Bibliomanie

Che cosa penso dei libri
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Che cosa penso dei libri

Questo è l’ultimo contributo di Mauro Conti scritto il 22 febbraio 2020, tre giorni prima della sua improvvisa scomparsa. Lo aveva preparato con la consueta passione e la sua inconfondibile profondità per la biblioteca del Liceo Scientifico Copernico di Bologna dove insegnava. Cosa penso dei libri? Per anni ho condiretto una rivista online dal titolo evocativo: Bibliomanie, figuriamoci. Il nome francese lo avevamo rubato al racconto omonimo di Flaubert ma andava bene anche per l’italiano perché di manie riguardo ai libri non ce n’è una sola, ma tante. L’amore maniaco o meno per i libri ho cominciato a praticarlo tardi, all’Università. Il mio maestro, Ezio Raimondi, era solito citarne almeno una decina a lezione, ragion per cui, oltre alla trentina di testi che avevamo da affrontare per l’esame finale, la maggior parte dei pomeriggi li passavamo in biblioteca ad esplorare quegli scrigni di meraviglie che si trovavano sugli scaffali polverosi della biblioteca di Lettere. È un caso fortunato che i compagni di avventure di ... continua a leggere

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COVID-19: al bivio della civiltà
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

COVID-19: al bivio della civiltà

Non è stata la prima volta. E con tutta probabilità nella storia dell’uomo non sarà nemmeno l’ultima. Per certi aspetti era anche prevedibile. Numerosi scienziati in tutto il mondo, figure particolarmente lungimiranti come Bill Gates, o esperti fra cui il docente di ecologia Almo Farina, avevano già lanciato l’allarme da diversi anni sul fatto che cambiamenti globali quali «l’aumento della popolazione umana, la crescita di città sempre più grandi, le condizioni igienico-sanitarie deficitarie delle grandi megalopoli e dall’altro l’aumentata vulnerabilità degli agro-ecosistemi e degli ecosistemi acquatici», sarebbero stati fattori da cui attendersi inevitabilmente l’insorgenza di pericolose «nuove malattie». Batteri, virus, epidemie ed infezioni pandemiche caratterizzano la vita del genere umano sulla terra fin dai suoi primi passi evolutivi e continueranno ad accompagnarci per tutta la nostra storia, fino all’ultimo, perché, se non ce ne fossimo ancora accorti, non vi è nulla delle nostre caratteristiche specifiche che esuli o che trascenda il sistema biologico di cui facciamo parte. Certo, negli u... continua a leggere

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Eros, filosofia e posterità. Proust secondo Georges Bataille
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Eros, filosofia e posterità. Proust secondo Georges Bataille

Spesso il legame tra filosofia e letteratura è giocato tra due abissi: la perdita e il ritrovamento. L'intera opera di Marcel Proust, soprattutto nel dedalo narrativo di Alla ricerca del tempo perduto, ha intrapreso una trama quasi trapezistica lungo la quale, in bilico ed in perenne rischio, il Marcel narrante ha dipanato la pluralità dei suoi mondi sempre al limite del precipitare per poi riprendere un equilibrio sovente precario. Tale nesso in costante movimento è stato individuato, tra i vari interpreti, in particolar modo dal filosofo francese Georges Bataille. Si può a rigore affermare che, in questa continua oscillazione, l'eros come vita e la vita come eros abbiano assunto il ruolo di agenti destabilizzanti nella vita-opera proustiana. Gelosia, tracce di corpi intravisti, volti restituiti alla loro ambiguità rappresentano altrettanti punti nevralgici per comprendere il portato della filosofia di Proust come sintesi che si disvela nel rapporto tra eros e posterità. Bataille ne ha condensato i tratti analizzando l'intreccio tra l'erotismo (agente di perdita e spa... continua a leggere

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In tempo di isolamento
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

In tempo di isolamento

‘Isolare’, leggo sul De Mauro, è ‘separare da tutto ciò che circonda’. Nel dizionario etimologico è ancora più duro, ‘staccare checchesìa attorno da qualunque corpo’. Eppure isolare viene da isola, e questa parola per me è sempre stata un sogno. Nato dopo la guerra non mi sfiorava l’idea di associarla al confino, come fu durante il fascismo. Pensavo piuttosto alla fuga in un posto meraviglioso, l’isola dei sogni, cantavo ‘l’Isola che non c’è’ di Bennato, ma soprattutto la parola mi accendeva l’idea di utopia, luogo estremo dove sperimentare il Nuovo. Un luogo da trovare, magari scrutando qualche mappa emersa dall’Archivio Generale delle Indie di Siviglia, in quel tempo in cui le mappe non erano solo una necessità ma anche una fonte di immaginazione. Molti scrittori hanno disegnato mappe originali per costruirci intorno il proprio racconto. La prima opera narrativa contenente la mappa di un luogo non esistente fu “Utopia”, che significa il "non luogo", scritto nel 1516 da Tommaso Moro. L’incisione su legno di Holbein, realizzata per l’edizione del 1518, ci mostra nell’angolo s... continua a leggere

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Intervista a Benedetta Tobagi su Walter Tobagi
di , , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Intervista a Benedetta Tobagi su Walter Tobagi

R. Quando è adolescente, oltre a scrivere su “La Zanzara”, mio padre comincia a collaborare anche con “MilanInter”, settimanale sportivo dedicato alle due squadre milanesi. Quindi non manifesta solo un interesse precoce per l'attività giornalistica: mi sembra giusto ricordare che era anche un normale adolescente maschio italiano appassionato di calcio! Realizza, giovanissimo, una delle prime interviste a un altrettanto giovane Giovanni Trapattoni, entrambi agli albori della carriera, una circostanza che il “Trap” ha ricordato pubblicamente con grande affetto. Al liceo Parini manifesta subito un grande interesse per la storia e la politica, assumendo un atteggiamento talvolta severo verso i propri coetanei; con gli studenti-colleghi che come lui invece sono interessati sia alla storia che ai grandi temi di dibattito pubblico, in occasione dei vent'anni anni della Liberazione nel 1965 mette in piedi una inchiesta su cosa sanno i ragazzi... continua a leggere

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La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna nella narrazione dei testimoni
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna nella narrazione dei testimoni

Il progetto Mneo ha avviato, nel giugno 2019, il recupero delle video testimonianze della strage del 2 agosto 1980 avvenuta nella stazione di Bologna, quando alle 10.25 lo scoppio di una bomba distrugge la sala d'aspetto di seconda classe, gremita di persone, e gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar che si trovano proprio sopra l’area, causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di duecento. Lo scopo del lavoro è quello di creare un archivio di testimonianze non solo dell’evento più tragico avvenuto durante gli anni tra il 1968 e il 1980 definiti come gli “anni di piombo”, la dura stagione delle stragi e degli attentati che hanno caratterizzato questo periodo del Ventesimo secolo, ma anche di quelli più significativi della recente storia d’Italia, scegliendo la registrazione video quale mezzo per recuperare e ricordare le preziose parole dei testimoni e dando, in questo modo, più forza alla cristallizzazione di quei racconti per realizzare idee e progetti che possano aiutare a tenere viva la memoria collettiva del Paese, per far conoscere al pubblico, soprattutto quello più giovane, le ... continua a leggere

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Strage di Bologna: quarant’anni per la verità. Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione 2 agosto ’80
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Strage di Bologna: quarant’anni per la verità. Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione  2 agosto ’80

Alle 10.25 del 2 agosto 1980, una bomba con tritolo e T4, esplode alla stazione di Bologna causando 85 morti e 200 feriti. È la più grave strage del Dopoguerra. Colpisce al cuore la città medaglia d’oro alla Resistenza ed un Paese sottoposto, dal 1969, ad un continuo attacco eversivo. Inizia da qui il lungo percorso dell'Associazione tra i familiari delle vittime per ottenere la giustizia dovuta, per arrivare a perseguire esecutori e mandanti. Nonostante i depistaggi, le omertà istituzionali, le pacche sulle spalle dei ministri di turno, per 40 anni ha continuato a mettere insieme, pazientemente, quei pezzi mancanti accuratamente sepolti. Non sono stati un mausoleo del dolore, ma un esempio di impegno e resistenza civile che ha dimostrato che i cittadini hanno il diritto di non rimanere nell’anticamera della verità. Grazie al loro impegno, oggi conosciamo meglio la nostra Storia, attraverso la digitalizzazione degli atti processuali, la battaglia per l’apertura degli archivi del potere, i collegamenti tra mandanti ed esecutori e la condivisione della memoria. Un impegno, lungo una vita, che ripercorri... continua a leggere

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Questione di stanze. Virginia Woolf e il suo saggio su donne e romanzo
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Questione di stanze. Virginia Woolf e il suo saggio su donne e romanzo

Il testo che conosciamo come A room of one’s own fu pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929 dalla Hogarth Press di Londra, la casa editrice fondata e diretta da Virginia con il marito Leonard Woolf, e contemporaneamente da Harcourt Brace & Co. negli Stati Uniti. La ricezione e la vendita del libro furono entusiastiche: diecimila copie in quattro mesi. Il testo incorpora, con sostanziali revisioni, un saggio che uscì nel marzo 1929 sulla rivista americana Forum intitolato “Donne e Romanzo”. Il manoscritto di questo saggio, diviso in due parti e comprendente cinque capitoli, fu ritrovato successivamente a Cambridge dal Prof. Rosembaum e pubblicato nel 1992, mentre la versione dattilografata è conservata a Monk’s House. Non è stato ritrovato invece il manoscritto delle conferenze vere e proprie da cui il testo prende origine: due lectures, a distanza una dall’altra, presso i college femminili di Newnham e Girton, a Cambridge, nell’ ottobre 1928. «Grazie a Dio la mia lunga fatica per la conferenza alle donne è finita in questo momento. Torno or... continua a leggere

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La strage di Ustica. Il tormentato cammino verso la giustizia e la necessità di tener vivo il ricordo
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

La strage di Ustica. Il tormentato cammino verso la giustizia e la necessità di tener vivo il ricordo

Mio fratello Alberto è morto sul DC9 Itavia verso le nove di sera di quel 27 giugno 1980; stava raggiungendo la figlia e la moglie che erano a Palermo per qualche giorno di vacanza. Nelle orecchie mi suona ancora la frase di un funzionario dell’Aeroporto Marconi di Bologna che verso le cinque del mattino ci disse che non si sapeva nulla, che quell’aereo era “disperso”. Ho incontrato così una delle più tragiche vicende della storia del nostro Paese: la Strage di Ustica. Oggi possiamo dire che si è trattato di una verità subito nota che in ogni modo si è voluta nascondere. Il tracciato radar della rotta dell’aereo, unico documento sopravvissuto alla totale distruzione di ogni prova, era stato ben esaminato: indicava chiaramente un attacco al DC9 Itavia. Le conversazioni della notte tra le torri di controllo (ascoltate soltanto molti anni dopo) erano piene di preoccupazioni per la presenza di aerei militari attorno al volo civile e partirono allarmi. È dimostrata una riunione d’emergenza presso l’Ambasciata americana a Roma. Ancor oggi non sappiamo il nome di tutti i part... continua a leggere

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Scrivere il viaggio: il nome e il domani. Le cose del mondo di Paolo Ruffilli
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Scrivere il viaggio: il nome e il domani. <em>Le cose del mondo</em> di Paolo Ruffilli

Una ricognizione previa. Per Paolo Ruffilli poesia non è rispecchiamento della realtà, semplice mimesi, magari schizomorfa immagine del mondo. È rifondazione e riorganizzazione del tempo in cui il vissuto si struttura e si dispiega. E ricostruzione dei processi semantici. In questi termini potrebbe apparire una riproposizione della poetica novissima, o forse di quella, oggettiva e oggettuale, della linea lombarda (il che, per altro, entrerebbe in conflitto con la settecentesca dolceamara cantabilità di Ruffilli). Siamo di fronte invece a un tertium datur, alla terza ipotesi esclusa dalla filosofia. Qualcosa può, insieme, essere e non essere, porsi al di là dello stesso principio di non contraddizione. Come nella ontologia quantistica o nella logique des ensembles flous, una logica sfumata, per cui tra vero e falso, reale e irreale, non c’è netta esclusione, bensí una gamma indefinita e potenzialmente illimitata di sfumature e gradazioni. Ricreare per verba, quindi. Una delle difficoltà a riguardo è lo scontro con le leggi della logica, ma non a vantaggio di una radicalità ... continua a leggere

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Sullo stare al mondo
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Note e Riflessioni

«Non ci possono essere persone, né libere volontà, dove si può vivere senza imparare come si sta al mondo – come si deve stare al mondo» Roberta De Monticelli «Tu ne cede malis, sed contra audentior ito, quam tua te Fortuna sinet». (Non cedere al male, ma affrontalo con più coraggio di quanto la Fortuna consenta) Virgilio, Eneide, VI, 95-96 L’uomo contemporaneo, qualora davvero intenda affrontare il disagio che lo travaglia per liberarsene, deve anzitutto rimpossessarsi del concetto di ascesi, nel suo significato autentico, e quindi attuarlo nella propria esistenza. Il termine, al contrario di quanto sembrerebbe suggerire la sua degenerata accezione corrente, non pertiene alla dimensione del disinteresse, della rinuncia o di un apatico, quando non snobistico, distacco. Tutt’altro. Se interpretato nel suo senso originario, cioè greco, esso configura una forma di filosofia operativa, così come la concepivano gli antichi, ovvero un esercizio di perfezionamento graduale, «un metodo di progresso spirituale» (Pierre Hadot): un vero e proprio tirocinio, non meno fisico che contemplativo, per quanto i suoi risultati finiscano da ultimo per ripercuotersi sulla sfera dell’interiorità. L’obiettivo primario cui mira la pratica ascetica non è dunque un religioso abbandono del mondo (contemptus mundi), ma la capacità tutta immanente di abitarlo... continua a leggere

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Dieci divagazioni sul tavoliere da gioco
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Note e Riflessioni

In una delle sue Favole al telefono Gianni Rodari inventa il più compiuto dei giochi dis-educativi. Il palazzo da rompere, che dà il titolo al racconto, è un vero e proprio palazzo (sette piani per novantanove stanze), vuoto di abitanti ma pieno di arredi «stoviglie e soprammobili», fatto costruire dal comune di Busto Arsizio su progetto del ragionier Gamberoni, per risolvere il problema dei bambini «che rompevano tutto», nelle loro case e nei luoghi pubblici. Il palazzo è un giocattolo: i bambini devono distruggere tutto quello che ci trovano dentro, dalle fondamenta fino all’ultimo piano. Per giocare meglio sono anche stati dotati di martelli. Per due giorni, ininterrottamente, i bambini rompono e demoliscono; alla fine del terzo, stremati, «tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena». Terminato il gioco... ... continua a leggere

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Suoni d’ombra nella scrittura di Gaetano Arcangeli
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Note e Riflessioni

Ho conosciuto l’opera di Gaetano Arcangeli grazie a Giovanni Perich, suo allievo, che ha voluto donarmi le introvabili riedizioni Scheiwiller di metà anni novanta approntate dalla Fondazione guidata da Bianca Arcangeli. Con in mano gli Scheiwiller piccini e compatti dai colori pastello, il celeste, il beige, il verde chiaro, il giallo limone, la mia fantasia di avvicinamento a Gaetano Arcangeli è cominciata per attrazione inconscia non da una poesia, ma da un testo in prosa tratto dalla raccolta I passi notturni, scritta tra il 1941 e il 1945. (Arcangeli aveva già pubblicato nel ‘39 una miscellanea di prose e poesie, Dal vivere) Il racconto eponimo con cui si apre il libro è dedicato al fratello Francesco, il futuro critico d’arte, e mette in campo una dichiarazione solenne, importante: «La mia vita è stata, dall’infanzia fino alla prima giovinezza, sospesa a riconoscere il timbro di passi attesi, nella notte». Lo scrittore procede rievocando l’attesa notturna del ritorno del padre, mentre lui bambino era già nel letto, l’ansia e la tensione all’ascolto, quella che può definirsi una condizione leopardiana dell’udito come conduttore di vita, là fuori, uno strumento interiore raffinatissimo che dilata i suoni e li etichetta, dà loro un nome insieme a un timbro. Ecco dunque che i passi sulla strada si caricano di significato e letteralmente diventano, nel racconto in prosa, un ritmo di versi. ... continua a leggere

