Bibliomanie

Il colera e la paura
di , numero 53, giugno 2022, Saggi e Studi,

Il colera e la paura
Come citare questo articolo:
Paolo Sorcinelli, Il colera e la paura, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 6, giugno 2022


Il colera asiatico, o cholera morbus, ha interessato il territorio italiano a macchia di leopardo in ben otto occasioni: nel 1835-1837, nel 1849 (quando in Ode a Venezia Arnaldo Fusinato compose i celebri versi: «Ehi, dalla gondola, qual novità?/ Il morbo infuria, il pan ci manca, / sul ponte sventola bandiera bianca») e, a seguire, nel 1854- 1855, nel 1865-1867, nel 1873, nel 1884-1887, nel 1893 e nel 1910-1911. Per un totale (stimato) di 705.000 decessi1.


«Per secoli, nell’Occidente cristiano, l’antica nozione di una malattia/destino fece tutt’uno con la concezione religiosa del male; la volontà divina è padrona del destino dell’uomo. Dio gli manda la malattia per i suoi peccati. perché è per natura peccatore: essa è avvertimento e punizione».2
Da qui la convinzione che «i principali mali non vogliono essere curati, onde non molestare la natura»,3 cioè la “volontà divina”, un paradigma che sarà ribadito con particolare enfasi dalla Chiesa soprattutto in occasione delle epidemie (peste, tifo, colera) almeno fino alla spagnola del 1918-19, quando il vescovo di Fano (e chissà quanti altri!) in una lettera pastorale ricordava ai suoi fedeli che «è necessario persuadersi di una grande verità, mai compresa abbastanza, propter peccata veniunt adversa». Una forma mentis che Gioachino Belli (autore fra il 1836 e il 1937 di trentaquattro sonetti raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus) sintetizzava – a modo suo – in due soli versi: «Er Ziggnore se serve de quello/e ce lo manna appunto pe’ dispetto».
Nel caso del Belli il colera diventava la còllera (di Dio) e il morbus si trasformava in una sentenza severa e inappellabile che il poeta con incredulo sarcasmo affidava a un artificio linguistico, un gioco di parole, fra il romanesco e un improbabile latino: «Sso dar curato de Subbiaco /che mòribbus significa se more».4 Un po’ per irridere e un po’ per dissacrare «lo spavento e la costernazione del popolo» che, «al vedere che la scienza medica a nulla giovava per istrappare alla morte tanti infelici», non poteva far nient’altro che ricorrere, «pieno di fiducia, all’aiuto divino».5
Diciannove anni dopo, nell’estate del 1855, anche a Parma, dove in quattro mesi si registrarono 14.000 casi con una letalità impressionante (60%), «i cittadini furono presi da un grande timore» al punto che «la devozione dei fedeli si risvegliò in modo che non si udivano per le vie della città se non canti e preci, con le quali si invocava la misericordia di Dio».6 Lo stesso succedeva a Modena, dove il canonico Galvani prendeva atto delle manifestazioni di «pubblica umiliazione», di «solenne riparazione» e di «risvegliato ardore religioso», compiacendosi in cuor suo nel vedere i teatri chiusi, i caffè e i «passeggi» quasi deserti e del fatto che «per le vie e per i trivi» non si ascoltasse più «una voce di bestemmia». Tutto questo mentre le chiese erano «stracolme di gente e i confessori sedevansi ad ascoltare per molte ore il concorso dei penitenti e con molta soddisfazione dei buoni vedeansi, frammisti ai più fedeli, giovani di sciolta vita e femmine bizzarre e scorrette e uomini maturi che fino allora avevano mostrato allontanamento o indifferenza per la religione».7
«Per tutte le strade – in questo caso siamo a Brescia – vi sono onorate immagini sui muri e si addobbano e si ornano con numerosi lumi e fiori e [i fedeli] vi si prostrano a terra a piangere per ottenere la grazia e misericordia», in un’esaltazione religiosa collettiva che è interpretata (anche in questo caso) dal clero come un segnale sulla via della redenzione: «Si piange di consolazione in vedere cambiata la scena del mondo e che Iddio è temuto e glorificato. Non ci voleva che la mano dell’Onnipotente per distruggere l’iniquità e la cloaca di vizi che inondava tutta la città».8
Manifestazioni che però impensierivano non poco le autorità civili perché «lo straordinario radunamento di popolo e l’eccitamento delle fantasie dei meno coraggiosi» poteva causare una «potentissima dell’esasperazione del male».9 Così, pur tra pareri e opinioni discordanti, si cercava in ogni modo di «moderare la pietà dei fedeli» e di scoraggiarne la partecipazione a quei rituali religiosi che assumevano connotazioni angoscianti. A cominciare dal «lugubre suono delle campane» e dai cortei funebri10 che da un lato rimandavano al pensiero della morte e dall’altro diventavano un pretesto per parlare e straparlare. Molti infatti approfittavano di queste occasioni per insinuare che fossero i medici stessi «la cagione vera della malattia, i quali davano ai cholerici una cert’acqua, che appena bevuta destava orribili coliche e vomiti spessi» e poi c’erano «i più furiosi» quelli che sostenevano che la malattia era «opera del governo, de’ preti e de’ frati, i quali avvelenavano le pubbliche acque».11 Della folla insomma c’era poco da fidarsi, poteva «prendere dispetto dall’emigrazione cui abbandonavansi i più agiati, che sotto altro cielo cercavano sicurezza e quiete» e sospettare, «nel suo sbigottimento, straordinarie cagioni, e, lasciarsi trascinare in tragiche scene».12 Quelle che un giornale di Parma, durante il colera del 1867, avrebbe definito «birbanterie» e «vendette», all’indirizzo di «magistrati, signori, medici, preti e guardie»,13 con cui nello stesso momento, mille chilometri più a sud, aveva a che fare Edmondo De Amicis, un giovane tenente dell’esercito regio di stanza in Sicilia per contrastare qualche bandito. Invece si era trovato in mezzo al colera ad arginare una massa impaurita e incattivita che sospettava «di veneficio tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i percettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie dei paesi cercando a morte gli avvelenatori; minacciavano o assalivano le caserme dei carabinieri e dei soldati; irrompevano nelle case dei medici, e le mettevano a sacco; si gettavano nelle farmacie e vi distruggevano e disperdevano ogni cosa: invadevano l’ufficio del comune, laceravano la bandiera nazionale, abbruciavano i registri e le carte».14
Del resto che il colera non avrebbe portato niente di buono, l’aveva già previsto trent’anni prima il canonico anconetano Borioni: «Nel secolo decimonono, secolo grande, secolo di lumi, ci trovammo siccome coloro che vivevano nel secolo decimosesto, secolo barbaro, secolo cieco, con questa piccolissima differenza: gli untori furono trasmutati in avvelenatori».15 Ma non finiva qui, perché la ricerca di un capro espiatorio aveva rispolverato anche una serie di fantasiose e suggestive teorie sull’onda di una memoria collettiva che rimandava «ad un conflitto delle stelle e del sole contro il mare» con una conseguente alterazione dell’aria16, a volte pericolose, a volte provvidenziali e salvifiche. Luigi Settembrini nel 1837 aveva ravvisato la salvezza di Catanzaro dal contagio, nei venti che «spazzavano» le colline su cui sorge la città, non consentendo in questa maniera la «corruzione» dell’aria».17 Altri si sarebbero avventurati invece in ardite osservazioni naturalistiche, in prosa: «guardate il cielo com’è brutto», o addirittura in versi: «allo sconforto / della percossa terra, il cielo istesso conformarsi parea. Perpetuo velo / disteso in faccia al sol, pallido ai muti / campi rendea il contrastato raggio».18 Oppure in accurate descrizioni atmosferiche che di volta in volta chiamavano in causa le «giornate fosche», le «nubi tetre», l’ «aria crassa e vaporosa», il «sole debole e giallastro»19 i «venti di sud-est», gli «sbilanci elettrici» e le «frequenti e prolungate scariche elettriche»,20 colpevoli di un «rilassamento universale in tutte le membra, di una difficoltà di respiro, di un mal essere in tutta la persona, di nausea al cibo e gravezza del capo».21 E che dire infine di quelli che dedicavano tutte le loro attenzioni al volo degli uccelli e alla presenza di insetti, con l’intento d’interpretare l’andamento del colera? Sì, perché se a Roma una «moltitudine di rondini» era il segnale che si poteva stare tranquilli, «il male non vi sarà»,22 ad Ancona, al contrario, il fatto che «le rondini si volano tutte, abbandonandoci interamente, a formar nuovi nidi lungo le spiagge e dietro le rondini, se ne vanno i passeri e tutti gli altri augelli, in guisa che l’aria diviene deserta di abitatori»,23 non lasciava spazio a dubbi: il colera stava arrivando. Si favoleggiava persino di nuvole, a volte nere, a volte sanguigne, che poi, a guardare bene, non erano neanche nuvole, ma nugoli di «insetti, concreati dalla putrefazione dei cadaveri»24 ed essi stessi apportatori del colera.
