Bibliomanie

Ezio Raimondi, Gabriella Fenocchio, La letteratura italiana: il Novecento
di , , numero 3, ottobre/dicembre 2005, Note e Riflessioni

Caro M.,
da un po’ di tempo ho sul mio tavolo i due volumi dell’ultima opera coordinata da Ezio Raimondi dedicati alla letteratura italiana del Novecento, sintesi autonoma di un’opera ben più ampia rivolta alle scuole. A me sembra un ottimo strumento di lavoro. Che te ne pare? Ho confrontato l’analisi di queste pagine con letture recenti. Senti questa citazione:

«Pensare che i testi parlino da soli, al di là e al di fuori di ogni possibile mediazione, è un’idea tanto vecchia quanto ingenua e intimamente balorda: disconosce la storia, disconosce la diversità dei codici e il modificarsi radicale, di secolo in secolo, degli orizzonti di attesa, delle domande che un testo produce e che al testo vengono poste. Dimentica soprattutto che le grandi opere letterarie sono, come ci è stato insegnato, abitate fin nell’intimo delle loro fibre da una critica immanente, che la cifra nel tappeto esiste e che su di essa , sul suo rinvenimento, si gioca la scommessa stessa della letteratura.»

L’ho tratta dal recente libello sulla critica di Mario Lavagetto,1 e mi pare che non possa esserci migliore exergo di questo brano per commentare il ruolo, l’importanza del testo in questione. Quel valore dell’interpretazione che Raimondi ci insegna da trent’anni a questa parte.
Ti dirò che, alla prima consultazione complessiva dei due volumi, mi sembrava di sentir emergere l’idea esteriore di un novecento compatto, in sé concluso, lo sforzo di un tentativo di ordinamento, un’energia centripeta che poi però si scompone e scompagina nei singoli saggi, i quali danno conto della pluralità degli incroci e di forze centrifughe e contrastanti. Insomma, una cornice che non appiattisce, ma mette in relazione. Del resto, nella premessa di Novecento e dopo,2 Raimondi si chiedeva se la critica e la storia letteraria non avessero bisogno di orizzonti più larghi, dovessero divenire sintesi di più filologie per offrire forza e profondità alle domande.
Come per i ricordi della propria vita, scrivere è disciplinare, ordinare i fili come al pettine di un telaio, perché il lettore contemporaneo, sia esso lo studente, o l’appassionato di letteratura, possa orientarsi e capire il “dove siamo” di un secolo che ha visto la nostra nazione vivace, ricca di proposte, assolutamente all’avanguardia rispetto alle querelles sui primati dell’ottocento.

