Corpi e resistenze – Le madri lontane: la parola data alle nutrici invisibili dell’Italia – Sofferenze e la Sindrome Italia raccontate dalle migranti
Michela Sacco-Morel, Corpi e resistenze – Le madri lontane: la parola data alle nutrici invisibili dell’Italia – Sofferenze e la Sindrome Italia raccontate dalle migranti, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 4, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13629
I – Introduzione
Nel XXI secolo la letteratura contemporanea si configura sempre più come spazio di riflessione critica, superando l’impegno ideologico o politico in senso stretto per affrontare questioni etiche e problematiche globali. In questo ambito, la narrativa d’inchiesta si afferma come mezzo efficace per dare voce ai soggetti emarginati e denunciare le disuguaglianze sociali. Un esempio di questo rinnovato impegno è il volume Le madri lontane1 di Stefania Prandi. L’opera si concentra sulle esperienze delle lavoratrici migranti dell’Europa dell’est, restituendo visibilità a condizioni spesso rimosse. Il presente contributo si propone di analizzare, a partire da una sintetica presentazione dell’autrice, come il suo volume rappresenti le esperienze delle lavoratrici migranti europee temporanee e restituisca la percezione delle responsabilità da esse assunte tanto nelle società di origine quanto in quelle di accoglienza. L’analisi si concentrerà sulle principali problematiche sociali connesse alle sfide affrontate da queste donne interrogandosi sulle implicazioni simboliche e politiche della narrazione a loro dedicata.
II – L’autrice e il suo impegno
Stefania Prandi è una giornalista, scrittrice e fotografa pluripremiata2, la cui attività si concentra su tematiche di rilevanza sociale quali l’uguaglianza di genere, i diritti dei lavoratori, la tratta di esseri umani e, più in generale, le condizioni di vita e di lavoro delle categorie vulnerabili. Le sue inchieste, rigorose e animate da un profondo impegno etico, sono state pubblicate su importanti testate giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui The Guardian, National Geographic, Al Jazeera, El País, IrpiMedia, Il manifesto.
Attraverso la scrittura e la fotografia, Stefania Prandi sviluppa un percorso di indagine centrato sulle condizioni di vita delle donne vittime di sfruttamento lavorativo e violenza di genere, restituendo visibilità a soggettività spesso escluse dal discorso pubblico dominante.
Nel 2018 pubblica Oro rosso3, frutto di un’indagine approfondita sulle braccianti agricole vittime del caporalato nell’area mediterranea, che mette in luce i meccanismi di sfruttamento sistemico che ne regolano l’esistenza. Segue, nel 2020, Le conseguenze4, volume dedicato alle vittime di femminicidio e alle testimonianze dei loro familiari che, attraverso un’attenta ricostruzione del vissuto di chi resta, si propone di indagare le ripercussioni profonde e durature della violenza di genere. Nel 2024, insieme alla giornalista Francesca Ciculli, realizza Agro Punjab5, un lavoro di inchiesta focalizzato sulle esperienze delle lavoratrici e dei lavoratori migranti nelle campagne del Lazio, che ricostruisce la catena di responsabilità economiche, politiche e sociali alla base del loro sfruttamento. Nello stesso anno pubblica Le madri lontane, in cui dà voce alle lavoratrici migranti per descrivere e analizzare il fenomeno psicosociale noto come «Sindrome Italia», e cofirma, insieme alle giornaliste Francesca Candioli e Roberta Cavaglià, un’inchiesta sulle molestie sessuali subite da studentesse e studenti nelle scuole di giornalismo italiane6.
III – La narrazione della maternità lontana
Le madri lontane rappresenta un esempio significativo di reportage narrativo che intreccia documentazione giornalistica, impegno sociale e scrittura letteraria7. L’opera riflette l’approccio investigativo e militante di Stefania Prandi e si distingue per la capacità di restituire, attraverso una scrittura attenta e partecipe, le disuguaglianze che attraversano le vite delle donne migranti, rendendone visibili le condizioni materiali, simboliche e affettive. Si tratta infatti di una sorta di resoconto articolato dei sacrifici quotidiani di un esercito di donne invisibili che, per sostenere le proprie famiglie, affrontano percorsi migratori complessi e spesso dolorosi. Queste donne ricoprono ruoli fondamentali nell’economia italiana, lavorando come operaie, braccianti agricole, badanti e colf. Stefania Prandi mette a frutto le sue competenze giornalistiche per far emergere non solo lo sfruttamento lavorativo, ma anche le implicazioni più profonde legate all’essere donna, alla maternità e alla distanza affettiva, tanto nei contesti di accoglienza quanto in quelli di origine.
