Bibliomanie

indice del numero 39
maggio/agosto 2015

Mistero etrusco
di , Saggi e Studi

Mistero etrusco

Il “mistero etrusco” (che, a ben vedere, tale non è, o è solo in parte, o è forse, oramai, un "mistero in piena luce", essendo l'alfabeto etrusco perfettamente decifrabile, ed essendosi via via venuto chiarendo, negli ultimi decenni, attraverso l'indagine etimologica e il ricorso al metodo comparativo e combinatorio — fondato sul ricorrere di determinati contesti ed ambiti logici, semantici e sintattici —, il significato di larga parte dei vocaboli) non ha cessato di esercitare, specie tra Ottocento e Novecento, la propria duratura suggestione su poeti e scrittori: dal "vaso etrusco" di un racconto di Mérimée, scrigno ed emblema dell'enigma, del perturbante, dell'ombra inquietante, al sarcofago etrusco di un'Elegia Duinese di Rilke, nella cui cavità abita e risuona la voce inafferrabile dell'essere; da Aldous Huxley, che, affascinato dalla splendida, ieratica impenetrabilità di quei suoni intorti e cupi, dalla loro sublime, arcaica ed aristocratica inutilità, definiva l'etrusco — con squisito ed intelligente snobismo — la sola lingua degna di essere studiata da un gentiluomo, fino all'americano Ri... continua a leggere

tag: ,

torna su

Riscoprire la storia della scienza
di , Saggi e Studi

La storia della scienza come campo di ricerca autonomo e come disciplina presente nei programmi universitari è molto recente: le prime cattedre vengono istituite sotto dipartimenti umanistici nel 1892 a Parigi, e solo negli anni ’20 in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia, nonostante la fama e il valore dei patrimoni (perlopiù) storico-scientifici, bisognerà aspettare il 1979; ancor oggi, peraltro, l’inserimento sistematico di questo insegnamento nei percorsi scientifici è parziale, tanto che spesso rimane affidato a scelte e iniziative de facto individuali. La comunità scientifica italiana ha risentito pesantemente di questo ritardo: pure a causa del lungo processo unitario, non ha avuto a disposizione gli strumenti culturali, sociali e istituzionali per incidere sul fronte della divulgazione, cosa che è avvenuta in maniera sporadica e occasionale. Per secoli, nella cultura europea, la tradizione letteraria ha ricoperto un ruolo fondamentale in campo educativo, stimolando il senso critico e le facoltà di giudizio e analisi. La scienza, oggigiorno ben si sa, è stata un’impresa fatta di tentativi, di errori, ma pure d’innumerevoli successi, realizzati con impegno creativo analogo a quello che ha prodotto le arti figurative, la letteratura, la musica. Negli ultimi anni, le nuove generazioni hanno manifestato un interesse sempre più vivo verso le conoscenze e le competenze tecnico-scientifiche, che però ... continua a leggere

tag: ,

torna su

Interrogation. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle
di , Saggi e Studi

<em>Interrogation</em>. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle

Considera quod hodie proposuerim in conspectu tuo vitam et bonum, et e contrario mortem et malum. Testes invoco hodie contra vos caelum et terram quod proposuerim vobis vitam et mortem, benedictionem et maledictionem. C’è anche la destra sublime: è la destra divina, «dentro di noi, nel sonno». L’approdo è nelle opere terminali di Pasolini, quando la forza di conservazione diventa – poeticamente, non realisticamente – nominabile. A che cosa serve una destra divina? Politicamente, a nulla. Ma la soluzione d’autore, alla fine della Nuova gioventú, è che il problema non è n... continua a leggere