In questo caso tutto era nato dalle osservazioni del medico romano Viale, inviato nel 1836 ad Ancona per studiare e tenere sotto controllo l’epidemia. Così, un giorno, mentre «il dottore, circa le due prima del mezzodì, si portava alla solita visita degli infermi, a un raggio di sole, ei vide volteggiare per l’aria un numero sterminato d’insetti» e con le mani, «come suol fare l’uomo quando applaudisce, gli venne fatto d’incoglierne uno».25 Il dottor Viale aveva catturato il «drago cholerico» che, studiato al microscopio e riprodotto sui giornali romani, agitarono le fantasie di molti, ma anche l’incredulità del solito Belli:

Nun zapete che lui cor cannocchiale
vedde er collèra in forma di dragone,
e gnisun antro medico cojone
aveva mai scuperto st’animale?
Che brutta bestia! ha un par de corna armate
com’er demonio: porta l’ale: è ppiena
d’artiji, e nera poi com’un abbate.
Figurete che sorte de sfraggello
ha da fà in corpo a un pover’omo, appena
je s’arriva a caccià drent’ar budello!26

Drago o non drago, in ogni caso, a scanso di equivoci, era preferibile uscire in strada soltanto quando il sole era «già alto in tutto il suo potere e a ritirarsi in casa in sulla sera, prima che si nascondesse fra quella nebbia tremenda».27 Anche se, a dire il vero, neppure le giornate assolate erano sufficienti a tranquillizzare gli animi perché in realtà “l’immaginazione esaltata»28 e la «profonda malinconia»29 facevano apparire il sole «pallido e tutto circondato di vapore», mentre la terra emanava «un puzzo, un tanfo» e al tramonto, quando scompariva dietro una «folta nebbia di vapori», lasciava intravvedere un «aspetto minaccioso e tremendo».30 Chiari segnali di sventura, di fronte ai quali – diceva la gente – bisognava «purgare» l’aria, mettere in atto «quei mezzi usati a Tolone, a Marsiglia, ed in altre colte città», ma allora perché le autorità non intervenivano? Cosa aspettavano ad incendiare le «botti di pece e di bitume e a far sentire i cannoni che rarefanno l’aria e uccidono gli insetti»?31 Se il fuoco è sempre stato nella cultura popolare l’elemento purificatore per eccellenza e da sempre si sono accesi fuochi per scacciare i geni malvagi o più prosaicamente per «scongiurare i danni arrecati dagli insetti»,32 anche nelle emergenze coleriche il senso comune invocava il fuoco nell’illusione che le fiamme avessero il potere e la forza di «togliere qualunque sospetto epidemico che potesse essere nell’atmosfera».33 Così mentre si illuminavano le strade per scoraggiare vandalismi e saccheggi, nei dintorni dei centri abitati, «in sulle prime ore della sera» si accendevano grandi falò, meglio se con «frasche di pino» profumato,34 che altro non era se un espediente per venire incontro alle pressioni della piazza e «per contenere una parte della popolazione che vedeva in ciò un mezzo per purificare l’atmosfera».35 A differenza dei cordoni sanitari, dell’isolamento dei malati, delle quarantene coatte e dei suffumigi, a volte ritenuti «peggiori del colera stesso»,36 i fuochi e i colpi di cannone non allarmavano nessuno, anzi, producevano un effetto psicologico positivo perché si «contentava la numerosa plebe» e infondeva un «morale sussidio alla turba dei pavidi».37 E comunque fosse, avevano il pregio di non aggiungere paura alla paura e la loro presenza non provocava lacerazioni nei delicati rapporti fra le istituzioni e il sentire popolare. Non diversamente può essere letto un episodio, riportato da un giornale pesarese nel 1911: «Con questi casi di paura colerica, non ci sembra indovinato il veder passare per le vie della città un carrozzino con sovrastante cassone portante tanto di scritta: Disinfezione. Non tutti sanno che quel disinfettante è destinato per i cessi delle scuole. E siccome spesso è più che altro la paura che esagita, così sarebbe bene che quella scritta venisse soppressa».38
Del resto che le disinfestazioni (o i suffumigi o suffumigazioni che dir si voglia) non godessero di molte simpatie era un fatto assodato da secoli: nella migliore delle ipotesi, erano considerate adatte «soltanto a ingannare il naso» e invece di «purgare l’aria, la corrompevan ancora di più»,39 oppure, peggio ancora, erano percepite come una trovata delle autorità e dei medici per debilitare l’organismo e renderlo più vulnerabile al contagio40. Quando il 17 ottobre 1836, ad Ancona venne ordinata una disinfestazione generale in tutte le case interessate dal colera, per evitare accoglienze ostili al grido di «fumo avvelenato in casa non ne vogliamo»,41 «i deputati sanitari si mettevano le mani in tasca, regalavano gl’inquilini di una qualche moneta e quinci li pregavano di allontanarsi finché la disinfezione fosse eseguita». Ma se così si evitavano le rimostranze e le ostilità del prima, non era possibile evitare quelle del dopo, perché, quando «i fuoriusciti tornavano a casa, nell’udire quel puzzo stomacoso s’inquietavano e imprecavano male addosso a coloro che lo avevano sviluppato».42
Se in questo clima di esasperazione era opportuno che i cittadini mantenessero tutta la loro calma interiore, alle autorità spettava il compito di mettere in campo quei «savi provvedimenti» che tenevano lontano «dagli occhi del popolo tutti gli obbietti di tristezza che scuotono fortemente e cagionano paura». Di colera ci si poteva ammalare, ma si poteva anche guarire, a patto che non si avesse paura perché «nei giorni infelici che il morbo signoreggia, può dirsi tanto quegli è morto di cholera per indisposizione fisica, quanto quegli è morto di cholera perché colto dalla paura. Rade volte potrebbesi dare il caso che alcuno morisse di cholera senza paura o di paura senza cholera».43
Insomma, quello della paura era un grosso problema che ognuno cercava di risolvere a modo suo, chi controllando ossessivamente le pulsazioni, chi analizzando una volta al giorno la forma, l’aspetto e la consistenza delle evacuazioni di tutti i membri della famiglia e chi, invece, «avenno inteso a dì ppiù d’un dottore / che il rimedio è lo stà de bon umore», su suggerimento del Belli, continuò a maggnare, a inggrufare, a spasseggiare e a imbriacarsi, come se niente fosse, alla faccia del colera! Che poi alla fine fu la strada adottata anche dalle autorità che a un certo punto decisero di far passare in secondo piano tutti i provvedimenti adottati in un primo momento (le case imbiancate di calce, le strade prontamente ripulite, gli ammalati costretti al ricovero ospedaliero, le guardie attorno alla città) nel tentativo di dare il minor risalto possibile a tutto ciò che richiamava in un modo o nell’altro l’epidemia e non faceva nient’altro che accrescere ancora di più l’angoscia e il turbamento della popolazione.
