Bibliomanie

indice del numero 37
settembre/dicembre 2014

Il romanzo italiano del Settecento tra autori ed editori
di , Saggi e Studi

L'attenzione nei confronti della narrativa romanzesca italiana del XVIII secolo è un fenomeno assai recente nell'ambito della critica letteraria. Soltanto negli ultimi decenni, grazie ai contributi di Carlo Alberto Madrignani e Luca Clerici, tra gli altri, si è potuti giungere ad un corretto inquadramento stilistico, tematico, nonché filologico di autori quali Pietro Chiari o Antonio Piazza. Le occasioni di ricerca sono ancora tante, in un ambito che rimane tuttora largamente ignorato a causa della mancanza di analisi e documentazione. Tra le varie strade possibili, non è stata compiuta, al momento, un'indagine in prospettiva editoriale. Il presente studio ha appunto il modesto obiettivo di introdurre un tentativo di inchiesta in tal senso, puntando l'accento ora sui dati relativi alla produzione libraria, ora sulla condizione degli autori e sulle strategie dei loro editori, nella convinzione che anche temi così lontani dalle storie della letteratura possano contribuire a spiegare la nascita, nel nostro paese, del genere letterario cardine della modernità ... continua a leggere

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Francesco Giorgio Veneto e la Venezia del suo tempo
di , Saggi e Studi

Il ruolo e il successo che Francesco Giorgio Veneto (1466 - 1540) ha avuto nella cultura del suo tempo risiedono nella capacità che questi ebbe di conciliare e attualizzare saperi diversi. I molteplici contenuti delle sue opere hanno contribuito a comprendere la sottile, ma esistente linea di affinità e continuità con gli astronomi, i matematici e, più in generale, i filosofi a lui contemporanei. Del frate verranno apprezzate la cultura mai enfatica ed esibita, il tono misurato, la grande pertinenza e ricchezza terminologica, la portata delle sue fonti, l’ordine, la misura, l’equilibrio, la simmetria e l’armonia come forma mentis individuale. In Zorzi convivono più anime, mai in conflitto l’una con l'altra e sempre, a loro modo, coerenti: il francescano colto, il patrizio raffinato, il diplomatico discreto, l’intellettuale ‘onnivoro’, il mistico iniziato, ma soprattutto l’uomo di Chiesa che coglie la crisi di Roma e che, pur vivendo in una città fortemente antagonista nei confronti di quella (Venezia, va da sé), nel De Harmonia mundi, il suo capolavoro, non cita mai. Agli inizi del Cinquecento, Venezia versa in una crisi politica, economica e religiosa destinata a condizionare la vita culturale della Serenissima per il resto della sua storia. Nel giro di trent’anni, si ritrova accerchiata e costretta a ripiegare, contenere, combattere, negoziare e infine abbandonare il sogno espansionistico accarezzato per secoli. ... continua a leggere

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La concezione del linguaggio di Giambattista Vico e l’opposizione alla cultura francese
di , Saggi e Studi

Uno dei problemi che maggiormente giungono a maturazione nel contesto dei secoli XVII e XVIII, suscitando vivo interesse sia sul piano teorico sia su quello delle implicazioni pratiche, è costituito dalla questione del linguaggio e del suo ruolo nell’ambito della conoscenza. Più in generale, nel corso del tempo, il problema della lingua era stato sentito, almeno negli ambienti di livello culturale più elevato, come uno dei più importanti e significativi. Data la complessità del fenomeno linguistico, va chiarito che non è possibile parlarne come se fosse un problema unitario, ma esso ebbe molteplici risvolti e vari piani di discussione. Non a caso, Umberto Eco elenca una serie di problematiche linguistiche sviluppatesi durante i secoli ed originatesi dall’assunto che, in primo luogo, con il peccato originale, l’uomo avesse perso la capacità di formulare un linguaggio che fosse capace di esprimere la vera natura delle cose (onomathesia) e, in secondo luogo, che da quel momento si era originata una confusione di lingue alla quale occorreva porre rimedio, ricercando una lingua comune a tutti gli uomini. Le difficoltà dell’impresa furono tali che, ad un certo punto, la ricerca di una lingua che doveva aspirare in qualche modo alla perfezione, si intrecciava con quella più modesta ma non meno ambiziosa di una lingua universale e spesso i d... continua a leggere