tag: ,

torna su

Vaticano e III Reich: una relazione difficile
di , Saggi e Studi

Vaticano e III Reich: una relazione difficile

Uno dei grandi dilemmi storici del XX secolo riguarda senza dubbio le reticenze di Pio XII, Eugenio Pacelli (1876-1958), e della Santa Sede in generale, di fronte alle atrocità compiute dal III Reich. Come una vera e propria nevrosi, questi eventi emergono con regolarità inesorabile nelle menti di chi si occupa, per interesse personale o professionalmente, di storia contemporanea: una nevrosi è, essenzialmente, uno stato di conflitto emotivo e psicologico irrisolto, che risale a un vissuto doloroso e influenza sensibilmente i pensieri e i comportamenti di chi ne soffre. Non è azzardato il paragone con le scienze della psiche, in quanto la storia è un iter composto da crocevia in cui le nazioni intraprendono una strada od un’altra condotta da menti-guida che, in quanto persone, manifestano comportamenti umani e sono, di conseguenza, affetti dalle medesime problematiche interiori. L’afasia di Pio XII, ovvero la sua impossibilità di esprimersi pro o contro Hitler, divenne per il papa stesso una vera e propria nevrosi, che non riusci... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Quadri del Settecento musicale italiano
di , Saggi e Studi

Quadri del Settecento musicale italiano

Leggo quel che nel 1765 scrive Lalande, nel suo Voyage d’un français en Italie, e sogno la macchina del tempo per poter tornare indietro ed entrare in un teatro di Napoli ad ascoltare Scarlatti o Cimarosa o Pergolesi: «La Musica è soprattutto il trionfo dei napoletani; sembra che in quel luogo le corde del timpano siano più tese, più armoniche, più sonore che nel resto d’Europa. Il popolo medesimo ha in sé il canto: il gesto, l’inflessione della voce, la prosodia delle sillabe, la stessa conversazione, tutto vi segna e vi respira l’armonia e la Musica; così, Napoli è la sorgente principale della musica italiana, dei grandi compositori e delle opere eccellenti». E il fatto che la Musica sia trattata da Lalande con la maiuscola non fa che moltiplicare questo desiderio. Fra i mondi musicali perduti, Napoli è quello su cui maggiormente soffro. Ma so anche che si doveva perdere: troppo effimero il suo carattere, troppo incomplete e fragili le sue partiture, troppo dominante l’improvvisazione. E per cogliere il senso di questa seduce... continua a leggere

torna su

Per l’Esteta Armato di Maurizio Serra
di , Saggi e Studi

Per l’<em>Esteta Armato </em> di Maurizio Serra

Non capita sovente che sia un editore trentino, pur prestigioso e apprezzato dal Canada al Giappone, a pubblicare in Italia l’editio princeps di un testo superbo di storia della cultura europea, che – inter alia – il 10 settembre prossimo prenderà anche la strada delle librerie francesi, attraverso l’onorata ospitalità delle Éditions du Seuil, da sempre insigni quanto esigenti. Eppure ciò avviene per L’esteta armato, il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, approdato finalmente in edizione ne varietur per La Finestra Editrice di Lavis (Une génération perdue. Les poètes guerriers dans l’Europe des années 1930, nella versione transalpina). D’altra parte, non accade frequentemente d’incrociare un autore come Maurizio Serra (1955-), biografo, storico della cultura e delle idee, nonché diplomatico di fama internazionale (è rappresentante permanente del nostro Paese alle Nazioni Unite, presso le Organizzazioni Internazionali di Ginevra). Già stimatissimo per studi affatto originali sopra Curzio Malaparte, la Francia di Vichy, Italo Svevo e ... continua a leggere

torna su

Rilettura pensosa di due classici europei: Böll e Yourcenar
di , Note e Riflessioni

Quando uscì Opinioni di un clown (Ansichten eines Clowns), nel 1963, il mondo sembrava non essere pronto a recepirlo correttamente, e men che meno pareva esserlo la Repubblica Federale Tedesca, la quale fiduciosamente ancora si affidava al carisma del proprio cancelliere, Konrad Adenauer, e ai valori propagandati dal partito di cui egli era stato fondatore, l’Unione cristiano-democratica (CDU). Per le sue accuse dirette, il romanzo destò accese polemiche e dure reazioni soprattutto nell’ambiente cattolico di governo e, ben presto, da caso letterario divenne anche un caso politico. La sentenza di condanna di Böll non ammetteva attenuanti e colpiva al cuore una società che rischiava di sacrificare al demone del benessere la propria coscienza civile e, forse, il proprio senso dell’esistenza. La denuncia di fariseismo che egli riversò sul clericalismo politico del proprio paese presentì l’imminenza di una vera e propria rivoluzione sociale: l’avvento della socialdemocrazia di Willy Brandt (1964) – così come la nascita di numerosi movimenti di rottura (Femminismo, Ambientalismo, Anti-nazionalismo) – rappresentò un nuovo atteggiamento verso il recente passato, per il quale l’unica possibilità concessa al futuro della Germania era affrontare con onestà la pesante eredità del nazismo e non nasconderla dietro un facile moralismo di facciata. Arbitrario ridurre un libro come questo al suo precipitato contenutistico; se t... continua a leggere

