Bibliomanie

Traghettatori della parola. Oscura vita di doppiatori e traduttori
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Tra le espressioni culturali e artistiche più frequentate, due di queste vengono interpretate da personaggi sconosciuti, la cui esistenza è comunemente trascurata dai dibattiti televisivi più populistici ai salotti letterari di appartata selettività. Il loro valore, la capacità professionale non viene mai discussa, elogiata, criticata, nel bene e nel male, un vuoto di attenzione anomalo in una società dove ormai ogni dettaglio dello spettacolo esige il proprio spazio di luce nella ribalta. Chi sono? Sono i doppiatori e i traduttori, traghettatori della parola, evocatori delle nostre emozioni. Personaggi invisibili, nascosti dai clamori dello schermo e da quella inspiegabile invisibilità della prima pagina di un libro, riportante il nome del traduttore, che viene d'abitudine trascurata dal lettore. Ma proprio a loro, a questi oscuri interpreti, invisibili quanto determinanti, dobbiamo in gran parte l'attrattiva del grande schermo e l'intensità espressiva di un testo che ha saputo illuminare qualcosa di profondo che covava in noi ma non riuscivamo a percepire. Insomma dobbiamo in gran parte a loro quel piacevole stato d'animo, all'uscita dal cinema, dopo aver visto un bel film, o giunti all'ultima pagina di un libro nell'accorgerci di provare la soddisfazione di aver dedicato parte del nostro tempo a una buona lettura. Questa mia apologia dei traghettatori della parola sembrerà eccessiva, ma mi addosso tutta la responsabilit... continua a leggere

torna su

Per conoscere Lorenzo Giusso
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Lorenzo Giusso fu anzitutto ispanista di primo rango. Ma non solo, perché egli, nella non lunga ma intensissima parabola creativa, si rivelò davvero di “multiforme ingegno”: homme de lettres eclettico quanto geniale, pensatore inquieto come pochi, viaggiatore instancabile nell’Europa e, più ancora, nello spirito, professore senza fissa dimora, scrittore, poeta, saggista, giornalista, dai diversi toni e dall’infaticabile rabdomanzia tra Francia, Germania e Spagna – la diletta Spagna. Napoletano, nato il 25 giugno del 1900, aristocratico per stirpe, estrazione sociale e – forse più ancora – per stile di vita, pensiero e scrittura, Lorenzo Giusso viene tuttora considerato da un musicologo straordinario come Piero Buscaroli uno dei maestri decisivi, insieme con Leo Longanesi, Pietro Gerbore, Ettore Paratore, Giovanni De Vergottini, tutti intellettuali dediti a una profondità insieme asistematica e rigorosa, tutti autori capaci di scandagliare i vissuti dei grandi individui, delle personalità in grado d’intrecciare incontri decisivi per l’esistenza di qualsiasi lettore. Leggere Giusso equivale a calarsi nella storia e nella memoria, in una bibliografia individuale raffinata e coesa, seppur vasta, dove l’intuizione critica si abbina all’estro tumultuoso per l’immagine a effetto, che trova puntuale corrispondenza nella citazione dotta ed esatta, calzante. Laureato in Lettere e Filosofia a Napoli nel 1924 (ma anche, quasi par... continua a leggere

torna su

Voltaire filosofo
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Negli ultimi anni gli studiosi di Voltaire hanno concentrato l’attenzione sulle procedure di ri-uso o di riutilizzazione con cui Voltaire ha spesso ripreso per un testo che aveva in elaborazione pezzi già pubblicati in altra occasione. Non si tratta solamente dell’attenzione ai criteri di “copia/incolla” spesso applicati, ad esempio, dal Voltaire storico nella utilizzazione dei testi che costituiscono delle “fonti” o degli intertesti della sua opera. Voltaire in maniera disinvolta ri-usa spesso (soprattutto il Voltaire degli anni di Ferney) pezzi (o testi) già pubblicati in precedenza. È soprattutto nel caso di opere alfabetiche che il fenomeno diventa particolarmente vistoso: come è stato stabilito da Christiane Mervaud, una cinquantina di “voci” del Dictionnaire philosophique portatif (1764, con ristampe negli anni successivi) finiscono per essere riprese nelle Questions sur l’Encyclopédie (9 volumi pubblicati fra il 1770 e il 1772). Se si pensa poi al fatto che nell’edizione cosiddetta “incorniciata” (“encadrée”) del 1775 delle opere di Voltaire (fatta sotto la sorveglianza stessa del philosophe) il Dictionnaire philosophique portatif è smembrato e non conserva più una fisionomia autonoma (nonostante se ne continuino a ristampare a parte delle edizioni!), si può capire la portata che ha nell’attività dell’ultimo Voltaire la procedura del ri-uso. Il r... continua a leggere

torna su

Questioni di confine. Intellettuali trentini e la grande guerra
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

La neo-parlamentare europea Barbara Spinelli su La Repubblica metteva così in guardia, mesi fa, sulla propensione a un “ritorno al 1914”: " Gli anni versari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo. Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena di soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per di re che l'euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente, come mai troni questo nome - i Sonnambuli - che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l'indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra". Utile ritornare quindi a quel lontano 1914 e a come lo vissero gli intellettuali di confine, figure centrali del nostro "secolo breve". Klaus Amann, in un saggio dal significativo titolo Il tradimento degli intellettuali: il caso austriaco, ha messo in luce come, fatta eccezione per A. Schnitzler e K. Kraus, “in Austria tutti letteralmente soggiacquero all’isteria dominante”, compreso Robert Musil, il cui ripensamento giunse tardivo, dopo l’esperienza di guerra sul fronte meridionale. Di fatto, l’intero mondo intellettuale austriaco cadde vittima delle sirene belliciste. In particolare, Amann si sofferma sul tradimento degli ideali antimilitaristi da parte della dirigenza della socialdemocrazia austriaca – Victor Adler in testa – mettendo be... continua a leggere

torna su

Suggestioni massoniche nell’opera di D. W. Griffith e di C. B. Demille
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

Fine ultimo (dichiarato) della Massoneria è il miglioramento dell'uomo e dell'umanità, attraverso un perfezionamento graduale. Essa promuove tra i suoi aderenti la ricerca incessante della verità per realizzare la fratellanza universale del genere umano, caratterizzandosi in molte fasi storiche per la sua segretezza. Tema fondamentale è quello della libertà, requisito indispensabile per essere ammessi al suo interno, e accanto a esso valori universali quali, fra gli altri, lealtà, amicizia, fedeltà, sincerità, bontà e altruismo, nello spirito di una tolleranza universale. David Wark Griffith (1875-1948) e Cecil Blount DeMille (1881-1959) sono considerati, a ragione, fra i padri di quel cinema americano che hanno contribuito a rendere famoso in tutto il mondo. Notoria è la loro partecipazione alla Massoneria ma purtroppo non abbiamo scritti che ne testimonino l’attività latomistica. Scopo dell’articolo è quindi indagare come la loro esperienza massonica ne abbia influenzato le opere cinematografiche, rintracciando, alla stregua di una vera indagine giallistica, tutti quei segni e quelle suggestioni riconducibili alla loro affiliazione. I film scelti sono quelli che li hanno resi più famosi, proprio per evidenziare come questa consonanza sia stata rilevante nella loro opera di cineasti; ci riferiamo quindi a Nascita di una nazione e Intolerance per Griffith e a I dieci comandamenti per DeMille. Il tema della fratellanza... continua a leggere

torna su

Verso una psicologia del turismo culturale
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

