Il privato è pubblico – Il privato è pubblico: la memoria di famiglia come genere impegnato
Laura Pergola, Il privato è pubblico – Il privato è pubblico: la memoria di famiglia come genere impegnato, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 12, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13707
1. Memoria di famiglia e letteratura circostante
Un pregiudizio di lunga data vede nel romanzo di famiglia un genere intrinsecamente conservatore, persino reazionario. Già alla fine degli anni Sessanta, Philip Thody sosteneva questa tesi1, e ancora oggi che il romanzo di famiglia si presenta come un macro-genere2, un arcipelago3 di narrazioni spesso eterogenee, questa visione rimane largamente diffusa, e investe testi di qualità (anche intesa come tasso di letterarietà) molto diversa. Complici di questa diffidenza sono forse anche gli sguardi sospettosi che di solito investono la narrativa di successo; anche a ragion veduta, visto che una produzione così ampia difficilmente può tradursi in un livello qualitativo omogeneo.
Partendo da queste considerazioni, mi concentrerò sulla memoria di famiglia che, pur essendo il sottogenere del romanzo di famiglia più nuovo e aperto alla sperimentazione – quindi a rigore meno conservatore – continua ad attirare critiche simili, essendo visto come troppo personalistico per affrontare in modo serio questioni legate alla collettività.
Il presente articolo intende quindi indagare questo nodo problematico, accostando la memoria di famiglia al concetto di impegno nella letteratura dell’estremo contemporaneo. Quest’ultima nozione è da molto tempo oggetto di un dibattito che vede principalmente due possibili posizioni: da un lato c’è chi, come Luperini e Berardinelli, vede l’impegno come la «certezza che la propria coscienza politico-letteraria del presente è il principio da cui dedurre un solo modo storicamente corretto di risolvere il rapporto fra realtà sociale, imperativi politici, forme letterarie4»; dall’altro invece, a partire da Jennifer Burns, si è aperta la possibilità di concepire l’impegno anche al di là di un pensiero anche politicamente monolitico, dando luogo invece a una «fragmentary attention to specific issues5», e possibilmente preparando il terreno a «new forms of political action and help up reformulate the goals of emancipatory struggle6». In prima battuta, cercherò di mostrare perché la memoria di famiglia può godere oggi di una così ampia fortuna editoriale e critica, facendo riferimento in particolare alle analisi di Gianluigi Simonetti, che forniscono le coordinate per contestualizzare il fenomeno nel quadro di produzione della letteratura circostante.
In secondo luogo, proverò a ipotizzare in che modo questa forma narrativa, percepita come intimista, possa intrecciarsi con il concetto di impegno, dando luogo a nuove modalità di intervento sul reale.
Infine, attraverso l’analisi di due casi rappresentativi, cercherò di mostrare come la memoria di famiglia possa costituire un dispositivo narrativo in grado di aprirsi alla collettività, fungendo da ponte tra esperienza privata e immaginario condiviso.
La memoria di famiglia è un genere ibrido che, nella definizione di Elisabetta Abignente, si distingue per tre caratteristiche fondamentali: per prima cosa, «l’intenzione dell’autore di ripercorrere e narrare la storia della propria famiglia lungo più generazioni, attingendo a ricordi personali o a fonti orali, scritte, materiali, visive, per colmare i vuoti della memoria e ridare voce a chi non l’ha più7»; in secondo luogo, per il ruolo di primo piano attribuito al discendente, «colui che è stato generato» e che invece si pone «di fatto come il creatore, colui che genera i propri antenati riportandoli in vita sulla pagina scritta, o che quanto meno li osserva inosservato8»; infine, per l’«equilibrio interno tra spazio laterale concesso all’io narrante e centralità accordata agli altri membri della famiglia – fratelli, genitori, nonni – che risultano essere i veri protagonisti della storia9». Si tratta di un genere non recentissimo e tutt’altro che estraneo alla nostra letteratura: Abignente prende infatti le mosse da Lessico famigliare (1963) ma, seguendo una suggestione di Marina Polacco10, fa risalire le radici del genere ai libri di famiglia diffusi tra i mercanti dal tardo medioevo. Nonostante la sua lunga genealogia, la memoria di famiglia vive oggi un periodo decisamente florido; certo, in questo momento, l’intera galassia comunemente detta del romanzo di famiglia è estremamente popolare, soprattutto nella sua forma più conservatrice di romanzo genealogico (o saga), che racconta la storia di una famiglia lungo almeno tre generazioni, di solito con una vocazione storica (basti pensare ai romanzi di Stefania Auci11). Ci sono poi moltissimi romanzi di famiglia meno legati alle contraintes formali e cronologiche del romanzo genealogico, e che pure sono strutturati secondo «l’articolazione delle dinamiche familiari, generazionali, come dei traumi oppure le rivolte interne al nucleo verso situazioni inaccettabili che provengono dal macro-costrutto sociale12». Tra questi spicca senz’altro la memoria di famiglia, complice anche il successo e il premio Nobel attribuito nel 2022 a una campionessa indiscussa del genere quale Annie Ernaux, che ha sicuramente incentivato la pubblicazione di queste narrazioni. Non è difficile capire perché: la memoria di famiglia, trovandosi al confine tra memoir13, romanzo storico e romanzo genealogico, permette di intercettare una serie di tendenze e soddisfare alcune necessità della letteratura circostante, intesa come l’insieme delle «scritture che ci stanno attorno14», e che tengono da conto non solo la letteratura forte, ma anche quella che Simonetti definisce tiepida.