A questo proposito una particolare attenzione fu riservata all’apparato scenografico che normalmente veniva riservato ai riti funebri, improvvisamente spogliati di ogni orpello che potesse alterare la calma morale. Dunque, «non più carrettone pei morti; non più astante se non chiamato; non più casotti appartati pegl’infermieri»,44 mentre il trasporto delle salme doveva rispettare orari, percorsi e modalità ben precisi, sempre dopo la mezzanotte, nel più assoluto silenzio, alla luce di un solo lume e «senza seguito veruno onde non mettere spavento».45
Ma che modo di congedarsi dalla vita poteva mai essere un funerale di questo tipo? È quanto si chiese nel 1855, in un componimento in versi, l’ormai ultrasettantenne professor Guido Leoni, già cattedratico di letteratura italiana all’università di Parma:

Non congiunto, né amico, il moribondo
anelito a raccor dell’infelice
allor riman. Non un addio, né un mesto
bacio concesso al supremo passo
è a chi ben ama. Armata guardia lungi
caccia lo addolorato a cui sin l’ora
è della morte dei suoi cari ascosa.
Ché non più suon di sacra squilla avvisa
de’ funerei trapassi, e non de’ morti
per le squallide vie s’intona il salmo.
Ma tacita il cammin la bara imbruna46.


Il pericolo in agguato, impalpabile e imprevedibile, accelerava in questi frangenti anche la decisione di testare, di fronte a un notaio, o a chi per lui, non solo le questioni ereditarie di natura economica, ma gli stessi contorni della cerimonia funebre, nel tentativo, spesso vano, di cautelarsi da un accompagno solitario e da una sepoltura anonima.
«Considerando io Raffaele Pagliarini del morto Atanasio – si legge in un testamento redatto il 25 agosto 1855 per conto di un capitano di marina – che quanto è certa la morte, altrettanto è dubbio il punto in cui posso essere da quella sorpreso e temendo che mi possa sopraggiungere forse in quest’anno per il morbo colera che ci sovrasta, quindi desideroso come sono di non decedere ab intestato, ho stabilito di fare il mio ultimo testamento».47 Quindici giorni più tardi sarà la pesarese Beatrice Terenzi vedova Coli a ricorrere allo stesso notaio per consegnare un testamento in cui dettava il come e il dove voleva essere sepolta: «Il mio corpo reso cadavere voglio che sia esposto nella Chiesa Priorale di S. Cassiano, mia parrocchia, e quindi tumulato al Campo Santo, e sulla mia fossa voglio che sia posta una lapide in pietra portante inscrizione del mio nome, cognome e della casa di mio marito predefunto».48
In questo senso gli atti testamentari hanno un ruolo essenziale per delineare mentalità e comportamenti durante le fasi epidemiche; in essi infatti è possibile leggere, tra l’altro, l’emergenza del momento, i suoi riflessi sulla psicologia individuale e lo sfilacciamento di gesti consolidati e sedimentati nelle relazioni interpersonali e negli atteggiamenti di fronte alla malattia e alla morte. In caso di colera infatti le probabilità di ammalarsi e di morire sfuggivano ad ogni calcolo umano legato all’età, alle condizioni di salute e alle disponibilità economiche, il contagio poteva sopraggiungere e portare alla tomba in qualunque momento. Il che rendeva tutti più fragili e insicuri fino a sollecitare un testamento affrettato, che però, alla fin fine, a posteriori, ad una lettura in chiave storica, avrebbe avuto il merito di porre il lettore di fronte ad un documento d’archivio meno formale e più intimo e quindi in grado di fornire una serie di elementi sulla psicologia del testatore che altrimenti non sarebbero mai venuti a galla.
Ma in un contesto del genere anche stendere le ultime volontà del genere non sempre si rivelò agevole, in quanto la paura del contagio induceva i notai ad eclissarsi e a rendersi irreperibili, tanto che in certi casi, per assicurare la continuità degli atti e la presenza di una figura istituzionale che contenesse e scoraggiasse «ogni maniera di furti e di violenze»,49 si dovette delegare le loro funzioni a un giusdicente, al parroco, al cappellano o a un ‘ufficiale’ del comune.50
«Arrivato a Porretta dopo il mezzogiorno – scrisse il rappresentante della Legazione in un giorno d’estate del 1855 – trovai curia e comune deserti e il paese in quella prostrazione morale che è prodotta dal vedersi la popolazione decimata alla lettera, e gli interessi materiali rovinati». A quel punto non restava che individuare al più presto qualcuno che rappresentasse l’autorità e anche se nella fattispecie non c’era molto da scegliere, il malcapitato funzionario decise di optare su «un uomo di limitata intelligenza, ma di ottima volontà e lo investii delle facoltà di Priore sino a che, rifatti i tempi normali, rimpatrieranno le autorità comunali disertate».51
«Per le difficoltà di avere in questo luttuoso tempo e notai e anche testimoni», il pesarese Sebastiano Rossi, nello stesso anno, quattro ore prima di passare «a miglior vita», non poté fare altro che affidare le sue ultime volontà al confessore.52 Il 24 settembre sarà la volta di don Riccardo Cavalieri a raccogliere le disposizioni testamentarie di Penelope Bartolini Baldelli in quanto i «vari notarj» chiamati dalla contessa si erano «costantemente rifiutati di presentarsi al loro ufficio».53 In casi del genere però non sempre si poteva essere sicuri che gli atti fossero esenti da raggiri truffaldini o da pressioni di vario tipo che nell’urgenza del colera e nell’età avanzata dei moribondi trovavano il terreno propizio per concretizzarsi.
