Bibliomanie

Montesquieu ovvero dello stupore. Alcune considerazioni a partire da Studi di storia della cultura
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Che mai s’intende, oggi, per “cultura”1? Massimo Angelini2 ne ha ricondotto correttamente l’etimologia al verbo latino colere, nelle sue accezioni di ‘coltivare’, ‘far accrescere’ e ‘venerare’, in un’interessante, affascinante miscellanea edita da CLUEB nel 2012 e curata da Domenico Felice, studioso di fama internazionale che non necessita di troppe presentazioni.
Il poderoso, inconsueto volume che qui s’andrà illustrando in breve raccoglie ventuno saggi, preceduti da una prefazione sui generis dal titolo Sulla dignità umana, o lo stoicismo di Montesquieu: ci si trova dinanzi a una pregnante antologia di citazioni, tratte da illustri pensatori e hommes de lettres antichi e moderni, da Platone ad Hannah Arendt, con una prevalente, prevedibile attenzione a brani memorabili di Montesquieu. A questo straordinario giurista, politologo, filosofo e scrittore di Francia vengono dedicati, in effetti, diversi saggi significativi, fra i quali si segnala il denso profilo del liberale (e moralista, «nell’accezione più illustre del termine»3) minuziosamente tratteggiato dallo stesso Felice e da Davide Monda; altri protagonisti dell’eclettica quanto rigorosa raccolta il Seneca politico, Machiavelli ed Erasmo, Voltaire e Rousseau.
Fra gli interventi che trattano, in particolare, di Montesquieu, ampio spazio viene, a giusto titolo, riservato alle fatiche esemplari di Salvatore Rotta (1926-2001) a lui dedicati4, opportunamente suddivise in quattro direttrici di ricerca principali: anzitutto, ne viene rammentata l’influenza determinante sulla cultura illuministica italiana della seconda metà del Settecento (sia in direzione liberale e moderata, sia in quella rivoluzionaria tout court), a partire dagli stretti rapporti tra il Bordolese e Ottaviano di Guasco, il primo traduttore italiano dell’Esprit des lois; va sottolineata, al riguardo, anche l’importanza delle pagine rottiane sul notevole fenomeno socio-politico e culturale dell’apparire di ben sette traduzioni italiane dell’opera precedenti al 1800, la «capostipite» delle quali viene identificata in quella veneziana del 1773, nonché sulle reazioni all’uscita del trattato.
In tal senso – come peraltro puntualizza Felice – Rotta ha altresì il merito di avere indicato una serie di inediti che andrebbero opportunamente studiati e, magari, dati alle stampe, specie in ragione della loro valenza complessiva e, comunque, nell’àmbito di un lavoro di ricerca multidisciplinare e (meglio ancora) interdisciplinare sulla mirabile vita intellettuale nell’Italia del Settecento.
Pure riguardo alle Lettres persanes – a prescindere dal fatto singolare che la prima traduzione integrale è stata edita solo nel 1922 (nella ben nota, meritoria, quasi tragica collana dei «Classici del ridere» di Formìggini) –, Domenico Felice sottolinea la novità dell’interpretazione di Rotta, il quale ne rivendica la dignità di opera «serissima» e intrisa d’«angoscia», individuando il vero cuore del travaglio montesquiviano nella coppia «potere-abuso di potere», e precisando ch’egli parla di equilibrio (non già di separazione!) dei poteri, onde ricercare soluzioni politiche respirabili agli “eterni” conflitti di classe.
Spiccano poi – naturalmente – i preziosi contributi di Felice all’interpretazione di Montesquieu, collocato non per caso a fianco di un suo contemporaneo senza eguale, Johann Sebastian Bach (1685-1750), in quanto «insieme barocco e ancien»5, ovvero «dentro il futuro ma con tutto il peso del passato»; ancora, l’insigne docente dell’Ateneo petroniano, dissentendo per più versi dalla pur rispettabile e rispettata posizione di Rotta, rintraccia sia tra il Montesquieu giovane «critico radicale dell’alienazione sociale»6 e quello maturo («conformista e accomodante»), sia tra le Persanes e l’Esprit, una sostanziale continuità di riflessione, che si distingue, fra l’altro, per una costante «percezione angosciata della incredibile fragilità della natura umana»7.