tag: ,

torna su

Sull’identità dell’intellettuale europeo d’oggi
di , Note e Riflessioni

Marina Cvetaeva ha scritto: “Tutti i poeti sono ebrei”. Proficuo chiedersi subito, forse, in che senso una figura determinante nella civiltà letteraria russa del secolo passato abbia rivendicato un’identità culturale così precisa – e, conoscendo la Cvetaeva, non si trattava di una mera presa di posizione intellettuale, assunta per affinità o solidarietà da vittima. Ella puntava più in alto. Analogamente, è oltremodo interessante domandarsi cosa si afferma quando si dice “siamo tutti ebrei”? – o “siamo Charlie Hebdo”. E che significhi – di là dallo slogan e dalla sua efficacissima portata emotiva – assumere un’identità e rivendicare, in virtù di essa, un prototipo esistenziale. Un’eccellente risposta al primo quesito – e forse anche al secondo – la offre, a nostro sentire, un testo mirabile di Judith Riemer e Gustav Dreifuss, pubblicato anni fa pure in un’egregia traduzione italiana (Giuntina, Firenze, 1994). Vi si parla di Abramo. Come nessuno ignora, Abramo è il progenitore dei tre grandi monoteismi: dalla stirpe di Sem, figlio di Noè, egli viene prescelto per portare la sua tribù fuori dal paganesimo, ed è colui che sente la voce divina intimargli: “Vattene via dalla tua terra natale”. Via verso una terra promessa dal Dio. Ci dice psicanaliticamente il volumetto testé menzionato: “La voce del comando, che la Bibbia identifica con la voce di Dio, è in realtà la voce ... continua a leggere

torna su

Sulla violenza nel secondo dopoguerra. Alcune tracce interpretative
di , Saggi e Studi

Si tratta di un tema che ancora negli anni Zero del XXI° secolo è stato al centro di un intenso dibattito pubblico, totalmente piegato a esigenze di legittimazione (e delegittimazione) politica, anziché essere rivolto a un reale approfondimento. Il dopo liberazione italiano appartiene al più ampio contesto europeo di uscita dal conflitto mondiale. Ovunque sia giunta l’occupazione delle armate dell’Asse, le comunità si spaccano - non in parti uguali - tra chi collabora con gli invasori e chi vi si oppone. Il regolamento di conti con i collaborazionisti nazifascisti conosce una prima fase extragiudiziale ed una successiva fase, regolamentata da precise procedure a garanzia degli accusati. In ciascuna comunità nazionale ci sono storie di divisioni e tensioni che precedono l’inizio dell’occupazione. L’arrivo delle armate naziste accentua e rende quasi irredimibili le spaccature interne a ciascun Paese: la Francia e il Belgio, nella seconda metà degli anni Trenta, hanno subito il condizionamento dei movimenti fascisti che sono diventati un indispensabile puntello per gli occupanti. L’attività di collaborazionismo si è esplicata in parte come risorsa militare al fianco dell’occupante, ma soprattutto come disaggregante interno fornito di un occhio speciale nell’individuare oppositori ed ebrei che non possedevano i nazisti. Ne discende l’identificazione dei collaborazionisti come... continua a leggere

tag: ,

torna su

Riflessioni storico-critiche sull’intricata ricezione europea di Francesco Zorzi
di , Note e Riflessioni