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Rimeditando Sostiene Pereira
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Note e Riflessioni

Antonio Tabucchi nel suo libro più noto, Sostiene Pereira (Feltrinelli, 1994), ci insegna che l’intellettuale, lo scrittore, l’artista non possono sottrarsi all’impegno politico che è anche impegno morale. Roberto Faenza ne ha tratto un film con lo stesso titolo del romanzo: è davvero un bel film, che Rai Tre ha riproposto a ragione pochi giorni or sono, subito dopo la prematura scomparsa dell’apprezzato homme de lettres toscano. Il romanzo e la sua trasposizione cinematografica dovrebbero rammentare a tutti noi – e, anzitutto, a quanti studiano, insegnano, scrivono – che la cultura non può essere neutrale e che l’uomo portatore di cultura e di paideia, che è educazione degli uomini, deve schierarsi, e non da una parte qualunque, ma da quella dei deboli oppressi dal potere. Leggo in una lettera di Tabucchi a Paolo di Paolo: «Essere scrittore non vuol dire solo maneggiare le parole. Significa soprattutto stare attenti alla realtà circostante, alle persone, agli altri». Tanti scarabocchiatori libreschi, avidamente chini sul becchime delle loro gabbie, discettano intorno al proprio ombelico, quasi fosse il centro del mondo. Se esprimono un dissenso, questo è solo retorico, mai veramente scomodo verso chi riempie di cibo le loro gabbie, greppie, pance. Schopenhauer definiva “boschēmata” simili intellettuali e professori. Una parola greca, non tedesca, e significa bestiame, bestiame che si pasce. Un breve excursus su altr... continua a leggere

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La parola: bene comune e simbolo
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Note e Riflessioni

Che succede quando si parla di un argomento che riguarda tutti con parole e con frasi che possono capire solo pochi? Succede che chi ne parla così, afferma indirettamente che quell’argomento “non è per tutti” e che “solo pochi possono capirlo”, e intanto fa anche passare il messaggio che lui, che ne parla, è fra questi pochi; succede che pochi si “appropriano” di quell’argomento, pur sostenendo che riguarda, o dovrebbe riguardare, tutti; succede che, nei fatti e al di là delle intenzioni dichiarate, tutti sono espropriati da ciò che li riguarda, a vantaggio di pochi. Capisco che questo pensiero, così costruito, possa apparire contorto, e allora – per non cadere subito in contraddizione con quello che desidero comunicare – conviene che lo spieghi con un esempio. Ci sono molti argomenti che riguardano molte persone, ma ci sono alcuni argomenti che riguardano tutti. In particolare, non c’è nulla come la condizione umana che riguardi tutti: è così per definizione. E, parlando di condizione umana, mi riferisco – esempio nell’esempio – anche a quel misto di incertezza e sofferenza che scaturisce dall’incontro con l’abbandono, la malattia, la vecchiaia e la morte: e nel corso della vita, tolta la scorciatoia della morte, da questo incontro non sfugge nessuno. Eppure non è facile trovare chi su questi argomenti scriva in modo approfondito in una forma che chiunque sia anche appena capace di leggere, ma proprio ... continua a leggere

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Una conversazione con Carola Barbero a partire da La biblioteca delle emozioni. Leggere romanzi per capire la nostra vita emotiva
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Note e Riflessioni

«I libri di questa biblioteca potrebbero essere definiti come delle promesse. Di felicità, di infelicità, di attesa, di amore o di paura, a seconda dei casi». È una frase che troviamo nelle prime pagine del suo ultimo lavoro, La biblioteca delle emozioni (Ponte alle Grazie, Milano 2012), nel quale lei mostra di muovere da una condizione di partenza, quella per cui i personaggi della finzione sono atti a promuovere in noi dei reali stati affettivi, come argomentava in Chi ha paura di Mr. Hyde? Oggetti fittizi, emozioni reali, del 2010. È la replica realistica al paradosso della finzione, che dubitava della veridicità delle nostre emozioni alla presenza di entità fittizie. Soluzione che implica che il credere nell’esistenza reale di ciò che ci emoziona non sia una condizione indispensabile per provare delle emozioni vere. Si avverte nei suoi libri tutto un lavoro di ricerca sugli oggetti finzionali addotti come campo applicativo, in particolare sulla verifica della verità dei nostri sentimenti di fronte, appunto, agli oggetti fittizi. In che misura la filosofia l’ha ispirata e guidata in questa direzione? R. La filosofia mi ha guidata nella ricerca delle risposte. Nel caso del paradosso della finzione, per esempio, trovavo inaccettabile la soluzione di Colin Radford, secondo la quale tutte le emozioni che proviamo verso i personaggi della finzione sono irrazionali, e allora ho provato a proporre una teoria che mi consentisse d... continua a leggere

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Luigi Meneghello e la cultura inglese: analisi di un’ironia che gioca con la lingua
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Note e Riflessioni

«Inglesi. Con loro me la sono dovuta sbrigare da solo. Chiusi nella stessa isola, io e loro, sempre a contatto». Luigi Meneghello annota questo appunto il 15 ottobre 1966, schernendo con l’ironia che gli appartiene il rapporto con un popolo e una lingua che segnarono a fondo la sua vita di dispatriato. Partito dall’Italia nel settembre del 1947, Meneghello giunse a Reading, «la città rossa in riva al Tamigi», con una borsa di studio del British Council: l’intento era quello di condurre una ricerca sugli orientamenti del pensiero inglese contemporaneo e in particolare sul filosofo inglese Robin George Collingwood e i suoi rapporti con il neoidealismo italiano... ... continua a leggere

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Sulla grazia
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Note e Riflessioni

In un recente intervento, un caro amico, suffragato dal Grande Dizionario della Lingua Italiana e da una solida conoscenza del latino, richiamava l’attenzione sul fatto che il sostantivo grazia (ma altrettanto bene garbo o eleganza) costituisse per i nostri antenati e in effetti costituisca ancora oggi un sinonimo di decenza e rinvii, pertanto, al campo semantico della bellezza non come mero concetto estetico, bensì estetico e morale contemporaneamente. Lo conferma, tra gli altri, il Lexicon del Forcellini, il quale, alla voce decens, sostiene che il termine certamente ha tra i suoi significati quello di grazia (saepe refertur ad pulchritudinem), e tuttavia non in quanto semplice bellezza esteriore (differt tamen a formoso), ma come quella forma di bellezza che, in un certo grado, partecipa anche della virtù e della dignità (Est enim decens pulcher cum honestate et dignitate quadam, decorus). Nella storia della cultura italiana è forse Il Cortegiano (1528) che, per la prima volta in maniera sistematica, tratta il problema della grazia, secondo l’accezione indicata. Leggiamone allora uno dei passaggi più significativi: «Avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l’hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come ... continua a leggere

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Hans Blumenberg, Elaborazione del mito
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

Blumenberg si richiama a una concezione del mito ben diversa, legata all'antropologia filosofica del nostro secolo, ed esclude, in polemica con altre teorie interpretative, la possibilità di ricostruire il percorso della produzione mitica. In aperta polemica cone l'interpretazione cassireriana Blumenberg in Arbeit am Mythos sostiene che il limite più grande delle teorie interpretative, quello che le rende inaccettabili, è che ogni teoria, sia evemeristica, allegorica, analogica, vede il mito come un terminus ad quem e non come terminus a quo. Anche Cassirer, con il quale egli ha, per altro, molti presupposti in comune, commetterebbe questo errore; Blumenberg, avversando l'interpretazione del mito come precursore della ragione in un movimento di progressivo sviluppo, teorizza la sua autonomia e contestualmente l'autonomia della genesi della ragione. La contraddizione di Cassirer emerge proprio laddove si tratta di rendere ragione della ricomparsa del mito nel mondo moderno: come spiegare il balzo regressivo del mito politico moderno? I miti, dice Blumenberg: “sono storie con un alto grado di stabilità nel loro nucleo narrativo” e “le storie, vengono raccontate per scacciare qualcosa [...] la paura. [...] ogni fiducia nel mondo comincia con i nomi in relazione ai quali si possono raccontare delle storie. Questo stato di cose è implicito nella protostoria biblica dell'imposizione dei nomi in Paradiso. Ma è im... continua a leggere

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Il comunista, Guido Morselli
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

Dissipatio. “Vediamo. C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie umana e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale … nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘ nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico … solvens saeclum in favilla”. Il mondo è un deserto di uomini nell’ultimo romanzo di Guido Morselli che sottrae il titolo a Giamblico, Dissipatio H.G. (humani generis). Il protagonista si accorge con sbigottimento e sorpresa e anche con un senso di liberazione di essere rimasto l’unico sulla terra, mentre il resto dell’umanità è improvvisamente e misteriosamente scomparso. “Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione”. Decide di uccidersi nella ‘notte favolosa’ fra l’uno e il due giugno perché il negativo prevale sul positivo. Un unico desiderio: andarsene senza lasciare traccia, per evitare di compiere i quarant’anni e avviarsi ... continua a leggere

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Calcio reale e Calcio virtuale
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

In questo articolo parlerò del rapporto tra lo sport - in maniera particolare il calcio - e l'universo videoludico dei vari giochi per computer, xbox, playstation e simili piattaforme digitali per l'intrattenimento, oggi diffuse in tutti i salotti quasi al pari delle televisioni. Sono bandiere della tendenza che sostituisce la realtà con un'altra realtà iperrealista dai contorni perfetti e dai colori scientificamente ideali. Lo schermo è il grande protagonista del nostro secolo. Non più quello panciuto e opaco dei primi apparecchi tv, ma quello piatto, brillante e interattivo degli ultimi modelli. Non più una scelta limitata di canali come altrettante linee guida del pensiero, ma una totale interconnessione tra i più diversi argomenti, in cui il sé si crea ogni giorno improvvisando. Come nell'architettura moderna, il pensiero si sta evolvendo, passando dalla solida, ma immobile pesantezza di un muro di cemento, alla leggera versatilità del vetro, il carbonio, l'acciaio, le materie plastiche trasparenti. Si va, realmente e metaforicamente, verso una realtà senza muri, spessore e opposizioni visive, in cui la capacità di creare collegamenti e sostenere più fronti di pensiero contemporaneamente, ci costerà forse la profondità analitica, ma ci aprirà nuove prospettive, come vedersi la schiena grazie a un riflesso riflesso. Internet ne è un esempio, una quantità infinita di informazioni su ogni cosa esistente, ma dalla vita breve e incer... continua a leggere

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Per il Bestiario di Federico Cinti
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

Da lettore privato ma affamato, cerco sempre di arrivare – fra le pubblicazioni che escono nuove, o fra le tante del passato non ancora lette e da leggere – a quelle che si adeguano al mio gusto: ed eccomi al Bestiario di Federico Cinti. Le pagine intelligenti del prefatore aiutano ad accingersi a un itinerario godibilissimo e, nel contempo, travaglioso, rischioso oltre ogni parola, fra le viscere opache di un uomo postmoderno – o forse di una humana condicio? – che si vuole incomprensibile: percorso raro, specie in tempi d’indigenza materiale e morale (temo) senza pari. Per me è un viaggio quasi omerico, dentro le acque furenti e urenti delle miserie (infinite) e delle grandezze (minime, in fondo) degli umani. Con parecchie sorprese, irrequietudini e pene, con suggestioni ed emozioni perlopiù amare ma, a ogni modo, con un rinnovato avviamento della memoria. Tutto ciò richiama – mi richiama sotto gli occhi, non per confronto ma per necessità di comparazione – i libri puntuti e artiglianti di maestri nell’arte della satira: Giovenale, (un certo) Marziale, Agrippa d’Aubigné, La Fontaine, Voltaire (le cose migliori), Parini, Belli, Pascarella, Trilussa… Sono persuaso che l’impegno creativo di Cinti – già notato, a quanto so, per uno Speculum salutis formalmente esigentissimo e, dunque, deliberatamente fuori dal coro – si svolga in tale ambito di riferimento e di tensione poietica. Va in questa direzione la... continua a leggere

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L’Allevamento dei Pirla di Andrea Zanotti
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

L’intitolazione di questo lungo racconto suggerisce (a libro ancora da aprire, da sfogliare) con una intrepida, trionfante baldanza, oppure con una sorta di rapida convinzione testuale, avendo assunto il titolo dal contesto; ripeto, cercherebbe di suggerire una chiave generale di lettura a mio parere distorta che, per geniale intuito o proposito, quasi subito (se non leggo male, dopo una quindicina di pagine) viene con rabbioso scavo nei dettagli (direi, delle anime) contraddetto con sempre maggiore convinzione, determinazione e dedizione all’assunto della narrazione, alle verità disarmanti o armate conferite come aculei dalla vita. Così, l’itinerario di una vacanza in motocicletta programmata e disposta da un gruppo di amici potrei intenderla (come vorrei intenderla), senza sforare il quadro d’insieme, una sorta di passaggio circense attraverso il cerchio infuocato, nella gabbia dove sostano i leoni; o addirittura, come un rapido e intimamente straziato (straziante) passaggio in un assatanato pertugio infernale. Altro che le varie bevute dei tanti vini o liquori nelle soste non evitabili decise durante il percorso! Sèguito, in una seconda considerazione, annotando che il protagonista nel racconto, all’inizio, non sembra essere, ma è, il casco; poi anche questo tutelatore e dispensatore di lampi della memoria torna ad essere il necessario supporto, non più sublimato, che riaffiora fra le onde della scrittura. Infatti riferimenti, per... continua a leggere

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«L’opera musicale e biologica, la cosiddetta poesia». Conversazione con Massimo Sannelli
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

Di recente, in «Poesia 2.0», lei ha pubblicamente abiurato alla sua opera in versi con una serrata e articolata dichiarazione che vale la pena riprodurre qui per intero. Massimo Sannelli, Abiura in cinque punti 1. Nell’anno 40° della vita decido di rinunciare alle mie opere di poesia. D’ora in poi, non riconoscerò nessuno dei miei libri di poesia, né le collane in cui sono usciti, né i rapporti – di volta in volta umani, accademici, professionali, critici – che li hanno garantiti e promossi. Abbandono tutti i miei libri di poesia, nessuno escluso: sono stati scritti in un altro tempo (disperatamente lungo, pieno di legami) e con un altro corpo (ferocemente autodistruttivo, assottigliato fino alla consumazione, cioè fino all’errore). 2. I testi riappariranno in libri nuovi, più coerenti con l’intenzione che non ho seguito fino in fondo. Qualcuno conserverà la forma originale, altri saranno cancellati, altri modificati o accorpati, in una nuova casa abitabile. I libri da cui provengono rimarranno indietro, presenti ma abbandonati. Non posso impedire che vengano ristampati, ma l’idea di ristamparli non partirà da me. 3. Non accetto più l’idea di pubblicare nelle collane di poesia, presso editori specializzati in poesia. Non ho mai voluto scrivere poesie, ma dare una forma musicale ad un’azione biologica, o anche biografica. In realtà, dico biografica e biologica per ... continua a leggere

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Dove pesca lo scrittore?
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

