Bibliomanie

Impegno e media: dalla piazza al mondo digitale – Ripensare l’agency culturale nel regime di post-verità: le pratiche narrative e l’attivismo transmediale del collettivo Wu Ming
di , numero 60, dicembre 2025, Saggi e Studi, DOI

<em>Impegno e media: dalla piazza al mondo digitale</em> – Ripensare l’agency culturale nel regime di post-verità: le pratiche narrative e l’attivismo transmediale del collettivo Wu Ming
Come citare questo articolo:
Emiliano Zappala', Impegno e media: dalla piazza al mondo digitale – Ripensare l’agency culturale nel regime di post-verità: le pratiche narrative e l’attivismo transmediale del collettivo Wu Ming, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 20, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13787

Introduzione

Nel 2018, la romanziera e all’epoca anche presidente di PEN America Jennifer Egan, in un articolo pubblicato sulla rivista “Time”1, lanciava un grido d’allarme per lo stato di deterioramento dei sistemi democratici, dell’informazione e della libertà di parola nel primo quarto del XXI secolo. Gli elementi che a suo parere destavano maggiore preoccupazione erano il proliferare di populismi, movimenti estremisti e tribalismi sempre più velleitari; la mancanza di fiducia nelle istituzioni e nei gatekeepersdel sapere tradizionali; il monopolio della comunicazione globale esercitato da pochi giganti del tech. Di fronte a un simile scenario, Egan dà molto rilievo al ruolo sociale della letteratura ritenendola capace, in quanto spazio aperto e costruttivo di dialogo, di educare allo scetticismo, stimolare il pensiero empatico e la pluralità dei punti di vista e fungere da antidoto contro il dilagare della polarizzazione e della disinformazione.
Il quadro storico evocato da Egan viene in quegli stessi anni definito dagli studiosi come «era della post-verità»2; un’etichetta che riassume le profonde trasformazioni in atto nel terzo millennio, legate alla crisi dei paradigmi economico-sociali novecenteschi e alla mutazione epistemologica e antropologica provocata da una accelerazione tecnologica senza precedenti. Come dichiara Steve Fuller, questa fase è caratterizzata da nuove forme di conflitto per il controllo dello spazio fisico e dell’immaginario collettivo, nonché per la ridefinizione delle strutture egemoniche e i rapporti di forza in campo politico e culturale3.
L’assunto che sta alla base di questo lavoro è che, per quanto sia indiscutibile che l’attuale regime di post-verità ponga interrogativi sulla tenuta delle strutture democratiche e dell’ordine geopolitico mondiale a cui spetta alle istituzioni e alla politica trovare delle risposte; è altrettanto vero che, come sostiene Egan, quella stessa condizione chiama in causa artisti, scrittori e intellettuali e li esorta a elaborare forme innovative di partecipazione e di agency culturale. Lo scopo dei paragrafi che seguono sarà pertanto duplice: da una parte, a un livello più sociologico e generale, esplorare le principali sfide e opportunità che stanno a cavallo tra la sfera politica e quella del mondo della comunicazione e dell’intrattenimento; dall’altra, esaminare alcune delle pratiche e strategie narrative engagé impiegate per stimolare la partecipazione del pubblico e promuovere un cambiamento politico. In particolare, mi concentrerò sul case study italiano rappresentato dal collettivo Wu Ming e sul romanzo L’armata dei sonnambuli, considerandoli emblematici di un modello di agencyletteraria e culturale in sintonia con i problemi sollevati dall’epoca della post-truth.