La tardiva condanna all’Indice delle diverse dottrine presenti nelle opere di Zorzi contribuì alla loro rapida diffusione soprattutto negli ambienti veneti, tanto che Venezia diventerà il centro della loro diffusione europea. Pochi anni dopo la morte del frate – avvenuta nel 1540, com’è noto – fra le attività di volgarizzazione editoriale dell’Accademia veneziana, o Accademia della Fama, fondata nel 1557, c’è già in programma, nel settore specifico dedicato alla musica nella “stanza” della matematica, il De Harmonia mundi e la Theologia Platonica di Ficino. L’istituzione ha però vita breve a causa dei debiti contratti nel tentativo di realizzare i suoi ambiziosi progetti, e nel 1561 il Senato della Serenissima decreta il suo scioglimento. Ciò peraltro non impedisce la diffusione dei suddetti capolavori, la cui fortuna nel milieu intellettuale e accademico continua ad essere – e lo sarà nei secoli… – notevole, dentro e fuori Venezia. Sarà proprio la particolarissima “apologetica” del nostro francescano che, ab origine destinata a rispondere ad esigenze esoteriche e spirituali, ispirerà la cultura del Cinquecento: si rivelerà in effetti, in parecchi dei testi più pregevoli della cabala cristiana, nell’irenismo ereticale di Francesco Pucci, nonché nel platonismo “radicale” di Curione e Camillo Renato. Saranno però il vagheggiato progetto utopistico di Giulio Camillo Delminio, l’escatologia immaginif... continua a leggere

torna su

Dalì, il tempo e i quadri infranti
di , Note e Riflessioni

Un classico mito scientista che all’inizio del XX secolo va in frantumi è la visione della natura come un preciso e gigantesco orologio. Newton parlava di dio come un grande orologiaio. Per Keplero la macchina dell’universo era simile a un orologio. Cartesio considerava i corpi, – di uomini o di animali non faceva differenza – automi, per Hobbes il cuore era una molla e per Harvey una pompa. L’enorme meccanismo automatico (l’orologio-natura), che si muove secondo movimenti determinati e ripetitivi svanisce dissolto dagli schizzi imprevedibili e frenetici del tempo. Il più bizzarro tra i surrealisti, perché stravagante ed estroverso anche nello stile di vita che si fa tutt’uno con l’arte, Salvador Dalì, lo ha raffigurato in modo mirabile in uno dei suoi capolavori più celebrati: La persistenza della memoria. Il dipinto mostra, in un’atmosfera crepuscolare, il naufragio degli orologi sopra una spiaggia desolata, dominata da una scogliera - è quella della baia di Port Ligat che spesso l’artista usava come sfondo delle sue opere. Gli orologi, da sempre simbolo di solidità e stabilità, sono invece nel quadro ridotti a miseri relitti deformi e molli, rappresentati in uno stato di graduale inesorabile disfacimento, di progressivo e irrimediabile scioglimento: il tempo incontrastabile fa il suo corso inarrestabile. In questo modo l’eccentrico artista introduce un radicale ribaltamento nella prospettiva e nella considerazion... continua a leggere

torna su

Ricordo di Tullio Ascarelli di André Tunc
di , Traduzioni, inediti e rari

Un’opera di Tullio Ascarelli [1903 - 1959] su Hobbes e Leibniz non potrebbe presentarsi al lettore senza una diligenza assoluta. La mente poderosa del maestro italiano aveva familiarità con i più insigni pensatori di tutti i tempi. E la cosa migliore, dinanzi a lui e dinanzi a loro, è farsi da parte. Vorrei così, in queste righe, limitarmi a offrire una duplice testimonianza: sull’opera e sull’uomo. Poco prima della morte, Tullio Ascarelli mi diceva le ragioni di questo libro. Era tragicamente consapevole della crisi della nostra civiltà. Forse Roma, più di ogni altra città al mondo, è adatta a far vivere quella mescolanza di grandezza e barbarie che si ritrova in qualsivoglia civiltà umana. Ma come questo ebreo, che si era visto minacciato, con la moglie e i figli, per la semplice appartenenza ad una razza, avrebbe potuto restare insensibile alle ombre del tempo presente, più minacciose delle cupe stradine schiacciate, di notte, fra i grandi palazzi romani? Il diritto, in sé e per sé, gli sembrava una questione ben poco importante. Cosa è mai un buon notaio, un buon procuratore e persino un buon giudice, se è soltanto un giurista, e se non è, anzitutto, un uomo fra gli uomini? Ai suoi studenti, i cui padri erano stati spesse volte razzisti, si sforzava di dare una formazione morale e politica. Ma, nel contempo, s’interrogava. Aveva la consapevolezza che l’umanità si era sviata o che, a ogni modo, aveva dimenticato, nel ... continua a leggere

