Bibliomanie

1980: L’Italia sospinta dal riflusso
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

1980: L’Italia sospinta dal riflusso

Come va rubricato il 1980? Coda degli anni di piombo o avvio della sfolgorante parabola della Milano da bere? Uno sguardo alla cronologia farebbe propendere per la prima opzione. Vediamo, in rapida carrellata: la strage di Ustica, quella di Bologna, il terremoto in Irpinia, le uccisioni del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, dei magistrati Guido Galli, Girolamo Minervini e Mario Amato, del giornalista Walter Tobagi, del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, il sequestro di Giovanni D’Urso, altro magistrato, il blitz dei carabinieri a Genova in via Fracchia, la rivolta nel supercarcere di Trani. E a Torino la marcia dei 40 mila della Fiat, a segnare simbolicamente il passaggio da un decennio all’altro. È l’anno delle Olimpiadi di Mosca, boicottate dall’Occidente, ma anche quello della vittoria presidenziale di Ronald Reagan. Un anno, sempre a proposito di simboli e di passaggi, che si chiude con l’assassinio di John Lennon, 8 dicembre, ma giusto poche settimane prima esce l’album di debutto di una sconosciuta rockband irlandese, chiamata U21. È anche l’anno in cui il 30 settembre inizia le proprie trasmissioni un nuovo canale televisivo chiamato Canale 5. E fra tutti gli eventi epocali di quel 1980, nessuno allora poteva prevedere che proprio quest’ultimo si sarebbe rivelato il più importante per gli anni a venire.
La storia non è però una torta, con secoli o decenni come limiti netti tracciati per il taglio delle fette. È vero che proprio nell’anno cerniera 1980 Bob Marley a San Siro segna a fuoco il ritorno del grande rock negli stadi, dopo una sequenza infinita di concerti finiti (anzi, interrotti) a botte e lacrimogeni, ma già l’anno prima, a settembre, sono in decine di migliaia per Patti Smith a Bologna e Firenze (dopo che per l’intera estate Lucio Dalla e Francesco De Gregori fanno il pieno in tutta Italia2). È vero anche che a 1980 appena iniziato Venezia viene invasa del tutto inaspettatamente per il Carnevale in piazza, e non accadeva da due secoli. Ma è solo nel giugno dell’anno dopo che tutti resteranno stupefatti da un evento di massa ancor più inatteso: le code sterminate, sotto un sole inesorabile, di italiani richiamati al Quirinale per la mostra di due sole opere d’arte, i Bronzi di Riace. E a ben vedere, se proprio si deve indicare l’evento simbolico assoluto che segnala la ritrovata voglia degli italiani di scendere in strade e piazze, tutti assieme, uomini e donne, comunisti e fascisti, padroni e operai, settentrionali e meridionali, allora si deve andare al 1982 e al Mundial di calcio in Spagna, con eroe Paolo Rossi: che oltre a riportare in Italia la Coppa, riesce pure a far dimenticare lo scandalo del calcioscommesse di due anni prima. Anche se fino a tutta quell’estate (anzi l’autunno, comprendendo l’agguato di Palermo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’assalto alla sinagoga di Roma) l’Italia, per dirla con Churchill, sembra i Balcani: una terra che produce più storia di quanta riesca a consumarne.
Ancora nel 1981, un Paese reduce dai 55 giorni della tragedia di Aldo Moro deve infatti fare i conti con ben tre “prigioni del popolo” contemporanee: quelle di Giuseppe Taliercio, dirigente del Petrolchimico di Marghera, di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio, e dell’assessore campano Ciro Cirillo, con quest’ultimo unico a salvarsi. Poi Villa Wanda a Castiglion Fibocchi, la scoperta della misteriosa loggia massonica P2 e quella lista di 963 nomi che comprende un futuro presidente del Consiglio (certo, l’editore di Canale 5). E appena tre giorni dopo, l’assoluzione in Appello a Catanzaro di tutti gli imputati per la strage di Piazza Fontana di dodici anni prima. E l’attentato a papa Wojtyla. E il banchiere Roberto Calvi ritrovato appeso al Blackfriars Bridge di Londra. E l’incendio di Todi, 35 morti nel palazzo del Vignola, e Vermicino… Ci sarebbe anche il rapimento da parte delle Brigate rosse del generale James Lee Dozier, comandante delle Forze Nato nell’Europa meridionale: ma la sua liberazione, poco più di un mese dopo, rivista a posteriori e calendario alla mano sembra già suggerire una svolta. Perché siamo appunto nel 1982, fine gennaio.
È però proprio dal 1983 (quindi dopo l’Italia mundial) che la timida crescita del Pil di inizio decennio inizia a macinare punti percentuali pesanti. Una crescita che è parallela a quella dell’autostima della nazione, al ritrovato orgoglio patriottico, con l’abbrivio del successo della missione militare italiana in Libano che, sorpresa, fa sì che al ritorno del generale Franco Angioni e dei ragazzi della Folgore a Livorno (febbraio ’84) ad attenderli ci sia una folla plaudente con distese di tricolori. E non è cosa da poco, visto il controverso rapporto che lega il popolo italiano ai propri militari (per non dire della bandiera, per tutti i ’70 non esattamente brandita con passione, se non da destra). Un sondaggio della Monitor-Demoskopea di Giampaolo Fabris, proprio a inizio 1984, fotografa il mutato orientamento3. Campione di mille persone, prima domanda: lei è contento di essere nato in Italia o avrebbe preferito un altro Paese? Grandinata di sì: 92,9%, tra le sole donne addirittura 94,3. Ma a contare è soprattutto il risicato 9,3% d’insoddisfazione che si registra nella fascia d’età più critica, quella tra i 15 e i 24 anni: non c’è controprova, ma è legittimo pensare che un identico sondaggio, se effettuato appena 7 anni prima, dunque nel 1977 della cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza e degli autoblindo a Bologna, almeno nel campione più giovane avrebbe dato ben altri risultati.

