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Fuoco sotto la cenere Cinque morti, ventidue feriti, settantadue arrestati… La protesta e l’eccidio di Tricase del 15 maggio 1935
di , numero 54, dicembre 2022, Saggi e Studi, DOI

Fuoco sotto la cenere Cinque morti, ventidue feriti, settantadue arrestati… La protesta e l’eccidio di Tricase del 15 maggio 1935
Come citare questo articolo:
Giorgio Pedrocco, Fuoco sotto la cenere Cinque morti, ventidue feriti, settantadue arrestati… La protesta e l’eccidio di Tricase del 15 maggio 1935, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 10, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10338

L’onda lunga delle proteste delle tabacchine nel Salento durante il fascismo
La diffusa presenza dell’apparato repressivo fascista, che nelle Puglie si era dimostrato sin dalle origini particolarmente violento, perché costituito da mazzieri assoldati dagli agrari, non fu in grado di prevenire l’onda lunga delle proteste sociali e delle rivendicazioni economiche delle tabacchine che nel Salento cominciarono a manifestarsi già a metà degli anni Venti.
L’unica soluzione, che Concessionari e autorità seppero praticare per contrastare le proteste delle lavoratrici, fu quella della repressione istituzionale, ricorrendo, come agli albori del movimento operaio, al “braccio violento della legge” per incarcerare, per fermare e per minacciare chi scioperava o semplicemente protestava.
In una recente pubblicazione Salvatore Coppola ha tracciato un preciso quadro cronologico e geografico delle numerose lotte sostenute dalle tabacchine nel Salento tra le due guerre mondiali, che precedettero e seguirono il drammatico e tragico eccidio di Tricase del 15 maggio 19351.
Innanzi tutto tra il novembre del 1926 e il marzo del 1927 le tabacchine salentine protestarono e scioperarono contro l’iscrizione collettiva obbligatoria al Sindacato fascista, perché, con le trattenute imposte d’autorità, le loro già misere retribuzioni subivano un’ulteriore decurtazione. Si trattò quindi di una doppia protesta: innanzi tutto un rifiuto “di principio”, direttamente politico, in netta opposizione contro la decisione del Governo Mussolini che costringeva i lavoratori ad iscriversi ad un sindacato, spesso privo di autonomia e quasi sempre succubo del regime, e poi c’era una rivendicazione economica, perché, come si è detto, le trattenute monetarie a favore delle casse sindacali decurtavano le retribuzioni delle operaie.
I paesi investiti dagli scioperi si distribuivano un po’ dappertutto nella penisola salentina: erano stati coinvolti anche centri come Novoli e Trepuzzi, posti a nord di Lecce, mentre i restanti, – da Soleto a Salve e da Neviano a Poggiardo-, si trovavano nella parte meridionale. Osservando una carta geografica del tempo si nota come quasi tutti i paesi interessati allo sciopero fossero delle stazioni nella diffusa rete ferroviaria, che allora collegava i vari punti del Salento al resto della penisola.
Si potrebbe ipotizzare che le comunicazioni ferroviarie avessero in qualche modo favorito la diffusione e la circolazione delle notizie, e spinto le lavoratrici a far valere le proprie ragioni.
La repressione fu durissima, arresti, fermi e denunce, perché quei conflitti rappresentavano per il regime una sfida “provocatoria”. Moltissime operaie finirono in galera come istigatrici degli scioperi e promotrici delle manifestazioni, mentre il Prefetto di Lecce, Giovanni Selvi, addossava alle operaie ogni responsabilità perché prive di “educazione sindacalista” (Coppola, p. 76).
Chiusi con estrema durezza questi scontri politico-sindacali, qualche anno dopo le autorità fasciste e i Concessionari dovettero affrontare gli effetti conflittuali della “Grande Crisi” del 1929, protrattasi in Italia sino al 1935.
L’occasione arrivò nei primi mesi del 1932, quando i Concessionari e i sindacati fascisti imposero un nuovo contratto di lavoro che decurtava il salario delle tabacchine. Esplosero le manifestazioni al grido comune di “Pane e lavoro” come testimoniano i documenti della Prefettura di Lecce. Oltre a Trepuzzi e Maglie, che si erano già segnalate nel 1927, la geografia della protesta si localizzava ora in una lunga fascia ad est di Gallipoli che partiva a nord-est da Nardò e Galatone per scendere ad Alezio e Collepasso (ad est di Gallipoli) per arrivare infine a sud-est toccando in successione Matino, Taviano, Racale, Ugento, e Gemini. In questo caso il passaparola della protesta era legato non più alle linee ferroviarie ma alla tradizionale vicinanza territoriale (Coppola, p. 77).
Ulteriori elementi di tensione arrivarono nel 1934 dall’introduzione d’importanti innovazioni tecnologiche che minacciavano di cancellare molti posti di lavoro.
“Alcuni grossi concessionari decisero di introdurre nei propri magazzini nuovi macchinari, che avrebbero modificato il tradizionale sistema di produzione e consentito la manipolazione della foglia secca in tempi più brevi, determinando una sensibile riduzione delle ore di lavoro, provocando così un grave disagio alle operaie, non solo per gli effetti immediati della riduzione del proprio reddito, ma per quelli legati al rischio di perdere l’indennità di disoccupazione, che potevano percepire solo a condizione che effettuassero un certo numero di giornate nel corso dell’anno. Il nuovo sistema, che andava a colpire spianatrici, imballatrici e cernitrici, avrebbe invece aumentato, enormemente, i profitti dei concessionari” (Coppola, p. 78).