Come dimostra il caso di Maria Alegi, un’anziana signora di Mondolfo che aveva avuto la sventura di ammalarsi nell’agosto del 1855 e che possedeva una casa e altri beni che facevano gola agli agostiniani del locale convento, all’arciprete e al canonico del paese e naturalmente anche ai nipoti, suoi eredi naturali. Così, quando l’arciprete e il canonico la convinsero a stendere un istromento che prevedeva il lascito di tutte le sostanze alla parrocchia, «in suffragio dell’anima propria», i nipoti Antonio e Pietro, spalleggiati da padre Gattarelli, priore degli Agostiniani e confessore dell’Alegi, pensarono bene che fosse un loro diritto passare al contrattacco. In parole povere strapparono all’inferma un altro atto con una diversa distribuzione dei beni: la casa alla parrocchia e il restante del capitale ai nipoti. Ma la diatriba non poteva finire qui, perché, dopo qualche giorno, il canonico Polidori, «tornato presso l’inferma con modi certamente non confacenti al suo carattere sacerdotale, e approfittando dello stato di gravissima infermità in cui si trovava la ridetta Maria, incapace di comprendere ciò che si operasse, le fece nascostamente cambiare testamento che poi consegnò ad un notaro». A quel punto il priore agostiniano richiese l’intervento del notaio e di due testimoni, di fronte ai quali la signora Maria ribadì «che la sua ultima volontà manifestata avevala al padre Nicola Gattarelli», che nella fattispecie era lo stesso priore agostiniano. La cosa naturalmente non piacque né all’arciprete, né al canonico pronti ad accusare i parenti e padre Nicola di aver «clandestinamente carpito questa volontà ad una povera agonizzante che non aveva più campus sui».54
Al di là dei risvolti tragicomici della vicenda, di sicuro la storia di Maria Alegi non ebbe i contorni che erano soliti caratterizzare gli ultimi giorni di chi si ammalava e moriva in tempo di contagio. A cominciare dal fatto che il suo non fu il solito trapasso solitario di una vecchia colerosa, anzi fu un morire denso di visite e di colpi di scena, di personaggi, di parole e di testimoni che senza alcun timore, a turno, si avvicinavano al suo letto, accostavano l’orecchio alla bocca dell’ammalata per comprenderne meglio le parole e ricevevano dalle sue mani le carte in cui aveva apposto la croce. Comprensibile dunque lo stato d’animo dell’anziana donna che alternativamente si era trovata di fronte delle figure che si guardavano in cagnesco e nello stesso tempo l’assistevano premurosamente. I nipoti consolandola, il frate confessandola, l’arciprete e il parroco impartendole la comunione e l’estrema unzione e nello stesso tempo – da buoni religiosi – solleciti a recitarle preghiere e litanie in latino, a parlarle di vita eterna, di premi e di castighi ultraterreni, con modi e toni che giocoforza finirono per instaurare una sorta di soggezione e di dipendenza psicologica tra l’ammalata e i rappresentanti e intermediari della divinità. Così, Maria, poco interessata ormai ai suoi beni materiali e tutta presa dall’acquisizione della salvezza eterna, per non scontentare nessuno e per non rischiare le pene dell’inferno favorendo gli uni a scapito degli altri, aveva preferito giocare su due tavoli, fino alla fine!
Mariano Scipioni, un agiato pesarese, scapolo e senza figli, nel 1855, ai primi segnali di colera, riuscì invece a stilare senza troppi problemi un testamento confezionato su misura per assicurare ai posteri una traccia della sua esistenza. Così, senza lasciare nulla al caso, nominò erede universale il figlio di una sua sorella, a patto però che assumesse il suo cognome e si attenesse a una serie di adempimenti ben precisi. A cominciare dal fatto che il suo cadavere fosse «sotterrato al Campo Santo e fosse rimarcato bene il sito del sotterramento» e che successivamente, «in tempi opportuni», si fosse provveduto ad una regolare inumazione in una chiesa cittadina in cui lo Scipioni aveva già approntato il sepolcro e la lapide55.
Naturalmente non tutti avevano simili preoccupazioni, ma durante un’epidemia di colera di sicuro il problema del come e del dove si poteva morire ed essere sepolti «apportò una grandissima pena e non di rado aggravò il male ai moribondi e angustiò le famiglie di loro».56 Non fosse altro per i tentativi di aggirare le rigide misure che imponevano (ne ho già fatto cenno) cerimonie funebri senza parenti, amici e conoscenti e prive del consueto scenario di preghiere e di pianti. Come ad esempio successe in occasione della morte e del funerale di Hegel, nella prima invasione europea del morbo nel 1831, quando la famiglia e gli amici riuscirono, «in considerazione della personalità del defunto [e] grazie alle insistenze e alla mediazione di amici e dopo indicibili lotte e colloqui ad alto livello», ad ottenere il permesso per esporre per ben due giorni la salma del filosofo nel salotto della sua abitazione e ricevere così l’estremo saluto di colleghi e studenti. E non fu l’unico strappo alla regola perché anche il funerale si svolse alle tre del pomeriggio (e non di notte!), senza ricorrere al «carro riservato ai colpiti dal colera» e la salma non fu tumulata, come era giocoforza fare in tempo di colera, in una fossa comune, ma «nel luogo che lui stesso aveva scelto, accanto alla tomba di Ficthe».
Una cerimonia, dunque, nel solco della normalità, consentita dalle autorità di Berlino per rispetto all’illustre vittima e con un occhio rivolto a non esasperare ulteriormente lo sbigottimento, lo sconforto, i timori suscitati dall’epidemia che, in questo caso, trattandosi di un personaggio così in vista, aveva scosso profondamente l’intera comunità. La città infatti era «stordita dal colpo», gli ambienti accademici erano «in preda alla disperazione» e l’allievo (e biografo) di Hegel, Karl Rosenkranz, aveva subito l’evento in maniera talmente traumatica da piombare «in uno stato di permanente agitazione, tanto che mi sento addosso – così scrisse lui stesso – come una malattia».57
Al di fuori di qualunque parvenza di legalità, fu un alto caso ambientato questa volta a Napoli durante l’epidemia del 1837, quando «fu merito di Antonio Ranieri se Giacomo Leopardi, venuto a morte a cagione di tutt’altro male il 14 di aprile, ebbe risparmiata la fossa comune decretata dalle autorità per una più degna sepoltura in S. Vitale a Fuorigrotta».58 Come fu possibile lo racconta Luigi Settembrini nelle Ricordanze: «Fra le tante dolorose novelle di mali pubblici, e di parenti e di amici tolti dalla peste, me ne venne una dolorosissima, che Giacomo Leopardi era morto in Napoli, non di colera, ma di quel fiero morbo che gli fece troppo amara ed angosciosa la vita. Alcuni anni dopo andai a visitarne la tomba nel villaggio di Fuorigrotta, accanto alla porta della chiesetta di S. Vitale. Il suo amico Antonio Ranieri, nella cui casa egli stette e morì, mi raccontava quanto egli ebbe a penare per trovare quel luogo dove riporre le reliquie di tanto uomo e per non farlo andare confuso fra i tanti che in quei giorni morivano ed erano insaccati nel Camposanto. Nessun prete voleva riceverlo in chiesa; il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no, poi gli fu indicato quello di. San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto alla porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura».59
Ma a Napoli, fra il 1836 e il 1837, scappatoie di questo genere, vere e proprie «violazioni alla legge, sfacciate e gravi», furono all’ordine del giorno, sia con la complicità di medici pronti a certificare false cause di morte, sia con la compiacenza di parroci allettati da generose offerte in natura e soprattutto in denaro.60
Di colera si tornò a parlare nel 1849 e in maniera ancora più esasperata nel 1855, quando fin dall’inizio dell’anno cominciarono a circolare notizie di diversi focolai qua e là per l’Europa e anche nello Stato Pontificio. Tutto cominciò con avvisaglie di poco conto, ma sufficienti per mettere in apprensione il sessantanovenne canonico della «insigne chiesa metropolitana» di Urbino, don Luigi Fortini, che, «considerando essere indubitabile la morte, dubbio però ed incerto il giorno e l’ora», il 19 gennaio salì le scale del palazzo in cui risiedeva il notaio Tommasoli «risoluto a fare il suo ultimo numerativo testamento».
