Impegno e media: dalla piazza al mondo digitale – I tre spazi dell’impegno di Espérance Hakuzwimana: i libri, la piazza, i social
Marta Ferrero, Impegno e media: dalla piazza al mondo digitale – I tre spazi dell’impegno di Espérance Hakuzwimana: i libri, la piazza, i social, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 21, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13792
Nel presente saggio viene indagato il lavoro della scrittrice e attivista italiana nera Espérance Hakuzwimana. L’analisi si muove a partire da un’idea “ipermoderna”1 di impegno, inteso come categoria sociologica più che estetica o critica. L’ipermodernità segna un superamento del nichilismo e della frammentazione tipici del postmoderno letterario recuperando aspetti del modernismo e del realismo, con un’attenzione rinnovata all’impegno civile. Tuttavia, l’impegno dell’intellettuale ipermoderno non è ideologico o partitico, come nel trentennio che Donnarumma riconduce al postmodernismo letterario (1965-1995).2. In questa nuova fase, l’impegno si configura in modo differente sia rispetto al ruolo accentratore dell’intellettuale novecentesco sia dal posizionamento laterale degli scrittori postmoderni che «soprattutto in Italia, o preferivano non pronunciarsi sulla vita pubblica, o per farlo mettevano a punto una serie di figure dell’obliquità, dell’indiretto, del mascheramento.3» Lo scrittore ipermoderno non incarna più la figura dell’intellettuale onnisciente – come lo erano stati Pier Paolo Pasolini o Umberto Eco – poiché il suo sapere non è considerato globale e onnicomprensivo, bensì parziale e specifico. Si tratta della figura dello scrittore esperto, che basa il suo diritto di parola sull’esperienza e sullo studio personali. È una expertise individuale, radicata nel proprio posizionamento sociale e politico, nel proprio corpo4. Espérance Hakuzwimana incarna appieno questa figura di scrittrice impegnata ipermoderna.
Il suo lavoro ruota attorno alla condizione delle persone nere in Italia, alle pratiche di cittadinanza, all’esigenza di riconoscimento delle persone che hanno vissuto un’adozione, soprattutto se internazionale, alla visibilità delle “seconde generazioni”, al bisogno di espressione di chi non è percepito come parte del «corpo della nazione5». Il valore soggettivo dell’esperienza, fondamentale nella definizione dell’intellettuale contemporaneo, è centrale in Hakuzwimana, così come il coinvolgimento emotivo proprio e altrui.
La sua esperienza, in quanto donna nera, emerge fin da subito nelle sue lotte e nella sua produzione letteraria. Così, il suo impegno pubblico all’interno del coordinamento antirazzista torinese attraverso la Rete 21 marzo e la sua pagina Instagram si coniugano con la sua attività di scrittrice. Ecco perché è essenziale tenere a mente le tre diverse dimensioni evocate dal titolo (i libri, la piazza, i social) per comprendere a fondo il lavoro di questa attivista, autrice e formatrice. Infatti, se la sua vocazione è quella di scrittrice, la vita l’ha portata anche a occuparsi di attivismo antirazzista. Questi due ambiti si fondono nei suoi scritti, dove l’impegno prende forma. Inoltre, va riconosciuto il ruolo dei social media. È grazie ai social (e in particolare a Instagram) che l’autrice ha dato vita alla “banda”, una comunità eterogenea che non si limita a leggere i suoi testi, ma dialoga attivamente sui temi da lei proposti: famiglia, identità, costruzione del sé nonostante gli eventi traumatici vissuti. Anche il suo profilo Instagram riflette la sua identità autoriale, come indicava il nickname “unavitadistendhal”, poi sostituito nel 2024 con “haku.zwimana”, in un tentativo di allineamento tra il nome d’autrice e quello usato online.
L’obiettivo di questo contributo è comprendere come la categoria di impegno si manifesti nel lavoro di Hakuzwimana, considerando le diverse dimensioni in cui l’autrice opera. Dopo una breve introduzione biografica e editoriale, la prima parte, più sostanziosa, sarà dedicata alla scrittura, e sarà seguita dall’analisi dell’impegno nella piazza e sui social.
In queste tre dimensioni, profondamente interconnesse, Hakuzwimana si presenta innanzitutto come scrittrice e, solo in seguito, come attivista. Il suo attivismo è subordinato alla scrittura e, come afferma lei stessa, «sono attivista perché sono scrittrice e, secondo me, ogni scrittore o scrittrice lo è se racconta la realtà che c’è dentro e fuori di sé.6» Occorre dunque tenere insieme due elementi differenti: da un lato Hakuzwimana è impegnata in pratiche di cittadinanza attiva, attenta alla complessità del presente e in particolare alle dinamiche razziste; dall’altro, rivendica il diritto – proprio e degli altri scrittori afrodiscendenti – di affrontare una molteplicità di temi, senza dover necessariamente tematizzare l’esperienza personale o la propria nerezza, reclamando uno spazio di libertà e di creazione come quello garantito a qualsiasi autore.
Prima di enucleare le diverse forme del suo impegno, è utile proporre una sintetica biografia. Espérance Hakuzwimana nasce in Rwanda nel 1991 e viene adottata da una famiglia italiana della provincia di Brescia all’età di quattro anni. Come racconta in alcune interviste, fin da bambina ama i libri e sogna di diventare scrittrice. Da ragazza apre un blog in cui propone riflessioni su temi vari, creando uno spazio di dialogo e confronto. Questa esperienza, unita alle sue letture, alimenta il suo desiderio di diventare scrittrice. Anche la scuola, pur con le difficoltà legate alle sue origini e alla sua condizione di figlia adottiva, diventa un contesto creativo. Nell’intervista da me condotta, l’autrice ricorda che i suoi compagni «aspettavano con trepidazione quel giorno della settimana in cui scrivevo di loro, come dei personaggi delle mie storie. Io arrivavo con il mio foglio protocollo e lo consegnavo nelle loro mani. Loro lo leggevano e commentavano tra di loro la storia.7» Nonostante l’amore per la scrittura, su consiglio degli adulti attorno a lei, intraprende un percorso più sicuro iscrivendosi a scienze politiche all’Università di Trento. La passione per la scrittura, però, non si spegne e nel 2015 entra al master in scrittura creativa della Scuola Holden. Da allora vive a Torino, città che ama e che diventa sia luogo di scrittura che fonte d’ispirazione. Il legame con Torino si traduce anche in un impegno concreto nel territorio, rafforzando il senso di appartenenza.