Per ogni genere letterario, qualunque esso sia, l’interrogativo “quando lo scrittore scrive, cosa gli viene in mente?” apre una ricca e complessa pluralità di scenari: l’auctor può volere istruire, dilettare, completare il lavoro altrui, così come contestarlo, emularlo etc. Molteplici, forse infinite sono le possibilità, specie perché “un’arte il cui mezzo è la lingua darà sempre creazioni ampiamente critiche, poiché la lingua stessa è una critica della vita: essa denomina, colpisce, indica e giudica, in quanto dona la vita”. Proviamo dunque ad analizzare alcune forme che il pensiero assume quando si decide di scrivere. La prima, come è ovvio, non può venir disgiunta da una scelta squisitamente stilistica. E tuttavia, varie possono essere le successive declinazioni. La convinzione secondo cui la letteratura rappresenta l’espressione del pensiero di una nazione è di antica data. In particolare, essa trova la sua base, in Italia, nell’ambito di quel sentimento patriottico che – come si sa – tanto ha contribuito all’unità politica del Paese. Di questo offre ottima, ponderata testimonianza – nelle Lezioni di Letteratura italiana, pubblicate tra il 1866 e il 1872 – Luigi Settembrini (1813-1876), che, amante e cultore delle humanae litterae per inclinazione naturale, ricoprì la cattedra di Letteratura italiana prima a Bologna e quindi, nel 1862, a Napoli. Tutta la letteratura storico-critica a lui dedicata in... continua a leggere

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Corrado Ricci e l’arte dei bambini
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

Alle origini di ogni studioso, di quel genere di scrittore che pensiamo rediga solo pagine inerti – o peggio, glaciali – stanno sogni e passioni giovanili. Ammiratore di Carducci, la prima passione del ravennate Corrado Ricci (classe 1858) fu la poesia, al punto che aveva anche pensato d’intraprendere la carriera poetica. Scrisse infatti versi, stampandone una raccolta a sedici anni, ma alla laurea in legge, nel 1882, decise di abbandonare quel sogno. Quando molti anni dopo l’Accademia dei Lincei chiese ai propri soci una personale bibliografia, Ricci escluse dalla propria quel libretto di versi e ne ricordò i fatti così: «Il primo mio “stampato” è del 1874, ossia di cinquantasette anni or sono e, come è facile indovinare, data la mia età di allora, contiene versi! I poeti debbono essere poeti, o nulla. E se proprio non possono fare a meno di stender in carta e in rima le proprie debolezze, abbiano almeno il pudore di rimpiattarle o, meglio, la saggezza di bruciarle». Abbandonata la poesia volle dedicarsi alla storia dell'arte e allo studio dell'archeologia, campi nei quali aveva già curiosato in giovane età, e nel 1878 diede una prima prova di questo rinnovato talento con una Guida di Ravenna. Da li prese il via la solare carriera di Ricci, che diresse musei, fu Diretto Generale delle Antichità e Belle Arti (1906-1919) e storico dell'arte. e tuttavia, tra i primi suoi scritti si colloca un saggio che sembra provare come, accantona... continua a leggere

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Sonetti d’occasione
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

Da un po’ di tempo, ormai, da un paio d’anni direi, se la memoria non m’inganna, ho cominciato a scrivere soltanto sonetti dallo schema originario, con le rime alternate nella fronte e nella sirma. Se sia un bene o un male, questo davvero non lo so capire, e francamente m’interessa il giusto. Vorrei solo sapere perché per molti, oggi, il sonetto sia avvertito come un gioco dilettantesco e obsoleto, come un assurdo retaggio del passato. Lo strappo forte delle avanguardie non ha fatto altro che ridurre i versi a briciole, più o meno corpose, di parole. Io, purtroppo, non mi ritrovo che nel verso misurato, nello schema tornito e cesellato, e questo perché è una scelta di assoluta libertà, perché nessuna tradizione me lo impone più, perché in fondo sono convinto che la regola sia la mia unica libertà, che mi oppone al mondo del caos e del disordine. Ecco, allora, che la regola, la norma, il canone sono il mio tratto distintivo, il mio stile, la mia riconoscibilità più profonda. Nemmeno io amo la maniera: ci tengo a sottolinearlo e a rimarcarlo in modo deciso. E, del resto, tutto può divenire manierato e stucchevole, finto intendo dire e ozioso. Io cerco nel sonetto, come in altre forme chiuse, o apparentemente tali, un’ancora di salvezza e di ricostruzione sulle macerie crollateci addosso dopo la disgregazione del sistema. Non è, però, si badi bene, un ritorno al classicismo; è, piuttosto, la ricerca di ciò che ci ha resi quello che... continua a leggere

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Sul ciglio dell’ombra (1976-2005) di Marilia Bonincontro
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

La poesia di Marilia Bonincontro non è psicologica, né sentimentale. Esattamente agli antipodi delle istanze di una cultura masmediale e invasiva, ai margini della fenomenologia planetaria, la figura del poeta si sottrae a quella specie d’illimitata comunicazione, nel riserbo intimo e severo. E che altro potrebbe fare se non con-siderare, ossia parlare con gli astri, o meglio con La cenere degli astri? Tale è il titolo di una sua raccolta del 1988. Più profonda della bellezza angelica è questa sua lotta per una parola alta cui il poeta stesso sembra trascinato e vinto. La sostanza della lingua, invocata di fronte alla fragilità e all’incertezza dell’esistenza, comporta l’abbandono di ciò che ha in sé di troppo soggettivo e di troppo sensibile. Si può sopportare con ammirato stupore una bellezza così tremenda, solo perché essa, sine cura, cioè indifferente, è imperturbabile nella forma perfetta del suo disegno. Da chi si potrebbe essere aiutati per resisterle? Gli angeli disdegnano di soccorrerci perché sono perfetti in se stessi. Gli uomini sono troppo deboli e implicati nella loro umanità. Ecco Deserta luce (1989-2002) in cui, evocati, come “ombre di lungo esilio”, sembrano raccogliersi a silente dialogo: “l’angelo obliquo” di Emily Dickinson, “l’angelo dal viso bizantino” di Cristina Campo, “la voce dal NonDove” di Caproni, l’angelo, o meglio la sua “distanza” di Morandi e il “Dèmone” di Rilke, che ... continua a leggere

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Considerazioni sul senso della cultura nel terzo millennio. Davide Monda intervista Roberto Roversi
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

Monda: è con Lei, attento, esigente osservatore del mondo contemporaneo, che vorremmo trovare le parole meno inadeguate per parlare di cultura. Cercare (adagio) una definizione, vedere i luoghi in cui oggi si realizza meglio, e i suoi protagonisti, e quali rapporti realmente mantiene con la realtà che ci circonda. Come ancora si può attraversarla. Tentiamo perciò di capire cos’è e i vari livelli in cui si esprime. Roversi: Direi semplicemente, ma con molta convinzione, che cultura è cercare ciò che non si sa in ogni direzione: nei libri, nella lettura dei giornali, nella ricerca dei rapporti con le persone, nei viaggi. è il bisogno dell’uomo, anche di quello apparentemente incolto, di riempire dei vuoti della conoscenza. Un bisogno non codificato nelle istituzioni, una sollecitazione comune a tutti. M.: Mi viene da pensare che in epoca di consumismo anche la cultura abbia soggiaciuto agli stessi meccanismi e, mentre il livello medio si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendo lì dove il pensiero subisce una elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo. Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di silenzi, di compromessi, di giochi “politici”, di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere quasi ogni tensione progettuale della cultura. R.: Certo esiste innegabilmente una omologazione al basso anche nel... continua a leggere

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Qui dira les torts de l’irréalisme… Sul realismo ontologico di Maurizio Ferraris
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Note e Riflessioni

«Esistere è resistere» è la paronimia che fa da titolo all’intervento di Maurizio Ferraris in Bentornata realtà, il recente volume che riunisce angolature diversificate ma tese a integrarsi e a ridefinire in ottica nuovorealista un campo di ricerca a lungo termine. La «discussione» coinvolge dieci autori e si articola a partire da alcune affermazioni preliminari: il nuovo realismo è dottrina critica al pari della decostruzione, con la differenza che le affianca una ricostruzione; esiste una ontologia sociale che, diversamente da quella naturale, va avvicinata con criterio ermeneutico; la filosofia non è in conflitto con la scienza, cui, al contrario, deve rimettersi quando si tratta di argomenti che le competono; il nuovo realismo è una «filosofia globalizzata», e dovendosi aprire a questioni multiverse inerenti all’uomo, è tenuta a temperare il suo specialismo in vista di una ricezione più ampia. «Esistere è resistere» è l’assioma di Ferraris evòlto a marcare il nodo, ovvero la coimplicazione che si istituisce tra i due paronimi, tale da stabilire una equivalenza carica di conseguenze, chiamando in causa la necessità di tenere distinti àmbiti talora inassimilabili come essere e sapere, e con essa lo scarto da quel postmoderno filosofico che trent’anni prima è stato anche di Ferraris. Esistenza e resistenza fanno rima: in metrica si direbbe un caso di rima paronomastica, se si vuole derivata, quasi equivoca. E seguitando: es... continua a leggere

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Sul femminicidio. Cause e possibili rimedi
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Continua a gocciare sulle nostre coscienze lo stillicidio del sangue uscito fuori dal corpo di donne uccise da uomini che non sopportano di essere lasciati. Invece di limitarsi a lamenti come quelli di Arianna abbandonata da Teseo, o a querimonie simili al piagnucolare di Orfeo che, non senza colpa, ha perso Euridice, costoro infieriscono sul corpo delle ex compagne facendone scempio. Tali orrendi misfatti, che si ripetono pressoché ogni giorno, vengono puntualmente, giustamente e quasi unanimemente esecrati dalla stampa. Ma sinora non sono stati fermati, né ridotti di numero, di frequenza, e, anzi, sono in aumento. Provo allora ad indicare una modesta spiegazione delle cause e una men che modesta proposta di rimedio. Tuttavia ne potrebbero ricavare, forse, qualche suggerimento le donne in pericolo e perfino gli uomini tentati di por termine al loro tormento amoroso, al loro avvilimento, addirittura al loro essere uomini, perpetrando un crimine brutale, da bestie feroci. Ho scritto “bestie” non come slogan, e “feroci” non quale epiteto ingiurioso suggerito dall’ira che pure mi detta queste parole, a loro volta non miti. Difficile est tragoediam non scribere. Gli assassini delle donne rinunciano all’identità di uomini per non sentirsi dei reietti, dei falliti, dei valutati quali “nessuno”. Il fatto è che l’amore per una persona, se viene contraccambiato, è una conquista di identità. Pensa, lettore, al protagonis... continua a leggere

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15 Ottobre 2013. Oggi Italo Clavino avrebbe compiuto 90 anni
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Oggi Italo Calvino avrebbe compiuto novant’anni. Assieme ad Eco e Moravia è lo scrittore italiano del Novecento più tradotto. In un’epoca nella quale si strapubblica e la letteratura è diventata un prodotto da banco a breve deperibilità, l’opera di Calvino non appartiene al polveroso starnazzare di libri mediocri. Si arriva alla letteratura se si riflette sugli strumenti che la compongono. Calvino ne era perfettamente cosciente, per lui il percorso di costruzione parla quanto la trama. Calvino ritiene la letteratura una ricerca di conoscenza, come scrive nelle Lezioni americane. E già con il suo primo romanzo di tema resistenziale, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947, i dilemmi della guerra civile, la fragilità umana dei combattenti, le loro indecisioni sono state raccontate con una capacità esplicativa tale da anticipare di decenni le acquisizioni storiografiche. Con il suo lavoro Calvino punta a scoprire l’essere umano indagandone – attraverso la letteratura – i primordi. L’antropologia, l’etnografia, la mitologia sono elementi che lo affascinano e gli servono per far riflettere i suoi personaggi. Lui stesso non è che un moderno che dialoga con i classici. Tutto avviene con apparente semplicità, come nelle sue opere fantastiche: Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente. Sono romanzi storici fiabeschi (uno ambientato a fine Seicento, l’altro nell’epoca dei Lumi, il ter... continua a leggere

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Essenza, divinità, linguaggio. Appunti in margine ad un libro di Maurizio Malaguti
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Si potrebbe davvero dire, per citare Dante, assai caro all'autore, che In humanitatem spiritus di Maurizio Malaguti (I Martedì, Bologna 2005) è un libro «al quale ha posto mano e cielo e terra». Queste pagine sembrano fondere l'immediatezza esperienziale di chi vive nell'essere con le alte speculazioni intorno all'Essere supremo, alla superessentialis divinitas come dice l'Areopagita. In humanitatem spiritus: c'è, in quell'accusativo, tutta la tensione di un andare-verso, di un farsi incontro all'Essere nella misura in cui esso stesso, pur se velato, larvato, absconditum, si fa incontro a noi; non tanto un esser-ci inteso come gettatezza, deiezione, alienazione, differenza ontologica, quanto come possibilità di incontro, di pienezza, di illuminazione, pur nell'abisso del totalmente Altro, del totaliter Aliud. Chi legga il libro en poète può essere sedotto dall'immagine simbolista del «visible et serein souffle artficiel / De l'inspiration, qui regagne le ciel». Anche quel souffle, benché filtrato dall'ars, dall'artificium, è in humanitatem spiritus: se l'uomo è imago Dei, prole celeste (e lo diceva già Cleante nell’Inno a Zeus – Zeus già identificato con il Logos), allora egli trova davvero se stesso solo nel regno celeste, e la sua essenza è Parola, voce, canto, respiro interiore. E l'uomo stesso, e insieme la parola poetica, sono “Trinità riflessa", come diceva Agostino, o, per usare la metafora cui ricorre Malaguti, ins... continua a leggere

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Montesquieu ovvero dello stupore. Alcune considerazioni a partire da Studi di storia della cultura
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Che mai s’intende, oggi, per “cultura”? Massimo Angelini ne ha ricondotto correttamente l’etimologia al verbo latino colere, nelle sue accezioni di ‘coltivare’, ‘far accrescere’ e ‘venerare’, in un’interessante, affascinante miscellanea edita da CLUEB nel 2012 e curata da Domenico Felice, studioso di fama internazionale che non necessita di troppe presentazioni. Il poderoso, inconsueto volume che qui s’andrà illustrando in breve raccoglie ventuno saggi, preceduti da una prefazione sui generis dal titolo Sulla dignità umana, o lo stoicismo di Montesquieu: ci si trova dinanzi a una pregnante antologia di citazioni, tratte da illustri pensatori e hommes de lettres antichi e moderni, da Platone ad Hannah Arendt, con una prevalente, prevedibile attenzione a brani memorabili di Montesquieu. A questo straordinario giurista, politologo, filosofo e scrittore di Francia vengono dedicati, in effetti, diversi saggi significativi, fra i quali si segnala il denso profilo del liberale (e moralista, «nell’accezione più illustre del termine») minuziosamente tratteggiato dallo stesso Felice e da Davide Monda; altri protagonisti dell’eclettica quanto rigorosa raccolta il Seneca politico, Machiavelli ed Erasmo, Voltaire e Rousseau. Fra gli interventi che trattano, in particolare, di Montesquieu, ampio spazio viene, a giusto titolo, riservato alle fatiche esemplari di Salvatore Rotta (1926-2001) a lui dedicati, opportunamente suddivise i... continua a leggere

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Choice – La scelta
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

«Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta…» Colpisce come il filosofo Kierkegaard senta il bisogno di accumulare parole, come se prima del vocabolo “scelta” non possano che esserci gradini, salite, baleni. “Sul culmine dell’ attimo”: un bordo altissimo, un parapetto da cui lanciarsi in volo; margini di spazio e di tempo, prima di planare su quell’oltre che implica un non ritorno. Perché mai il filosofo pensa sia desiderabile mantenersi su quel culmine, fissare lo sguardo a quell’attimo prima che la scelta inevitabile possa ancora essere evitata? Se un uomo potesse… Forse per fermare il momento preciso come in un fotogramma, per cogliere il passaggio del pendolo. La scelta è aria rapida e radente: il tuffo di una Esterina di vent’anni che ride nel buttarsi in acqua. Euforia dell’aria tersa della scelta. Assaporarne la perfezione prima che si increspi: del resto l’etimologia di choose rimanda a un arcaico ceosan – keus - *geus che è familiare con la parola gusto-gout. «"O frati," dissi, "che per cento milia perigli siete giunti a l'occidente, a questa tanto picciola vigilia d'i nostri sensi ch'è del rimanente non vogliate negar l'esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.... continua a leggere

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Un’annotazione ad Actus Tragicus di Davide Monda
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Quando mille richiami “crudeli” e mille silenzi di pietra si fanno verbi entro un libro sodo, verrebbe da sistemare sul tavolo del proprio studio – sotto gli occhi della mente e, a ogni modo, non troppo lontano dal cuore – una foresta di mille alberi che ci copre intera; che fruscia con tutte le foglie per non lasciarci distrarre; che agita feroce – ma con rigore algebrico – la nostra immaginazione confusa, il nostro malandato sapere, il nostro (colpevole) desiderio di sonno. Allora mi cattura un preoccupato timore, mescolato a una curiosità zoppicante, nel guardare prima il mucchio ordinatissimo dei fogli, poi nello scorrere con lentezza necessaria questo altro lavoro di Davide Monda, denso di sospirata, battagliera saggezza, nonché di fredde tensioni metafisiche ed escatologiche. Di là dalle forme (sempre più rigide) e dai modi (sempre più fiocinanti), ogni poesia sembra agitarsi parallelamente a quanto già dipanato nella modesta sintesi (2008) del suo possente “canzoniere” – tuttora in fieri, credo. Ed ecco allora – pure qua – saperi delicatamente sfiorati (mai raggiunti, né afferrati), con una insistenza torturante, con uno scandaglio speculativo minuzioso, unghiuto, volto anche a scioglierli, correggerli, sistemarli, integrarli. Tutto con umiltà sconcertante. Un libro così può schiudere l’inizio duro di una cura prolungata (ma indispensabile) per i guasti che ciascuno di noi occulta nei risvolti più... continua a leggere

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Scienza e scienziati nell’Italia risorgimentale. Ragionando di un libro recente
di , numero 21, aprile/giungo 2010, Note e Riflessioni

Consapevole che nella storia dell’Occidente non si sono mai avute epoche contraddistinte da una vera e propria opposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica, Marco Ciardi prende anche in questo suo libro le distanze dagli studi che si muovono esclusivamente nell’ambito di rigidi settori disciplinari accademici e assume come proprio obiettivo la riconsiderazione dell’effettiva importanza culturale del sapere scientifico nell’Italia ottocentesca, dalla storiografia troppo spesso misconosciuto a favore di quello letterario. Di grande rilievo fu, in particolare, il ruolo esercitato dalla scienza nell’età del Risorgimento, allorché fornì un apporto decisivo alla formazione dei singoli individui e dell’opinione pubblica più in generale. La diffusione della cultura scientifica, infatti, costituì senza dubbio uno degli elementi che, in quella travagliata fase storica, contribuirono di più alla maturazione di una coscienza nazionale, promuovendo le idee di libertà, unità e tolleranza, imprescindibili per la crescita di un popolo. Come illustra Ciardi, nei primi decenni del XIX secolo scienza e politica rappresentavano due aspetti complementari di un più ampio progetto di rinnovamento della cultura nazionale, che iniziò concretamente a definirsi durante le celebri Riunioni degli Scienziati Italiani. Nell’ambito di tali congressi, il primo dei quali si tenne a Pisa nel 1839, l’attività politica era una conseguenza piuttosto che... continua a leggere

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Il poeta e il maestro
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Note e Riflessioni

Agli studiosi dannunziani è cosa abbastanza nota che Gabriele D’Annunzio e Giacomo Puccini cercarono più volte di collaborare per la creazione di un’opera che unisse, come afferma Aldo Simeone, “il melo­dramma al dramma moderno”. Tale collaborazione peraltro non avvenne mai, o, per meglio dire, non pro­dusse mai risultati. Ci si è chiesti spesso il perché. Critici e studiosi di vario orientamento hanno tentato di fornire ri­sposte, ma – a mio parere – il problema reale va individuato nella diversità di carattere dei due artisti: D’Annunzio mirava sempre a essere eccezionale tout court, mentre Puccini era più modesto, ac­contentandosi di “essere qualcuno”. Ma analizziamo per un attimo le due individualità. Pur avendo idee alquanto diverse sia sulla struttura di un’opera teatrale, sia in politica (D’Annunzio era filofrancese e interventista, Puccini filotedesco e neutralista), coltivavano interessi comuni: il dandismo, i motori, la concezione arte = merce e un’indubbia tendenza alle intense passioni amorose – un magnanimo eufemismo? Chissà. Le motivazioni che li spingevano a una collabora­zione erano comunque differenti: il ‘Vate’, sempre in cerca di popolarità (e anche di da­naro, vista la sua incontenibile propensione a sprecarlo), ambiva al vasto pubblico pucciniano, mentre il compositore ammirava lo spirito innovatore di D’Annunzio. A ogni modo, i due s’incontrarono grazie alle sollecitazi... continua a leggere

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Verso un’immagine reale di Lorenzo Giusso
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Note e Riflessioni

L’undici aprile 1957, nella clinica “Villa latina” di Roma, la forte fibra di Lorenzo Giusso cede alfine il passo all’incalzare di una furiosa malattia. I suoi trigliceridi impazziti si impennano, fino ad una dimensione off limits per ogni essere umano. Sono trascorsi 32 giorni allorquando la moglie Annamaria, accorsa a Madrid e informata circa le condizioni critiche del coniuge da un magro trafiletto (in prima pagina) sul “Mattino” di Napoli, riesce a convincerlo – non senza fatica – della necessità di rientrare in Italia (“…d’accordo Lorenzo, non a Napoli. Ti porto a Roma”). Da molti anni, Lorenzo Giusso viveva un dramma intimo e umanissimo, che lo aveva portato a cancellare dalla sua agenda emozionale la pur amatissima Napoli: “Vi farò ritorno solo da morto”. E così avvenne. Lorenzo Giusso nacque a Napoli il 25 giugno 1899 dal conte Antonio Giusso del Galdo e dalla marchesa Maria Imperiali di Francavilla D’Afflitto: due insigni casate genovesi, trapiantatesi a Napoli qualche secolo prima, che avevano concorso a formarne – con buona probabilità – l’ineffabile psicologia e il singolarissimo profilo complessivo. Nipote di Girolamo Giusso (1843 - 1921), compagno di Umberto I nelle perigliose visite ai lazzaretti, sindaco di Napoli e poi senatore e ministro con Zanardelli, Lorenzo era altresì imparentato con Giustino Fortunato, uno degli uomini più intelligenti e ascoltati, com’è noto, della cultu... continua a leggere

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Michele Perriera tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Note e Riflessioni

Autore di romanzi, racconti e saggi, drammaturgo e regista teatrale, impegnato intensamente anche nell’attività giornalistica, ad esempio con “L’Ora” e con “Repubblica”, Michele Perriera è stato un attento osservatore della realtà e un intellettuale militante; numerosi sono stati i suoi interventi su questioni civili e politiche, esaminate puntualmente nella carta stampata e nei saggi e accolte, al netto di opportune trasfigurazioni, anche nelle opere narrative. Una possibile chiave di lettura della sua poetica è offerta dalla famosa espressione di Romain Rolland (mutuata poi da Gramsci e sotto quell’insegna soprattutto nota in Italia): “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”. Nella sua opera, infatti, Perriera indaga in profondità il reale, senza sconti di sorta, rivelandone la negatività, con un particolare accento al sempre crescente ruolo del denaro e all’invasività del potere; e tuttavia, con insperata volontà, esprime al contempo una strenua lotta per il trionfo dei valori positivi, anche nelle situazioni più avvilenti. La carica agonistica che anima la scrittura dell’autore raccoglie la sfida, di calviniana memoria, alla complessità di quel labirinto che sembra imprigionare e scoraggiare gli slanci più vitali dell’uomo. In primo piano è così una sorta di utopia, in cui lo scrittore trova il senso del suo agire e la speranza di un cambiamento. Il tema scaturisce da un ricchissimo ... continua a leggere

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Nikos Kazantzakis e la Commedia di Dante
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Note e Riflessioni

Nikos Kazantzakis (1883-1957) riteneva Dante uno dei suoi maestri e gli riconosceva il merito di aver nutrito e plasmato il suo spirito. Nel 1934 rende omaggio al padre della lingua italiana pubblicando, ad Atene, la traduzione in versi della Commedia e la dedica alla memoria di un altro grande scrittore greco, Angelos Sikelianòs (1884-1951), che viene definito da Kazantzakis, riprendendo l’espressione di Dante nel XXVI canto del Purgatorio, “il miglior fabbro del parlar materno”. A indicare la difficoltà dell’impresa, lo scrittore greco, in fondo alla pagina precedente il Prologo, riportava parole di Dante stesso, tratte dal Convivio (I,VII): “E però sappia ciascuno, che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia”. Segue un’immagine di Dante presa da un’edizione tedesca della Commedia risalente al 1862. Internazionalità del grande autore greco, internazionalità del padre della nostra lingua, lo studio della cui opera è patrimonio ormai mondiale. Dopo alcune pagine in cui viene narrata la biografia del poeta ed altre in cui viene spiegata la costruzione esteriore dei tre regni – Inferno, Purgatorio, Paradiso, Κόλαση, Καθαρτήρι, Παράδεισο – Kazantzakis presenta l’essenza nascosta sia dell’anima di Dante sia dell’opera. Le pagine seguenti, qui offerte in traduzione, sono tolte da ΕΣΩΤΕΡΙΚΟ ΔΙΑΓΡΑΜΜ... continua a leggere

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Categorie dispotiche ne La democrazia in America di Alexis De Tocqueville
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Note e Riflessioni

Alexis de Tocqueville nacque a Parigi il 29 luglio 1805 da una famiglia di lunga tradizione aristocratica, sostenitrice del regime dei Borboni. Tale provenienza, unita alla frequentazione degli ambienti della nobiltà legittimista francese, ebbe un peso notevole sulla formazione del giovane Alexis; tuttavia, con il passare del tempo, egli si allontanò sempre più dalle posizioni familiari. Sarà forse utile un breve excursus storico per comprendere meglio il delicato periodo della storia francese che Tocqueville si trovò a vivere. Un prima tappa significativa può essere individuata negli eventi che caratterizzarono il 1815, anno in cui, dopo la sconfitta di Napoleone, l’Europa fu attraversata da una restaurazione monarchica che vide i Borboni tornare sul trono di Francia. Tale restaurazione portava però con sé alcune novità importanti. La Rivoluzione francese aveva, infatti, cambiato il corso della storia, aveva promosso nuovi ideali e fatto emergere le contraddizioni dell’Ancien Régime: ora non si potevano più ignorare gli irreversibili cambiamenti politici e sociali realizzati attraverso la stessa. Essa, in qualche modo, rappresentava un taglio netto col passato e, dunque, un nuovo inizio; in tale contesto, il nuovo re, Luigi XVIII, non poteva chiudere gli occhi davanti ai mutamenti avvenuti durante il periodo rivoluzionario e rimanere ancorato all’antica visione del... continua a leggere

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Volti del Genio. Orientamenti d’iconografia mozartiana
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Note e Riflessioni

Wolfgang Amadeus Mozart fu un personaggio pubblico fin dalla prima infanzia. Dunque appare evidente che si sia presentata molte volte l’occasione di immortalarlo in effigi che ne hanno accompagnato l’esistenza e che, oggi, ci aiutano anche a valutare i cambiamenti repentini avvenuti nella società dell’epoca. Se, infatti, mettiamo a confronto la prima, documentata immagine del musicista ancora fanciullo con l’ultima, realizzata a un anno dalla morte, ci rendiamo conto di quanta strada egli abbia percorso, trasformandosi da azzimato giovane cicisbeo in uomo tormentato e dalla sensibilità palesemente vibrante e come, alle sue spalle, sia cambiato un intero periodo storico che dal narcisismo tutto esteriore delle parrucche e di ogni sorta di orpelli, pervenne ad una nuova estetica, questa volta dell’anima, attenta ai tormenti e agli spasimi del sentimento e dello spirito. Nel complesso, un breve excursus fra i ritratti di Mozart consente di analizzare alcune opere di discreta qualità, che mostrano un giovane dalle fattezze sensibili e gentili, con grandi occhi azzurri e una bella massa di capelli biondi, sempre in ordine e spesso incipriati con eleganza. Il primo ritratto che di lui si conosce è quello di Lorenzoni. In esso il giovanissimo Mozart è rappresentato in un raffinato abito di gala, di “tessuto fine color lilla”, secondo la descrizione che ne diede il padre Leopold, “con panciotto dello stess... continua a leggere

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Ricordando Amerigo Vespucci (1494-1512), individuatore del “Nuovo Mondo”
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Note e Riflessioni

Amerigo Vespucci, al quale dobbiamo abbinare la cognizione e la denominazione del continente americano, è personaggio noto, ma non appare adeguatamente conosciuto. Neppure la ricorrenza del cinquecentesimo dalla morte, nel 2012, è stata colta come occasione per approfondimenti, divulgazioni o celebrazioni di sorta. Sebbene di carattere alquanto riservato, ben presto si distinse quale commerciante abile e degno, analogamente alla famiglia di origine – e di massima affidabilità come amministratore. La sua vita è parzialmente non documentabile: l’oligarchia (manifatturiera e bancaria) e le autorità della Repubblica fiorentina si sono rivolte da subito anche a lui per lunghe missioni all’estero. Conseguentemente, il giovane Vespucci ha iniziato ad avere contatti e ad agire in località molto distanti tra loro, poiché Firenze aveva sviluppato – per le attività finanziarie e per la produzione laniera (materia prima, coloranti e fissanti) – contatti con l’Africa mediterranea, con l’Europa del nord e con l’Europa balcanica. Relazioni che si svolgevano a cavallo fra Quattro e Cinquecento, in un contesto stimabile come il risultato del diverso sviluppo degli stati tardo-medioevali: alcuni già costituivano solide nazioni differenziate, unificate e centralizzate (Francia, Inghilterra, Portogallo, Spagna), laddove altri si erano sviluppati in ambiti locali, suddividendosi e contrapponendosi come e... continua a leggere

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Traghettatori della parola. Oscura vita di doppiatori e traduttori
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Tra le espressioni culturali e artistiche più frequentate, due di queste vengono interpretate da personaggi sconosciuti, la cui esistenza è comunemente trascurata dai dibattiti televisivi più populistici ai salotti letterari di appartata selettività. Il loro valore, la capacità professionale non viene mai discussa, elogiata, criticata, nel bene e nel male, un vuoto di attenzione anomalo in una società dove ormai ogni dettaglio dello spettacolo esige il proprio spazio di luce nella ribalta. Chi sono? Sono i doppiatori e i traduttori, traghettatori della parola, evocatori delle nostre emozioni. Personaggi invisibili, nascosti dai clamori dello schermo e da quella inspiegabile invisibilità della prima pagina di un libro, riportante il nome del traduttore, che viene d'abitudine trascurata dal lettore. Ma proprio a loro, a questi oscuri interpreti, invisibili quanto determinanti, dobbiamo in gran parte l'attrattiva del grande schermo e l'intensità espressiva di un testo che ha saputo illuminare qualcosa di profondo che covava in noi ma non riuscivamo a percepire. Insomma dobbiamo in gran parte a loro quel piacevole stato d'animo, all'uscita dal cinema, dopo aver visto un bel film, o giunti all'ultima pagina di un libro nell'accorgerci di provare la soddisfazione di aver dedicato parte del nostro tempo a una buona lettura. Questa mia apologia dei traghettatori della parola sembrerà eccessiva, ma mi addosso tutta la responsabilit... continua a leggere