1. ANNI ’80: SCENARI

Il settimanale “Panorama”, allora puntuale barometro del costume del Paese, torna utile per piazzare oggi dei paletti. E così, sul primo numero del 1980, e dunque dell’intero decennio, eccolo pubblicare una ricerca sempre della Demoskopea di Fabris, questa volta sui futuri scenari degli anni ’804. Anzi, sul profilo degli italiani nel decennio che si apre. E le parole chiave vanno tutte nella medesima direzione. “Apatia politica”, ad esempio: come estremo riflusso – un termine questo con cui si faranno presto i conti – della precedente alta politicizzazione e come risposta all’incapacità dei partiti «di fornire una risposta coerente al cambiamento sociale». Con l’aggiunta non marginale di un diffuso sviluppo del “Localismo”, «inteso come luogo di partecipazione provvisto di una forte carica democratica». Oppure il termine “Carisma”, cioè quanto viene e verrà sempre più richiesto ai leader politici: «energia per contrapporsi all’immobilismo: un leader che decida, che non sia compromesso e paralizzato dai continui patteggiamenti, che abbia grinta e determinazione». Ancora, la “Fine della spinta egualitaria”, quindi la messa in discussione di uno dei capisaldi del ’68, parallelamente alla “Ripresa del conservatorismo”, come logica risposta al fenomeno del terrorismo. E naturalmente la “Ricerca di forme private e individuali di benessere e di felicità”, il cuore del riflusso. Scrivono i ricercatori di Demoskopea:

«Diminuisce la fiducia in forme collettive di liberazione e di realizzazione (la rivoluzione, la classe) che aveva caratterizzato gli anni che abbiamo appena lasciato alle spalle: si coltiva il proprio particolare e la tendenza è quella di non delegare ad altri o non prorogare nel tempo la soddisfazione di questi impulsi.»
E aggiungono:

«Nel breve periodo, possiamo essere certi che il cosiddetto riflusso continuerà il suo corso e i primi sintomi di questa nuova fase saranno: un aumento del partito dell’astensione e il progressivo ridursi della diffusione del politico nel sociale.»
Del decennio che ancora deve iniziare, qui c’è già tutto: la nascita della Lega Nord, la leadership di Craxi (e più avanti di Berlusconi), il pentapartito. L’edonismo. E più in generale la rivincita degli “animal spirits” individuali contro ogni residuo baluardo comunitario. Il decennio del riflusso, dunque: ecco il termine con cui fare i conti. Riflusso che però, come concetto di scienze sociali, non è un’invenzione italiana. Risale anzi al decennio precedente, benché in extremis. Siamo infatti nel 1979 quando lo storico e sociologo statunitense Christopher Lasch dà alle stampe la sua opera più nota, La cultura del narcisismo5, che Bompiani tradurrà un paio d’anni dopo: un titolo che già da solo fotografa un’America transitata senza troppi affanni dalla “beat generation” alla “me generation”. Un passaggio addirittura scontato, insinua Lasch, secondo il quale il veleno narcisista era già presente in molti esponenti della contestazione hippie, il cui impegno politico assolveva alla stessa funzione affidata oggi alle psicoterapie: riempire cioè il vuoto interno dell’individuo, soddisfare le sue esigenze di rinnovamento emotivo, consentirgli la massima espressione della personalità. Un’analisi che va presa con le molle, almeno per quanto riguarda l’Italia: qui di mezzo ci sono anche stragismo di destra e terrorismo di sinistra, una situazione geopolitica unica negli anni della guerra fredda, un rapporto mai risolto fino in fondo con il regime fascista, dai suoi apparati ai cascami culturali (o presunti tali). E il Partito comunista più forte di tutto l’Occidente. Certo è, però, che al tramonto del decennio il Paese non ne può più della paura di uscire la sera, del terrore figlio di un decennio di sbronze ideologiche, del sangue che ogni giorno lastrica strade e piazze. Specie dopo un evento che, questo sì, segna un discrimine storico tra l’una e l’altra fase: sono i 55 giorni che vanno dalla strage di via Fani del 16 marzo 1978 all’uccisione di Aldo Moro il 9 maggio, autentico punto di non ritorno per l’orrore che suscita nell’Italia tutta. Compresi quei settori che, fino a quel momento, con le Br avevano in qualche modo “flirtato”.