Le cause dell’assalto al Municipio: una supplica e un manifesto
A metà degli anni Trenta tra le circa cinquantamila tabacchine che lavoravano stagionalmente nel Salento serpeggiava quindi la paura, l’instabilità, la preoccupazione per la continuità del loro lavoro2. In questo clima molto teso la scintilla che fece scoppiare l’incendio della rivolta fu un Decreto del Ministero delle Corporazioni, emanato il 30 aprile 1935. Il provvedimento deliberava da un lato l’accorpamento in un unico organismo provinciale di cinque Consorzi Cooperativi per la Coltivazione e la Lavorazione del Tabacco, operanti nel Salento, e dall’altro lato lo scioglimento degli organismi dirigenti di quei cinque Consorzi per la coltivazione e la cura del tabacco. Tra questi vi era il Consorzio Agrario Cooperativo del Capo di Leuca, fondato a Tricase nel 1902 da due importanti esponenti del Parlamento nazionale. Innanzi tutto il deputato salentino Alfredo Codacci Pisanelli che era ovviamente interessato a migliorare le condizioni di vita dei suoi elettori, mentre Luigi Luzzatti era soprattutto noto per l’impegno filantropico a favore non solo delle cooperative tra lavoratori sia agricoli sia artigianali ma anche per la promozione della “cooperazione finanziaria”, impegnata allora nella realizzazione della rete italiana delle Banche Popolari3.
Il Consorzio era nel 1935 un’istituzione importante per Tricase: occupava un migliaio di tabacchine per la cura delle foglie, e faceva capo a parecchie centinaia di contadini del circondario impegnati nella tabacchicoltura. Le radici filantropiche del Consorzio avevano consentito di realizzare per le maestranze una serie di benefit: orari di lavoro sopportabili, paghe corrispondenti al lavoro svolto, asilo nido per i figli delle tabacchine ed incunabolo per l’allattamento dei neonati, servizi igienici adeguati, uno spaccio dove si faceva credito. Tali vantaggi erano del tutto assenti negli altri magazzini dove i Concessionari privati gestivano la cura delle foglie senza alcun riguardo per le condizioni di vita e di lavoro delle tabacchine, mentre taglieggiavano i coltivatori con magre ricompense per il tabacco conferito ai loro magazzini4.
In realtà le testimonianze orali, – raccolte più di sessant’anni dopo i fatti-, sembrano non del tutto confermare questa tesi, sostenuta soprattutto da donne che lavoravano negli altri tabacchifici di Tricase, mentre altre operaie che erano state impiegate anche per tempi lunghi al Consorzio non sono sembrate così entusiaste delle condizioni di lavoro che vi avevano trovato5.
Mimì un’anonima tabacchina, – nata nel 1928 e dedita al mestiere del tabacco sin dall’infanzia in altri magazzini-, mostra un grande entusiasmo per le condizioni di lavoro esistenti al Consorzio.
“Aggiu sempre faticatu allu tabaccu, ma non allu Cunsorziu, ma ai Combattenti e poi da Bentivoglio. Maritama [Mio marito] invece facia lu stagninu. A Tricase il tabacco era molto importante. Nc’erano tanti magazzini, a du faticava puru gente de li paesi vicini. Allora cn’era tanto lavoro, e tutti vulivene cu fatichene allu Consorziu, percé era cchiù signorile, cchiù pulitu, cchiù ordinatu, nc’erane tutte le comodità li cabinetti boni… don Mario facia funzionare tutto alla perfezione”6.
Maria Lucia Aniceto, operaia del Consorzio, racconta in termini diversi l’atteggiamento del direttore Mario Ingletti: non concedeva nulla alle richieste delle operaie, mantenendo nel magazzino del Consorzio una disciplina a mezza strada tra il lager e la caserma.
“Il direttore era Mario Ingletti, faceva il dovere so e puru se facia ssentere. Quando entrava dentro la fabbrica altro che non sentivi che il rumore del tabacco no ss vujacava ciuveddi. Era severo e sse andavi ddici, Na la maestra m’ha sospesa…,
[Rispondeva] Ha fatto bene, due giorni!
Ma io non stavo facendo niente…
[Rincarava la sospensione]Tre giorni!
Toccava tte giri a capu tte ne vai, cu no dicci nienti. [Dovevi girare la testa ed andartene, e non dire niente]. A me non è mai capitato”7.
Anche i servizi igienici non erano così “boni” come altre tabacchine credevano.
“C’erene quattru-cinque bagni… la puzza… madonna c’ereno sporchi… jeu mai scia… no no mantenìa de quannu entrava a quannu no me scia… no erene culla tazza… erano de chiri a nterra, manti vi i pedi e poi n’era una buca… certe se facivene de fore… jeu era scire dai?! C’era una donna che faceva le pulizie, manava l’acque e pulizzava. Poi certe se facievene alli muri, vadivi i muri chini de porcherie… donne! Ca i mascul scivene alli bagni loru!8” (Aniceto, p. 105).

Un giorno di rabbia e di terrore
La mattina del 15 maggio, a Tricase, la notizia dello scioglimento del Consorzio cominciò a diffondersi tra le tabacchine man mano che le donne arrivavano ai magazzini, creando sconforto, disperazione e pianti. Era chiaro che per queste operaie c’era lo spauracchio di perdere non solo il lavoro, ma anche quel relativo benessere che il Consorzio garantiva.
La maestra Maria Donata Turco nell’istruttoria del processo, celebrato in seguito all’eccidio di Tricase, testimoniò che in quella mattina del 15 maggio 1935 le tabacchine, disperate per la notizia dello scioglimento del Consorzio, avevano iniziato uno sciopero ed urlavano all’interno del magazzino, Vogliamo lavoro, non vogliamo perdere il pane. Le operaie volevano uscire dal laboratorio per organizzare con le altre tabacchine “una protesta”. L’intervento congiunto del “facente funzione” di direttore Mario Ingletti, di un sindacalista fascista, Ciro Facchini, e del maresciallo dei carabinieri, Matteo Mossuto, le aveva convinte a ritornare al lavoro.
