Bibliomanie

Un ebreo che aveva creduto nel fascismo. Formíggini e le sue Ficozze
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Saggi e Studi

La promulgazione nel 1938 delle leggi razziali colse Angelo Fortunato Formíggini del tutto impreparato, al punto che scelse di mettere in atto, in maniera consapevole, la forma più strepitosa di protesta, il suicidio, gettandosi il 29 novembre 1938 dalla torre Ghirlandina di Modena. Se ci s’interroga sulla ragione di questi fatti sorprendenti in relazione a un intellettuale ebreo, la risposta che sembra ormai assodata è che Formiggini giunse fino al 1938, l’anno fatidico della campagna e della legislazione razzista in Italia, senza sentirsi né ebreo né antifascista. La biografia di Formiggini testimonia di una lucida sagacia: eppure egli non capì. Gli eventi della sua tarda biografia testimoniano qualcosa che, per comune sensibilità, fatichiamo a cogliere: che l’estrazione culturale di molti uomini dell’epoca impediva di captare la pericolosità degli eventi.
In che senso Formiggini non era ebreo? in quello comune a molti ebrei italiani: non praticava i riti tradizionali, proveniva da una famiglia ampiamente cristianizzata e lui stesso aveva contratto matrimonio con una donna non israelita. L’identità ebrea che per le leggi del 1938 costituiva motivo di discriminazione era identità da lui non riconosciuta. La tarda Epistola agli ebrei d’Italia, pubblicata assieme ad altri testi degli ultimi mesi di vita di Formiggini nel volume delle Parole in libertà, è documento straordinario per entrare nella mente di un ebreo laicizzato che si sentiva fuori dall’ebraismo e invitava insistentemente – e un po’ comicamente – i connazionali ad assimilarsi abbandonando riti e indizi di diversità. Un termine che invece torna ossessivamente lungo l’operetta è “Italia”: per un uomo cresciuto nei primi decenni dell’Unità e immerso nel culto del Risorgimento, la “patria” era ancora concetto di valore. Era insomma un uomo molto più legato all’idea dell’Italia che a quella dell’identità dell’ebraismo.
Il suicidio di Formíggini colpì fortemente l’opinione della società fascista, al punto che un testimone vicino al regime, Giovanni Ansaldo (che nel ’38 era direttore del quotidiano livornese della famiglia Ciano “Il Telegrafo”), ne diede una testimonianza emozionata: «Poco prima delle ore 10 del giorno 29 novembre 1938, una forma umana si abbatté fulmineamente dalla sommità della Ghirlandina di Modena, alta più di cinquanta metri, sul selciato; e qui diventò un cadavere sfracellato, su cui fu steso un lenzuolo, subito arrossato di sangue. E pochi minuti dopo, tutta Modena fu percossa dalla notizia che l’ebreo Furmasen s’era ucciso così atrocemente, per la disperazione suscitata in lui dalle leggi razziali stabilite poche settimane prima; e questa notizia, diffusa, nonostante il silenzio imposto alla stampa, per l’Italia, vi produsse una commozione assai viva, tra i molti che conoscevano il Formíggini; e un senso di dolorosa perplessità in tutti. Fu, quello del Formíggini, il suicidio più famoso del Ventennio»1.
Se Formíggini non aveva capito per tempo i motivi del fascismo, e ne aveva al contrario abbracciato i destini, ne pagò lo scotto subendo torti talmente brutali da sollevare in lui forme speciali di disincanto. Due i gravi episodi alla base di tale disillusione: lo “scippo” nel 1923 da parte di Giovanni Gentile dell’Istituto per la Propaganda della Cultura Italiana (poi Fondazione Leonardo) che Formíggini aveva appena fondato, e la promulgazione nel 1938 delle leggi razziali. L’amarezza per questi eventi si coagularono in due libri straordinari, nei quali Formíggini analizza le proprie sfortune: La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo nel 1923 e l’Ultima ficozza nel 19452.
In romanesco la ficozza è la protuberanza che si forma sul capo di chi riceve un forte colpo, un bernoccolo insomma. Importa notarlo perché se la ficozza ritratta nel primo libro è Gentile (che nel volume è assimilato prima a una tegola caduta sul capo del fascismo, poi al bernoccolo prodotto dalla tegola), l’ultima è lo stesso Formíggini, consapevole di doversi fare lui stesso protuberanza che il fascismo si porti in fronte, per ricordarsi del colpo ricevuto. Eppure, da un’accorata pagina del libello Imitazione del Cristo, dove Formíggini ricostruisce le ragioni della nascita di quei libri, ci viene svelata la vera vittima: «Ho avuto due soli nemici di grosso calibro, ma neanche questi ho saputo odiare. A ciascuno ho dato una Ficozza. Ma pure sostenendo in estremo ciò che era mio stretto dovere di affermare, con ogni mezzo, a difesa del mio onore e della mia dignità e come obbligo morale verso il mio tempo e verso quello futuro, il maggior colpito dalle due ficozze sono stato io. La prima mi proscrisse dalla vita civile e mi fece inserire nel libro nero sì che ogni mia attività rimase paralizzata; per subire la seconda e darle insopprimibile valore ho dovuto “ficozzare” definitivamente me stesso»3.