Da parecchi decenni, diversi studiosi sanno bene che la psicologia ha contatti profondi con il turismo; molti di questi, tuttavia, non sono stati ancora indagati né, comunque, studiati a dovere. Recentemente, specie in virtù dello sviluppo offerto agli studi turistici dalle scuole professionali o tecniche e, in particolare, dalle facoltà universitarie disseminate in varie parti dello ‘Stivale’, anche in Italia questa scienza giovane è alla ricerca della propria identità, di un proprio statuto epistemologico. Essendo davvero una ‘scienza nuova’, non pochi tendono però a confonderla con le varie e vaste scienze antropologiche e politiche, con l’etnografia, con la geostoria o con altri saperi lato sensu umanistici. Certamente, molto – forse troppo – è stato detto, in special modo nel nostro lungo Novecento, sulla psiche e sugli stati d’animo degli individui. Per alcuni eminenti specialisti, d’altro canto, il riferimento alla maturazione scientifica del turismo induce non pochi intellettuali a dubitare che si tratti realmente di una scienza. Ho letto di recente che un illustre professore italiano ha dichiarato: «La psicologia non è una scienza, ma ha la speranza di diventarlo!». Un ‘cornelliano’ poi ha sentenziato: «Le matematiche risalgono ai greci, la fisica esiste da tre o quattro secoli, la chimica è del XVII secolo, la biologia ci è quasi coetanea, ma la psicologia è nata nel 1900». Ed anche Sant’Agostino... continua a leggere

torna su

“Conquistato Conquistatore”. I variegati rapporti tra Manzoni e il mondo anglosassone
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

I variegati rapporti, in una direzione e nell'altra, fra Manzoni e il mondo anglosassone (riassunti in modo utile ed efficace nelle pagine dotte ed agili che seguono) mostrano la molteplicità dei suoi messaggi e delle sue corde – simile, per riprendere un suo geniale paragone, alla luce che «rapida piove di cosa in cosa», e, una in sé eppure molteplice, fa scaturire dalla superficie del mondo la varietà dei colori e la vastità delle forme. Manzoni, in sintesi, se da un lato ricevette o poté ricevere dal mondo anglosassone, da Shakespeare come da Byron (antecedente decisivo, con la sua Ode to Napoleon, per il Cinque maggio), l'intensità della rappresentazione, il risalto delle passioni, l'incisività dei contorni, dei caratteri e delle tinte drammatici, l'asprezza affocata dei conflitti interiori, dall'altro indicò a tutti i suoi lettori la via per trascendere i vincoli dell'immediato e dell'immanente, per oltrepassare la grigia barriera della materia. Questo slancio trascendente, variamente recepito e messo a frutto, si tradusse ora nello spiritualismo cattolico di Newman, ora nelle torbide atmosfere esoteriche del gothic novel, ora nel singolare idealismo dei trascendentalisti americani, pronti a scorgere e ad inseguire il battito e il bagliore dell'Idea alienata nella Natura, ora, come in Poe – forse memore delle pagine sulla peste di Milano in racconti come La Maschera della Morte Rossa e Re Peste – il senso acuto, lacerante e inev... continua a leggere

torna su

Editoria di vanità. Una divagazione quasi ironica
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

C’è un fenomeno che mi preoccupa: le intemperanti censure nei riguardi degli editori a pagamento. Da qualche tempo un biasimo bellicoso affiora dal mondo immateriale di Internet: l’autore – povero credulone – non sarebbe altro che la vittima di scaltri animali da preda, che avrebbero buon gioco su di lui. Mi preoccupa il crescente fronte critico perché sono convinto che la funzione che questi editori svolgono sia invece benefica. Ragion per cui mi dispongo a individuare le ragioni della loro utilità e a stenderne un convinto elogio. Faccio innanzitutto notare come gli editori a pagamento abbiano considerevolmente ampliato la platea degli scrittori, rendendola più folta di quella dei lettori. Come non elogiarne la pedagogica funzione? Chiediamoci onestamente: è più difficile e istruttivo leggere o scrivere? Ovvio: è più difficile e istruttivo scrivere. Dunque gli editori a pagamento, stimolando la pratica della scrittura (che per sua intima natura mira allo sbocco pubblico), hanno concorso al programma educativo nazionale più e meglio della Scuola Privata (e anche di quella Pubblica, per quanto assai meno autorevole). L’editore a pagamento è poi figura premurosa: risponde infatti sempre e subito. Basta spedirgli un dattiloscritto che tratti di qualunque argomento, che perfino ricada nell’esiziale categoria poetica ed egli, pochi giorni dopo la ricezione, reagisce con una letterina nella quale annuncia che il prodotto è pubblica... continua a leggere

torna su

Dalì, il tempo e i quadri infranti
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Un classico mito scientista che all’inizio del XX secolo va in frantumi è la visione della natura come un preciso e gigantesco orologio. Newton parlava di dio come un grande orologiaio. Per Keplero la macchina dell’universo era simile a un orologio. Cartesio considerava i corpi, – di uomini o di animali non faceva differenza – automi, per Hobbes il cuore era una molla e per Harvey una pompa. L’enorme meccanismo automatico (l’orologio-natura), che si muove secondo movimenti determinati e ripetitivi svanisce dissolto dagli schizzi imprevedibili e frenetici del tempo. Il più bizzarro tra i surrealisti, perché stravagante ed estroverso anche nello stile di vita che si fa tutt’uno con l’arte, Salvador Dalì, lo ha raffigurato in modo mirabile in uno dei suoi capolavori più celebrati: La persistenza della memoria. Il dipinto mostra, in un’atmosfera crepuscolare, il naufragio degli orologi sopra una spiaggia desolata, dominata da una scogliera - è quella della baia di Port Ligat che spesso l’artista usava come sfondo delle sue opere. Gli orologi, da sempre simbolo di solidità e stabilità, sono invece nel quadro ridotti a miseri relitti deformi e molli, rappresentati in uno stato di graduale inesorabile disfacimento, di progressivo e irrimediabile scioglimento: il tempo incontrastabile fa il suo corso inarrestabile. In questo modo l’eccentrico artista introduce un radicale ribaltamento nella prospettiva e nella considerazion... continua a leggere

torna su

Riflessioni storico-critiche sull’intricata ricezione europea di Francesco Zorzi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

La tardiva condanna all’Indice delle diverse dottrine presenti nelle opere di Zorzi contribuì alla loro rapida diffusione soprattutto negli ambienti veneti, tanto che Venezia diventerà il centro della loro diffusione europea. Pochi anni dopo la morte del frate – avvenuta nel 1540, com’è noto – fra le attività di volgarizzazione editoriale dell’Accademia veneziana, o Accademia della Fama, fondata nel 1557, c’è già in programma, nel settore specifico dedicato alla musica nella “stanza” della matematica, il De Harmonia mundi e la Theologia Platonica di Ficino. L’istituzione ha però vita breve a causa dei debiti contratti nel tentativo di realizzare i suoi ambiziosi progetti, e nel 1561 il Senato della Serenissima decreta il suo scioglimento. Ciò peraltro non impedisce la diffusione dei suddetti capolavori, la cui fortuna nel milieu intellettuale e accademico continua ad essere – e lo sarà nei secoli… – notevole, dentro e fuori Venezia. Sarà proprio la particolarissima “apologetica” del nostro francescano che, ab origine destinata a rispondere ad esigenze esoteriche e spirituali, ispirerà la cultura del Cinquecento: si rivelerà in effetti, in parecchi dei testi più pregevoli della cabala cristiana, nell’irenismo ereticale di Francesco Pucci, nonché nel platonismo “radicale” di Curione e Camillo Renato. Saranno però il vagheggiato progetto utopistico di Giulio Camillo Delminio, l’escatologia immaginif... continua a leggere

torna su

I sentieri delle lacrime. Olocausto degli indiani nativi d’America
di , numero 11, ottobre/dicembre 2007, Note e Riflessioni

