Bibliomanie

indice del numero 4
gennaio/marzo 2006

Il giardino della traduzione. Divagazione sul Giardino del profeta di Gibran
di , Note e Riflessioni

Tutte le cose vivono e rilucono nella conoscenza del giorno e nella maestà della notte. (Kahlil Gibran) Ogni traduzione è una interrogazione sull’enigma della parola e della letteratura e tradurre è quasi il dialogare con un assenza, l’arte di ascoltare una mancanza sulla base di uno spartito, di un disegno che il tempo ha confuso irrevocabilmente. Tradurre è un capitolo del libro della nostalgia. Che dire, infatti, della voce che compose quest’opera, ormai è un secolo? Che dire della sua particolare inflessione, che soleva significare con peculiare ieraticità il dettato e lo sostanziava di un’ aura mistica per un’accolita beatificata di adepti? Che significato avevano allora parole come: mist, freedom, love, life, silencies, quali riferimenti immaginali mettevano in onda, mentre l’Europa collassava su di sé e gli Stati Uniti si apprestavano a diventare potenza mondiale espandendo il loro raggio d’azione politica e diplomatica sia in direzione del Pacifico che dell’Atlantico? Qualcosa è andato perduto. Tradurre, come leggere, è dunque un esercizio filologico, la ricostruzione di una vox originaria dietro il mistero di una grafia, l’ascolto di una melodia proveniente dagli abissi del tempo, dondolante in silenziose profondità bluastre, scandagliate da una debolissima luce, quella della nostra lontananza di ricercatori stranieri, di viaggiatori resi estranei dal trascors... continua a leggere

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