Cosa rende la memoria di famiglia un genere così efficace nell’interpretare le esigenze della letteratura di oggi? Innanzitutto, il tema, visto che, almeno a partire dal 2017, lo Strega ha avuto la tendenza a premiare libri che «esibiscono una spiccata vocazione genealogica, configurata attorno a un protagonista che indaga sul proprio passato15». Rispetto ai romanzi di famiglia a tasso variabile di finzionalità, la memoria di famiglia presenta degli ulteriori vantaggi. Anzitutto, essa propone inevitabilmente un narratore che, seppur da una posizione sfalsata, dice «io» e, come osservato dalla critica su più fronti, è ormai chiaro che «la presa di parola individuale è uno dei fenomeni tipici dell’ipermoderno16». Inoltre, poiché il genere prevede l’individuazione di una famiglia specifica, situabile nel tempo e nello spazio, esso soddisfa anche quel «bisogno di “vero” che si è nutrito e si nutre, stilisticamente di effetti di realtà17». In effetti le memorie di famiglia si servono volentieri di fonti di vario tipo, includendole nella narrazione secondo diverse tecniche di montaggio, in maniera diretta (allegando immagini o scansioni di documenti), oppure indiretta (ad esempio riportando e/o rielaborando parzialmente il testo di un diario o di un articolo di giornale). Per questo motivo, la memoria di famiglia prevede di norma, oltre alla costitutiva ibridazione di generi, anche una ibridazione di codici, premiata da una letteratura «sempre più ansiosa di contaminarsi con linguaggi, nodi, ambiti e spesso anche supporti lontani dalla tradizione moderna18». Le narrazioni dell’io, in piena armonia con le ragioni della società ipermoderna, nella sua ricerca di immediatezza, fanno spesso leva sull’emotività del lettore; da questo punto di vista i documenti da un lato hanno un potere oggettivante che avvalora la realtà dei fatti, dall’altro avvicinano il lettore alla storia che sta leggendo. La spiccata emotività dipende quindi in primis da esperienti retorici, dato che la voce narrante tende a enfatizzare la realtà dei fatti narrati e il proprio legame con la narrazione in quanto persona che ha diritto di prelazione su ciò che racconta in virtù di un legame di sangue, ma si appoggia anche su scelte tematiche. Spesso, come nei casi che presenterò, le memorie di famiglia si configurano come narrazioni di riparazione, volte a ridare voce a chi non l’ha più. In generale (e questo mi sembra comunque essere un tratto della non-fiction se non della letteratura ipermoderna in generale, e infatti è un elemento ricorrente) gli eventi e il motore della narrazione sono connotati da una forte carica emotiva o traumatica.
Al tempo stesso, però, le memorie di famiglia, pur mantenendo il punto di vista più o meno personale di un io narrante con cui il lettore ha la possibilità di immedesimarsi, sono necessariamente delle narrazioni corali, in cui i protagonisti sono molteplici. Meglio ancora, a essere protagonista è spesso la famiglia intesa come tribù alla maniera di Lessico famigliare, cioè «une réalité transcendante à ses membres, un personnage trasnpersonnel doté d’une vie et d’un esprit communs et d’une vision particulière du monde19». Non è tutto: poiché la vicenda famigliare è di norma inserita in un contesto a forte connotazione storica e/o sociologica, come nei due casi di cui parlerò più avanti, la memoria di famiglia permette di soddisfare abbastanza agevolmente quella «esigenza peraltro molto variegata di partecipazione alla vita pubblica20» che caratterizza la letteratura degli ultimi venti anni. Grazie alla «capacità delle storie di famiglia di farsi metonimia, o meglio ancora allegoria, della storia di una comunità più ampia di quella parentale21», la memoria di famiglia permette di parlare di sé, delle proprie radici, ma anche di affrontare delle problematiche sociali, che riguardano la collettività. Ad esempio, Quello che so di te (2024) di Nadia Terranova descrive sì il recupero della verità sulla nonna Venera e sul ramo materno della scrittrice, oscurata dalla “mitologia famigliare”, ma intende anche proporre una aspra critica delle condizioni delle pazienti psichiatriche nella prima metà del Novecento, nonché dei tabù intorno alla depressione post-partum e alla salute mentale, soprattutto delle donne.