La storia del genocidio dei nativi d’America non è facile da indagare: ogni prospettiva critica, infatti, che desideri analizzare e approfondire questo tema storiografico (ma sarebbe meglio dire disastro dell’umanità), si trova di fronte ad un guazzabuglio di interpretazioni in cui non è sempre facile procedere col lume scientifico e pacato dell’inchiesta razionale, tanto, ancora oggi, essa appare avviluppata in rancori, in ostinati silenzi, disperazione e comportamenti frustrati. Il cinema e la letteratura hanno cercato, in vari modi, di rimediare al senso di colpa sorto, se non nei confronti dei singoli individui, cui – forse e unicamente – andava chiesto perdono, almeno nei confronti della mentalità collettiva dopo la conclusione delle cosiddette guerre indiane. Delle stragi, che stiamo per rievocare, stupisce come, ancora oggi, non ci si riesca a liberare del passato, da una storia di orrore e morte sparsa a piene mani in nome di un’idea, l’idea della superiorità dell’uomo bianco, l’idea di un particolare rapporto con la natura, l’etica del capitale. Certo, si dirà, ricordare non è mai un esercizio innocente e fare storia significa sempre introdurre qualcosa di nuovo in un passato che altrimenti si annulla nelle vacuità mute del tempo; per giunta, nel caso degli indiani d’America, ogni questione pare vibrare ancora nella polemica razziale, in una sopita ma pur vivente polemica razziale, senza poter accedere a quell’... continua a leggere

torna su

Ezio Raimondi, Gabriella Fenocchio, La letteratura italiana: il Novecento
di , , numero 3, ottobre/dicembre 2005, Note e Riflessioni

Caro M., da un po’ di tempo ho sul mio tavolo i due volumi dell’ultima opera coordinata da Ezio Raimondi dedicati alla letteratura italiana del Novecento, sintesi autonoma di un’opera ben più ampia rivolta alle scuole. A me sembra un ottimo strumento di lavoro. Che te ne pare? Ho confrontato l’analisi di queste pagine con letture recenti. Senti questa citazione: «Pensare che i testi parlino da soli, al di là e al di fuori di ogni possibile mediazione, è un’idea tanto vecchia quanto ingenua e intimamente balorda: disconosce la storia, disconosce la diversità dei codici e il modificarsi radicale, di secolo in secolo, degli orizzonti di attesa, delle domande che un testo produce e che al testo vengono poste. Dimentica soprattutto che le grandi opere letterarie sono, come ci è stato insegnato, abitate fin nell’intimo delle loro fibre da una critica immanente, che la cifra nel tappeto esiste e che su di essa , sul suo rinvenimento, si gioca la scommessa stessa della letteratura.» L’ho tratta dal recente libello sulla critica di Mario Lavagetto, e mi pare che non possa esserci migliore exergo di questo brano per commentare il ruolo, l’importanza del testo in questione. Quel valore dell’interpretazione che Raimondi ci insegna da trent’anni a questa parte. Ti dirò che, alla prima consultazione complessiva dei due volumi, mi sembrava di sentir emergere l’idea esteriore di un novecento compatto, in sé concluso, l... continua a leggere

torna su

Il giardino della traduzione. Divagazione sul Giardino del profeta di Gibran
di , numero 4, gennaio/marzo 2006, Note e Riflessioni

Tutte le cose vivono e rilucono nella conoscenza del giorno e nella maestà della notte. (Kahlil Gibran) Ogni traduzione è una interrogazione sull’enigma della parola e della letteratura e tradurre è quasi il dialogare con un assenza, l’arte di ascoltare una mancanza sulla base di uno spartito, di un disegno che il tempo ha confuso irrevocabilmente. Tradurre è un capitolo del libro della nostalgia. Che dire, infatti, della voce che compose quest’opera, ormai è un secolo? Che dire della sua particolare inflessione, che soleva significare con peculiare ieraticità il dettato e lo sostanziava di un’ aura mistica per un’accolita beatificata di adepti? Che significato avevano allora parole come: mist, freedom, love, life, silencies, quali riferimenti immaginali mettevano in onda, mentre l’Europa collassava su di sé e gli Stati Uniti si apprestavano a diventare potenza mondiale espandendo il loro raggio d’azione politica e diplomatica sia in direzione del Pacifico che dell’Atlantico? Qualcosa è andato perduto. Tradurre, come leggere, è dunque un esercizio filologico, la ricostruzione di una vox originaria dietro il mistero di una grafia, l’ascolto di una melodia proveniente dagli abissi del tempo, dondolante in silenziose profondità bluastre, scandagliate da una debolissima luce, quella della nostra lontananza di ricercatori stranieri, di viaggiatori resi estranei dal trascors... continua a leggere

torna su

Cinema e paesaggio dell’Emilia Romagna
di , numero 10, luglio/settembre 2007, Note e Riflessioni

Il cinema può, a buon diritto, essere considerato un’arte guida dell’espressività italiana, proprio come lo sono state la musica operistica nel Romanticismo e l’architettura durante il Rinascimento; è raro, non di meno, che esso figuri come strumento didattico tanto nella scuola media quanto nella superiore. Le ragioni di questa latitanza sono forse da attribuire alla difficoltà di organizzare delle visioni didattiche in aule poco attrezzate, ma anche alla scarsa conoscenza storica, oltre che geografica, del nostro patrimonio filmico. Il percorso didattico che qui viene presentato intende indagare i rapporti tra arte cinematografica e paesaggio dell’Emilia Romagna, in particolare il litorale, l’entroterra ravennate ed il Delta del Po, così come essi sono stati svolti da tre registi come Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni; i film scelti sono, nell’ordine, Ossessione, Paisà e Deserto Rosso. Quello proposto è un percorso all’interno di un laboratorio didattico integrato di storia e geografia e va, quindi, subito precisato che, anche in relazione agli obiettivi prefissati, il nostro lavoro, più che di un percorso estetico narrativo strutturalmente organizzato, avrà il suo fine precipuo nella definizione degli elementi fondamentali della griglia storico geografica di cui i film sono testimonianza . In sostanza, fatte le debite premesse, i film verranno utilizzati più per la loro forte valenza documentaria e me... continua a leggere

torna su

Musikanten. Parole e musica nelle canzoni
di , , numero 14, luglio/settembre 2008, Note e Riflessioni

Anche se la quaestio è sin troppo vexata, in una canzone di quelle che siamo abituati ormai ad ascoltare per radio (e taciamo, volutamente, tutti gli altri supporti tecnologici, la cui attualità non si riesce mai a definire) non possiamo che chiederci se nasca prima il testo o la musica. Se facessimo un minimo di etimologia, intuiremmo subito che musica è parola legata a Musa, cioè alla dea metonimia della poesia: può, allora, esistere un testo poetico svincolato dalla musica? Della musica antica non ci resta nulla, e noi leggiamo i testi poetici della lirica e dell’epica come se fossero stati scritti senza il supporto musicale. Ma come lavoravano i poeti greci e latini? Non lo sappiamo pienamente. E nel Medioevo che succedeva? È innegabile: nella communis opinio il poeta, chiuso nel suo universo di nuvole, ricerca con gli occhi persi nel vuoto una parola che non trova. Ma succede così veramente? C’è qualche musicista che abbia musicato la poesia italiana del Novecento? E c’è qualche poeta che abbia scritto parole per una canzone? Sì, un esempio è proprio Roberto Roversi, che ha scritto per Lucio Dalla. Ma pare più che altro un’eccezione. Musica e poesia non si danno più la mano: sono due universi paralleli. Eppure, ed è forse solo un’impressione, le canzoni sembrano avere ereditato dalle esperienze poetiche anteriori al Futurismo quegli stilemi tradizionali che la poesia ha rifiutato. La musica leggera, allora, vive e si nutre... continua a leggere

torna su

In Darfur. Intervista a Lorenzo Angeloni
di , , numero 19, ottobre/dicembre2009, Note e Riflessioni

D. da dove nasce l’esigenza di raccontare questa esperienza attraverso la forma narrativa del romanzo? R. La decisione di scrivere sulle vicende della crisi del Darfur ha da subito preso la forma del romanzo. Una decisione nata nel corso dell’ultimo anno della mia permanenza in Sudan, il 2007, quando le vicende di quella regione avevano già preso una piega negativa e, temo, irreversibile. Avevo fino a quel momento dedicato larga parte delle mie energie alla trattazione di quella crisi, cercando di capirla innanzitutto, partecipando poi agli sforzi della Comunità internazionale per arginare l’emergenza e per trovare una soluzione politica. Avevo accumulato “materiale” di tutti i tipi in argomento: i rapporti inviati al Ministero degli Esteri e quelli stilati insieme ai colleghi dell’Unione europea; gli appunti presi durante i colloqui con i principali attori coinvolti nella crisi; le impressioni riportate durante le svariate missioni compiute in Darfur dalla fine del 2003 all’inizio del 2007; le testimonianze degli sfollati, ascoltate e riascoltate così tante volte da diventare parte integrante della mia vita, non solo professionale. Il libro si è presentato come un banco di prova per testare fino a che punto le cose mi erano chiare. E forse il vero perché di questa forma narrativa ( e non un saggio o un reportage) è proprio questo: la competenza accumulata non era sufficiente a “svelare” alcuni misteri di quella crisi. E ... continua a leggere

torna su

Secretum: Leonardo da Vinci e l’anatomia dell’anima
di , numero 48, dicembre 2019, Note e Riflessioni