La prima Ficozza è un volume molto più antigentiliano che antifascista, un’opera che riconosce la positività del fascismo rispetto a quella dell’attualismo. È una coraggiosa denuncia delle responsabilità di Gentile nel minuscolo colpo di mano che nel 1923 costrinse il consiglio della Fondazione Leonardo alle dimissioni e nel 1925 fece assorbire l’ente dall’Istituto Nazionale Fascista di Cultura. L’estromissione dalla Fondazione è per Formíggini un episodio cruciale: per la prima volta si trova al cospetto della prepotenza del sistema politico dominante, ma non ne misura a fondo le conseguenze. La sua convinzione, condivisa allora da molti, è che la prepotenza sia una cosa e Mussolini un’altra.
L’opera è traversata da un’idea comune per l’epoca, che cioè il fascismo fosse all’origine di un generale ristabilimento dell’ordine pubblico e amministrativo, impressione non astratta e compendiabile nella famosa convinzione sulla “puntualità dei treni”. Insomma: lode a Mussolini che lavora per un’Italia pacificata e biasimo alla tirannide dottrinale. Tuttavia, la Ficozza manifesta sintomi di malessere verso il fascismo, una lacerazione che già sembra non più ricomponibile. Un acido sarcasmo per i sottoposti scorre di fianco all’ammirazione per l’operato di Mussolini, in un empito in cui si condanna un movimento ma se ne assolve il capofila. Alla fine, nel suo attacco alla formula della vuota retorica, il volume assume i toni della satira politica più canzonatoria. Potente è l’immagine conclusiva, quando l’autore innalza dai contrafforti del Gran San Bernardo un ironico inno a Gentile. Immagina che al famigerato “Eja, Eja!” si sollevi un grido formidabile da mari e monti, e quel grido, invece di rispondere “Alala”, urli: “A-la-laaa…rga!”. La prima disillusione sul fascismo giunse dunque a Formíggini dal versante di Gentile e sua filosofia.

Scritta sulla scia della montante campagna razzista e sebbene rappresenti un momento di più potente disinganno, anche l’Ultima ficozza, tra i tormentati attacchi al razzismo fascista, dedica uno sguardo benevolo al regime. L’opera si apre con una scena di cruda derisione del duce: lo spirito di Formíggini bussa a una porta, dietro la quale si trova un Mussolini impalato dall’asse Roma-Berlino, e confessa la gran voglia che avrebbe di salutarlo «agitando con forza l’avambraccio destro a pugno chiuso, mentre la mano sinistra tien salda la parte superiore del braccio». La situazione è delle più favorevoli: poiché lo spirito fronteggia una figura costretta ad ascoltare con occhi sbarrati, può allora iniziare a sciorinare le sue accuse.
Il duce aveva fatto scrivere persino sui vespasiani di aver sempre ragione, e gli inauditi successi gielo avevano fatto credere. Se non fosse che ora si tratta di razzismo, e questa volta la ragione manca, come lo spirito si appresta a spiegare dando prove del torto. Il duce avrebbe cercato di far credere che il suo razzismo sarebbe di vecchia data, una conseguenza della politica imperiale, ma si tratta di una menzogna: la questione è che il “vizio tedesco” ha ghermito anche lui. L’affermazione è acuminata, ma viene poi commentata con un’attenuante che lascia di stucco: il razzismo coloniale non ha nulla dell’antisemitismo di marca tedesca, perché «nelle colonie si tratta di popoli neri e barbari: gli ebrei non sono né barbari né neri, e derivano con gli ariani da uno stesso ceppo originario», il che in certo modo giustifica la dottrina sottesa al colonialismo. Gli ebrei inoltre non costituiscono una razza ma sono il risultato di innumerevoli incroci avvenuti durante la diaspora: di ebrei ce ne sono di tutte le razze, colori, filosofie e strati sociali; possono essere bruni e biondi, alti e bassi, grassi e magri, belli e brutti, ricchi e miserabili, sciocchi e illuminati, colti e ignoranti; ci sono i sinceri e gli spavaldi, gli avari e i dissipatori, i simpatici e gli antipatici, gli onesti e i disonesti, gli eroi e i vigliacchi. Quel che li tiene uniti è un vincolo religioso e la fedeltà a una tradizione millenaria, ma il fatto è che il duce ha «rotto gli stivali anche a quei tanti che dalla tradizione si erano da tempo affrancati e perfino a quelli che se n’erano deterso il capo mediante le schampoing del battesimo», dove è chiaro il riferimento a se stesso, rappresentante di un laicismo liberale distaccato dalle ritualità secolari. Ciascuno sia giudicato – sbotta Formíggini – per ciò che è e ciò che fa, per i meriti o i demeriti, non per le sue origini biologiche, per loro natura problematiche ed equivoche.