2. Memoria di famiglia e impegno
La portata collettiva delle memorie di famiglia ci porta allora a interrogarci sulle possibili interazioni tra di essa e quello che viene variamente identificato come impegno. Partiamo dal presupposto che, chiunque abbia voluto operare una qualche ricognizione della letteratura italiana dagli anni Duemila, ha dovuto fare i conti con due tendenze complementari: da un lato, la scomparsa dell’impegno alla maniera novecentesca tradizionalmente inteso come «radicamento di chi scrive non solo in un’ideologia, ma in una forza politica precisa22»; dall’altro, l’imperativo morale di partecipare alla vita pubblica attraverso una letteratura utile, fortemente eteronoma, in grado di esprimere dei valori positivi. Su questa tendenza si è espresso, in toni un po’ apocalittici, Walter Siti, che ha parlato, com’è noto, di «neo-impegno», pratica che, a suo avviso
«punta su un contenutismo tanto orientato sulla cronaca quanto angusto, con temi che non è difficile elencare: migranti, vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto, bambini in guerra, insegnati eroici, giornalisti o avvocati in lotta col Potere, criminalità organizzata, minoranze etniche»23.
Sul piano tematico, l’argomentazione di Siti è difficilmente eludibile. Se è vero che in moltissimi romanzi degli ultimi anni «la famiglia è lo spazio naturale della narrazione24», e che la stoccata di Siti si estende ben oltre i confini del romanzo di famiglia e dei suoi sottogeneri, è innegabile che il genere della memoria di famiglia sia molto frequentato, anche in Italia, soprattutto dalle scrittrici postcoloniali, dalle scrittrici in generale e da persone di discendenza ebraica ed è chiaro che, trattandosi di narrazioni non finzionali, tali tematiche finiscano necessariamente per acquisire un ruolo centrale25. Questa tendenza finisce per creare anche delle aspettative editoriali e di ricezione che inevitabilmente influenzano il campo di produzione, incentivando queste stesse categorie a cimentarsi in testi famigliari ad alto tasso di emotività e con un obbiettivo polemico definito, siano le condizioni dei migranti, delle donne, o di altre minoranze. Attraverso il racconto delle generazioni, chi scrive questi testi può adottare una prospettiva post-memoriale, in cui si usa la storia della famiglia per metabolizzare dei traumi personali o collettivi. In questi casi, come in altre forme romanzesche imparentate con il romanzo storico, «la regressione temporale non ha scopo evasivo, al contrario si vuole impegnata, appunto, ed è in gran parte rivolta al presente126». Oggi più che mai, difficilmente si scrive una memoria di famiglia per parlare del passato, e anzi la forza di simili narrazioni risiede proprio nella compresenza di due piani temporali, che permettono di individuare dei rapporti di causa ed effetto nei movimenti della Storia. Si tratta comunque di un impegno che riguarda soprattutto tematiche sociali e che, come suggerito da Sonya Florey, intende rispondere a una responsabilità di tipo individuale e non dipende da un obbligo morale valido universalmente, come prescriveva invece il modello sartriano27.
Intesa nell’ottica di una responsabilità individuale, la memoria di famiglia permette di inserire la propria vicenda in un contesto più ampio, cercando di arrivare in modo graduale a una visione il più possibile collettiva. Collocata sulla soglia tra memoir e romanzo storico, la memoria di famiglia può servire a rappresentare la graduale presa di coscienza del proprio ruolo all’interno della società, giocando sul rapporto tra Storia e storia individuale, suggerendo – più o meno direttamente – che ciascuno di noi è implicato nella vita pubblica.
3. Dal privato al pubblico
Ai fini di indagare l’ambigua triangolazione tra memoir, memoria di famiglia e impegno, mi avvarrò di due casi recenti, particolarmente significativi perché collocano il nostro oggetto di indagine all’interno di un ecosistema narrativo più ampio e articolato.
Negli ultimi quattro anni, Maria Grazia Calandrone e Giuseppe Culicchia hanno pubblicato due trilogie composte di testi non-finzionali, legati da un tema comune: rispettivamente la condizione femminile tra la metà del Novecento e la fine degli anni Duemila e gli anni di piombo.
Calandrone e Culicchia sono accomunati da una serie di caratteristiche: praticamente coetanei (nati rispettivamente nel 1964 e nel 1965), sono già, all’inizio di questo decennio, scrittori affermati (l’una come poeta e l’altro come romanziere); entrambi si propongono come esponenti di una cultura “di sinistra”. Soprattutto, tutti e due si presentano come i portatori di una esperienza fuori dal comune e radicata nella storia del secolo scorso: Calandrone, all’età di un anno, viene abbandonata a Villa Borghese dai genitori, che si suicideranno poche ore dopo; Culicchia, ancora undicenne, perde il cugino Walter Alasia, brigatista morto in un conflitto a fuoco con la polizia, venuta in casa sua per arrestarlo.