Tra apocalittici e integrati: il regime di post-verità dell’epoca contemporanea

Il termine post-truth entra nel dibattito pubblico nel 2016, quando l’Oxford English Dictionary, dopo aver registrato un’impennata del 2000% di ricorrenze su giornali e riviste accademiche, la nomina parola dell’anno. Secondo l’OED, l’aggettivo «denota circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni e alle credenze personali4.» Come osserva però la studiosa Anna Maria Lorusso, questa definizione, che in pochi anni ha «saturato i dibattiti» – sia in Italia che altrove –, è stata «spesso usata per significare cose molto diverse» e in generale per indicare, nella comunicazione quotidiana, informazioni deliberatamente false e fuorvianti, quando non una sorta di relativismo per cui qualsiasi teoria può essere ritenuta valida su base emozionale a dispetto delle prove che la supportano5.
Questa interpretazione più generalista è messa in discussione dal lavoro attento di studiosi provenienti da ambiti disciplinari diversi, che individuano nella diffusione del termine implicazioni più profonde e sostanziali6. Tra questi, Steve Fuller e Massimo Ferraris, da sempre molto attenti alle relazioni tra sapere e potere, suggeriscono che la post-verità è tutt’altro che una tendenza passeggera, bensì un «oggetto sociale reale» che rappresenta «l’essenza della nostra epoca7» e che è «qui per rimanere8».
Più nel dettaglio la letteratura accademica recente argomenta che l’avvento della post-verità va collegato a due ordini di fattori principali: quello sociale e quello tecnologico. Per quanto riguarda il primo dei due poli, essa è il prodotto di un modello economico disfunzionale – quello iperliberista fondato sulla globalizzazione finanziaria e dei mercati – che ha fallito nelle sue promesse di distribuzione del benessere a livello planetario9 e ha progressivamente accentrato la ricchezza nelle mani di pochi gruppi oligopolistici10; ha esautorato e snaturato dall’interno i processi democratici, creando governi sempre più oligarchici e post-democratici, in cui i cittadini hanno poca voce in capitolo11; e ha alimentato uno stato di malessere e disorientamento diffusi12.
A questo punto è necessario un caveat cruciale: bisogna tenere presente che i processi appena descritti non sono vissuti ovunque allo stesso modo e la loro lettura è spesso viziata da una prospettiva primomondista e occidentalocentrica. Ne è ben consapevole Guido Mazzoni, che in un recente saggio associa i processi di declino economico, demografico e politico del presente con l’affievolirsi della sensazione di «riparo» in cui si era rifugiato il mondo occidentale dopo la fine della Guerra Fredda13. In questa ottica, la paventata «fine della storia14» appare come un’utopia e uno degli ultimi rigurgiti di trionfalismo post-coloniale. Come sostiene Mazzoni, le conseguenze della crisi dei mutui sub prime del 2007-08 hanno messo definitivamente a nudo la decadenza relativa delle economie più sviluppate e generato un senso di «aspettative decrescenti» tra le classi medie occidentali che ha favorito l’insorgere di sciovinismi, populismi e tribalismi15. In linea con questa interpretazione, Giuseppe Caterino e Giuseppe Veltri, nella loro attenta indagine sulla post-verità, fanno coincidere l’inizio di quest’ultima proprio con la crisi finanziaria del primo decennio del Duemila. A giudizio dei due autori, è stato a partire da quegli anni che i paradigmi sociali ereditati dal Novecento hanno cominciato a incrinarsi, favorendo l’insorgere di incertezza, insoddisfazione e sfiducia verso i poli convenzionali del potere – partiti, giornali, accademie, organizzazioni transnazionali, dottrine politiche16.
Per quanto rilevanti però, tali dinamiche non avrebbero avuto le stesse conseguenze senza gli effetti su vasta scala del progresso tecnologico degli anni Duemila. Tradendo le iniziali premesse di un mondo più aperto, libero e interconnesso, Internet ha fomentato la segregazione e la frammentazione, confinando gli utenti dentro filter bubbles che neutralizzano le possibilità di una comunicazione trasparente e trasferendo il dibattito pubblico all’interno di enclavi regolate da aziende private17. Il «technium18» forgiato dal digitale e dal web 3.0, in cui l’informazione è assoggettata alla logica dell’attention economy e dell’alghorithmic gatekeeping più che dalla necessità di fare luce sui fatti19, ha plasmato in poco tempo un orizzonte epistemologico che svincola il sapere dal tradizionale schema verticale – dai gatekeepers verso il pubblico – e lascia che esso si muova su un piano orizzontale e rizomatico, per mezzo di una comunicazione tra peers che mischia e confonde certezze scientifiche e teorie della cospirazione, fatti conclamati e pura invenzione, tramutando le «maggioranze silenziose» del secolo scorso in «classi parlanti e polarizzate20».
Una lettura complessiva di questi elementi è formulata in modo molto convincente da Jayson Harsin, il quale, sullo sfondo delle teorie foucaultiane, descrive il passaggio dal regime di verità tipico del secolo scorso a quello di post-verità, proprio del terzo millennio21. Nel suo articolo, lo studioso evidenzia come, mentre il primo richiedeva la presenza di autorità centrali ben definite che detenessero sia gli strumenti di controllo e coercizione sui corpi e sullo spazio fisico che sui meccanismi e sulle tecniche per determinare la verità; il regime della post-verità nasce invece dalla segmentazione del potere che, per dirla con Bauman, dalla strada e dai governi è passato alla «extraterritorialità delle reti elettroniche» e nelle mani di élite globali svincolate da logiche geograficamente circoscritte22. Nel panorama post-politico e post-ideologico presente, la verità è ridotta quindi a puro feticcio e bene di consumo individuale: è nella sua smaterializzazione che il potere, fattosi sempre più liquido, può «de-mobilitare» il soggetto contemporaneo e imporgli l’accettazione dello status quo; oppure, all’inverso, mobilitarlo in battaglie isolate e a corta gittata che non minaccino nel profondo lo stato delle cose23.
Queste ultime considerazioni richiedono un secondo caveat, al fine di evitare che, prendendo in prestito la celebre distinzione echiana tra apocalittici e integrati, si ceda alla tentazione di unirsi alle file degli uni o degli altri. Pur essendo indubbio che la mutazione epistemologica degli ultimi decenni mini alle fondamenta il metodo di ricerca illuministico che ancorava la verità al reale e smantelli i pilastri della modernità, fondata sull’idea di verificabilità, trasmissione e condivisione dei parametri dell’etica e della conoscenza24; è anche vero che, come affermato da Fuller, quella della post-verità è solo l’ennesima fase dell’eterna competizione umana per il dominio della conoscenza e dei meccanismi politici che la determinano. In quest’ottica, Lee McIntyre avverte di non tralasciare l’impulso emancipatorio che ad essa sottende: oltre che il frutto di sofisticati strumenti di controllo e sorveglianza25 il regime di post-verità è anche il riflesso di un genuino desiderio di rovesciare lo status quo e di raccontare «l’altra faccia della storia26.» Tenendo conto di ciò, reputo che le forme di agency più originali e interessanti del panorama contemporaneo siano quelle in bilico tra il senso di allarme generato dalle storture del cambiamento politico-culturale in corso e la volontà di sfruttare anche i mezzi offerti dai nuovi media per affrontarle.