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Fra labirinti di templi complessi. Premesse storico-critiche allo studio di letterati tedeschi del Sette – Ottocento prossimi agli ideali della Massoneria
di , Saggi e Studi

La Germania, insieme con l’Inghilterra, la Scozia e la Francia, è una delle culle della Massoneria moderna, di quella, dunque, definita “speculativa”. Anche se, antecedentemente al XVIII secolo, le cosiddette Logge “operative” sono state importanti e numerose, ed hanno saputo ben presto accogliere, come del resto le omologhe inglesi, dei “muratori accettati” (vale a dire uomini che non appartenevano al mestiere, come artisti e filosofi), le prime vere Logge moderne furono, in Germania come in tutt’Europa, di origine britannica. Probabilmente ad Amburgo, nel 1737, fu fondata la prima Loggia speculativa tedesca, che nel 1741 prese il nome di “Absalon”. Una sua delegazione iniziò, il 14 agosto 1738, il futuro re di Prussia, Federico II, ‘despota illuminato’ e gran sostenitore della Massoneria in Europa, nonché istitutore egli stesso di una prima Loggia a carattere privato nella propria residenza di Rheinsberg, e successivamente promotore a Berlino di un’officina destinata a divenire la più importante dell’intera Germania. Il 13 settembre 1740 avviene l’apertura ufficiale della Loggia berlinese intitolata “Ai tre Globi”, che avrebbe accolto insigni personalità di Prussia, fra le quali i fratelli di Federico II e il Margravio del Brandeburgo, dedicatario, fra l’altro, dei celeberrimi Concerti brandeburghesi (1721) di Johann Sebastian Bach. Le pr... continua a leggere

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La lunga attività del cavalier Gazzoni. Imprenditore sui generis fra Bologna e l’Europa
di , Saggi e Studi

L’immagine che meglio sembra descrivere il rapporto fra l’imprenditore Arturo Gazzoni e la Massoneria è quella di un fiume carsico, che in alcuni frangenti scorre sotterraneo e, in altri, riemerge con forza in superficie. Già nelle precedenti edizioni di Bologna massonica altri autori – Stefania Mirandola e Giuseppe Scarenzi – avevano fornito le poche notizie disponibili sull’attività latomistica di Gazzoni. Viene iniziato libero muratore l’11 marzo 1908 nella loggia Carlo Pisacane di Roma, promosso Compagno d’Arte il 6 aprile e, infine, elevato al grado di Maestro Venerabile della loggia “ça ira” di Bologna, diventando in seguito presidente della loggia di rito Simbolico Italiano. In cerca di altre fonti, ci siamo imbattuti in una rivista quanto mai curiosa – il “Mulo” – che, in un supplemento del 1914, pubblica entusiasticamente l’elenco dei vertici del Grande Oriente d’Italia, delle Logge regionali del Rito Simbolico, di Logge e Triangoli: ne risulta che Gazzoni era ancora il Venerabile della “Ça ira”: «Emilia, Bologna: Ça ira (rito simbolico) – Indirizzo: sig. Arturo Gazzoni, via S. Stefano 30, palazzo Bonora». Settimanale “anticanagliesco” di area cattolica, il “Mulo” condusse aspre battaglie proprio contro la Massoneria, testa di turco principale assieme ai socialisti e agli anticlericali. È dunque «per il bene della Religione e della Patria» che gli autori azzardano la pubblicazione, in... continua a leggere

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Questioni di confine. Intellettuali trentini e la grande guerra
di , Note e Riflessioni

La neo-parlamentare europea Barbara Spinelli su La Repubblica metteva così in guardia, mesi fa, sulla propensione a un “ritorno al 1914”: " Gli anni versari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo. Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena di soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per di re che l'euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente, come mai troni questo nome - i Sonnambuli - che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l'indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra". Utile ritornare quindi a quel lontano 1914 e a come lo vissero gli intellettuali di confine, figure centrali del nostro "secolo breve". Klaus Amann, in un saggio dal significativo titolo Il tradimento degli intellettuali: il caso austriaco, ha messo in luce come, fatta eccezione per A. Schnitzler e K. Kraus, “in Austria tutti letteralmente soggiacquero all’isteria dominante”, compreso Robert Musil, il cui ripensamento giunse tardivo, dopo l’esperienza di guerra sul fronte meridionale. Di fatto, l’intero mondo intellettuale austriaco cadde vittima delle sirene belliciste. In particolare, Amann si sofferma sul tradimento degli ideali antimilitaristi da parte della dirigenza della socialdemocrazia austriaca – Victor Adler in testa – mettendo be... continua a leggere