Lo schema è il medesimo: un primo libro-memoir, incentrato sulla propria esperienza individuale rispetto alla vicenda (il rapporto tra Calandrone e la madre adottiva in Splendi come vita e il rapporto tra Culicchia e il cugino in Il tempo di vivere con te); una memoria di famiglia in cui l’evento viene collocato all’interno di un contesto famigliare e più o meno esplicitamente storico (Dove non mi hai portata e La bambina che non doveva piangere); un romanzo di cronaca su un fatto estraneo alla storia di chi racconta ma ad essa collegato28: il caso Lucia Cristallo, accusata di aver ucciso il marito abusante e l’omicidio di Sergio Ramelli, giovanissimo iscritto al Fronte della Gioventù ucciso da alcuni militanti di sinistra legati ad Avanguardia Operaia.
In entrambi i casi, la messa in relazione più o meno esplicita dei tre libri sembra corrispondere a una graduale presa in carico della portata sociale e collettiva della propria vicenda personale e famigliare. In questo contesto la memoria di famiglia, cui viene attribuita la posizione centrale, funge da soglia tra la dimensione privata del racconto intimista e quella pubblica del romanzo su un caso di cronaca29, ed è pertanto su di essa che mi concentrerò.
Cominciamo col situare i due romanzi rispetto alla memoria di famiglia, fatto non scontato, visto che entrambi sembrano focalizzarsi sul personaggio cui si riferisce il titolo: Lucia Galante Greco, madre biologica di Calandrone per Dove non mi hai portata, e Ada Tibaldi per La bambina che non doveva piangere. Le due donne sono tuttavia inserite all’interno di un contesto familiare e sociale, che in Dove non mi hai portata si realizza anche nella struttura del libro, in quanto ogni capitolo viene dedicato a un personaggio o a un luogo differente (Tonino; Luigi; Giuseppe; Milano; Roma). Anche Culicchia, nel momento in cui è chiamato a raccontare la storia di Ada Tibaldi (che di fatto diventa interessante in quanto madre di Alasia e zia di Culicchia), parte dall’incontro dei nonni materni (due operai piemontesi) e rivela fin da subito che Giuseppe Tibaldi aveva partecipato alla Marcia su Roma, segnalando fin da subito la presenza assillante della Storia.
Trattandosi di un genere di confine, la memoria di famiglia è di norma caratterizzata da una scrittura ibrida: nel caso di Culicchia, l’ibridazione è in linea di massima limitata alla commistione di generi, con numerosi inserti saggistici sugli anni di piombo, come il riepilogo degli eventi del 1971 a pagina 121, che in Uccidere un fascista verranno rimpiazzati dall’uso estensivo delle note. Nel caso di Calandrone, poeta, questo si riflette comprensibilmente soprattutto sul piano stilistico-formale: nella distribuzione del testo («sebbene si tratti di un’opera principalmente in prosa, alcuni paragrafi presentano a capo e spaziature inconsuete: la scelta è intenzionale30»), ma anche nella disposizione della sua scrittura a nutrirsi di linguaggi settoriali, come quello giornalistico, quello giuridico, e perfino quello medico. A tale qualità inclusiva è da ascrivere anche l’accoglienza di vari documenti: entrambi gli autori includono estratti di articoli di giornali e soprattutto fotografie: l’effetto, nella Bambina che doveva piangere è proprio quello dell’album di famiglia, ma anche di fronte alle immagini di Walter neonato e sorridente «la Storia non si ferma. Presto, con Ada, inquadrerà nel suo mirino anche Walter31», e in effetti in mezzo alle foto del clan Tibaldi si infiltrano, minacciose, le immagini dei protagonisti del secondo conflitto mondiale. Calandrone invece, che ha a disposizione pochissime fotografie, di cui due sole di Lucia, si avvale anche di altre fonti, che vengono accluse al libro: il proprio certificato di nascita; una lettera di Luigi Greco alla suora, che accusa Lucia del tradimento; una mappa di Roma32; la lista potrebbe continuare. In questo si vede anche la postura opposta che i due autori assumono rispetto alle categorie della memoria di famiglia secondo la descrizione di Abignente: Culicchia, com’è logico, adotta il punto di vista del narratore-testimone, colui che ha assistito agli eventi che racconta, pur senza viverli da protagonista. Anzi, proprio il suo punto di vista obliquo sui fatti, basato sui ricordi di un bambino che comprensibilmente stravede per un cugino più grande che parla di calcio e sa far ridere con le sue imitazioni, suscita l’empatia del lettore verso Walter e la sua famiglia, la cui vita è fatta anche di una ritualità domestica che Culicchia cerca di ricreare attraverso dettagli e dialoghi ordinari. Diversamente, Calandrone, pur appartenendo alla seconda (o tutt’al più alla terza33) generazione, assume il ruolo della narratrice-archivista, categoria che Abignente isola sul modello degli Archivi del Nord di Marguerite Yourcenar, la quale però si spinge indietro di secoli e millenni34. Malgrado la vicenda l’abbia coinvolta direttamente, la prospettiva da cui Calandrone scrive è a tutti gli effetti postmemoriale: non si basa su ricordi personali ma su fenomeni di proiezione (projection) e partecipazione attraverso l’immaginazione (imaginative investment) rispetto a un trauma vissuto dalla generazione precedente35.