È falso dunque che gli ebrei costituiscano una razza, ma «è anche falso che abbiano una loro forma mentis che li renderebbe ostili congenitamente e irriducibilmente alle forme politiche così dette totalitarie». Dichiarazione che fa trasecolare, e che viene ancor più sovraccaricata: i semiti sono rimproverati di gettarsi con zelo sotto la bandiera di Mussolini «perché si giudica che non avrebbero dovuto dimenticare che i diritti dell’uomo, affermati dalla Rivoluzione francese, tu li hai abrogati. Ma anche questi tuoi avversari si macchiano della tua stessa ingiustizia: vorrebbero che una data categoria di cittadini avesse un pensiero politico coatto. Vale a dire che li vorrebbero rinchiudere in una specie di ghetto psicologico»4. Permane insomma, sebbene in forme mitigate, l’idea già espressa nella prima Ficozza: che cioè non è possibile accusare il fascismo di totalitarismo, dato che nelle sue prime manifestazioni esso non negò affatto i diritti dell’uomo e si annunciò come un vigoroso ristabilimento dell’ordine sociale scosso dagli eventi storici. Nulla di strano allora che molti cittadini lo accogliessero con simpatia.
Formíggini sentiva di appartenere a questa categoria di “simpatizzanti”, anche se ora il crescente razzismo lo dotava di un’ottica nuova e lo costringeva a vedere le cose diversamente: «Il fascismo è una gran bella cosa visto dall’alto; ma visto standoci sotto fa un effetto tutto diverso. È come se tu guardi un’automobile standoci dentro seduto o se la guardi quando ti ha buttato a terra e ne senti sullo stomaco il grave peso che ti soffoca. Per quanto l’automobile possa essere bella e lussuosa, non la puoi, vivaddio, apprezzare!». Il fascismo gli era piaciuto quando gli era parso un elemento di forza a servizio del diritto, «ma non mi piacque più quando si affermò rivoluzionario: all’etica delle rivoluzioni non ho mai creduto; ci s’ingrassano troppi avventurieri»5.
A questo punto, il disincanto di Formíggini sembra liquefarsi in irresolute affermazioni. L’antisemitismo fascista nasce dal germe tedesco e l’Italia s’interroga sbalordita sulle ragioni di tanta sventura. Le interpretazioni sono tante, ma tutte coincidono nel dire che la causa maggiore è il risentimento del duce «verso gli ebrei stranieri che si sono mostrati avversi al fascismo, specie da quando è diventato culo e camicia col feroce razzismo». Se qualcuno in Italia ha cospirato contro il fascismo, lo ha fatto da singolo avversario: perché dunque «prendertela con tutti e considerare 40 o 50 mila italiani come ostaggi? Perché costringere 40 o 50 mila italiani e tutti gli altri innumerevoli che hanno interferenze di affetti e di sangue con quelli, a diventare tuoi nemici irriducibili?»6. Era venuto insomma meno il celebrato fiuto del duce, il suo genio: per salvare l’Impero aveva dovuto unirsi alla Germania e subirne quella barbara volontà che ripugna all’amabilità latina.
L’effetto ottenuto sarà infine opposto a quello previsto: grazie all’abiezione razzista l’umanità guarirà del tutto da una delle sue più turpi vergogne. Se il popolo ebraico non godeva di molte simpatie, ora la pietà e lo sdegno incidono profondamente sugli animi, mutandone le passioni: «Gli ebrei molte cose capiranno e impareranno dalle odierne sventure, e, dopo l’Anticristo bicipite, verrà l’era messianica attesa attraverso i millenni, quell’era in cui il Cristo più di ogni altro credette e che preconizzò: un’era messianica la cui circonferenza non comprenderà, no, solo il piccolo e disperso popolo della Giudea, ma l’umanità intera divenuta, definitivamente, fraterna»7. Anche una mente disgraziata avrebbe infatti dovuto capire che il tragico orrore scatenato dal nazismo, nella cui trappola l’Italia era rimasta acchiappata, avrebbe dovuto necessariamente avviarsi a lieta conclusione.