Che il suo impegno emerga dalle sue parole è evidente anche a chi si sofferma soltanto sull’esperienza letteraria dell’autrice, che infatti dichiara una poetica di onestà. Afferma in un’intervista per Torino e cultura:
«Quello che dico è aderente a quello che scrivo. Non potrei essere mai lontana dalle due cose perché non sarei prima di tutto onesta intellettualmente, con me stessa, ma soprattutto non sarei onesta rispetto alle parole che lascio sui libri. Quindi tutto può confluire.8»
Oltre alla coerenza tra impegno personale e produzione letteraria, emerge con forza il tema della marginalità. All’interno del panorama editoriale italiano, Hakuzwimana è una delle poche giovani donne nere che occupano un posto non marginale. Come sottolinea: «Quando parlo del mio ruolo all’interno del mondo dell’editoria, del mio posizionamento, […] è inevitabile tirare fuori l’argomento della solitudine». Rievocando il titolo di un celebre saggio di Nadeesha Uyangoda, spesso si trova a essere «l’unica persona nera nella stanza.9»
La sua formazione letteraria passa quindi dalla Scuola Holden, scuola prestigiosa che ha potuto frequentare solo a seguito di grandi sacrifici e debiti che si porta dietro ancora oggi. Nelle interviste si esprime spesso sull’inaccessibilità della scuola e, al contempo, riconosce che il suo privilegio non scalfisce la sua condizione di marginalità, dovuta alla sua nerezza, ma le ha permesso di condurre riflessioni sull’intersezione tra discriminazioni di razza e classe.
I libri
Nel settembre 2019 esce Future. Il domani narrato dalle voci di oggi10, antologia curata da Igiaba Scego che raccoglie undici voci di scrittrici afroitaliane, tra cui quella di Hakuzwimana. Come scrive Scego nella Nota dell’autrice:
«[…] il libro che avete in mano è di fatto un moderno J’accuse. Giovani e meno giovani donne italiane di origine africana hanno preso in mano una penna, o più realisticamente il loro computer, e hanno scritto dei racconti che ci parlano di futuro. Ognuna di loro ha scelto un’angolazione e uno stile propri. Ma ognuna di loro è partita da questo presente distopico, da questa Italia distopica, dove viviamo, amiamo, mangiamo, dormiamo, piangiamo e ridiamo. Un’Italia feroce che se non hai il supposto colore nazionale (un bianco candido che nessun italiano ha di fatto veramente, visto che il paese è mediterraneo e frutto di incroci) ti mette ai margini, e nemmeno ti ascolta. Il nostro J’accuse non solo vuole essere ascoltato, ma vuole urlare il proprio disappunto per lo stato di questo presente che ci sta sempre più stretto.11»
L’intento dell’antologia è dare spazio e visibilità a scrittrici afroitaliane di nuove generazioni in un contesto editoriale e politico percepito immobile. A un mese dalla pubblicazione di Future, esce il primo libro di Hakuzwimana, E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana12. È indubbio che la curatela di Scego, scrittrice già affermata, abbia accresciuto il valore letterario della scrittura di Hakuzwimana, ma la stesura del suo saggio e il suo rapporto con il mondo editoriale erano chiaramente già in corso durante la pubblicazione dell’antologia.
Il suo esordio è un saggio con tratti del memoir e perciò intimamente legato all’identità dell’autrice. Si configura come un testo militante e carico di rabbia, una denuncia ad alta voce, quasi urlata.
Il titolo stesso rivela l’approccio intersezionale, che intreccia le molteplici dimensioni dell’identità – essere donna e nera in un Paese in cui si è cresciute ma da cui si è percepite come estranee – e mette in luce una sovrapposizione di micro-aggressioni e violenze. La scelta della parola “manifesto” sottolinea l’intento militante e quasi programmatico del lavoro13.
Il libro è pubblicato da People, casa editrice indipendente e posizionata, fondata nel 2018, che si definisce «non solo una casa editrice, ma un centro di studio, rielaborazione, mobilitazione.14» Il catalogo include temi come antifascismo, resistenza partigiana, antirazzismo, cittadinanza, femminismo e molte altri. Questo contesto editoriale ha permesso un tono acceso di denuncia sociale. Il testo si presenta come il racconto appassionato di una vita inquieta, che non trova un posto in questo Paese. Scrive l’autrice:
«Questo testo è stato un bisogno, è nato da un’esigenza, esattamente come tantissimi altri. Solo che il mio bisogno sapeva di sale, di dolore e di fastidio. La necessità di uscire dal vicolo cieco del “non puoi farci niente”, in cui non ho mai voluto mettermi ma in cui mi sono sempre ritrovata. Una condanna scritta in minuscolo, dove tutti mi hanno sempre letto fino a quando non trovavano quello che cercavano, solo quello che volevano.15»
Emerge qui una rabbia giusta, definibile come righteous anger, che ha la stessa forza di quella presente sul suo profilo social nello stesso periodo della pubblicazione. Sebbene difficilmente accolta da un pubblico ampio, questa rabbia è pienamente legittima. Il modo in cui l’attivista la descrive è coerente con il senso di ingiustizia – traducibile con “indignazione”, sulla scorta di Mattioda16 – di cui scrive Audre Lorde nel suo The Uses of Anger: Women Responding to Racism (1981):
«My response to racism is anger. I have lived with that anger, ignoring it, feeding upon it, learning to use it before it laid my visions to waste, for most of my life. Once I did it in silence, afraid of the weight. My fear of anger taught me nothing. Your fear of that anger will teach you nothing, also. Women responding to racism means women responding to anger; Anger of exclusion, of unquestioned privilege, of racial distortions, of silence, ill-use, stereotyping, defensiveness, misnaming, betrayal, and co-optation.17»
Se la rabbia di Hakuzwimana nasce da uno sdegno profondo verso un sistema razzista ed escludente che cerca di decostruire, allora non può che essere legittima. Tuttavia, il problema persiste però nella ricezione. Già nel capitolo «Ma sei sicura che sia il caso?», l’autrice mostra come, nel denunciare il sistema, le siano state rivolte accuse di esagerazione. Scrive:
«Proprio quando ho scelto di scendere in piazza, di alzare la voce, tra le cose non dette da questa vita mi è stato chiesto dall’altra parte di un telefono:
“Ma sei sicura che sia il caso?”