La crisi della democrazia e l’«attivismo transmediale» dei Wu Ming

Uno dei nodi centrali del regime di post-verità, consiste nell’estremizzazione del fenomeno che Colin Crouch ha definito nel 2003 come «post-democrazia27.» Riattualizzando tale teoria, Eduardo Mendieta sostiene che i cittadini delle democrazie occidentali hanno visto rafforzarsi negli ultimi decenni la loro potenzia (intesa come la possibilità di partecipare al dibattito politico) ma sono stati allo stesso tempo privati di fatto della potestas (ovvero la capacità pesare davvero sulle decisioni cruciali prese dai governi)28. A questo contesto fa riferimento Benjamin Moffitt quando individua nel populismo la dominante del XXI secolo29. Dal suo studio emerge che la maggior parte dei soggetti politici – a prescindere dal loro orientamento – adopera simili tecniche retoriche: semplificare le questioni più complesse, fare largo uso di contenuti sensazionalistici e demagogici e propugnare la divisione e lo scontro dicotomico tra un integerrimo «noi» e un corrotto «loro30.» Pertanto, uno dei maggiori paradossi dell’epoca della post-verità consiste nel fatto che al proliferare delle pratiche elettorali democratiche e all’apparente potenziamento degli strumenti di inclusione e allargamento del dibattito pubblico, corrisponde un esercizio del potere più autoritario, una crescente dicotomizzazione dell’opinione pubblica e una maggiore intolleranza – quando non odio – nei confronti di chi è schierato su posizioni diverse.
In un così complesso quadro culturale, il compito di intellettuali e scrittori che vogliono avere ancora – nelle parole di Roberto Saviano – «un peso e il potere di cambiare la realtà31» è faticoso ma al contempo quanto mai necessario, poiché spetta anche a loro di trovare strategie efficaci per ripopolare «l’agorà pubblica32» e ispirare forme di dialogo costruttivo. Del resto, già nel 2011, Antonio Pascale e Luca Rastello si chiedevano cosa potesse fare uno scrittore per difendere la democrazia considerato che la letteratura agisce dentro una bolla e predica a una platea di convertiti33. Nel corso degli anni, questo interrogativo è divenuto sempre più pressante e tra i molti attori che con esso si sono confrontati spicca il caso del collettivo Wu Ming per la sua abilità di immaginare prassi sempre diverse di «attivismo transmediale34» e letterario, attraverso cui ampliare il pubblico e interagire con esso in modo efficace. Come osserva Emanuela Piga, i cinque membri sono stati tra i primi in Italia a adattare i modelli di «agire politico» sviluppati nel Novecento allo «scenario telematico e interattivo dei giorni nostri35». Sin da quando facevano ancora parte del collettivo internazionale nominato Luther Blissett Project, hanno affrontato questioni centrali come l’anonimato, la militanza partecipativa e collettiva, la libera diffusione dei contenuti, l’interazione con forme di intermedialità e multimedialità e la marginalità del mondo letterario e editoriale. L’ampiezza e la portata di tali riflessioni ne hanno fatto una «nuova avanguardia 3.036
Il punto di svolta nella loro carriera avviene nei primissimi anni del terzo millennio, quando i cinque membri che compongono il gruppo attuale hanno compiuto un metaforico «seppuku» (il suicidio d’onore secondo la tradizione dei samurai giapponesi) e hanno rivelato la loro identità, abbandonando il Luther Blissett Project per formare contestualmente il collettivo Wu Ming – nom de plume particolarmente significativo, che in cinese mandarino può voler dire sia «cinque nomi» che «nessun nome» a seconda di come viene pronunciato. Paolo Saporito riassume il percorso artistico-culturale da loro intrapreso ricorrendo alla definizione che Rosi Braidotti dà di «cartografia» e cioè come «una lettura teoricamente fondata e politicamente informata del presente», composta da tre principali territori di intervento: la strada, il testo letterario e le reti transmediali37. Secondo lo studioso, muovendosi intorno a questi fulcri, i Wu Ming sfidano il pensiero unico neoliberale che dal motto di Margaret Tatcher «there is no alternative» ha monopolizzato la narrazione mediatica e ha indebolito il sistema di pesi e contrappesi su cui poggiano le democrazie moderne.
Prendendo spunto dalle analisi di Saporito, è possibile distinguere due fasi nel percorso di agency politico-culturale dei Wu Ming, considerando il passaggio dall’una all’altra come paradigmatico di un generale modo di fare politica attraverso la cultura. Nella prima delle due fasi, segnata dallo stadio inziale della globalizzazione e in cui i centri del potere economico e culturale erano ancora visibili e identificabili, il collettivo immagina forme di protesta ancorate al territorio e allo spazio fisico; partecipa e organizza le rivolte pacifiche del movimento delle tute bianche, aderisce alle manifestazioni globali contro il G8 di Genova, pubblica un testo programmatico che invita alla lotta politica collettiva38. Così facendo, perpetra forme di impegno politico-culturale vicine a livello teorico e ideologico allo spirito novecentesco e alle sue forme di mobilitazione verticale.
Dopo il 2008, quando la crisi economica, il trionfo dell’iperliberismo finanziario e l’avvento dei social e del web 3.0 plasmano il regime di post-verità, i Wu Ming prendono coscienza del fatto che quello virtuale è il vero terreno del contendere politico del presente; l’unico in cui provare a formulare contro-narrazioni che si oppongono a un potere fluido, acefalo e impalpabile39. Durante questa seconda fase, il collettivo affina strategie di comunicazione transmediale che, da una parte, mirano a restituire ai cittadini i mezzi per spronare un cambiamento politico reale e incidere sulle scelte politiche dei loro leader40; dall’altro, generano meccanismi di interazione tra gli utenti che scavalcano l’approccio top-down tradizionale e lo rimpiazzano con dinamiche orizzontali e dal basso. Consapevoli del funzionamento della «convergence culture» teorizzata da Henry Jenkins41, i Wu Ming usano la crossmedialità per coinvolgere un uditorio diverso e variegato su due livelli: quello razionale, con l’indagine approfondita e alternativa di fatti politici; e quello emotivo, attraverso forme di storytelling che aggirano le logiche imposte dagli algoritmi del web e il rischio di scambi incapsulati dentro filter bubbles42.
Con la loro opera, i Wu Ming mostrano che le incursioni linguistiche e narrative transmediali sono possibili non al di fuori dello spazio letterario ma anche al suo interno, espandendone i confini. Da una parte, il collettivo costruisce negli anni un lungo dialogo con gli utenti, sfruttando la newsletter, il blog “Giap”, gli hashtag di Twitter e le pagine YouTube; ma anche brevettando il copyleft, cioè una strategia di distribuzione autonoma dei contenuti sul web43. Nell’opinione di Piga, il protocollo del copyleft riflette il principio del «libero accesso alla conoscenza» dei codici open source che ispiravano i pionieri di Internet44 e si pone in contrasto con il principio del guadagno a tutti i costi, presente tanto nella logica dell’attention economy che governa gli algoritmi delle piattaforme online, quanto in quella capitalistica tout court.
Dall’altra parte, il collettivo ha concepito alcuni dei suoi stessi romanzi in chiave multimediale, come nel caso di Manituana, ambientato durante la guerra civile americana e raccontato dal punto di vista insolito e decolonizzato degli indigeni d’America. In quella circostanza, gli autori hanno arricchito il testo con mappe interattive e materiali audiovisivi accessibili su un apposito sito web45. Questa espansione del paratesto oltre i confini fisici del libro, a parere di Melina Masterson, centra proprio l’obiettivo primario che anima l’agency dei Wu Ming: arricchire la partecipazione attiva dei lettori offrendo loro «un maggiore potere retorico46» e privando l’autore del suo tradizionale ruolo di gatekeeping, percepito ormai controverso nel regime di post-truth47.