Un passato prossimo, questo novecento, strutturato come un grande paesaggio – così inizia il saggio introduttivo di Ezio Raimondi – che poi nel percorrerlo si rivela continuamente terra di confine. Spesso succede che le periferie diano il senso di certi fenomeni in anticipo sul centro, e quindi vadano monitorate attentamente. La metafora spaziale si connette alla parola letteraria che è parola lunga, parola che dura e si riaccende nel riuso: così il novecento è paesaggio che sborda all’indietro, che riutilizza temi lasciati, che vira bruscamente in scelte forti – il plurilinguismo, la commistione di generi – e poi tace o si autorealizza nell’impegno o nel consumo, fino a cercare nuove frontiere, senza temere di essere oggi periferia – quella letteraria – che però propone le sue linee di identità irrinunciabili e chiama a confronto gli altri mezzi di comunicazione.
Ma non dimenticare che il libro vuole essere strumento di divulgazione, vuole essere mappa, oltre che scandaglio, e in questo gioca la sua peculiarità. In ciò dichiara subito il proprio debito alla grande storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, anch’essa, come sappiamo, nata per la scuola.
Letteratura, dunque, come luogo dell’attenzione, della mobilitazione dell’immagine ogni volta ricreata e non passivamente accolta.
Mi piace che il primo brano letterario riportato sia tratto da L’uomo senza qualità quando parla della febbre vivificante, delle contraddizioni che hanno nutrito la svolta del secolo. Su questa sorta di finestra si affacciano le complesse articolazioni, le filosofie, la sociologia, la psicoanalisi, le nuove concezioni di spazio e tempo, e poi per l’Italia l’assetto unitario con l’idealismo crociano, le riviste, il ruolo dell’editoria e della scuola. Si tratta di pietre miliari, di segnali che delimitano il variegato paesaggio, ma rendono pure conto delle difformità dei territori. Dalla descrizione generale si passa poi – così mi pare sia stato pensato l’impianto – ad analizzare situazioni paradigmatiche ed autori che in sé assommano le caratteristiche dell’epoca, che delineano un canone ma anche lo stravolgono, che portano il testimone un poco più in là.
E bisognerà davvero che gli insegnanti lo facciano proprio, questo novecento, e lo propongano ben completo ai propri studenti nell’ultimo anno delle superiori, senza più quei penosi balletti – ma, ti assicuro, ancora reali – dell’arrivare a Pirandello a fine aprile e poi in un mese affastellare “gli ultimi grandi”, e del secondo novecento non se ne parla proprio….
Con uno strumento come questo, invece, il panorama è chiarissimo anche se agile, e le relazioni semplici da allacciare. Ed anche fuori dalla scuola i due volumi serviranno a dare un profilo alle letture a volte disordinate della nostra formazione permanente.
Sai, ho ritrovato gli appunti di una presentazione al testo da parte di Anselmi e di Raimondi stesso: mi ero segnata – e ricordo le parole vibranti di questo nostro maestro sempre giovane – che Raimondi raccomandava agli insegnanti di non perdere fiducia nella voce della letteratura, nella forza della parola e nella sua capacità di arrivare “dall’altra parte”: il laboratorio della letteratura si realizza se conduce all’osservazione e all’esattezza, al concetto di complessità, se educa all’incontro. Dobbiamo fidarci dell’energia della parola letteraria, della sua consistency. E questo testo forse può aiutarci.

Cara M,
mi piace l’idea che un testo nato per le scuole sia capace di definire il “dove siamo” relativamente al sapere letterario; se vogliamo, ogni atto critico è una interrogazione che si pone su questa prospettiva, ed anche il recente libro di Lavagetto che citavi all’inizio mi pare segua la stessa direzione. Già: dove siamo? Per rispondere sensatamente a questa domanda e per soddisfare ai criteri di esattezza e di precisione che si richiedono ci vorrebbe una mappa grande come quella del cosmo, mi sembra dicesse Borges; ma, forse, nemmeno quando la avessimo costruita, potremmo dire di avere soddisfatto al nostro quesito, perché intanto qualcosa sarà cambiato e lo spazio ed il tempo del nostro cuore zingaro avranno già traslocato in un altro altrove, nelle profondità degli abissi spaziali, nei minuti recessi della natura. Forse, il dove siamo è una domanda impossibile, capace solo di interrogare una approssimazione; anche se non si può certo smettere di farla. Dov’eravamo noi quando andavamo da Raimondi a sentire le lezioni su Gadda? Chi eravamo e chi siamo, dove siamo ora? Il tempo passato ha scavato una specie di abisso nella nostra anima per cui si percepisce una sorta di vertigine… la quale è pur sempre azione, movimento… no?
Il testo di cui parli lo avevo già visto e mi era anche piaciuto. Ora, però, voglio farti una domanda: ha ancora senso fare letteratura a scuola, oggi, quando i ragazzi sembrano sintonizzati, preferire altre forme narrative, mezzi espressivi concorrenti come il cinema, la televisione, i diversi linguaggi del giornalismo? Tu dici: è una questione di fiducia nelle possibilità della letteratura, ma col termine “fiducia”, o “fede”, mi fai pensare all’insegnante di lettere come l’ultimo sacerdote di una lontana religione, superstite del naufragio dei tempi. Io, per parte mia, sono perplesso, sono turbato. Non guardare ai dati di vendita editoriali, perché non è certo solo qui la letteratura.
Il fatto è che, a volte, come insegnante, mi sono sentito come l’ectoplasma della poesia di Montale, cioè un essere fuori dalla storia, fuori dal tempo, perduto nel nostalgico ricordo di un presunto primato letterario. Beh, sia detto tra parentesi, quale ectoplasma ho anche bei ricordi al riguardo: certe mattine di novembre con le brume fitte che giungevano fin sotto le finestre dell’aula III di Lettere e creavano una specie di bozzolo dentro cui noi incantati, chini sugli appunti, seguivamo i nostri maestri; o quei pomeriggi di fervore in biblioteca a disegnare le mappe critiche di quelle evoluzioni, tra caffè e tomi polverosi, fino a tardi.
Sto esagerando? Sono anch’io vittima dell’iperbolico comunicativo attuale? Volgiamola in positivo. Forse si tratta di un disagio passeggero, di una pausa generazionale di cui nulla sospetterà la successiva, e comunque, mentre lo penso, mi accorgo già che i testi letterari, nel momento stesso in cui esistono, sono una sorta di combustibile della riflessione, si pongono come polarità della dialettica interpretativa quotidiana, e sono ancora gli artefici della nostra poiesis esistenziale…