“Non ti sembra di esagerare?”
“Non è che soffri di una tua personale mania di persecuzione razziale?”
“Se fossi stata bianca di sicuro non avresti fatto questo casino.”
“Fai meglio a pensare alle cose davvero serie!”
“Esperance, lascia perdere, dai!”
“Cosa pensi di fare?”
“La tua famiglia cosa dice?”
“Ma sei sicura che sia il caso?”.18»
Una possibile chiave di lettura è offerta da Marilena Delli Umuhoza, autrice italo-ruandese, nel suo Lettera di una madre afrodiscendente alla scuola italiana, in cui decostruisce lo «stereotipo dell’angry black woman, un tropo razziale che dipinge le donne nere come intrinsecamente irascibili.19» Questo schema si presenta quando una persona razzializzata, soprattutto se donna, denuncia un episodio razzista e l’interlocutore lo ridimensiona o nega, accusandola di eccesso. Delli Umuhoza parla in questi casi di gaslighting razziale. Questo fenomeno, in E poi basta, mette in discussione il lavoro di decostruzione dell’autrice. Eppure, è proprio dalla rabbia che nasce il desiderio di cambiamento, il seme della rivoluzione. Senza questo movimento che nasce dall’interno non ci sarebbe un vero attivismo, capace di lottare a oltranza contro un immaginario razzista e discriminatorio. Il titolo stesso, “E poi basta”, esprime un punto di rottura. L’assertività di tale messaggio richiama altri titoli evocativi, appartenenti al filone del black feminism, come White Woman, Listen! di Hazel Carby20, in cui è forte e chiaro il richiamo all’ascolto, l’engagement personale, l’invito alle donne bianche a lasciar spazio, a includere nella narrazione lo sguardo delle donne nere, a non perdere di vista il loro privilegio.
La frustrazione si percepisce anche nel capitolo intitolato «Io non volevo fare l’attivista», in cui Hakuzwimana dichiara:
«Io non voglio fare l’attivista, io non posso dare risposte, io non ho soluzioni pronte. Del mondo capisco poco e delle persone ancora meno. Ho la possibilità di raccontare come mi sento, che cosa vorrei cambiare e come non ho intenzione di essere trattata. Sento la responsabilità di farlo per chi non ha voce, per chi pensa di non avere niente da raccontare e anche per chi, ancora, non sa come farlo. Ho la grande fortuna di poterlo dire per me, per chi mi assomiglia senza saperlo. Io non volevo fare l’attivista, volevo solo lasciare un’impronta con una Replay su un altro foglio. Volevo solo uscire dal mio groviglio.21»
È chiaro che E poi basta affonda le sue radici nell’esperienza personale, ma il suo carattere testimoniale non ne annulla il valore intellettuale, che emergerà ancor più chiaramente nelle opere successive.
Con Tutta intera, il secondo libro, l’autrice passa da People a Einaudi, e questo impone o permette un cambio di tono. La forma romanzo, garantendo una mediazione narrativa, consente uno spazio più libero di elaborazione e rende temi complessi – come adozione, cittadinanza, razzismo sistemico e interiorizzato – più accessibili a un pubblico che spesso non ha ancora strumenti per affrontarli. La stessa Hakuzwimana manifesta la volontà di cambiare modalità comunicative per incontrare un pubblico più ampio e favorire un ascolto più consapevole.
In un’intervista a seguito della pubblicazione di Tutta intera, alla domanda sulle differenze rispetto al suo saggio precedente, Hakuzwimana spiega:
«Sapevo che questo libro sarebbe stato un romanzo, ma è cambiato molto in questi sei anni di scrittura. Ho iniziato a scriverlo con una carica di rabbia fortissima che nelle varie stesure è stata canalizzata in tante altre declinazioni. Il romanzo ha una trama lineare, semplice, ma le tematiche sono dense, tante e complesse e ho voluto asservire le mie parole proprio a questa complessità. […] La gioia e il dolore che ho provato, il lavoro mentale ed emotivo-psicologico che ho affrontato per superare certe scene sono stati grandissimi. Ho dovuto trovare un equilibrio in tutto per poter scrivere una storia dolorosa e faticosa, ma che racconta anche uno spiraglio di speranza.22»
Il romanzo offre un ritratto dettagliato dell’esperienza ambivalente di una ragazza afrodiscendente, adottata da una famiglia bianca e benestante. Crede di essere “intera”, ma si scopre a pezzi. I frammenti in cui è divisa sono così diversi tra loro che a tratti sembrano inconciliabili. Tema portante è il bisogno dell’(auto)riconoscimento in qualcuno e dell’appartenenza, che si intreccia con l’adozione, rappresentata come condizione potenzialmente lacerante, pur in presenza di affetto. Infatti, Sara, la protagonista, è in bilico tra l’adesione a ciò che da dentro la muove e la fedeltà alla famiglia che l’ha cresciuta e l’ha sempre amata, ma dove, si accorge, le è sempre “mancato un pezzo”. In un passaggio chiave, Sara si chiede: «La zia di Taja dice che “La famiglia non si taglia” eppure io mi sento fatta a fette, a spicchi di vite che non mi appartengono più. E se invece alla fine la famiglia poi si taglia, nostra signora di Basilici? Se si sgretola, se va in pezzi, che si fa? Io che faccio?23» Inizia così un momento di crisi, innescata da un corso di italiano per stranieri che sta svolgendo a Basilici, quartiere periferico e distante dal quartiere borghese in cui è cresciuta. Il fiume Sele, che separa i due mondi, diventa simbolo di questa distanza, sociale e identitaria.