Mettere al centro il lettore: agency narrativa della post-verità ne L’armata dei sonnambuli

Nel 2022 è uscita per l’editore Meltemi una nuova edizione del saggio di Slavoj Žižek intitolato Benvenuti nel deserto del reale, con una prefazione aggiornata in cui l’autore consolida, alla luce degli eventi più recenti, le tesi formulate un ventennio prima48. Nel saggio che dà il titolo all’intera raccolta, lo studioso argomenta che la «passione per il reale» del nostro tempo, rafforzata delle tecniche avanzate di riproduzione televisiva, sta trasformando il reale in un simulacro, in cui distinguere il vero dal falso non è solo complesso, ma quasi irrilevante. A vent’anni di distanza questa tendenza si è intensificata: gli sviluppi del web e le piattaforme digitali fanno sì che a una maggiore facilità di accesso alle informazioni, ai documenti e alle testimonianze dirette corrisponda la diffusione virale di menzogne, teorie cospirative e disinformazione, nonché una generale propensione a percepire la realtà come prodotto finzionale e mediatico.
In campo letterario e culturale, in particolar modo in Italia, tale evoluzione ha spinto la critica a domandarsi come sia possibile per l’arte e la narrativa indagare eventi storici e di cronaca e portarne ancora alla luce la verità49. Nel 2015, i curatori del numero di “Between” intitolato L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia, si chiedevano:

«Come si può sostenere e praticare il «ritorno alla realtà» in un mondo che produce una sistematica commistione tra vero e falso, dove è la tecnologia, come ha scritto Don DeLillo, che «fa avverare la realtà», un mondo tanto appassionato del reale quanto incapace di cogliere (ed eventualmente decostruire) lo statuto proprio di miti e finzioni?50»

Si tratta di quesiti inevitabili tanto per gli studiosi quanto per gli scrittori che operano nel regime di post-verità. Se, come afferma Hanna Serkowska, il realismo è «il modo di plasmare il materiale di un’opera conformemente alla maniera in cui viene intesa e definita la verità sul reale in una determinata epoca51», è evidente che in un clima in cui sono i media a determinare i fatti e non viceversa52, la narrativa è costretta a perfezionare i propri dispositivi stilistici per parlare ancora del mondo. In risposta a questo stato delle cose, osserva Gianluigi Simonetti, la narrativa contemporanea ha forgiato una sorta di «realismo dell’irrealtà», che consta nel mischiare «materiali sociali e mediatici» per produrre un «effetto di realtà» depotenziato e privo di significati univoci, che stimola il lettore a mettere insieme da solo i pezzi di una verità sempre fuori portata53.

Uno dei nodi chiave della teoria di Simonetti risiede, a mio modo di vedere, nel valore attribuito allo scetticismo postmoderno nei confronti della verità. Ritengo che tecniche narrative come quelle dell’auto-riflessività e della metafiction siano centrali per l’agency letteraria perché inducono chi legge a riflettere non solo sui contenuti di una narrazione, ma anche sul modo in cui questi sono confezionati, inoculando così anticorpi contro le fake news, le semplificazioni e le campagne di disinformazione.