2. PRIMAVERA 1978: LO “SCENARIO”

I giorni del sequestro Moro sono esattamente quelli in cui a Milano, alla Rizzoli, impero editoriale fino a quel momento senza precedenti in Italia (ogni giorno il gruppo edita 1 milione e 380 mila copie di quotidiani, oltre un terzo del totale nazionale, e quelle dei periodici non si contano6), viene messo a punto un documento riservato. Consiste in una articolata analisi socio-politico-culturale a cui, qui sta il punto, dovranno ispirarsi tutti i direttori di testata. Si tratta di un volumetto azzurro in formato pocket ma di tante pagine, oltre 300, di cui neppure l’autore oggi conserva copia: è Enrico Finzi, allora direttore marketing della Rizzoli, poi sociologo di grido grazie alla sua Astra Ricerche, che da pochi anni ha affidato al figlio dopo oltre un trentennio di studi di mercato e consulenze per le maggiori aziende italiane e internazionali. Scenario è il laconico titolo dello studio redatto da Finzi, che contiene «previsioni sull’“ambiente” in cui si troverà ad operare l’industria editoriale nel periodo 1979-1981: e ciò anche in vista dell’elaborazione del piano triennale di cui il Gruppo si doterà a fine ’78». Non è però l’economia il cuore dello Scenario: pur non prescindendo da alcuni dati essenziali riguardanti il reddito nazionale, il tasso d’inflazione, il costo del lavoro, i consumi privati e così via, le previsioni si incentrano invece sulle correnti socio-culturali, «la cui influenza sul mercato editoriale – si legge – non è stata finora adeguatamente studiata». E le correnti in questione parlano chiaro.
A essere “pesati” attraverso questionari, e a diventare quindi indicatori, sono gli atteggiamenti degli italiani rispetto a voci come Esibizione dei simboli di successo e di potere, Espressione della propria personalità, Autodirezione, Rifiuto delle costrizioni sociali, Semplificazione della vita, Attenzione alle dinamiche psicologiche proprie e altrui, Automanipolazione dello stato somatico e psichico, Edonismo, Polisensualismo, Liberazione sessuale, Riduzione delle differenziazioni tra i sessi, Sensibilità alla natura, Attenzione al proprio aspetto, Attenzione alla propria salute e alla propria forma, Rifiuto della oggettivizzazione-concettualizzazione della realtà, Apertura al nuovo e al diverso, Attaccamento all’ordine, Dilatazione delle prospettive di riferimento, Chiusura nel proprio particolare, Rifugio nel magico e nell’irrazionale. E l’analisi indica con precisione assoluta il cambiamento di paradigma che sta per abbattersi sull’Italia di fine decennio: ci si deve attendere un calo della partecipazione politica, un crescente individualismo, una insopprimibile domanda d’ordine, addirittura una riscoperta della religiosità, e non necessariamente tradizionale, anzi. Signore e signori, sembra dire insomma lo Scenario, preparatevi: arriva il Riflusso. E infatti ancora “Panorama” titola appunto “Il Riflusso” (sottotitolo: “La nuova filosofia degli italiani: tanto vale divertirsi”) la propria prima copertina del 19797. Un termine che in quei mesi conosce un successo straordinario fra i titolisti dei giornali, passepartout buono per ogni occasione. Eccone un campionario dai quotidiani di quell’anno, presi a casaccio da un mazzo di alcune decine8. Interni: “Stampa e Rai tv fra il riflusso e le manovre Dc”. Esteri: “La Spagna del riflusso”. Economia: “Il riflusso nel privato è anche nell’economia”. Cronaca: “Anche nella giustizia si avverte il riflusso”. Cultura: “Guardi la Colonna Traiana e trovi già il riflusso”. Cinema: “Pane, amore e paranoia sull’onda del Riflusso”. Sport: “Ma il boom del Totocalcio è Riflusso?”. Perché alla voce “Riflusso” viene catalogato un po’ tutto: la ritrovata voglia di shopping, la cura del corpo, la moda, lo spiritualismo di tutti i colori, l’ufologia, le marce podistiche non competitive, i cartoni animati giapponesi, il successo dell’“Altra domenica” di Renzo Arbore, le ristampe di Carducci e D’Annunzio. Perfino il boom del bricolage.

3. LA GRANDE MAREGGIATA

Riflusso, cioè il ritirarsi dell’acqua dopo che l’onda si abbatte sulla spiaggia. La metafora è trasparente: l’onda è quella lunga del ’68, che in Italia genera un decennio di movimenti. E come dopo una grande mareggiata, che lascia sulla sabbia alghe, rottami e pesci morti, anche l’onda che – nel bene e nel male – squassa la società italiana, dietro di sé dissemina un po’ di tutto. Con riferimento a quello “degli anni ’80 del Novecento”, oggi la Treccani definisce invece così il termine Riflusso:

«Atteggiamento e comportamento caratterizzati, in un clima di caduta di grandi tensioni politiche e sociali, e di aspettative deluse, dal ritorno a valori ritenuti superati o retaggio del passato, e dal ripiegamento nella sfera del privato, con concomitante disimpegno politico e sociale9
Ma attenzione: gli anni ’80 sono quelli del raccolto, la fioritura avviene al calare del decennio precedente. Sentite infatti che cosa scrive Finzi, nel capitolo dello Scenario (che è della primavera del ’78) intitolato “La disaffezione per i partiti”:

«Dal 1979 al 1981 crescerà la disaffezione per la politica e per i partiti, con i suoi contorni di calo della partecipazione e di ritorno al privato. Questi fenomeni hanno e avranno molte cause: un normale tracollo di pressione dopo anni di effervescenza collettiva; la frequente contestazione delle leadership esistenti; i contraccolpi della violenza e del terrorismo; il peso prolungato della crisi economica con la connessa riduzione collettiva delle aspettative. Ma anche, e specialmente, la delusione per tante promesse non mantenute: dal decentramento al potere degli istituti di partecipazione, dalle riforme alle palingenesi presentate come imminenti. Tale delusione sarà resa più insopportabile dall’inefficienza della pubblica amministrazione e dalla scarsa produttività di un sistema politico che è sì stabile e capace di contenere le tensioni, ma non appare in grado di rispondere alla domanda politica.»
E attenti qui, considerando sempre che siamo nei giorni del compromesso storico, con il quarto governo Andreotti sostenuto per la prima volta dal Pci:

«Già a partire dal ’79 si diffonderà la convinzione, oggi patrimonio di pochi studiosi, che le grandi coalizioni sono di per sé inefficienti. I partiti ne usciranno indeboliti: specie il partito comunista, verso il quale maggiori e più recenti erano state le attese, e che verrà frequentemente giudicato deludente quanto alle sue concrete esperienze di governo e di amministrazione, anzitutto locale.»
Fuori dai sociologismi: sul finire degli anni ’70, i giovani che mettevano la politica in cima a tutto si ritrovano investiti da una serie di fenomeni (politici, culturali, più in generale di costume) che spazzano via il retroterra in cui, per anni, l’impegno e la militanza giovanile avevano prosperato. Il risultato non è tanto una spaccatura, quanto piuttosto la scomparsa, di botto, della legittimazione culturale su cui faceva leva un intero modo di vivere e di intendere la politica. Dopo il sequestro Moro un’intera generazione si ritrova a fare i conti con gli effetti, tragici, del sogno di fare la rivoluzione. E questa generazione si sgretola: chi scegliendo la discoteca, chi l’India, chi finendo nel tunnel della droga, chi perseguendo fino in fondo la via della lotta armata. Ma i più, semplicemente, ritirandosi nel proprio privato, sospinti dall’onda del riflusso. Un fenomeno quasi fisiologico, che però trova subito un clima culturale adatto per prosperare, con l’effetto finale di legittimare culturalmente la nuova ideologia del “farsi i fatti propri”: un clima frutto di un’operazione mediatica oggi pressoché dimenticata, ma che allora fece scorrere fiumi d’inchiostro. E a orchestrarla, trascinandosi dietro un po’ tutti, non poteva che essere la testata capofila dell’impero Rizzoli: sennò a che cosa serviva, quello Scenario? Avete mai sentito parlare dell’“amore in prima pagina”?

4. MAL D’AMORE

È il 13 settembre di quel 1978 quando in prima pagina sul “Corriere della Sera”, nella posizione un tempo degli “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini, compare la lettera di un anonimo lettore, un cinquantenne adultero che non sa decidersi tra moglie e amante. E che minaccia il suicidio «se uno dei vostri sensibilissimi scrittori non riuscirà a spiegarmi il motivo per il quale io non debba fare ciò». Titolata “Morire d’amore (ma ne vale la pena?)10”, la lettera segna appunto l’avvio dell’“amore in prima pagina”, spericolata campagna giornalistica che genera un dibattito sterminato: non solo sulle fin lì austere colonne del quotidiano milanese, che spalanca le proprie pagine alle reazioni di altri lettori sul tema, di mezzo ci sono anche un instant-book (lo firma Leonardo Vergani, inviato di punta proprio del “Corriere”11), tavole rotonde in televisione, battibecchi tra grandi firme di avverse testate. Con echi che un paio d’anni dopo arriveranno anche al cinema, attraverso La terrazza di Ettore Scola12. E visto che l’appetito vien mangiando, ecco il 3 novembre un’altra sortita. Questa volta a scrivere è una casalinga di Cinisello Balsamo, pure anonima e pure adultera, che invita il Corrierone a piantarla di occuparsi di Andreotti e di conclavi (l’elezione di papa Wojtyla è di appena un paio di settimane prima) e a dedicare invece pagine «alle cose che interessano alla gente»: appunto l’amore, i sentimenti. E le corna. Il titolo è tutto un programma: “L’Italia è una Repubblica fondata sull’adulterio?”13.
Quelle lettere di anonimi lettori approdate in prima pagina – altre le precedono e altre seguiranno – sono in realtà pensate e costruite in via Solferino: la prima è opera del vicedirettore Gaspare Barbiellini Amidei, che riscrive una lettera effettivamente giunta in redazione, la seconda molto probabilmente dello stesso Vergani. Il tutto su indicazioni della direzione, che come tutta la catena di comando del “Corriere della Sera”, su su fino all’editore (escluso il solo Barbiellini Amidei), è già saldamente sotto il controllo della P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani, ma lo si scoprirà soltanto tre anni dopo14. Il direttore è Franco Di Bella, che subentra a Piero Ottone già nell’autunno del 1977: sua la tessera 1887 di quella loggia occulta che manovra nell’ombra per un Paese depoliticizzato, ansioso di consumare, con scarsa attenzione ai meccanismi del potere. Un’Italia cioè in cui i manovratori possano agire tutto sommato liberamente. Curiosità: proprio nel 1978, e proprio nei giorni del sequestro Moro, sul Corriere diretto dal “fratello massone” Di Bella debutta come commentatore di economia un signore che risponde al nome di Silvio Berlusconi15. E nelle settimane del “mal d’amore”, il mensile di editoria e giornalismo “Prima Comunicazione” distilla parole straordinariamente azzeccate. Scrive infatti Antonio Pilati, futuro consigliere d’amministrazione della Rai:

«La scelta in direzione dei temi sociali, la decisione di privilegiare le piccole e grandi vicende della vita quotidiana, la riduzione dell’informazione e della riflessione politica, da parte del maggior quotidiano italiano sono l’indice di un netto mutamento del clima culturale, il segno preciso di un’inversione degli atteggiamenti sociali. Non è cosa di poco conto: la sua incidenza sui fragili equilibri politico-sociali di oggi non può essere lieve16

