Il privato è pubblico – Ripensare il «dato scontato» della famiglia. Un giorno perfetto di Melania G. Mazzucco
Maria Luisa Sais, Il privato è pubblico – Ripensare il «dato scontato» della famiglia. Un giorno perfetto di Melania G. Mazzucco, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 11, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13703
Quinta opera in ordine di pubblicazione, Un giorno perfetto rappresenta per Mazzucco un’immissione «nella grande arteria del dramma sociale» e il punto di partenza per la progettazione di «ambientazioni sempre più legate alla contemporaneità1», come fa notare Francesco Ardolino: non perché i romanzi precedenti dell’autrice fossero privi di attenzione verso le problematiche sociali, ma piuttosto perché questo romanzo del 2005 inaugura il filone delle narrazioni mazzucchiane che si misurano direttamente con discriminazioni e violenza nell’Italia contemporanea.
Un giorno perfetto è infatti ispirato ai tanti episodi, riportati frequentemente dalle cronache nazionali, che vedono la donna perseguitata e poi uccisa ad opera dell’ex compagno, incapace di accettare la fine della loro relazione. Coniugando un attento lavoro di documentazione e l’immaginazione, Mazzucco ricostruisce ciò che avviene prima della tragedia, entrando nella psicologia dei personaggi, tanto della vittima quanto dell’uccisore. Nella storia qui raccontata, però, non si consuma il femminicidio, in quanto la protagonista, per un ripensamento in extremis dell’aggressore, non viene annientata fisicamente, ma «psicologicamente e moralmente attraverso l’uccisione del più piccolo dei suoi figli e il grave ferimento della maggiore2» (il romanzo si chiude con una disperata corsa in ospedale che lascia il dubbio sulla sua sopravvivenza). La vicenda si configura dunque come un caso – anch’esso certamente non nuovo alle cronache – in cui la vendetta dell’ex si consuma ai danni dei figli della coppia.
La narrazione ruota principalmente attorno a due famiglie, legate tra loro dal rapporto professionale che subordina Antonio Buonocore all’onorevole Fioravanti, di cui è caposcorta, anche se spesso impiegato in mansioni più servili che esulano dalle sue funzioni. I due “capifamiglia” costituiscono l’elemento più conservatore del romanzo: legati ad una visione della famiglia ormai desueta, che vede la donna alle dipendenze dell’uomo e relegata esclusivamente alla cura dei suoi cari, non si accorgono del tramonto di un modello ormai improponibile di fronte all’evoluzione della società odierna. Antonio è sempre stato un marito violento, svilente nei confronti della moglie anche verbalmente, in quanto non manca di farle notare di non essere all’altezza dei tradizionali compiti domestici che competono ad una buona moglie e madre. Quando Emma, seppur innamorata, decide di lasciarlo e ottiene in tribunale l’affidamento dei figli, l’uomo perde il controllo di sé: inizia a perseguitarla con pedinamenti, appostamenti sotto casa in piena notte, telefonate al call center in cui lavora e che per Emma costituisce una delle poche fonti di reddito e di sussistenza, poiché Antonio non provvede al mantenimento economico della prole malgrado l’obbligo imposto dalla sentenza di separazione. Fioravanti è un politico corrotto, che non ha a cuore il futuro dei suoi elettori ma solo il proprio tornaconto, ed è intuibilmente immischiato in affari poco leciti. Ha una (seconda) moglie di vent’anni più giovane, Maja, un buon biglietto da visita e una “vetrina” per i suoi eventi mondani; per quanto le sia legato, infatti, dimostra di disporne a proprio piacimento senza curarsi realmente delle sue esigenze.
Emma e Maja rappresentano al contrario la parte mutevole e dinamica della famiglia, non più disposta a sottoporsi alla volontà maschile. La prima è certamente la più coraggiosa: sceglie di lasciare il marito, lo denuncia persino alle autorità competenti nonostante sia un poliziotto, si trasferisce con i due figli, Kevin e Valentina, nel minuscolo appartamento dell’insopportabile madre, svolge contemporaneamente tre lavori umili e precari per sostenere il suo nuovo e ridotto nucleo familiare, e, nonostante tutte le incombenze, trova il tempo per esibire le proprie abilità canore, gratuitamente, in un piano bar, determinata a non rinunciare alle proprie passioni. La donna mostra inoltre una certa esuberanza fisica oltre che caratteriale: le forme prorompenti e la sensualità sono costruite, secondo una tecnica tipicamente mazzucchiana, in opposizione alla “secchezza” del fisico minuto e grazioso di Maja, che rispecchia metaforicamente un incedere più incerto e timoroso nel fronteggiare i problemi della vita come anche il divario sociale tra le due donne. La signora Fioravanti è infatti abituata a mostrarsi sorridente e piacente come il protocollo richiede, mentre interiormente è dilaniata dalle preoccupazioni: di non essere una buona madre per la figlia Camilla, di aver rinunciato alla propria professione per la famiglia, di non amare più il proprio marito. L’incontro, seppur spiacevole, con Emma dinnanzi alla scuola frequentata dai rispettivi figli è illuminante, poiché l’apprendere che una donna, oltretutto madre, è stata capace di rinunciare al matrimonio e di dare una svolta alla propria vita le infonde la forza necessaria per provare a cambiare anche la sua.