Secretum: Leonardo da Vinci e l’anatomia dell’anima

Leonardo Da Vinci (1452-1519) nasce in pieno Umanesimo, un movimento di ricerca della sapienza perduta dell’età classica che presupponeva la rottura con i rigidi schemi del medioevo e un’apertura a una nuova visione del mondo: l’uomo non era più succube e svilito dalla vita e dal peso del peccato ma sentiva al contrario di poter prendere le redini e guidare il suo destino. L’umanesimo lo portò al centro dell’universo, rivalutando completamente la sua posizione e le sue potenzialità. Questa indagine appassionata che cominciò soprattutto grazie agli studi di Francesco Petrarca (1304 – 1374) portò con sé anche il recupero del messaggio ermetico, con la scoperta di testi relativi alla figura di Ermete Trismegisto, il Thoth egiziano, Dio – ibis della sapienza, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria e inventore della scrittura. La traduzione in latino di Marsilio Ficino (1433-1499) del Corpus Hermeticum, presentata alla corte dei Medici di Firenze nel 1463, diffuse l’ermetismo e i suoi insegnamenti religiosi e occul... continua a leggere

tag: ,

torna su

Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa
di , numero 48, dicembre 2019, Note e Riflessioni

Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa

Nell’ambito della XVI edizione della “Festa internazionale della storia” intitolata “Viva la Storia Viva”, il 6 e 7 novembre 2019 nella Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, si è svolto il Convegno internazionale “Orizzonti della Didattica della Storia”, promosso dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio – DiPaSt del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Ateneo bolognese. Finalità principale delle giornate di studio era la verifica comparata dello status questionis della didattica della storia in Italia, con un confronto con diverse realtà europee (Spagna, Portogallo, Germania, Francia, Gran Bretagna) e d'oltreoceano (Brasile e Argentina). Tale verifica è stata indetta per trarre un bilancio e delineare nuove prospettive dopo undici anni di attività del Centro di ricerca DiPaSt e oltre trenta anni di iniziative intraprese dapprima all’interno del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Ateneo bolognese con la costituzione del “Laboratorio Didattico” (LAD) e poi del Laborator... continua a leggere

torna su

Sull’identità dell’intellettuale europeo d’oggi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Marina Cvetaeva ha scritto: “Tutti i poeti sono ebrei”. Proficuo chiedersi subito, forse, in che senso una figura determinante nella civiltà letteraria russa del secolo passato abbia rivendicato un’identità culturale così precisa – e, conoscendo la Cvetaeva, non si trattava di una mera presa di posizione intellettuale, assunta per affinità o solidarietà da vittima. Ella puntava più in alto. Analogamente, è oltremodo interessante domandarsi cosa si afferma quando si dice “siamo tutti ebrei”? – o “siamo Charlie Hebdo”. E che significhi – di là dallo slogan e dalla sua efficacissima portata emotiva – assumere un’identità e rivendicare, in virtù di essa, un prototipo esistenziale. Un’eccellente risposta al primo quesito – e forse anche al secondo – la offre, a nostro sentire, un testo mirabile di Judith Riemer e Gustav Dreifuss, pubblicato anni fa pure in un’egregia traduzione italiana (Giuntina, Firenze, 1994). Vi si parla di Abramo. Come nessuno ignora, Abramo è il progenitore dei tre grandi monoteismi: dalla stirpe di Sem, figlio di Noè, egli viene prescelto per portare la sua tribù fuori dal paganesimo, ed è colui che sente la voce divina intimargli: “Vattene via dalla tua terra natale”. Via verso una terra promessa dal Dio. Ci dice psicanaliticamente il volumetto testé menzionato: “La voce del comando, che la Bibbia identifica con la voce di Dio, è in realtà la voce ... continua a leggere

torna su

Rilettura pensosa di due classici europei: Böll e Yourcenar
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Quando uscì Opinioni di un clown (Ansichten eines Clowns), nel 1963, il mondo sembrava non essere pronto a recepirlo correttamente, e men che meno pareva esserlo la Repubblica Federale Tedesca, la quale fiduciosamente ancora si affidava al carisma del proprio cancelliere, Konrad Adenauer, e ai valori propagandati dal partito di cui egli era stato fondatore, l’Unione cristiano-democratica (CDU). Per le sue accuse dirette, il romanzo destò accese polemiche e dure reazioni soprattutto nell’ambiente cattolico di governo e, ben presto, da caso letterario divenne anche un caso politico. La sentenza di condanna di Böll non ammetteva attenuanti e colpiva al cuore una società che rischiava di sacrificare al demone del benessere la propria coscienza civile e, forse, il proprio senso dell’esistenza. La denuncia di fariseismo che egli riversò sul clericalismo politico del proprio paese presentì l’imminenza di una vera e propria rivoluzione sociale: l’avvento della socialdemocrazia di Willy Brandt (1964) – così come la nascita di numerosi movimenti di rottura (Femminismo, Ambientalismo, Anti-nazionalismo) – rappresentò un nuovo atteggiamento verso il recente passato, per il quale l’unica possibilità concessa al futuro della Germania era affrontare con onestà la pesante eredità del nazismo e non nasconderla dietro un facile moralismo di facciata. Arbitrario ridurre un libro come questo al suo precipitato contenutistico; se t... continua a leggere

tag: ,

torna su

La parola della trascendenza
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia sola può recuperare l’uomo (Ragioni di una poesia) Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Cantus Circaeus, il tema della crisi universale
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

<em>Cantus Circaeus</em>, il tema della crisi universale

Alla seconda opera pubblicata a Parigi, nel 1582, Bruno diede il titolo di Cantus Circaeus. Anche questo testo, come il De Umbris Idearum, è composto «per una ordinata esposizione di quella prassi della memoria che egli stesso chiama prassi del giudicare». Si tratta, anche in questo caso, di un’argomentazione di carattere mnemotecnico, al cui interno, il suggestivo incantesimo operato da Circe è utilizzato come espediente per presentare i principali insegnamenti della nuova ars memoriae. Il primo dei due dialoghi di cui è composta l’opera è, indubbiamente, quello più interessante ai fini della nostra ricerca. Introdotto da Jean Regnault, segretario di Enrico d’Angoulême e fratello naturale del re di Francia Enrico III, il complesso dialogo tra Circe e la sua ancella Meri, ambientato nel castello della maga, si distingue nettamente dal secondo soprattutto per la problematica etica che svolge. Il lamento di Circe ha inizio con un’invocazione al sole, affinché ponga rimedio al caos in cui versa la natura: Sole, che solo illumini tutto. (…)... continua a leggere

torna su

Ricordando Ezio Raimondi, maestro ideale
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

Ricordando Ezio Raimondi, maestro ideale

Il 18 marzo 2014 è morto Ezio Raimondi, a lungo titolare della cattedra di letteratura italiana presso la facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, filologo di fama mondiale, critico letterario originale e versatile. Di origini umilissime, non può che essere proposto come modello positivo ai giovani di fronte alle incertezze e alle inquietudini - lavorative ed esistenziali - di questo tempo di crisi: egli ha dimostrato che, con la volontà, lo studio e l'intelligenza, anche il figlio di un ciabattino - come nelle fiabe - può ottenere il successo professionale e il pieno riconoscimento dei suoi meriti. Maestro per formazione (frequentò l'istituto magistrale "Laura Bassi" di Bologna), per molte generazioni diventò Maestro (con la maiuscola) di lettura, di conoscenza e di amore per lo... continua a leggere

tag:

torna su

Aforismi esclamativi ma poetici
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Note e Riflessioni

