Bibliomanie

Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni,

Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre
Come citare questo articolo:
Davide Monda, Forza, intelligenza e sfide nel nuovo romanzo di Adélaïde De Clermont-Tonnerre, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 43, no. 6, gennaio/giugno 2017

Gli scrittori non devono essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana. E non vi è nulla di così essenziale alla vita, per tutti gli uomini e in tutti i momenti, come il bene e il male. Quando la letteratura diventa, per partito preso, indifferente all’opposizione di bene e male, tradisce la propria funzione.
Simone Weil, Morale e letteratura

Quando diciamo “ti amo”, diciamo qualcosa di molto particolare, che immediatamente fa sorgere la domanda: ma cosa stiamo dicendo, che significa? Posso dirvi che nessuno sa rendere il senso di queste parole, nessuno…
Jean-Luc Nancy, M’ama, non m’ama


1. Perché un nuovo romanzo nelle nostre “vite di corsa”?
Vita brevis, ars longa: questa celeberrima traduzione latina dell’incipit del primo aforisma d’Ippocrate si medita (e si soffre) fino in fondo, salvo rare eccezioni, troppo tardi. Sia come sia, a prescindere da quel che mi resta da vivere, non mi occupo solitamente di romanzi contemporanei per scelta, per diffidenza, per ignoranza e per altre ragioni, essenzialmente polemiche, che non giova qui menzionare.
Cionondimeno, ho letto con instancabile, disinteressata passione Le dernier des nôtres. Une histoire d’amour interdite, à l’époque où tout était permis (Paris, Grasset, 2016; tr. it. [del titolo] L’ultimo dei nostri. Una storia d’amore proibita nell’epoca in cui tutto era permesso), che, non più tardi di una settimana fa (giovedì 27 ottobre), si è visto aggiudicare il prestigiosissimo Grand Prix du roman de l’Académie française.
Perché tanto entusiasmo – mi son chiesto io per primo a più riprese – verso un’opera piuttosto lontana non solo dai miei orizzonti di ricerca scientifica, ma dai miei gusti di lettore tout court? Ebbene, immergendomi con curiosità genuina e, soprattutto, con lentezza attenta (in senso nietzscheano, weiliano, hadotiano…) nelle quasi cinquecento pagine del libro, mi è parso d’individuare, fra il resto, un decalogo – sovente criptato – di terapeutica saggezza, la quale può essere sfiorata (mai raggiunta o conquistata, beninteso) forse solo con un’insistenza bramosa e misuratissima a un tempo, con un infinito lavorìo fra i pensieri mirante, in special modo, a scioglierli, orientarli, integrarli, ordinarli.
Un’esperienza intellettiva ed emotiva del genere, ancora, potrebbe costituire l’inizio di una cura prolungata (ma necessaria, presumibilmente) per i guasti di varia natura, per le crepature strutturali che ciascuno di noi cela dentro i propri risvolti reconditi, in quei meandri dell’anima che, spesse volte, non è disposto a disvelare nemmeno a se stesso.
Infine, queste pagine ancor fresche di stampa possono riuscire ad aver la meglio su alcune delle perplessità ontologiche ed etico-civili caratteristiche della nostra faticosa temperie? Alludo, anzitutto, a quelle tante, troppe supponenze reali ed aggressive, quasi sempre proditoriamente mescolate a umiltà ipocrite, che ne rappresentano – penso – i lineamenti precipui.