5. LA FEBBRE DEL “TRAVOLTISMO”

Equilibri fragilissimi, certo: perché quel 1978 è un anno tremendo. La tragedia di Aldo Moro, 55 giorni in cui il Paese trattiene il fiato sull’orlo del precipizio. Le dimissioni per la prima volta di un presidente della Repubblica, Giovanni Leone, vittima di una campagna giornalistica che solo molti anni dopo si rivelerà infondata. La morte di due papi, Montini e Luciani. Per non parlare delle vittime del terrorismo, una trentina tra cui magistrati, dirigenti d’azienda, forze dell’ordine, giovani di destra e di sinistra. E un processo, quello di Torino a 47 brigatisti (Curcio e Franceschini compresi), con decine di rinunce tra i giudici popolari sorteggiati. L’Italia che alza bandiera bianca. Eppure su “la Repubblica”, nei giorni dei bilanci di fine anno, l’autorevole politologo Giorgio Galli inizia il proprio editoriale con parole sorprendenti:

«Può sembrare irriverente chiedersi se per il nostro sistema politico il 1978 sia stato l’anno di Aldo Moro oppure di John Travolta. Eppure se la primavera era stata dominata dalla tragedia del presidente della Dc, l’autunno è stato caratterizzato dal significato politico attribuito al successo del cantante italoamericano17
E la chiusura non è da meno:

«Se la generazione beat nell’Italia in sviluppo ha prodotto le occupazioni delle Università e i cortei, la generazione travoltista potrebbe trovare un futuro interesse politico nell’Italia stagnante, attraverso comportamenti di cui è difficile prevedere la portata.»
Il 1978 l’anno di John Travolta e non di Aldo Moro? Letta oggi, è una frase che appare insensata. Eppure allora aveva più d’un fondamento. Ma che cosa era successo? Semplice: il successo planetario di Saturday Night Fever18. Un film duro e figlio della migliore nuova cinematografia statunitense, che soltanto in Italia assurge però a simbolo di qualcosa che la pellicola non racconta affatto: la vittoria del disimpegno sulle illusioni coltivate da una generazione. I giovani abbandonano le piazze per gettarsi in discoteca, è il refrain, scandito passo passo dall’allarme della sinistra militante e dei suoi giornali: ma la storia c’è tutta, al punto che La febbre del sabato sera diviene il miglior simbolo del “liberi tutti” di fine decennio. Ed è un passaggio fotografato in tempo reale da chi, in quel momento, gode di una reputazione immensa e – ancora – tutta italiana: i cantautori. Prendiamo Musica ribelle di Eugenio Finardi, la canzone manifesto del Movimento del ’77: quella di due ragazzi che di nome fanno Anna e Marco.

«Anna ha diciott’anni e si sente tanto sola / ha la faccia triste e non dice una parola / tanto è sicura che nessuno capirebbe / e anche se capisse di certo la tradirebbe / Marco di dischi lui fa la collezione / e conosce a memoria ogni nuova formazione / e intanto sogna di andare in California / o alle porte del cosmo che stanno su in Germania19»
Sono gli stessi Anna e Marco di cui canterà appena due anni dopo Lucio Dalla («Anna avrebbe voluto morire / Marco voleva andarsene lontano / Qualcuno li ha visto tornare / tenendosi per mano»), ma con ben altri toni20. Perché alle piazze, alle barricate e alle molotov, i giovani del musicista bolognese preferiscono naturalmente la discoteca, specie il sabato sera: «Anna bello sguardo non perde un ballo / Marco che a ballare sembra un cavallo / in un locale che è uno schifo / poca gente che li guarda / c’è una checca che fa il tifo». Ed è davvero così. Migliaia di giovani iniziano a ritrovarsi non più nelle sezioni di partito, o nei circoli della sinistra extraparlamentare: lo fanno invece nelle discoteche. Dove si assiste a fenomeni mai visti prima di emulazione e divismo (il completo bianco di John Travolta-Tony Manero nei negozi va a ruba) che pochi anni dopo, negli indimenticabili ’80, diventeranno cronaca quotidiana, dai Duran Duran in giù. Un solo esempio: sono oltre 12 mila, in un’Italia che ancora non conosce i talent-show televisivi e i social, gli iscritti a un concorso della “Domenica del Corriere” (toh, ancora una testata del Gruppo Rizzoli, guarda caso diretta da un altro piduista: Maurizio Costanzo), intitolato senza troppa fantasia “La febbre della Domenica”. Aspiranti “travoltini” di provincia, degli hinterland delle metropoli del Nord, delle borgate romane come della media borghesia, si sfidano per mesi nelle balere di tutto il Paese fino allo scontro decisivo di febbraio ’79, alla Ca’ del Liscio dei Casadei, tempio del divertimento nelle brume invernali della Bassa Ravennate. E intanto, mentre l’Italia balla, sul “travoltismo” dibattono intellettuali, politici e giornalisti, la grande stampa borghese e testate come “Lotta Continua”, “il Manifesto” e “La Città Futura” della Fgci (ma anche “A/traverso” di Bifo, la dura e pura “Lotta Comunista”, così come “Metropoli” dell’Autonomia romana), tutti alla ricerca di una risposta a questa angosciante domanda: come mai i giovani non lottano più per un mondo nuovo e si accontentano, più pragmaticamente, di essere felici21?