Conservato nel volume 4161, l’atto n. 864, oltre a questioni economiche riguardanti i «pochi beni o affetti che la Divina Provvidenza si è degnata accordarmi qui in terra», prendeva in considerazione anche l’eventualità di un suo improvviso decesso, ma soprattutto la «possibilità di essere sepolto vivo», una di «quelle terribili umane calamità, le più torpide che lo spirito delle menti spaventano ed opprimono». E proprio per cautelarsi da una simile evenienza, don Fortini aveva pensato bene di articolare delle disposizioni testamentarie che alla sua morte non prestassero il fianco a nessun fraintendimento: «Il mio corpo, divenuto che sia cadavere, non dovrà muoversi affatto dal letto nel quale sarà spirato, se non dopo lo spazio di undici ore consecutive. Voglio che in ciascuna delle prime tre ore sia sul medesimo praticato un salasso dalla vena del braccio destro; durante poi le otto ore consecutive, che rimarranno al compimento delle undici, come sopra ordinato, voglio che il medesimo mio corpo, rimanendo sempre nello stesso luogo in cui spirò (a meno che non desse un qualche segno di vita) sia guardato come appresso: cioè si inviteranno e pagheranno a tal uopo due religiosi sacerdoti de’ Ministri Riformati di questo convento di San Bernardino per le prime quattro ore e per le altre quattro ore due religiosi Cappuccini di questo convento ugualmente sacerdoti».
Nulla venne lasciato al caso, per cui, in caso di rifiuto di qualcuno di questi, don Fortini contemplava anche la possibilità per l’esecutore testamentario di scegliere «altri quattro sacerdoti secolari», o «altrettanti laici timorati di Dio, ovvero chierici probi e saggi che non sieno però, né questi, né quelli, di età inferiore agli anni ventuno». Solo dopo le prime undici ore, «senza che il cadavere abbia dato alcun segno di vita», i vespilloni avrebbero potuto «curarlo e rivestirlo, giusta il costume». Quaranta giorni dopo decise di apportare qualche modifica a queste disposizioni con un codicillo: «Ho riflettuto che la veglia di otto ore consecutive sul mio corpo reso cadavere, essendo cosa insolita e straordinaria in questa città, darebbe facilmente causa a delle blaterazioni e pettegolezzi e che forse non mancherebbero motteggi e sarcasmi per parte di persone deboli o sfaccendate». Ecco allora il ridimensionamento della veglia funebre e dell’intervallo fra un salasso e l’altro: «Un’ora e mezza dopo effettuati i detti tre salassi, riuscendo infruttuosi, il mio corpo verrà consegnato ai vespilloni e verrà trasportato subito all’ Oratorio della Visitazione e sorvegliato nelle ore notturne in cui rimarrà sopra terra, da due di essi vespilloni a porte chiuse». Tutto il resto rimaneva inalterato, a cominciare dal cadavere che doveva restare «sopra terra, scoperto bensì e non incassato» per un lasso di tempo di trentacinque ore complessive «dall’ultimo respiro».61
Ma perché tutto questo? E’ chiaro che il canonico voleva garantirsi un margine di sicurezza nel caso in cui il suo fosse soltanto uno stato di morte apparente, una paura che durante l’Ottocento, e soprattutto in occasione delle epidemie di colera, percorse un po’ tutti gli strati sociali. «Io non voglio spaventare con tetri e paurosi racconti di sepolti vivi – scriveva nel 1884 il dottore Cesare Musatti – ma posso accertarvi che tali avvenimenti, per quanto rari, possono parimenti succedere pur oggi e che il timore di incapparvi preoccupa non pochi dei viventi, e che tra queste persone ho conosciuto dei medici distintissimi».62
Fra le pagine di un volume del 1807 di Agostino Olmi, conservato nella biblioteca Federiciana di Fano, ho trovato a suo tempo alcuni foglietti volanti in cui un ignoto lettore, suggestionato dalla lettura del libro il cui titolo dice già tutto, Sulla possibilità d’essere sepolti vivi, aveva preso nota (probabilmente alla fine dell’ottocento) di diversi casi di morte apparente: di un giovane prete nel 1826, di un bracciante napoletano nel colera del 1873, di una donna torinese nel 1875, di un dottore genovese nel 1884 e di un coleroso catanese nel 1885.63 L’anonimo estensore di questi appunti mostra dal tratto calligrafico un’età piuttosto avanzata e una buona conoscenza della letteratura riguardante il problema della morte apparente. Fa infatti riferimento ad una discussione sull’argomento del senato francese e al fatto che «insigni medici avvertirono doversi avere grandi precauzioni avanti di dichiarare morto un choleroso», forse con l’assillo che egli stesso avrebbe potuto incorrere in un errore del genere, un rischio da cui non andavano esenti neppure i medici, come si legge in uno di questi fogli.
«Erasi nunziata la morte del dottor Canepa. Il creduto cadavere era stato lasciato nella camera coperto d’un lenzuolo. I parenti erano riuniti in un’altra camera per provvedere ai funerali quando videro presentarsi sulla porta il dottor Canepa, creduto morto, venuto a lamentarsi di essere stato lasciato in abbandono. Impossibile descrivere lo spavento della famiglia che da sei ore lo piangeva morto. Il dottore fu rimesso a letto, ma, fors’anche per le emozioni sofferte, poche ore dopo il povero dottore morì davvero».64
Certo, un’eventualità del genere non si verificava spesso, ma il solo pensiero che dei casi c’erano stati e che quindi altri ce ne sarebbero potuti essere, era sufficiente per «far raccapricciare il più coraggioso, il più forte»65 degli uomini. A questo proposito, nel 1897, ‘La Jereiatria’, un mensile rivolto al clero, pensò bene di chiamare in causa i parroci che, in quanto deputati a somministrare ai moribondi l’estrema unzione, erano quelli che meglio di tutti avrebbero potuto «accertarsi della morte di un individuo con scrupolosa attenzione» e evitare «i casi di decessi apparenti più frequenti di quel che comunemente si e portati a pensare».66 Un abbaglio che in certe situazioni era abbastanza facile perché, «nell’ultimo stadio del colera asiatico i colerosi restano immersi per delle ore nel sonno sincopale ed asfittico della morte» dando l’impressione che fossero morti.67 Invece erano vivi e lo testimoniavano i numerosi riferimenti di medici, religiosi e becchini pronti a giurare di essersi trovati di fronte a cadaveri che muovevano gli occhi, contraevano i muscoli, piegavano le braccia, sollevavano le gambe e a episodi ancora più raccapriccianti.