L’opera si inserisce in un panorama ancora limitato di narrazioni letterarie, teatrali e cinematografiche che affrontano esplicitamente il vissuto materno delle migranti europee in Italia. Tra le produzioni precedenti, si ricordano Nadea e Sveta8, documentario di Maura Delpero uscito nel 2012, che attraverso l’amicizia tra due donne moldave impiegate come badanti, esplora le sfide emotive della migrazione femminile e della maternità a distanza. Viene poi Sindrome italiana, opera teatrale di Lucia Calamaro, andata in scena per la prima volta nel novembre 2018 a Brescia e analizzata nel 2019 dalla ricercatrice Antonella Capra, che mette in scena il rapporto intimo e conflittuale tra una badante migrante e la persona anziana di cui si prende cura, rivelando con intensità drammatica le tensioni affettive, culturali e sociali implicite nel lavoro di cura9. Nel 2021, Sindrome Italia. Storia delle nostre badanti, un romanzo a fumetti pubblicato da Tiziana Francesca Vaccaro e Elena Mistrello, narra in prima persona l’esperienza migratoria di Vasilica, segnata da dolore, disillusione e cicatrici profonde10. A queste opere si aggiunge, nel 2024, il documentario Sindrome Italia di Ettore Mengozzi, che segue le vite di due donne, Corina e Natalia: la prima tenta di ricostruire sé stessa dopo anni di lavoro in Italia, la seconda è ancora immersa nelle dure condizioni lavorative che caratterizzano l’assistenza domestica11. Tutte queste opere condividono l’intento di rendere visibili le conseguenze della migrazione e dello sfruttamento vissuto dalle donne provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est, concentrandosi sull’esperienza lavorativa nel ruolo di badanti. Stefania Prandi, dal canto suo, amplia lo sguardo e apporta un tassello complementare alla riflessione in quanto restituisce una visione più complessa e stratificata delle traiettorie migratorie, dando conto della pluralità dei ruoli lavorativi e delle migrazioni successive affrontate da queste donne, tutte segnate da forme reiterate di precarietà, alienazione e resistenza.
IV – Le madri lontane svelano la propria vita
Leggendo Le madri lontane si segue la giornalista nei suoi incontri con donne migranti rumene e bulgare, intervistate in Italia, Romania e Bulgaria. Lo stile narrativo unisce rigore giornalistico, sensibilità letteraria e un forte coinvolgimento emotivo; la scrittura, immersiva e priva di filtri interpretativi, dà spazio alle testimonianze dirette, restituendo la complessità dei vissuti con sguardo critico ma empatico. Sebbene l’autrice assuma il ruolo di io narrante, il cuore del libro è costituito dalle voci delle protagoniste, che condividono le loro storie di vita con lucidità, dolore e dignità, restituendo una testimonianza corale dell’esperienza migrante femminile nel contesto contemporaneo. I primi quattro dei quindici capitoli del libro sono dedicati a Clea che, in Italia da venti anni, ora vive in Basilicata. La donna racconta la sua esperienza lavorativa nei campi e come colf, con padroni buoni e cattivi. Parla dei problemi di salute suoi e delle amiche, si confida sulla propria vita sentimentale, sul suo ultimo parto difficile e sul rapporto con i figli lasciati in Romania. Clea presenta poi a Prandi e al lettore il ‟signore delle arance”, un ex datore di lavoro descritto come onesto e gentile, che le accompagna tra i suoi aranceti e si diverte a mostrare la propria abilità nel ‟soppesare” le persone. Abituato a stimare a colpo d’occhio il peso delle casse di frutta, trasferisce questa competenza al corpo umano, cercando di indovinarne il peso con un misto di scherzo e vanità professionale12. Un gioco all’apparenza innocuo, che tuttavia riflette una deformazione professionale potenzialmente disumanizzante: la capacità di stimare il peso di una merce, acquisita nel contesto lavorativo, quando applicata ai corpi umani finisce per ridurre l’individualità a un dato materiale, alimentando, anche in modo involontario, una visione utilitaristica e oggettivante dell’altro.
Nei successivi cinque capitoli, la narrazione trasporta chi legge nella Moldavia rumena, a Zmeu, in provincia di Iaşi, una zona segnata da forti tassi di emigrazione, dove il 30% della forza lavoro che si trasferisce in Europa (Italia, Germania e Spagna) è femminile13. Qui si incontra Petra, 47 anni e 9 figli, si visita la sua casa e se ne conosce la famiglia. Anche lei ha lavorato in Italia, spinta dal bisogno di pagare un intervento chirurgico per uno dei figli. Ora che è tornata in Romania, ha in custodia i figli del suo primogenito, emigrato in Germania con la loro madre, da cui ha recentemente divorziato. Nel contempo, emerge la figura della traduttrice rumena che accompagna la giornalista: un personaggio opportunista e sprezzante, la cui disonestà e superficialità si rendono immediatamente percepibili. La donna esprime apertamente il proprio disprezzo nei confronti della popolazione rom, largamente presente a Zmeu14. Sia Petra che la traduttrice assumono un ruolo significativo, in quanto rappresentano – ciascuna a suo modo – meccanismi sociali emblematici della realtà rumena contemporanea15. Petra incarna la povertà e le disuguaglianze economiche che colpiscono le fasce più vulnerabili della popolazione; la traduttrice, invece, si fa portavoce – in modo più o meno consapevole – di problematiche strutturali quali la corruzione, il paternalismo e il razzismo, manifestando atteggiamenti che riflettono meccanismi profondamente radicati di disuguaglianza sociale ancora presenti nella società rumena (e non solo). Prandi dà poi la parola a una psichiatra, a un’attivista della ONG Save the Children e al preside di una scuola per farci capire cos’è la Sindrome Italia, «ossia la condizione di estremo disagio, dovuta all’aver delegato la maternità ad altri.16»
Altre testimonianze e incontri ci fanno toccare con mano il dolore e i sacrifici vissuti delle donne e la violenza invisibile subita in seno alle loro famiglie17. La giornalista descrive poi la sua presa in ostaggio e il tentativo di estorsione perpetrato dalla traduttrice, con la complicità della padrona del bed and breakfast presso cui alloggia, nonché la successiva fuga, durante la quale si trova esposta ai pesanti tentativi di approccio da parte di un tassista avvinazzato18. Un’esperienza che viene descritta senza emettere giudizi, ma che evidenzia una volta di più la durezza di una società dove il divario sociale e il sessismo sono enormi e la corruzione palpabile.