torna su

Per Laura o per Beatrice? Le due voci d’Europa
di , , Traduzioni, inediti e rari

Martedì, 24 agosto 2004, ore 11.15 , Yale University, Presidente della Dante Society of America, Professore emerito dell’Università di Bologna, Presidente IBC Emilia-Romagna , poeta e scrittore: Quando si ha che fare con due grandi autori, due grandi classici, in questo caso, come Dante e Petrarca, ci si accorge che il problema non è tanto che, da molti anni, da molti secoli, si parla di loro, ma è che da molti anni e da molti secoli loro parlano di noi. E quindi, l’attenzione alla loro opera, è un modo con cui uno presta attenzione a se stesso. Il classico è tale, infatti, perché continua a dire qualcosa di vivo alla mia vita. Abbiamo voluto soffermarci, in questa edizione del Meeting, su questi due autori, in particolare su Dante e su Petrarca, non solo per la ricorrenza che molti voi sanno, del settecentesimo di Petrarca, che ricorre quest’anno, e che ha visto in tutto il mondo, e in tutta Italia, anche celebrazioni; ma perché ci sembra possibile anche verificarlo e impararlo dai due amici e professori che ho di fianco a me; ci sembra che nel rapporto, nella differenza, nella discussione, nel legame, che esistono tra questi autori, sia messo a fuoco, sia indagato, sia inquietata una questione che ci riguarda e che è il rapporto tra me, la mia coscienza, la mia vita, il tempo, il tempo che passa, il tem... continua a leggere

torna su

Tra testa e croce
di , , Traduzioni, inediti e rari

PREFAZIONE 10 GIUGNO 1940 DUCE, DUCE, DUCE… È il grido di una folla, radunatasi nella piazza di Palazzo Venezia. Mani appoggiate al davanzale, parole altisonanti: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria… Questa è l’ora segnata dal destino. L’ora delle decisioni irrevocabili: la dichiarazione di guerra è già stat... continua a leggere

torna su

La bestia
di , Letture e Recensioni

La bestia ha occhi di velluto, iridi grandi, pupille vibranti, lo sguardo luminoso avvolge con dolcezza. Ho seguito gli occhi della bestia dal Ghana a un mare sconosciuto. Rive affollate, macerie, dolori e grida erano ovunque, da una città si alzavano due grandi case costruite come bottiglie rovesciate, vicino a queste, l'ultimo piano di una torre altissima ruotava su se stesso, un miracolo per me, ma tutto questo lo vedevo già vecchio, logoro e devastato da una recente rivoluzione. Eravamo a Tripoli, per una donna africana ero già alle soglie della vecchiaia, perciò di quel lungo viaggio avevo subito una stanchezza al limite della rinuncia, ma accanto a me ritrovavo nei momenti più disperati gli occhi di velluto, ed allora, paura e fame li sentivo svanire, dissolti dal suo sguardo. Trascorsi con lui alcuni giorni, rimarranno i più felici della mia vita. Oggi guardo un domani vuoto e buio, ho sempre freddo e attorno a me parlano una lingua sconosciuta. Il ricordo di quella sera è diventato l'ossessione del presente, un chiodo conficcato nella mente che impietoso mi fa rivivere ogni attimo. Una sequenza del vissuto che si ripete all'infinito, un Presente che non vuole cedere al Futuro. Crepuscolo. Partiamo con altri disperati, molti uomini, occhi febbrili, allucinati; le poche donne, tutte giovanissime, mi guardano come se vedessero il mio destino, poi si scostano, abbassando lo sguardo. La grande barca è sporca, emana odori a ... continua a leggere