Sara sembra accorgersi di essere nera, adottata e di appartenere a una famiglia privilegiata soltanto nello scontro con un contesto di periferia, in dialogo con ragazzi con storie familiari problematiche. Da qui nasce la sua frammentazione interiore e la sua crisi di identità. Le viene offerta una possibile risposta a queste difficoltà da un giovane studente del corso, che le dice:
«La mia mamma in verità è di Rossini – quartiere centrale della città (ndr). […] Per la famiglia di mamma, continua, Quando vado a Rossini sono solo nero, anche se non sono tutto nero ma un midi. […] Volevo solo dirti che quando non capisco bene cosa sono o quando mi prendono in giro, io chiudo gli occhi e penso di essere come il fiume.
Parli del Sele?
Sì: è anche di Basilici il fiume, non solo della Città, e se ne sta lì in mezzo e scorre, se vuole scappa via.
Era questo che volevi dirmi Paul? Domando.
Penso di sì, risponde con calma. E anche che tu sei un po’ come me: un po’ di qua e un po’ di là. Ma se chiudi gli occhi, puoi scappare via.24»
Questa doppia appartenenza mostra con chiarezza la situazione di moltissime persone definite “di seconda generazione”, “con background migratorio” o “afrodiscendenti”, ma le cui storie stratificate vanno ben oltre queste etichette. Tutta intera contribuisce così ad ampliare il concetto di italianità, sfidando l’idea per cui nerezza e italianità (e Europeanness) si escludano a vicenda25. È un filone che, a partire dagli studi sulla whiteness e sul white space portati avanti da Gaia Giuliani26, diventa centrale per fondare una nozione più complessiva di afropean identity. Secondo Medugno, Tutta intera è un romanzo Afropean, ma non afroitaliano. E sostiene:
«As a flexible term, Afropean allows a more comprehensive understanding of the recent literary production from the so-called second generation of authors who rarely address, for example, colonialism as a historical event strictly connected with their parents’ biographies but are more attentive to inequalities and discriminations due to systemic racism and the interconnection between Blackness and Italianness.27»
Se la categoria di Afropean aiuta a cogliere alcune sensibilità del romanzo e dell’autrice, può anche distogliere l’attenzione dallo scopo più profondo del lavoro di Hakuzwimana: ampliare l’idea di italianità per includere tutte le persone che vivono nel Paese. Tutta intera andrebbe dunque letto all’interno della letteratura italiana, senza etichette ulteriori.
Il suo libro più recente è Tra i bianchi di scuola, uscito per Einaudi nel 2024. In questo saggio, la scrittrice affronta un tema critico: la solitudine degli studenti razzializzati nella scuola italiana, “tra i bianchi di scuola”. Una solitudine che lei stessa ha provato da studentessa, e che ritrova in altri contesti escludenti come l’editoria. Come sostiene, «trasformare la solitudine, verbalizzandola, è una delle grandi missioni della mia scrittura: portare una voce per far sì che altre persone non si sentano sole come è capitato a me28». Il saggio propone un ritratto della scuola italiana di oggi, spesso impreparata a riconoscere la propria dimensione multiculturale. Il sottotitolo – Voci per un’educazione accogliente – segnala il tono corale e costruttivo del testo, che nasce dall’esperienza diretta dell’autrice nelle scuole, in dialogo con studenti e insegnanti. Il libro si configura così come una «assemblea immaginaria sul futuro reale della scuola italiana29».
La righteous anger si profila ora in maniera diversa. Se infatti resta la denuncia di una scuola inattuale e manchevole, il saggio assume più la forma di una guida corale: non solo critica, dunque, ma anche uno sguardo costruttivo al futuro, che fornisce strumenti e buone prassi per la scuola di domani, che deve diventare la scuola di oggi. Le modalità pratiche dell’impegno e della militanza vedono dunque un importante cambiamento dovuto, come si accennava in precedenza, al contesto editoriale, ma non solo. Anche il suo modo di rivolgersi al pubblico, soprattutto sui social, fa sì che le persone si sentano meno “attaccate” e comprendano meglio che la rabbia che porta non ha a che fare con una colpa delle persone bianche, bensì con una loro – nostra – responsabilità. È una via fertile, che rende il suo messaggio più ricevibile e potenzialmente trasformativo. Tra i bianchi di scuola mostra così la capacità di pensare in termini collettivi, di parlare insieme a una comunità, aprendo riflessioni per un dialogo intergenerazionale. A partire dall’appello, il testo porta l’attenzione sul bisogno degli studenti di essere riconosciuti per ciò che sono. Come scrive l’autrice:
«L’appello dice sempre la verità sulla scuola, sull’Italia, su quello che sta accadendo da anni e nessuno sa guardare o leggere, esattamente come i nomi con troppe consonanti. […] Ci siamo presentati ovunque, abbiamo detto come ci chiamavamo e quelle poche frasi, spesso, dicevano di noi più di quanto avremmo voluto far trapelare. “Il tuo nome è la tua storia e quella della tua famiglia”, ci hanno detto i nostri padri e le nostre madri. Gli stessi che per assegnarceli hanno fatto i salti mortali, hanno chiamato amici e parenti, mantenuto rituali antichi, finito i giga della connessione a forza di videochiamate ma ci sono riusciti. A nominarci, a introdurci al mondo, a renderci partecipi di una tradizione che esisteva prima di loro e continuerà dopo di noi. Ma a scuola e nel mondo alcuni di noi sono diventati solo l’altro.30»
Hakuzwimana propone una scuola plurale che «non si nasconde e dice tutto quello che si sente di dire, ascolterà chi chiederà di non farlo perché è offensivo, vecchio, inutile dirlo, usando o inventando poi nuove parole per raccontare il cambiamento.31» L’ultimo capitolo del saggio, «Esistiamo (un manifesto)», richiama il sottotitolo del suo primo libro (Manifesto di una donna nera italiana) e ribadisce l’intento militante: rivendicare il diritto a esistere liberamente, senza definizioni prescritte dall’esterno. Scrive Hakuzwimana:
«Siamo tutte queste cose insieme e non ne siamo nemmeno una. Tutto quello che non vedete, che continuate a non osservare. Perché quando ci avete intercettato era già tardi: eravamo già sfuggiti dai vostri radar, dalle etichette e da tutte le vostre definizioni per incasellarci, limitarci. Esistiamo e non c’è vergogna. Piuttosto gioia, rabbia inespressa, senso di rivalsa, desiderio di essere riconosciuti e validati perché per troppo tempo siamo stati invisibili in casa, per strada, a scuola. […] Di tutta questa rabbia, di tutta questa confusione che abbiamo attraversato e ancora qualcuno di noi vive, prendiamo la cosa più bella che ci ha lasciato la scuola e la mettiamo sul banco. Smettete di definirci, di limitarci, di metterci in un angolo e usarci come pretesto, numeri con cui validare teorie discriminatorie. Non siamo più pochi, non siamo più lontani o incomprensibili. Siamo tutti qui in classe e adesso siamo il mondo intero. Dentro questo cambiamento ci siamo insieme; è già futuro. È il momento giusto. Non siamo più invisibili: potete impararci adesso.32»
Il saggio entra in dialogo con altri testi recenti: il già citato Lettera di una madre afrodiscendente alla scuola italiana (2023) di Delli Umuhoza e Decolonizzare lo sguardo (2025) di Grace Fainelli, co-fondatrice con Hakuzwimana di Na.Co., narrazioni contaminate, progetto che «attraverso parole e pratiche» costruisce «nuovi mondi aperti e plurali, contemporanei e consapevoli, capaci di includere tutte le persone con le loro diversità.33»
Il primo, pubblicato da People, dialoga con Tra i bianchi di scuola perché entrambi i saggi hanno l’obiettivo di raccontare la scuola italiana di oggi, con tutti i suoi limiti e le sue mancanze. Delli Umuhoza parte dall’esperienza personale di madre, per muovere aspre critiche alla comunità educante e tenta di equipaggiare gli insegnanti per approcciarsi alle classi interculturali con cui si trovano a interagire.
Il saggio di Hakuzwimana condivide gli stessi obiettivi, ma amplia lo sguardo: non si rivolge solo a docenti, ma dà voce anche agli studenti e a chi fa fatica a (r)esistere nel sistema scolastico.
Il saggio di Fainelli non si concentra direttamente sulla scuola, ma propone – come recita il sottotitolo – «riflessioni di una donna nera, spunti per sfidare gli stereotipi razzisti». Queste riflessioni partono dal tema identitario, spiegando che «le identità delle persone italiane afrodiscendenti si sviluppano in modo complesso e multiforme. […] Queste identità sfuggono a una categorizzazione singola, piuttosto si definiscono attraverso un legame con molteplici luoghi e persone nel mondo» e aggiunge «siamo filamenti tessuti nell’interazione con il mondo che ci circonda, in quella negoziazione continua con le frontiere interiori ed esteriori, materiali e immateriali. Intanto, impariamo ad abitare le intersezioni e a trasformare le soglie in casa.34» Fainelli sottolinea inoltre l’urgenza di decostruire un immaginario coloniale ancora dominante, denunciando la parzialità e l’eurocentrismo del sapere scolastico, presentato come neutro. Dunque, il saggio di Hakuzwimana si inserisce in un contesto di impegno collettivo, in cui la scrittura diventa azione condivisa, in cui «trasformare la fatica in forza creativa, in capacità di immaginare un mondo diverso» per «costruire una realtà radicalmente nuova.35»
La piazza
Se passiamo a un altro luogo dell’impegno di Espérance Hakuzwimana, troviamo la piazza. In piazza Espérance si appoggia alla Rete 21 marzo, rete di associazioni torinesi unite contro il razzismo e le discriminazioni.

Nella didascalia haku.zwimana scrive:
«[…]Ho una famiglia di fratelli e sorelle in piazza, in collera e di carne che hanno deciso di lottare.
Ho una folla di esistenze e sogni pazzeschi che possono essere e devono accadere.
Ho un oceano di storie che se non lo fa nessuno le scriverò io perché siamo già in ritardo di anni. […].»