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Voltaire filosofo
di , Note e Riflessioni

Negli ultimi anni gli studiosi di Voltaire hanno concentrato l’attenzione sulle procedure di ri-uso o di riutilizzazione con cui Voltaire ha spesso ripreso per un testo che aveva in elaborazione pezzi già pubblicati in altra occasione. Non si tratta solamente dell’attenzione ai criteri di “copia/incolla” spesso applicati, ad esempio, dal Voltaire storico nella utilizzazione dei testi che costituiscono delle “fonti” o degli intertesti della sua opera. Voltaire in maniera disinvolta ri-usa spesso (soprattutto il Voltaire degli anni di Ferney) pezzi (o testi) già pubblicati in precedenza. È soprattutto nel caso di opere alfabetiche che il fenomeno diventa particolarmente vistoso: come è stato stabilito da Christiane Mervaud, una cinquantina di “voci” del Dictionnaire philosophique portatif (1764, con ristampe negli anni successivi) finiscono per essere riprese nelle Questions sur l’Encyclopédie (9 volumi pubblicati fra il 1770 e il 1772). Se si pensa poi al fatto che nell’edizione cosiddetta “incorniciata” (“encadrée”) del 1775 delle opere di Voltaire (fatta sotto la sorveglianza stessa del philosophe) il Dictionnaire philosophique portatif è smembrato e non conserva più una fisionomia autonoma (nonostante se ne continuino a ristampare a parte delle edizioni!), si può capire la portata che ha nell’attività dell’ultimo Voltaire la procedura del ri-uso. Il r... continua a leggere

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Per conoscere Lorenzo Giusso
di , Note e Riflessioni

Lorenzo Giusso fu anzitutto ispanista di primo rango. Ma non solo, perché egli, nella non lunga ma intensissima parabola creativa, si rivelò davvero di “multiforme ingegno”: homme de lettres eclettico quanto geniale, pensatore inquieto come pochi, viaggiatore instancabile nell’Europa e, più ancora, nello spirito, professore senza fissa dimora, scrittore, poeta, saggista, giornalista, dai diversi toni e dall’infaticabile rabdomanzia tra Francia, Germania e Spagna – la diletta Spagna. Napoletano, nato il 25 giugno del 1900, aristocratico per stirpe, estrazione sociale e – forse più ancora – per stile di vita, pensiero e scrittura, Lorenzo Giusso viene tuttora considerato da un musicologo straordinario come Piero Buscaroli uno dei maestri decisivi, insieme con Leo Longanesi, Pietro Gerbore, Ettore Paratore, Giovanni De Vergottini, tutti intellettuali dediti a una profondità insieme asistematica e rigorosa, tutti autori capaci di scandagliare i vissuti dei grandi individui, delle personalità in grado d’intrecciare incontri decisivi per l’esistenza di qualsiasi lettore. Leggere Giusso equivale a calarsi nella storia e nella memoria, in una bibliografia individuale raffinata e coesa, seppur vasta, dove l’intuizione critica si abbina all’estro tumultuoso per l’immagine a effetto, che trova puntuale corrispondenza nella citazione dotta ed esatta, calzante. Laureato in Lettere e Filosofia a Napoli nel 1924 (ma anche, quasi par... continua a leggere

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Traghettatori della parola. Oscura vita di doppiatori e traduttori
di , Note e Riflessioni

Tra le espressioni culturali e artistiche più frequentate, due di queste vengono interpretate da personaggi sconosciuti, la cui esistenza è comunemente trascurata dai dibattiti televisivi più populistici ai salotti letterari di appartata selettività. Il loro valore, la capacità professionale non viene mai discussa, elogiata, criticata, nel bene e nel male, un vuoto di attenzione anomalo in una società dove ormai ogni dettaglio dello spettacolo esige il proprio spazio di luce nella ribalta. Chi sono? Sono i doppiatori e i traduttori, traghettatori della parola, evocatori delle nostre emozioni. Personaggi invisibili, nascosti dai clamori dello schermo e da quella inspiegabile invisibilità della prima pagina di un libro, riportante il nome del traduttore, che viene d'abitudine trascurata dal lettore. Ma proprio a loro, a questi oscuri interpreti, invisibili quanto determinanti, dobbiamo in gran parte l'attrattiva del grande schermo e l'intensità espressiva di un testo che ha saputo illuminare qualcosa di profondo che covava in noi ma non riuscivamo a percepire. Insomma dobbiamo in gran parte a loro quel piacevole stato d'animo, all'uscita dal cinema, dopo aver visto un bel film, o giunti all'ultima pagina di un libro nell'accorgerci di provare la soddisfazione di aver dedicato parte del nostro tempo a una buona lettura. Questa mia apologia dei traghettatori della parola sembrerà eccessiva, ma mi addosso tutta la responsabilit... continua a leggere