Il viaggio prosegue in Bulgaria, a Gabrovnitsa, con l’incontro di Iva, Irina e Aleksandra un tempo donne di servizio e badanti in Italia. Grazie ai risparmi racimolati hanno potuto far studiare i figli, sostenere la famiglia e acquistare ben due case in patria; ma anche loro hanno subito la durezza del lavoro, spesso in nero, le difficoltà di accesso alle cure e l’impossibilità di essere presenti per i figli19. Segue la storia dei patimenti di Zina, venuta in Puglia per lavorare come bracciante e poi come badante, che esprime la propria frustrazione per aver guadagnato meno del previsto e per la ribellione della figlia20. A queste vicende si intrecciano le voci di due maestre, Rosita e Teodora, che parlano dei loro allievi, consci delle fatiche dei genitori, ma bisognosi d’affetto e di contatto fisico e delle madri oppresse dai sensi di colpa. A conferma, risuonano le parole di una madre e di una nonna21.
La narrazione si conclude in Italia. Le testimonianze di Mina, Adriana e Monica, insieme a quelle del ricercatore Maurizio Alfano e di due psicologhe collaboratrici dell’associazione ActionAid, sottolineano le difficoltà nell’accudire la prole affrontate dalle braccianti costrette a lavorare di notte e svelano l’infanzia difficile vissuta anche da quei figli rimasti con le mamme emigrate22. Ilenia e Yasmine, dal canto loro, portano a galla il dramma degli aborti naturali causati dalla penosità del lavoro, e di quelli volontari dovuti agli stupri perpetrati dai datori di lavoro o dai caporali23. Violetta sottolinea la difficoltà per le donne a denunciare le violenze e lo sfruttamento subito24.
Infine, la postfazione della ricercatrice Chiara Cretella25, incentrata sul ruolo essenziale della maternità per lo sviluppo psico-emotivo dei figli e sulla disumanizzazione di queste lavoratrici, è un appello a:
«[…] interrompere il ciclo di sfruttamento delle madri che sono costrette ad abbandonare i figli e le figlie per procurare loro un futuro migliore del proprio, perché i danni di questo sistema produttivo non si limitano ai corpi che vi vengono schiacciati, ma si riversano anche sulla loro dimensione riproduttiva e su quella della futura progenie.26»
Quest’appello offre lo spunto per un’analisi complementare volta a evidenziare le dimensioni del fenomeno e mettere in luce il peso che incombe sulle spalle di queste donne, le quali si donano interamente, alla propria famiglia anche quando se ne allontanano fisicamente per venire a nutrire e accudire la popolazione dei Paesi in cui lavorano.
Le storie raccolte da Stefania Prandi, pur nella loro specificità, delineano uno schema ricorrente fatto di sfruttamento, violenza e solitudine, che accomuna migliaia di donne migranti e che si ripete, seppur con variazioni, tanto nei Paesi di origine quanto in quelli di destinazione. Decostruendo i singoli racconti, è possibile individuare le radici profonde di tali ingiustizie, che rendono ancora più difficile per le migranti conciliare il ruolo di madre con quello di lavoratrice e di donna. Le testimonianze delle donne spingono infatti a riflettere da una parte sulla condizione femminile in situazioni di fragilità economica e sociale. Dall’altra, invitano a considerare le responsabilità della società e della letteratura giornalistica nel perpetuare o contrastare questi meccanismi perversi e le conseguenze che essi hanno sull’intero sistema sociale.
V – Donne e madri migranti tra invisibilità sociale e sfruttamento economico
La condizione delle madri lontane è drammatica e non si limita alla sofferenza psicologica dovuta alla separazione dai figli. Essa si estende anche alla loro invisibilità sociale, come madri, come donne e come breadwinner. Diventano invisibili come madri nella loro Patria, poiché vedono i figli solo sporadicamente, ma anche per la società che le ospita che non vede la loro prole. Clea, ad esempio, quando sua figlia era piccola, lavorava per tre mesi consecutivi e poi tornava in Romania per un mese, mentre la nuora di Petra rientra ogni mese per passare tre giorni con la figlia27. Ma, spesso, i figli finiscono per perdere il legame con le madri. Clea dice:
«Ho due figlie, una di venticinque e l’altra di quindici anni. Con la prima ci sentiamo tutti i giorni, siamo come sorelle. La seconda invece non vuole più parlarmi […]. Non è facile, dentro muoio. Piango in casa, da sola, per ore. Poi mi infilo nella doccia, mi vesto, mi pettino mi trucco, esco e fingo di stare bene. Altre donne con i figli lontani si comportano come me. A volte, nelle serre, le sento confidarsi tra loro con gli occhi pieni di lacrime. Il giorno dopo arrivano con aria di indifferenza, come se non si fossero mai scambiate quei segreti. Siamo sole con il nostro dolore28.»