La retorica occidentale
La lettura di Un giorno perfetto restituisce un’immagine decostruita della visione stereotipata della famiglia elaborata e tutt’oggi ampiamente diffusa in seno alla cultura occidentale. Il cliché del modello familiare tradizionale, di cui il romanzo offre un interessante esempio di contronarrazione, è simbolicamente rappresentato dalla frase posta in esergo, che si configura dunque anche come un’importante chiave interpretativa del testo:
«La famiglia è il luogo in cui dimorano
le speranze del nostro paese, il luogo
che fa spuntare le ali ai sogni.3»
Si tratta di una citazione tratta dal Discorso sullo stato dell’Unione tenuto nel 2004 dall’allora presidente americano in carica, George W. Bush. Un concentrato altisonante di retorica e luoghi comuni che viene puntualmente smentito nel corso della narrazione, svelando al lettore l’ironia (amara) che sottende alla scelta di porlo in apertura di un libro che racconta della violenza consumata tra le mura domestiche. Il modello della famiglia tradizionale rappresentato da Mazzucco entra in crisi da una parte perché considerato rigidamente imprescindibile, in quanto scopo e principale mezzo di realizzazione dell’individuo; dall’altra perchè non è sottoposto ad alcun tipo di analisi o tentativo di revisione da parte della società: è, in un certo senso, “dato per scontato”. La sociologa Chiara Saraceno, la quale da anni dedica importanti studi all’argomento, parla proprio del «dato scontato» che sarebbe insito nel discorso sulla famiglia:
«Si pensi al dato scontato, pur bellissimo e suggestivo, dell’amore come cifra universale della famiglia a livello globale e della coppia come suo istituto centrale. Un dato scontato che cozza […] con i troppi esempi di disamore, quando non di vera e propria violenza famigliare.4»
«La “famiglia fondata sull’amore”, lungi dall’essere un fenomeno universale, è un fenomeno profondamente “inculturato”, per usare un’espressione utilizzata anche da papa Francesco. Darla per scontata produce equivoci, che rischiano da un lato di nascondere gli interessi e i bisogni cui si fa fronte con la famiglia in altre culture (e in parte anche nella nostra), dall’altro di sottovalutare le condizioni materiali e culturali necessarie perché modalità di fare famiglia basate su forti asimmetrie di potere tra i sessi e le generazioni, ma anche tra individui, parentele e comunità, possano modificarsi in direzione di un maggiore rispetto per la libertà e dignità di ciascuno, quindi anche dell’amore.5»
Analogamente, dare per scontato che la famiglia sia il luogo felice declamato da Bush non consente di prendere atto di eventuali problemi e di conseguenza di intervenire sulle «forti asimmetrie di potere» che possono verificarsi al suo interno, e che infatti nel romanzo si verificano. La narrazione mette a nudo ciò che si nasconde dietro questa felicità di facciata, portando alla luce due aspetti: l’imposizione di ruoli che rendono insoddisfatti e infelici i suoi membri, in modo particolare le donne; la violenza che può consumarsi tra le mura domestiche e le cui vittime sono principalmente donne e bambini6.
La schiavitù domestica
Per ciò che concerne il primo aspetto, vi è un episodio riguardante una Emma casalinga, stanca e trasandata, che è forse il più rappresentativo tra quelli che mostrano la realtà familiare al di là delle apparenze. Si tratta di un flashback: una notte, la donna, ormai separata e ospite della sgradevole madre, nonché insonne e inquieta per la presenza minacciosa di Antonio nel parcheggio sotto casa, ripercorre mentalmente ciò che è accaduto il 22 dicembre di due anni innanzi, mentre con il resto della famiglia «facevano colazione in veranda, come tutte le mattine da quando avevano acquistato l’appartamento di via Carlo Alberto.7» Dal racconto emerge innanzitutto l’immagine della donna come “raccoglitore” dei malumori e delle frustrazioni di figli e marito: a lei Kevin indirizza la litania piagnucolosa e snervante del non voler andare a scuola, Valentina la richiesta pretenziosa di ricevere un telescopio come regalo di Natale e altre vacue lamentele, Antonio il rimprovero pretestuoso di un caffè che «sa di gomma8» perché non si è preoccupata di cambiare una macchinetta troppo usurata. Le parole taglienti, quelle di Antonio e Valentina, danno l’impressione di una valanga che sommerge la donna mentre è inchinata e intenta a smacchiare il grembiule del piccolo Kevin (indossato pulito e già sporco di marmellata) perché «Emma non voleva che le suore pensassero che la madre di Kevin trascura l’igiene personale del figlio.9» È dunque chiaro che la responsabilità della casa e dei suoi inquilini ricade interamente sulle sue spalle. A sottolinearlo, sono anche le accuse del marito: «Tu mi trascuri, ci trascuri, moralizzò Antonio. Io non ti riconosco più. Che fai tutto il giorno?10». Lo sfogo dirompente di Emma, che arriva come una liberazione dopo la violenza verbale a cui è stata arbitrariamente sottoposta, pone in primo piano il lavoro sommerso che, nella tradizionale divisione dei ruoli in ambito familiare, spetta alla donna:
«Vuoi sapere che cosa faccio? continuava a gridare Emma, slacciando il grembiule sporco di Kevin e tirandolo in faccia a Antonio. Tutto faccio, tutto! Chi ti prepara da mangiare? Chi va a fare la spesa? Chi lava i piatti? Chi ti rifà il letto? Chi accompagna a scuola tua figlia? Chi l’aiuta a fare i compiti? Chi la porta in palestra? Chi gli compra i regali di Natale? È il lavoro tuo, l’hai scelto tu, ti devo pure ringraziare? disse Antonio, alterandosi, pare che mi hai fatto un piacere. La madre volevi fare, fallo, cazzo, non è così difficile.11»
La risposta di Antonio, nella sua semplicità e rozzezza, racchiude in sé due luoghi comuni che fanno riflettere. Il primo, è il fatto di non dovere mostrare “gratitudine” verso la donna per il lavoro di cura, della casa e dei suoi abitanti, che svolge: è dunque un “dato scontato” che rientra nel discorso familiare dei ruoli. Il secondo è che le incombenze del genitore variano a seconda del genere di appartenenza: per la donna diventare madre significa assumersi il carico di tutta la famiglia, sia emotivo che in termini di fatica fisica. Significa anche annullarsi per svolgere tale compito, se si considera che Emma, talentuosa cantante in erba da ragazza, una volta messa su famiglia è spinta da Antonio ad accantonare le proprie aspirazioni e a rinchiudersi tra le mura domestiche.
Si noti inoltre che la rappresentazione letteraria della quotidianità familiare di Un giorno perfetto mostra una considerevole affinità con il quadro di realtà che descrive Saraceno, dimostrando dunque la volontà di farsi specchio dell’Italia contemporanea e di attirare l’attenzione su una problematica che è ancora lontana dall’essere risolta. La sociologa parla infatti di mariti che si prestano poco a condividere con la propria moglie le fatiche della cura della casa e dei figli, di un conseguente «carico di lavoro» differenziato, di una situazione «in lento cambiamento»:
«Diverse ricerche, anche comparate, hanno segnalato come nelle famiglie italiane i mariti/padri aiutino molto poco le donne nel lavoro domestico e nella cura dei figli e delle persone parzialmente non autosufficienti, anche se le cose sono in lento cambiamento. Ciò si riflette sulle differenze nel carico di lavoro complessivo sostenuto da madri e padri, mariti e mogli, anche, se non soprattutto, quando le donne sono occupate.12»
La violenza
Relativamente al secondo aspetto, si noti come la supremazia maschile che emerge dalle situazioni quotidiane descritte nel romanzo, insita nel modello familiare convenzionale e legata ai ruoli e agli stereotipi di genere, sfoci in episodi di violenza di vario tipo: il tentato femminicidio di Emma e la furia omicida che Buonocore, umiliato nei sentimenti e non disposto ad accettare la fine del proprio matrimonio, riversa sui figli; ma anche i soprusi verbali a cui è sottoposta Emma, le percosse che la mandano al pronto soccorso, il sesso non consenziente che è costretta a subire Maja.
Il personaggio di Maja viene appunto introdotto nel testo indirettamente, in una scena notturna che potremmo definire di stupro, considerato che il marito possiede carnalmente la donna quando è addormentata e incosciente; la descrizione è di forte impatto e per Nathalie Marchais «ricorda numerose scene simili dei romanzi degli anni Settanta in cui il marito abusa della propria moglie.13» Nel pieno della notte, Elio Fioravanti si sveglia in preda al panico, dopo un incubo che gli predice la sconfitta nelle future elezioni, per cui decide di recarsi nella camera della moglie che si è sempre mostrata esperta nell’interpretazione dei sogni. La trova che dorme beatamente nel proprio letto, si sdraia accanto a lei e, stuzzicato dalla vicinanza del suo corpo, intraprende un rapporto fisico senza aspettare che la donna si svegli o che tra i due si crei un’atmosfera di complicità. La “forzatura” dell’atto è sottolineata dalla passività con cui Maja l’accoglie al suo risveglio: «ma lei benché ormai sveglia non lo assecondò né s’inarcò per meglio accoglierlo, si limitò ad aprire gli occhi e a chiedergli, sorpresa e senza celare una punta di malumore: “Ma Elio che ti viene in mente? che ore sono?”14» Segue la descrizione di un atto sessuale che si rivela sgradevole per entrambi, con lui che «per non ritirarsi ignominiosamente15» si affida «all’abitudine, […] sforzandosi di astrarsi dalla situazione che gli pareva ridicola e spoetizzante16». L’unica preoccupazione di Elio è dunque quella di incarnare un modello di mascolinità che vuole l’uomo non rinunciatario ma impeccabile nelle prestazioni di tipo sessuale, invece che quella di indagare seriamente la freddezza della giovane moglie, che oltretutto si manifesta da tempo ripercuotendosi negativamente sul loro rapporto: «Maja non disse niente, il suo respiro non si era alterato nemmeno un po’, non aveva provato niente, questo era ovvio, da parecchio non provava niente – sembra che qualcosa la stia rodendo all’interno, […] deve essere l’ingresso nel trentesimo anno che la turba, per una donna è un passaggio delicato.17»