2. Ritrattino secco di una donna “di multiforme ingegno”
Brillante normalista, esperta di economia internazionale, grande aristocratica non solo di sangue, ma della narrazione, del giornalismo e della miglior divulgazione culturale d’Oltralpe, Adélaïde de Clermont-Tonnerre (1976-) non ha certo bisogno di troppe presentazioni: di là dagli invidiabili successi letterari e mediatici di Francia, è ben nota anche in Italia per il suo romanzo d’esordio (Fourrure, Paris, 2010; tr. it. Il visone bianco, Milano, 2011), che si è aggiudicato, fra l’altro, il Prix Maison de la Presse, il Prix Françoise Sagan ed è stato finalista al Goncourt nella sezione “opera prima”. Siamo dinanzi, insomma, ad un’insigne femme de lettres postmoderna, già da anni apprezzata pure nel nostro Paese.
Nell’opera testé citata, tutt’altro che ingenua o acerba, l’autrice ha dato anima e corpo almeno a un personaggio di fervido carisma, immense ambizioni, originalità artigliante, talento inattaccabile: una donna attraente, energica, libera e (quasi) al di là del bene e del male, la quale, in un’epoca di estremi ed estremismi d’ogni genere – gli anni Settanta – desidera coronare a tutti i costi la sua passione predominante: l’arte senza fine della scrittura.
Parecchie le convergenze con il nuovo libro, pur così diverso per temi, tempi, luoghi e problematiche: lo scandaglio informatissimo – come ha confermato da par suo, non molti mesi or sono, Maurizio Cabona, che domina come pochi la cultura del Novecento europeo – degli anni Settanta, così cari alla narratrice anche per motivi squisitamente autobiografici, l’interesse pressoché irresistibile verso individualità eccezionali e, per più versi, trasgressive, l’evidente aspirazione a comprendere le ragioni che possono spingere figure sui generis a consacrarsi – magari fino all’autodistruzione – a cause indifendibili o, quanto meno, perniciose.

3. Una moraliste d’altri tempi?
Lucida estimatrice (e, presumibilmente, brillante continuatrice) di quella gloriosa tradizione di moralistes moderni che va dal Rinascimento a Cioran, Ceronetti e oltre – ovverosia di quegli autori che hanno scandagliato con chirurgica originalità i labirinti e le metamorfosi dei costumi, delle azioni, del cuore –, la scrittrice affronta claris verbis, specie nei momenti più densi e, forse, elaborati dell’intreccio, numerose questioni ora etico-civili ora sociologiche ora stricto sensu affettive oltremodo difficili, urgenti, comunque ineludibili; la scelta – o, meglio, il coraggio della scelta – non è da sottovalutare, giacché nessun lettore di qualche esperienza ignora che, prima o poi, tali ragioni s’impongono nel percorso esistenziale di ogni essere pensante.
Fra le non poche idee scolpite dalla Nostra, mi sta a cuore indicare l’enigmaticità sconcertante e i limiti gravosi propri della natura umana, la complessità sfuggente (e spesso disarmante) dei rapporti interpersonali, le innumerevoli difficoltà che contraddistinguono le relazioni fra civiltà e culture lontane e diverse, le miserie e, soprattutto, gli splendori dell’amicizia (pongo mente, in primis, a quella fra il protagonista e Marcus, il suo Pilade…), la forza insieme strapotente e misteriosa dell’amore umano, del vero amore fra un uomo e una donna.

4. L’industriosa saggezza della narrazione consapevole
Frutto di almeno un lustro di lavoro severo e ben scandito, Le dernier des nôtres rappresenta, come già osservato da non poche voci di valore, un approdo globale d’indubbia qualità. Pur dovendo argomentare in sintesi, come mi è concesso in questa sede, non posso non proporre talune riflessioni – mi auguro – non troppo scontate.
Mi riferisco, prima di tutto, al genere letterario – categoria interpretativa usata e (sovente) abusata da secoli, ma ancora alquanto cara, nel bene e nel male, alla critica togata del 2016 – che oscilla con rara saggezza diegetica, perlomeno a mio sentire, fra il romanzo storico e quello psicologico. Pochi intellettuali europei ignorano, d’altronde, quanto l’autrice stia facendo – anche istituzionalmente – nel suo Paese per una rinascita proficua del romanzo storico europeo.
Reputo però che questa maestosa architettura verbale tenda, essenzialmente, allo scavo introspettivo dei personaggi cui dà vita e, va da sé, in special modo all’esame profondo dei due protagonisti: difficile in verità, dopo una lettura – come dire – insieme adeguata e responsabile dell’opera non essere incuriositi, affascinati, magari stregati da Werner e da Rebecca – per tacere di almeno altri sette personaggi che sostengono il poderoso affresco narrativo.
Che poi l’autrice, di là dalle mille sue prestigiose attività parallele, sia tutto salvo che una dilettante della scrittura è attestato non solo dalle lusinghiere riflessioni dei recensori più rigorosi e affermati di Fourrure, ma anche e soprattutto da qualsivoglia analisi onesta del volume in discorso. Qui, disgraziatamente, mi è dato offrire solo alcuni spunti tecnici, che testimoniano peraltro un’inequivocabile maîtrise stylistique: paratassi dura e morbida ipotassi, analessi e prolessi sempre ben temperate, dialoghi impeccabili e monologhi sovente affilatissimi, descrizioni egregie e, in certe congiunture, classicamente elegiache ed impalpabili dissolvenze, documentazione storiografica meticolosa e piena libertà creativa, spessore filosofico e robuste competenze psicanalitiche si fondono e si confondono virtuosamente in una sinfonia di parole e di storie, di emozioni e di drammi, che oggigiorno non trova – per quanto ne so – termini di paragone.
Infine, perché dissimulare la mia gioia intellettuale quando ho appreso – giusto poche ore fa, poiché, a mia insaputa, il libro è uscito in Francia il 17 agosto di quest’anno! – che penne ben più affermate e attendibili della mia hanno espresso, in maniere differenti ma consonanti, opinioni e giudizi analoghi a questi?