Le migranti, murate nel proprio dolore, vivono una sofferenza che diventa un segreto, poiché la rinuncia a una parte della famiglia è percepita come una questione privata. Invisibili anche come donne, le migranti incontrano difficoltà a capire e a farsi ascoltare dai medici italiani, i quali attribuiscono spesso i loro disturbi a sforzi fisici o ad allergie, ignorando patologie più gravi, come quelle oncologiche29. Senza contare che la mole di lavoro e la precarietà delle loro condizioni di vita ostacolano l’accesso agli screening preventivi30 e a cure essenziali, come le chemioterapie31. Molte di loro, inoltre, non comprendono il linguaggio medico e, oberate dal lavoro, trascurano gli screening preventivi. Sul lavoro, alcune trovano dei padroni comprensivi, ma Petra sottolinea che, per molti l’unica cosa importante è l’efficienza della manodopera perché, come spiega Violetta considerano le donne come oggetti e il tipo di lavoro effettuato mina l’autostima delle braccianti facendole sparire32.
Secondo l’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, nel 2023 il settore ha generato un valore di produzione pari a 21,9 miliardi di euro, con più di 800 mila lavoratori e lavoratrici domestici censiti anche se, in realtà, le persone impiegate sarebbero circa un 1.600.000. Una forza lavoro maggioritariamente femminile (88,6%) e straniera (68,9%) con in testa la comunità rumena (il 21,3% della manodopera migrante)33.
Questi dati si intrecciano con quelli relativi al settore agricolo. L’agricoltura, secondo comparto produttivo per presenza di lavoratori stranieri (18%) dopo i servizi alla persona34, genera un valore economico di circa 74 miliardi di euro35 e la Coldiretti sottolinea che quasi un terzo del Made in Italy a tavola viene prodotto da manodopera straniera, sempre con la comunità rumena in testa36. Purtroppo, nonostante «ci siano padroni buoni37» come dice Clea, l’agricoltura italiana è caratterizzata da un ampio ricorso al lavoro nero o grigio: circa 200.000 lavoratori irregolari tra cui almeno 55.000 donne a rischio di sfruttamento. Dati però sottostimati, poiché molte lavoratrici restano fuori dal controllo istituzionale, aumentando la loro vulnerabilità ad abusi e violazioni dei diritti38.
VI – Breadwinner stigmatizzate da una società fortemente patriarcale
Lontane dalle proprie famiglie, queste donne vivono una maternità frammentata, con legami affettivi con i figli spesso sospesi per lunghi periodi. La loro fatica rappresenta un supporto essenziale per l’economia e le famiglie italiane e una risorsa economica fondamentale per le famiglie rimaste in patria. Eppure, tanto il valore del loro sacrificio, segnato dalla solitudine, dal dolore della separazione, dal senso di colpa, quanto il valore economico del loro lavoro, restano per lo più invisibili in entrambe le società che ne beneficiano senza riconoscerne appieno il costo umano. Zina parlando della figlia dice: «A Nina sono mancata una vita intera, mi rimprovera tutte le mie assenze […] Io le mandavo i soldi, sono sempre stata il suo bancomat, ma non le sono stata vicino. Mi sento colpevole». Ma nel contempo si chiede: «Se non fossi partita che ne sarebbe stato della mia famiglia? Con che soldi avrei assicurato ai miei cari un futuro?39». Il suo bisogno di giustificarsi prova che in lei il senso di colpa supera la coscienza del proprio valore di breadwinner. Infatti, nei paesi d’origine, sebbene l’utilità del loro contributo economico venga riconosciuta, predomina la colpevolizzazione. Quando Zina tornava in patria doveva sempre giustificarsi nei confronti della figlia che la pregava di restare: «Io le dicevo: ‟Ragazza mia, le tue amiche non possiedono quello che tu hai, bei vestiti, un cellulare in tasca. Non ti manca nulla”. Lei mi rispondeva: ‟Il denaro può comprare tutto ma non l’amore”40.»
Nina con il suo rimprovero esprimeva la sua enorme sofferenza facendosi nel contempo portavoce di una società che da una parte, senza negarlo, svilisce il contributo economico delle donne e da un’altra le disumanizza riducendole per l’appunto a delle carte di credito, dei distributori automatici di denaro41.
Rispetto al giudizio critico spesso subito dalle migranti all’interno delle stesse proprie famiglie, Anca Stamin, project manager di Save the Children Romania spiega:
«L’assenza delle madri è avvertita più intensamente perché sulle loro spalle c’è il carico tradizionale delle faccende domestiche e dalla cura dei figli. Se le genitrici si assentano per lunghi periodi, nei più piccoli affiorano sentimenti di abbandono, calo di fiducia in sè stessi e sensi di colpa. E i bambini vengono investiti dall’idea che l’emigrazione materna sia in funzione del loro bene. Poco più della metà torna a casa una volta all’anno, mentre il 7% ogni due anni o ancora meno. […] La nostra è una società patriarcale, basata sull’idea che debba essere il padre il breadwinner, la persona che mantiene la famiglia. Quindi, molte volte, le madri che lavorano all’estero vengono rimproverate dai membri della comunità per aver lasciato i loro figli. Si portano dietro il senso di colpa e la nostalgia, oltre a lottare contro questa percezione pubblica42.»