Si legga ancora una riflessione di Saraceno, in cui stavolta la sociologa fa riferimento proprio al concetto di stupro coniugale, evidenziando la resistenza che vi è stata in passato al suo riconoscimento legale e dunque alla sua condanna in una cultura che per secoli ha visto il matrimonio come un «rimedio alla concupiscenza» maschile:
«C’è un rapporto stretto tra modelli di genere rigidi e stereotipati e la violenza nei confronti delle donne. Il nesso è chiaro per quei tratti dei modelli di genere che descrivono i maschi «veri» come naturalmente aggressivi, con forti appetiti sessuali, superiori in tutto alle donne, e viceversa le donne come passive e dipendenti, ma anche responsabili di «contenere» l’aggressività e l’istintualità sessuale maschile. Non a caso il matrimonio è stato a lungo considerato dalla dottrina cattolica, ma non solo, remedium concupiscentiae, rimedio alla concupiscenza – maschile, non femminile –, in quanto rendeva legalmente disponibile al marito un corpo femminile, perché potesse soddisfare le proprie pulsioni sessuali in ambiente, per così dire, controllato. Per questo l’adulterio femminile è stato a lungo considerato molto più grave di quello maschile, in quanto suggeriva un desiderio e una sessualità femminili autonomi ed insieme rompeva il monopolio del marito sul corpo della moglie. E ci sono voluti molti anni di presa di consapevolezza delle donne e di battaglie femministe per far riconoscere il concetto di stupro coniugale.18»
La narrazione del rapporto non consenziente subito da Maja sta a significare che, nonostante anni di battaglie femministe e un conseguente progresso in ambito giuridico, analoghi episodi di violenza si verificano ancora oggi in ambiente domestico, spesso generando niente più che una nota di disappunto (ignorata, per giunta).
Risale invece a una ventina di anni prima la vacanza a Lipari in cui, una Emma ancora ragazzina e innamorata di Antonio, conosce il lato oscuro dell’uomo, dominato dal desiderio di possesso, fisico ed emotivo, della persona amata. Ciò che lo ossessiona maggiormente è il passato della giovane, soprattutto dal momento in cui viene a sapere che Emma ha avuto altre esperienze sessuali oltre a quella attuale con lui, sulle quali non può esercitare nessun tipo di potere: è proprio questa impotenza che trova insopportabile. Vorrebbe avere il pieno controllo della vita della compagna, del suo corpo, delle sue emozioni; non concepisce l’esistenza della donna se non subordinata alla propria, desidera estirpare ogni passione di Emma estranea alla loro storia. Nel frequente cambio di prospettiva su cui è costruito il romanzo, la voce narrante si cala qui nei panni di Antonio per indagare le ragioni dell’oppressore, il quale sembra confondere l’insano desiderio di possesso con quello di protezione della compagna:
«Che ingenuità credere che il passato fossilizzato per sempre nella memoria, come una foglia in una roccia sedimentaria, appartenga solo a chi lo ha vissuto. Il banale passato di Emma ormai apparteneva a Antonio. E se lei avesse fatto un passo indietro nella direzione sbagliata, l’avrebbe risucchiata via con sé. E solo lui poteva impedire di perdersi. Doveva proteggerla. E starle accanto – vigile, col sangue in subbuglio, pronto a difenderla. Perché Emma – passata presente e futura – adesso gli apparteneva.19»
Si noti come il ragionamento di Antonio si basi sullo stereotipo di genere che considera la donna più votata alla castità rispetto all’uomo: la condotta di una vita fatta anche di relazioni amorose e piaceri sessuali, se per il secondo rientra nell’ordinarietà, per la prima è concepita come un “perdersi”, un deragliare dal percorso di vita convenzionalmente previsto per le donne rispettabili. La Emma che Antonio si aspetta, e spera, di incontrare a diciannove anni è una ragazza “immacolata”, sessualmente e sentimentalmente, da iniziare alle varie esperienze della vita. L’unico modo per impossessarsi invece di una Emma “già vissuta”, è quello di invadere la sua sfera privata non lasciandole nessuno spazio di espressione personale. Da una parte, Antonio tenta di insinuarsi prepotentemente nel suo passato – la sottopone a interrogatori serrati sui vecchi amori, la tormenta affinché riveli ogni particolare sui precedenti amanti e sulle loro pratiche amorose – e di sottrarle la custodia di un bagaglio personale che avrebbe avuto il diritto di riservare solo per sé. D’altra parte la costringe ad un rapporto esclusivo con lui nel presente, perché non maturi nuove esperienze che non siano quelle condivise: la sua estrema gelosia porta infatti la donna a rinunciare alle proprie amicizie e ad isolarsi. Per anni inoltre sfoga la sua frustrazione picchiandola e maltrattandola, approfittando del fatto che il sentimento che li lega e il senso di colpa immotivato che suscita in lei la fanno desistere dall’abbandonarlo o dallo sporgere denuncia.