In un’intervista in Piazza Castello, disponibile sulla pagina Instagram della Rete 21 marzo, Hakuzwimana si definisce sia scrittrice che attivista, dicendo:
«Bisogna sempre ricordarsi che noi attivisti siamo degli esseri umani prima di tutto e io mi definisco anche scrittrice oltre che attivista. Quindi è cruciale per me riuscire ad aiutare le persone anche a trovare una strada, nei miei limiti perché io sono una persona che parla di antirazzismo, ma, come dico sempre, sono comunque cresciuta in provincia di Brescia e ho a mia volta interiorizzato del razzismo. Non basta essere neri per essere antirazzisti, non avviene automaticamente. Ognuno di noi deve lavorare, a diversi livelli.36»
La piazza è per Hakuzwimana il luogo in cui mostrare che «il personale è politico». Questa espressione ha una lunga vita e arriva dai movimenti femministi degli anni Settanta per poi giungere anche al mondo Lgbtqia+37. Un esempio di commistione tra dimensione personale e politica sono i saggi di bell hooks, tra gli altri Da che parte stare, in cui l’autrice, a partire dal racconto di sé, indaga l’interconnessione tra razza, genere e classe38. Ma si pensi anche ad Audre Lorde, che nel suo Sister Outsider sottolinea che «the personal as the political can begin to illuminate all our choices.39» Così, portare il corpo in piazza dimostra di vivere il corpo come uno spazio politico. Infatti, è intorno al corpo che prendono vita i discorsi egemonici, le narrazioni dominanti e quelle «liminali», che hanno contribuito a costruire un assetto sociale come quello che conosciamo oggi. Il corpo, infatti, non è una superficie neutra, ma «una piattaforma simbolica su cui inscrivere valori e norme sociali.40» In questo caso, poi, i corpi che manifestano sono politici perché sono percepiti come «corpi estranei41», esterni al corpo della nazione. Come afferma Oiza Queens Day Obasuyi, «Il corpo nero serve a qualcuno che nero non è per utilizzarlo come scudo o baluardo per non riflettere sulla società in cui vive, per non analizzare la complessità e le questioni scomode. Una di queste è proprio la politicizzazione del colore della pelle.42»
Portando il corpo in piazza, la scrittrice e l’attivista presenti in Espérance Hakuzwimana si uniscono in un’unica figura e prende forma il suo posizionamento. Si può quindi affermare che, nella figura di questa autrice, la scrittura ipermoderna dell’impegno ha una postura specifica e ben situata, dichiarata e condivisa. La piazza diventa per l’autrice lo spazio deputato alla collettività, dove poter condividere la propria esperienza, ascoltare quella degli altri e vivere la dimensione comunitaria. Dimensione che cerca di costruire anche con la scrittura e sui social, attraverso il dialogo che crea con la sua “banda”.
I social
Già da ragazza Espérance aveva utilizzato un blog per dibattere dei temi più disparati. Da quell’esperienza ha mantenuto la dimensione dello scambio umano, mentre ha aggiunto alla sua proposta l’attenzione all’antirazzismo43. Per quanto riguarda Instagram, durante la Scuola Holden i suoi compagni la spingono ad aprire un profilo e lei decide di utilizzarlo per parlare di libri. In realtà oggi il profilo ha anche altri scopi. Per esempio, prendiamo come caso i suoi Q&A, in modo da mettere in risalto la risposta e l’interazione con la collettività: nelle sue stories, haku.zwimana riesce a proporre uno scambio, quasi un dibattito attraverso un box domande in cui pone questioni centrali per il suo lavoro, ma al contempo molto ampie, che permettono a tutti e tutte di poter partecipare allo scambio. Lei stessa definisce questo contesto uno spazio libero dove poter esprimere sé stessi totalmente, dove si verrà ripubblicati in anonimo, dove concedersi del tempo per pensare a qualcosa di scomodo, dimezzando la fatica del pensiero grazie alla compagnia di una comunità che ascolta con cura e non giudica. L’idea di creare questo spazio nasce da un’esigenza che la scrittrice ha percepito in sé stessa e nelle persone accanto a sé: quella di non essere soli, ma di sentirsi parte di un qualcosa, sentirsi visti, ascoltati e riconosciuti.
Si noti come il tema è ricorrente, ma gli strumenti di lotta sono molteplici e variano a seconda dello spazio coinvolto: i libri, la piazza, e i social.

Il pubblico a cui l’attivista si rivolge su Instagram è quindi vissuto da lei come una comunità, ma nel mondo ipermoderno si può ancora parlare di comunità? Non è piuttosto una community44, dato che i membri non si conoscono tra loro? Si potrebbe obiettare che c’è, all’interno della banda, una comunione di intenti, ideali e valori. Sicuramente, nel definire questo gruppo “banda”, haku.zwimana tenta di valorizzare l’aspetto comunitario e familiare, scoraggiando un’interpretazione da community che si unisce sotto l’egida di un influencer.45

Inoltre, la vita sui social mette in evidenza delle relazioni, delle amicizie, che poi proseguono nelle vite private o in piazza. A partire da Grace Fainelli, già citata prima, con cui Hakuzwimana ha un prolifico dialogo su Instagram, ma anche una costante collaborazione nei vari progetti che portano avanti insieme a Torino. O ancora, la relazione con Djarah Kan, che ha scritto, come lei, un racconto della raccolta Future, già citata in precedenza. O ancora Nogaye Ndiaye, sui social leregoledeldirittoperfetto, autrice di Fortunatamente nera e di Universo parallelo, in cui tenta di denunciare gli stereotipi razziali smascherandone l’assurdità, con ironia e saggezza46. Si forma così una comunità, un gruppo di intellettuali che si sostengono a vicenda, in ottica di solidarietà e sorellanza per portare avanti una causa comune: una narrazione complessa e stratificata dell’Italia nera. Anche Hakuzwimana afferma che «il valore dei social è mantenere un contatto che va avanti di persona. Senza la relazione “in presenza”, anche il lavoro sui social perderebbe di valore.47» Inoltre, è proprio dal confronto con le persone sui social – oltre che dalle persone incontrate durante i laboratori a scuola, nelle formazioni e in altri contesti lavorativi – che Hakuzwimana prende spunto e ispirazione per la sua scrittura. Un altro social network utilizzato dall’autrice è TikTok, su cui ha fruito di diversi contenuti, per esempio per raccogliere i punti di vista dei ragazzi e degli studenti durante la stesura di Tra i bianchi di scuola, come afferma nel testo stesso: «ho collezionato commenti sotto i video di TikTok, YouTube, Instagram; ho origliato stralci di conversazioni alle fermate degli autobus, sulle scale antincendio, sulle chat dei gruppi di Whatsapp, alle festine di compleanno, nei bagni delle aule studio, al bar, nello spogliatoio della piscina, al cambio dell’ora, in stazione e in tanti altri spazi.48» Tuttavia, raramente propone dei contenuti e, se lo fa, è in modo mirato in alcune specifiche circostanze: come in occasione della nascita del Circolo Balde, dedicato solo alle persone nere e/o afrodiscendenti.