Come quello di una giovane donna incinta, morta di colera e «sottoposta a operazione cesarea», che improvvisamente aveva cominciato a muovere «le dita in diversi sensi, mentre il ventre faceva tali movimenti da far credere che si muovesse il diaframma».68 Talvolta queste contrazioni muscolari furono interpretate alla stregua di «un meraviglioso movimento delle braccia, che si sollevavano ad angolo retto col tronco come se fossero state mosse dalla volontà, le mani avanzando l’una verso l’altra in modo che le dita di una venivano ad incrociare quelle dell’altra come usano fare i cattolici nella preghiera». Un segnale di disperazione, una richiesta d’aiuto di un corpo ancora vivo che «pregava che non si affrettassero a sotterrarlo»?69
Così lasciava intendere, neppure tanto velatamente, Filippo Pacini (l’anatomo-patologo fiorentino che nel 1854 – trent’anni prima di Robert Kock – aveva intuito la relazione fra il vibrione bacillo virgola e l’infezione colerica) quando nel 1871 e nel 1876 dedicò alla questione della “morte apparente” due riflessioni che riportavano alla ribalta le argomentazioni sollevate agli inizi del secolo, nel 1807, dal già citato Agostino Olmi e nel 1837 da Melchiorrre Missirini. Ma il filone non era destinato a esaurirsi con Pacini, perché nel 1897 fu la volta di Francesco Dall’Acqua con La morte vera e la morte apparente a riproporre terribili dilemmi e angoscianti interrogativi a proposito di «lapidi marmoree di sacri sepolcri spesse volte rovesciate», di «lamenti di infelici sepolti vivi», di ritrovamenti di cadaveri «con le mani sbranate e divorate, per eccesso di disperazione o di fame»70 e di persone, «credute morte e con troppa fretta portate al camposanto», che improvvisamente erano tornate in vita.71 Malgrado fosse noto che il cadavere di un coleroso non perdeva nel giro di pochi minuti il «calore della vita» e che «in non pochi casi i cadaveri presentavano il colore ordinario» anche a distanza di parecchie ore dal decesso,72 poteva ancora succedere «che anche i medici più illuminati” fossero ingannati «dai classici segni della morte». Così non era infrequente che, scambiando «quei cadaveri per cadaveri morti, non pochi di essi fossero sotterrati vivi» e che soltanto i più fortunati «risorgessero in tempo utile sull’orlo del sepolcro».73
Casi del genere, documentati con dovizia di particolari anche da Cesare De Sterlich74 in Quadri storici del colera di Napoli del 1837, non furono una prerogativa soltanto napoletana perché anche La Gazzetta di Bologna riportò nel 1855 il caso di una bambina ferrarese di due anni che, creduta morta accanto ai cadaveri della madre e del nonno, riuscì a scampare al tragico equivoco solo per la curiosità e la prontezza di spirito di un passante.75 Nel parmense un episodio simile fu addirittura messo in versi dal poeta vernacolare, nonché segretario comunale di Collecchio, Domenico Galaverna:

Ch’è mal d’ materj, el mort erva la bocca,
el drizza su la testa e ’l moeuva il man,
el slonga i brazz, e acsì a taston el tocca
e ’l dmanda cos’è tut col gran bacan,
po l’arva j’ occ’ e ’l guarda indova l’è
[…]
E con ’na voeusa fonda grossa grossa
cmé slà fuss gnuda foeura da un carrar,
movend una boccazza sflossa sflossa
el cmenza in stà manera acsì a parlar,
– Andova sonja mai! povra mi!
el gran dolour ragazz, ch’j ho mai soffrì!76


Nessuna meraviglia dunque se don Fortini a Urbino a un certo punto aveva preso la decisione di affidare a un atto testamentario le sue paure e di tutelarsi fino al punto che, soltanto se il suo cadavere avesse emanato un «lezzo insopportabile», solo in questo caso, cioè di fronte a una prova inoppugnabile, l’esecutore testamentario, consultatosi con un medico di fiducia, avrebbe potuto abbreviare i tempi del rituale scrupolosamente previsto.77 E chi ci dice che don Fortini non si fosse imbattuto negli anni del suo ministero in qualche raccapricciante caso di sepolto vivo o non fosse rimasto fortemente scosso da una qualche lettura sull’argomento?
Sta di fatto che sia il canonico urbinate che Angelo Ranuzzi, dell’omonima nobile casata bolognese, che nelle sue ultime volontà aveva prescritto di non essere trasportato in chiesa se non dopo trenta ore dal decesso e di attendere ancora un giorno prima della sepoltura,78 avevano bene in mente che non c’era «di fatto sopra la terra, tortura, o supplizio, che potesse paragonarsi a quello di essere sepolto vivo» e di risvegliarsi dentro una cassa. Pur essendo consapevoli «che fra centomila estinti, uno solo» poteva essere vittima di questo equivoco, come potevano, i vari Fortini e Ranuzzi, essere sicuri che «tal barbara sorte» avrebbe risparmiato proprio loro?79 Non restava che confidare nella fortuna oppure adottare le dovute cautele incaricando qualcuno di fare le verifiche del caso.