Da genere appartato, anche confidenziale, negli ultimi dieci anni l’aforisma ha trovato un consistente numero di voci che ne hanno arricchito il panorama editoriale e, come per ogni fenomeno che allarga i propri confini, anche quelli espressivi si sono ampliati, con un panorama sempre più vasto di interpretazione. Ogni autore, insomma, vede l’aforisma a modo suo – e a modo suo lo produce, consapevole che in fondo la schiera dei possibili maestri è assai ampia, in un ventaglio di forme brevi che spazia dal mondo antico al Novecento, da Ippocrate a Longanesi. L’osservazione trova riscontro in una piccola collezione aforistica di recente pubblicazione. Assemblata da Annalisa Mancino, Al limite... Aforismi! (Urizen Edizioni, 2015) è un minuscolo album in sedicesimo orizzontale con pagine cartonate dello stesso peso della copertina. Già la forma pone il prodotto fuori dalla schiera, consegnandoci un oggetto cartaceo che è anche stampato e legato a spago nel modo assai gradevole di un’attenta arte tipografica, il che lo distanzia dal cumulo antiestetico dei libri auto-prodotti e ne fa qualcosa di curiosamente simile a un album classificatore di antica concezione. È già un punto di qualità, almeno per il bibliofilo: una plaquette materialmente assemblata in maniera originale diventa infatti un prodotto “ricercato”. Il primo carattere che affiora è che – in linea col prodotto tipografico d’autore – ogni scelta è concessa... continua a leggere

torna su

Alcune annotazioni sulla storia dell’Alma Mater Studiorum
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Note e Riflessioni

Alcune annotazioni sulla storia dell’<em>Alma Mater Studiorum</em>

L’istituzione che oggi viene ordinariamente definita università si configura, a Bologna, verso la fine dell’XI secolo, allorquando maestri di grammatica, retorica e logica iniziano ad applicarsi al diritto. Secondo la miglior scienza ed esperienza attuali, il 1088 può essere accolto solo come data convenzionale. In quel torno di tempo, comunque, a Bologna si organizza un insegnamento libero e indipendente, in primis, dalle scuole ecclesiastiche: di fatto, al tramonto dell’XI secolo insigni maestri di grammatica, retorica e logica vi studiano e professano il diritto. La prima figura di spicco su cui sono pervenute notizie sicure è Irnerio – padre nobile dei celeberrimi glossatori e, non per caso, soprannominato Lucerna iuris – la cui infaticabile attività di sistematizzazione e attualizzazione del Corpus giustinianeo superò ben presto i confini del Comune. Ab origine gli studenti, per retribuire i professori, cominciarono a raccogliere danaro (collectio), che nei primi decenni venne dato a titolo di offerta, giacché il sapere, dono di Dio per eccellenza, non ... continua a leggere

tag: , ,

torna su

La reinterpretazione del Mito nel ‘900
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

La reinterpretazione del Mito nel ‘900

Nel contesto così complesso e tragico del Novecento europeo, la letteratura e le arti si sono profondamente rinnovate in ogni loro aspetto e l’umanità ha maturato una diversa visione del mondo. Il Novecento è d’altronde il secolo che più è vicino alla nostra modernità, e mi è parso interessante notare come, in quest’epoca di sofferto rinnovamento, questo spirito di innovazione creativa non si sia basato esclusivamente sulla pura inventiva, ma anche sulla reinterpretazione di un modello che ha accompagnato la creazione artistica dai tempi più remoti dell’umanità: la riflessione mitica. L’imitazione o emulazione della classicità che, in maniera più o meno evidente, aveva sino ad ora accompagnato la stesura di opere che si rifacevano al passato mitologico della cultura europea, ha ceduto il posto a una rilettura più esistenziale, polemica, che deriva soprattutto da un nuovo approccio di natura antropologica al Mito. Su questo si basa il mio percorso: su tre diverse riflessioni mitiche a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, tra l’Austria imperiale di Gustav Klimt e l’Italia del secondo dopoguerra di... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Il ruolo della lingua
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Il ruolo della lingua

La lingua è uno strumento di comunicazione fondamentale per l’uomo, che non solo lo rende unico rispetto ad ogni altro essere vivente, ma che viene anche utilizzato in ogni ambito della vita quotidiana. Antica ma al tempo stesso moderna, la lingua conserva espressioni, vocabolario e grammatica della tradizione passata, ma è sempre disposta a cambiare e a rinnovarsi per soddisfare nuove esigenze. La mia analisi linguistica esplora la creazione ‘Neolingua’ in 1984 che George Orwell utilizza come strumento di controllo del pensiero nella società totalitaria qui descritta, e l’importanza del linguaggio e della comunicazione nei campi di concentramento (attraverso l’esperienza concentrazionaria di Primo Levi) unitamente al problema della convenzionalità del linguaggio nell’opera La trahison des images (René Magritte, 1928). Nell’appendice finale del romanzo di George Orwell ritroviamo uno studio approfondito sul ruolo della Neolingua, che nel corso della storia viene solamente accennato. Before we concentrate on the role of Newspeak in the book “1984”, I would like to introduc... continua a leggere

torna su

Il colombo triganino modenese. Uno scorcio “in bianco e nero” sul campanile del Duomo
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Il colombo triganino modenese. Uno scorcio “in bianco e nero” sul campanile del Duomo

Come vecchio mozzicone di candela, spento e dimenticato da lustri su un candelabro annerito, la cui unica speranza è riposta in una mano curiosa, disposta a riaccenderlo, a riportarlo “all’onor del mondo” onde perpetuarne il senso – ormai desueto, forse, ma poetico, poetico tout court –, il trattato di Clemente Polacci (Reggio Emilia α 31 maggio 1868, ω 18 marzo 1945) intitolato Il colombo triganino modenese (Modena, 1978) permane oramai quasi inerte nella sua metastorica analiticità, propria di quei passatempi “in bianco e nero” tipici dell’alta borghesia e della nobiltà reggiane e modenesi d’antan. Clemente Polacci, di professione “segretario della Regia Deputazione Provinciale di Reggio Emilia”, consacrò molta parte della vita allo studio e all’allevamento dell’uccello in discorso. Invero, alle giuste ragioni di questo volatile, singolare quanto rilevante, donò con fervida passione ticchettanti ore fra gabbie e carte. Né mai mancava, nelle tavole illustrative dei colombi, il suo occhio esigente e meticoloso, che supervisionava sistematicamente la pur egregia ... continua a leggere

tag: ,

torna su

Su La stanza dei libri di Giampiero Mughini
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Su <em>La stanza dei libri</em> di Giampiero Mughini

Fra gli autori italiani forse non troppo considerati per l’eccentricità palese, bruciata platealmente attraverso il mezzo televisivo in luoghi diversi e molteplici, abita senza dubbio Giampiero Mughini (1941-). Catanese d’origine ma romano di formazione, Mughini ha scritto alcuni libri importanti per la documentazione offerta, la capacità di sintesi, la chiarezza dei temi trattati. Egli è poi un collezionista, un uomo di libri, dannatamente preciso e pignolo, tignoso ma generoso. Il futurismo, certi libri d'arte del novecento, un gusto certamente internazionale, in particolare francese, non ha penalizzato l'interesse deciso verso l'editoria nazionale della quale è uno dei conoscitori più attendibili. Nel recente testo pubblicato da Bompiani, La stanza dei libri, dà respiro con la passionalità esigente dell’amateur ad alcuni temi che si pongono a difesa di questo mondo di carta a fronte dell’immaterialità della comunicazione digitale. Mughini lo fa raccontando, da par suo, di certi traslochi quasi leggendari, tirando in ballo altri illustri bibliomani da cinquantamila libri in su: ... continua a leggere

torna su

Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre

Gli scrittori non devono essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana. E non vi è nulla di così essenziale alla vita, per tutti gli uomini e in tutti i momenti, come il bene e il male. Quando la letteratura diventa, per partito preso, indifferente all’opposizione di bene e male, tradisce la propria funzione. Vita brevis, ars longa: questa celeberrima traduzione latina dell’incipit del primo aforisma d’Ippocrate si medita (e si soffre) fino in fondo, salvo rare eccezioni, troppo tardi. Sia come sia, a prescindere da quel che mi resta da vivere, non mi occupo solitamente di romanzi contemporanei per scelta, per diffidenza, per igno... continua a leggere

torna su

I natali di Giordano Bruno e la sua formazione: da Napoli a Tolosa
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