Questa ipotesi trae spunto dalle teorie di Lorusso sul ruolo della narrazione all’epoca della post-truth. La studiosa sostiene che la «corrispondenza ai fatti» – il fact-checking – è oggi meno importante che riuscire a smascherare i meccanismi del «fact-building» dell’informazione contemporanea. La letteratura ha il vantaggio di poter adoperare i suoi mezzi retorici per decostruire il modo in cui una narrazione e una notizia sono fabbricate – «discourse checking» – e mostrare ai lettori la «logica ingannevole» dei media, facendo luce sulle tecniche di «manipolazione della verità oggi in atto54; allo stesso tempo essa può avere una più forte presa intellettiva sul pubblico in virtù del fatto che

«[r]accontare e costruire storie significa essenzialmente far identificare e coinvolgere, su base emozionale, i propri destinatari. Significa persuaderli per via più emotiva che cognitiva. Significa offrire loro una proiezione in cui sentirsi coinvolti, non un oggetto su cui riflettere a distanza55

Anche in questo caso, il lavoro dei Wu Ming offre notevoli spunti di riflessione. Seppur nel loro manifesto programmatico New Italian Epic56essi manifestino un apparente rifiuto del relativismo postmodernista, come nota Remo Ceserani la loro opera è intrisa di elementi che rimandano a quella stagione artistica57. Nei loro romanzi storici, i cinque autori usano il linguaggio narrativo in chiave allegorica per creare pratiche sovversive sul presente. Nell’idea di Saporito, l’obiettivo principale di questo meccanismo è di creare un punto di incontro tra scenari e punti di vista ipotetici e alternativi, lasciando ai fruitori la possibilità di completare la cornice aperta del what if58. Il peso insito in simili operazioni narrative è stato enfatizzato da Caterino e Veltri quando si concentrano sul valore del re-framing, inteso come decostruzione di un tema o un evento che viene poi ricomposto in una diversa cornice, nel racconto contemporaneo. Nella loro analisi, esso serve a stimolare il pensiero logico spingendo il pubblico a un costruttivo lavoro di decodifica e suggerisce una visione politica dal basso che disinnesca il rischio di attivare i bias cognitivi e i meccanismi di rigetto predeterminati tipici della comunicazione della post-verità59.
Saporito rimarca inoltre che il linguaggio dei Wu Ming è contraddistinto da una connotazione performativa, attivata tramite strategie metafinzionali che mostrano «la sutura» della narrazione, ne rivelano l’artificiosità e lasciano spazio alla libera interpretazione dei significati60. Il potenziale di tali strumenti letterari è messo in rilievo anche dai moderni studi in ambito delle neurohumanities, da cui emerge che la narrativa ha una maggiore capacità di attivare processi etici ed empatici quando aiuta i destinatari a «assumere un ruolo nella creazione del senso61» e li lascia liberi di trarre conclusioni in autonomia.
L’Armata dei sonnambuli è il testo che forse meglio degli altri sintetizza gli aspetti che compongono l’agency dei Wu Ming. Come gli stessi autori hanno affermato sul loro blog, L’armata «conclude una fase» della loro storia di narratori e romanzieri e ne rappresenta il «romanzo migliore62». Pubblicato nel 2014, il libro è ambientato negli anni del regno del terrore giacobino che seguirono la Rivoluzione francese e rievoca episodi accaduti in Francia tra il 1793 e il 1795. Più nello specifico, si racconta del tentativo messo in atto dall’oscuro cavaliere d’Yvers di radunare, grazie a sofisticate tecniche ipnotiche, un esercito di sonnambuli, liberare il figlio di Capeto e ripristinare la monarchia. Dopo una lunga serie di peripezie e colpi di scena, l’antagonista Orphée D’Amblanc riesce a sventare questo tentativo, con l’aiuto dell’attore Léo Madonnet e della sarta Marie Nozière.
Nel romanzo, il rapporto tra i fatti d’invenzione e gli eventi storici è sfumato attraverso il ricorso a materiali inter- e transmediali. Mentre nel precedente Manituana63, gli elementi paratestuali erano dislocati sul web, ne L’armata essi sono interpolati tra le pagine del libro. Lo scopo di un simile apparato sembra in apparenza informativo, volto a rafforzare lo spessore saggistico del volume tramite elementi «riconducibili a un tempo extradiegetico» che stabiliscono un «rapporto dialettico tra archivio e rammemorazione» e creano un effetto di realtà64. Tuttavia, i Wu Ming, esplicitano il loro rifiuto tanto degli standard del realismo quanto del format del romanzo di non-fiction, dichiarando la natura fittizia degli eventi narrati e ridimensionando la pretesa di obiettività e accuratezza delle fonti. Lo scopo principale di questo espediente, come ipotizza Dimitri Chimenti, è di rivendicare la libertà di rimodellare e riadattare materiali autentici e di usare la storia come base per una narrazione puramente fittizia65. Con questo intento, il collettivo, interpreta i documenti storici non come una collezione di oggetti reali, ma come un insieme di artefatti linguistici che consentono di rimescolare resoconti storiografici e frammenti di cronaca senza valore. Nell’idea di Daniele Giglioli, l’archivio non agisce qui come un «catalogo di fatti» ma come «una combinazione di enunciati»: i romanzi sono ambientati nel passato ma con l’intento di forgiare «tempi ed esperienze che non si sono vissuti66.»A mio parere, proprio attraverso tali tecniche, la narrativa dei Wu Ming mette in atto le modalità di discourse checking descritte da Lorusso: scegliendo di concentrarsi sulla trasformazione linguistica e simbolica degli eventi ed evidenziando i punti di raccordo che tengono insieme il racconto, forniscono al lettore gli indizi per decostruire e re-intepretare tanto i fatti storici quanto il presente. Un’ultima importante considerazione riguarda l’aspetto autoriflessivo della scrittura dei Wu Ming. Tramite l’uso di richiami metaforici gli autori avanzano in L’Armata un’analisi introspettiva sul loro stesso lavoro e più generale sulla letteratura. In una sezione del libro, l’attore Léo Madonnet indossando la maschera di Scaramuche va alla caccia dei signorotti che osteggiavano la rivolta contro la corona, per bastonarli in nome del popolo. La costruzione di questo personaggio, accostando l’arte teatrale allo spirito di sommossa, suona come un manifesto programmatico della loro poetica e della loro idea della funzione sociale della narrativa nell’epoca della post-verità, dove la sfera della politica coincide con quella dell’intrattenimento e qualsiasi forma di protesta somiglia a una performance di avanspettacolo. Il folk hero incarnato da Scaramouche rimanda al Luther Blissett Project e alla sua guerriglia contro l’informazione mainstream; con questa allegoria i Wu Ming avvertono il pubblico che nella fase storica del presente avere voce in campo sociale significa spostarsi dalle strade alla scena mediatica. Il chiaro messaggio che il collettivo nasconde tra le righe del romanzo è che scrittori e lettori fanno ormai parte della medesima messa in scena, poiché sono cadute le barriere che separano la dimensione corporea della rivoluzione da quella linguistica e intellettuale:

«[…] i parigini erano sempre interessati al teatro, ma il teatro era diventato grande quanto Parigi. I migliori oratori della Convenzione prendevano lezioni da attori consumati e la gente andava ad ascoltarli ad applaudirli come se stessero sulla scena. Gli spettacoli più emozionanti erano quelli dove la gente perdeva la testa per davvero, i cannoni tuonavano e poteva capitare, da un momento all’altro, che gli spettatori si trovassero a recitare.67»

Conclusioni

Qualche anno dopo l’ingresso del termine post-verità nel dibattito mondiale, il critico Daniele Maria Pegorari scriveva che «un contemporaneista non può non essere anche un sociologo della letteratura.68» Con questa affermazione, lo studioso sottolinea quanto sia arduo considerare politica e scrittura come due sfere separate nel mezzo dell’attuale trasformazione sociale e antropologica. Da un lato, gli intellettuali e gli artisti sono chiamati a dare il proprio contributo per comprendere e gestire le sfide del presente; dall’altro, nota Giuliana Benvenuti, devono venire a patti con il ridimensionamento del loro ruolo e ideare modi originali di interagire sia con gli strumenti di comunicazione tradizionali che con quelli di ultima generazione69.
Mettendo insieme queste considerazioni e tenendo conto dello stato attuale delle cose, in questo intervento ho cercato di delineare i contorni dell’attivismo intellettuale e letterario nel regime di post-verità in vigore nel XXI secolo. Nel fare ciò, ho preferito il termine agency al più consueto «impegno» per almeno due ragioni sostanziali. La prima è che, come afferma Rastello, la figura dell’intellettuale tradizionale a cui la seconda etichetta fa richiamo è oggi totalmente inadeguata di fronte alla complessità del mondo contemporaneo; manca la possibilità di fare affidamento alle dottrine ideologiche e totalizzanti del passato, così come a criteri etici incontrovertibili70. La seconda ragione è che il termine agency richiama subito una dimensione pragmatica che si confà al modus operandi scelto in questo lavoro: partire dall’analisi dei fenomeni politici e individuare solo dopo i cambiamenti che essi hanno ispirato a livello culturale e il modo concreto in cui la letteratura ha reagito ad essi.
Consapevole della necessità di circoscrivere la vastità degli elementi in gioco e di fornire esempi pratici, mi sono soffermato sul lavoro dei Wu Ming, ritenendolo sintomatico di una risposta efficace al regime di post-verità. Tra i tratti più rilevanti della loro poetica ho individuato l’uso di tecniche transmediali che, operando su un piano bottom-up, facilitano la circolazione dei contenuti e favoriscono la partecipazione politica del pubblico; il ricorso a pratiche linguistiche metafinzionali e autoreferenziali che spingono il lettore a indagare non soltanto i fatti narrati e il loro significato storico, ma anche le dinamiche con cui questi vengono trasmessi; lo scetticismo nei confronti della verità e di proclami etici apodittici e assoluti. Isolando e analizzando questi elementi nel contesto complessivo della carriera dei Wu Ming e della temperie socio-culturale in cui questa si è sviluppata, emerge un profilo di agency che interviene in modo tangibile seppur limitato sul mondo, rinunciando alla pretesa di «cambiare la realtà» nel suo insieme e concentrandosi invece sul singolo individuo e su un’idea di impegno minimalista che «comincia sul sé71»; che mette in atto strategie di sabotaggio intellettuale le quali, anziché puntare a impossibili rivoluzioni universali, accumulano «piccoli granelli di materia per produrre le condizioni di una possibile catastrofe.72»

