Bibliomanie

L’Unione Radiofonica Italiana tra il 1923 e il 1927: storia e contesto politico
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

L’Unione Radiofonica Italiana tra il 1923 e il 1927: storia e contesto politico

Introduzione

In Italia la prima legge in materia di radiotelegrafia e radiotelefonia risale al 1910, anno in cui il Parlamento emana una legge apposita con la quale dettare norme riguardanti le prime comunicazioni senza filo, pensate per soli scopi di natura militare e sicurezza nazionale.
La legge 30 giugno 1910, n. 395, infatti, stabilisce il principio dell’interesse e del controllo pubblico in materia radio.1 In Italia l’interesse per le comunicazioni radiofoniche rimane circoscritto, almeno inizialmente, agli ambienti militari, della marina in particolare, e a quelli della ricerca in campo tecnologico.
Nei primi anni venti in Italia non si è ancora sviluppato, nonostante la legge del 1910, un sistema radiofonico articolato ed efficiente. L’unico apparecchio simile a quella che poi sarebbe diventata la radio è per il momento l’Araldo Telefonico dei fratelli Ranieri, un’emittente di programmi sonori trasmessi tramite cavi telefonici e istituita nel 1909.
Il Governo italiano deve poi far fronte alle vicende belliche del periodo 1915-1918, che rallentano in maniera decisiva la crescita di mezzi e dei sistemi di trasmissione radiofonica, lasciando alla radio poco spazio per essere sviluppata e studiata.
Tutto ciò che riguarda il sistema di radiotelegrafia è perciò ancora in una fase sperimentale ed è destinato a non mutare fino almeno alla metà degli anni venti.
Nel 1920 il bolognese Guglielmo Marconi trasmette dall’Inghilterra la prima trasmissione radiofonica basata sul brevetto a onde corte, progettato da lui stesso negli anni precedenti. Il brevetto rappresenta una novità nel nuovo mercato di radiodiffusioni circolari, un’innovazione destinata nel giro di poco tempo a modificare del tutto l’intero mercato radiofonico.
Dopo la Prima guerra mondiale, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si affermano per la radiodiffusione due forme istituzionali contrastanti: il broadcasting commerciale e il servizio pubblico. Queste forniscono non solo modelli per lo sviluppo della radio in altri paesi, ma anche quadri di riferimento per l’affermazione della televisione come mass medium in una fase successiva del ventesimo secolo.2
L’Inghilterra e gli Stati Uniti sono i più convinti sostenitori del sistema di radiotelegrafia e radiotelefonia, sviluppati entrambi grazie alle onde corte del brevetto Marconi.
Nel 1919 negli Stati Uniti si costituisce la Radio Corporation of America (Rca) il primo ente radiofonico moderno ad uso civile. La Rca investe capitali in tecnologia e acquista tutti i brevetti di Marconi ottenendo così un controllo esclusivo del settore.3
Infine, nel novembre 1922 nasce la British Broadcasting Company (Bbc) che inizia il servizio di radiotrasmissioni con le stazioni di Londra, Birmingham e Manchester, mentre annunzia la costruzione imminente di altre cinque stazioni trasmittenti.4
I modelli da seguire per i paesi intenzionati a sviluppare un sistema radiofonico indipendente diventano perciò quello statunitense, di stampo commerciale e con grande presenza di pubblicità, e il modello inglese, pensato più come un servizio pubblico a disposizione del cittadino. L’Italia non mostra un reale interesse verso il sistema radiofonico quantomeno fino al 1924. E’ infatti verso la fine del 1923 che Benito Mussolini, da un anno Presidente del Consiglio dei Ministri, ascoltando il parere di politici e industriali, decide d’introdurre ufficialmente il servizio radiofonico nazionale.
L’Italia parte da una posizione di netto ritardo rispetto a Inghilterra e Stati Uniti ma anche rispetto ad altri paesi come Francia e Germania che a breve introducono la radiofonia circolare anticipando il nostro paese. È necessario attendere il 1924 con la fondazione del primo ente radiofonico italiano, l’Uri (Unione radiofonica italiana), per avere un primo tentativo di sperimentazione nazionale del sistema radiofonico.

L’avvento dell’Uri

Mussolini non comprende da subito il valore della radio come veicolo di propaganda, tantomeno come mezzo di penetrazione culturale; la sua predilezione per la carta stampata, ambiente da cui proviene, non gli consente infatti di pensare alla radio come un mezzo adatto per il proselitismo politico. Marconi è convinto però del contrario e spera che il governo, libero ormai da impegni di guerra, possa essere in grado di mostrare un maggior interesse verso la sua invenzione rispetto ai precedenti governi liberali.
Marconi sonda la disponibilità del governo un paio di volte nel novembre del 1922 inviando alcune lettere a Mussolini e invitandolo a riflettere circa i possibili vantaggi dell’avvento della radio in Italia.
Mussolini in un primo momento sembra confermare il suo disinteresse verso la questione radiofonica, in seguito mostra invece un’inaspettata apertura, dovuta probabilmente alle pressioni dei politici e degli industriali vicini a lui che spingono verso il buon esito della trattativa. Viene deciso perciò di salvaguardare le posizioni del governo con un decreto che riserva allo stato l’impianto e l’esercizio di comunicazioni per mezzo di onde elettromagnetiche con facoltà per il governo di accordarli in concessione.
Questo decreto può considerarsi il primo passo sulla via di un ordinamento delle radioaudizioni italiane.5
L’8 febbraio 1923 viene pubblicato il regio-decreto n.1067, che affida allo Stato l’esclusiva su tutte le radioaudizioni circolari da esercitare tramite società concessionaria.
In conseguenza del regio decreto sorgono in Italia alcune società con l’obiettivo di ottenere tale concessione. Le concorrenti sono tre, tutte legate ai produttori anglosassoni di apparecchi radiofonici.6
Le tre società sono:

Società Italiana Radio Audizioni Circolari (SIRAC) fondata da Riccardo Giurlino, rappresentante della Radio Corporation of America.
• Società anonima Radiofono fondata da Guglielmo Marconi.
• Società dell’Ingegner Luigi Ranieri, detentore di due brevetti radiofonici sperimentali, L’Araldo Telefonico e Radio Araldo.