“La mattina del 15 maggio (…) queste manifestarono di non voler lavorare a protesta per il fatto della soppressione del Consorzio, io cercai di calmarle, inducendole a riprendere il lavoro. Ma poiché le stesse vociavano in modo tale che non sentivano i miei ordini, avvertii il sorvegliante Cassano Nicola che chiamasse il direttore Mario Ingletti. Questi le chiamava col registro alla mano per facilitare l’invito al lavoro, ma le operaie si mostravano indifferenti. Intervenne pure [il sindacalista] Ciro Facchini il quale (…) fece opera di persuasione. In ultimo sopraggiunse anche il maresciallo [dei carabinieri] Matteo Mossuto, e tutte e tre queste persone riuscirono ad indurre le donne a riprendere il lavoro, che proseguì normalmente”9.
Ai vertici del Consorzio di Tricase c’era il rag. Mario Ingletti, un dirigente capace con alle spalle una lunga esperienza nella cooperazione: era stato suo il merito di aver migliorato le condizioni di lavoro nei magazzini consortili e di averlo gestito con rigore e competenza negli anni della “Grande Crisi”, quando la produzione di tabacco in Italia aveva subito un certo rallentamento.
Ingletti era anche, ovviamente, interessato a mantenere l’incarico dirigenziale! In questa convulsa mattinata in precedenza si era sentito con l’avv. Vincenzo Resci, sindaco nel Consiglio d’Amministrazione del Consorzio, per studiare una strategia volta ad impedire lo scioglimento dell’unica impresa di rilievo esistente allora a Tricase. Si decise di rivolgere una supplica direttamente al Capo del Governo, Benito Mussolini, perché modificasse il Decreto, revocando lo scioglimento del Consorzio. Su quest’iniziativa concordò anche il podestà di Tricase, l’avv. Edgardo Aymone che, tempestivamente avvertito, si raccomandò con Mario Ingletti, perché in calce alla supplica si raccogliessero quante più firme possibili10.
Il testo nel primo pomeriggio del 15 maggio era già stato redatto, grazie anche alla collaborazione di Alberto Ingletti, fratello di Mario, ed ispettore di zona dei sindacati fascisti dell’industria.
A questo punto i soci del Consorzio con un imponente passaparola vennero convocati nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno per firmare la supplica nella sede dell’Associazione Combattenti e Reduci di Tricase, posta in via Santo Spirito, nel centro del paese, in un edificio contiguo al Municipio11.
Attorno alle 18 e 30 ci fu un colpo di scena. Il podestà Edgardo Aymone, dopo un colloquio col Prefetto di Lecce, Salvatore Strano, aveva cambiato diametralmente idea sul Decreto, e aveva fatto affiggere un manifesto dove, riprendendo una lettera inviatagli dallo stesso Prefetto, si diffidava la cittadinanza dall’intraprendere iniziative contro il Decreto di scioglimento del Consorzio perché la fusione non avrebbe comportato “mutamenti nelle attuali sfere d’attività dei singoli Consorzi”. Infine si ribadiva, ingiungendo alle maestranze di tornare a lavorare, che allo scioglimento del Consorzio non c’era alternativa e che altre iniziative erano da considerarsi ingiustificate e “dolose”.
Alle 19 le vie attorno al Municipio erano affollate sia dalle centinaia di soci del Consorzio diretti alla sede dei Combattenti per firmare la supplica sia da altre centinaia di tabacchine che stavano confluendo nel centro del paese per manifestare contro lo scioglimento del Consorzio, sia infine da una massa di cittadini che, visti questi assembramenti, si erano avvicinati e condividevano le loro preoccupazioni.
Il manifesto del podestà intanto non era passato inosservato. I coltivatori, mobilitati per firmare, considerarono il suo voltafaccia un vero e proprio tradimento, perché sconfessava la supplica che avevano appena sottoscritto per salvare “la spina dorsale ” del paese, un’iniziativa per altro che il podestà in precedenza aveva appoggiato.
Cominciarono da parte di molti dei presenti a partire invettive minacciose contro il podestà! “Viva il Duce, viva il Re, abbasso il Podestà” era lo slogan della folla, che stava invadendo pericolosamente le adiacenze del Municipio per cercare il podestà.
Mimì, allora ancora bambina, ha testimoniato su come in breve tempo si sia avviata la rivolta.
A nu certu puntu vinnera certi ristiani cullu zappune e cuminciarene cu dannu cu spaccane lu purtune de lu municipiu, percé vulivene cu fannu ssire lu podestà che nc’era tannu, Aymone, cu spiega alla gente percé vulìa sta cosa, percé se dicia che era propriu lu podestà ca vulìa cu ne porta lu consorziu de Tricase. Poi cuminciara cu rumpene tutte le lampadine ca nc’erene susu allu municipiu cu le chianche de la chiazza. Li ristiani vulivene lu podestà cu esse cu descia spiecazioni12” (Mimì, p. 125).
Il podestà si affacciò alla finestra per parlare alla folla, ma, come ricorda Mimì, venne accolto da grida ostili e poi zittito dal crescendo delle urla e dalle invettive alla sua persona.
Cittu cornutone! Cittu delinguente! Ci meiu la sapìa la dicia [Zitto cornutone! Zitto delinquente! Chi meglio la sapeva la diceva]” (Mimì, p. 125).
Nel Municipio c’era anche Mario Ingletti. Il podestà gli chiese d’intervenire ma Ingletti si sottrasse, probabilmente perché indignato da quell’inaspettato voltafaccia. Aymone, facendo affiggere quel manifesto, non solo aveva sconfessato la supplica ma aveva anche danneggiato pesantemente i tentativi dei vertici del Consorzio per salvare la cooperativa.