Queste due diverse posizioni si riflettono anche nelle dichiarazioni poste in apertura del libro di Culicchia:
«Questo romanzo è solo in minima parte opera di fantasia, lì dove non ero presente nel momento in cui avvenivano certi fatti o si svolgevano certi dialoghi. Ciò premesso, tutto quanto è raccontato in queste pagine è realmente accaduto36.»
E di quello di Calandrone:
«Le conoscenze espresse nel testo sono ricavate dalle innumerevoli testimonianze raccolte dall’autrice37.»
Sebbene entrambi mettano l’accento sulla veridicità dei fatti narrati, sedimentata di volta in volta dagli affondi storici di Culicchia, e dagli effetti di realtà38 di Calandrone, il primo mette l’accento sul proprio ruolo di testimone diretto, mentre la seconda dichiara di esprimere delle conoscenze (che sembrano alludere a una dimensione oggettiva) frutto di testimonianze raccolte dall’autrice, che assumono in quest’ottica il valore di prove, intese come materiali da sottoporre a verifica incessante39. L’accumulo di prove per mettersi al riparo da possibili accuse di manipolazione della realtà, che si inserisce ovviamente in una tendenza più ampia sviluppatasi a seguito del postmoderno40, si mescola in questi testi a una spinta opposta, più letteraria e potenzialmente deformante che dipende dalla posizione obliqua (infantile da un lato, ricostruita dall’altro) di chi racconta ed è invischiato emotivamente nella materia narrativa. I fatti vanno quindi ricavati oppure lavorati di fantasia, ed è qui che scende in campo il narratore. Entrambi i testi sono retti da una commistione di prove e ricostruzione romanzesca, visto che entrambi ricostruiscono cose che non potevano sapere. Si tratta di un aspetto molto più scoperto in Calandrone che, per esempio, propone due diverse versioni degli ultimi giorni della madre a Palata, proprio perché, in mancanza della memoria, si trova costretta a procedere a tentoni, nel tentativo di ricostruire una vicenda il più possibile vicina alla verità. Culicchia, invece, pur mantenendo un punto di vista personale sulla vicenda, si avvicina maggiormente al romanzo storico tradizionale, per esempio facendo spesso affidamento sui dialoghi per descrivere i rapporti tra i protagonisti e le loro vicende. Anzi, a volte proprio in queste conversazioni sembrano esserci dei presagi che danno un’idea di romanzesco: come Ada che, dopo aver letto Cos’è questo golpe? di Pasolini sul Corriere, commenta fatalmente: «un giorno o l’altro questo lo ammazzano41»; oppure Luciana, moglie del maresciallo Sergio Bazzega, che ha un brutto presentimento proprio la sera prima che l’uomo muoia nello scontro a fuoco con Walter42.
Malgrado il diverso approccio con cui i due scrittori dispongono del materiale di partenza, la necessità di un intervento dimostra che per rendere credibili queste narrazioni
«occorre anche la mediazione di uno sguardo soggettivo – quello stesso che ci ha guidato nelle pagine precedenti raccontando anche la propria storia e, dunque, esibendo la propria parzialità. Ciò che ci fa credere alla storia [del protagonista] e della sua famiglia non è solo lo scrupolo della ricostruzione, ma la possibilità di instaurare un rapporto emotivo con quelle persone reali43.»
La prospettiva o, se vogliamo, il posizionamento dei due autori si esprime anche sulla scelta di un approccio più sociologico (nel caso di Calandrone) o storico (nel caso di Culicchia). Calandrone, con debito dichiarato a Ernaux, analizza la sua vicenda non solo da un punto di vista di genere – Lucia Galante Greco era stata costretta a sposare un uomo instabile in un’epoca in cui il divorzio non esisteva e l’adulterio era un reato punibile col carcere per la donna – ma anche in termini di classe. Gli anni del boom economico descritti dall’autrice sono anche un’epoca di grande disparità sociale, dove per le classi subalterne rimane difficile affermarsi. Su questa visione si regge anche l’interpretazione del gesto estremo dei genitori, che avrebbero scelto di abbandonare la bambina a Villa Borghese, lasciandola «alla compassione di tutti» e inviando la lettera proprio all’«Unità», quotidiano che all’epoca reca la dicitura «Organo del partito comunista italiano» e che sarà l’unico a dare «voce politica alla loro motivazione umana44», ritenendo che «il futuro di Lucia e Giuseppe sarebbe stato la “stabile prospettiva di una vita illegale e densa di costante miseria” dovuta alle “ferree e ipocrite leggi del moralismo borghese”45.»