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Intorno a una traduzione italiana di Tempeste d’Acciaio di Ernst Jünger. Elementi per una biografia intellettuale
di , Traduzioni, inediti e rari

Un giorno di primavera a Berlino, alcuni anni fa, al terzo piano di una casa «casa occupata» di Potsdamer Straße a due passi dal muro, che giovani oppositori della speculazione urbana stanno rimettendo in sesto con piglio un po’ dogmatico. Dalle ringhiere fine-secolo pendono ad asciugare gli indumenti in varie tonalità di arancione dei seguaci di una setta religiosa. Dentro, barattoli di vernice, strumenti musicali, stoviglie da lavare. In un angolo, una pila di libri: il primo è Annährungen (Approcci), l’itinerario fra le droghe e nell’estasi di Ernst Jünger [1895-1998]. Gli inquilini ignorano che alla loro età, più di mezzo secolo prima, Jünger, sopravvissuto alla Grande guerra con una dozzina di ferite gravi e la massima decorazione tedesca, l’Ordre pour le Mérite, dava alle stampe tutt’altro breviario, In Stahlgewittern (Tempeste d’acciaio). Acclamato agli esordi dall’ala più radicale dei reduci, lo scrittore ha raccolto e continua a raccogliere, nel lunghissimo autunno di un’esistenza che sfiora la soglia di un’ironica mitologia, l’omaggio di hippies, verdi e alternativi di varia estrazione, venuti a bussare all’eremo di Wilflingen. Il contrasto è suggestivo, ma non deve trarre in inganno. Malgrado qualche tentazione oracolare, Jünger non è stato il vero capofila dei primi, né può essere considerato oggi il patriarca o il consolatore dei secondi. Dall’alto dei suoi novantacinque fertilissimi ann... continua a leggere

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Il principe dispotico e il popolo incatenato. A 240 anni da The chains of slavery di Jean-Paul Marat
di , Traduzioni, inediti e rari

Sono passati esattamente duecentoquarant’anni dalla pubblicazione di quello che è senza dubbio uno dei libri più importanti di Jean-Paul Marat (1743-1793), The Chains of Slavery, uscito a Londra – anonimo e a spese dell’Autore – nel maggio del 1774, durante la campagna elettorale per la Camera dei Comuni. Nel corso del decennio precedente, egli ha per lunghi periodi risieduto e lavorato come medico nella capitale britannica, dove è stato un assiduo frequentatore di clubs politici, maturando posizioni di stampo «democratico». Ora confida con questo scritto di risvegliare il sentimento del dovere civico del popolo inglese. L’opera, che ha richiesto innumerevoli letture preliminari e ha avuto una non breve gestazione, è caratterizzata da evidenti influssi rousseauiani (ma qua e là s’intravede anche la lezione di Montesquieu) ed è volta tanto a denunciare le tendenze «dispotiche» (termine, in codesta sede, da intendersi come sinonimo di «tiranniche») dei varî monarchi che – con malizia e iattanza – hanno via via calcato le scene della storia quanto a descrivere gli stratagemmi dei quali costoro si sono serviti per instaurare e consolidare il proprio potere ai danni delle moltitudini popolari. In The Chains of Slavery, anzi, si riscontra un vero e proprio studio dei mezzi impiegati dai principi per diventare sempre più potenti. I progressi del «dispotismo» sono in ogni tempo e in ogni luogo attribuiti dall’Autore ad un ef... continua a leggere

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Tradurre la forma, tradurre il senso. Oscar di Carol Ann Duffy
di , Traduzioni, inediti e rari