Riprendendo la Arendt, Domenico Felice rileva come, nell’Esprit, Montesquieu sia assillato dal timore agghiacciante che l’uomo stia perdendo l’«impulso istintivo-razionale alla ricerca di senso»8, che resti privo dello stupore e, con esso, dell’essenza stessa della natura umana. Condannando la tesi della superiorità dell’Europa settentrionale su quella mediterranea, originatasi in primis dal pregiudizio climatico e dovuta alla sostanziale sottovalutazione delle iniziative del mondo meridionale (come la precoce nascita del capitalismo mercantile in Italia), ne elogia l’antischiavismo e l’antirazzismo, pur segnalando gli angusti limiti del suo giusnaturalismo, che, ad esempio, giungeva ad ammettere la validità della servitù consensuale.
Felice – e su ciò gioverebbe, forse, discutere – concorda con Rotta nel condannare la convinzione di Montesquieu circa gli strettissimi rapporti sussistenti fra governo moderato (o libero) e sviluppo economico, da un lato, e governo dispotico e stagnazione economica, dall’altro.
È in disaccordo, invece, circa il ruolo fondamentale attribuito dal Rotta studioso degli scritti giovanili di Montesquieu al paganesimo antico; d’altro canto, la miglior scienza montesquiviana ha dimostrato claris verbis da decenni che, superata in qualche modo tale pur cospicua e mai negletta fonte, il magnanimo aristocratico bordolese si concentrò, tota mente e toto pectore, sul più irrequieto deismo del suo tempo (ben presente, inter alia, nelle Persanes), sullo stoicismo più incisivo e coinvolgente (un certo Cicerone, tutto Seneca, Epittèto, Marco Aurelio) e – forse più che tutto – su un Cristianesimo autentico che, di fatto, mai abbandonò, sempre approfondì e, non di rado, difese contro calunnie tendenziose o chiacchiere effimere: “prove provate” di queste tesi possono agevolmente ritrovarsi, anzitutto, nel Traité des devoirs (1725), pervenutoci purtroppo frammentario. Sarebbe ingiusto, infine, preterire l’influenza senza pari dell’intera speculazione platonica (e neoplatonica, plausibilmente).
Ultimo contributo del Rotta filologo è l’accurato apparato critico allo Spicilège, edito nel 2002: la sua lectio più bella, buona, vera – sempre a detta di Felice, che a questi valori ha consacrato gran parte del suo lungo, infaticabile percorso poietico – rimane il perenne stupore che era solito trasmettere, perfettamente in linea col miglior Montesquieu: «Tutto m’interessa, tutto mi stupisce».
La cultura difatti, come sottolineato a dovere nell’intenso saggio di Angelini dianzi citato, non va confusa né con l’intrattenimento né con «quell’erudizione che ha il proprio fine in sé stessa, nell’accumulazione dei dati, nella loro ostentazione sociale o accademica»9, poiché colui che
parla per non farsi capire, chi inutilmente complica ciò che è semplice (ma anche chi banalizza ciò che è complesso), chi astrae ciò che è concreto, chi consapevolmente usa le proprie conoscenze e le parole per segnare le distanze, per distinguersi, per sottomettere, invece che per condividere e comunicare, non coltiva nulla ma genera deserto, non fa crescere ma inaridisce, non rende onore che al proprio io di narciso infelice, e non produce cultura ma, distaccandosi dall’umanità, genera il proprio isolamento10.
Come testimoniano eloquenti anche i laboriosi saggi di cui si è testé discorso, il magistero cristallino, fondante e – vogliamo credere – imperituro del Barone di Montesquieu rappresenta, indubitabilmente, un efficace, insuperato antidoto contro molti dei rischi peggiori connaturati all’epoca nostra, alla «modernità liquida» (si allude al buon Bauman, va da sé), ove ci è stato dato in sorte d’abitare.

Note

  1. D. Felice (a cura di), Studi di storia della cultura. Sibi suis amicisque, Bologna, Clueb, 2012.
  2. Cfr. M. Angelini, Alle radici della parola «cultura», in Studi di storia della cultura. Sibi suis amicisque, cit., pp. 479-485.
  3. Cfr. D. Monda e D. Felice, L’attualità inattuale di un protagonista della civiltà moderna e contemporanea. Mappa minima per orientarsi in Montesquieu, in Studi di storia della cultura, cit., pp. 245-258, cit. a p. 251.
  4. Cfr. D. Felice, Montesquieu in Italia: il contributo di Salvatore Rotta (1926-2001), in Studi di storia della cultura, cit., pp. 465-477.
  5. Ivi, p. 471.
  6. Ivi, p. 470.
  7. Ivi, p. 471.
  8. Ivi, p. 472.
  9. Cfr. M. Angelini, Alle radici della parola «cultura», cit., p. 482.
  10. Ivi, p. 483.