Questo passaggio mette in evidenza il forte impatto emotivo e simbolico dell’emigrazione materna, accentuato dal ruolo tradizionalmente attribuito alle donne nella cura domestica e familiare. L’assenza prolungata delle madri migranti genera nei figli, soprattutto nei più piccoli, un senso di abbandono e di colpa, proprio perché razionalizzata come un sacrificio compiuto per il loro benessere. Allo stesso tempo, le madri si trovano a fronteggiare non solo la sofferenza per la separazione e le difficoltà legate al lavoro migrante, ma anche il giudizio della comunità d’origine, che le stigmatizza per aver trascurato il proprio ruolo familiare. In una società dove la cultura dominante vuole che sia l’uomo a garantire il sostentamento, le donne che assumono questo compito vengono percepite come trasgressive, e per questo spesso colpevolizzate.
Il carico che grava sulle spalle delle madri lontane è tanto più grande quanto, come sottolineato dal ricercatore Stefano Bottoni, nella società rumena gli uomini ricoprono un ruolo accessorio, anche a causa della loro mortalità prematura legata all’abuso di alcol43. A questo proposito, l’incontro descritto da Stefania Prandi con Olga e Steliana, due cognate sposate con due fratelli, è emblematico delle violenze invisibili subite da molte donne all’interno delle proprie famiglie:
«Quando i due uomini arrivano Olga e Steliana sembrano avere ancora voglia di raccontare dei loro sforzi per sbarcare il lunario e crescere i figli. I fratelli hanno il viso rubizzo, gli occhi arrossati e i modi bruschi. Odorano di alcol. […] Appena chiedo di poter vedere la casa di Olga, il marito diventa sospettoso. Alza la voce domandando il motivo. La traduttrice mi guarda storta quando la prego, cortesemente, di riassumergli il mio progetto. Lui ascolta dondolandosi sui piedi e arrotolandosi la maglietta fino al petto. Prende a strofinarsi la pancia a macchie rosse. Con le gambe allargate si piazza davanti all’entrata del giardino, per ribadire di non avere alcuna intenzione di lasciarci entrare. […] L’altro fratello, sparito per qualche minuto, ritorna a torso nudo. Si palpa la pancia con la mano destra, con la sinistra si gratta la testa e si rivolge a me in rumeno, fissandomi e tirando fuori la lingua. […] Loro ci circondano. […] Un bambino esce da una delle case piangendo e distoglie brevemente l’attenzione dal padre da noi. Il piccolo avrà quattro anni, sembra spaventato. Le lacrime gli gonfiano gli occhi e rigano le guance macchiate di fango. Anche i capelli sono sporchi. Il padre gli afferra un braccio, lo solleva da terra trascinandolo con i piedini a strisciare la strada e lo butta nel giardinetto, sbattendo il cancello. Il bimbo grida forte. Le due mogli restano immobili44.»
Questo episodio mette in luce un contesto familiare segnato da tensione, controllo maschile e violenza normalizzata. La disponibilità iniziale delle donne a raccontarsi viene rapidamente soffocata dalla presenza minacciosa dei mariti, che impongono la propria autorità attraverso gesti volgari, aggressivi e intimidatori. La brutalità esercitata sul bambino e il silenzio passivo delle mogli sono emblematici degli assetti familiari patriarcali che intrappolano le donne in relazioni oppressive che limitano la loro autonomia e ne soffocano la voce.
Nel descrivere questa scena, Stefania Prandi precisa che nessuna delle donne di Zmeu le ha parlato di violenze domestiche, ma aggiunge di aver raccolto in un’indagine precedente testimonianze di tali maltrattamenti45 e riferisce che, secondo la giornalista rumena Elena Stancu, «uno dei motivi meno indagati per cui le donne rumene emigrano è la violenza domestica46». Un’affermazione che da sola apre un campo di ricerca ampio e multidisciplinare, invitando a riflettere sulla migrazione femminile come forma di sopravvivenza e resistenza, legata alla violenza di genere e ai contesti socio-culturali in un’ottica transnazionale.
VII – Madri abbandonanti?
Le difficoltà emotive, sociali ed economiche affrontate dalle migranti, così come le implicazioni della loro assenza per le famiglie, sono enormi. In questo contesto, ci si può chiedere se il fatto che i minori affidati alla famiglia vengano definiti «orfani bianchi» o left behind (abbandonati o dimenticati) non contribuisca ad aggravare il senso di colpa delle donne, senza tuttavia alleviare la sofferenza dei loro figli.
L’uso di questi termini solleva interrogativi sulla reale definizione di abbandono: si possono davvero considerare abbandonati o dimenticati dei bambini affidati alle cure della famiglia, o meglio, delle donne della famiglia, come nonne, zie e suocere? Durante la migrazione italiana transoceanica, ad esempio, si parlava di «vedove bianche» per indicare le mogli i cui mariti, emigrati all’estero, smettevano di dare notizie di sé e non tornavano più essendosi creata una nuova famiglia.