Dalla narrazione dei rapporti coniugali del romanzo si può dunque desumere quanto affermato da Saraceno, ovvero come vi sia «un rapporto stretto tra modelli di genere rigidi e stereotipati e la violenza nei confronti delle donne»: Elio abusa della moglie approfittando della sua sottomissione alle convenzioni matrimoniali, che vogliono la donna passiva, disposta sempre e comunque a soddisfare gli appetiti sessuali del marito; Buonocore è il maschio geloso e possessivo, che pretende che la sua donna dipenda in tutto e per tutto dalla propria persona e si annulli per soddisfarne le esigenze.
Quale via d’uscita?
Solo dopo avere subito il tentato omicidio da parte dell’ormai ex marito, Emma si decide a recarsi presso la stazione dei carabinieri per denunciarlo, per il proprio bene e per quello dei suoi figli: «Non riusciva a levarsi dagli occhi la pistola nel cruscotto. E si disse che lei non aveva il diritto di morire. Lo aveva giurato a Kevin, stamattina. Aveva il diritto di denunciare Antonio e di proteggersi. La mia vita non è più solo la mia: è la nostra.20»
La prima impressione che la donna ricava dalla stanza del maresciallo in cui viene introdotta non è per nulla incoraggiante – tutto «era piccolo, vecchio e fatiscente21» – e assume i contorni di una critica poco velata all’Italia, in cui si sperpera nell’effimero e nelle apparenze mentre i servizi alle persone, quelli che ne garantiscono la salute, l’istruzione, la sicurezza, sono abbandonati ad una desolante trascuratezza:
«L’Italia è un paese davvero strano. Tutti erano ricchi. Ricchi in modo quasi indecente. Avevano macchine nuove e motociclette nuove e vestiti nuovi e case nuove telefoni nuovi occhiali nuovi e aggeggi nuovi e perfino nasi, bocche petti e culi nuovi. Ma i tribunali, le aule di giustizia, gli uffici nei quali era dovuta entrare erano vecchi e poveri, le scuole in cui aveva iscritto la figlia erano vecchie e povere, gli ospedali nei quali si era fatta medicare erano vecchi e poveri, e insomma anche i carabinieri non se la passavano tanto bene. Potevano davvero aiutarla? Eppure non aveva altra scelta. Repubblica Italiana. Italiana anch’io. Viva l’Italia.22»
L’amara ironia patriottica, il grigiore dei muri, la decadenza dell’arredo e del computer che raccoglie le deposizioni dei cittadini, simboleggiano l’arretratezza tutta italiana in materia di diritti, l’assenza di investimenti e di una progettualità nella gestione delle emergenze, l’incapacità di affrontare le sfide che l’evoluzione della società e dei costumi impone. I casi delicati come quelli della violenza di genere sono affidati al giudizio del funzionario di turno, il quale difficilmente si mostra all’altezza di un compito per cui non è stato preparato. Il maresciallo che accoglie la denuncia di Emma, infatti, si rivela inadeguato e incapace di comprendere la gravità della situazione: sceglie di non intervenire tempestivamente, fatto che avrebbe probabilmente evitato l’uccisione di due bambini, nonostante l’urgenza sia suggerita, tra l’altro, dal viso tumefatto della donna sconvolta che gli siede innanzi. Non revoca la licenza per il possesso di armi ad Antonio, non emette alcuna direttiva di fermo, lasciando a piede libero un uomo potenzialmente pericoloso e, per giunta, armato. L’accusa ad un agente di polizia lo istiga alla cautela e ad «accertare la veridicità23» del racconto di Emma piuttosto che all’azione. Mette invece sotto esame la donna, dunque la vittima, per motivi futili: perché durante la deposizione ha fumato nervosamente tre sigarette e «sembrava alquanto instabile24»(stranamente non ricollega lo stato d’agitazione al trauma subito); perché è salita di sua volontà sulla macchina del presunto aggressore, potendo oltretutto intuire la presenza di armi a bordo data la sua professione. Sospetta che possa aver avuto addirittura un «un rapporto consenziente col marito – un fatto molto comune, in casi analoghi.25» Le rivolge domande non pertinenti sul lavoro che svolge e, fatto ancor più grave, sulla possibilità che sia stata lei a provocare in qualche modo la gelosia e dunque anche l’aggressività dell’uomo. La narrazione riassume, in sostanza, la situazione in cui può incappare la donna che denuncia il proprio aguzzino: la possibilità di non essere creduta, il rischio di ritrovarsi, paradossalmente, sul banco degli imputati. A una ventina d’anni dalla sua pubblicazione, Un giorno perfetto rappresenta ancora oggi un’attualissima denuncia alla mentalità patriarcale che, in caso di violenza di genere, giudica l’aggredita piuttosto che l’aggressore, attribuendo alla prima una parte della responsabilità che dovrebbe essere in toto riversata su chi esercita la violenza26. La sconfitta delle istituzioni è infine sancita dal riferimento ai tempi lunghi della giustizia, che vanificano ogni tentativo della donna di tutelarsi ricorrendo alla legge: «Il maresciallo pensò che questa donna, per avere una sentenza, nel migliore dei casi avrebbe dovuto aspettare tre, quattro, forse perfino cinque anni. “Adesso vada a casa, signora, – disse, – le faremo sapere”.27»