La cronaca dell’eccidio: “la Nesca fu ferita là…; Panico Cosima morì sul colpo, le forarono il cervello…; all’angolo Rizzo Pompeo morì sul colpo…”
La sede comunale cominciò ad essere bersagliata da un lancio di pietre e stretta d’assedio da una folla di circa duemila persone. Per valutare l’imponenza della manifestazione di protesta si tenga conto che gli abitanti di Tricase e delle sue frazioni erano, allora, circa diecimila.
La rabbia e la disperazione erano al culmine! Era cominciato l’assalto al palazzo del Municipio. Si stava rendendo concreta la minaccia di una devastazione degli uffici comunali!
“Poi hannu cuminciato a tirare petre, a rumpire lampadine… hannu spaccato lu purtune e hannu misu focu. Quannu vitti lu focu, fuci versu casa! Mentre me ne fucìa aggiu vistu n’ommu ca chiancìa, ca l’erene sparatu allu pede, e na ristiana ca chiancìa puru idda, cu lu fazzulettu ‘nturnu alla manu, percé pardia sangu (Mimì p. 125)13“.
Proseguiva la sassaiola contro le lampadine, accresciute di numero, perché la festa nazionale del Natale di Roma, il 21 aprile, era stata celebrata a Tricase con un ingente sfoggio di luminarie. Francesco Ippati, allora quattordicenne, ha confessato di aver compiuto quella sera degli atti vandalici proprio ai danni dell’illuminazione municipale. “Quella sera rompemmo tutte le lampadine che c’erano in piazza della trascorsa festa nazionale14. Il podestà stava nel Municipio, aveva paura di uscire altrimenti lo avrebbero ammazzato. Ma poi lo fecero uscire di nascosto dal giardino delle suore”15.
La sede municipale era presidiata da una squadra di quattro carabinieri agli ordini del maresciallo Matteo Mossuto. Si era aggiunta una squadra di finanzieri, guidati dal maresciallo Antonio Redelico. A differenza dei carabinieri, i finanzieri avevano poca pratica nel gestire situazioni di tensione, dalle semplici liti alle risse tra gruppi di persone; non erano, inoltre, molto ben visti dal mondo contadino16. Nel momento di maggior tensione si trovarono, a differenza dei carabinieri, senza via di fuga e in mezzo alla folla che li bersagliava con delle pietre.
“Venne la Guardia di Finanza e [i manifestanti] cominciarono a buttare pietre là. Allora dicevano tutti, Quando ci furono diverse Guardie di Finanza ferite dai sassi e dalle pietre, il maresciallo, che si chiamava Antonio Redelico, diede ordine di far fuoco. Io sentivo sparare forte…”17.
I finanzieri furono presi dal panico e spararono!
Spararono ed uccisero così come i carabinieri che spararono per evitare l’ingresso dei manifestanti all’interno del palazzo comunale.
Morirono cinque persone ed altre ventidue furono più o meno gravemente ferite. Nell’istruttoria del processo le forze dell’ordine furono sollevate da ogni responsabilità e da qualsiasi accusa. Solo gli atti processuali, – studiati a più riprese da Salvatore Coppola18 -, e le testimonianze orali, – raccolte da un gruppo di ricercatori ben sessantaquattro anni dopo i fatti -, hanno consentito di ricostruire lo svolgimento dell’eccidio.
Vito De Carlo aveva vent’anni il 14 maggio 1935. Alla fine del novembre 1999 si ritrovò in Piazza Pisanelli con Angelo Litti, un ricercatore che riprendeva con una videocamera la sua testimonianza su quella tragica giornata. Volendo ricostruire al meglio la successione degli avvenimenti si erano spostati nella piazza teatro dell’eccidio, che nel 1935 era intitolata a Vittorio Emanuele II.
De Carlo, innanzi tutto, ricordava la morte dell’ignara contadina Cosima Panico che, uscendo dalla Chiesa, stava attraversando la piazza dove c’era la manifestazione di protesta.
“Al centro della piazza fu sparata Panico Cosima, (…), veniva dalla chiesa, fu sparata Panico Cosima. Il maresciallo [della Finanza] stava dove c’è quella macchia, quella pozzanghera là… [Panico Cosima] fu sparata e cadde a terra subito morta” (De Carlo, p. 139).
Il rosario di morti e di feriti si dipanava nella memoria di Vito De Carlo.
“Poi c’era Rizzo Pompeo fu sparato là a quell’angolo là. I colpi non andavano tutti alla gente… colpi sparavano in aria e colpi sparavano alla gente” (De Carlo, pp. 139-140).
Vito De Carlo aveva anche assistito ai fatti che costarono la vita ad un’altra donna, Maria Assunta Nesca, quando un finanziere venne disarmato, ma questi, recuperata l’arma, ferì gravemente la donna che morì, alcuni giorni dopo, all’ospedale di Maglie dove era stata ricoverata.
“Vicino a quella porta19 (…) una donna llevava il fucile di una guardia di finanza per tirarlo in testa. Quello fuori con il fucile, dopo se l’aveva preso di nuovo. sparò una donna sulla panza che si chiamava… mi son dimenticato come si chiamava” (De Carlo, p. 140).
Poi la sparatoria si era infittita e anche De Carlo venne colpito da un proiettile vagante. Dopo tanto tempo si ricordava ancora di essere stato aiutato da due amici che lo portarono a casa. Un ultimo flash della sua testimonianza illumina il tragico teatro dell’eccidio.
“Quando ho visto che sparavano, che la gente cadeva a terra me ne sono andato [dalla piazza] ed ero già ferito e me ne sono scappato buttando sangue. Due amici miei mi hanno preso per mano e mi hanno portato a casa” (De Carlo, p. 240). La morte del sedicenne Pierino Panarese è evocata da una sorta di lamento funebre da una sua parente, Rossella Quarta Panarese in una recente pubblicazione commemorativa.