L’abbandono finale è carico di linfe umanitarie: «Forse tu non vedrai mai questo mio sfogo che resterà inedito; ma lo leggeranno i posteri, perchè gli orrori e le iniquità di oggi non abbiano a rinnovarsi mai più nel più lontano avvenire; ma se tu leggerai queste pagine o altri le leggerà, nessuno cada nell’errore di giudicarle l’espressione esasperata di un esponente di una razza, ma quella di un solitario che s’era fatto parte per se stesso e che si augura di richiamare la sua Patria immensamente diletta, e possibilmente la umanità intera da un falso sentiero che la condurrebbe nell’abisso»8.
Il lungo ma tardivo sfogo dell’Ultima ficozza testimonia insomma che la possibilità di un antisemitismo italiano poteva essere ignorata da un ebreo di quegli anni, il quale poteva addirittura vagheggiare l’idea che una dittatura totalitaria fosse conciliabile con i diritti di una minoranza. La tolleranza verso il fascismo manifestata nella prima Ficozza non è allora curiosa quanto quella manifestata dopo, quando nell’ultima non lesina argomenti di relativa giustificazione del regime e delle sue scelte.
La depressione di Formíggini sembra nascere di colpo alla promulgazione delle leggi razziali, nel novembre 1938. Quando l’ebreo romano Luciano Morpurgo lo incontrò all’inizio di giugno di quell’anno lo trovò di buon umore; invece a novembre lo vide amareggiato: «Gli chiesi perché fosse triste. Mi rispose che aveva male agli occhi e da molti giorni non poteva leggere, non poteva fumare. Poi continuò: temeva il peggio per le leggi razziali, temeva di dover rinunziare all’adozione del trovatello che egli aveva in casa, temeva di diventare povero, di dover rinunziare al suo lavoro»9. E tuttavia l’immaginazione è colpita da quella lunga serie di sonetti, stilisticamente giocati tra dramma e freddura, che precedono appunto la data del novembre 1938. L’incipit del primo afferma che «Formaggino da Modena / editore in Roma / sopportò sorridendo / XVI anni di dominazione fascista / che lo aveva raso al suolo»10. La composizione risale al 27 giugno 1938: la campagna antisemita sulla stampa è avviata da un pezzo, mancano pochi giorni alla pubblicazione del manifesto degli scienziati razzisti e Formíggini afferma di aver “sopportato” la dominazione fascista e di averlo fatto con la forza del sorriso. Un documento minimo, che si aggiunge tuttavia al cumulo di enigmaticità dell’uomo.
La cosa certa è che le leggi razziali lo costrinsero a scoprire che essere ebreo costituiva un problema, e lo costrinsero anche a diventare suo malgrado antifascista. Il disincanto dell’Ultima ficozza sembra l’aspro sfogo di un conservatore che aveva creduto in ciò che metteva ora in discussione, e che soprattutto, preso alla sprovvista, aveva finalmente capito quale tragedia si stava consumando. E lo aveva capito, anche, prima di tutti quegli ebrei che si lasciarono travolgere dagli eventi, e non furono pochi. Dunque l’incomprensione di Formíggini è solo tardiva, non assoluta.
Il suicidio di Formíggini, di un ebreo che aveva creduto nel fascismo, fu una reazione forte all’anormalità degli eventi storici in corso. Il clima spirituale della sua mente non poteva concedere spazio a ciò che stava accadendo. Le leggi razziali erano la negazione radicale del suo sistema di valori, fatto di appassionato umanitarismo laico. Le sue singolari Ficozze, opere che esprimono il disincanto dell’uomo verso i volti del fascismo, si profilano come una gemma documentale del rapporto tra ebrei italiani e fascismo11.

Note

  1. La scheda su Formíggini fu stesa da Ansaldo per il Dizionario degli Italiani illustri e meschini, rubrica che a partire dal 1950 tenne con regolarità sul “Borghese”. La si legge ora in Giovanni Ansaldo, Dizionario degli Italiani illustri e meschini dal 1870 a oggi, Milano, Longanesi, 1980, pp. 160-161.
  2. Il primo titolo uscì a Roma presso Formíggini editore (ristampa già nel 1924). Ultima ficozza fu invece pubblicata nelle Parole in libertà, Roma, Edizioni Roma, 1945, pp. 11-28.
  3. A.F. Formíggini, Imitazione del Cristo, in Parole in libertà, cit., pp. 65-76, citazione a p. 74.
  4. A.F. Formíggini, Ultima ficozza, cit., p. 16.
  5. Ivi, p. 17.
  6. Ivi, pp. 23-24.
  7. Ivi, p. 24.
  8. Ivi, p. 27.
  9. Luciano Morpurgo, Caccia all’uomo! Vita sofferenze e beffe. Pagine di diario 1938-1944, Roma, Dalmatia, 1946, pp. 59-63.
  10. Parole in libertà, cit., p. 79.
  11. Sulla vita di Formíggini e i fatti del suicidio s’intrattiene l’autore di questo articolo in Libri da ridere. La vita, i libri e il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini (Roma, Stampa Alternativa, 2005).