Oggi tutti sappiamo cosa significa “tradurre”, ma chi non ha studiato latino al liceo o lingue e traduzione ed interpretariato all'università, difficilmente saprà che l'origine della parola non ha nulla a che vedere con l'idea di riscrittura linguistica a cui è legato questo termine. Infatti i termini latini utilizzati per indicare una traduzione erano vertere, convertere, interpretari, transvertere, exprimere, explicare, latine reddere, latine disserere e non, come si potrebbe pensare, traducere, che significava spostare, trasferire da un luogo all’altro (da TRANS al di là e DUCERE condurre) e non compare né nel latino antico, né in quello medievale (Sabbadini 1900: 201). Ancora nel 1300 si usava generalmente “traslatare” (rimasto poi nell’inglese “translation”) derivandolo dal participio di transferre. Il concetto moderno del tradurre nasce solo nel 1400, a causa (o grazie) ad un errore di Leonardo Bruni che nelle Noctes Atticae di Aulo Gellio usa traductum, inteso nel testo come “trapiantato” dal greco al latino, nel senso odierno di “tradotto”. Da quel piccolo errore, involontario o meno che sia stato, il vocabolo traducere è entrato prepotentemente nella lingua italiana e si è affermato cancellando oggi quasi tutti i potenziali sinonimi sopravvissuti sino all'inizio del novecento, come “recare in volgare”, “ritrarre in volgare”, “volgarizzare”. Rare tracce del significato originale di traducere rimangono ai gio... continua a leggere

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Moltitudine
di , Letture e Recensioni

Ho fatto un sogno. Facile dire: un sogno. Visioni, immagini, ritratti svolazzavano nella camera del mio cervello. Era una figurina, un viso, un fantasma, come sulla superficie mossa di un secchio pieno d’acqua. Erano due, una che si sdoppiava, dondolando, e una rideva mentre l’altra aveva il muso. Erano tre, perché alle prime due si sovrapponeva una più prepotente, più vivida, che poi trascolorava. Era un brulicame come di formiche che giravano intorno al loro formicaio e in un istante non si riusciva più a distinguerle. Allora sentivo pure una voce che declamava un antico haiku: "L'apparenza di questi volti nella folla Petali su un umido, nero ramo". Roba giapponese? eppure mi pareva di ricordare che questi versi li aveva scritti Ezra Pound, nel 1913. La data mi apriva una visione di numeri pulsanti neri sulla parete bianca della memoria. L'ultima sigaretta di Zeno! immancabilmente un'ultima data che ne diventava molte altre. Allora provato a girarmi, ma le immagini proliferavano, diventavano una parete di museo piena di ritratti senza cornice. Era forse lo stesso ritratto ripetuto molte volte? Fissavo i particolari, la curva della guancia, l'ombra della palpebra, per districarmi da quella moltitudine. Strano come moltitudine faccia rima con solitudine... Mi alzavo con un pensiero ossessivo e cercavo nella libreria un testo molto serio, il saggio del buon Toqueville, teorico a metà dell'ottocento della de... continua a leggere

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The second chance
di , Letture e Recensioni

Tutti i nuovi inizi restituiscono il mondo da zero. Questo pomeriggio il sole è alto su Londra e splende in modo sconveniente; di solito preferisce starsene nascosto dietro alle nuvole, lasciando quel velo cupo sulla città. Oggi no. Oggi costringe i pallidi abitanti inglesi a indossare gli occhiali da sole ed abbassare i finestrini delle loro auto mentre sfrecciano sul Tower Bridge perché è tardi. Tardi per cosa, però, non si sa; è sempre tardi anche per non fare niente. È stato calcolato che ogni giorno il ponte è attraversato da circa quarantamila persone che non possono superare i trenta chilometri orari e che invece puntualmente lo fanno, e imprecano mentre suonano il clacson all’infinito contro quelli che rispettano le regole. Oltre a quest’incessante rumore, si diffondono nell’aria di Londra i rintocchi del Big Ben che segna le dodici, orario di pausa per la maggior parte dei lavoratori. Nel giro di una decina di minuti, l’afflusso di macchine e di gente aumenta notevolmente, riempiendo le strade già affollate della città. Gli uffici si svuotano, le persone che abitano vicino al loro posto di lavoro hanno il tempo di tornare a casa a pranzare con la loro famiglia, mentre quelli più lontani sfruttano le sale mense o i pub. Accendere le luci oggi non servirebbe perché è tutto ben illuminato, ma i londinesi lo fanno lo stesso perché non sono abituati e di luce non ce n’è mai abbastanza. P... continua a leggere