6. IL TRIONFO DEL PRIVATO

Mentre in quel 1978 ovunque impazzano le note dei Bee Gees di Staying Alive, le lettere al “Corriere della Sera” punteggiano un autunno italiano che vira irrevocabilmente in rosa. Sono oltre una quindicina di milioni gli spettatori che ogni martedì sera, dal 3 ottobre al 7 novembre, finita la cena, si piazzano davanti al televisore, incollati alle sei puntate delle Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman trasmesse dalla prima rete Rai22. Certo, è un’altra tv (e un’altra Italia): agli albori le emittenti private, comunque lontana la loro struttura a network, la terza rete che arriverà solo un anno dopo, per i più scaltri ci sono Capodistria, Montecarlo e poco altro. Ma quei milioni di uomini e donne, ipnotizzati da un Bergman tra i più angoscianti, segnalano inequivocabilmente l’ingordigia di privato che assale gli italiani alla fine del decennio. E la nuova ideologia del riflusso troverà subito il suo profeta: è Francesco Alberoni, il sociologo per eccellenza (e pure lui editorialista del “Corriere”), il cui Innamoramento e amore23 alla fine dell’estate ’79 mette il sigillo accademico a quella che, negli stessi mesi, Alberto Arbasino definisce «la riesumazione da parte di Franco Di Bella di quella intimità italiana fra il lamentoso e il giocondo che scorre sotterranea e perenne come un lungo filo nontiscordardime indistruttibile sotto la nostra Letteratura e Vita Nazionale24». O per dirla con il compianto Edmondo Berselli, un’Italia «che conduce quasi alla cieca le sue prove di modernizzazione, tentando di diventare disinibita prima di essere evoluta»25. Un sigillo, quello alberoniano, che con il suo milione e passa di copie vendute in pochi mesi è anche pietra tombale: sopra a un decennio che giunge stremato al capolinea.
Lo Scenario rizzoliano prefigurava per gli anni ’80 anche una riscoperta della religiosità: profezia sorprendente, in un’Italia in cui la secolarizzazione sembra un processo irreversibile. Eppure… Al netto dell’entusiasmo cattolico per il nuovo pontefice Giovanni Paolo II, la cui vigoria frutta anche un sorprendente successo pop (naturalmente al ritmo della discomusic: Wojtyla Disco Dance è nelle hit-parade di fine decennio), il tramonto delle ideologie apre anche strade inattese: come quella che porta all’India, per ritrovare se stessi o rincorrere nuove utopie. E lungo quella via si incamminano nomi di un certo calibro. Come Andrea Valcarenghi, fondatore della rivista “Re Nudo”, la bibbia della controcultura italiana, che “rinasce” Majid e si fa seguace arancione del guru Rajneesh (il futuro Osho). Oppure Paolo Tofani, chitarrista degli Area, il gruppo simbolo del binomio rock & politica: lui sceglierà invece gli Hare Krishna, ribattezzandosi Krsna Prema. E ancora Mauro Rostagno, leader di Lotta Continua e animatore del Macondo, quasi un centro sociale ante litteram, singolare crocevia milanese di politica, incensi e hashish. Locale che riaprirà a fine ’78, dopo la clamorosa chiusura pochi mesi prima per mano della polizia in seguito a una confusa vicenda di droga. Ma la nuova versione del Macondo vira anch’essa in arancione, con un campionario che sembra un catalogo ragionato per cultori del riflusso: discoteca tutte luci, american bar, palestre per tecniche del corpo, teatrino, ampi spazi per gli appassionati di esoterismo, occultismo e parapsicologia, perfino una “scuola di passeggiata”. Per non parlare del gruppo Shiatsu, di quello Kundalini, degli incontri di tre giorni dal venerdì alla domenica, una volta al mese, «alla ricerca di un armonico fluire dell’unità corpo-mente». E sedute Sufi a cui accedere con blocchetti di biglietti scontati: un po’ come i 10 caffè al prezzo di 9 oggi nei bar26.
Tutto questo non passa inosservato. A fissare lo Zeitgeist è in tempo reale (prima edizione ottobre 1980) un volume pubblicato da Laterza, titolato non a caso Il trionfo del privato, con più saggi di firme tutte autorevoli27. Da Ernesto Galli della Loggia (la crisi del “politico”) a Marina Bianchi (l’edonismo di massa e la questione dei “bisogni”), da Natalia Aspesi (l’amore e la famiglia) a Ugo Volli (nuovi comportamenti e mode), da Alfonso M. di Nola (il ritorno al sacro e le nuove forme di misticismo e spiritualità) a Raffaele Simone (le innovazioni linguistiche, a partire dal “parlar di sé”), il fenomeno è affrontato sotto tutti i punti di vista. E lo spaccato che ne emerge è inequivocabile: partita chiusa, il privato sta trionfando su tutta la linea. La chiusura è affidata al giornalista Nello Ajello, vicedirettore dell’“Espresso”, ed è una scelta obbligata: è lui infatti a occuparsi del ruolo dei mass media e della loro influenza determinante nel trionfo del privato. Con una messe di particolari proprio sull’operazione “amore in prima pagina” del “Corriere della Sera”, Ajello chiude così il proprio scritto:

«Domandarsi se gli organi di comunicazione di massa abbiano esagerato nell’ingigantire questo “concettino di moda” rispondendo con troppa generosità, e quasi con petulanza, alla domanda proveniente da un pubblico stanco del proprio “impegno” o intollerante di quello altrui, è in fondo superfluo, tanto la risposta è prevedibile. Supporre che qualcuno ci abbia speculato su, è quasi doveroso. È tuttavia difficile pensare che tutto sia stato inventato una certa sera, su un tavolino di qualche redazione. “Una notizia – diceva più di mezzo secolo fa un maestro di giornalismo, Mario Borsa – nasce magari da un nonnulla. Non nasce mai dal nulla”. Niente lascia pensare, mentre scriviamo, che sia cominciato il riflusso del riflusso28