torna su

Mille modi per finire
di , Letture e Recensioni

Storie brevi, anche troppo, di un'estate lunga, anche troppo. 1 Ho rotto uno specchio: 7 anni di guai dice la saggezza popolare. Evviva! Niente di più bello. Un splendida notizia. Mi sento meglio, adesso posso ricominciare a sognare. Ieri alla visita di controllo, il medico mi aveva detto con aria affranta, che mi attendevano solo pochi mesi di vita. 2 La mia è una strada senza ombra. La prima volta che me ne sono resa conto non riuscivo a capire. Tutto intorno è assolutamente regolare: da un lato palazzi di 3 o 4, un grande parco pubblico dall’altro. Alberi di alto fusto costeggiano la via e le macchine sono parcheggiate da ambo le parti, senza ombra alcuna. Il sole, lo posso garantire procede da est a ovest, come in tutto il mondo. I pochi passanti che mi capita di incrociare però non hanno ombra, e io nemmeno. D’estate è un supplizio. Inutile costeggiare i muri delle case o passare sotto le sagome fronzute degli alberi. Niente ombra e di conseguenza nessun ristoro dal caldo. Sembra però, che tutti siano a conoscenza della stranezza e che si siano adattati. Mi pare di aver letto, molti anni fa, quando ero ancora in vita, che la prima cosa che si perde cambiando stato, è proprio l’ombra. Poi col passare del tempo, anche il corpo di disfa, gli occhi non vedono più nulla e le orecchie non odono più alcun rumore. Ma è ancora presto, troppo presto, prima che io stessa scompaia come gi... continua a leggere

torna su

Maria, verso Cartoceto. Dentro un orizzonte di colline
di , Letture e Recensioni

È scritto all’anagrafe e in ogni documento che mi appartiene: Maria, il nome che ho cancellato da questa Franca che rimane. Scomparso dalla mia firma. Un solo nome: due sillabe che mi pronunciano, che mi sottraggono al silenzio. Sono già molte per esistere. E anche la voce degli altri mi ha riconosciuto, mi ha chiamata Franca, semplicemente: si è fermata, come non ci fosse bisogno di dire ancora. Maria è il nome della madre di mia madre. Mi piace sentire l’eco di questa parola, la profondità che apre indietro, nelle generazioni, come un filo che ci si passa nel buio. In questa ripetizione mi sembra di riportarla in vita, di donarle ciò che le appartiene, che le è dovuto; ha a che fare con qualcosa che non ha fine, che sprofonda alle mie spalle, fino a ciò che non mi è visibile né conosciuto. Da me, oltre me, non so come e se continuerà. Lei è la madre di mia madre, di mia madre, di mia madre. Come scorrendo i grani di un rosario potrei ripeterlo ancora fino a renderla un’espressione muta, un’onda sonora che viene e ritorna nel silenzio. Maria è il nome che ogni donna porta. E davvero nelle nostre campagne marchigiane non c’era madre che non desse a sua figlia questo nome, come invocazione, come ringraziamento. Se non era il primo nome era il secondo, per custodirla. Ma chiamerò Maria, la madre di mia madre, anche nonna, con l’affetto intatto dell’infanzia, incorniciandola in quegli ... continua a leggere

torna su

Raccontare la scuola. Testi, autori, forme del secondo Novecento di Cinzia Ruozzi
di , Letture e Recensioni