Note

  1. Jennifer Egan, We Need Writers Now More Than Ever. Our Democracy Depends on It, “Time,” 11 dicembre 2018, (ultimo accesso il 13 luglio 2022).
  2. Ralph Keyes, The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life, New York, San Martin Press, 2005; Gabriele Cosentino, L’era della post-verità. Media e populismo dalla Brexit a Trump, Reggio Emilia, Imprimatur, 2017; Giuseppe Caterino e Giuseppe Veltri, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Milano-Udine: Mimesis, 2017; Nele Wynants (a cura di), When Fact is Fiction. Documentary Art in the Post-Truth Era, Amsterdam, Valiz, 2020.
  3. Steve Fuller, Post-truth. Knowledge as a Power Game, Londra, Anthem Press, 2018, pp. 1-8.
  4. La citazione si trova sul sito del dizionario: (ultimo accesso 15 maggio 2025), mia la traduzione dall’inglese.
  5. Anna Maria Lorusso, Post-verità, Bari-Roma, Laterza, 2018, p. 4.
  6. Per dare un’idea di questo aspetto, aggiungo alla lista dei testi già citati: Brett Nicholls and Rosemary Overell (a cura di), Post-Truth and the Mediation of Reality, Cham: Palgrave, 2019; Ignas Kalpokas, A Political Theory of Post-Truth, Cham: Palgrave, 2019; Bruce McComiskey, Post-Truth Rhetoric and Composition, Boulder, University Press of Colorado, 2017; Stuart Sim, Post-Truth, Scepticism & Power, Cham: Palgrave, 2019.
  7. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Bologna, il Mulino, 2017, p. 10.
  8. S. Fuller, Post-truth, cit., p. 181.
  9. G. Caterino e G. Veltri, Fuori dalla bolla, cit., p. 14; Paul Mason, Postcapitalism: A Guide to our Future, Londra, Allen Lane, 2015; Slavoj Žižek, The Years of Dreaming Dangerously, Londra, Verso, 2012. Capitale è in questo senso sono le tesi di Adam Tooze e il concetto da lui elaborato di «policrisi» in Lo schianto. 2008-2018 Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo, Milano, Mondadori, 2018.
  10. Lo studio forse più approfondito su questo fenomeno è quello di Thomas Piketty, Il capitale del XXI secolo, Milano, Bompiani, 2016.
  11. Eduardo Mendieta, Post-democracy: From Depoliticisation of Citizens to the Political Automata of Perpetual War, “Juncture”, 22, 2015, pp. 203-09.
  12. Pankaj Mishra, Age of Anger: A History of the Present, Milton Keynes, Allen Lane, 2017.
  13. Guido Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Roma-Bari, Laterza, 2025.
  14. Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, Harmondsworth, Penguin, 1992.
  15. Anne Applebaum, The Twilight of Democracy: The Seductive Lure of Authoritarianism, New York, Doublesday, 2020.
  16. G. Caterino e G. Veltri, Fuori dalla bolla, cit., p. 14.
  17. Eli Parisier, The Filter Bubble: What the Internet is Hiding from You, New York, Penguin, 2011.
  18. Kevin Kelly, The Inevitable: Understanding the 12 Technological Forces that will Shape our Future, Londra, Penguin, 2016, p. 25.
  19. Cfr. Claudio Celis, The Attention Economy: Labour, Time, and Power in Cognitive Capitalism, Londra, Rowan & Littlefield International Ltd, 2017; Philip N. Howard e, Samuel C. Woolley (a cura di), Computational Propaganda: Political Parties, Politicians, and Political Manipulation on Social Media, New York, Oxford University Press, 2019.
  20. G. Mazzoni, Senza riparo, cit., p. 15.
  21. Jayson Harsin, Regimes of Post-Truth, Post-Politics, and Attention Economies, Communication, Culture & Critique, 8, 2015, pp. 327-33.
  22. Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, Cambridge, Polity Press, 2000, p. 40.
  23. J. Harsin, Regimes of Post-Truth, cit., pp. 331-332.
  24. I. Kalpokas, A Political Theory of Post-Truth, cit., p. 1.
  25. Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, New York, Public Affair, 2019.
  26. Lee McIntyre, Post-Truth, Cambridge MA, MIT Press, 2018, p. 6.
  27. Colin Crouch, Post-democracy, Oxford, Polity Press, 2004.
  28. E. Mendieta, Post-democracy, cit., 203-09.
  29. Benjamin Moffitt, The Global Rise of Populism: Performance, Political Style, and Representation, Stanford, Stanford University Press, 2016, p. 1.
  30. Sven Engesser et al., Populism and Social Media: How Politicians Spread a Fragmented Ideology, «Information Communication and Society», 20, 2017, p.1122.
  31. Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 15.
  32. Z. Bauman, Liquid Modernity, cit., p. 22.
  33. Antonio Pascale e Luca Rastello, Democrazia: cosa può fare uno scrittore?, Torino, Codice, 2011. Cfr. Pierpaolo Antonello, Impegno 3.0. Verso una critica partecipativa, “Between”, 10, 2015, p. 6.
  34. Lina Srivastava, Transmedia Activism: Telling Your Story across Media Platforms to Create Effective Social Change, “NAMA”, 4, 2009.
  35. Emanuela Piga, Comunità, intelligenza connettiva e letteratura: dall’open source all’opera aperta in Wu Ming, in Clodagh Brook e Emanuela Piga (a cura di) Transmedia: storia, memoria e narrazioni attraverso i media, Milano-Udine, Mimesis, 2015, pp. 55-77.
  36. Francesca Medaglia e Kate Willman, Wu Ming: Tra collettivo e individuo, “Fermenti”, 5, 2013, p. 52.