Del resto durante le fasi epidemiche era sotto gli occhi di tutti la superficialità con cui venivano espletate le constatazioni di ‘avvenuto decesso’ da parte di medici troppo indaffarati o troppo preoccupati dal timore di essere contagiati. Così, gli accertamenti, quando c’erano, si risolvevano spesso in una pura formalità: «Entrò il medico, anzi non entrò, – scrisse il canonico Borioni, testimone oculare dell’indagine sul corpo della madre – restossi avanti la porta a dieci palmi (misura legale!) dal cadavere, fissò gli occhi spalancati sul letto di morte, guardò meglio con la lente per due minuti, fece una contorsione di labbra, gittò un largo fiato dal naso, si pose un fazzoletto alla bocca e via».80 Le stesse disposizioni in vigore circa i tempi e i modi della sepoltura erano approssimative e variavano a seconda dei casi, come confermano due circolari emanate entrambe il 28 novembre 1854 dalla Sacra Consulta della Sanità e degli Ospedali dello Stato Pontificio. La prima, indirizzata al Delegato Apostolico di Urbino, imponeva che «passato di vita un choleroso, il cadavere sarà più o meno sollecitamente collocato nella cassa, il cui coperchio sarà posto da un lato, e così scoperto verrà trasportato in una camera mortuaria dove rimarrà almeno per dodici ore, passate le quali si getterà su di esso cloruro di calce impastato con acqua».81 La seconda, rivolta ai direttori degli ospedali, accennava a un intervallo, tra la morte e la sepoltura, di dieci ore.82 Comunque sia, ancora nel 1871, Pacini si sentiva in dovere di sollecitare criteri più stringenti e, in caso di dubbio, «di praticare senza indugio una injezione nella vena cefalica del braccio, o nella vena giugulare esterna di acqua» o, meglio ancora, «di una soluzione purissima di dieci grammi di cloruro di sodio in un chilogrammo d’acqua, iniettandola lentamente a circa 200 grammi per volta ed alla temperatura di 40°C.».83 Ci sarebbe voluta però un’altra epidemia di colera perché il Consiglio Superiore di Sanità del Regno, nel 1884, quasi dopo cinque lustri dalla sua costituzione, sancisse ufficialmente per tutto il territorio italiano che fosse «assicurata indubitamente la morte» da parte dei medici.84
Ma indubitamente era un termine altrettanto vago di quel più o meno sollecitamente di trenta anni prima, al punto che, sempre nel 1884, dalle pagine della ‘Nuova Antologia’ il dottor Mosso caldeggerà l’allestimento di apposite strutture (beninteso «a distanza dall’abitato») in cui tenere in osservazione per almeno ventiquattro ore i colerosi defunti. Una presa di posizione che peraltro si riallacciava al pensiero dello stesso Pacini che, come si è visto, qualche anno prima, aveva messo in guardia la comunità medica a non trattare le vittime del colera «come veri cadaveri» fino a quando non avessero «principiato a dare qualche indizio non equivoco di putrefazione: unico segno certo della morte».85
Nella realtà i parcheggi di cadaveri auspicati da Mosso, al pari delle raccomandazioni di Pacini, non trovarono alcuna attuazione pratica e d’altro canto la «cura dei viventi» reclamava di «non lasciare il corpo molto tempo in casa».86 Così, proprio come era successo durante le epidemie di peste e come succederà più tardi durante la spagnola, per «evitare ulteriori conseguenze e pericoli» e per salvaguardare i vivi, si continuò a seppellire i cadaveri dei colerosi in fretta e furia, a disinfestare i locali in cui gli estinti avevano trascorso le ultime ore e a gettare nelle fiamme tutto quello che gli era appartenuto87.
In tempi di contagio, non era il caso di piangere i morti in casa, meglio piangerli dopo: la vita doveva andare avanti.

Note

  1. Le pagine che seguono sono il frutto di una rivisitazione e riscrittura dei capitoli 5 e 6 del volume Nuove epidemie antiche paure che l’A. ha pubblicato nel 1986 (Franco Angeli Libri) e in una nuova edizione nel 2020 (Biblioteca Clueb – Collana Storie narrate).
  2. C. Herzlich, J. Pierret, La lente del malato e quella del medico, in «Prometeo», a. 3, n. 11, set. 1985, p. 70.
  3. A.L. Forti Messina, I medici condotti all’indomani dell’unità, in M.L. Betri, A. Gigli Marchetti (a cura di), Salute e classi lavoratrici in Italia dall’unità al fascismo, Milano, 1982, p. 665.
  4. G.G.Belli, Tutti i sonetti romaneschi, 5 voll. (a cura di B. Cagli), vol. V: Er còllera moribbus: conversazione a l’osteria de la Gènzola ariccontataco trentaquaattro sonetti, e tutti de grinza, Roma, 1965, pp. 511, 513, 516.
  5. G. Cesari, Il santuario di Monteporzio. Cenni storici. Preghiere. Grazie, Senigallia, 1908, pp. 4-5.
  6. G. Giovanardi, Il colera del 1855 in Parma e il servizio religioso, in «Parma per l’arte», fasc. I, III, Parma, 1957, p. 5.
  7. C. Galvani, Lettera al Ch. P. Antonio Bresciani sugli effetti morali prodotti in Modena dal cholera-morbus nell’estate del 1855, in Opuscoli religiosi, letterari e morali, Modena, 1857, p. 259.
  8. L. Fossati, Beata Maria Crocifissa Di Rosa, fondatrice delle Ancelle della Carità in Brescia, Brescia, 1940, p. 151. Sul colera a Brescia, cfr. P. Corsini, L. Graz, Epidemia e salute pubblica: il colera del 1836, in «Quaderni di didattica dei beni culturali», 11, Brescia,1982.
  9. O.Andreucci, Cenni storici sul colera asiatico, Firenze, 1855, p. 100.
  10. Ivi, p. 328-330.
  11. Borioni, L’autunno del 1836 ad Ancona, Jesi, 1837, pp. 55-56.
  12. Andreucci, Cenni storici, cit., pp. 100; R. Canosa, Epidemia e potere, in “Sapere”, febbraio 1981, pp. 42-43.
  13. «L’amico dell’operaio», supplemento al n. 33, Parma, 17/8/1867: Il morbo colera e I disordini popolari.
  14. E. De Amicis, La vita militare, Napoli, 1911, p.196.
  15. Borioni, L’autunno del 1836, cit., p. 56.
  16. D. Defoe, La peste a Londra, Milano, 1949, pp. 37-38.
  17. L. Settembrini, Ricordanze della mia vita, Napoli, 1906, pp. 73-74.
  18. D.Guerini, Un poeta del colera: Michele Leoni, in “Il Giornale della Società Italiana di Igiene”,1,1924, p. 9.
  19. V. Linares, Maria e Giorgio o il cholera in Palermo, 2 voll. Palermo 1938, II, p. 45.
  20. G.Montanari, Sul cholera morbus che ha dominato in Ravenna negli anni 1854 e 1855, Bologna, 1856, p. 4.
  21. Borioni. L’autunno de 1836, cit., p. 112.
  22. SASF-FM, b. 2, Lettera di G.B. Paolucci, Roma. 1/7/1855.
  23. Borioni, L’autunno de 1836, cit., pp. 113-114.
  24. G.E.Bidera, I 120 giorni del 1837, Napoli, 1837, p. 17.
  25. Borioni, L’autunno de 1836, cit., pp. 143-144.
  26. G.G. Belli, Tutti i sonetti romaneschi, Roma, 1965, p. 540 (sonetto datato 29 settembre 1836).
  27. Borioni, L’autunno del 1836, cit., p. 115.
  28. Bidera, I 120 giorni del 1837, cit., p. 17.
  29. Borioni, L’autunno del 1836, cit., p. 113.
  30. Ivi, pp. 111-112.
  31. Ivi, p.116.
  32. J. Delumeau, La paura in Occidente (secoli XIV-XVIII), Einaudi, Torino, 1979, p. 95.
  33. Archivio Comunale di Sant’Ippolito (ACS), b. 79, cat. IV, Epidemie di colera.
  34. M.Barattini, Memoria sul cholera asiatico a Massa Carrara e Lunigiana nel 1854, in “Atti e Memorie della Deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi”, serie X, vol. IX, Modena, 1974, p. 36.
  35. Andreucci, Cenni storici, cit., pp. 119. 136-138.
  36. G. Riccardi, Istruzioni sanitarie per garantirsi dal mrbo colera, Pesar, 1855, p. 26.
  37. Forti Messina, l medici condotti, cit., p. 144.
  38. «La sveglia democratica», Pesaro 31 /7/1911: Cose di … colera.