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Per conoscere Lorenzo Giusso
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Lorenzo Giusso fu anzitutto ispanista di primo rango. Ma non solo, perché egli, nella non lunga ma intensissima parabola creativa, si rivelò davvero di “multiforme ingegno”: homme de lettres eclettico quanto geniale, pensatore inquieto come pochi, viaggiatore instancabile nell’Europa e, più ancora, nello spirito, professore senza fissa dimora, scrittore, poeta, saggista, giornalista, dai diversi toni e dall’infaticabile rabdomanzia tra Francia, Germania e Spagna – la diletta Spagna. Napoletano, nato il 25 giugno del 1900, aristocratico per stirpe, estrazione sociale e – forse più ancora – per stile di vita, pensiero e scrittura, Lorenzo Giusso viene tuttora considerato da un musicologo straordinario come Piero Buscaroli uno dei maestri decisivi, insieme con Leo Longanesi, Pietro Gerbore, Ettore Paratore, Giovanni De Vergottini, tutti intellettuali dediti a una profondità insieme asistematica e rigorosa, tutti autori capaci di scandagliare i vissuti dei grandi individui, delle personalità in grado d’intrecciare incontri decisivi per l’esistenza di qualsiasi lettore. Leggere Giusso equivale a calarsi nella storia e nella memoria, in una bibliografia individuale raffinata e coesa, seppur vasta, dove l’intuizione critica si abbina all’estro tumultuoso per l’immagine a effetto, che trova puntuale corrispondenza nella citazione dotta ed esatta, calzante. Laureato in Lettere e Filosofia a Napoli nel 1924 (ma anche, quasi par... continua a leggere

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Voltaire filosofo
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Negli ultimi anni gli studiosi di Voltaire hanno concentrato l’attenzione sulle procedure di ri-uso o di riutilizzazione con cui Voltaire ha spesso ripreso per un testo che aveva in elaborazione pezzi già pubblicati in altra occasione. Non si tratta solamente dell’attenzione ai criteri di “copia/incolla” spesso applicati, ad esempio, dal Voltaire storico nella utilizzazione dei testi che costituiscono delle “fonti” o degli intertesti della sua opera. Voltaire in maniera disinvolta ri-usa spesso (soprattutto il Voltaire degli anni di Ferney) pezzi (o testi) già pubblicati in precedenza. È soprattutto nel caso di opere alfabetiche che il fenomeno diventa particolarmente vistoso: come è stato stabilito da Christiane Mervaud, una cinquantina di “voci” del Dictionnaire philosophique portatif (1764, con ristampe negli anni successivi) finiscono per essere riprese nelle Questions sur l’Encyclopédie (9 volumi pubblicati fra il 1770 e il 1772). Se si pensa poi al fatto che nell’edizione cosiddetta “incorniciata” (“encadrée”) del 1775 delle opere di Voltaire (fatta sotto la sorveglianza stessa del philosophe) il Dictionnaire philosophique portatif è smembrato e non conserva più una fisionomia autonoma (nonostante se ne continuino a ristampare a parte delle edizioni!), si può capire la portata che ha nell’attività dell’ultimo Voltaire la procedura del ri-uso. Il r... continua a leggere

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Questioni di confine. Intellettuali trentini e la grande guerra
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

La neo-parlamentare europea Barbara Spinelli su La Repubblica metteva così in guardia, mesi fa, sulla propensione a un “ritorno al 1914”: " Gli anni versari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo. Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena di soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per di re che l'euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente, come mai troni questo nome - i Sonnambuli - che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l'indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra". Utile ritornare quindi a quel lontano 1914 e a come lo vissero gli intellettuali di confine, figure centrali del nostro "secolo breve". Klaus Amann, in un saggio dal significativo titolo Il tradimento degli intellettuali: il caso austriaco, ha messo in luce come, fatta eccezione per A. Schnitzler e K. Kraus, “in Austria tutti letteralmente soggiacquero all’isteria dominante”, compreso Robert Musil, il cui ripensamento giunse tardivo, dopo l’esperienza di guerra sul fronte meridionale. Di fatto, l’intero mondo intellettuale austriaco cadde vittima delle sirene belliciste. In particolare, Amann si sofferma sul tradimento degli ideali antimilitaristi da parte della dirigenza della socialdemocrazia austriaca – Victor Adler in testa – mettendo be... continua a leggere

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Suggestioni massoniche nell’opera di D. W. Griffith e di C. B. Demille
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

Fine ultimo (dichiarato) della Massoneria è il miglioramento dell'uomo e dell'umanità, attraverso un perfezionamento graduale. Essa promuove tra i suoi aderenti la ricerca incessante della verità per realizzare la fratellanza universale del genere umano, caratterizzandosi in molte fasi storiche per la sua segretezza. Tema fondamentale è quello della libertà, requisito indispensabile per essere ammessi al suo interno, e accanto a esso valori universali quali, fra gli altri, lealtà, amicizia, fedeltà, sincerità, bontà e altruismo, nello spirito di una tolleranza universale. David Wark Griffith (1875-1948) e Cecil Blount DeMille (1881-1959) sono considerati, a ragione, fra i padri di quel cinema americano che hanno contribuito a rendere famoso in tutto il mondo. Notoria è la loro partecipazione alla Massoneria ma purtroppo non abbiamo scritti che ne testimonino l’attività latomistica. Scopo dell’articolo è quindi indagare come la loro esperienza massonica ne abbia influenzato le opere cinematografiche, rintracciando, alla stregua di una vera indagine giallistica, tutti quei segni e quelle suggestioni riconducibili alla loro affiliazione. I film scelti sono quelli che li hanno resi più famosi, proprio per evidenziare come questa consonanza sia stata rilevante nella loro opera di cineasti; ci riferiamo quindi a Nascita di una nazione e Intolerance per Griffith e a I dieci comandamenti per DeMille. Il tema della fratellanza... continua a leggere

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Verso una psicologia del turismo culturale
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

Da parecchi decenni, diversi studiosi sanno bene che la psicologia ha contatti profondi con il turismo; molti di questi, tuttavia, non sono stati ancora indagati né, comunque, studiati a dovere. Recentemente, specie in virtù dello sviluppo offerto agli studi turistici dalle scuole professionali o tecniche e, in particolare, dalle facoltà universitarie disseminate in varie parti dello ‘Stivale’, anche in Italia questa scienza giovane è alla ricerca della propria identità, di un proprio statuto epistemologico. Essendo davvero una ‘scienza nuova’, non pochi tendono però a confonderla con le varie e vaste scienze antropologiche e politiche, con l’etnografia, con la geostoria o con altri saperi lato sensu umanistici. Certamente, molto – forse troppo – è stato detto, in special modo nel nostro lungo Novecento, sulla psiche e sugli stati d’animo degli individui. Per alcuni eminenti specialisti, d’altro canto, il riferimento alla maturazione scientifica del turismo induce non pochi intellettuali a dubitare che si tratti realmente di una scienza. Ho letto di recente che un illustre professore italiano ha dichiarato: «La psicologia non è una scienza, ma ha la speranza di diventarlo!». Un ‘cornelliano’ poi ha sentenziato: «Le matematiche risalgono ai greci, la fisica esiste da tre o quattro secoli, la chimica è del XVII secolo, la biologia ci è quasi coetanea, ma la psicologia è nata nel 1900». Ed anche Sant’Agostino... continua a leggere

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“Conquistato Conquistatore”. I variegati rapporti tra Manzoni e il mondo anglosassone
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

I variegati rapporti, in una direzione e nell'altra, fra Manzoni e il mondo anglosassone (riassunti in modo utile ed efficace nelle pagine dotte ed agili che seguono) mostrano la molteplicità dei suoi messaggi e delle sue corde – simile, per riprendere un suo geniale paragone, alla luce che «rapida piove di cosa in cosa», e, una in sé eppure molteplice, fa scaturire dalla superficie del mondo la varietà dei colori e la vastità delle forme. Manzoni, in sintesi, se da un lato ricevette o poté ricevere dal mondo anglosassone, da Shakespeare come da Byron (antecedente decisivo, con la sua Ode to Napoleon, per il Cinque maggio), l'intensità della rappresentazione, il risalto delle passioni, l'incisività dei contorni, dei caratteri e delle tinte drammatici, l'asprezza affocata dei conflitti interiori, dall'altro indicò a tutti i suoi lettori la via per trascendere i vincoli dell'immediato e dell'immanente, per oltrepassare la grigia barriera della materia. Questo slancio trascendente, variamente recepito e messo a frutto, si tradusse ora nello spiritualismo cattolico di Newman, ora nelle torbide atmosfere esoteriche del gothic novel, ora nel singolare idealismo dei trascendentalisti americani, pronti a scorgere e ad inseguire il battito e il bagliore dell'Idea alienata nella Natura, ora, come in Poe – forse memore delle pagine sulla peste di Milano in racconti come La Maschera della Morte Rossa e Re Peste – il senso acuto, lacerante e inev... continua a leggere

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Editoria di vanità. Una divagazione quasi ironica
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

C’è un fenomeno che mi preoccupa: le intemperanti censure nei riguardi degli editori a pagamento. Da qualche tempo un biasimo bellicoso affiora dal mondo immateriale di Internet: l’autore – povero credulone – non sarebbe altro che la vittima di scaltri animali da preda, che avrebbero buon gioco su di lui. Mi preoccupa il crescente fronte critico perché sono convinto che la funzione che questi editori svolgono sia invece benefica. Ragion per cui mi dispongo a individuare le ragioni della loro utilità e a stenderne un convinto elogio. Faccio innanzitutto notare come gli editori a pagamento abbiano considerevolmente ampliato la platea degli scrittori, rendendola più folta di quella dei lettori. Come non elogiarne la pedagogica funzione? Chiediamoci onestamente: è più difficile e istruttivo leggere o scrivere? Ovvio: è più difficile e istruttivo scrivere. Dunque gli editori a pagamento, stimolando la pratica della scrittura (che per sua intima natura mira allo sbocco pubblico), hanno concorso al programma educativo nazionale più e meglio della Scuola Privata (e anche di quella Pubblica, per quanto assai meno autorevole). L’editore a pagamento è poi figura premurosa: risponde infatti sempre e subito. Basta spedirgli un dattiloscritto che tratti di qualunque argomento, che perfino ricada nell’esiziale categoria poetica ed egli, pochi giorni dopo la ricezione, reagisce con una letterina nella quale annuncia che il prodotto è pubblica... continua a leggere

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Dalì, il tempo e i quadri infranti
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Un classico mito scientista che all’inizio del XX secolo va in frantumi è la visione della natura come un preciso e gigantesco orologio. Newton parlava di dio come un grande orologiaio. Per Keplero la macchina dell’universo era simile a un orologio. Cartesio considerava i corpi, – di uomini o di animali non faceva differenza – automi, per Hobbes il cuore era una molla e per Harvey una pompa. L’enorme meccanismo automatico (l’orologio-natura), che si muove secondo movimenti determinati e ripetitivi svanisce dissolto dagli schizzi imprevedibili e frenetici del tempo. Il più bizzarro tra i surrealisti, perché stravagante ed estroverso anche nello stile di vita che si fa tutt’uno con l’arte, Salvador Dalì, lo ha raffigurato in modo mirabile in uno dei suoi capolavori più celebrati: La persistenza della memoria. Il dipinto mostra, in un’atmosfera crepuscolare, il naufragio degli orologi sopra una spiaggia desolata, dominata da una scogliera - è quella della baia di Port Ligat che spesso l’artista usava come sfondo delle sue opere. Gli orologi, da sempre simbolo di solidità e stabilità, sono invece nel quadro ridotti a miseri relitti deformi e molli, rappresentati in uno stato di graduale inesorabile disfacimento, di progressivo e irrimediabile scioglimento: il tempo incontrastabile fa il suo corso inarrestabile. In questo modo l’eccentrico artista introduce un radicale ribaltamento nella prospettiva e nella considerazion... continua a leggere

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Riflessioni storico-critiche sull’intricata ricezione europea di Francesco Zorzi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

La tardiva condanna all’Indice delle diverse dottrine presenti nelle opere di Zorzi contribuì alla loro rapida diffusione soprattutto negli ambienti veneti, tanto che Venezia diventerà il centro della loro diffusione europea. Pochi anni dopo la morte del frate – avvenuta nel 1540, com’è noto – fra le attività di volgarizzazione editoriale dell’Accademia veneziana, o Accademia della Fama, fondata nel 1557, c’è già in programma, nel settore specifico dedicato alla musica nella “stanza” della matematica, il De Harmonia mundi e la Theologia Platonica di Ficino. L’istituzione ha però vita breve a causa dei debiti contratti nel tentativo di realizzare i suoi ambiziosi progetti, e nel 1561 il Senato della Serenissima decreta il suo scioglimento. Ciò peraltro non impedisce la diffusione dei suddetti capolavori, la cui fortuna nel milieu intellettuale e accademico continua ad essere – e lo sarà nei secoli… – notevole, dentro e fuori Venezia. Sarà proprio la particolarissima “apologetica” del nostro francescano che, ab origine destinata a rispondere ad esigenze esoteriche e spirituali, ispirerà la cultura del Cinquecento: si rivelerà in effetti, in parecchi dei testi più pregevoli della cabala cristiana, nell’irenismo ereticale di Francesco Pucci, nonché nel platonismo “radicale” di Curione e Camillo Renato. Saranno però il vagheggiato progetto utopistico di Giulio Camillo Delminio, l’escatologia immaginif... continua a leggere

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I sentieri delle lacrime. Olocausto degli indiani nativi d’America
di , numero 11, ottobre/dicembre 2007, Note e Riflessioni

La storia del genocidio dei nativi d’America non è facile da indagare: ogni prospettiva critica, infatti, che desideri analizzare e approfondire questo tema storiografico (ma sarebbe meglio dire disastro dell’umanità), si trova di fronte ad un guazzabuglio di interpretazioni in cui non è sempre facile procedere col lume scientifico e pacato dell’inchiesta razionale, tanto, ancora oggi, essa appare avviluppata in rancori, in ostinati silenzi, disperazione e comportamenti frustrati. Il cinema e la letteratura hanno cercato, in vari modi, di rimediare al senso di colpa sorto, se non nei confronti dei singoli individui, cui – forse e unicamente – andava chiesto perdono, almeno nei confronti della mentalità collettiva dopo la conclusione delle cosiddette guerre indiane. Delle stragi, che stiamo per rievocare, stupisce come, ancora oggi, non ci si riesca a liberare del passato, da una storia di orrore e morte sparsa a piene mani in nome di un’idea, l’idea della superiorità dell’uomo bianco, l’idea di un particolare rapporto con la natura, l’etica del capitale. Certo, si dirà, ricordare non è mai un esercizio innocente e fare storia significa sempre introdurre qualcosa di nuovo in un passato che altrimenti si annulla nelle vacuità mute del tempo; per giunta, nel caso degli indiani d’America, ogni questione pare vibrare ancora nella polemica razziale, in una sopita ma pur vivente polemica razziale, senza poter accedere a quell’... continua a leggere