“Aveva 15 anni, fu sparato alle spalle. Viltà degli uomini. Le pistole della Guardia di Finanza spararono alle spalle di mille donne, donne tabacchine, mille uomini, uomini contadini e ad un uomo bambino. Difendevano il proprio lavoro…”20.
Alla fine della sparatoria oltre ai primi morti vi erano anche una ventina di feriti prevalentemente colpiti alle gambe21. A Tricase non c’era l’ospedale e i feriti furono portati per le prime cure negli ambulatori medici, mentre i più gravi furono ricoverati negli ospedali di Maglie e di Lecce. Per due di loro vista la gravità delle ferite si dovette procedere all’amputazione di un arto. È sempre Vito De Carlo a ricordare.
“Vicino al bar Martinucci fu ferito Colangiulo che gli tagliarono la gamba… l’altro pure fu ferito22 che gli tagliarono la gamba ma non so” (De Carlo, p. 128).
L’avvenimento era sicuramente clamoroso, ma sulla stampa italiana sorvegliata dalla censura del regime fascista apparve solo un breve trafiletto sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 17 maggio 1935. Il controllo del regime sulla stampa quotidiana e sull’informazione in genere era strettissimo. Nulla doveva trapelare di fatti che potevano turbare ed allarmare l’opinione pubblica.

Gli arresti e il carcere
Già nella notte tra il 15 e il 16 maggio, poche ore dopo l’eccidio, si era mobilitato un imponente apparato repressivo. Le operazioni procedettero rapidamente. Su indicazione dei carabinieri e dei finanzieri, che avevano presidiato il Municipio, s’individuavano, si fermavano e, se riconosciuti, si arrestavano i manifestanti presenti all’assalto al Municipio, responsabili delle aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine e dei danneggiamenti degli infissi del palazzo comunale.
Le indicazioni per gli arresti arrivarono, oltre che dai carabinieri e dai finanzieri in servizio durante le proteste, soprattutto dal podestà Edgardo Aymone, coadiuvato in questa “caccia” dal fratello Gaetano. La pratica delatoria dei fratelli Aymone dopo l’eccidio è molto ben presente nella memoria dei testimoni, sentiti più di mezzo secolo dopo i fatti. Il contadino Francesco Ippati non ha avuto dubbi sul loro ruolo di suggeritori sia nell’indicare i moventi della sommossa e, soprattutto, le persone da arrestare come “istigatrici” della protesta.
“Poi di notte vennero i carabinieri, presero tutti coloro che probabilmente avevano partecipato allo sciopero23 e li portarono in caserma. Il fratello del Podestà che sapeva tutto, mandava i carabinieri, e faceva arrestare quelli che riteneva colpevoli” (Ippati, p. 124).
In realtà, come Salvatore Coppola ha concluso dall’esame delle carte giudiziarie, chi ebbe un ruolo centrale nell’indicazione degli arresti fu il podestà, l’avvocato Edgardo Aymone, che indirizzando le indagini si affrettò a denunciare come “istigatori” e responsabili dell’assalto al Municipio i vertici del Consorzio assieme ad un gruppo di loro sodali, parenti ed amici, tutti ostili alla sua gestione dell’amministrazione comunale. Costoro, secondo l’ipotesi accusatoria dell’avv. Aymone, avrebbero creato un ingiustificato allarme tra i coltivatori e le tabacchine facendole confluire nel centro di Tricase indirizzando poi il loro malcontento contro il podestà e contro l’istituzione municipale.
La tesi della sobillazione era stata accolta in toto dai responsabili delle indagini sulla sommossa, il tenente colonnello dei carabinieri Errico Nellegitti e il questore di Lecce Salvatore Li Voti, giunti a Tricase già nella notte del 15 maggio.
Fu così che in quei giorni, – in compagnia a circa una settantina di contadini e di tabacchine-, finirono in galera, come “istigatori” dell’assalto al Municipio, il rag. Mario Ingletti, l’avv. Vincenzo Resci, e la maestra del Consorzio Maria Donata Turco. L’accusa del podestà Aymone si estese poi a tutto l’entourage del rag. Mario Ingletti e dell’avv. Vincenzo Resci costituito da sindacalisti fascisti, da un maestro e da altri professionisti. L’attribuzione della responsabilità della sommossa a dei fantomatici “sobillatori”, e quindi l’orientamento delle indagini in quell’unica direzione, faceva anche comodo ai vertici del fascismo leccese, nonché alle autorità locali, dal Prefetto ai sindaci, perché li sollevava dall’imbarazzante compito di dover rispondere per il diffuso stato di disagio economico esistente tra la popolazione salentina.
Il giudice istruttore Francesco D’Ari stava intanto costruendo un castello di pesanti imputazioni nei confronti degli arrestati in virtù del nuovo Codice di Procedura Penale, il famigerato “Codice Rocco”, entrato in vigore nel luglio del 1931. Questo prevedeva una pena non inferiore a otto anni per “la resistenza a pubblici ufficiali” e pene ugualmente severe per il reato di “adunata sediziosa”. Sulla sponda opposta sia il parroco di Tricase Monsignor Tommaso Stefanachi, sia l’arcivescovo di Lecce Giovanni Panico nonché altri religiosi ed alcune autorità si mobilitarono non solo per formare un agguerrito collegio di difesa in favore degli arrestati in maggioranza poverissimi, ma anche per implorare clemenza per i casi umani più bisognosi, uomini e donne incarcerati le cui famiglie sopravvivevano grazie al loro lavoro. Ora erano in prigione e le famiglie erano state abbandonate ad un’inesistente, e poco soccorrevole pubblica assistenza.