  39. J.Moleschott, Consigli e conforti in tempo di colera, Torino, 1866, p. 5.
  40. Galaverna, Saturnein, cit. Parma, 1857, p. 81.
  41. Barattini, Memoria sul cholera asiatico, cit., p. 36.
  42. Borioni, L’autunno de 1836, cit., pp. 184-185; G. Nigrisoli, Sui mezzi più facili e sicuri apprestati dalla chimica per la disinfezione dell’aria e delle masserizie durante l’invasione del cholera morbus e dopo la sua scomparsa, Ferrara, 1855. pp. 9-10.
  43. Borioni, L’autunno de 1836, cit., pp. 122-123.
  44. I. Salvatori, Sul cholera sviluppatosi fra gli abitanti del porto della città di Pesaro, Forlì, 1855, p. 8.
  45. L. Bosi, F. Jacchelli, L. Poletti, Relazione sul cholera morbus che dominò nella città e nella provincia di Ferrara nel 1849, Ferrara, 1851, pp. 110, 130.
  46. Guerini, Un poeta del colera, cit., p. 7.
  47. Archivio di Stato di Pesaro- Archivio notarile mandamentale (ASP- AMN), Notaio Celso Celli, n. di rep. 474, Testamenti 1854-1857, Atto n. 232.
  48. Ivi, Atto n. 235.
  49. E. De Amicis, La vita militare, Napoli, 1911, p. 198.
  50. Barattini, Memoria sul cholera asiatico, cit., p. 41.
  51. Archivio di Stato di Bologna, (ASB), Archivio di Legazione, tit. XXV, Sanità, 1855, fasc. Ministeri, f. n. 7464.
  52. ASP- ANM, Notaio L. Perotti, vol. I, Atto del 15-9-1855, n. 1038.
  53. Ivi, Atti nn. 1039, 1040.
  54. Archivio Cancelleria Vescovile di Senigallia (ACVS), tit. XXX, 1847-1855, fasc. Reclami diversi, Ricorso di Antonio e Pietro Alegi, villici di Mondolfo. Sui rapporti fra epidemia e pratica notarile, A. Pastore, Testamenti in tempo di peste: la pratica notarile a Bologna nel 1630, in «Società e Storia». 16, 1982.
  55. ASP-ANM, Notaio L. Bertucciali, vol. 44, Testamento di Mariano Scipioni.
  56. Antico archivio comunale di Senigallia (ASCS) , Sanità continentale, b. 573, fasc. III, f. del 22-8-1855.
  57. K. Rosenkranz, Vita di Hegel, Milano, 1974, pp. 440-443.
  58. G. Guerini, Notizie storiche e statistiche sul colera, in «La medicina italiana», 1. 1924, pp. 6-7 dell’estratto.
  59. L. Settembrini, Ricordanze, cit, p. 77.
  60. Forti Messina, Società ed epidemia, cit., pp. 101-102.
  61. Sezione archivio Stato di Urbino (SASU), Atti notarili, Notaio S. Tommasoli, vol. 4161, gen. 1855-dic. 1856, Atto n. 864 del 19 gennaio 1855 e Codicillo n. 872 del 28 febbraio 1855.
  62. C. Musatti, L’accertamento dei decessi a Venezia e tra i medici del circondario, Venezia, 1884, p. 7.
  63. Si tratta di due fogli semplici e di un foglio doppio conservati all’interno del volume di A. Olmi, Sulla possibilità d’essere sepolti vivi e sulla maniera di prevenirla. Ragionamento, Firenze, 1807, esemplare conservato presso la Biblioteca Federiciana di Fano che mi è stato segnalato da Beppe Olmi. Gli appunti vergati a mano iniziano rispettivamente: Al senato francese venne presentata una petizione; Colera di Napoli 1873; Torino-mercoledì 14 luglio 1875 (tutti nel foglio doppio); La morte apparente; I funerali di un vivo, nei due fogli semplici. Nella terza di copertina sono incollati tre ritagli di giornale sullo stesso argomento e in uno di questi è possibile leggere la provenienza e la data: «Il Messaggero», 29-8-1891.
  64. Foglio ms: La morte apparente, cit. nella nota precedente.
  65. Olmi, Sulla possibilità d’ esser sepolti vivi, cit., p. 11.
  66. «La Jereiatria», cit., n. 3: Morte apparente e morte reale.
  67. F.Pacini, Sopra il caso particolare di morte apparente dell’ultimo stadio del colera asiatico. Appendice alla memoria sulla respirazione artificiale del prof. Filippo Pacini, con un post-scriptum sugli impedimenti al sapere del Sillabo Bufaliniano, Firenze, 1876, p. 3 (estratto da «L’Imparziale-Giornale medico», marzo 1876).
  68. P. Betti, Seconda appendice alle considerazioni sul colera asiatico che rattristò la Toscana negli anni 1835-36-37-49 comprendente l’ivasione colerica del 1855, Firenze, 1855, p. 336.
  69. Pacini, Sopra il caso particolare di morte apparente, cit., p. 5.
  70. Olmi, Sulla possibilità d’essere sepolti vivi, cit., p. 15.
  71. Linares, Maria e Giorgio, cit., vol. II, p. 77.
  72. F. Verardini, Breve cenno intorno l’invasione colerica nella città e provincia di Bologna nell’anno 1855, Bologna, 1856, p.17.
  73. Pacini, Sopra il caso particolare di morte apparente, cit., p. 6.
  74. C.D. De Sterlich, Quadri storici del cholera di Napoli, Napoli, 1837, pp. 274-276.
  75. «La Gazzetta di Bologna», del 18 settembre 1855.
  76. Galaverna, Saturnein, cit., pp. 68-69.
  77. SASU, Atti notarili, Notaio S. Tommasoli, cit., Codicillo, cit.
  78. ASB, Archivio notarile, Atti dei notai, 1801-1807, Notaio Vincenzo Paliotti.
  79. Olmi, Sulla possibilità d’essere sepolti vivi, cit., pp. 20-21.
  80. Linares, Maria e Giorgio, cit., vol. I, p. 16.
  81. ASP, Sanità, b. 104, Circolare n. 15296 del 28-11-1854.
  82. Ivi, Circolare ai Signori Direttori degli Ospedali, Roma, 28 novembre 1854.
  83. Pacini, Sull’ultimo stadio del colera, cit, pp.15-16.
  84. Archivio della Provincia di Pesaro-Urbino (APPU), Foglio periodico della prefettura di Pesaro-Urbino, a.1884, Pesaro, 1885, p. 1574.Analogo riscontro in G. Montanari, Sul cholera morbus, cit,, p.16.
  85. A. Mosso, Le precauzioni contro il colera e le quarantene, in “Nuova Antologia”. Vol. XVIII, fasc. XVII,15 settembre 1884.
  86. Pacini, Sull’ultimo stadio, cit., p.16.
  87. Avvertimento per preservarsi dal colera tratto da un’operetta del dottor Pfeufer, professore all’Università di Monaco e tradotta dal Erhardt in Roma, Firenze, 1854, p. 22.

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