Al contrario, le madri lontane di cui si parla tornano regolarmente a casa e mantengono un contatto costante con i figli, grazie anche al cellulare, come testimoniano le affermazioni di Clea47, di Petra48, di Zina49, di Darina50, di Vasilika51.
Clea, dal canto suo, rifiuta il termine ‟orfani bianchi” perché le ricorda l’espressione ‟schiave bianche”, usata per descrivere le lavoratrici dell’Est Europa pur affermando d’aver realmente abbandonato i propri figli. Il fatto di affermare di aver realmente abbandonato la propria prole nonostante tutti gli sforzi intrapresi per mantenere vivo il contatto e nutrirla seppur a distanza sottende lo strazio che il termine Sindrome Italia vuole definire, cioè il profondo sentimento di angoscia e colpevolezza, derivante dall’essere stata costretta a delegare ad altri il proprio ruolo materno, un dolore aggravato dalla consapevolezza della sofferenza vissuta dai figli rimasti lontani.
Eppure, le testimonianze di donne come Mina che scelgono di non separarsi dai propri figli possono soffrire dello stesso stress in quanto conciliare il lavoro con la gestione dei figli risulta estremamente difficile, in particolare per le braccianti sottoposte a ritmi di lavoro massacranti e costrette a recarsi nei campi a notte fonda52.
VIII – Madri migranti, welfare e disuguaglianze di genere: il paradosso della cura
La società, sia nei Paesi d’origine che in Italia, non offre un sostegno adeguato alle madri che la migrazione colloca in una posizione paradossale: per garantire la sopravvivenza della propria famiglia, molte di loro sono costrette a delegare le cure materne a parenti o, nel contesto italiano, a reti informali di assistenza53. Ne deriva un senso di colpa persistente, alimentato da un modello culturale che idealizza la madre totalmente devota ai figli, senza tuttavia fornire strumenti concreti per conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Né in Italia né nei paesi d’origine delle migranti esiste un sistema sociale capace di sostenere efficacemente le madri lavoratrici. In Romania e Bulgaria, le difficoltà economiche e la mancanza di infrastrutture spingono molte donne a emigrare; poi, una volta arrivate in Italia, esse si trovano di fronte a un contesto altrettanto ostile, caratterizzato dalla scarsità di asili a costi accessibili con orari flessibili, dalla carenza di servizi parascolastici compatibili con i turni lavorativi e da politiche di tutela deboli nei confronti delle lavoratrici, in particolare nel settore agricolo e domestico.
Sebbene in forme meno estreme, difficoltà simili colpiscono anche le madri italiane. Se da un lato queste possono contare più facilmente sul sostegno familiare, dall’altro la carenza strutturale di servizi pubblici obbliga ancora oggi il 63% delle neomamme a lasciare il lavoro54. A ciò si aggiunge il problema degli orari limitati dei pochi servizi disponibili, spesso incompatibili con la vita lavorativa di chi opera nei turni notturni o nei campi fin dalle prime ore dell’alba55.
È in questo quadro che si inserisce la Sindrome Italia, principalmente descritta nei discorsi pubblici e mediatici come conseguenza della sofferenza inflitta dalla delega della maternità, ma più correttamente interpretabile come una condizione di disagio medico-sociale connessa alle condizioni di lavoro cui sono esposte molte lavoratrici migranti56.
Questa prospettiva mette in luce come il problema non sia riconducibile alle sole scelte individuali, ma a un meccanismo strutturale che affida gran parte delle responsabilità di cura alla famiglia e, al suo interno, alle donne. In Italia, l’insufficienza di servizi pubblici adeguati ha consolidato un processo di delega che trasferisce progressivamente tali compiti su altre donne, in particolare migranti, normalizzando un circuito di disuguaglianze anziché affrontarlo con politiche strutturali57.
Sul piano delle definizioni mediatiche e culturali, la nozione di Sindrome Italia apre a ulteriori riflessioni. Come osserva l’antropologa Donatella Cozzi, non si tratta di una diagnosi scientificamente riconosciuta, bensì di un termine introdotto nel 2005 da due psichiatri ucraini e propagato prevalentemente tramite giornali, comunicati stampa e servizi televisivi58. Tale cornice discorsiva collega la migrazione femminile al disagio psichico delle madri e dei figli rimasti nei Paesi di origine e propone una rappresentazione che contrappone vittime e colpevoli. Le madri vengono inizialmente stigmatizzate come responsabili dell’abbandono, per poi essere trasformate in vittime quando si ammalano. Ne deriva un ‟moral panic” che, attribuendo il problema alle famiglie e in particolare alle donne, distoglie l’attenzione dalle carenze strutturali del welfare e riproduce un regime di verità funzionale al mantenimento dell’ordine sociale59 presentando la migrazione femminile come una minaccia ai valori tradizionali della famiglia e al ruolo della donna come madre e figura di riferimento domestico60.