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Remo Bodei, La civetta e la talpa
di , Letture e Recensioni

Remo Bodei ha accresciuto, ripensato e rielaborato il nucleo originario di questo volume che era apparso nel 1975, sempre presso il Mulino, con il titolo Sistema ed epoca in Hegel. L’introduzione, scritta dall’autore stesso, chiarisce che il libro "in termini quantitativi è stato però aumentato di oltre un terzo e, qualitativamente, ripensato e rielaborato" Da allora, sono passati trentanove anni, molti casi ed eventi epocali si sono avverati e il mondo è cambiato. Si sono avvicendati fatti politici, militari e culturali, mode di vario genere, e anche i gusti collettivi hanno subito una serie di mutazioni ... continua a leggere

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Alessandro Berselli Anche le scimmie cadono dagli alberi
di , Letture e Recensioni

Il nuovo romanzo di Alessandro Berselli, Anche le scimmie cadono dagli alberi, (ed. Piemme Euro 14 ed. cartacea) è certamente un testo importante per le nostre lettere. S. e io l’abbiamo letto una prima volta quest’estate, in spiaggia, sotto l’ombrellone, bisbigliandocene le parti, quasi in un gioco segreto, ed è stata un’esperienza piacevolissima, perché la storia di Samuel Ferrari era capace di perforare il flusso noioso, caotico del rituale estivo con le sue architetture, le sue volte fresche e affascinanti. Poi l’ho riletto di recente, anche perché volevo raccontarlo, come rifugio della debordante melma delle piogge autunnali esperite davanti al televisore: uno spasso, perché lo sguardo dello scrittore, o, meglio, della sua voce narrante che coincide poi con quella del protagonista, è umoristico, caustico, non è mai immobile o faticoso di lamenti, commiserazioni, ma sa liberarsi di ogni impiccio con signorile eleganza, con la semplicità sentimentale, autentica, di un ragazzo che dica: ecco, questa è la mia vita, io sono questo. Consigliarlo oggi accanto a un liquore prestigioso, abbrancati a una comoda poltrona dopo i pranzi natalizi? Certamente. Ma vediamone il disegno di massima: Samuel Ferrari è un giovane di belle speranze, dalla personalità mercuriale, multiforme, metafora del nostro tempo interconnesso, multitasking. La sua libido mira in alto: carriera in una multinazionale, la poltrona del presidente e l... continua a leggere

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Barbarie Barocca. Glosse imperfette per Digesto Massimo Sannelli
di , Letture e Recensioni

«Un giorno ho cambiato tutti i segni del mio codice, perché era vano», Massimo Sannelli a un certo punto dice in Digesto. L’anno della svolta, dell’uscita dalla scena poetica, è all’incirca il 2010, quando Sannelli rompe con il suo stile di poeta ateo. Autore tutt’altro che disadorno, non ateo, non fingitore, prende atto della distanza dei suoi versi dalla sua autentica predisposizione: l’apparire in scena. «E il corpo è l’uomo», come dice il Tristano di Leopardi. Adesso un «corpo» appare pubblicamente – e apparire è agire, per Sannelli –, e questo significa essere anche «uomo», un uomo dello stile, con stile. Però, quando l’apparire sembrerà più liturgico (alla stregua di un sacerdote all’altare, di mago operante, di performer grotowskiano), Sannelli trasformerà l’esposizione sempre in una parodia, anche clownesca (qui a tratti il linguaggio è duro e materiale, in qualche caso francamente volgare); e quando la deriva comico-realistica sarà esagerata, Sannelli la riporterà nell’alveo liturgico – e lingua e sintassi cambieranno ritmo e suono. Di qui la difficoltà di inserire Digesto, e lo stesso Massimo autore, in qualsiasi ruolo. Ecco perché Sannelli insiste sul fatto che la scrittura è per lui, ora, solo un’«arte applicata»: il momento – ritmicamente ben forgiato, biograficamente accettato e non rifiutato – vale più della struttura, l’operatore vale più dell’opera. La struttura, ovviamente, vale s... continua a leggere

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Ritorni e revenants. Qualche postilla minima a Misure del ritorno. Scrittori, critici e altri revenants, di Luciano Curreri
di , Letture e Recensioni