Queste suppliche disperate24 non furono, in un primo tempo, molto ascoltate. Due tabacchine partorirono in carcere ed una delle neonate, Francesca Castri, ha fatto riemergere la triste vicenda della propria nascita, ricordando di essere stata chiamata Francesca perché la madre arrestata dopo l’eccidio la partorì nel carcere di San Francesco di Lecce.
“Io sono nata nel carcere di San Francesco nel 1936… Mio padre mi parlava sempre che dopo lo sciopero erano tanti che dovevano andare in carcere di notte, e mia madre cantava durante il carcere”25.
Quando cominciò l’istruttoria le persone in prigione erano 74, alla sua chiusura, il 2 gennaio 1936, ben 22 arrestati vennero prosciolti, mentre altri 52 furono lasciati in carcere dovendo rispondere di gravi accuse.

Il processo in Corte d’Assise e la sentenza L’obiettivo dell’istruttoria era quello di arrivare ad una condanna esemplare per i manifestanti grazie all’inasprimento delle pene introdotte nel Codice Rocco. Già costretti in carcere, alcuni manifestanti furono maltrattati e minacciati dai magistrati inquirenti. Vito De Carlo ricorda le terribili parole che il magistrato inquirente Francesco D’Ari gli rivolse in prigione.
“Il procuratore che aveva istruito il processo ci disse, Se u prucedimentu lo farò io, vi faccio tremare tutti. Si chiamava Dario26 questo quai. Era un mostro…” (De Carlo, p. 145).
Gli atti del processo mostrano, poi, che molti dei carabinieri e dei finanzieri, -testimoni d’accusa nell’inchiesta giudiziaria-, erano stati trasferiti per motivi di sicurezza e molti erano diventati irreperibili. Per questi motivi non poterono tornare a deporre.
Inoltre il 3 ottobre 1935 l’Italia aveva aggredito l’Impero Etiopico e alcuni di loro si erano trasferiti in Africa Orientale, per partecipare alle operazioni militari.
Venne il carabiniere Francesco Cuna, originario di Trepuzzi, un paese a nord di Lecce, in servizio a Tricase da soli tre giorni. Egli aveva identificato ed accusato molte persone. Tutti quei suoi riconoscimenti non convinsero la Corte d’Assise, perché era arrivato a Tricase da troppo poco tempo perché le sue accuse fossero affidabili. I giudici nella sentenza finirino per non tenerne conto27.
L’uomo chiave, che diede una svolta al processo mantenendosi estraneo alle passioni locali, fu il colonnello Angelo Cerica che comandava la Legione dei Carabinieri di Bari. Egli fin dai primi giorni successivi all’eccidio, aveva avviato un’ispezione interna, una sorta di personale indagine parallela per verificare la correttezza delle procedure seguite dai propri subalterni nelle indagini sulla sommossa di Tricase. Forse al colonnello Cerica non piacque e lo insospettì l’adesione passiva nelle indagini del suo subalterno, il tenente colonnello Errico Nellegitti alle tesi del podestà di Tricase, forse volle mantenere su quell’eccidio una posizione distinta rispetto alla parallela indagine della Polizia di Stato condotta dal questore di Lecce, Salvatore Li Voti. Anche questi aveva ugualmente aderito alle tesi accusatorie del podestà, rinunciando ad indagare più a fondo sulle dinamiche del repentino cambiamento nel comportamento della folla.
Il colonnello Angelo Cerica, come ha sottolineato Salvatore Coppola28, si mosse autonomamente e interpretò più correttamente la dinamica della “sommossa” ritenendo che, dopo l’affissione del manifesto del podestà, si era formato istantaneamente un “assembramento sotto il Municipio”, che era da qualificare come “un fatto improvviso e imprevisto”. Ciò escludeva l’ipotesi che vi fossero stati dei “promotori o istigatori e caporioni della dimostrazione violenta”. La protesta, poi, era stata talmente improvvisa e imprevista che nessuno aveva pensato di mobilitare la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)29.
L’inchiesta del colonnello Cerica poi ebbe l’importante effetto di far “modificare il suo avviso” al questore di Lecce, Salvatore Li Voti. Il funzionario di Polizia, come recita la sentenza, “mentre nel periodo istruttorio aveva tenacemente sostenuto l’esistenza di “istigatori” della folla, nel dibattimento processuale escluse assolutamente ogni preordinazione nei fatti di Tricase”. La sommossa per il questore fu “improvvisa ed inopinata”.
Tutto questo consentì alla Corte di eliminare le imputazioni “d’istigazione” nei confronti di Mario Ingletti e dei vertici del Consorzio. Fu un’assoluzione piena, per “non aver commesso il fatto”.
Inoltre la pericolosissima imputazione di “adunata sediziosa”, elevata verso 27 imputati, fu qualificata come semplice contravvenzione e questa scelta escluse l’applicazione del nuovo codice Rocco con sentenze di almeno otto anni di carcere. Le pene erogate corrisposero ai mesi trascorsi in carcere. Fu così possibile liberare tutti gli imputati e riportarli con una corriera a Tricase.
I ricordi di Vito De Carlo sulla conclusione del processo sono un po’ confusi, ma a grandi linee confermano quanto ha scritto recentemente Salvatore Coppola, aggiungendo che un ruolo importante venne svolto anche dal Pubblico Ministero che, non essendo più Francesco D’Ari, chiese pene moderate.
“E venne quello là [il nuovo Pubblico Ministero] che ne cacciò [fece scarcerare] tutti. Quelli da quindici anni, perché nessuno fu carcirato. Il Pubblico Ministero la massima pena che aveva fatto [chiesto era stata] a cinque anni di carcere. Nessuno è stato condannato a cinque anni di carcere, nessuno, massimo sedici mesi, quindici mesi. Sei, sette furono rimasti in carcere. Poi c’erano certi che erano già recidivi…, avevavo fatto undici mesi di carcere già, chi ha fatto cinque mesi dopo finito il procedimento, poi se ne sono usciti tutti” (De Carlo, pp. 145-146).