Culicchia, invece, adotta come si è detto una prospettiva dichiaratamente storica, resa evidente dalla struttura del libro, diviso per decenni, e dai già citati approfondimenti sugli anni di piombo, che descrivono i movimenti politici e sociali di quegli anni, ma anche l’organizzazione delle Brigate Rosse, una linea che verrà portata avanti anche nell’ultimo volume della trilogia, incentrato però sulla parte politica opposta, e ancor più denso di riferimenti bibliografici.
A prescindere dal metodo, questa scelta, oltre a fornire il contesto necessario a comprendere le vicende narrate, le scelte e la psicologia dei personaggi, permette anche all’autore di collocarsi in una certa macroarea di conoscenza: la tutela delle donne o il terrorismo degli anni di piombo. Queste memorie di famiglia mostrano che, in un momento storico in cui per proporsi come intellettuali è necessario posizionarsi come interpreti esperti di un determinato ambito46, l’esaltazione del legame tra la propria esperienza di vita e l’argomento di cui ci si vuole occupare, può costituire una strategia efficacie per mostrare la propria competenza. Nel mentre che raccontano una vicenda di cui sono titolati a parlare a priori in quanto persone coinvolte più o meno direttamente, i due autori preparano anche il terreno per allargare il proprio orizzonte attraverso il racconto storiografico (Culicchia) o l’esaltazione delle proprie doti di investigatrice (Calandrone). Dimostrando – o provando a dimostrare – di padroneggiare l’argomento e di essere in grado di organizzarlo in un sistema narrativo convincente e coinvolgente, sia Calandrone sia Culicchia si guadagnano l’opportunità di affrontare il problema su una scala più ampia. A riprova di ciò, i volumi successivi, Magnifico e tremendo stava l’amore e Uccidere un fascista, conserveranno una focalizzazione individuale che personalizza il tema che si affronta e punta a mantenere il contatto emotivo con il lettore, che infatti partecipa della vicenda di Luciana Cristallo o di Sergio Ramelli, e non è chiamato a interessarsi genericamente delle donne che subiscono violenza o delle vittime degli estremismi politici; al tempo stesso, lo sguardo multiprospettico e l’accumulo di casi afferma, più o meno direttamente, la portata universale del racconto, che avrebbe potuto toccare chiunque, qualsiasi famiglia.
4. Conclusioni
Se si sceglie affrontare la questione del rapporto tra memoria di famiglia e impegno in questi testi con uno sguardo disincantato come quello di Siti, bisogna ammettere che i vantaggi dal punto di vista degli autori sono numerosi. Non a caso è proprio in corrispondenza di Dove non mi hai portata che Calandrone passa da un editore medio-piccolo (Ponte alle grazie) a Einaudi, ed è con lo stesso romanzo che si piazza nella cinquina del Premio Strega. Come si è già accennato, il premio (e, potremmo aggiungere, una larga fetta dell’industria letteraria italiana), ha ultimamente favorito «una scrittura in prima persona ad alto tasso di referenzialità, specializzata nel racconto famigliare e sentimentale e versata alla gestione di un’indagine47.» Inoltre, lo Strega negli ultimi anni ha iniziato a premiare le scritture ibride, basate su storie vere con uno «slancio documentario, che spinge ad allegare alle parole – quasi a rinvigorirle – una quantità variabile ma rilevante di testimonianze, attestati, mappe, disegni, foto d’epoca, bibliografie48.» Tali tendenze sono state coadiuvate da un nuovo impegno
«comunemente inteso soprattutto in senso contenutistico, e tiepidamente progressista: come attenzione alla realtà civile, critica al sistema economico e produttivo, difesa delle vittime della società e della storia, perfino auto-aiuto, terapia, cura in situazione di stress politico ed emotivo49.»
È altresì evidente, dall’analisi di questi testi, che non sia possibile trovarci una nozione di impegno in senso tradizionale. Anzi, a ben guardare proprio Culicchia, che propone la trilogia che si vorrebbe più apertamente politica, fa bene attenzione a non dichiarare la sua affiliazione a qualsivoglia partito, come ricorda in Uccidere un fascista: «quello che conta in questo mio mestiere è raccontare ogni cosa con onestà, guardando alle persone e ai fatti per quello che erano o che sono, senza indossare le lenti oscurate dell’ideologia50.» Anzi, proprio nel terzo libro della trilogia l’attenzione per la dimensione umana di quella che viene presentata come la grande tragedia della Storia, rischia di portare a un appiattimento delle dinamiche storiche e politiche che suscita quantomeno perplessità51. Diversamente Calandrone non si rivolge direttamente alla classe politica italiana, ma rivendica in modo chiaro e documentato una maggiore tutela delle donne a livello sociale e giuridico, mettendo in evidenza come ancora in anni recenti la legge italiana non sia stata in grado di fare fronte a episodi di violenza.