Emma Tempesta non è più una donna debole, è combattiva, e oppone resistenza al tentativo dell’ex marito di renderla succube e passiva, o di limitarne i movimenti nello spazio urbano in cui abita: «Come amo la mia città – perenne e segreta, stuprata e intatta. E tu vorresti trasformarla in un mattatoio. Vorresti togliermela. Ma io non me ne andrò mai.28» La sua vulnerabilità non è dettata da una caratteristica intrinseca alla persona, ma dalla mancanza di un valido supporto legale che annulla ogni sforzo di difendere se stessa e i suoi figli dalla violenza di Antonio, come mette in evidenza anche Stefania Lucamante. Si legga, a questo proposito, il passaggio in cui la studiosa riflette sul binomio resistenza-vulnerabilità relativamente alle personagge del romanzo Un giorno perfetto e del film Benzina di Monica Stambrini:
«In what follows, constructive indignation about violence and homophobia is seen through the compassionate lens of female writer Melania Mazzucco and filmmaker Monica Stambrini, in Un giorno perfetto and Benzina, respectively. Discrimination and violence against women, lack of legal support, and sexual politics form the common thread. Both authors depict women’s resistance to passivity inherent in roles imposed by patriarchal society on victims of violence. Both artists show how vulnerability is a condition fundamentally forced upon female individuals because their bare legal rights, though extant, are rarely defended.29»
Il romanzo effettivamente parla di diritti legali che “sebbene esistenti, sono raramente difesi”, e denuncia un vuoto normativo che non permette alle donne di proteggersi dagli atti persecutori. Ciò è particolarmente evidente dall’impotenza di Emma di fronte ad un uomo che la segue ovunque, la chiama ripetutamente al numero del call center dove lavora, dorme addirittura in macchina per piantonare l’appartamento della madre in cui si è trasferita: «L’avvocatessa l’aveva avvertita che, in mancanza d’altri reati, non si può denunciare uno che sta per strada. Se viola domicilio lo puoi denunciare, ma la strada è suolo pubblico, sarebbe difficile provare la molestia, non conviene avventurarsi in una querela.30» In questo senso, Un giorno perfetto – grazie anche al film ispirato al libro che esce nel 2008 – contribuisce al dibattito su un problema reale e ad un tentativo di arginamento dello stesso che ha portato, con la legge 38 del 2009, a considerare lo stalking un reato penalmente perseguibile. La lungimiranza e la giustezza di questo romanzo, che indica le cause della condizione di vulnerabilità femminile non solo nella giustizia ma anche nella passività sociale31 e nella mentalità retrograda, sono evidenziate oltretutto dal fatto che tutt’oggi, con all’attivo diversi provvedimenti legislativi in più rispetto al 200532, il fenomeno dei femminicidi non si è ridotto ma continua a costituire un’urgenza:
«Non basta la nuova legge sul femminicidio a fermare lo stillicidio ormai quotidiano di uccisioni di donne, spesso da parte di mariti, fidanzati, amanti. […] Non basta da sola la legge ma occorrono anche un discorso pubblico complessivo, comportamenti pubblici, modalità educative che esprimano concretamente il rispetto dovuto a ciascuno, indipendentemente dal sesso.33»
Il romanzo pone un interrogativo dunque di grande attualità: se l’allontanamento volontario dall’uomo violento non basta alla donna per sentirsi al sicuro, se persino rivolgersi alla legge per ottenere protezione spesso non è sufficiente, quale alternativa rimane alla vittima di una violenza di genere? Quale soluzione, se anche la società che la circonda si dimostra indifferente? Mazzucco presenta una situazione claustrofobica, aggravata dalle responsabilità nei confronti dei figli e dalla condizione di precariato della donna:
«Meditare. Levitare. Trascendere. Dimenticarsi di Antonio, là fuori, stanotte, come ieri, e l’altro ieri. Della dentiera di sua madre nel bicchiere sul comodino, dei bambini che dormivano nel tinello, di questa casa che odorava di fumo, cucina e polvere. Assentarsi. Volare via, per qualche ora. Ma Emma non era un asceta indiano, non faceva il vuoto dentro di sé, la sua mente era una centrifuga impazzita al centro della quale rimbalzava il pensiero di Antonio, appostato insensatamente giù in strada. La sentenza lo aveva mandato fuori di testa. Questa situazione non poteva durare. Doveva cambiare casa, ma per andare dove? Non guadagnava abbastanza per pagare un affitto. Era in trappola, in quella casa troppo stretta, in quella stanza troppo stretta. In una vita, troppo stretta. Da qualche parte c’era una via d’uscita. Ma lei non riusciva a intravederla.34»
Chi deve preoccuparsi di trovare una via d’uscita, il singolo, o la comunità di cui fa parte? Perché la donna è lasciata sola?