La brutta storia dell’eccidio ebbe una prima conclusione con la “trionfale” accoglienza della popolazione di Tricase ai concittadini scarcerati.
“E quando siamo usciti dalle carceri ci hanno pigliato con la musica dalla Stazione. Era il primo aprile mi pare… i primi giorni di aprile” (De Carlo, p. 146).
Ci fu anche un secondo non trascurabile risultato anche se i suoi costi umani erano stati pesanti. Il Consorzio non venne sciolto, il Decreto venne accantonato e il ragionier Mario Ingletti riprese in mano la gestione dell’impresa che qualche anno dopo mutò denominazione diventando l’Azienda Cooperativa Agricola Industriale. Tale denominazione rimase fino al suo scioglimento avvenuto alla fine del secolo scorso30.

“Rivoltare” una lapide
Il liberatorio e rivoluzionario “vento del Nord”, che a partire dalla primavera del 1945 cominciò a soffiare verso tutta la Penisola, riuscì per tempo ad arrivare sino a Tricase. Un’iniziativa della locale sezione del ricostituito Partito socialista era partita già il 25 di marzo del 1945: i dirigenti della sezione si rivolsero all’Amministrazione comunale perché onorasse la memoria dei cinque caduti nell’eccidio del 15 maggio 1935, realizzando “un ricordo marmoreo, che mantenesse accesa la fiamma della rivolta alla tirannide e all’ingiustizia”31.
Le risorse a disposizione della rinnovata amministrazione comunale erano però drammaticamente esigue!
Per reperire il materiale “marmoreo”, i dirigenti della sezione socialista suggerirono di “rivoltare”, come si faceva allora per i cappotti e per altri preziosi capi d’abbigliamento, la lapide applicata sulla facciata del Municipio nella primavera del 1936 per ricordare “le inique sanzioni” che la Società delle Nazioni aveva imposto all’Italia per punirla dell’aggressione all’Etiopia.
La lapide era rimasta al suo posto fino all’autunno del 1943!
Tutto era cambiato con l’arrivo degli Alleati: la lapide era stata rimossa ed abbandonata in un ripostiglio del Comune. Rimetterla in circolazione non fu così semplice, nonostante le emergenze di quei tempi. Ci furono scambi di lettere tra il “sindaco della Liberazione”, Francesco Ferrari, e il nuovo Prefetto di Lecce, venne interpellata anche la sezione dei Carabinieri.
In conclusione il 12 maggio 1945 la Giunta approvò una delibera per cedere la lapide alla locale sezione socialista. La Prefettura di Lecce diede il suo nulla osta. Un ignoto laboratorio lapideo incise un’epigrafe, che pur nello spirito retorico di quegli anni, restituiva ai corpi martoriati di quegli “oscuri martiri del lavoro e della libertà” il giusto e dovuto riconoscimento per il loro supremo sacrificio.
Come ricorda Salvatore Coppola il 27 maggio 1945 la lapide venne scoperta durante una cerimonia in cui intervennero due dirigenti del partito socialista.
“(…) l’intera popolazione [di Tricase] ascoltò i discorsi dell’avvocato Fulvio Rizzo, dirigente locale e provinciale del partito socialista, il quale esaltò la figura di quegli oscuri martiri del lavoro e della libertà, e del dirigente provinciale socialista Nicola Manno, che rievocò l’atto rivoluzionario in pieno regime fascista”32.

Note

  1. Salvatore Coppola, “Andare oltre”: non solo per pane e lavoro. Contadine e tabacchine nella storia del Salento nel primo Novecento, in “Non solo pane, ma diritti”. Il contrastato movimento delle tabacchine salentine nel Novecento. A Viola Bellezza nel decimo anniversario della morte, a cura di Mario Spedicato, Giorgiani Editore, Castiglione (Lecce), 2019, pp. 69-119. D’ora in poi (Coppola, p. ) direttamente nel testo.
  2. Notizie più precise sul declino dell’economia del tabacco in Puglia in Franco Antonio Mastrolia, Il tabacco nell’economia di Terra d’Otranto. Tre secoli di storia in fumo, in “Non solo pane, ma diritti. Il contrastato movimento delle tabacchine salentine nel Novecento. A Viola Bellezza nel decimo anniversario della morte, a cura di Mario Spedicato, Giorgiani Editore, Castiglione (Lecce), 2019, pp. 37-53.
  3. Sulla storia del Consorzio si veda, Daniela De Lorentiis, “Fumeremo popolari”. Il Consorzio Agrario Cooperativo del Capo di Lauca (1902-1938), Congedo Editore, Galatina (Lecce), 2012.
  4. Mastrolia, Il tabacco nell’economia di Terra d’Otranto. Tre secoli di storia in fumo, in “Non solo pane, ma diritti”…, cit., pp. 49-50.
  5. Queste testimonianze raccolte tra il 1999 e il 2002 sono state pubblicate parzialmente nel volume in Tabacco e tabacchine nella memoria storica. Una ricerca di storia orale a Tricase e nel Salento, a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, Piero Manni Editore, Lecce, 2002. Il volume riporta testimonianze sull’eccidio di Tricase e sul lavoro del tabacco nel Salento.
  6. Testimonianza di Mimì, tabacchina anonima, nata a Tricase nel luglio del 1928, raccolta da Vincenzo Santoro a Tricase il 23 febbraio 2002. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 86. D’ora in poi Mimì, direttamente nel testo.