Una generosa passione anima i saggi di Misure del ritorno. Scrittori, critici e altri revenants1, di Luciano Curreri. Si manifesta non tanto riguardo ad autori od opere particolarmente amate (legittima ovviamente, ma che di per sé non costituirebbe un apprezzabile segnale di originalità), quanto nei confronti dell'indagine in sé, della tensione a capire e a spiegare, a scrutare il mondo attraverso le lenti della letteratura, e soprattutto a leggere tramite esse la contemporaneità, che, per il solo fatto di esserci dentro, è, per chi tenta di interpretarla, di gran lunga il tempo meno facilmente decifrabile. La ricognizione di Curreri è scandita su otto capitoli, sviluppati attraverso un indice inverso dal settimo allo zero, in una esplorazione che ha certo un senso cronologico (prende le mosse da Salgari e termina, grosso modo, con Stajano), ma anche e soprattutto eminentemente soggettivo: man mano che si inoltra nella sua materia e ne percepisce le incandescenze e le occasioni di compromissioni emotive, il critico avverte il peso del coinvolgimento personale, che non solo non nasconde, ma enfatizza appunto nel capitolo zero, quasi una spiegazione di se stesso, dopo le implicite parziali rivelazioni dei saggi precedenti. Questo modo di procedere, certo non così consueto, rende ragione di quanto di sé l'autore abbia investito nel suo lavoro. Ancora: Curreri riesce a legare insieme i suoi saggi, che peraltro ben potrebbero avere vita autonoma, avanzand... continua a leggere

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Note di lettura per l’ultimo Ferraris
di , Letture e Recensioni

È stato più volte fatto notare come le istanze del Nuovo Realismo si caratterizzino per un eccesso di complessità tale da non renderle circoscrivibili in una definizione sintetica. Anche a voler prescindere dalle varie posizioni che vanno sotto il comune denominatore del Nuovo Realismo, nella specifica prospettiva di Maurizio Ferraris ci troviamo di fronte ad assunti sempre più capillari ed esigenti che aprono a nuove coimplicazioni insieme a nuovi gradi di estensione dei predicati nuovorealisti. È il caso di Realismo positivo (ovvero l’antefatto di un’opera più vasta e sistematica, come viene anticipato nella nota editoriale), dove le intenzioni che muovono Ferraris riguardano il decorso dialettico e il conseguente accrescimento delle competenze proprie del carattere resistenziale della realtà, vale a dire dell’autonomia strutturale di quel vasto strato di esistenza che permane indocile e non sempre intelligibile a noi. La cognizione di esistenza in Realismo positivo continua pertanto a rispondere al paradigma della inemendabilità (secondo cui esiste un mondo «incontrato» e non finalisticamente organizzato per le nostre esigenze, in merito al quale nulla vincolano i nostri modelli mentali) e il realismo continua a dirsi antirealismo nel caso particolare della ontologia sociale (ricordiamolo: in qualità di «atto iscritto» e idiomatizzato, l’oggetto sociale reagisce alla teoria della... continua a leggere

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Il mondo Disney si rinnova. L’ideale femminile e quello del “vero amore”
di , Didactica

Biancaneve e i Sette Nani, Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco sono i film più conosciuti a livello mondiale da bambini e adulti. I cartoni della Disney, infatti, fin dalle prime generazioni, hanno coinvolto sia grandi che piccoli, facendoli entrare in un mondo fiabesco, che però, nel corso degli anni, è molto cambiato. Infatti, come la società e gli stereotipi al suo interno si sono trasformati, anche il mondo Disney ha seguito tale mutazione, rappresentando la realtà da un punto di vista non più solo fiabesco, bensì reale. Ciò che in particolare emerge e rispecchia il cambiamento della società nelle nuove animazioni è la condizione sociale e psicologica della donna. Dal ’900 ad oggi la Disney ha prodotto un vasto repertorio di film, mettendo appunto in evidenza la posizione della donna che, al contrario di diversi anni fa, non è più influenzata dalle scelte dall’uomo, ma agisce e pensa in maniera autonoma. Può ad esempio essere presa in considerazione la giovane Rapunzel che, nel film d'animazione Rapunzel (2010), si pone in netto contrasto con la Raperonzolo del film a disegni animati che ha come protagonista la famosa Barbie. Infatti, Rapunzel, al contrario di Raperonzolo, agisce per ottenere la propria libertà. E’ pertanto una donna che si ribella alla sua condizione di prigioniera, ma ciò che soprattutto è stato modificato in ... continua a leggere

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