Per concludere
Un giorno perfetto si rivela insomma ricco di spunti di riflessione, come evidenzia anche Marchais nella sua analisi del romanzo:
«Mazzucco dissemina critiche velate, atteggiamenti riprovevoli e contraddizioni che forniscono al lettore spunti di riflessione a proposito delle nuove forme di famiglia, di coppia, del rapporto uomo/donna, della sessualità, del posto della madre nella società e, cosa nuova, del posto del padre nella famiglia. La crisi del modello tradizionale della famiglia italiana s’inserisce in un contesto generale di crisi dei valori e della globalizzazione.35»
L’impegno autoriale è profuso nella decostruzione di un modello familiare stereotipato e nella denuncia delle condizioni di vulnerabilità che troppo spesso si creano al suo interno. Si percepisce quell’esigenza di ripensare un’etica della coppia espressa due decenni innanzi dalla filosofa francese Luce Irigaray:
«La famiglia, in questa prospettiva, è al servizio dei beni, del patrimonio materiale e della riproduzione dei bambini. Non è una cellula in cui si rispettino e coltivino le differenze individuali. Quanto alla vita, c’è da notare che i diritti non sono equamente spartiti e che diventano spesso dei doveri, soprattutto per le donne: dovere di procreare, doveri sessuali36»
e che anni più tardi sarà ripresa da Mazzucco nell’Architettrice, romanzo biografico ambientato nel Seicento, con la rappresentazione delle dinamiche matrimoniali della sorella della protagonista; i tempi della narrazione sono diversi, ma permane la difficoltà a superare l’idea della famiglia come nocciolo indistinto piuttosto che come agglomerato di individualità differenti quale effettivamente è, ciascuna con i propri diritti. Il racconto delle due famiglie Buonocore e Fioravanti invita a mettere sotto esame il “dato scontato” di questa istituzione come luogo sicuro basato sull’amore, per prendere coscienza delle criticità che concretamente presenta. Tra queste, Mazzucco si mostra particolarmente sensibile alla questione della violenza di genere (legata qui anche alla conseguente violenza perpetrata ai danni dei bambini), indagando le cause e le situazioni che in qualche modo la favoriscono o ne impediscono il contenimento, in particolar modo la diffusa mentalità, che contribuisce a tenere in vita rigidi stereotipi basati su una presunta superiorità maschile. L’idea di fondo che sostiene la sua indagine, letteraria e sociologica, è che il cambiamento passi prima attraverso la consapevolezza: il suo è un impegno “persuasivo” – per rifarci ad un concetto di Lucamante – che mira ad “informare” il lettore mediante la rappresentazione realistica delle situazioni, basata su solide basi documentarie, al fine di suscitare una “giusta rabbia” che smuova le coscienze e tramuti il sentire in azione37.
Il desiderio autoriale di incidere sulla realtà, di dare un contributo concreto ad un miglioramento dello status quo, è marcato anche dalla dedica finale del libro a delle donne che sono state vittime di violenza: «Questo romanzo è dedicato a Barbara S., Angela D. e alle altre che non so.38»
Note
- Francesco Ardolino, Violenza, famiglia e genere. Il romanzo di ambiente poliziesco di Melania G. Mazzucco, in “Quaderns d’Italià”, 22, 2017, p. 182. L’espressione del titolo del paragrafo, “tramonto del patriarcato”, è una formula di Alberto Asor Rosa (Un giorno perfetto nelle viscere di Roma, in “la Repubblica”, 19 novembre 2005), ripresa sia da Vittorio Spinazzola (Il New Italian Realism, in Vittorio Spinazzola (a cura di), Tirature 2010. Il New Italian Realism, Milano, Mondadori, 2010, p. 14) che da Nathalie Marchais (Il tramonto del patriarcato. “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco, in “Italogramma”, 2, 2012, pp. 277-290).
- Monica Cristina Storini, Il secchio di Duchamp. Usi e riusi della scrittura femminile in Italia dalla fine dell’Ottocento al terzo millennio, Pisa, Pacini, 2016, p. 167.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, Torino, Einaudi, 2017, [1^ ed. Rizzoli, 2005], p. 3.
- Chiara Saraceno, L’equivoco della famiglia, Bari, Laterza, 2017, Edizione digitale.
- Ibidem.