Mussolini però cambia improvvisamente idea e stringe un accordo con una società non inserita tra le tre elencate nel regio-decreto. L’accordo viene infatti stipulato con una società franco-tedesca, Telefunken-Société Générale de Télégraphie Sans Fil per la formazione della Italo Radio (o Radio Italia) con sottoscrizione presso la Banca Commerciale Italiana e capitale sociale di 1.000.000 di lire.
Il brevetto Telefunken prevede l’utilizzo della radiodiffusione a onde lunghe di più facile ritrasmissione rispetto alle onde corte previste dal brevetto Marconi, sono inoltre minori i costi per avviare la produzione; per questi motivi Mussolini decide alla fine di dare la precedenza alla società franco-tedesca.
Mussolini desidera un uomo vicino al fascismo per gestire la situazione radiofonica, decide quindi di assegnare l’incarico per lo sviluppo della radiofonia in Italia a Costanzo Ciano, uomo di sua fiducia e membro del Pnf. Costanzo Ciano diviene il Ministro delle Comunicazioni con compiti di sviluppo e diffusione della radiofonia in Italia, oltre che Ministro delle Poste e telegrafi in data 3 Febbraio 1924.
Con il decreto-legge del 24 Aprile 1924, le amministrazioni delle Ferrovie, delle Poste e Telegrafi, dei Telefoni e della Marina Mercantile vengono unificati in un unico Ministero delle Comunicazioni il cui portafoglio viene affidato a Costanzo Ciano, già commissario alla Marina.7
Ciano prende in seguito il posto di Riccardo Giurlino al comando della Sirac, occupandosi di stringere accordi con le società che producono apparecchi radio. Il ritardo italiano nello sviluppo radiofonico è fin da subito evidente, non sono presenti aziende italiane in grado di produrre apparecchi radiofonici. Come conseguenza di ciò la Sirac decide infatti di stringere un accordo per la costruzione degli apparecchi con un’azienda degli Stati Uniti, la Western Electric.
La concorrenza delle produzioni straniere si fa sentire sempre più energicamente. La superiorità tecnica degli apparecchi Telefunken, Philips, RCA (tanto per citare le ditte maggiori) si impone, malgrado la protezione che il governo accorda ai costruttori italiani […].8
Nel frattempo la Radiofono di Marconi dopo aver capito che non avrebbe più ottenuto l’esclusiva del sistema di radiofonia, inizia un’azione di contatti con alcune società che agiscono nel settore dell’industria radioelettrica tra cui la Fatme, la Allocchio Bacchini e la Perego, in modo da unificare gli interessi gravitanti intorno alla questione della radiofonia.
L’Araldo Telefonico subisce invece una brusca interruzione sulla scena radiofonica, complici alcuni problemi rilevati durante la trasmissione di un evento al Teatro Costanzi di Roma in cui è Mussolini a parlare. La Compagnia Marconi attribuisce la colpa dell’accaduto al Radio Araldo e, in particolare, attribuisce i disturbi agli impianti d’amplificazione che la società di Luigi Ranieri ha installato vicino a quella di Marconi.9
Rispetto ai fratelli Ranieri, Marconi gode di maggior credibilità all’interno del governo grazie ad alcune conoscenze politiche, e ciò facilita la decisione di Mussolini nell’allontanare Radio Araldo tra i potenziali concorrenti della trasmissione radiofonica. L’incidente del Teatro Costanzi che vede protagonista il Radio Araldo dei fratelli Ranieri diventa perciò l’alibi perfetto per giustificare la scelta di appoggiare definitivamente il brevetto Marconi.
Nonostante questo incidente, per un breve periodo di tempo i tre gruppi radiofonici provano comunque a svilupparsi in modo autonomo l’uno dall’altro senza disturbarsi a vicenda.
La legislatura in materia radiofonica prosegue, con il regio decreto-legge 1 Maggio 1924 n.655 vengono definiti i contenuti delle radio diffusioni: concerti, teatro, conversazioni, notizie. Viene inoltre regolato il sistema di finanziamento ai futuri concessionari attraverso la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento.10
La particolarità degli abbonamenti si dimostra fin da principio una pratica italiana. Nella maggior parte d’Europa sono infatti i proventi pubblicitari a finanziare le trasmissioni radiofoniche quasi per intero e solo una piccola parte di entrate proviene dai soldi pubblici, i governi non avvertono perciò l’esigenza di avere ulteriore denaro tramite un canone di abbonamento. La Bbc invece, l’ente radiofonico più importante d’Europa, attua un finanziamento di natura diverso, sfruttando una tassa sulle concessioni governative.
Nei casi in cui è assente il canone di abbonamento si registra una rapida crescita della base d’ascolto, tutto ciò, unito anche a costi relativamente bassi degli apparecchi, rende la radio accessibile ai ceti bassi, ampliando così la base d’ascolto e creando un vero e proprio utilizzo di massa del mezzo di comunicazione.
In Italia invece viene introdotto un canone di abbonamento particolarmente alto se contestualizzato con gli stipendi dell’epoca. Ciò limita la vendita di apparecchi radio ai soli ceti benestanti, gli unici in grado di sopportare la duplice spesa di acquisto dell’apparecchio radio e del canone di abbonamento. Così facendo il Pnf ancora prima di iniziare le trasmissioni, limita già in maniera importante la sua base d’ascolto, e considerando l’uso propagandistico che Mussolini avrebbe fatto della radio, l’idea del canone d’abbonamento si sarebbe perciò rivelata per la politica futura del regime, estremamente controproducente, soprattutto negli anni dell’Uri.
Nel maggio 1924 Mussolini inizia a valutare l’idea di fondere insieme tutte le società create sino a quel momento, in modo da avere un controllo migliore sulla gestione radiofonica e limitare una volta per tutte le iniziative imprenditoriali di Marconi e dei fratelli Ranieri.
Il 13 Giugno 1924 Radio Araldo, Radiofono e Sirac si accordano per un compromesso che avrebbe dovuto gettare le basi per una nuova società unificata per il servizio radiofonico dal nome Uri (Unione Radiofonica Italiana). Quattro giorni dopo, il governo, una volta accettato l’accordo, invita le tre società a creare uno statuto da far pervenire al Ministero delle Comunicazioni.
Una volta assegnata la tanto attesa concessione, per una serie di manovre politico-economiche il Radio Araldo viene escluso dalla nascente radiofonia pubblica italiana.11
La decisione di non partecipare alla concessione è la conseguenza di alcuni problemi sorti all’interno del Consiglio d’amministrazione di Radio Araldo. Luigi Ranieri viene infatti accusato di cattiva gestione dei fondi che il capitale sociale aveva messo a disposizione per la società; inoltre in aggiunta a ciò, alcuni membri del Consiglio si mostrano scettici sull’idea di fondersi con la Radiofono di Marconi.
Il 23 Agosto 1924 il Consiglio d’amministrazione dell’azienda dei Ranieri decide di rinunciare all’ingresso nell’Uri perché è “materialmente impossibile per la Radio Araldo disporre di capitale necessario alla sottoscrizione”.12
La rinuncia ufficiale di Radio Araldo non rallenta le altre due società radiofoniche, che quattro giorni dopo effettuano la fusione definitiva. Il 27 Agosto 1924 la fusione di Sirac e Radiofono, porta alla nascita a Roma dell’Unione Radiofonica Italiana (Uri) con un capitale sociale di 1.400.000 lire di cui l’83% versato dalla Radiofono e il 17% dalla SIRAC. Primo Presidente Uri è il direttore della Fiat, l’ing. Enrico Marchesi, il vicepresidente è un uomo vicino a Marconi, il marchese Luigi Solari. L’atto costitutivo dell’Uri, firmato da Vittorio Emanuele III Re d’Italia, viene redatto in uno studio notarile di Roma presso via Torre Argentina 34 e comprende le firme di Ciano, Marchesi e Solari.
L’organigramma Uri rispecchia da subito una folta presenza di membri delle varie industrie interessate al settore radiofonico, sia come attrezzature e impianti per la trasmissione, ma anche per la futura commercializzazione di apparecchi riceventi. La stessa presenza dell’Ing. Marchesi costituisce il fattore di collegamento tra industria radiofonica, Fiat e Agnelli.
Sono presenti tutte le premesse perché la concessione dei servizi radio auditivi avvenga sulla base di un’intesa tra il fascismo e un gruppo industriale in grado di progettare buone prospettive di guadagno con un importante intervento nei mezzi di comunicazione e soprattutto nella gestione dell’opinione pubblica.

