Bibliomanie

indice del numero 27
ottobre/dicembre 2011

Albert Caraco, Il salterio della rovina
di , Saggi e Studi

Pessimismo e nichilismo vanno a braccetto, ma solo in Albert Caraco raggiungono quella tonalità oscura che impedisce ogni speranza e chiude ogni spiraglio d’illusione. Dalle sue pagine si esce guariti da ogni miraggio sul mondo, preparati per il macello prossimo futuro – e definitivamente redenti da ogni viziosa idea di soavità dell’uomo e della realtà. Rispetto a lui, i grandi pessimisti sono roba dolciastra, profeti zuccherati, voci infiacchite dalla chimera che “l’uomo ce la farà”. Non altro che questo può succedere con chi ha scelto la strada di una scrittura ossessiva e disperata, un uomo che rifiuta ogni ottimismo delirante – simile secondo lui all’erezione dell’impiccato –, un dandy solitario i cui gesti misurati celano una soffice contiguità col tragico, che egli accetta come segno della libertà («Il rifiuto del tragico è proprio degli schiavi», annotava). Tentare di classificare Caraco lascia sgomenti per i tanti aspetti che incarnò: invasato che impreca contro tutto e tutti; barbaglio gnostico nelle tenebre del mondo; creatura garbata in devota attesa che lo spirito femminile affranchi l’orrore maschile; ebreo convertitosi per convenienza familiare al cristianesimo, ma del quale disprezza la viltà e la bassezza; cantore di una fulgida sterilità che finalmente impedisca all’uomo di perpetuarsi. Un’intelligenza che medita su tutto questo genera infine una sola requisitoria: quella sul male e sull’apoc... continua a leggere

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Gérard de Nerval e la poetica dell’Assoluto
di , Saggi e Studi

26 gennaio 1855: il corpo di Gérard de Nerval viene trovato in un sottoscala di Rue de la Vielle Lanterne, appeso per il collo. «Quel luogo infame che invitava all’assassinio e al suicidio», ad oggi non esiste più, e solo sopravvive in un’incisione di Gustave Dorè, La mort de Gérard de Nerval, che rappresenta il corpo del poeta circondato da uno stormo etereo, mentre l’anima luminosa viene liberata dal braccio della Morte. La tesi del suicidio è generalmente ammessa. A Parigi «la sua morte ha scavato un vuoto che non è stato colmato», scrive in un ricordo Théophile Gautier, caro amico dell’artista sin dai tempi del liceo Charlemagne ... continua a leggere

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Sulla conversione di Alessandro Manzoni
di , Saggi e Studi

Per quanto la conversione costituisca un fatto determinante, capitale, nel destino di uno scrittore e di un uomo, Manzoni non amava parlarne. Restano solo poche allusioni: una, ellittica, a san Paolo, e alcuni racconti riferiti, ma probabilmente degni di fede, su ciò che accadde in quel famoso 2 aprile 1810, quando Manzoni con la giovane moglie, Enrichetta, si trovò a Parigi, nel pieno dei festeggiamenti per le nozze di Napoleone. Si sa che a un certo punto, nella confusione generale, la moglie svenne, e i due restarono divisi. E finalmente Manzoni si ritrovò nella chiesa vicina di San Rocco, con una sorta di nuova epifania. È probabile che in tutto questo pesi l’umiltà dello scrittore: vi sono pagine straordinarie, nelle Osservazioni sulla morale cattolica, intorno alla modestia e all’umiltà. All’uso della parola «io», Manzoni preferiva il «noi». Non aveva neppure l’inclinazione straordinaria di Newman, a cui pure può essere avvicinato, nelle omissioni o nel gioco malizioso dei riferimenti agli scrittori. Il rapporto di Manzoni con i lettori non è mai semplice, e viene da chiedersi come mai, da un evento di cui non ha mai parlato, abbia ricavato due temi principali del romanzo. Nei Promessi sposi vi sono due storie di conversione: quella di padre Cristoforo, già Ludovico, e quella dell’Innominato, due personaggi tra i più significativi del romanzo. La parola «conversione» rimbalza una volta nelle pagine su padre Cristofor... continua a leggere

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