- L’immagine della famiglia che si delinea nella narrazione di Mazzucco è affine a quella descritta da Stefania Lucamante nel saggio dedicato alle trasfigurazioni narrative della famiglia dell’ultimo ventennio, ovvero di «struttura più abusata dalla retorica della nostra società. Che se ne parli all’estero oppure in Italia, quello della famiglia italiana costituisce uno stereotipo di proporzioni enormi e ingombranti per un eventuale svecchiamento societario» (Stefania Lucamante, La felicità in differita. Generazioni e tempo nelle narrazioni di famiglia (2001-2021), Mimesis, Milano 2022, p. 11). Dalla lettura di Un giorno perfetto si percepisce infatti la preoccupazione per il persistere di un “ingombrante” stereotipo familiare che non risponde alle reali esigenze dei personaggi rappresentati e finanche ne ostacola un’evoluzione in termini positivi, tenendoli ancorati ad un modello di vita per certi versi ormai superato: l’osservazione pedissequa di dogmi che la Chiesa e la politica continuano da secoli a tramandare è causa di infelicità quando non si rivela perfino pericolosa per l’incolumità fisica e psicologica propria o altrui.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., p. 41.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Ibidem, p. 42.
- Ibidem.
- Chiara Saraceno, L’equivoco della famiglia, cit.
- Nathalie Marchais, Il tramonto del patriarcato. “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco, cit., p. 286.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., p. 24.
- Ibidem, p. 24.
- Ibidem, p. 25.
- Ibidem.
- Chiara Saraceno, L’equivoco della famiglia, cit.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., pp. 212-213.
- Ibidem., p. 229.
- Ibidem., p. 231.
- Ibidem.
- Ibidem., p. 239.
- Ibidem.
- Ibidem., p. 240.
- Ciò è ancora particolarmente evidente per quanto riguarda i casi di stupro. Per avere un’idea dell’attualità di questi temi, basta dare uno sguardo ad alcuni dati raccolti negli ultimi anni: «Quattro uomini su dieci (39,3%) sono convinti che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E due uomini su dieci (19,7%) pensano che siano sempre le donne a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire». Viola Giannoli, Violenza di genere e stereotipi, l’Istat: per quattro uomini su dieci è colpa delle donne, in “la Repubblica”, 23 novembre 2023.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., p. 240.
- Ibidem, p. 230.
- Stefania Lucamante, Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narratives, Toronto, University of Toronto Press, 2020, p. 106.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., p. 40.
- Vi sono in particolare due episodi significativi qui non menzionati: Emma che viene picchiata fuori dalla discoteca da Antonio sotto gli occhi del proprio accompagnatore e dei suoi amici, i quali non oppongono niente più di una flebile protesta; il vicino di casa che, dopo essere stato per anni testimone indifferente di furibondi litigi della coppia, si decide a chiamare le forze dell’ordine solo quando sente degli spari provenire dall’appartamento attiguo, ovvero quando ormai è troppo tardi per evitare il peggio.
- La legge n. 119/2013, meglio conosciuta come “legge sul femminicidio”, «ha istituito il reato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela o convivenza con la vittima di sesso femminile», «introdotto pene più severe per i reati di maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale» nonché «previsto misure di prevenzione, protezione e sostegno per le vittime di violenza di genere». La legge n. 154/2013 sugli Ordini di Protezione offre alle vittime di violenza «la possibilità di richiedere la protezione immediata dalle autorità competenti», le quali «possono vietare all’aggressore di avvicinarsi alla vittima, al suo domicilio o al luogo di lavoro». La legge sul Codice Rosso (n. 69/2019) ha tra gli obiettivi quello di «rendere più efficace l’azione delle forze dell’ordine» alle quali è affidato ad esempio il compito «di informare immediatamente il pubblico ministero delle segnalazioni di violenza di genere, al fine di garantire un’azione rapida e coordinata». Altre leggi e cenni normativi in materia si trovano alla pagina web La violenza sulle donne in Italia -analisi della problematica e cenni normativi vista il 25 maggio 2025.
- Chiara Saraceno, L’equivoco della famiglia, cit. Il discorso della sociologa qui si allarga per ricomprendere anche la questione dell’omofobia. Sono stati dunque estrapolati i passaggi di principale interesse, ovvero quelli relativi al femminicidio.
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., pp. 37-38.
- Nathalie Marchais, Il tramonto del patriarcato. “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco, cit., p. 284.
- Luce Irigaray, Sessi e genealogie [Sexes et parentés, 1987], tr. it. di Luisa Muraro, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007.
- In Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narratives (cit.), Lucamante individua l’“impegno persuasivo” come comune denominatore di alcune narrazioni, letterarie e cinematografiche, contemporanee. A proposito di Tiziano Scarpa, Simona Vinci, Monica Stambrini, Paolo Sorrentino, Veronica Tomassini e, appunto, della Mazzucco di Un giorno perfetto, scrive: «Conventionally intended as the ethical stance supported by a specific political and ideological belief in an artist’s work, impegno also indicates the artist’s desire to generate a reaction in readers and spectators that does not necessarily align with a specific political creed but still participates in the aesthetic act. But this commitment remains persuasive, constructing narratives of reality that it is hoped will promote pro-social behaviour in line with the artist’s moral stance. Constructive indignation that manifests itself in aesthetic works, rather than reflecting a mere desire for retribution or showcasing outrage or hostility, illustrates the artist’s desire to implement an interpersonal and positive strategy that can promote the readers’ and spectators’ ethical response» (p. 6).
- Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, cit., p. 389.
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