Conclusioni
Se inizialmente la scrittura era parte del suo impegno politico, della sua militanza, oggi l’equazione andrebbe ribaltata: il suo impegno, la sua lotta consistono nella possibilità di scrivere di ciò che vuole. È una lotta fondamentale per le persone afrodiscendenti, che non vogliono essere riconosciute soltanto per la loro identità razzializzata, ma prima di tutto per il loro talento di scrittori e scrittrici. Allora, se si racconta di razzializzazione, lo si fa perché è una scelta e non l’unica via possibile. Sebbene nell’editoria italiana si siano fatti passi avanti non indifferenti, il lavoro da fare è ancora molto. Se pensiamo alla copertina di E poi basta del 2019, dove viene rappresentata l’autrice mettendo in luce i suoi tratti somatici, o ancora più indietro a libri come Pecore nere, del 2005, o La mia casa è dove sono del 2010, la copertina di Tra i bianchi di scuola, del 2024, sembra un buon inizio.
Questo cambiamento è visibile nelle parole di Hakuzwimana stessa che, alla domanda «per te scrivere è parte della tua militanza? Scrivere vuol dire anche impegno politico?», risponde:
«Un anno fa ti avrei detto che per me scrivere è combattere ed è la mia arma. Andare in giro con i miei libri era militanza per me. A diciannove anni ho iniziato a leggere con foga, avevo una fame infinita di lettura e cercavo nei libri le mie stanze e le mie battaglie, volevo stimoli e spunti a me vicini. Mi volevo sentire impegnata, mi volevo dare un valore. Lavorare a questo romanzo [Tutta intera, ndr] negli ultimi due anni invece mi ha portata oltre. La potenza della storia che stavo raccontando mi ha schiacciata da una parte ma anche liberata e mi ha permesso di recuperare l’amore verso la letteratura. Non cerco più nei libri quello che penso di conoscere già, cerco qualcosa che non so, che non c’entra niente con me, per leggere e basta. Leggere sembra un verbo semplicissimo, ma per me vuol dire ascoltare e io avevo smesso di ascoltare. Scrivere e leggere prima significava combattere ma adesso combattere è poter leggere e scrivere liberamente. Essere altro oltre che nera.49»
Forse, allora, la scrittura, pur rimanendo luogo di impegno, non può essere unicamente dedicata alla militanza, ma è uno spazio più complesso, che l’autrice rivendica anche come campo di creazione. In questo senso, ciò che sostiene Espérance Hakuzwimana è che la letteratura, per lei, è impegno e politica, ma non soltanto: «non posso fare a meno di impegnarmi perché descrivo il mondo attorno a me e il mondo attorno a me ha molti problemi da risolvere e cose da cambiare, ma rivendico il diritto di parlare di ciò che voglio.50»
Si noti, però, che si tratta di un percorso in continuo divenire: a partire da E poi basta in cui, nel capitolo «Donna e nera», Hakuzwimana ripercorre la condizione di una donna nera in Italia con un approccio intersezionale; per arrivare a un libro ancora in definizione sull’identità in cui l’autrice decide, come spiega nell’intervista condotta da chi scrive, che inserisce varie sfaccettature della sua identità molteplice (come l’essere donna, scrittrice, giovane), ma esclude la nerezza. Non perché non ci sia, ma perché è così visibile e presente, è così già fondante della sua precedente narrazione dell’identità, che è tempo di concentrarsi su altro. Si può concludere affermando che, se gli scrittori ipermoderni portano avanti «forme di realismo, volontà di raccontare il presente, partecipazione civile, denuncia, fiducia in una qualche possibile verità della letteratura51», Espérance Hakuzwimana rientra bene nell’idea di ipermodernità offerta da Donnarumma.

Note
- Raffaele Donnarumma, Ipermodernità: ipotesi per un congedo dal postmoderno in «allegoria», 64, 2011.
- In realtà non tutti gli studiosi concordano su questa periodizzazione del postmodernismo letterario. Per esempio, Romano Luperini sostiene che non si possa parlare di postmoderno almeno fino alla metà degli anni Settanta considerando non soltanto fattori letterari, ma anche sociali, economici e politici. Afferma: «Dovessi indicarne una direi il 1973, quando si esaurisce l’onda lunga della neoavanguardia, viene meno la contestazione sociale e politica (fatti del Cile, compromesso storico), comincia la crisi economica (fine della società del benessere, crisi petrolifera, austerità).», R. Luperini, Su Ipermodernità di Raffaele Donnarumma, in «La letteratura e noi», 23 settembre 2014, visto il 15/05/2025.
- R. Donnarumma, Ipermodernità, cit., p. 8.
- Di questa expertise dell’autore ipermoderno ha parlato Donnarumma in occasione del Convegno internazionale “Nuove forme dell’impegno nella letteratura del XXI secolo”, tenutosi all’Université Savoie Mont-Blanc di Chambéry il 13-14 marzo 2025.
- L’espressione «il corpo della nazione», molto usata in riferimento alla nazione italiana come white space e alla non appartenenza di determinati corpi al più vasto corpo della nazione, è un concetto ripreso da Silvana Patriarca, Il colore della Repubblica. «Figli della guerra» e razzismo nell’Italia postfascista, Torino, Einaudi, 2021, in cui si tratta il tema del “meticciato” in Italia dopo il fascismo e il colonialismo in Africa Orientale; ma anche dall’articolo di Igiaba Scego, Cosa fare con le tracce scomode del nostro passato, in “Internazionale”, 9 giugno 2020, visto il 10 aprile 2025.
- Marta Ferrero, intervista in data 4/03/2025.
- Ibidem.
- Espérance Hakuzwimana – Il viaggio di una scrittrice tra identità e letteratura, intervista di Torino Cultura, visto il 19 febbraio 2025.
- Nadeesha Uyangoda, L’unica persona nera nella stanza, 66thand2nd, Roma, 2021.
- Igiaba Scego (a cura di), Future. Il domani narrato dalle voci di oggi, effequ, Firenze, 2019.
- Ibidem, p. 6.
- Espérance Hakuzwimana, E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana, People, Busto Arsizio, 2019.