Questa realtà non riguarda esclusivamente le donne migranti, ma riflette disuguaglianze di genere radicate nella società italiana. La maternità continua a essere celebrata sul piano simbolico, mentre nella pratica le madri restano spesso sole nel gestire la difficile conciliazione tra vita familiare e lavoro. L’onere dell’educazione e della cura dei figli ricade in gran parte sulle donne, mentre ai padri non è richiesto un impegno equivalente, perpetuando un modello diseguale che si trasmette di generazione in generazione61.
Questa realtà, in cui si intrecciano aspettative culturali e carenze del welfare, prende forma concreta nel racconto di Stefania Prandi, da cui emerge una riflessione più profonda e umana.
IX – Conclusione
In Le madri lontane, l’attenzione ai dettagli intimi e alla dimensione soggettiva trasforma il lavoro di Stefania Prandi in un dispositivo narrativo che va oltre il semplice reportage. L’autrice racconta la migrazione femminile legata al lavoro bracciantile e domestico, mettendo in luce i sacrifici individuali e le ristrutturazioni familiari che segnano questi percorsi. Le testimonianze raccolte invitano a riflettere sul costo umano di un sistema economico fondato anche sul lavoro invisibile e sottopagato delle migranti, raramente riconosciuto nel suo valore sociale.
Il libro, che si basa su un approfondito lavoro di indagine sul campo, fa emergere un quadro fatto di dolore, nostalgia, ma anche di speranza e resilienza. Le emozioni e i conflitti raccontati nelle sue pagine mettono in luce tanto le difficoltà quotidiane delle madri, quanto il contesto socio-culturale che le circonda e ne condiziona le vite.
Le madri lontane non si limita, tuttavia, alla funzione testimoniale o alla denuncia sociale, ma si configura come un testo che invita a ripensare criticamente il ruolo delle donne migranti nella società contemporanea, superando la rigida opposizione tra maternità e lavoro produttivo. Se, infatti si decostruisce il discorso partendo dal presupposto che, ‟gli altri siamo noi”, diventa urgente riconoscere la necessità di politiche pubbliche capaci di sostenere realmente la maternità, garantendo condizioni di equità e diritti, a prescindere dalla provenienza. E a questo proposito anche lo sguardo di chi racconta è chiamato a farsi carico di questa responsabilità, superando la retorica celebrativa che esalta la figura materna mentre continua a ignorare le strutture che ne alimentano lo sfruttamento e l’isolamento sociale.
Note
- Stefania Prandi, Le madri lontane, Busto Arsizio, People, 2024.
- Tra i premi più recenti: il Premio Vergani 2024 (categoria web) per il reportage Le madri lontane; il terzo premio al Fetisov Journalism Awards 2024 (Svizzera) e il Premio Fnsi ‟Dov’è Tina Merlin oggi?” 2023 per Il sapore amaro dei kiwi, inchiesta finalista anche alla Global Media Competition on Labour Migration promossa dall’ILO (ONU). Cf.: Premi e grant – Stefania Prandi , visto il 14 aprile 2025.
- Stefania Prandi, Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo, Cagli, Settenove, 2018.
- Stefania Prandi, Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta, Cagli, Settenove, 2020.
- Francesca Ciculli, Stefania Prandi, Agro Punjab. Lo sfruttamento dei sikh nelle campagne di Latina, Milano, Nottetempo, 2024.
- Francesca Candioli, Roberta Cavaglià, Stefania Prandi, Voi con queste gonnelline mi provocate, in ‟IRPI Media”, 16 ottobre 2024, «Voi con queste gonnelline mi provocate» – IrpiMedia , visto il 14 aprile 2025. Visto il 4 novembre 2025.
- Martina Ferlisi, Le “madri lontane” costrette a lasciare i propri figli per assicurargli un futuro migliore, in “Altreconomia”, 27 agosto 2024, Le “madri lontane” costrette a lasciare i propri figli per assicurargli un futuro migliore; Alessandra Pigliaru, Braccianti, nel dolore della separazione, in “il manifesto”, 28 agosto 2024, Braccianti, nel dolore della separazione | il manifesto; visti il 12 settembre 2025. Visti il 4 novembre 2025.
- Maura Delpero, Nadea e Sveta, Miramonte film, 2012.
- Antonella Capra, Vecchiaia italiana vs sindrome italiana: le badanti, figure di una doppia crisi, in ‟Line@editoriale”, 11, 2019, Vecchiaia italiana vs sindrome italiana: le badanti, figure di una doppia crisi – Line@editoriale, visto il 14 aprile 2025.
- Tiziana Francesca Vaccaro, Elena Mistrello Sindrome Italia. Storia delle nostre badanti, Padova, Becco Giallo, 2021.
- Ettore Mengozzi, Sindrome Italia, I Wonder Pictures, 2024.
- S. Prandi, Le madri lontane, cit., p. 5-29.
- Ibidem, p. 31.
- Ibidem, p. 32-39.
- Marco Fontana, L’incontro con la psichiatria rumena, in Donatella Cozzi (a cura di) Legami in diaspora: figli e madri nell’emigrazione dalla Romania, Udine, Forum, 2019, pp. 218-219.
- Ibidem, p. 42.
- Ibidem, p. 42-61.
- Ibidem, p. 63-69.
- Ibidem, 71-77.
- Ibidem, 79-85.