Costruzione della rete radiofonica, stazioni e apparecchi

La rete nazionale inizia lentamente ad essere costruita, la prima stazione radiofonica pensata solo per la radio viene edificata nel 1925 in località San Filippo in zona Parioli a Roma e a seguire le stazioni di: Milano, Napoli, Bolzano, Genova e Torino. Per permettere una buona ricezione del segnale è necessario che le antenne abbiano una potenza di trasmissione di almeno 1 Kw. In un primo momento si registra una netta divisione tra nord e sud Italia circa la distribuzione delle antenne radio, il centro e il nord Italia hanno, quantomeno negli anni venti, la quasi totalità delle installazioni. L’unica eccezione al sud è Napoli, con una stazione radiofonica nella zona di Posillipo.
La situazione socio-economica del meridione si dimostra molto diversa da quella del resto della penisola, condizioni di estrema arretratezza in gran parte del mezzogiorno a cui si aggiunge una certa diffidenza verso questo nuovo mezzo di comunicazione, tendono fin da subito a escludere del tutto questa realtà geografica dalla vita radiofonica nazionale, almeno nel periodo Uri.
L’unica vera eccezione riguarda il capoluogo campano che, grazie a un passato di ricchezza nobiliare, garantisce la presenza di diverse famiglie benestanti in grado di permettersi un apparecchio radio in casa propria. Anche le zone rurali, in questo caso di tutta l’Italia, si dimostrano un freno per l’espansione radiofonica, conseguenza di redditi estremamente bassi e di un tipo di cultura contadina che vede con diffidenza la novità della radio. La realizzazione degli studi radiofonici varia tra ristrutturazioni di palazzi già esistenti o nuovi edifici da costruire, scelta dettata a seconda della città e della conseguente disponibilità del patrimonio edilizio cui ci si trova di fronte.
Mussolini si rivolge ad architetti di fama nazionale in grado di garantire, in fase progettuale, un connubio tra estetica e praticità delle costruzioni con edifici in grado di rappresentare da fuori l’architettura razionalista ma allo stesso tempo estremamente efficienti al loro interno, in modo da garantire le migliori condizioni possibili per il lavoro di trasmissione.
Le stazioni radio Uri non essendo emittenti private ma interamente sotto controllo statale, non possono attribuirsi liberamente un nome e il fascismo sceglie di chiamare ogni stazione a seconda della città da cui trasmette: Radio Roma, Radio Milano, Radio Torino, ecc., una peculiarità che contraddistingue tutto il Ventennio fascista quando si tratta di radiofonia. Le foto degli auditori di quel tempo, dove materialmente si realizzano in diretta sia molti dei concerti che i siparietti parlati, illustrano grandi stazioni coperte di pesanti tende di broccato in stile con l’arredamento dell’epoca, ma anche in risposta alle necessità acustiche delle trasmissioni; al centro, su un castello di legno, il microfono con il conferenziere in posizione oratoria e il fascio delle cartelle del testo in mano.13
Gli speaker parlano a circa un metro dal microfono, con voce naturale; i cantanti sono invece tenuti a una distanza da tre a quattro metri, il pianoforte completamente chiuso, a cinque metri; gli strumenti dell’orchestra hanno posizioni variabili a seconda della tonalità di ciascun strumento.14
All’inizio, quando ancora predomina l’aspetto di status symbol e di lussuoso gadget, l’industria italiana si preoccupa di produrre apparecchi sempre più costosi e sofisticati, rivestiti e intarsiati di legno prezioso: il mercato è quello delle famiglie agiate del ceto medio-superiore, che non bada tanto ai costi unitari o alle spese di manutenzione e di riparazione dei componenti, quanto all’affetto visivo e sonoro del ricevitore, posto abitualmente al centro del salotto, la stanza chiusa e proibita alla vita famigliare. Si sviluppa così un mercato fatto di nuovi ricchi e di aristocratici in disarmo, desiderosi però di ostentare questo simbolo di modernità in pubblico, magari accanto all’altrettanto prestigioso e lussuoso grammofono con i pesanti e delicati dischi a 78 giri e gli altoparlanti a tromba in ottone.15
L’ostentazione di chi può permettersi un costoso apparecchio radiofonico diventa evidente anche per quanto concerne le antenne, un po’ come succedeva nelle città medievali in cui le famiglie più ricche volevano dimostrare la loro agiatezza costruendo torri sempre più alte, negli anni venti le famiglie benestanti cittadine, esibiscono il loro status di proprietari di un apparecchio radio piazzando sul tetto di casa antenne in rame sempre più alte e visibili, simbolo di uno status acquisito.
Gli apparecchi radio italiani sono comunque di discreta lavorazione e ciò comporta un prezzo molto alto per un qualsiasi modello in vendita, in genere il modello base costa circa 2.000 lire, prezzo comunque inaccessibile per le classi più basse, fino ad arrivare ai modelli più avanzati, capaci di raggiungere un prezzo di 10.000 lire.
Se guardiamo poi agli aspetti tecnico-finanziari, bisogna dire che l’onere per i radioascoltatori è molto elevato, tanto da scoraggiare in partenza chi non possiede un salario o un’entrata di livello medio-alto.16
Oltre al prezzo non accessibile per tutti degli apparecchi radio, per usufruire dell’ascolto si rende necessario affrontare ulteriori spese obbligatorie che riguardano il bollo di 20 lire, la tassa di licenza di 50 lire e appunto l’abbonamento, che può variare dalle 100 alle 200 lire annue (in base al numero di valvole dentro gli apparecchi). In alcuni casi il canone può scendere a 90 lire se si accetta di pagare in anticipo anche il secondo anno di abbonamento, una pratica però poco utilizzata dagli ascoltatori.
Va tenuto conto che gli stipendi della classe lavoratrice non scendono sotto le 300 lire mensili ma non raggiungono nemmeno le 1000 lire, ragione per cui il costo dell’apparecchio con aggiunte le spese accessorie non risulta accessibile per tutte le tasche, sia per le classi lavoratrici che per la piccola borghesia impiegatizia.