Presentazione del libro presso il dipartimento di Italianistica di Unibo, il 26 maggio 2015. Sono intervenuti Mirella D’Ascenzo (Storia della scuola), Carlo Varotti (Letteratura italiana, Università di Parma), Giulio Iacoli (Letterature comparate, Università di Parma ), Magda Indiveri (liceo L. Galvani, Bologna) di cui si riporta la relazione. “Sono entrata per la prima volta in una scuola a cinque anni e non ne sono ancora uscita….” Non sto parlando di me, sto citando il libro di Miriam Coen Lettera di una professoressa. Parlo da insegnante, una che è fuori ma anche dentro queste storie abilmente cucite insieme da Cinzia Ruozzi, e dunque, come dice Starnone, continuo a non uscire dalle foto scolastiche. Parlo parole di altri ma parlo di me (“de me fabula narratur”), come sempre facciamo insegnando. Un destino. Faccio passare me – il cammello – nella cruna dell’ago della disciplina. In questa occasione sono l’insegnante che parla dell’insegnante che ha raccolto e sistematizzato storie di e su insegnanti. Un capogiro. Ma anche un’indicibile soddisfazione. Anch’io sono stata precaria, “errante”, ho redatto piani, ho riso di colleghi strani, mi sono arrabbiata, mi sono lamentata, ho espresso speranza e disincanto. Ho insegnato ai piccoli, agli ultimi, ai disabili, ai figli di “famiglie bene”. E nello scaffale virtuale che è questo libro, mi ritrovo e mi rileggo. Mi chiarisco. Stiamo b... continua a leggere

torna su

Follow your dreams. Il bosco interiore di Leonardo Caffo
di , Letture e Recensioni

“Crisi”: tale il concetto-chiave di questo libro, e insieme la temibile insidia a cui esso cerca di offrire una soluzione. «La crisi porta progresso», diceva Einstein, una delle autorità qui richiamate. La parola deriva infatti da kríno, “separare”, “distinguere”, “discernere”, designa allora un momento risolutivo che determina la dismissione di una maniera di essere per un passaggio radicale ad un’altra. Si ha la sensazione di vivere alla fine della storia, viviamo una crisi profonda che ci rende inclini all’astensione, all’adattamento, all’accettazione acritica del luogo comune. Insieme all’impressione di una esperienza incompleta, anonima, “qualunque”. È il mondo-Moloch, quello dell’urlo di Ginsberg: «Moloch che mi è entrato presto nell’anima!», «Moloch in cui io sono una coscienza senza un corpo!», «Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale!» (Howl, tr. it. di L. Fontana). Ma abdicare a Moloch, sottoscrivendo lo stigma di soggetti neutralizzati, non è l’alternativa ideale per Leonardo Caffo, che stando a quanto afferma in Il bosco interiore. Per una vita non addomesticata in compagnia di Henry D. Thoreau (Sonda 2015), ha imparato molto presto a distinguere e a disobbedire. Il bosco è non-città ma non è totale isolamento o voglia dell’irrimediabilmente distante. Nel bosco non ci sono soltanto cose sotto altra luce, ci sono altre cose, sicuramente i presupposti per un cambio di prospett... continua a leggere

torna su

Mobilitazione totale. Maurizio Ferraris
di , Letture e Recensioni

C’è un racconto di Walter Benjamin, Telefono. Fa parte di Infanzia berlinese, il libro di ricordi postumi, e dice del suo stupore all’apparire del primo telefono fisso, quello che solitamente era collocato nei corridoi degli appartamenti, di come in qualche modo rappresentò «la consolazione alla solitudine», ma anche di come ogni squillo equivalesse a «un segnale d’allarme», a una pallida – rispetto a ciò che avviene oggi – minaccia di mobilitazione. Cosí concludeva Benjamin il suo ricordo: «e come il medium obbedisce alla voce che lo domina dal di fuori, cosí io mi arrendevo a quella qualsiasi prima intimazione, che il telefono mi recapitava» (trad. it. Einaudi 1982, pp. 19-21). Viene da chiedersi come avrebbe reagito al minimo richiamo di uno smartphone. Ad esempio alla domanda «dove sei?», quella che rivolgiamo e che ci sentiamo rivolgere a ogni segnale del nostro telefonino, che si avvicina – Ferraris scrive – a una «infrazione dell’habeas corpus» (p. 4), e che rende in estrema sintesi il carattere militare della «chiamata». Habeas corpus ad subiciendum, abbi il tuo corpo a disposizione, sentenza che rivendica quella individualità assoluta, contraltare umano e laico, imperium in imperio che l’entità presuntamente virtuale dell’impassibile macchina degli attuali media ha messo fortemente in discussione. Perché, a differenza di quanto avveniva con il telefono fisso sprovvisto di memoria, la «chiamata» che viene dal ... continua a leggere

torna su