Caro M.,
quale disincanto, quanta malinconia nelle tue parole! Un valido antidoto sono le parole di Fuentes citate nel saggio finale: soltanto nella parola letteraria l’informazione diventa esperienza e l’esperienza si trasforma in conoscenza. Dunque potrà succedere che i giovani si guardino indietro, riconoscano il valore incomparabile della letteratura e tornino a frequentarla come una necessità. Bisogna che noi siamo lì, in quel momento, ad indicare loro come trasformare la memoria in costruzione di sé.
Per questo nel libro ci sono anche delle belle schede sui temi del pensiero storico e critico, sulla storia delle idee come quelle su un personaggio fondamentale come Gadamer, sui percorsi dello strutturalismo, del decostruzionismo o su filosofi come Lévinas, per non dire delle figure più importanti del sistema letterario italiano del dopoguerra, la cui influenza si misura ancor oggi nelle conferenze pubbliche o nei nostri dialoghi privati. Ma tu non ti sei ancora esposto: un giudizio su questi due volumi?

Cara M.,
mah, sai, non è facile perché se, da un lato, il testo risponde a quel bisogno informativo di cui tutti sentiamo la necessità – in quanto ricco di notizie, filologia, prospettive di poetica, e in quanto si presta, facoltoso, alle indagini di coloro che lo interrogheranno -, dall’altro lascia il dubbio che il tutto sia stato scritto in modo forse troppo lemmatico, didascalico, redazionale, senza lasciare che la passione delle lettere debordi in quell’abnorme, peculiare, singolare visionarietà interpretativa che è sempre foriera di idee, di conquiste e di pensieri alianti anche nell’ambito didattico. Ma forse sono ingiusto.
Questo non è, ad esempio, il caso dello studio su Gadda il quale, oltre ad essere ben aggiornato sulle recenti acquisizioni della critica e ad avere un andamento pensoso e misurato, si interroga sulla modernità dei temi stilistici gaddiani, sull’uso del pastiche, del plurilinguismo, sulla pratica filosofica la quale, peraltro, accompagnerà giudiziosa e costante l’autore lungo tutto il suo percorso esistenziale e narrativo. Un altro saggio che mi è piaciuto molto è quello su Fenoglio, un autore di cui, personalmente, sapevo poco ma che ora volentieri cercherò in libreria.
Al di la delle direttive editoriali, mi pare che una nota di merito rilevante vada assegnata ad una eccellente studiosa come Gabriella Fenocchio, che ha curato i volumi: il suo scrupolo analitico, il suo segno critico serio ed intelligente sono come una marca di controllo che attraversa la totalità dei testi. Si diceva prima della responsabilità etica ed estetica della parola letteraria, tanto sul versante poetico e narrativo come su quello critico; lo stesso si può dire della sua curatela, in quanto garanzia sempre meditata di un dialogo con il lettore mai banale o insignificante.

Note

  1. M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Torino, Einaudi, 2005
  2. E. Raimondi, Novecento e dopo. Considerazioni su un secolo di letteratura, Roma, Carocci, 2003.