I natali di Giordano Bruno e la sua formazione: da Napoli a Tolosa

Non si può comprendere un pensatore senza tracciare, seppur concisamente, le origini, la formazione iniziale e le prime rilevanti esperienze della sua vita e in questo anche un irregolare come Giordano Bruno non fa eccezione. Nel tentativo di delineare un quadro esauriente del filosofo e letterato campano e dello sfondo culturale nel quale s’inscrive il suo pensiero, ci si trova, inevitabilmente, a dover fronteggiare numerose difficoltà che dipendono sia dal temperamento e dalla genialità di un uomo che sfugge a qualsiasi tentativo di tipizzazione, sia dal contesto storico in cui visse ed operò. L’età tardorinascimentale, crocevia tra rinascimento maturo ed età barocca, è caratterizzata, come tutte le fasi di passaggio, da una poliedricità di componenti storico-culturali e sociali che ne rendono impossibile una lettura univoca. Dal punto di vista storico, a livello europeo, la nascita degli Stati moderni, le scoperte geografiche, l’invenzione della stampa e la Riforma protestante sono solo alcuni degli eventi di rilievo dell'età rinascimentale. Occorre, peraltro, sottolineare che il Rinascimento, che as... continua a leggere

tag:

torna su

Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente

Della moda giovanile degli ultimi dieci anni mi colpisce la proliferazione di teschi stampati, ricamati, cuciti in rilievo su maglie e t-shirt. Non mi riferisco soltanto al teschio della Jolly Roger, la bandiera dei pirati, che richiama memorie di film con Errol Flynn o Jonny Deep, ma anche ai simulacri di crani dandy, con cappello a cilindro, crani adornati di fiori, oppure truccati con tratti esotici, crani belle époque, crani a coppie, in corrispondenza di amorosi sensi, crani ritratti in finti dipinti o incorniciati da cuori, picche, jack e regine, ieratici, in ventagli di carte da Ramino. Non vedo teschi sul volto di soldati in guerra, le immagini pacifiste di un tempo, né all’interno di un décor dark, magari ironico come quelli della Famiglia Addams. Constatata l’incongruità di questo immaginario rispetto a quanto il buon senso comune suggerisce in merito, sorge il sospetto che il teschio costituisca un tratto di ornatus dotato della gommosità e della duttilità di un topos retorico. Un teschio rende più efficace e quindi più gravis i... continua a leggere

torna su

Quell’antico “traditore” Mario Luzi e Coleridge
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Quell’antico “traditore” Mario Luzi e Coleridge

Chesterton era innamorato della sua cantina piena di depositi dimenticati, ricordi sepolti ma vivi e palpitanti, che chiedono di essere riportati alla luce o definitivamente gettati. Ognuno di noi ha la sua cantina. Dopo anni, ho riesumato la mia tesi di un’indimenticabile borsa di studio londinese con un titolo un tantino generico: Coleridge poeta e alcuni traduttori italiani. Negli ultimi fogli sbiaditi, appoggiata distrattamente quasi come un regalo, trovo un’intervista a Mario Luzi (1914-2005) datata 4 novembre 1993. Ricordavo di averlo incontrato a casa sua. Eravamo due universitarie con la passione della scrittura e l’assoluta ammirazione per i poeti. Guardavamo adoranti il suo viso simpatico di capra semita. Nella mia memoria è sempre viva la cordialità e la familiarità di quella splendida giornata fiorentina, ma l’intervista era proprio caduta nell’oblio. Mario Luzi non è stato un traduttore di professione né un teorico della traduzione, ma è stato autore di significative versioni letterarie e ha espresso, in modo preciso, le sue convinzioni e idee sulla traduzione. Va detto in... continua a leggere

torna su

Al Caffè Margherita 130 anni dopo o poco più
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Quando, per il 20 dicembre 2016, sono stato invitato a presentare alla Casa della conoscenza il volume 130 anni a Casalecchio. Caffè Margherita, di cui qui tenterò – in modo del tutto personale – di parlare, ho pensato a lungo al motivo vero per cui da circa un decennio ho preso a frequentare quel bar, così particolare com’è sotto il portico di Palazzo Quadri, all’angolo delle vie Porrettana e Marconi, a due passi dal Reno, dove spesso la vita sembra soffermarsi un po’a riflettere su se stessa per poi procedere inesorabile senza sosta. Ho pensato, dicevo, ho ripensato, e non ho trovato parole migliori per esprimere quel che provo nel recarmi là se non il famoso verso di Carducci: «un desiderio vano de la bellezza antica» (Nella piazza di san Petronio, 20). Tutto tra quelle quattro mura racconta qualche cosa, un aneddoto, un personaggio, una storia, e così lo vivo quale un luogo della memoria, anche della mia personale memoria, un luogo di costruzione dell’identità di un territorio o di un semplice modo di essere, il passaggio del testimone da una generazione all’altra, anche alla mia. Le orme del tempo non svaniscono, come bugie vane, al Margherita, ma impregnano gli angoli, ingannano i vetri, restano aggrappate al muro in fotografie a pegno di futura memoria. In una di esse ci sono anch’io: in una bella giornata di fine maggio presentavo una mia raccolta di sonetti, Bestiario. Ritratti veri di persone false... continua a leggere

torna su

Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima

Molti considerano Serantini autore romagnolo, ma ci sono due fatti che giocano a sfavore di questa collocazione. Il suo stile di scrittura. In un’epoca – fine anni Quaranta e primi Cinquanta – in cui dettava legge il neorealismo letterario, Serantini si presentava con uno stile abbastanza inconfondibile, quello dell’epopea minima, della festa popolare. Fu un umanista che restò fedele alle storie vissute, cantore di un’Italia illustre sul piano popolare e garibaldino. Usò uno stile nuovo e antico al contempo, legato al passato ma bagnato nella modernità della sintesi, amante di una narrativa scorciata e dinamica, rapida e sobria, con un senso ironico e smaliziato della vita, fatto di malinconia e di nitidezza classica. Chi lesse Serantini si accorse che era autore colto, dotato di solide e ampie letture, affezionato ai classici ma ben stagionato con il “locale”: nei dialoghi dei suoi personaggi riesce a mantenere i modi colloquiali, dotandosi di formule dell’uso vivo – sprezzature, anacoluti, dialettalismi – ma sempre classicamente calibrate. Il suo era insomma uno stile inconfondibile, che trapianta... continua a leggere

tag: , ,

torna su

La scuola che non c’è. Ipotesi per una scuola futura
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

L’ipotesi di un ripensamento del sistema scolastico nasce dall’esigenza di rispondere alle richieste che vengono dalla società. Comel’imprenditore che debba riprogettare la sua azienda per meglio affrontare la concorrenza e la propria posizione societaria all’interno del sistema di mercato, così noi abbiamo pensato alla realizzazione di un modello, l’immagine di uno scenario possibile per la scuola. Martin Heidegger, nei Seminari di Zollikon, per spronare alla filosofia i suoi discenti–sovente di notevole caratura intellettuale –era solito dire: “Come sarebbe la realtà se tutto improvvisamente non fosse?”. L’esercizio che qui proponiamo è esattamente, sostanzialmente questo: ipotizzare, immaginare come potrebbe essere la Scuola italiana se il suo sistema, le sue strutture, la sua organizzazione, i suoi principi improvvisamente venissero meno. Indubbiamente il nostro presente è intessuto in una materia che è costituita di saperi e di competenze. A spostarsi dalla Sicilia verso il Nord Europa sulle rampe dell’A1 non sono solo i TIR carichi di agrumi, ma sono soprattutto dati, sapere, conoscenza. Viviamo nella società dell’informazione, della comunicazione delle informazioni: non possiamo non avvertirne il senso. È proprio in questa direzione che si situa la possibilità di una nuova scuola, la sua ipotesi come la necessità di nuovi modelli opera... continua a leggere