5. Un libro come orientamento esistenziale et alia
Troppo lungo discorso dovrei fare, se volessi tracciare un profilo soddisfacente (o anche solo decente) del romanzo. Qui comunque non mi è permesso. Tale direzione argomentativa, fra il resto, mi darebbe il diapason per mostrare certa ristrettezza di vedute e, forse, d’anima di una critica che, ben prima di aver studiato il testo, si sforza di trovarvi limiti, difetti, obsolescenza sostanziale. Penso ad alcuni sedicenti esperti del “fatto letterario” che amano vestire i panni dell’advocatus diaboli, specie allorquando si trovano a esaminare e giudicare “opere mondo” della portata strutturale e innovativa di Le dernier des nôtres: fra i tratti distintivi dell’opera mondo – secondo l’egregia e, per più versi, fondativa definizione di Franco Moretti (1994 e 2003) – spiccano la notevole complessità, una poiesi narrativa che saprebbe prolungarsi all’infinito, l’enciclopedismo, la digressione che scalza la centralità e la necessità dell’intreccio, il ripristino dell’allegoria, non univoca però, come nel passato, bensì polisemica, aperta a innumerevoli interpretazioni, l’impiego calibrato dello stream of consciousness, inteso come manifestazione dell’ego postmoderno, condizionato e, non di rado, vessato dalle sollecitazioni delle città contemporanee.
Ma, al di là di tutto, per opporre critiche solide – ovvero degni d’essere ascoltati, ponderati, decostruiti comme il faut –, i “lettori professionisti” a priori maldisposti testé evocati dovranno faticare parecchio dinanzi a questa (pur anarchica, alle volte) cattedrale insieme narrativa, descrittiva e argomentativa.
Come che sia, dalla nonchalance apparente dello stile, dal lirismo asciutto di parecchie pagine (veri e propri poèmes en prose), dall’idealismo ora implicito ora meno che caratterizza la globalità dei protagonisti di questo singolarissimo concerto espressivo ogni lettore non distratto potrà attingere adagio panorami di approfondimento storiografico, di raffinamento psicologico, di autentica educazione estetica e – soprattutto – di viscerale, vissuto, talora tragico impegno etico-civile: invero, di là da qualche passo a prima vista lieve, scanzonato o sbarazzino, il testo porta deliberatamente a ragionare sugli ideali che hanno fondato e continuano a vivificare il mondo occidentale.
Ed è questo modo d’intendere e praticare la scrittura, forse, a infondere la malinconia luminosa che pervade la globalità del libro e lo rende ineffabile, coinvolgente, irresistibile. D’altronde, sono persuaso che la lettura di un romanzo de race come questo possa lasciare indifferente, o uguale a prima, solo il lettore insensibile alle bellezze, fulgide quanto esigenti, della miglior letteratura d’Europa.

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