Oltre al contenutismo caratteristico del neo-impegno, bisogna tenere presente che la memoria di famiglia, per la sua stessa conformazione si porta dietro il rischio che la spinta totalizzante e la coralità onnivora del genere diventino un modo per non prendere una posizione dichiarata, e godere dei supposti vantaggi (in termini di immagine e di vendite) di una scrittura civile senza però esporsi ai rischi di chi ha un obbiettivo polemico preciso e ben riconoscibile. Questo effetto può essere raggiunto, per esempio, attraverso la moltiplicazione di punti di vista, presentando dialoghi tra personaggi che esprimono posizioni diverse, dando a tutti uguale diritto di parola, oppure analizzando e mettendo sullo stesso piano personaggi e figure ben diverse; come nel caso di Culicchia, occuparsi sì di Walter Alasia, brigatista, ma poi anche di Sergio Ramelli, militante di estrema destra, presentandoli come due giovani vittime degli anni di piombo e appiattendone gli opposti ideali politici. Per quanto riguarda l’aspetto storico-genealogico, sembra più difficile che esso serva a relegare nel passato ciò di cui si parla, grazie alla presenza necessaria di un io narrante radicato nel presente.
Con tutti i limiti evidenziati, resta comunque evidente in entrambi i testi la volontà degli autori di partecipare alla vita pubblica, mettendo la propria esperienza individuale a servizio della collettività, e suggerendo di guardare alle esperienze del passato per interpretare meglio il presente. Per questa sua caratteristica, la morfologia ibrida della memoria di famiglia, unita alla presenza di una voce narrante più o meno forte e in grado di interpretare gli eventi, può essere messa a servizio di una causa sociale o politica, e fare da ponte tra le esperienze e i traumi individuali e la vita pubblica. Come per altri esempi di narrativa italiana dell’estremo contemporaneo, si può quindi parlare di impegno, a patto di essere aperti a una idea di impegno proteica, o frammentaria, in grado di esprimersi più che altro su temi sociali.
Note
- Philip Thody, The Politics of the Family Novel: Is Conservatism Inevitable?, in «Mosaic», 3, 1, 1969, pp. 87-101.
- Marina Polacco, Romanzi di famiglia. Per una definizione di genere, in «Comparatistica», XIII, 2004, pp. 95-125.
- Rossana Chianura, Il romanzo genealogico, Milano, Mimesis, 2024, p. 31.
- Alfonso Berardinelli, Casi critici, Macerata, Quodlibet, 2008, p. 66.
- Jennifer Burns, Fragments of Impegno. Interpretations of Commitment in Contemporary Italian Narrative, 1980-2000, Leeds, Northern Universities Press, 2001, p. 1.
- Pierpaolo Antonello, Florian Mussgnug (a cura di), Postmodern Impegno: Ethics and Commitment in Contemporary Italian Culture, Oxford, Peter Lang,2009, p. 4.
- Elisabetta Abignente, Rami nel tempo. Memorie di famiglia e romanzo contemporaneo, Roma, Donzelli, 2021, p. 7.
- Ibidem, p. 8.
- Ibidem.
- Cfr. M. Polacco, Romanzi di famiglia, cit.
- Mi riferisco ovviamente alla Saga dei Florio, composta da I leoni di Sicilia (2019) e L’inverno dei leoni (2021), pubblicata dalla Editrice Nord e oggetto di un adattamento televisivo diretto da Paolo Genovese e distribuito dalla piattaforma Disney+ nel 2023.
- Stefania Lucamante, La felicità in differita. Generazioni e tempo nelle narrazioni di famiglia (2001-2021), Milano, Mimesis, 2022.
- Intendo con memoir una narrazione autobiografica a tasso finzionale variabile ma presentata in linea di massima come reale, che si concentra sull’esperienza di vita individuale di un narratore autodiegetico.
- Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 9. L’edizione di quest’anno, che porta in finale Quello che so di te, di Nadia Terranova; L’anniversario di Andrea Bajani e La signora Meraviglia di Saba Anglana, conferma questa tendenza.
- Id., Caccia allo strega: anatomia di un premio letterario, Milano, Nottetempo, 2023, p. 140.
- Raffaele Donnarumma, Ipermodernità. Dove va la letteratura contemporanea, Bologna, Il mulino, p. 129.
- G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 89.
- Ibidem, p. 26.
- Pierre Bourdieu, À propos de la famille comme catégorie réalisée, in «Actes de la recherche en sciencies sociales», 100, 5, pp. 32-36, p. 32.
- G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 89.
- E. Abignente, Rami nel tempo, cit., p. 41.