7. SIPARIO: I MIGLIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA

Nella vulgata, il riflusso è dunque figlio degli anni ’80. Al massimo, proprio di quel 1980 che l’1 gennaio si apre, ancora una volta simbolicamente, con la morte di un protagonista del Novecento italiano come pochi altri, Pietro Nenni. Ma per chi nei mesi precedenti aveva lavorato per insufflare di riflusso la nazione, la missione è già compiuta. Perché lunedì 24 dicembre 1979, chiudendo il cerchio avviato a settembre del ’78, sempre lì, sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, di spalla, ecco comparire un’altra lettera di un anonimo lettore. Anzi, una lettrice. Ed è l’ultima della serie. Con il titolo “Natale con la moglie o con l’amante?” (testatina: “La nostra vita”), la lettrice – che è in realtà una nota firma del Corriere, Adriana Mulassano – descrive il proprio «crudelissimo Natale», che vorrebbe trascorrere con il proprio uomo29. Ma non può, «perché siamo in tante, siamo un esercito di dispensatrici di serenità durante l’anno che, in nome della tradizione, vengono abbandonate la “santa sera” per correre dalla moglie». Dopo l’amante indeciso e l’adultera immalizzita, ecco dunque «la disperazione e il pianto di chi da sola consuma il suo tristissimo Natale da amante». Ma il clamore sollevato da quest’ultima lettera è poca cosa, se paragonato a quello di un anno prima. Anni ’70 addio, il nuovo decennio è alle porte. L’amore in prima pagina è già stato ampiamente masticato e digerito. E metabolizzato.
Che cosa sono infatti gli anni ’80? Un paradiso perduto, sembrerebbe oggi: un’occhiata al web e si viene travolti dalla quantità di siti, pagine social e blog dedicati al decennio nel segno del rimpianto. Canzoni, film, programmi televisivi, capi d’abbigliamento, merendine, giochini di ogni genere, per non parlare del campionato di calcio più bello del mondo: la nostalgia canaglia tracima da ogni dove30. D’altra parte, chi non ricorda la propria adolescenza con il languore del tempo che non torna più? E così la “narrazione” riproposta di continuo è quella dell’ultimo decennio felice delle nostre vite: gli Azzurri a sorpresa campioni del mondo, la Borsa che impazza, i salti in avanti del Pil, i grandi capitani d’industria. Pensate solo a Gianni Agnelli: il numero uno del feroce padronato che, con il cambio del decennio, si trasforma in “arbiter elegantiarum” della nazione, nel re che tutta Italia avrebbe voluto. E sì, il Paese si arricchiva: ma moltiplicando il debito pubblico, che ci trasciniamo immenso sulle spalle da allora. E ad arricchirsi, grazie a quel debito, sono stati i nostri padri che investivano in Bot e Cct dai rendimenti pazzeschi: ecco infatti che arrivavano le seconde auto e la casetta al mare o in montagna. E che scandalo, oggi, se si guarda alle baby pensioni31: ma quante nostre madri ne hanno beneficiato allora e continuano a riceverla oggi, quando ormai sono trascorsi quasi quarant’anni?
Non c’è identità senza memoria. Ma la memoria va coltivata tutta, non scegliendo come da un menu alla carta. Ricordando invece ad esempio i giorni del “Forza Etna!”, gli slogan contro i meridionali perpetuatisi negli stadi fino ai giorni nostri, che iniziarono a campeggiare sui cavalcavia veneti durante la campagna elettorale del 1983: un voto segnato dalla prima affermazione della Liga veneta, l’alba di tutte le Leghe a venire32. E anche l’Alabama delle spiagge romagnole, e da lì in tutta Italia, contro l’uomo nero che per la prima volta si affacciava nel Belpaese. Li chiamavamo “vu’ cumprà” e ne abbiamo picchiato a decine, noi italiani, diversi li abbiamo anche ammazzati33. Ma la vulgata degli sfavillanti anni ’80 questo non lo racconta.