I palinsesti Uri

L’avvento della radio italiana inizia con una sola società, l’Uri, controllata dal Ministero delle Comunicazioni e con il Pnf a capo della diffusione del segnale radio, dei suoi contenuti e della trasmissione di questi nel territorio italiano.
Viene così espressamente adottato il principio del monopolio, con una ispirazione ben diversa però da quella del servizio pubblico, che è stata quindici anni prima all’origine dei primi provvedimenti in materia: il monopolio appare strettamente subordinato al concetto di funzionalità e di controllabilità (non si intravvede lo Stato al servizio del cittadino, ma il cittadino costretto a recepire il messaggio dello Stato).17
La diffusione di notizie a mezzo radio deve ricevere un visto preventivo dell’autorità politica locale, a meno che le notizie non siano fornite dall’Agenzia Stefani, l’agenzia designata e controllata dal governo. Così con delibera del 31 ottobre 1924 (non è ancora trascorso un mese dall’inizio delle trasmissioni) la Stefani viene ufficialmente designata dal Governo a preparare i bollettini di notizie che Radio Roma trasmette.18
Dopo l’ascesa al potere del fascismo, Mussolini si accorge della potenziale utilità di un simile strumento e l’8 aprile 1924 pone l’agenzia Stefani sotto il controllo del san sepolcrista Manlio Morgagni, che, in breve tempo, la trasforma nella voce del Governo in Italia e all’estero.19
Le notizie da consegnare all’Agenzia Stefani per le comunicazioni alla radio e ai giornali sono scritte su delle apposite veline preparate direttamente da Mussolini.
Costanzo Ciano inizia nel frattempo a redigere una programmazione con cui avviare le prime trasmissioni radiofoniche. L’esempio è quello dei palinsesti britannici, in particolare la Bbc, che da circa un anno trasmette una programmazione che ricopre l’intero arco della giornata.
Nonostante la volontà di seguire l’esempio britannico circa un duplice utilizzo del mezzo radiofonico inteso come culturale e propagandistico, la situazione italiana è del tutto sperimentale oltre che precaria. Le disponibilità economiche non sono molto alte sia per i pochi abbonati sia perché Mussolini almeno inizialmente decide di non destinare troppo denaro al progetto radiofonico; diventa quindi molto complicato riempire in modo completo i palinsesti.
I primissimi contenuti radiofonici non sono perciò molti e vertono su piccole registrazioni di concerti, musica da camera con i grandi classici, eventi teatrali o musica lirica. Nel costruire il palinsesto grande importanza è da attribuire all’operetta, un genere maggiormente adatto a un uso radiofonico in cui musica, canto e ballo si alternano in successione. Per la musica leggera si trasmette solo il jazz; la sua provenienza da oltreoceano, sebbene molti dei musicisti jazz siano afroamericani e perciò di difficile accettazione nel contesto storico europeo di quel periodo, lo rende infatti apprezzabile anche per le classi abbienti, che considerano lo stile di vita americano come un qualcosa da imitare.
La scelta di trasmettere brani di musica classica è giustificata dai gusti degli abbonati, sondati tramite questionario dell’Uri circa le preferenze musicali. Il ceto benestante dimostra una netta preferenza per la musica classica e il Pnf, ben consapevole di questo, si muove perché la musica trasmessa sia quella indicata dalle persone all’ascolto. La musica leggera, fatta eccezione per il jazz, viene ritenuta un genere adatto alle classi povere che però non dispongono di apparecchi radio, l’Uri decide quindi di dare la precedenza appunto alla musica classica per soddisfare i gusti del ceto agiato.
La musica, che ha dunque dato inizio ai programmi circolari, resta a lungo la regina della radiofonia, con percentuali di programmazione rispetto ad altri generi varianti fra il 55 e il 60 per cento.20
La stazione designata per inaugurare la prima trasmissione radiofonica italiana è quella di Roma, la prima a essere costruita. Il 6 ottobre l’Unione Radiofonica Italiana manda in onda il suo programma inaugurale.21
Solo due ore, dalle ore 20.30 alle 22.30, e così anche per le sere seguenti, ma per quanti sono già dotati di un apparecchio ricevitore si tratta di una specie di prodigio.22
In apertura di trasmissione per la prima volta sono trasmesse le note della canzone Giovinezza, brano fascista composto nel 1922 da Marcello Nanni e Giuseppe Blanc, che da quel momento, in quanto inno ufficiale del partito, avrebbe aperto ogni sera le trasmissioni radiofoniche.
La voce inaugurale delle trasmissioni Uri è di una violinista, Ines Viviani Donarelli, che per l’occasione, nel presentare la musica da lì a poco suonata s’improvvisa anche annunciatrice. La sua voce è la prima ad essere ascoltata nella storia dell’Uri e in generale la prima voce trasmessa in diretta di tutta la radiofonia italiana. Il concerto da camera eseguito dai violinisti prevede l’Opera 7 di Haydn che diventa perciò il primo brano di musica trasmesso dalla radio italiana.
La programmazione degli anni successivi rimane molto limitata e circoscritta a poche ore di trasmissione, con palinsesti che tendono a ripetersi in modo ciclico. Questa staticità si dimostra una costante nell’intero periodo di trasmissione dell’Uri dal 1924 al 1927; la musica rimane quella maggiormente trasmessa, le scalette prevedono anche un bollettino meteorologico o notizie di cronaca di pochi minuti, controllate in maniera preventiva dall’Agenzia Stefani, l’unica autorizzata dal governo.
Nel periodo di trasmissione dal 1924 al 1927 la scaletta è quasi sempre la seguente:

• 17.15 Orchestrina dell’Hotel de Russie
• 20.00 Notizie Agenzia Stefani e Bollettino borsa
• 20.30 Segnale inizio delle trasmissioni
• 20.55 Musica classica con in aggiunta rivista umoristica dello Spregiudicato
• 22.00 Bollettino meteorologico
• 22.10 Musica da ballo
• 22.30 Fine delle trasmissioni


Tra le nuove idee introdotte dal 1925 trova spazio la nascita della rivista ufficiale dell’Uri, denominata “Radio Orario”, a cadenza mensile e con sede a Roma. I primi numeri della rivista oltre alle informazioni sui programmi ospitano alcune rubriche, annunci pubblicitari, consulenza ai lettori in materia di radiotecnica cui viene riservato lo spazio maggiore e infine le lettere dei radio ascoltatori.23
Gradatamente le ore di trasmissione prendono ad aumentare fino a raggiungere, il 1 gennaio del 1925 le 6 ore giornaliere e 7 nei giorni festivi.24
Nel biennio 1926-1927 fermo restando l’impianto di 6 ore giornaliere tranne le 7 ore dei giorni festivi, la programmazione da’ ancora grande risalto alla musica che occupa più della metà dello spazio radiofonico quotidiano. Nel 1927 il 70 per cento delle trasmissioni è musica, il 7 per cento dei programmi sono dedicati ai bambini, e il 12 ai notiziari.25
Le prime trasmissioni registrate all’interno delle stazioni radio hanno una durata di circa dieci minuti e nonostante questo, in poco tempo riescono a far crescere lentamente i palinsesti e soprattutto creano una sorta di popolarità quasi inaspettata di alcuni conferenzieri (quelli che oggi sarebbero chiamati conduttori radiofonici), che in poco tempo diventano delle celebrità nazionali al pari delle star di Hollywood.
I conferenzieri variano spesso in base al tipo di argomento che viene affrontato in radio a seconda del giorno e del palinsesto, cambiando quindi di rubrica in rubrica e di città in città. Provengono da vari settori tra cui: il teatro, l’editoria, l’intrattenimento, la divulgazione scientifica e religiosa.
In genere questi interventi vengono pagati attorno alle 100 lire, ma a seconda dell’autorità del personaggio possono salire alle 150 lire e oltre.26
È un primo segnale di quella che sarebbe poi diventata la nascente cultura di massa con personalità di spicco più o meno conosciute e seguite.
Se alcune trasmissioni comiche o di satira possono assolvere in modo abbastanza riuscito l’intento di divertire il pubblico, la volontà di fare cultura non può invece dirsi altrettanto riuscita.
La valorizzazione culturale è basata su rubriche nei cui racconti non emerge tanto la storia italiana in modo generico ma un’esaltazione di personalità individuali, o quantomeno una parte di esse gradita al fascismo, che hanno contribuito a rendere gloriosa la nazione. Spesso alcuni periodi storici sono del tutto volontariamente omessi poiché ritenuti pericolosi dal fascismo. Nonostante la radio sia per il momento quasi esclusiva dei ceti abbienti, i palinsesti inseriscono rubriche anche per i piccoli all’ascolto, i figli delle famiglie benestanti, che rappresentano comunque un’ulteriore fetta di ascoltatori, seppur piccola. L’idea di Mussolini è quella di educare le masse già dall’infanzia in modo da modellare la mente dei bambini al rispetto della fedeltà verso il partito e soprattutto alla sua persona in quanto capo del partito stesso.
Mussolini è presentato come un padre attento e premuroso e come un uomo molto legato ai bambini, a partire dai suoi figli che diventano l’esempio della perfetta famiglia di regime.27
Insegnanti e sociologi vicini al fascismo collaborano nella creazione di programmi che siano adatti per i minori, spesso dopo l’approvazione scritta di Mussolini che è solito verificare i contenuti dei programmi prima che questi vengano mandati in onda.
Le rubriche dedicate ai minori consistono in favole, rubriche, racconti e concorsi a premi, seguendo una base pedagogica predefinita, scelta dal Pnf e in grado di educare i piccoli ascoltatori. Anche la musica trova posto nel palinsesto dei bambini e comprende brani di musica classica come per gli adulti. Gli scopi didattici di queste trasmissioni, solitamente mandate in onda nel tardo pomeriggio, sono in realtà di secondaria importanza, perché è l’idea di fedeltà totale al fascismo che viene perseguita, con programmi d’indottrinamento politico strutturati come delle normali trasmissioni d’intrattenimento per minori.
Nei palinsesti trovano in seguito posto anche alcune rubriche dedicate alle mogli/madri di famiglia incentrate sul ruolo della donna come gestore della casa, con programmi in cui sono elargiti consigli per gli acquisti e suggerimenti di economica domestica.
Dal 1926 le radio vengono installate anche all’interno delle Case del Fascio e dei vari circoli del dopolavoro, tra cui l’Opera Nazionale Dopolavoro, con palinsesti in cui iniziano lentamente a trovare posto oltre a musica e rubriche, anche degli avvenimenti sportivi, soprattutto calcio, ciclismo, pugilato e automobilismo. Si tratta comunque delle prime installazioni all’interno di queste strutture, una maggior capillarità e diffusione sarà attuata infatti negli anni dell’Eiar.