- Ibidem, p. 87-91.
- Ibidem, p. 93-99.
- Ibidem, p. 101-105.
- Ibidem, p. 107.
- Chiara Cretella ricercatrice del Centro studi sul genere e l’educazione dell’Università di Bologna, si occupa di sociologia della cultura e Gender Studies, con particolare attenzione al corpo femminile e alla violenza di genere. www.chiaracretella.it, visto il 13 settembre 2025.
- Ibidem, p. 119.
- Ibidem, p. 21, 33.
- Ibidem, p. 9-10.
- Ibidem, p. 72-73.
- Ibidem, p. 28-29.
- Ibidem, p. 10.
- Ibidem, p. 35, p. 108.
- Osservatorio Lavoro Domestico, visto il 15 aprile 2025, p. 17, 23.
- Dipartimento per le politiche sociali, del terzo settore e migratorie, Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, XIV Rapporto annuale. Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, Roma, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2024, p. 38.
- stima-andamento-economia-agricola-2024.pdf, visto il 15 aprile 2025, p. 3.
- Le imprese che assumono dipendenti in agricoltura sono oltre 185.000 ed occupano circa di 1 milione di lavoratori, di cui circa 1/3 è rappresentato da stranieri, con rumeni, indiani, marocchini, albanesi e senegalesi in testa. Cf.: Migranti: con +28% nei campi è record imprese straniere; Lavoro: nei campi italiani mancano 100mila occupati – Coldiretti, visti il 15 aprile 2025.
- S. Prandi, Le madri lontane, cit., p. 29.
- Layout 1, visto il 15 aprile 2025, p. 2.
- S. Prandi, Le madri lontane, cit., p. 80.
- Ibidem, p. 81.
- Donatella Cozzi, La Sindrome Italia. Un approccio antropologico, in Donatella Cozzi (a cura di) Legami in diaspora, cit., pp. 187, 198-199.
- Ibidem, p. 44-45.
- Ibidem, p. 45.
- Ibidem, p. 58-59.
- Ibidem, p. 59-60.
- Ibidem, p. 60.
- «Quando Maria aveva compiuto un anno, Clea aveva comprato un volo per l’Italia, per tornare a fare la bracciante. Si spaccava la schiena per tre mesi nei campi, senza giorni di riposo, e appena finiva la campagna, la sera stessa ripartiva per la Romania. Stava un mese con la figlia e di nuovo saliva su un furgone diretto in Italia.» Ibidem, p. 21.
- «Petra ha quarantasette anni […]. Gli occhi scuri sono inquieti. Fa cenno di sedermi sul letto della stanzetta più grande, dove sono accoccolati due neonati di otto mesi, gemelli, un maschio e una femmina. […] ‟Questi sono i miei nipoti, i figli del mio primogenito. […] Mia nuora me li ha portati poco prima che compissero un mese. Lei ha un impiego in un magazzino dove impacchetta asparagi e altra verdura. Torna ogni quattro settimane, sta qui tre giorni e poi deve ripartire” […].» Ibidem, p. 33.
- «[…], una volta Nina è finita in ospedale. Ci sentivamo al telefono e piangeva, lamentandosi con un filo di voce: ‟mamma sto morendo e tu non ci sei”.» Ibidem, p. 82.
- «Parlavo con i miei bambini tutte le sere al cellulare, sembrava che stessero bene con i nonni, non c’erano problemi. Poi quando son tornata il mio bimbo di due anni non riusciva a capire chi fossi, stava attaccato alla nonna, non voleva saperne di me.» Ibidem, p. 89.
- «Non c’erano alternative: mia figlia è dovuta espatriare perché altrimenti non avremmo avuto i soldi per mangiare. Tornava una volta all’anno e si fermava per un paio di mesi.» Ibidem, p. 91.
- Ibidem, p. 95-98.
- Ibidem, p. 96.
- Asili nido sempre più cari e pochi posti: l’unica soluzione è affidarsi ai nonni. E il 63% delle neomamme lasciano il lavoro – la Repubblica, visto il 16 aprile 2025.
- S. Prandi, Le madri lontane, cit., p. 32.
- Marco Maisano, 396 Ma perché dovremmo parlare della “sindrome Italia”?, in “Onepodcast”, 10 giugno 2024, 3:30-3.57; 4:44-4:58, 396 | Ma perché dovremmo parlare della “sindrome Italia?” – OnePodcast.it, visto il 12 settembre 2025.
- Piume #2 – Sindrome Italia, in “Becco Giallo”, 6 luglio 2021, 8:44-9:59, Piume #2 – Sindrome Italia–BeccoGiallo – Apple Podcasts, visto il 12 settembre 2025.
- Donatella Cozzi, Legami in diaspora: madri, figli e genere nelle famiglie transnazionali, in ‟EtnoAntropologia”, vol. 7, n. 1, 2019, p.49.
- Ibidem, p. 39-41.
- Ibidem, p. 45-46.
- Marta Finazzi, Genitorialità e disuguaglianze di genere: un’analisi europea, in “Eduxo”, 22 dicembre 2024; Silvia Gola, Casalinghe del capitale, in “Il Tascabile”, 12 giugno 2025, Casalinghe del capitale – Il Tascabile .
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