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Ezio Raimondi, Gabriella Fenocchio, La letteratura italiana: il Novecento
di , , numero 3, ottobre/dicembre 2005, Note e Riflessioni

Caro M., da un po’ di tempo ho sul mio tavolo i due volumi dell’ultima opera coordinata da Ezio Raimondi dedicati alla letteratura italiana del Novecento, sintesi autonoma di un’opera ben più ampia rivolta alle scuole. A me sembra un ottimo strumento di lavoro. Che te ne pare? Ho confrontato l’analisi di queste pagine con letture recenti. Senti questa citazione: «Pensare che i testi parlino da soli, al di là e al di fuori di ogni possibile mediazione, è un’idea tanto vecchia quanto ingenua e intimamente balorda: disconosce la storia, disconosce la diversità dei codici e il modificarsi radicale, di secolo in secolo, degli orizzonti di attesa, delle domande che un testo produce e che al testo vengono poste. Dimentica soprattutto che le grandi opere letterarie sono, come ci è stato insegnato, abitate fin nell’intimo delle loro fibre da una critica immanente, che la cifra nel tappeto esiste e che su di essa , sul suo rinvenimento, si gioca la scommessa stessa della letteratura.» L’ho tratta dal recente libello sulla critica di Mario Lavagetto, e mi pare che non possa esserci migliore exergo di questo brano per commentare il ruolo, l’importanza del testo in questione. Quel valore dell’interpretazione che Raimondi ci insegna da trent’anni a questa parte. Ti dirò che, alla prima consultazione complessiva dei due volumi, mi sembrava di sentir emergere l’idea esteriore di un novecento compatto, in sé concluso, l... continua a leggere

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Il giardino della traduzione. Divagazione sul Giardino del profeta di Gibran
di , numero 4, gennaio/marzo 2006, Note e Riflessioni

Tutte le cose vivono e rilucono nella conoscenza del giorno e nella maestà della notte. (Kahlil Gibran) Ogni traduzione è una interrogazione sull’enigma della parola e della letteratura e tradurre è quasi il dialogare con un assenza, l’arte di ascoltare una mancanza sulla base di uno spartito, di un disegno che il tempo ha confuso irrevocabilmente. Tradurre è un capitolo del libro della nostalgia. Che dire, infatti, della voce che compose quest’opera, ormai è un secolo? Che dire della sua particolare inflessione, che soleva significare con peculiare ieraticità il dettato e lo sostanziava di un’ aura mistica per un’accolita beatificata di adepti? Che significato avevano allora parole come: mist, freedom, love, life, silencies, quali riferimenti immaginali mettevano in onda, mentre l’Europa collassava su di sé e gli Stati Uniti si apprestavano a diventare potenza mondiale espandendo il loro raggio d’azione politica e diplomatica sia in direzione del Pacifico che dell’Atlantico? Qualcosa è andato perduto. Tradurre, come leggere, è dunque un esercizio filologico, la ricostruzione di una vox originaria dietro il mistero di una grafia, l’ascolto di una melodia proveniente dagli abissi del tempo, dondolante in silenziose profondità bluastre, scandagliate da una debolissima luce, quella della nostra lontananza di ricercatori stranieri, di viaggiatori resi estranei dal trascors... continua a leggere

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Cinema e paesaggio dell’Emilia Romagna
di , numero 10, luglio/settembre 2007, Note e Riflessioni

Il cinema può, a buon diritto, essere considerato un’arte guida dell’espressività italiana, proprio come lo sono state la musica operistica nel Romanticismo e l’architettura durante il Rinascimento; è raro, non di meno, che esso figuri come strumento didattico tanto nella scuola media quanto nella superiore. Le ragioni di questa latitanza sono forse da attribuire alla difficoltà di organizzare delle visioni didattiche in aule poco attrezzate, ma anche alla scarsa conoscenza storica, oltre che geografica, del nostro patrimonio filmico. Il percorso didattico che qui viene presentato intende indagare i rapporti tra arte cinematografica e paesaggio dell’Emilia Romagna, in particolare il litorale, l’entroterra ravennate ed il Delta del Po, così come essi sono stati svolti da tre registi come Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni; i film scelti sono, nell’ordine, Ossessione, Paisà e Deserto Rosso. Quello proposto è un percorso all’interno di un laboratorio didattico integrato di storia e geografia e va, quindi, subito precisato che, anche in relazione agli obiettivi prefissati, il nostro lavoro, più che di un percorso estetico narrativo strutturalmente organizzato, avrà il suo fine precipuo nella definizione degli elementi fondamentali della griglia storico geografica di cui i film sono testimonianza . In sostanza, fatte le debite premesse, i film verranno utilizzati più per la loro forte valenza documentaria e me... continua a leggere

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Musikanten. Parole e musica nelle canzoni
di , , numero 14, luglio/settembre 2008, Note e Riflessioni

Anche se la quaestio è sin troppo vexata, in una canzone di quelle che siamo abituati ormai ad ascoltare per radio (e taciamo, volutamente, tutti gli altri supporti tecnologici, la cui attualità non si riesce mai a definire) non possiamo che chiederci se nasca prima il testo o la musica. Se facessimo un minimo di etimologia, intuiremmo subito che musica è parola legata a Musa, cioè alla dea metonimia della poesia: può, allora, esistere un testo poetico svincolato dalla musica? Della musica antica non ci resta nulla, e noi leggiamo i testi poetici della lirica e dell’epica come se fossero stati scritti senza il supporto musicale. Ma come lavoravano i poeti greci e latini? Non lo sappiamo pienamente. E nel Medioevo che succedeva? È innegabile: nella communis opinio il poeta, chiuso nel suo universo di nuvole, ricerca con gli occhi persi nel vuoto una parola che non trova. Ma succede così veramente? C’è qualche musicista che abbia musicato la poesia italiana del Novecento? E c’è qualche poeta che abbia scritto parole per una canzone? Sì, un esempio è proprio Roberto Roversi, che ha scritto per Lucio Dalla. Ma pare più che altro un’eccezione. Musica e poesia non si danno più la mano: sono due universi paralleli. Eppure, ed è forse solo un’impressione, le canzoni sembrano avere ereditato dalle esperienze poetiche anteriori al Futurismo quegli stilemi tradizionali che la poesia ha rifiutato. La musica leggera, allora, vive e si nutre... continua a leggere

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In Darfur. Intervista a Lorenzo Angeloni
di , , numero 19, ottobre/dicembre2009, Note e Riflessioni

D. da dove nasce l’esigenza di raccontare questa esperienza attraverso la forma narrativa del romanzo? R. La decisione di scrivere sulle vicende della crisi del Darfur ha da subito preso la forma del romanzo. Una decisione nata nel corso dell’ultimo anno della mia permanenza in Sudan, il 2007, quando le vicende di quella regione avevano già preso una piega negativa e, temo, irreversibile. Avevo fino a quel momento dedicato larga parte delle mie energie alla trattazione di quella crisi, cercando di capirla innanzitutto, partecipando poi agli sforzi della Comunità internazionale per arginare l’emergenza e per trovare una soluzione politica. Avevo accumulato “materiale” di tutti i tipi in argomento: i rapporti inviati al Ministero degli Esteri e quelli stilati insieme ai colleghi dell’Unione europea; gli appunti presi durante i colloqui con i principali attori coinvolti nella crisi; le impressioni riportate durante le svariate missioni compiute in Darfur dalla fine del 2003 all’inizio del 2007; le testimonianze degli sfollati, ascoltate e riascoltate così tante volte da diventare parte integrante della mia vita, non solo professionale. Il libro si è presentato come un banco di prova per testare fino a che punto le cose mi erano chiare. E forse il vero perché di questa forma narrativa ( e non un saggio o un reportage) è proprio questo: la competenza accumulata non era sufficiente a “svelare” alcuni misteri di quella crisi. E ... continua a leggere

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Secretum: Leonardo da Vinci e l’anatomia dell’anima
di , numero 48, dicembre 2019, Note e Riflessioni

Secretum: Leonardo da Vinci e l’anatomia dell’anima

Leonardo Da Vinci (1452-1519) nasce in pieno Umanesimo, un movimento di ricerca della sapienza perduta dell’età classica che presupponeva la rottura con i rigidi schemi del medioevo e un’apertura a una nuova visione del mondo: l’uomo non era più succube e svilito dalla vita e dal peso del peccato ma sentiva al contrario di poter prendere le redini e guidare il suo destino. L’umanesimo lo portò al centro dell’universo, rivalutando completamente la sua posizione e le sue potenzialità. Questa indagine appassionata che cominciò soprattutto grazie agli studi di Francesco Petrarca (1304 – 1374) portò con sé anche il recupero del messaggio ermetico, con la scoperta di testi relativi alla figura di Ermete Trismegisto, il Thoth egiziano, Dio – ibis della sapienza, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria e inventore della scrittura. La traduzione in latino di Marsilio Ficino (1433-1499) del Corpus Hermeticum, presentata alla corte dei Medici di Firenze nel 1463, diffuse l’ermetismo e i suoi insegnamenti religiosi e occul... continua a leggere

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Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa
di , numero 48, dicembre 2019, Note e Riflessioni

Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa

Nell’ambito della XVI edizione della “Festa internazionale della storia” intitolata “Viva la Storia Viva”, il 6 e 7 novembre 2019 nella Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, si è svolto il Convegno internazionale “Orizzonti della Didattica della Storia”, promosso dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio – DiPaSt del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Ateneo bolognese. Finalità principale delle giornate di studio era la verifica comparata dello status questionis della didattica della storia in Italia, con un confronto con diverse realtà europee (Spagna, Portogallo, Germania, Francia, Gran Bretagna) e d'oltreoceano (Brasile e Argentina). Tale verifica è stata indetta per trarre un bilancio e delineare nuove prospettive dopo undici anni di attività del Centro di ricerca DiPaSt e oltre trenta anni di iniziative intraprese dapprima all’interno del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Ateneo bolognese con la costituzione del “Laboratorio Didattico” (LAD) e poi del Laborator... continua a leggere

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Sull’identità dell’intellettuale europeo d’oggi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Marina Cvetaeva ha scritto: “Tutti i poeti sono ebrei”. Proficuo chiedersi subito, forse, in che senso una figura determinante nella civiltà letteraria russa del secolo passato abbia rivendicato un’identità culturale così precisa – e, conoscendo la Cvetaeva, non si trattava di una mera presa di posizione intellettuale, assunta per affinità o solidarietà da vittima. Ella puntava più in alto. Analogamente, è oltremodo interessante domandarsi cosa si afferma quando si dice “siamo tutti ebrei”? – o “siamo Charlie Hebdo”. E che significhi – di là dallo slogan e dalla sua efficacissima portata emotiva – assumere un’identità e rivendicare, in virtù di essa, un prototipo esistenziale. Un’eccellente risposta al primo quesito – e forse anche al secondo – la offre, a nostro sentire, un testo mirabile di Judith Riemer e Gustav Dreifuss, pubblicato anni fa pure in un’egregia traduzione italiana (Giuntina, Firenze, 1994). Vi si parla di Abramo. Come nessuno ignora, Abramo è il progenitore dei tre grandi monoteismi: dalla stirpe di Sem, figlio di Noè, egli viene prescelto per portare la sua tribù fuori dal paganesimo, ed è colui che sente la voce divina intimargli: “Vattene via dalla tua terra natale”. Via verso una terra promessa dal Dio. Ci dice psicanaliticamente il volumetto testé menzionato: “La voce del comando, che la Bibbia identifica con la voce di Dio, è in realtà la voce ... continua a leggere

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Rilettura pensosa di due classici europei: Böll e Yourcenar
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Quando uscì Opinioni di un clown (Ansichten eines Clowns), nel 1963, il mondo sembrava non essere pronto a recepirlo correttamente, e men che meno pareva esserlo la Repubblica Federale Tedesca, la quale fiduciosamente ancora si affidava al carisma del proprio cancelliere, Konrad Adenauer, e ai valori propagandati dal partito di cui egli era stato fondatore, l’Unione cristiano-democratica (CDU). Per le sue accuse dirette, il romanzo destò accese polemiche e dure reazioni soprattutto nell’ambiente cattolico di governo e, ben presto, da caso letterario divenne anche un caso politico. La sentenza di condanna di Böll non ammetteva attenuanti e colpiva al cuore una società che rischiava di sacrificare al demone del benessere la propria coscienza civile e, forse, il proprio senso dell’esistenza. La denuncia di fariseismo che egli riversò sul clericalismo politico del proprio paese presentì l’imminenza di una vera e propria rivoluzione sociale: l’avvento della socialdemocrazia di Willy Brandt (1964) – così come la nascita di numerosi movimenti di rottura (Femminismo, Ambientalismo, Anti-nazionalismo) – rappresentò un nuovo atteggiamento verso il recente passato, per il quale l’unica possibilità concessa al futuro della Germania era affrontare con onestà la pesante eredità del nazismo e non nasconderla dietro un facile moralismo di facciata. Arbitrario ridurre un libro come questo al suo precipitato contenutistico; se t... continua a leggere

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La parola della trascendenza
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia sola può recuperare l’uomo (Ragioni di una poesia) Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria... continua a leggere

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Cantus Circaeus, il tema della crisi universale
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

<em>Cantus Circaeus</em>, il tema della crisi universale

Alla seconda opera pubblicata a Parigi, nel 1582, Bruno diede il titolo di Cantus Circaeus. Anche questo testo, come il De Umbris Idearum, è composto «per una ordinata esposizione di quella prassi della memoria che egli stesso chiama prassi del giudicare». Si tratta, anche in questo caso, di un’argomentazione di carattere mnemotecnico, al cui interno, il suggestivo incantesimo operato da Circe è utilizzato come espediente per presentare i principali insegnamenti della nuova ars memoriae. Il primo dei due dialoghi di cui è composta l’opera è, indubbiamente, quello più interessante ai fini della nostra ricerca. Introdotto da Jean Regnault, segretario di Enrico d’Angoulême e fratello naturale del re di Francia Enrico III, il complesso dialogo tra Circe e la sua ancella Meri, ambientato nel castello della maga, si distingue nettamente dal secondo soprattutto per la problematica etica che svolge. Il lamento di Circe ha inizio con un’invocazione al sole, affinché ponga rimedio al caos in cui versa la natura: Sole, che solo illumini tutto. (…)... continua a leggere

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Ricordando Ezio Raimondi, maestro ideale
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

Ricordando Ezio Raimondi, maestro ideale

Il 18 marzo 2014 è morto Ezio Raimondi, a lungo titolare della cattedra di letteratura italiana presso la facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, filologo di fama mondiale, critico letterario originale e versatile. Di origini umilissime, non può che essere proposto come modello positivo ai giovani di fronte alle incertezze e alle inquietudini - lavorative ed esistenziali - di questo tempo di crisi: egli ha dimostrato che, con la volontà, lo studio e l'intelligenza, anche il figlio di un ciabattino - come nelle fiabe - può ottenere il successo professionale e il pieno riconoscimento dei suoi meriti. Maestro per formazione (frequentò l'istituto magistrale "Laura Bassi" di Bologna), per molte generazioni diventò Maestro (con la maiuscola) di lettura, di conoscenza e di amore per lo... continua a leggere

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Aforismi esclamativi ma poetici
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Note e Riflessioni