L’interesse politico e industriale per la radiofonia

Le premesse per una diffusione di massa del mezzo radiofonico devono ancora essere realizzate, ma se si accetta l’ipotesi che la classe dirigente fascista abbia compreso, almeno tra il 1924 e il 1925, le possibilità di sfruttamento politico della radio, appare coerente l’impegno del governo di dar vita a un organismo funzionale agli scopi di propaganda e di prestigio.28
Almeno inizialmente non va comunque considerata la radio italiana un mezzo di comunicazione di massa, ma solamente uno strumento di propaganda politica rivolto ai ceti benestanti e destinato a rimanere tale almeno negli anni dell’Uri. Gli abbonamenti alti e i prezzi di canone, apparecchi radio e bollo limitano infatti fortemente l’acquisto delle classe lavoratrici; è da considerare anche una distribuzione eterogenea nel territorio italiano che poco aiuta la diffusione nazionale e la vendita degli apparecchi.
Solo con l’avvento dell’Eiar e una miglior politica di distribuzione degli apparecchi radio tramite alcuni finanziamenti e modelli economici, si può iniziare a parlare gradualmente della radio come strumento di comunicazione di massa e uso politico del regime tramite i vari palinsesti. La propaganda politica radiofonica del periodo 1924-1927 è perciò ristretta ai ceti benestanti, usati probabilmente in maniera sperimentale prima di preparare la successiva fase Eiar.
Il Pnf prova comunque ad accrescere l’intensità della propaganda radiofonica anche negli anni Uri, ben consapevole di avere una limitata base d’ascolto, tramite trasmissioni non necessariamente di dibattito politico o tramite rubriche apposite ma anche grazie alla diffusione di alcuni discorsi di Mussolini o di altri membri del Pnf.
Quando il 4 Novembre 1925 gli italiani riescono ad ascoltare per la prima volta alla radio la voce di Mussolini, la trasmissione è vissuta come un evento senza precedenti, il duce comprende quindi che la radio deve essere trasformata in uno strumento di amplificazione dei suoi discorsi, affinché siano uditi non solo dal pubblico effettivamente presente, ma dall’intera popolazione.29
La convenzione stipulata il 27 Novembre 1924 fra l’Uri e il Ministero delle Comunicazioni (approvata con regio decreto 14 dicembre n. 2191) istituisce definitivamente la figura giuridica della società concessionaria: rappresenta quindi l’atto di nascita del primo regime radiofonico in Italia.30
Se poi si analizzano gli articoli della convenzione, ne risulta un quadro ben preciso che dà alla nascita delle radioaudizioni circolari in Italia un carattere di avvenimento di regime, anche se il fascismo per qualche tempo controlla ma non sa sfruttare a fondo il nuovo potente strumento di gestione del consenso.31
L’articolo 13 della convenzione viene indicato come “Sorveglianza dello Stato” e prevede un rigido controllo del governo su tutti i tipi di notizie, sia attraverso il visto preventivo dell’autorità politica locale, sia attraverso le informazioni fornite dall’Agenzia Stefani.
La convenzione rappresenta un passaggio importante nella percezione del Pnf circa la radiofonia in quanto Mussolini decide probabilmente di “elevare” la radio a strumento di propaganda, nonostante per quella data, il 1925, la situazione radiofonica non permetta assolutamente di sfruttare ancora la radio come mezzo di comunicazione di massa. L’articolo 13 è perciò una contraddizione del Pnf tra la volontà del partito e la reale situazione radiofonica.
Tra le novità introdotte nella “Sorveglianza dello Stato” trovano posto altre misure di controllo. La formalizzazione dei controlli è tanto rigida, da prevedere addirittura la destinazione, a spese dell’Uri, di un funzionario distaccato presso le stazioni trasmittenti al fine di esprimere direttamente il benestare alla notizia da diramarsi via radio.
L’obbligo di tenere un registro ove siano annotate tutte le trasmissioni giornalmente effettuate completa il quadro dei mezzi di sorveglianza politica.32
In questa situazione, la proprietà e il controllo degli strumenti d’informazione costituiscono un fattore di grande vantaggio per consolidare e accrescere il potere sulla nazione.
Per rendere questo possibile, il Pnf inizia un lavoro congiunto tra intellettuali vicini al fascismo e membri del fascismo stesso che preparano i documenti da leggere in radio e si assicurano che l’indirizzo dei vari elaborati possa rispecchiare le linee guida impartite dall’alto.
Ciano e Mussolini, forti del monopolio sull’intero settore radiofonico italiano possono controllare e nel caso, sequestrare, qualsiasi cosa che una volta andata in onda, sia capace di mettere in crisi il governo e minarne le basi. Un esempio è quello fornito dalle conseguenze radiofoniche successive al delitto Matteotti.
Un dispaccio telegrafico datato 10 Giugno 1926 e inviato a tutti i Prefetti del Regno intima infatti il sequestro del disco con incisa la canzone “L’assassinio Matteotti”, con il divieto assoluto di trasmissione in ogni radio nazionale.
La canzone è solo uno dei numerosi brani che prendono in giro il fascismo criticando l’operato del Pnf e di Mussolini. La disapprovazione si accompagna ad una cospicua fioritura di canzoni antifasciste composte prevalentemente intorno al tema del barbaro omicidio del deputato socialista.33
Mussolini e i politici maggiormente vicini a lui, senza dimenticare i grandi gruppi industriali italiani più importanti, riescono a ricavare dalla radio non solo potere politico e conseguente capacità di influenzare le masse, ma anche accrescere i benefici economici tramite la produzione e la vendita di apparecchi radiofonici, oppure investendo denaro in qualità di azionisti all’interno del Consiglio d’amministrazione dell’Uri.
Il Presidente della Fiat Giovanni Agnelli intuisce prima di altri il grande potere derivante dal controllo dei mezzi di comunicazione e, dopo aver assunto il controllo del quotidiano torinese La Stampa su consiglio di Mussolini, entra in seguito con una partecipazione azionaria anche all’interno dell’Uri. In generale non solo Agnelli ma tutto il sistema industriale italiano si dimostra a favore della radio, gli industriali italiani vedono nella radiofonia solo l’ennesima occasione per un gigantesco affare da concludere con l’aiuto e la connivenza dello Stato e delle sue nuove gerarchie.34
Un altro industriale di alto livello capace di sfruttare nel miglior modo la crescita del sistema radiofonico è Pirelli. La vendita dei cavi in gomma necessari per le trasmissioni radiofoniche e per i collegamenti telefonici permette infatti un grande guadagno economico all’intero gruppo, conseguenza della privatizzazione delle società telefoniche stesse.