- R. Donnarumma, Ipermodernità, cit., p. 51.
- Walter Siti, Contro l’impegno. Riflessioni sul bene in letteratura, Milano, Rizzoli, 2021, p. 25.
- R. Donnarumma, Ipermodernità, cit., p. 93.
- A titolo di esempio, rimando a Romanzo di famiglia, «Quaderni di italianistica», a cura di Stefania Lucamante, vol. 44, n. 2, 2023, che raccoglie studi su romanzi di famiglia, di cui diverse memorie, perlopiù pubblicati negli anni Duemila e di cui solo uno (Prima di noi di Giorgio Fontana) scritto da un uomo.
- G. Simonetti, Premi letterari e nuovo impegno. Considerazioni sullo “Strega” degli ultimi vent’anni, in «Narrativa», 45, Impegno, politica, ideologia nella letteratura italiana degli anni Duemila, 2023, pp. 129-141, p. 138.
- Sonya Florey, L’engagement littéraire à l’ère néolibérale, Villeneuve d’Ascq, Presses Universitaires du Septentrion, 2013, p. 46.
- Calandrone dedica all’analisi del proprio posizionamento rispetto ai fatti narrati il capitolo finale (Chi scrive c’entra. Solenoide), mentre il romanzo di Culicchia è tutto percorso di parallelismi tra Ramelli e Alasia.
- Difficile trovare un nome al terzo elemento delle due trilogie. Nel caso di Culicchia si potrebbe forse utilizzare la denominazione di romanzo neostorico, mentre quello di Calandrone, ambientato nel 2004, un’epoca relativamente vicina e descritta in continuità con l’attualità, sembra avvicinarsi maggiormente al libro true crime. In ogni caso, si tratta di romanzi che hanno al centro un fatto di cronaca nera e si propongono di indagarne le ragioni e le conseguenze su un piano sociologico.
- Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata, Einaudi, Torino, 2022, p. 1. Dichiarazioni analoghe si trovano anche in Splendi come vita e Magnifico e tremendo stava l’amore.
- Giuseppe Culicchia, La bambina che non doveva piangere, Mondadori, Milano, 2023, p. 80.
- La componente geografica è estremamente spiccata nel libro: Roma e Milano, che danno il nome a due capitoli, sono quasi assurte al ruolo di personaggi.
- A voler essere pignoli, le generazioni chiamate in causa sono quattro: quella dei genitori di Lucia; quella di Lucia; quella dell’autrice e infine quella di sua figlia, che diventa una interlocutrice fondamentale soprattutto negli ultimi capitoli del libro.
- Cfr. E. Abignente, Rami nel tempo, cit., pp. 49-51.
- Marianne Hirsch, The Generation of Postmemory, New York, Columbia University Press, 2012, p. 5.
- G. Culicchia, La bambina che non doveva piangere, cit., p.6.
- G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 26.
- L’inclusione di documenti scansionati e allegati al testo, ma anche l’inserimento di dettagli all’apparenza irrilevanti che forniscono delle coordinate storico-sociologiche come la contemporanea uscita di un film o di una canzone.
- Mi rifaccio alla definizione di prova proposta da Carlo Ginzburg in saggi come Rapporti di forza. Storia, retorica, prova [2000], Feltrinelli, Milano, 2012.
- Su questo fenomeno, indagato anche da G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., e R. Donnarumma, Ipermodernità, cfr. soprattutto «Allegoria», 57, Gennaio-Giugno 2008.
- G. Culicchia, La bambina che non doveva piangere, cit., p. 152.
- Ibidem, pp. 181-182.
- R. Donnarumma, Ipermodernità, cit., p. 129.
- M. G. Calandrone, Dove non mi hai portata, cit., p. 224.
- Ibidem, p. 223.
- Cfr. Zygmunt Bauman, Bruno Bongiovanni, Intellettuali, Roma, Treccani, 2024.Sul rapporto tra intellettuale, esperto e impegno mi rifaccio alla relazione tenuta in occasione del convegno Nuove forme dell’impegno nella letteratura italiana (Università Savoie-Mont Blanc, 13-14 marzo 2025) dal prof. Raffaele Donnarumma, La persuasione e la retorica. Scrittori e discorso pubblico nell’Italia contemporanea.
- G. Simonetti, Premi letterari e nuovo impegno, cit., p. 136.
- Ibidem, p. 138-139.
- Ibidem, p. 134.
- G. Culicchia, Uccidere un fascista, Mondadori, Milano, 2025, p. 186.
- Su questo punto segnalo l’acuta analisi di Gabriele Cingolani, Dare del tu a un fascista. Alcune considerazioni su un libro di Giuseppe Culicchia dedicato a Sergio Ramelli, Dare del tu a un fascista. Alcune considerazioni su un libro di Giuseppe Culicchia dedicato a Sergio Ramelli – La letteratura e noi , visto il 3 giugno 2025.
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