torna su

Crisi economiche e ricadute psicologiche fra Novecento e terzo millennio. Intervista a Giorgio Bernini
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Abbiamo avuto il privilegiod’intervistare, su questo tema d’indubbia attualità, il professor Giorgio Bernini (1928-), giurista di fama mondiale (Diritto civile e commerciale, Diritto internazionale, Diritto comparato), insigne decano italiano dell’arbitrato, nonché ex Ministro della Repubblica italiana (Commercio conl’estero). Ecco, in estremasintesi, la sostanza del dialogo. Vad’altronde precisato che, dopo avergligentilmente chiesto di evitare (o perlomeno limitare), se possibile, quei termini tecnici che sono peraltronecessari alle discipline coinvolte, questogiovanile “maestro di color che sanno” ci ha ascoltatocon disponibilità, flessibilitàe cortesia davvero straordinarie. Quale è stato, secondo Lei, l’effetto psicologico principale del Wall Street Crash? Beh, in tutta semplicità e ispirandomi ad un celebre dipinto di Caspar David Friedrich, il naufragio della speranza, vale a dire una perdita di fiducia pressoché irreversibile nei confronti di un sistema che si reputava solido, aggressivo e progressivo dal Canada al Giappone. E quando la speranza vienemeno, ebbene, tutto sembra sgretolarsi, tutto sembra perduto: il passato, il presente e il futuro –tanto del singolo quanto della nazione. Poi, com’è notorio, grazie alle geniali scelte politico-economiche meditate ed attuate da studiosi vicini al grandeJ. M. Key... continua a leggere

torna su

Intorno e attraverso Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz di Alberto Castaldini
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Intorno e attraverso <em>Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz</em> di Alberto Castaldini

Dalle pagine de Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz. Prospettive filosofiche e teologiche sull’Olocausto (Accademia Romena/Centro di Studi Transilvani, Cluj-Napoca 2016, pp. 370), a chiamarci a raccolta è un Dio fragile, talmente fragile da non esigere nemmeno una teodicea; un Dio, piuttosto, da “comprendere nella domanda” (pp. 291-299) così come si fa con l’uomo più debole. Sembrerà paradossale che un’indagine sul Deus absconditus, attenta alla tradizione apofatica e a quella ebraica (biblica, talmudica e cabalistica), ci parli invece di un Dio esposto, addirittura troppo esposto. Non solo patiens ma perfino “stanco” (p. 238). La tesi stessa attorno a cui ruota il libro di Alberto Castaldini è assai esposta e non manca di una certa fragilità, che andrà interrogata. Il libro sorprende per erudizione e vastità di implicazioni, tanto che in questa sede sarà possibile darne solo qualche cenno essenziale. Come ogni opera di ampio respiro è un libro che comprende molti altri libri, tra cui una sintesi efficace dei fondamenti della religiosità ebraica (pp. 133-154) ... continua a leggere

tag: ,

torna su

La sottil parladura di Francesco da Barberino
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

La <em>sottil parladura</em> di Francesco da Barberino

L’opera che sono chiamato a trattare si colloca nella letteratura del primo Trecento italiano. Ovviamente è il tempo che ci è stato imposto di vedere con il predominio di Dante e dalla sua più che celebre Comedìa. Non voglio essere innocuo, culturalmente. I problemi sul campo sono grandissimi e sottili, come l’argomento di questo intervento. Il primo: perché non ci sono stati sforzi istituzionali apprezzabili per ricostruire il panorama storico-culturale in cui la Comedìa appare? L’Italia si è data alle esegesi critiche, limitate e improduttive, nella totale assenza di altre opere del Trecento: come se Dante fosse solo, come se ci fosse solo Dante. Un secondo quesito scende più in profondità: perché l’Italia ha trasformato un romanzo divulgativo – la Comedìa – nel campione unico di una cultura che si votava quasi del tutto alla ricerca, non alla fabula. Il falso ha sopraffatto il vero, la narrazione ha prevalso sulla filosofia o, per citare il titolo del convegno, l’affabulazione diabolica si è imposta sulla santa aff... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

La «terza cibernetica». Nota a La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine di Francesco Forleo
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Scrivo questa recensione con un word processor e la tastiera contiene simboli. Oggi sembra scontato. Da un istante all’altro, lo schermo compone le immagini delle parole: le memorizzo con la vista e la macchina con una sequenza di byte. Sembra scontata anche la composizione immediata delle parole. Ora nasce un documento salvato-con-nome – questo file – e lo invierò a una persona molto lontana da qui. Ecco una straordinaria applicazione cibernetica. Come ci siamo arrivati? Nelle intenzioni dell’autore questo dovrebbe essere un lavoro divulgativo, ma non è proprio così: la trama dei tecnicismi ci mette alla prova, nello stesso tempo la trama mentale è accattivante. La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) sottende una vasta competenza dovuta alla lunga esperienza di Francesco Forleo nei centri di sperimentazione e di ricerca. Quindi, senza residui di astrattezza, egli ripercorre l’evoluzione della cibernetica da un profilo storico, dallo stato nascente, interpretato dal greco kybernētikós, aggettivo di kybernétes, che indicava «pilota, nocchiero», alla accezione platonica di «arte del navigare» e a quella di «pneumatica» e di «costruzione di automi» di Erone di Alessandria: ed è significativo, Forleo scrive, «come l’idea di servomeccanismo fosse presente già agli albori della storia della natu... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Ricordando il Novecento di Ezio Raimondi
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Ricordando il <em>Novecento</em> di Ezio Raimondi

Incrociare nella vita un grande maestro vuol dire, di fatto, cambiare il Senso del proprio destino. Lo sanno tutti coloro che hanno ricevuto questa inestimabile fortuna, e lo percepiscono, di là dai necessari limiti temporali e spaziali, attraversandone l'aurea luminosa, riflettente il significato di una presenza (forse) senza fine. Quando nel 1999 Ezio Raimondi (1924-2014) tornò in terra sudtirolese – in un cammino di conoscenza mai domo, iniziato nel magistero bolognese nascente nel lontano 1955 – a Bressanone si tracciava quella parabola di dodici anni che lo avrebbe portato a chiudere sulle parole di Dante e di Mandel' ŝtam, in un'aula di lusso straripante di emozione, perché il senso di quel luogo donava il significato di un'esistenza unica, un sentiero accademico mai così lontano dall'Accademia… Esempio, magistero, discrezione, produttività, riservatezza sono frecce intatte che Ezio Raimondi ha lanciato negli “spazi interstellari” di una parola e di una scrittura che resteranno nel tempo, frantumato e precario ma intelligente, risoluto, volitivo, persino violento, nel suo lavoro quotidiano, nel s... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

In margine alle Myricae di Giovanni Pascoli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

In margine alle <em>Myricae</em> di Giovanni Pascoli

Nelle Myricae di Pascoli la poesia, seppur per frammenti e illuminazioni, diviene programmaticamente indefinibile punto d’incontro tra realtà sensibile e realtà ultrasensibile, si fa dimensione d’interscambio tra ciò che non è più e ciò che mai più sarà, è invisibile linea che separa e insieme unisce l’inafferrabile unità del tutto. Il poeta, postosi sulla soglia dell’essere già dal titolo, tocca guarda ascolta quanto ad altri è precluso, rimodulando nel suo canto immagini di un mondo ormai trapassato, che parla una lingua arcana e immortale, lingua non tanto a un livello pregrammaticale, secondo la ben nota definizione di Contini, bensì prenatale e ancestrale, iscritta nel cuore delle cose, simile alla circolarità cantata nella quarta ecloga di Virgilio, da cui il termine myricae è preso, in un eterno ritorno. L’intero verso virgiliano (Ecl. IV 2), posto lapidariamente a epigrafe dell’opera, muta il suo senso originale, perché è volontariamente soppresso il non incipitario, e assume il significato di «a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici», così ... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Noterelle geostoriche su Lucrezia Borgia Duchessa d’Este (1519-2019)
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