- Dal vocabolario Treccani: «Programma politico o culturale lanciato da partiti, da gruppi o da correnti», visto il 20 settembre 2025.
- Peoplepub.it/Chi siamo
- E. Hakuzwimana, E poi basta, cit., p. 9.
- Enrico Mattioda, recensione di Stefania Lucamante, Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narratives, in «Oblio 40», a. X, n. 40, 2020, pp. 252-254.
- Audre Lorde, The Uses of Anger: Women Responding to Racism, Contributed by BlackPast, 2012 [1^ ed. 1981].
- E. Hakuzwimana, E poi basta, op. cit., p. 31.
- Marilena Delli Umuhoza, Lettera di una madre afrodiscendente alla scuola italiana, People, Busto Arsizio, 2023, p. 99.
- Hazel V. Carby, White Woman listen! Black Feminism and the Boundaries of Sisterhood, 1982.
- E. Hakuzwimana, E poi basta, op. cit., p. 22.
- Giulia Caminito, Espérance Hakuzwimana: «La candeggina, i trucchi della mamma: da bambina anch’io volevo essere bianca» in “Corriere della sera”, 4 settembre 2022, visto il 2 marzo 2025.
- E. Hakuzwimana, E poi basta, op. cit., p. 182.
- Ibidem, pp. 183-184.
- Marco Medugno, Rereading Afropean Identities Through Espérance Hakuzwimana’s Tutta intera, in «Il Tolomeo», Vol. 25, 2023.
- In questo senso, si può pensare a diversi studi Giuliani Gaia, Tutti i colori del bianco. Prospettive teoriche e sguardi storici sulla «whiteness», in «Studi culturali», a. VII, n. 1, 2010, pp. 79-85; Ead., Il bianco negro. La «bianchezza» in Italia dall’Unità al fascismo, vol. 4, n. 11, 2011, pp. 615-621; Ead., The Colour Lines of Settler Colonialism, in «Arena Journal», vol. 37/38, 2012, pp. 105-128; Ead., «Non ci sono italiani negri». Il colore legittimo nell’Italia contemporanea in La sottile linea bianca. Intersezioni di razza, genere e classe nell’Italia postcoloniale, in «Studi Culturali», a. II, n. 1, 2013, pp. 253-267.
- M. Medugno, Rereading Afropean Identities Through Espérance Hakuzwimana’s Tutta intera, op. cit., p. 136.
- Espérance Hakuzwimana – Il viaggio di una scrittrice tra identità e letteratura, cit., visto il 3 marzo 2025.
- E. Hakuzwimana, Tra i bianchi di scuola, Einaudi, Torino, 2024, retrocopertina.
- Ibidem, pp. 9-11.
- Ibidem, p. 96.
- Ibidem, p. 111.
- Narrazioni Contaminate, visto il 20 maggio 2025.
- Fainelli Grace, Decolonizzare lo sguardo, Eris, Torino, 2025, p. 5.
- Ivi, p. 84-85.
- Qui un articolo che prova a ripercorrere la storia dell’espressione «personale è politico»: visto il 15 maggio 2025; e un numero di rivista degli anni Settanta intitolato allo stesso modo: Il personale è politico. Materiali del movimento femminista, in «quaderni di lotta femminista», n. 2, 1973.
- bell hooks, Da che parte stiamo: la classe conta, Tamu, Napoli, 2022.
- Audre Lorde, Sister Outsider. Essays and Speeches, Triangle Classics, 1984, p. 113.
- Pesarini Angelica, Madri nere, figlie bianche. Forme di subalternità femminile in Africa Orientale Italiana in Deplano Valeria, Mari Lorenzo, Proglio Gabriele (a cura di), cit., pp. 161-179, p. 164.
- Oiza Queens Day Obasuyi, Corpi estranei. Il razzismo rimosso che appiattisce le diversità, People, Busto Arsizio, 2020.
- Ibidem, pp. 41-42.
- In un’intervista condotta da chi scrive, Espérance Hakuzwimana spiega: «ci sono due elementi che sono – e sono sempre stati – una costante nel mio lavoro: l’umanità, lo scambio umano; e l’antirazzismo, l’attivismo in chiave antirazzista.»
- Nel Vocabolario Treccani, è definita «social community» un «gruppo di utenti della rete telematica che si riconoscono nella condivisione di interessi comuni, entrano o si mantengono in contatto attraverso le reti sociali». Sul tema della comunità e di come l’avvento di internet abbia intaccato l’impostazione comunitaria della nostra società, già precedentemente a rischio, è interessante la lettura di Marco Aime, Comunità, il Mulino, Bologna, 2019
- Per approfondire la differenza tra attivista e influencer rimando al saggio di Irene Facheris, Noi c’eravamo. Il senso di fare attivismo, Rizzoli, Milano, 2023; mentre per riflettere sull’attivismo portato avanti da influencer rimando all’articolo di Stefano Brilli, Oscar Ricci, Elisabetta Zurovac, Dai saperi esperti al saper esporti: la legittimazione culturale dell’attivismo degli influencer in «Quaderni di Teoria Sociale», n. 2, 2024.
- Nogaye Ndiaye, Fortunatamente nera. Il risveglio di una mente colonizzata, HarperCollins Italia, Milano, 2023; Ead., Universo parallelo. Il paradigma del privilegio, People, Busto Arsizio, 2024.
- M. Ferrero, intervista in data 4/03/2025.
- E. Hakuzwimana, Tra i bianchi di scuola, op. cit., p. XX.
- Caminito Giulia, intervista a Espérance Hakuzwimana: «La candeggina, i trucchi della mamma: da bambina anch’io volevo essere bianca», “Corriere della sera”, 4/09/2022, visto il 12 febbraio 2025.
- M. Ferrero, intervista in data 4/03/2025.
- Donnarumma Raffaele, Ipermoderno. Come raccontare la realtà senza farsi divorare dai reality in «Le parole e le cose», visto il 21 settembre 2025.
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