Il declino

Oltre alla disomogeneità di diffusione degli apparecchi radiofonici, conseguenza di prezzi e abbonamenti troppo alti, problemi di tipo logistico e limitazioni nel meridione e nelle campagne, il fascismo deve fare i conti anche con numerosi altri problemi minori che contribuiscono a rallentare la crescita radiofonica.
È presente ad esempio una certa reticenza da parte di alcuni cantanti e artisti nell’esibirsi in radio a causa di una limitata conoscenza del mezzo e per il timore di alterazioni del reale suono della voce o della musica una volta che questa venga trasmessa. Un timore dettato quindi dalla preoccupazione degli artisti di subire un danno d’immagine.
Un altro problema è costituito dalla gestione dei diritti d’autore controllati dalla Siae che si mostra fin da subito molto preoccupata dal crescente aumento degli apparecchi radiofonici nelle case dato che questi possono progressivamente sostituire la vendita dei biglietti per le esibizioni teatrali dal vivo. In genere molti artisti hanno il timore che la radio possa togliere loro spazio nelle esibizioni dal vivo e fargli così perdere una importante fetta di guadagni. Anche i direttori teatrali hanno il timore di perdere una fonte di guadagno. Il direttore del Teatro Costanzi nel timore di veder ridurre gli abbonamenti non concede all’Uri l’autorizzazione a trasmettere in diretta i concerti dell’intera stagione 1926-27.35
Le tante rinunce degli artisti a esibirsi in radio per motivi d’immagine, per questioni inerenti il diritto d’autore o per il rifiuto dei direttori teatrali, creano degli spazi vuoti all’interno dei palinsesti radiofonici. Crescono perciò le difficoltà per il riempimento dei palinsesti stessi, che a loro volta, non avendo molti artisti presenti in scaletta, non riescono ad attirare il denaro della pubblicità, importante fonte di entrate per l’ente radiofonico.
Solo successivamente Mussolini decide di correre ai ripari tramite un’apposita legge in cui viene regolamentata la questione dei diritti d’autore e la gestione delle esibizioni dal vivo, sia in radio che nei teatri.
Anche la Chiesa Cattolica costituisce, almeno inizialmente, un problema alla diffusione radiofonica. Non vede infatti di buon occhio l’avvento delle radio nelle case degli italiani poiché la considera senza mezzi termini un mezzo che diffonde idee troppo peccaminose, soprattutto tramite un certo tipo di rubriche. Il riferimento è al teatro di prosa, allora dominato dalle farse e dalle pochades francesi, tutte centrate sul triangolo lui, lei, l’altro: un attentato alla morale cristiana e all’unità della famiglia, nucleo di base della società.36 Alcune trasmissioni di stampo cattolico troveranno comunque posto nel giro di poco tempo all’interno dei palinsesti radiofonici, soprattutto nel periodo Eiar, conseguenza dei patti Lateranensi tra Chiesa Cattolica e Fascismo del 1929 in cui la Chiesa Cattolica diventa ufficialmente religione di Stato e del fascismo.
Per poter effettuare un salto di qualità dell’intero servizio radiofonico sono necessari ulteriori fondi da investire. L’ampliamento della rete e dei servizi richiede grandi disponibilità di capitali che i proventi dei canoni di abbonamento non bastano ad assicurare.37
L’Uri necessita dell’intervento statale per continuare a trasmettere e i cospicui finanziamenti elargiti consentono di proseguire l’attività radiofonica, altrimenti impossibile da perseguire.
I dati del triennio radiofonico 1924-1926 raccolti dal Pnf sia sui dati d’ascolto, sia sugli abbonamenti stipulati, confermano una diffusione radiofonica molto limitata, la situazione è quindi a un bivio e Mussolini, sempre più deciso ad utilizzare la radio come strumento di propaganda di massa, ritiene giunto il momento di apportare delle modifiche per rendere la radio una cassa di risonanza del regime. Obiettivo primario diventa quindi l’aumento della base d’ascolto, rendendo possibile la fruizione alla gran parte degli italiani.
Alla fine del 1927 un’apposita commissione scelta da Mussolini inizia i lavori di elaborazione per un nuovo ente radiofonico, nato con l’obiettivo di correggere gli errori del quadriennio Uri.
Il Regio decreto-legge 17 novembre 1927 n.2207 sostituisce l’Uri con una nuova società privata che prende il nome di Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (Eiar) al quale lo stato assegna in concessione 25 anni di esclusiva dei servizi di radiotrasmissione. La commissione di vigilanza è formata da membri dell’economia, della cultura e del giornalismo, nominati direttamente da Mussolini.
Il 1 gennaio del 1928, in pieno passaggio dall’Uri all’Eiar, l’Italia conta però solo circa 60.000 abbonati contro i milioni di ascoltatori di Germania e Inghilterra.