<em>Noterelle geostoriche</em> su Lucrezia Borgia  Duchessa d’Este (1519-2019)

Volgendo lo sguardo ai trascorsi della storia reggiana che, sino ad oggi, hanno reso questa città florida e prosperaterra tanto diletta alla più raffinatae gloriosa aristocrazia, non ci si può, senza meno, esimere dal rimembrare il nome di Lucrezia Borgia, nel quinto secolo dalla sua dipartita(1519 -2019).Specie a causa dei suoi natali,tanto illustri quanto a giusto titolo discutibili,la storia non leha certo risparmiato la più deteriore delle pratiche popolari: il più infondato e infamantepettegolezzo, ineluttabile patina destinata a velare sempre più la preziosissima, aurea medaglia di colei che fu figlia di Papa Alessandro VI, 214°pontefice di Santa Romana Chiesa, al secolo Rodrigo Borgia. Se la paternità della Borgia non giovò certamente al suo buon nome, si può affermare quasi lo stesso circa la sua maternità, quantunque per motivi affatto diversi. Nacque,infatti, terzogenita di quattro figli(Juan, Cesare e Jofrè), il 18 Aprile 1480 da una relazione illegittima dell’ancor cardinale Borgia, con Giovanna Cattanei, detta Vanno... continua a leggere

tag:

torna su

Riforma e timori. Scarne riflessioni a posteriori
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Riforma e timori. Scarne riflessioni <em>a posteriori</em>

La celebrazione dei 500 anni dalla Riforma protestante del XVI secolo poteva essere una grande occasione di riflessione. Perché un evento del genere contribuì in maniera così forte a forgiare una nuova civiltà? Cosa ci fu di così strategico da incidere in maniera così profonda in coloro che si aprirono alla Riforma? Il 2017 poteva offrire l’occasione di una riflessione profonda non solo in chiave religiosa, ma anche in chiave culturale. Le celebrazioni risentono sempre del clima culturale del tempo e quelle che si sono succedute al 1517 (1617, 1717,1817, 1917) sono state l’inevitabile riflesso del condizionamento dei vari periodi. Cos’è accaduto nel 2017? Sembra evidente che,in campo religioso,si siano ingrossati alcuni filoni convogliati poi in un fiume unico. C’è stato l’affluente della neutralizzazione praticato dal cattolicesimo romano; quello della relativizzazione incarnato dal protestantesimo storico; quello della banalizzazione vissuto dal protestantesimo risvegliato. Questi diversi affluenti sono sfociati... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Appunti storico-critici sulla Via Francigena
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Appunti storico-critici sulla Via Francigena

Questa strada è una delle più antiche e celebri d'Europa e,come poche altre,ha contribuito a mantenere un legame fisico,economico, culturale e spirituale fra i popoli del vecchio continente; infatti, tradizionalmente, essa ha rappresentato il percorso per chi intendeva recarsi dalle isole Britanniche, dai Paesi nord-europei e dalla Francia verso Gerusalemme, attraverso l’Italia, la Grecia, la Turchia il Libano e la Siria o tramite il Mediterraneo. Successivamente (VIII-XV secc.),dopo la occupazione della Terra Santa da parte degli eserciti islamici, la Via Francigena convergeva su Roma divenuta, ormai, la capitale del Cristianesimo. Talepercorso risultava caratterizzato da varie diramazioni imputabili a molteplici variabili: alle esigenze meteo e stagionali, all’affidabilità del selciato e dei singoli ponti, alla sicurezza intesa come sanità e incolumità personali, alla ospitalitàdei luoghi di posta. Comunque –dal VII° secolo –il tragitto dal passo del Gran San Bernardo verso Pavia e da qui, tramite il passo della Cisa, verso Lucca (legate,poiché entramb... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Sulla Giornata nazionale della Letteratura
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Ma è proprio necessaria, una “Giornata Nazionale della Letteratura”? Non sono diventate esorbitanti, quindi invisibili, le “giornate” dedicate a qualcosa di importante? Non stanno trasformandosi in stanchi post-it scritti con pennarelli esauriti? “Ricordati di ricordare”: ma cosa dovevo poi ricordare? Il catalogo, sappiamo bene, genera indifferenza se non è imbandito da un grande autore, ma di Omero o di Gadda ne incontriamo sempre meno. Allora osiamo il calviniano antidoto dell’esattezza e proviamo ad analizzare la formula parola per parola. Giornata – giorno pieno e lungo, “giorno chiaro e sereno” diceva Leopardi, tutto teso a uno scopo, dentro al lungo anno, una festa, segno rosso sul calendario. È di noi umani la consuetudine di segnare giorni speciali, di darci dei segnalibri, dei sigilli, perché nell’indistinto del tempo non riusciamo altrimenti a fermarci a riflettere e a valorizzare. Nazionale è un aggettivo che ci fa bene ripetere. Nazionale, di tutti; tutti coloro che han messo piede – in quanti modi possibili! – sul suolo italiano. Ius soli, appunto: siamo qua, beatamente affacciati o faticosamente abbarbicati su queste rive: Dante già lo diceva (“così s’en vanno su per l’onda bruna…”) E Luzi, un po’ dopo di lui (“file d’anime lungo la cornice…”) Siamo qua, e condividiamo una lingua, e la sua letteratura che è sempre in evoluzione e ci unisce. Letteratur... continua a leggere

tag:

torna su

Per i Conti Suzzari, fra nobiltà  e memoria
di , , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Grazie al nitido, cristallino riflesso di uno spavaldo raggio di sole che, galante e inarrendevole corteggiatore, bacia la mano del Po, ove prende il nome di Zara, si rivela timidamente unpaesino che par quasi estraneo alla caducità connaturata all'humana condicio; beffandosi inconsapevole della falce del tempo, che corre e scorre come le acque del suo fiume, ègiunto ai giorni nostri col nome di Suzzara. È questa un’isola di antichi natali, tanto da dar nome a una delle più antiche famiglie patrizie di "Reggio dell'Emilia": i Suzzari. Fra le centinaia di case nobili annoverate nello scorrere dei secoli che hanno seguito il Duecento, lo stemma dei Suzzari può dirsi l’unico superstite di quasi novecento anni di storia, insieme con quello della famiglia dei marchesi Tacoli che, contrariamente ai Suzzari, ètuttora vivente. Trattasi diuno scudo troncato, innestato e merlato di cinque pezzi; due d’oro e tre di rosso. Benché il panorama della Nobiltà Reggiana fosse vasto e articolato, prima dell'Ottocento non risultano esservi studi di carattere privato o pubblico che illustrino adeguatamente l’argomento. Non vanno obliate, a ogni modo, le brevi note apparse su pubblicazioni varie e dettate anche da autori di qualche fama come Prospero Fantuzzi, Giuseppe Turri, Vittorio Spreti, Carlo Melloni, Prospero Ferrari, Emilio Nasalli Rocca di Corneliano, Antonio C... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Figure e problemi dell’Utopia dal Rinascimento all’unità d’Italia
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Figure e problemi dell’Utopia dal Rinascimento all’unità d’Italia

Nel vario e ampio sviluppo del genere utopico dal Rinascimento al Positivismo, pare legittimo distinguere opere di carattere prevalentemente letterario da altre ove prevale un engagement di natura politico-sociale. Nell’età antica e medievale, la civiltà occidentale era andata elaborando, come si sa, diversi miti che stanno alle radici dell’utopia moderna (l’Età dell’oro, l’Eden, l’Apocalisse giovannea etc.), ed anche Platone, Aristotele e altri filosofi greci e romani de race avevano introdotto rilevanti modelli utopici: salvo eccezioni, tutto questo ricco ed eterogeneo patrimonio è presente nell’immaginario e nella “biblioteca mentale” dei moderni, i quali – come quasi sempre accade nella storia della cultura e delle idee – lo seguiranno, lo varieranno e (non di rado) lo tradiranno senza troppe remore.A differenza delle antiche, l’utopia moderna – come opportunamente rammentato da diversi autorevoli studiosi – manifesta un orientamento decisamente progressista, sebbene si tratti ancora, perlopiù, di un gen... continua a leggere

tag: , ,

torna su