  7. Testimonianza di Maria Lucia Aniceto, nata a Tricase nel 1925, raccolta da Maria Grazia Bello nel marzo 2002. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 98. D’ora in poi (Aniceto, p. ) direttamente nel testo.
  8. “C’erano quattro-cinque bagni… la puzza… madonna com’erano sporchi… Io non andavo mai…, mantenevo da quando entravo a quando uscivo… Non erano con la tazza… erano di quelli a terra, mettevi i piedi e poi c’era una buca, certe facevano di fuori… e io dovevo andare lì?! C’era una donna che faceva le pulizie, buttava l’acqua e puliva…, poi certe facevano sui muri, vedevi i muri pieni di porcherie… Donne! Gli uomini andavano ai bagni loro”. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 105.
  9. Interrogatorio di Maria Turco riportato in Salvatore Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro e della libertà. Anatomia di una sommossa (Tricase, 15 Maggio 1935), Giorgiani Editore, Castiglione (Lecce), 2015, p. 117.
  10. Questa notizia sull’atteggiamento del podestà, riferita in Coppola, Quegli oscuri martiri…, cit., p. 64, è importante per capire la dinamica dei drammatici avvenimenti successivi quando il podestà espose un manifesto per annunciare l’adesione dell’Amministrazione di Tricase al decreto del Ministero delle Corporazioni, suscitando sdegno e rabbia tra la popolazione impegnata a bloccare quel decreto che scioglieva il locale Consorzio.
  11. Il testo completo della supplica, corredato da 352 firme, è riportato in Coppola, Quegli oscuri martiri…, cit., pp. 70-81.
  12. Versione italiana “Ad un certo punto vennero delle persone con la zappa e cercarono di spaccare la porta del Municipio, perché volevano che il podestà che c’era allora, Aymone, uscisse a spiegare alla gente perché voleva questa cosa, perché si diceva che fosse proprio il podestà a voler portare via il Consorzio da Tricase. Poi tutte le lampadine che erano al Municipio furono spaccate con i basoli staccati dalla piazza. Gli uomini volevano che il podestà uscisse a spiegare”. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 127.
  13. Versione italiana “Poi hanno cominciato a lanciare le pietre e a rompere le lampadine. Quindi spaccarono il portone e appiccarono il fuoco. Quando io vidi il fuoco sono scappata verso casa, mentre scappavo ho visto un uomo che piangeva, che lo avevano sparato al piede, e una donna che piangeva anche lei, con il fazzoletto alla mano, perché perdeva sangue”. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 127.
  14. Ippati si riferisce alla celebrazione, ricorrente il 21 aprile, del “Natale di Roma”, una festività nazionale, che, istituita dal regime fascista, fu abolita dopo la Liberazione.
  15. Testimonianza di Francesco Ippati, nato a Tricase nel 1921, raccolta da Vittorio De Marco nel marzo 2002. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 124. D’ora in poi (Ippati,) direttamente nel testo.
  16. La Guardia di Finanza era presente a Tricase, come in tutte le zone dove si coltivava tabacco, per sorvegliare e reprimere sia i furti di foglie sia la coltivazione abusiva di poche piante di tabacco da destinare o al consumo personale o al micro contrabbando. Questa conflittualità, – dove i finanzieri si mostravano particolarmente severi con i contadini-, li aveva resi odiosi alla popolazione, al punto d’indirizzare contro di loro la sassaiola.
  17. Testimonianza di Vito De Carlo nato a Tricase il 29 agosto 1915, raccolta il 27 e il 29 novembre 1999 da Angelo Litti. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 127. D’ora in poi (De Carlo, p. ) direttamente nel testo.
  18. Salvatore Coppola aveva già ricostruito l’eccidio in un precedente volume: La rivolta di Tricase (15 maggio 1935), Edizioni “Salento Domani”, Lecce 1981, in Appendice, Morte nel pomeriggio, a cura di Gennaro Ingletti.
  19. Si tratta di una porta dell’ex Municipio che nel 1999 era diventata un’edicola di giornali.
  20. Sparato a 15 anni, in “Il Corsivo”, Lecce, a VIII, 2001, n. 47, pp. 45-46. Riportato in Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., p. 92.
  21. L’elenco dei feriti con i relativi referti è riportato in Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., pp. 94-99.
  22. Si riferisce a Rocco Colazzo ricoverato all’Ospedale di Maglie e lì amputato della gamba destra. Si veda Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., pp. 95-96.
  23. La sommossa venne etichettata nel linguaggio popolare di Tricase come sciopero. “La sera in piazza ci fu lo sciopero, tutto largo Pisanelli era pieno di gente, anche io ero lì”. Testimonianza di Rosaria Ippati nata a Tricase nel 1921, raccolta nel marzo 2002 a Tricase da Vitttorio De Marco. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., p. 123.
  24. Si veda a questo proposito il V cap. intitolato, Lettere e suppliche di detenuti e di loro familiari, del testo di Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., pp. 167-180.
  25. Testimonianza di Francesca Castrì nata a Lecce il 28 gennaio 1936 raccolta da Angelo Litti a Tricase il 18 febbraio 2002. Riportata in Tabacco e tabacchine nella memoria storica…, cit., pp. 141-142.
  26. Un utile colloquio telefonico con Angelo Litti, che ha raccolto la testimonianza di Vito De Carlo, ha consentito di stabilire che il magistrato in questione era Francesco D’Ari.
  27. Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., p. 130.
  28. Ivi, p. 217.
  29. Tra gli arrestati c’erano anche tre membri della fascista M.S.V.N. Il fatto dimostra quanto la protesta avesse coinvolto l’insieme della popolazione.
  30. Daniela De Lorentiis, “Fumeremo popolari”, cit.
  31. Coppola, Quegli oscuri martiri del lavoro…, cit., p. 224.
  32. Ivi, cit., pp. 224-226.

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