Note

  1. L’album Boy venne pubblicato dalla Island Records il 20 ottobre del 1980.
  2. Il tour di Banana Republic prese il via a Savona il 16 giugno 1979, toccò Genova, Torino, Brescia, Verona, Bologna, Firenze, Perugia, Napoli, Palermo, Catania, Taranto, Bari, Termoli, Pescara, Roma, Cesena, Jesolo, Udine, Pesaro, Carrara e si concluse a Cagliari il 28 luglio, per un totale di quasi mezzo milione di spettatori. Il disco dal vivo, omonimo, venne pubblicato già a fine luglio e in sei mesi vendette 500 mila copie. Dai concerti è stato tratto anche un film diretto da Ottavio Fabbri.
  3. Giovanni Valentini, Bella Italia, amate sponde, in “la Repubblica”, 7 febbraio 1984, p. 9.
  4. Fabrizio Coisson, Si fa presto a dir riflusso, in “Panorama”, 7 gennaio 1980, pp. 52-59.
  5. Christopher Lasch, The Culture of Narcissism: American Life in an Age of Diminishing Expectations, New York City, W. W. Norton & Company, 1979.
  6. Paolo Morando, Dancing Days. 1978-1979: i due anni che hanno cambiato l’Italia, Roma-Bari, Editori Laterza, 2009, p. 34: da qui sono tratte tutte le successive citazioni dello Scenario (pp. 33-38 e 44-50).
  7. Luca Grandori e Antonangelo Pinna, Il riflusso, in “Panorama”, 2 gennaio 1979, pp. 40-46.
  8. P. Morando, Dancing Days, cit., p. 41.
  9. Dalla definizione del vocabolario online Treccani.
  10. Morire d’amore (ma ne vale la pena?), in “Corriere della Sera”, 13 settembre 1978. La lettera, che occupa quasi per intero l’ultima colonna della prima pagina, è anonima. Lo è pure la risposta, che chiude la colonna e prosegue a lungo nelle pagine interne: come sempre in questi casi, va dunque attribuita alla direzione. Vedi anche P. Morando, Dancing Days, cit., pp. 3-32.
  11. Leonardo Vergani, Morire per un amore, Milano, Sperling & Kupfer, 1979: il libro viene lanciato con lo strillo pubblicitario “Chi è il cinquantenne del Corriere” ma, ripercorrendo l’ethos amoroso italico di almeno un paio di generazioni del dopoguerra, si prefigge solo di tratteggiare l’ideale identikit dell’aspirante suicida. Vedi anche P. Morando, Dancing Days, cit., pp. 21-22.
  12. Nel film Vittorio Gassman interpreta il personaggio di un deputato del Pci (di nome Mario, come nel libro di Vergani) indeciso tra moglie e amante.
  13. L’Italia è una Repubblica fondata sull’adulterio?, in “Corriere della Sera”, 3 novembre 1978. Sopra al titolo compare la testatina “Come cambia il costume”. Anche questa lettera è anonima, mentre la risposta è affidata a una firma di punta: Luca Goldoni. Vedi anche P. Morando, Dancing Days, cit., pp. 145-168.
  14. Qualsiasi bibliografia sulla P2 sarebbe incompleta: di particolare interesse, perché pubblicata in tempo reale, la raccolta di saggi L’Italia della P2, Milano, Mondadori, 1981, in particolare il contributo di Giampaolo Pansa intitolato Belfagor in via Solferino. Per un’analisi più recente in relazione alle vicende della Rizzoli e del “Corriere”, vedi Raffaele Fiengo, Il cuore del potere, Milano, Chiarelettere, 2016.
  15. Silvio Berlusconi, Un piano per l’industria che darà pochi frutti, in “Corriere della Sera”, 10 aprile 1978: l’articolo occupa per intero le prime due colonne di pagina 2.
  16. Prima Comunicazione”, novembre 1978. Vedi anche P. Morando, Dancing Days, cit., pp. 151-154.
  17. Giorgio Galli, I compagni che ballano, in “la Repubblica”, 24 dicembre 1978.
  18. Diretto da John Badham, esce negli Usa il 16 dicembre 1977 e in Italia il 13 marzo dell’anno dopo.
  19. La canzone è contenuta nell’album Sugo, pubblicato dalla Cramps nel 1976.
  20. È naturalmente Anna e Marco, tratta dall’album Lucio Dalla pubblicato dalla Rca all’inizio del 1979.
  21. Il dibattito culturale sul “travoltismo” è raccontato in tempo reale in Sandro Baroni e Nicola Ticozzi, Disco Music, Roma, Arcana, 1979. Vedi anche l’intero secondo capitolo di P. Morando, Dancing Days, cit.
  22. È la versione italiana dello sceneggiato in sei puntate realizzato dal cineasta nel 1973 per la televisione svedese, di cui l’opera cinematografica del 1975 è una riduzione. Sulla Rete 1 Rai la prima puntata va in onda martedì 6 ottobre e fa registrare quasi 14 milioni e mezzo di spettatori, che salgono a 15 per la seconda il martedì successivo: diventeranno 17 per la sesta e ultima puntata, trasmessa il 10 novembre.
  23. Francesco Alberoni, Innamoramento e amore, Milano, Garzanti, 1979. Da allora in Italia ha venduto oltre un milione di copie, con traduzioni persino in russo, giapponese ed ebraico. Tale successo spinse allora Mondadori Giochi a realizzare un gioco da tavolo con lo stesso nome del libro, con tanto di dadi, carte e segnalini. E una nota azienda creò anche una linea di lenzuola ispirata sempre al saggio di Alberoni.
  24. Alberto Arbasino, Un Paese senza, Milano, Garzanti, 1979, p. 333.
  25. Edmondo Berselli, E iniziò l’era Travolta, in “la Repubblica”, 21 marzo 2009, pp. 48-49.
  26. Paolo Morando, Dancing Days, cit., pp. 129-133.
  27. AA.VV, Il trionfo del privato, Roma-Bari, Editori Laterza, 1980. La nota introduttiva dell’editore si conclude così: «Poiché sulle interpretazioni prevale il racconto di questi nostri anni, ogni lettore si ritroverà personalmente implicato e personalmente risponderà agli interrogativi del futuro che è già cominciato».
  28. Ibidem.
  29. Natale con la moglie o con l’amante?, in “Corriere della Sera”, 24 dicembre 1979. Anche questa lettera viene pubblicata in forma anonima, come pure la risposta della direzione.
  30. Paolo Morando, ’80. L’inizio della barbarie, Roma-Bari, Editori Laterza, 2016, pp. 3-12.
  31. Il record delle baby pensionate è quello stabilito da Ermanna Cossio, bidella friulana, che nel settembre 1982 matura i requisiti previdenziali all’età di 29 anni e 3 mesi.
  32. P. Morando, ’80. L’inizio della barbarie, cit., l’intero primo capitolo “L’Italia nordista”.
  33. Ivi, l’intero quinto capitolo “L’Italia razzista”.