  37. Paolo Saporito, Wu Ming’s Transmedia Activism: Ethical, and Political Challenges to Neoliberalism, Cham, Palgrave McMillan, 2024, p. 4-5.
  38. Wu Ming, Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova, “Giap”, 27 May 2001 (ultimo accesso settembre 2025).
  39. Michael Hardt e Antonio Negri, Empire, Cambridge, Harvard University Press, 2000.
  40. Emblematica è la campagna mediatica di hashtag messa a punto per spingere il premier italiano Mattero Renzi a rassegnare le dimissioni nel 2016 in seguito alla sconfitta nel referendum. Questa vicenda è riassunta in un articolo del blog #Renziscappa, una storia italiana, “Giap”, 30 aprile 2016 (ultimo accesso marzo 2025).
  41. Henry Jenkins, Convergence Culture: Where Old and New Collide, New York: New York University Press, 2008.
  42. Il modo in cui la situazione culturale contemporanea interagisce con i nostri bias cognitivi è illustrata da Sebastian Dieguez in Post-Truth: The Dark Side of the Brain, “Scientific American Mind”, 18, 2017, pp. 43-48.
  43. Un’indicazione di come funzioni il copyleft è fornita dal collettivo stesso sul blog: Wu Ming, Note inedite su copyright e copyleft, “Carmilla”, 6 novembre 2005 (ultimo accesso aprile 2024).
  44. E. Piga, Comunità, intelligenza connettiva e letteratura, cit., p. 66.
  45. Questi materiali possono essere trovati sul sito creato ad hoc dal collettivo: Manituana (ultimo accesso agosto 2023).
  46. Melina Masterson, Towards a Collective Intelligence: Transmediality and the Wu Ming Project, “Between”, 8, 2014, p. 15.
  47. Giuliana Benvenuti, La letteratura oggi. Romanzo. Editoria. Transmedialità, Torino, Einaudi, 2023.
  48. Slavoj Žižek, Benvenuti nel deserto del reale. Nuova edizione, Milano, Meltemi, 2022.
  49. Cfr. Alberto Casadei, Realismo e allegoria nella narrativa italiana contemporanea, in Hanna Serlowska (a cura di), Finzione, Cronaca, Realtà. Scambi e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, Massa, Transeuropa, 2011, pp. 3-22; Gregorio Magini e Vanni Santoni, Verso un realismo liquido, “Carmilla”, 3 giugno 2008, (ultimo accesso giugno 2020); Vittorio Spinazzola (a cura di), Il New Italian Realism, Milano, Il Saggiatore, 2010; Arturo Mazzarella, Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib, Torino, Bollati Boringhieri, 2011. Ma soprattutto questi temi sono al centro dell’approfondita analisi compiuta da Raffaele Donnarumma in Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 178.
  50. Silvia Albertazzi, Federico Bertoni, Emanuela Piga, Luca Raimondi, e Giacomo Tinelli, Avverare la realtà Letteratura e orizzonte politico, in L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia, “Between”, 10, 2015, p. 6.
  51. Hanna Serkowska, Dopo il romanzo storico. La storia nella letteratura italiana del ‘900, Pesaro, Metauro Edizioni, 2012, pp. xiv-xv.
  52. A. Mazzarella, Politiche dell’irrealtà, cit.
  53. Gianluigi Simonetti, Letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 89.
  54. A. M. Lorusso, Post-verità, cit., p. 61. Di idea simile è anche Rastello quando scrive che il lavoro che compete a uno scrittore è «la vivisezione. Scomporre, smontare, interrogare le rappresentazioni date. L’esatto opposto di ciò che viene richiesto dai seguaci dello “Scrittore Civile”. Sventrare feticci, anziché crearne per poi adorarli, è forse il solo modo per accelerare la consapevolezza sulla decadenza, dannosità, improduttività, forza di soffocamento del sistema di convivenza e di organizzazione economica e sociale vigente. Smontare gli sguardi, complicarli». A. Pascale e L. Rastello, Democrazia: cosa può fare uno scrittore?, cit. p. 54.
  55. Ivi, p. 70.
  56. Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Milano, Einaudi, 2009.
  57. Remo Ceserani, La maledizione degli -ismi, “Allegoria”, 65-66, 2011, 191-213, p. 202.
  58. Paolo Saporito, Wu Ming’s Transmedia Activism, cit., pp. 28-32.
  59. G. Caterino e G. Veltri, Fuori dalla bolla, cit., pp. 51-54.
  60. Paolo Saporito, Wu Ming’s Transmedia Activism, cit, p. 36.
  61. Keith Oatley, Fiction: Simulation of Social Worlds, “Trends in Cognitive Sciences”, 20, 2016, p. 622.
  62. Wu Ming, Well done. Due parole su #L’armatadeisonnambuli, “Giap”, 15 aprile 2014, (ultimo accesso agosto 2025).
  63. Wu Ming, Manituana, Torino, Einaudi, 2007.
  64. Dimitri Chimenti, La vita postuma delle parole. Note su un uso narrative dell’archivio in Asce di Guerra, di Wu Ming’, in Hanna Serkowska (a cura di), Finzione, Cronaca, Realtà, cit., pp. 322-23.
  65. Ivi, p. 322.
  66. Federico Bertoni and Emanuela Piga, Tavola rotonda con Wu Ming, “Between”, 5, 2015, p. 11.
  67. Wu Ming, L’armata dei sonnambuli, cit. p. 249.
  68. Daniele Maria Pegorari, Letteratura liquida. Sei lezioni sulla crisi della modernità, Lecce, Manni, 2018, p. 33.
  69. G. Benvenuti, La letteratura oggi, cit.
  70. A. Pascale e L. Rastello, Democrazia, cit. p. 86.
  71. Pierpaolo Antonello, Dimenticare Pasolini. Intellettuali e impegno nell’Italia contemporanea, Milano-Udine, Mimesis, 2012, p. 144.
  72. Commento di un utente a uno dei post sul blog dei Wu Ming.

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