vostra via, per la semplice ragione che non posso essere mai nato.
2. Qualcuno mi secca perché oggi mi diverto a scrivere delle fesserie. C’è troppo veleno al mondo, caro mio, per aver voglia di prendere anche il caffè amaro: io amo metterci una pallina di zucchero. Magari saccarinato.
3. Apprezzo tutto ciò che mi piace: sento tutto ciò che non urta il senso del mio buon-gusto.
4. I letterati, ed anche i pittori, quando incontrano un disgraziato, veramente disgraziato, esclamano: – oh! che bel tipo! – e lo pensano con voluttà per inquadrarlo in una frase o in una cornice, come fra quattro asse di una cassa da morto.
5. Può darsi che il tempo esista; per me esistono gli orologi.
6. Mi fanno ridere i condannati a morte: non siamo forse tutti condannati a morte?
7. Incontrato la signorina T 3xy: le ho detto: Magnifiche le vostre spalle! – Risposta: uno schiaffo.
Sposato la signorina T 3xy: le ho detto: Magnifiche le vostre spalle! – Risposta: – Caro.
Infatti, carissimo.
8. Uscito vestito da generale. Il carabiniere all’angolo si è piantato su l’attenti, collega al lampione.
Uscito nudo. Lo stesso carabiniere mi ha arrestato; il lampione non si è mosso.
9. Guardato lo specchio: ò una testa fatta così e così.
Guardata la luna: è piuttosto piccina.
Andato nel mondo della luna: guardato la terra: è piuttosto piccina.
Guardato lo specchio: ò una testa fatta così, e così, talequale.
10. Ripetere significa non fare. Non fare significa non vivere. Fare del nuovo è un assoluto impossibile.
Arrangiati, il mio omarino. Io sono Siloico, e non esisto.


“Ghebia” ebbe brevissima vita. Sul secondo numero apparve questo riquadro: «La Tipografia che ci aveva stampato il primo numero, per irrisorie ragioni pretine non ha voluto stampare il secondo. Ancora una volta le timorose animule nere hanno posto il loro veto ad una libera e virile affermazione di giovinezza; ne siamo lietissimi perché più liberi, e, come al solito, ce ne freghiamo. Ciò per i maligni che ci avevano già creduti morti». Dunque la tipografia che aveva stampato il numero 1 doveva aver ricevuto pressioni censorie di tipo moralistico, e si rifiutò di andare avanti. Ma qualcosa di ancor più grave accadde col numero 2: la nuova tipografia non fu pagata e, pur essendo la rivista elogiata da Marinetti con una lettera inviata alla direzione, anche il nuovo tipografo si rifiutò di andare avanti, e “Ghebia” morì.
E con “Ghebia” sparisce anche il Toschi poeta e goliardo. Non si ha notizia di una sua successiva attività di scrittura creativa. Ha sui 23 anni circa, mette la testa a posto e si conquista la cattedra. Ma i pochi episodi che abbiamo narrato hanno agito da condizioni sufficienti per far registrare il suo nome nella storia del movimento futurista. Soprattutto grazie all’esistenza di Zona Guerra Poesia, esiguo ma ricercato libretto.

Nota bibliografica
Il necrologio di E. Dalmasso si legge su “Méditerranée”, 1966, vol. 7, n. 7, pp. 259-260.
Il volume di Domenico Cammarota è Futurismo: bibliografia di 500 scrittori italiani, Ginevra-Milano, Skira, 2006. È stato pubblicato sotto l’egida del mart, il famoso Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto, assurto a massimo archivio italiano delle cose futuriste. La scheda di Toschi è a pagina 188, scheda 470.