Da genere appartato, anche confidenziale, negli ultimi dieci anni l’aforisma ha trovato un consistente numero di voci che ne hanno arricchito il panorama editoriale e, come per ogni fenomeno che allarga i propri confini, anche quelli espressivi si sono ampliati, con un panorama sempre più vasto di interpretazione. Ogni autore, insomma, vede l’aforisma a modo suo – e a modo suo lo produce, consapevole che in fondo la schiera dei possibili maestri è assai ampia, in un ventaglio di forme brevi che spazia dal mondo antico al Novecento, da Ippocrate a Longanesi. L’osservazione trova riscontro in una piccola collezione aforistica di recente pubblicazione. Assemblata da Annalisa Mancino, Al limite... Aforismi! (Urizen Edizioni, 2015) è un minuscolo album in sedicesimo orizzontale con pagine cartonate dello stesso peso della copertina. Già la forma pone il prodotto fuori dalla schiera, consegnandoci un oggetto cartaceo che è anche stampato e legato a spago nel modo assai gradevole di un’attenta arte tipografica, il che lo distanzia dal cumulo antiestetico dei libri auto-prodotti e ne fa qualcosa di curiosamente simile a un album classificatore di antica concezione. È già un punto di qualità, almeno per il bibliofilo: una plaquette materialmente assemblata in maniera originale diventa infatti un prodotto “ricercato”. Il primo carattere che affiora è che – in linea col prodotto tipografico d’autore – ogni scelta è concessa... continua a leggere

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Alcune annotazioni sulla storia dell’Alma Mater Studiorum
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Note e Riflessioni

Alcune annotazioni sulla storia dell’<em>Alma Mater Studiorum</em>

L’istituzione che oggi viene ordinariamente definita università si configura, a Bologna, verso la fine dell’XI secolo, allorquando maestri di grammatica, retorica e logica iniziano ad applicarsi al diritto. Secondo la miglior scienza ed esperienza attuali, il 1088 può essere accolto solo come data convenzionale. In quel torno di tempo, comunque, a Bologna si organizza un insegnamento libero e indipendente, in primis, dalle scuole ecclesiastiche: di fatto, al tramonto dell’XI secolo insigni maestri di grammatica, retorica e logica vi studiano e professano il diritto. La prima figura di spicco su cui sono pervenute notizie sicure è Irnerio – padre nobile dei celeberrimi glossatori e, non per caso, soprannominato Lucerna iuris – la cui infaticabile attività di sistematizzazione e attualizzazione del Corpus giustinianeo superò ben presto i confini del Comune. Ab origine gli studenti, per retribuire i professori, cominciarono a raccogliere danaro (collectio), che nei primi decenni venne dato a titolo di offerta, giacché il sapere, dono di Dio per eccellenza, non ... continua a leggere

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La reinterpretazione del Mito nel ‘900
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

La reinterpretazione del Mito nel ‘900

Nel contesto così complesso e tragico del Novecento europeo, la letteratura e le arti si sono profondamente rinnovate in ogni loro aspetto e l’umanità ha maturato una diversa visione del mondo. Il Novecento è d’altronde il secolo che più è vicino alla nostra modernità, e mi è parso interessante notare come, in quest’epoca di sofferto rinnovamento, questo spirito di innovazione creativa non si sia basato esclusivamente sulla pura inventiva, ma anche sulla reinterpretazione di un modello che ha accompagnato la creazione artistica dai tempi più remoti dell’umanità: la riflessione mitica. L’imitazione o emulazione della classicità che, in maniera più o meno evidente, aveva sino ad ora accompagnato la stesura di opere che si rifacevano al passato mitologico della cultura europea, ha ceduto il posto a una rilettura più esistenziale, polemica, che deriva soprattutto da un nuovo approccio di natura antropologica al Mito. Su questo si basa il mio percorso: su tre diverse riflessioni mitiche a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, tra l’Austria imperiale di Gustav Klimt e l’Italia del secondo dopoguerra di... continua a leggere

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Il ruolo della lingua
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Il ruolo della lingua

La lingua è uno strumento di comunicazione fondamentale per l’uomo, che non solo lo rende unico rispetto ad ogni altro essere vivente, ma che viene anche utilizzato in ogni ambito della vita quotidiana. Antica ma al tempo stesso moderna, la lingua conserva espressioni, vocabolario e grammatica della tradizione passata, ma è sempre disposta a cambiare e a rinnovarsi per soddisfare nuove esigenze. La mia analisi linguistica esplora la creazione ‘Neolingua’ in 1984 che George Orwell utilizza come strumento di controllo del pensiero nella società totalitaria qui descritta, e l’importanza del linguaggio e della comunicazione nei campi di concentramento (attraverso l’esperienza concentrazionaria di Primo Levi) unitamente al problema della convenzionalità del linguaggio nell’opera La trahison des images (René Magritte, 1928). Nell’appendice finale del romanzo di George Orwell ritroviamo uno studio approfondito sul ruolo della Neolingua, che nel corso della storia viene solamente accennato. Before we concentrate on the role of Newspeak in the book “1984”, I would like to introduc... continua a leggere

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Il colombo triganino modenese. Uno scorcio “in bianco e nero” sul campanile del Duomo
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Il colombo triganino modenese. Uno scorcio “in bianco e nero” sul campanile del Duomo

Come vecchio mozzicone di candela, spento e dimenticato da lustri su un candelabro annerito, la cui unica speranza è riposta in una mano curiosa, disposta a riaccenderlo, a riportarlo “all’onor del mondo” onde perpetuarne il senso – ormai desueto, forse, ma poetico, poetico tout court –, il trattato di Clemente Polacci (Reggio Emilia α 31 maggio 1868, ω 18 marzo 1945) intitolato Il colombo triganino modenese (Modena, 1978) permane oramai quasi inerte nella sua metastorica analiticità, propria di quei passatempi “in bianco e nero” tipici dell’alta borghesia e della nobiltà reggiane e modenesi d’antan. Clemente Polacci, di professione “segretario della Regia Deputazione Provinciale di Reggio Emilia”, consacrò molta parte della vita allo studio e all’allevamento dell’uccello in discorso. Invero, alle giuste ragioni di questo volatile, singolare quanto rilevante, donò con fervida passione ticchettanti ore fra gabbie e carte. Né mai mancava, nelle tavole illustrative dei colombi, il suo occhio esigente e meticoloso, che supervisionava sistematicamente la pur egregia ... continua a leggere

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Su La stanza dei libri di Giampiero Mughini
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Note e Riflessioni

Su <em>La stanza dei libri</em> di Giampiero Mughini

Fra gli autori italiani forse non troppo considerati per l’eccentricità palese, bruciata platealmente attraverso il mezzo televisivo in luoghi diversi e molteplici, abita senza dubbio Giampiero Mughini (1941-). Catanese d’origine ma romano di formazione, Mughini ha scritto alcuni libri importanti per la documentazione offerta, la capacità di sintesi, la chiarezza dei temi trattati. Egli è poi un collezionista, un uomo di libri, dannatamente preciso e pignolo, tignoso ma generoso. Il futurismo, certi libri d'arte del novecento, un gusto certamente internazionale, in particolare francese, non ha penalizzato l'interesse deciso verso l'editoria nazionale della quale è uno dei conoscitori più attendibili. Nel recente testo pubblicato da Bompiani, La stanza dei libri, dà respiro con la passionalità esigente dell’amateur ad alcuni temi che si pongono a difesa di questo mondo di carta a fronte dell’immaterialità della comunicazione digitale. Mughini lo fa raccontando, da par suo, di certi traslochi quasi leggendari, tirando in ballo altri illustri bibliomani da cinquantamila libri in su: ... continua a leggere

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Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre

Gli scrittori non devono essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana. E non vi è nulla di così essenziale alla vita, per tutti gli uomini e in tutti i momenti, come il bene e il male. Quando la letteratura diventa, per partito preso, indifferente all’opposizione di bene e male, tradisce la propria funzione. Vita brevis, ars longa: questa celeberrima traduzione latina dell’incipit del primo aforisma d’Ippocrate si medita (e si soffre) fino in fondo, salvo rare eccezioni, troppo tardi. Sia come sia, a prescindere da quel che mi resta da vivere, non mi occupo solitamente di romanzi contemporanei per scelta, per diffidenza, per igno... continua a leggere

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I natali di Giordano Bruno e la sua formazione: da Napoli a Tolosa
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

I natali di Giordano Bruno e la sua formazione: da Napoli a Tolosa

Non si può comprendere un pensatore senza tracciare, seppur concisamente, le origini, la formazione iniziale e le prime rilevanti esperienze della sua vita e in questo anche un irregolare come Giordano Bruno non fa eccezione. Nel tentativo di delineare un quadro esauriente del filosofo e letterato campano e dello sfondo culturale nel quale s’inscrive il suo pensiero, ci si trova, inevitabilmente, a dover fronteggiare numerose difficoltà che dipendono sia dal temperamento e dalla genialità di un uomo che sfugge a qualsiasi tentativo di tipizzazione, sia dal contesto storico in cui visse ed operò. L’età tardorinascimentale, crocevia tra rinascimento maturo ed età barocca, è caratterizzata, come tutte le fasi di passaggio, da una poliedricità di componenti storico-culturali e sociali che ne rendono impossibile una lettura univoca. Dal punto di vista storico, a livello europeo, la nascita degli Stati moderni, le scoperte geografiche, l’invenzione della stampa e la Riforma protestante sono solo alcuni degli eventi di rilievo dell'età rinascimentale. Occorre, peraltro, sottolineare che il Rinascimento, che as... continua a leggere

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Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente

Della moda giovanile degli ultimi dieci anni mi colpisce la proliferazione di teschi stampati, ricamati, cuciti in rilievo su maglie e t-shirt. Non mi riferisco soltanto al teschio della Jolly Roger, la bandiera dei pirati, che richiama memorie di film con Errol Flynn o Jonny Deep, ma anche ai simulacri di crani dandy, con cappello a cilindro, crani adornati di fiori, oppure truccati con tratti esotici, crani belle époque, crani a coppie, in corrispondenza di amorosi sensi, crani ritratti in finti dipinti o incorniciati da cuori, picche, jack e regine, ieratici, in ventagli di carte da Ramino. Non vedo teschi sul volto di soldati in guerra, le immagini pacifiste di un tempo, né all’interno di un décor dark, magari ironico come quelli della Famiglia Addams. Constatata l’incongruità di questo immaginario rispetto a quanto il buon senso comune suggerisce in merito, sorge il sospetto che il teschio costituisca un tratto di ornatus dotato della gommosità e della duttilità di un topos retorico. Un teschio rende più efficace e quindi più gravis i... continua a leggere

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Quell’antico “traditore” Mario Luzi e Coleridge
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Quell’antico “traditore” Mario Luzi e Coleridge

Chesterton era innamorato della sua cantina piena di depositi dimenticati, ricordi sepolti ma vivi e palpitanti, che chiedono di essere riportati alla luce o definitivamente gettati. Ognuno di noi ha la sua cantina. Dopo anni, ho riesumato la mia tesi di un’indimenticabile borsa di studio londinese con un titolo un tantino generico: Coleridge poeta e alcuni traduttori italiani. Negli ultimi fogli sbiaditi, appoggiata distrattamente quasi come un regalo, trovo un’intervista a Mario Luzi (1914-2005) datata 4 novembre 1993. Ricordavo di averlo incontrato a casa sua. Eravamo due universitarie con la passione della scrittura e l’assoluta ammirazione per i poeti. Guardavamo adoranti il suo viso simpatico di capra semita. Nella mia memoria è sempre viva la cordialità e la familiarità di quella splendida giornata fiorentina, ma l’intervista era proprio caduta nell’oblio. Mario Luzi non è stato un traduttore di professione né un teorico della traduzione, ma è stato autore di significative versioni letterarie e ha espresso, in modo preciso, le sue convinzioni e idee sulla traduzione. Va detto in... continua a leggere

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Al Caffè Margherita 130 anni dopo o poco più
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Quando, per il 20 dicembre 2016, sono stato invitato a presentare alla Casa della conoscenza il volume 130 anni a Casalecchio. Caffè Margherita, di cui qui tenterò – in modo del tutto personale – di parlare, ho pensato a lungo al motivo vero per cui da circa un decennio ho preso a frequentare quel bar, così particolare com’è sotto il portico di Palazzo Quadri, all’angolo delle vie Porrettana e Marconi, a due passi dal Reno, dove spesso la vita sembra soffermarsi un po’a riflettere su se stessa per poi procedere inesorabile senza sosta. Ho pensato, dicevo, ho ripensato, e non ho trovato parole migliori per esprimere quel che provo nel recarmi là se non il famoso verso di Carducci: «un desiderio vano de la bellezza antica» (Nella piazza di san Petronio, 20). Tutto tra quelle quattro mura racconta qualche cosa, un aneddoto, un personaggio, una storia, e così lo vivo quale un luogo della memoria, anche della mia personale memoria, un luogo di costruzione dell’identità di un territorio o di un semplice modo di essere, il passaggio del testimone da una generazione all’altra, anche alla mia. Le orme del tempo non svaniscono, come bugie vane, al Margherita, ma impregnano gli angoli, ingannano i vetri, restano aggrappate al muro in fotografie a pegno di futura memoria. In una di esse ci sono anch’io: in una bella giornata di fine maggio presentavo una mia raccolta di sonetti, Bestiario. Ritratti veri di persone false... continua a leggere

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Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima

Molti considerano Serantini autore romagnolo, ma ci sono due fatti che giocano a sfavore di questa collocazione. Il suo stile di scrittura. In un’epoca – fine anni Quaranta e primi Cinquanta – in cui dettava legge il neorealismo letterario, Serantini si presentava con uno stile abbastanza inconfondibile, quello dell’epopea minima, della festa popolare. Fu un umanista che restò fedele alle storie vissute, cantore di un’Italia illustre sul piano popolare e garibaldino. Usò uno stile nuovo e antico al contempo, legato al passato ma bagnato nella modernità della sintesi, amante di una narrativa scorciata e dinamica, rapida e sobria, con un senso ironico e smaliziato della vita, fatto di malinconia e di nitidezza classica. Chi lesse Serantini si accorse che era autore colto, dotato di solide e ampie letture, affezionato ai classici ma ben stagionato con il “locale”: nei dialoghi dei suoi personaggi riesce a mantenere i modi colloquiali, dotandosi di formule dell’uso vivo – sprezzature, anacoluti, dialettalismi – ma sempre classicamente calibrate. Il suo era insomma uno stile inconfondibile, che trapianta... continua a leggere

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La scuola che non c’è. Ipotesi per una scuola futura
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

L’ipotesi di un ripensamento del sistema scolastico nasce dall’esigenza di rispondere alle richieste che vengono dalla società. Comel’imprenditore che debba riprogettare la sua azienda per meglio affrontare la concorrenza e la propria posizione societaria all’interno del sistema di mercato, così noi abbiamo pensato alla realizzazione di un modello, l’immagine di uno scenario possibile per la scuola. Martin Heidegger, nei Seminari di Zollikon, per spronare alla filosofia i suoi discenti–sovente di notevole caratura intellettuale –era solito dire: “Come sarebbe la realtà se tutto improvvisamente non fosse?”. L’esercizio che qui proponiamo è esattamente, sostanzialmente questo: ipotizzare, immaginare come potrebbe essere la Scuola italiana se il suo sistema, le sue strutture, la sua organizzazione, i suoi principi improvvisamente venissero meno. Indubbiamente il nostro presente è intessuto in una materia che è costituita di saperi e di competenze. A spostarsi dalla Sicilia verso il Nord Europa sulle rampe dell’A1 non sono solo i TIR carichi di agrumi, ma sono soprattutto dati, sapere, conoscenza. Viviamo nella società dell’informazione, della comunicazione delle informazioni: non possiamo non avvertirne il senso. È proprio in questa direzione che si situa la possibilità di una nuova scuola, la sua ipotesi come la necessità di nuovi modelli opera... continua a leggere