Conclusione

Negli anni dell’Uri (1924-1927) non si vengono a creare né presupposti necessari per una moderna rete radiofonica, né l’auspicata unificazione del pubblico di cui il totalitarismo ha bisogno per diffondere la sua ideologia. I poco più di tre anni di vita dell’Uri sono pertanto da considerarsi un periodo di preparazione e di fondazione, nel quale comunque si intravvedono alcuni caratteri poi dominanti nell’Eiar.38
Fin da subito l’Uri denota grandi difficoltà nell’aumentare la base d’ascolto, l’uso della radio è limitato ai soli ceti abbienti, questo a causa del costo molto alto degli apparecchi radiofonici che non la rendono accessibile alle classi lavoratrici. Anche la questione degli abbonamenti si dimostra una spina nel fianco, l’Italia è l’unico paese tra le grandi potenze europee ad aver introdotto il sistema d’abbonamento, con aggiunta la tassa di licenza e di bollo, e questo nonostante l’Uri riceva già del denaro derivante dalla pubblicità.
La propaganda fascista tramite la radio è presente ma in maniera limitata nel quadriennio Uri e si possono avvertire nei notiziari e nelle rubriche, sia per adulti che per bambini, i primi tentativi di indottrinamento verso il regime seppur in misura ancora ridotta. Mussolini non ha ben chiaro l’uso a cui destinare la radio e quante risorse investirci, rimane incerto sul da farsi e non è convinto del tutto della bontà del progetto radiofonico.
L’Eiar rappresenta perciò un tentativo di correzione dell’esperienza Uri una volta che anche Mussolini si rende conto delle potenzialità del mezzo. Termina quindi la fase sperimentale che contraddistingue gli anni dal 1923 al 1927, avviando invece una nuova stagione maggiormente incentrata su iniziative di crescita per l’aumento della base d’ascolto, la varietà dei programmi e soprattutto una più efficiente propaganda politica radiofonica. Il tutto tramite varie riforme politiche introdotte dal 1928 in avanti e che contribuiranno a rendere l’Eiar la radio del regime fascista.

Note

  1. Alberto Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in Italia (1924-1945), Edizioni Studium, Roma, 1978, p. 2
  2. Lyn Gorman e David McLean, Media e società nel mondo contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2009, p. 63
  3. Simona Salustri, Orientare l’opinione pubblica, mezzi di comunicazione e propaganda politica nell’Italia fascista, Unicopli, Milano, 2018, p. 63
  4. Francesca Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, Carocci, Roma, 2004, p. 13
  5. Francesca Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, Carocci, Roma, 2004, p. 13
  6. Voce Unione radiofonica italiana di wikipedia
  7. Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, Marsilio Editori, Venezia, 1976, p. 21
  8. Ivi, pp. 34-35
  9. Gabriele Balbi, La radio prima della radio, L’Araldo Telefonico e l’invenzione del broadcasting in Italia, Bulzoni Editore, Roma, 2010, p. 141
  10. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 27
  11. G. Balbi, La radio prima della radio, L’Araldo Telefonico e l’invenzione del broadcasting in Italia, cit., p. 154
  12. Ivi, p. 158
  13. Gianni Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo, Mondadori, Milano, 1998, p. XVI
  14. A. Lari, URI-EIAR-RAI, i primi vent’anno della radio in Italia (1924-1944), cit., p. 22
  15. Ivi, p. 22
  16. A. Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in Italia (1924-1945), cit., p. 14
  17. Ibidem
  18. Ivi, p. 16
  19. ]Voce Agenzia Stefani di wikipedia
  20. G. Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo, cit., pp. XV-XVI
  21. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 27
  22. Gioachino Lanotte, Mussolini e la usa “orchestra”, Radio e musica nell’Italia fascista, Prospettiva editrice, Roma, 2016, p. 28
  23. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 40
  24. G. Lanotte, Mussolini e la sua “orchestra”, Radio e musica nell’Italia fascista, cit., p. 29
  25. F. Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, cit., p. 17
  26. G. Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo, cit., p. XX
  27. S. Salustri, Orientare l’opinione pubblica, mezzi di comunicazione e propaganda politica nell’Italia fascista, cit., p.129
  28. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 32
  29. Ivi, p. 115
  30. Ivi, p. 28
  31. A. Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in Italia (1924-1945), cit., p. 13
  32. Ibidem
  33. G. Lanotte, Mussolini e la sua “orchestra”, Radio e musica nell’Italia fascista, cit., pp. 104-105
  34. G. Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo, cit., p. 233
  35. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 41
  36. G. Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo, cit., p. 109
  37. F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, cit., p. 65
  38. A. Monticone, Il fascismo al microfono, cit., p. 22