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Crisi economiche e ricadute psicologiche fra Novecento e terzo millennio. Intervista a Giorgio Bernini
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Abbiamo avuto il privilegiod’intervistare, su questo tema d’indubbia attualità, il professor Giorgio Bernini (1928-), giurista di fama mondiale (Diritto civile e commerciale, Diritto internazionale, Diritto comparato), insigne decano italiano dell’arbitrato, nonché ex Ministro della Repubblica italiana (Commercio conl’estero). Ecco, in estremasintesi, la sostanza del dialogo. Vad’altronde precisato che, dopo avergligentilmente chiesto di evitare (o perlomeno limitare), se possibile, quei termini tecnici che sono peraltronecessari alle discipline coinvolte, questogiovanile “maestro di color che sanno” ci ha ascoltatocon disponibilità, flessibilitàe cortesia davvero straordinarie. Quale è stato, secondo Lei, l’effetto psicologico principale del Wall Street Crash? Beh, in tutta semplicità e ispirandomi ad un celebre dipinto di Caspar David Friedrich, il naufragio della speranza, vale a dire una perdita di fiducia pressoché irreversibile nei confronti di un sistema che si reputava solido, aggressivo e progressivo dal Canada al Giappone. E quando la speranza vienemeno, ebbene, tutto sembra sgretolarsi, tutto sembra perduto: il passato, il presente e il futuro –tanto del singolo quanto della nazione. Poi, com’è notorio, grazie alle geniali scelte politico-economiche meditate ed attuate da studiosi vicini al grandeJ. M. Key... continua a leggere

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Intorno e attraverso Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz di Alberto Castaldini
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Intorno e attraverso <em>Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz</em> di Alberto Castaldini

Dalle pagine de Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz. Prospettive filosofiche e teologiche sull’Olocausto (Accademia Romena/Centro di Studi Transilvani, Cluj-Napoca 2016, pp. 370), a chiamarci a raccolta è un Dio fragile, talmente fragile da non esigere nemmeno una teodicea; un Dio, piuttosto, da “comprendere nella domanda” (pp. 291-299) così come si fa con l’uomo più debole. Sembrerà paradossale che un’indagine sul Deus absconditus, attenta alla tradizione apofatica e a quella ebraica (biblica, talmudica e cabalistica), ci parli invece di un Dio esposto, addirittura troppo esposto. Non solo patiens ma perfino “stanco” (p. 238). La tesi stessa attorno a cui ruota il libro di Alberto Castaldini è assai esposta e non manca di una certa fragilità, che andrà interrogata. Il libro sorprende per erudizione e vastità di implicazioni, tanto che in questa sede sarà possibile darne solo qualche cenno essenziale. Come ogni opera di ampio respiro è un libro che comprende molti altri libri, tra cui una sintesi efficace dei fondamenti della religiosità ebraica (pp. 133-154) ... continua a leggere

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La sottil parladura di Francesco da Barberino
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

La <em>sottil parladura</em> di Francesco da Barberino

L’opera che sono chiamato a trattare si colloca nella letteratura del primo Trecento italiano. Ovviamente è il tempo che ci è stato imposto di vedere con il predominio di Dante e dalla sua più che celebre Comedìa. Non voglio essere innocuo, culturalmente. I problemi sul campo sono grandissimi e sottili, come l’argomento di questo intervento. Il primo: perché non ci sono stati sforzi istituzionali apprezzabili per ricostruire il panorama storico-culturale in cui la Comedìa appare? L’Italia si è data alle esegesi critiche, limitate e improduttive, nella totale assenza di altre opere del Trecento: come se Dante fosse solo, come se ci fosse solo Dante. Un secondo quesito scende più in profondità: perché l’Italia ha trasformato un romanzo divulgativo – la Comedìa – nel campione unico di una cultura che si votava quasi del tutto alla ricerca, non alla fabula. Il falso ha sopraffatto il vero, la narrazione ha prevalso sulla filosofia o, per citare il titolo del convegno, l’affabulazione diabolica si è imposta sulla santa aff... continua a leggere

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La «terza cibernetica». Nota a La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine di Francesco Forleo
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Scrivo questa recensione con un word processor e la tastiera contiene simboli. Oggi sembra scontato. Da un istante all’altro, lo schermo compone le immagini delle parole: le memorizzo con la vista e la macchina con una sequenza di byte. Sembra scontata anche la composizione immediata delle parole. Ora nasce un documento salvato-con-nome – questo file – e lo invierò a una persona molto lontana da qui. Ecco una straordinaria applicazione cibernetica. Come ci siamo arrivati? Nelle intenzioni dell’autore questo dovrebbe essere un lavoro divulgativo, ma non è proprio così: la trama dei tecnicismi ci mette alla prova, nello stesso tempo la trama mentale è accattivante. La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) sottende una vasta competenza dovuta alla lunga esperienza di Francesco Forleo nei centri di sperimentazione e di ricerca. Quindi, senza residui di astrattezza, egli ripercorre l’evoluzione della cibernetica da un profilo storico, dallo stato nascente, interpretato dal greco kybernētikós, aggettivo di kybernétes, che indicava «pilota, nocchiero», alla accezione platonica di «arte del navigare» e a quella di «pneumatica» e di «costruzione di automi» di Erone di Alessandria: ed è significativo, Forleo scrive, «come l’idea di servomeccanismo fosse presente già agli albori della storia della natu... continua a leggere

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Ricordando il Novecento di Ezio Raimondi
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Ricordando il <em>Novecento</em> di Ezio Raimondi

Incrociare nella vita un grande maestro vuol dire, di fatto, cambiare il Senso del proprio destino. Lo sanno tutti coloro che hanno ricevuto questa inestimabile fortuna, e lo percepiscono, di là dai necessari limiti temporali e spaziali, attraversandone l'aurea luminosa, riflettente il significato di una presenza (forse) senza fine. Quando nel 1999 Ezio Raimondi (1924-2014) tornò in terra sudtirolese – in un cammino di conoscenza mai domo, iniziato nel magistero bolognese nascente nel lontano 1955 – a Bressanone si tracciava quella parabola di dodici anni che lo avrebbe portato a chiudere sulle parole di Dante e di Mandel' ŝtam, in un'aula di lusso straripante di emozione, perché il senso di quel luogo donava il significato di un'esistenza unica, un sentiero accademico mai così lontano dall'Accademia… Esempio, magistero, discrezione, produttività, riservatezza sono frecce intatte che Ezio Raimondi ha lanciato negli “spazi interstellari” di una parola e di una scrittura che resteranno nel tempo, frantumato e precario ma intelligente, risoluto, volitivo, persino violento, nel suo lavoro quotidiano, nel s... continua a leggere

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In margine alle Myricae di Giovanni Pascoli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

In margine alle <em>Myricae</em> di Giovanni Pascoli

Nelle Myricae di Pascoli la poesia, seppur per frammenti e illuminazioni, diviene programmaticamente indefinibile punto d’incontro tra realtà sensibile e realtà ultrasensibile, si fa dimensione d’interscambio tra ciò che non è più e ciò che mai più sarà, è invisibile linea che separa e insieme unisce l’inafferrabile unità del tutto. Il poeta, postosi sulla soglia dell’essere già dal titolo, tocca guarda ascolta quanto ad altri è precluso, rimodulando nel suo canto immagini di un mondo ormai trapassato, che parla una lingua arcana e immortale, lingua non tanto a un livello pregrammaticale, secondo la ben nota definizione di Contini, bensì prenatale e ancestrale, iscritta nel cuore delle cose, simile alla circolarità cantata nella quarta ecloga di Virgilio, da cui il termine myricae è preso, in un eterno ritorno. L’intero verso virgiliano (Ecl. IV 2), posto lapidariamente a epigrafe dell’opera, muta il suo senso originale, perché è volontariamente soppresso il non incipitario, e assume il significato di «a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici», così ... continua a leggere

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Noterelle geostoriche su Lucrezia Borgia Duchessa d’Este (1519-2019)
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

<em>Noterelle geostoriche</em> su Lucrezia Borgia  Duchessa d’Este (1519-2019)

Volgendo lo sguardo ai trascorsi della storia reggiana che, sino ad oggi, hanno reso questa città florida e prosperaterra tanto diletta alla più raffinatae gloriosa aristocrazia, non ci si può, senza meno, esimere dal rimembrare il nome di Lucrezia Borgia, nel quinto secolo dalla sua dipartita(1519 -2019).Specie a causa dei suoi natali,tanto illustri quanto a giusto titolo discutibili,la storia non leha certo risparmiato la più deteriore delle pratiche popolari: il più infondato e infamantepettegolezzo, ineluttabile patina destinata a velare sempre più la preziosissima, aurea medaglia di colei che fu figlia di Papa Alessandro VI, 214°pontefice di Santa Romana Chiesa, al secolo Rodrigo Borgia. Se la paternità della Borgia non giovò certamente al suo buon nome, si può affermare quasi lo stesso circa la sua maternità, quantunque per motivi affatto diversi. Nacque,infatti, terzogenita di quattro figli(Juan, Cesare e Jofrè), il 18 Aprile 1480 da una relazione illegittima dell’ancor cardinale Borgia, con Giovanna Cattanei, detta Vanno... continua a leggere

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Riforma e timori. Scarne riflessioni a posteriori
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Riforma e timori. Scarne riflessioni <em>a posteriori</em>

La celebrazione dei 500 anni dalla Riforma protestante del XVI secolo poteva essere una grande occasione di riflessione. Perché un evento del genere contribuì in maniera così forte a forgiare una nuova civiltà? Cosa ci fu di così strategico da incidere in maniera così profonda in coloro che si aprirono alla Riforma? Il 2017 poteva offrire l’occasione di una riflessione profonda non solo in chiave religiosa, ma anche in chiave culturale. Le celebrazioni risentono sempre del clima culturale del tempo e quelle che si sono succedute al 1517 (1617, 1717,1817, 1917) sono state l’inevitabile riflesso del condizionamento dei vari periodi. Cos’è accaduto nel 2017? Sembra evidente che,in campo religioso,si siano ingrossati alcuni filoni convogliati poi in un fiume unico. C’è stato l’affluente della neutralizzazione praticato dal cattolicesimo romano; quello della relativizzazione incarnato dal protestantesimo storico; quello della banalizzazione vissuto dal protestantesimo risvegliato. Questi diversi affluenti sono sfociati... continua a leggere

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Appunti storico-critici sulla Via Francigena
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Appunti storico-critici sulla Via Francigena

Questa strada è una delle più antiche e celebri d'Europa e,come poche altre,ha contribuito a mantenere un legame fisico,economico, culturale e spirituale fra i popoli del vecchio continente; infatti, tradizionalmente, essa ha rappresentato il percorso per chi intendeva recarsi dalle isole Britanniche, dai Paesi nord-europei e dalla Francia verso Gerusalemme, attraverso l’Italia, la Grecia, la Turchia il Libano e la Siria o tramite il Mediterraneo. Successivamente (VIII-XV secc.),dopo la occupazione della Terra Santa da parte degli eserciti islamici, la Via Francigena convergeva su Roma divenuta, ormai, la capitale del Cristianesimo. Talepercorso risultava caratterizzato da varie diramazioni imputabili a molteplici variabili: alle esigenze meteo e stagionali, all’affidabilità del selciato e dei singoli ponti, alla sicurezza intesa come sanità e incolumità personali, alla ospitalitàdei luoghi di posta. Comunque –dal VII° secolo –il tragitto dal passo del Gran San Bernardo verso Pavia e da qui, tramite il passo della Cisa, verso Lucca (legate,poiché entramb... continua a leggere

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Sulla Giornata nazionale della Letteratura
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Ma è proprio necessaria, una “Giornata Nazionale della Letteratura”? Non sono diventate esorbitanti, quindi invisibili, le “giornate” dedicate a qualcosa di importante? Non stanno trasformandosi in stanchi post-it scritti con pennarelli esauriti? “Ricordati di ricordare”: ma cosa dovevo poi ricordare? Il catalogo, sappiamo bene, genera indifferenza se non è imbandito da un grande autore, ma di Omero o di Gadda ne incontriamo sempre meno. Allora osiamo il calviniano antidoto dell’esattezza e proviamo ad analizzare la formula parola per parola. Giornata – giorno pieno e lungo, “giorno chiaro e sereno” diceva Leopardi, tutto teso a uno scopo, dentro al lungo anno, una festa, segno rosso sul calendario. È di noi umani la consuetudine di segnare giorni speciali, di darci dei segnalibri, dei sigilli, perché nell’indistinto del tempo non riusciamo altrimenti a fermarci a riflettere e a valorizzare. Nazionale è un aggettivo che ci fa bene ripetere. Nazionale, di tutti; tutti coloro che han messo piede – in quanti modi possibili! – sul suolo italiano. Ius soli, appunto: siamo qua, beatamente affacciati o faticosamente abbarbicati su queste rive: Dante già lo diceva (“così s’en vanno su per l’onda bruna…”) E Luzi, un po’ dopo di lui (“file d’anime lungo la cornice…”) Siamo qua, e condividiamo una lingua, e la sua letteratura che è sempre in evoluzione e ci unisce. Letteratur... continua a leggere

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Per i Conti Suzzari, fra nobiltà  e memoria
di , , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Grazie al nitido, cristallino riflesso di uno spavaldo raggio di sole che, galante e inarrendevole corteggiatore, bacia la mano del Po, ove prende il nome di Zara, si rivela timidamente unpaesino che par quasi estraneo alla caducità connaturata all'humana condicio; beffandosi inconsapevole della falce del tempo, che corre e scorre come le acque del suo fiume, ègiunto ai giorni nostri col nome di Suzzara. È questa un’isola di antichi natali, tanto da dar nome a una delle più antiche famiglie patrizie di "Reggio dell'Emilia": i Suzzari. Fra le centinaia di case nobili annoverate nello scorrere dei secoli che hanno seguito il Duecento, lo stemma dei Suzzari può dirsi l’unico superstite di quasi novecento anni di storia, insieme con quello della famiglia dei marchesi Tacoli che, contrariamente ai Suzzari, ètuttora vivente. Trattasi diuno scudo troncato, innestato e merlato di cinque pezzi; due d’oro e tre di rosso. Benché il panorama della Nobiltà Reggiana fosse vasto e articolato, prima dell'Ottocento non risultano esservi studi di carattere privato o pubblico che illustrino adeguatamente l’argomento. Non vanno obliate, a ogni modo, le brevi note apparse su pubblicazioni varie e dettate anche da autori di qualche fama come Prospero Fantuzzi, Giuseppe Turri, Vittorio Spreti, Carlo Melloni, Prospero Ferrari, Emilio Nasalli Rocca di Corneliano, Antonio C... continua a leggere

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Figure e problemi dell’Utopia dal Rinascimento all’unità d’Italia
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

Figure e problemi dell’Utopia dal Rinascimento all’unità d’Italia

Nel vario e ampio sviluppo del genere utopico dal Rinascimento al Positivismo, pare legittimo distinguere opere di carattere prevalentemente letterario da altre ove prevale un engagement di natura politico-sociale. Nell’età antica e medievale, la civiltà occidentale era andata elaborando, come si sa, diversi miti che stanno alle radici dell’utopia moderna (l’Età dell’oro, l’Eden, l’Apocalisse giovannea etc.), ed anche Platone, Aristotele e altri filosofi greci e romani de race avevano introdotto rilevanti modelli utopici: salvo eccezioni, tutto questo ricco ed eterogeneo patrimonio è presente nell’immaginario e nella “biblioteca mentale” dei moderni, i quali – come quasi sempre accade nella storia della cultura e delle idee – lo seguiranno, lo varieranno e (non di rado) lo tradiranno senza troppe remore.A differenza delle antiche, l’utopia moderna – come opportunamente rammentato da diversi autorevoli studiosi – manifesta un orientamento decisamente progressista, sebbene si tratti ancora, perlopiù, di un gen... continua a leggere

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