Bibliomanie

Questioni di confine. Intellettuali trentini e la grande guerra
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

La neo-parlamentare europea Barbara Spinelli su La Repubblica metteva così in guardia, mesi fa, sulla propensione a un “ritorno al 1914”: ” Gli anni versari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo. Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena di soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per di re che l’euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente, come mai troni questo nome – i Sonnambuli – che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l’indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra”.
Utile ritornare quindi a quel lontano 1914 e a come lo vissero gli intellettuali di confine, figure centrali del nostro “secolo breve”. Klaus Amann, in un saggio dal significativo titolo Il tradimento degli intellettuali: il caso austriaco, ha messo in luce come, fatta eccezione per A. Schnitzler e K. Kraus, “in Austria tutti letteralmente soggiacquero all’isteria dominante”, compreso Robert Musil, il cui ripensamento giunse tardivo, dopo l’esperienza di guerra sul fronte meridionale. Di fatto, l’intero mondo intellettuale austriaco cadde vittima delle sirene belliciste. In particolare, Amann si sofferma sul tradimento degli ideali antimilitaristi da parte della dirigenza della socialdemocrazia austriaca – Victor Adler in testa – mettendo bene in evidenza che l’atto finale della “resa politica” rispetto ai valori dell’Internazionale socialista avvenne il 28 luglio 1914, con il deliberato di sostanziale accettazione della guerra della direzione socialdemocratica, di cui si fece portavoce Otto Bauer sull’organo del partito Arbeiter-Zeitung.
Il commento di Cesare Battisti sul suo giornale Il Popolo, come giustamente sottolineato da Alessandro Galante Garrone, fu lapidario e senza appello: “L’ultimatum dell’Austria alla Serbia è di una gravità impressionante… Cederà la Serbia? Se non lo farà, non sarà solo perché in cuor suo creda di aver torto, ma per le ragioni che consigliano la prudenza al più debole. Che se la Serbia non cedesse, la mossa dell’Austria varrebbe a far scoppiare la guerra in tutta Europa! Si scherza con la polvere, e per uscir di metafora, si scherza con la vita di milioni di uomini!”
Il turbamento fu profondo in chi aveva creduto che un’Austria federalista potesse assurgere a luogo di elezione dell’internazionalismo proletario. Fu ancora Galante Garrone, nel cinquantenario della morte di Cesare Battisti, a riportare sulla Stampa di Torino la seguente testimonianza di quel turbamento: “L’attentato di Serajevo e, quasi un mese dopo, l’ultimatum dell’Austria alla Serbia, non lasciarono in Battisti alcun dubbio sulla gravità della tragedia che stava per abbattersi sul mondo. In quel supremo frangente, egli attese alla prova i socialisti austriaci, nella pur debolissima speranza che tentassero di opporsi all’irreparabile, o almeno levassero una coraggiosa protesta. Fu un attesa vana. Ugo Guido Mondolfo ci ha recato la testimonianza del dolore e dello sdegno di Battisti per questo contegno passivo dei suoi antichi compagni”. Battisti, che come sottolineò Claus Gatterer, visse da suddito austriaco la sua breve ma intensa vita, finì anch’egli vittima del cedimento dell’Internazionale socialista e ne sono testimonianza gli scritti, da lui stesso raccolti, a futura memoria, nell’opera significativamente intitolata Al Parlamento austriaco e al popolo italiano.
Consapevolezza antica, quella del deputato di Trento riguardo al possibile precipitare degli eventi: “L’anno che muore è stato un anno d’orgia del militarismo”, scriveva sul quotidiano Il Popolo i1 31 dicembre 1913. E alla luce dei duri scioperi scoppiati in Austria in quei mesi il commento del socialista trentino, conscio della crisi irreversibile in atto, era il seguente: “Tutto questo avviene mentre si proclama la débâcle del proletariato e il relegamento di Carlo Marx in soffitta e mentre l’assolutismo si illude di essere restaurato e glorificato!”.
Da un bilancio critico del percorso umano e politico di Cesare Battisti che tenga conto di quanto è andato sedimentandosi sia nell’immaginario austriaco-tirolese che “nel pensiero degli italiani”, per usare una felice espressione di Ernesta Bittanti, esce confermato quanto la figlia Livia aveva a suo tempo evidenziato: che la vita e la morte del socialista Battisti non è stata ancora percepita nel suo significato profondo, per quello che drammaticamente è stata: un percorso tragico e doloroso, radicalmente diverso da quello auspicato fino all’ultimo dal deputato di Trento, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una comune patria europea: “Circola, o fiamma del sacrificio, per terra e per mare, e lega con un sol nodo d’amore tutte le nazioni”, erano i versi del poeta tedesco Georg Herweg ripresi più volte da Battisti, nel suo saggio giovanile su Antonio Gazzoletti e sul Popolo del 15 luglio 1914 .
Dato per scontato che per gran parte degli intellettuali italiani, futuristi in testa (“rumori al Brennero” fu il titolo dato dal futurista Fortunato De Pero ad uno schizzo datato 1914), vale come per gli austriaci l’attesa della guerra come “sola igiene del mondo”, se l’occhio si sposta dalla socialdemocrazia austro-tedesca al socialismo italiano, entrambe forze politiche appartenenti alla stessa famiglia europea, balza agli occhi la profonda frattura interna al movimento socialista stesso, ben rappresentata dalle opposte posizioni di Giacomo Matteotti e Cesare Battisti.
Fu Piero Calamandrei, che, dettando l’epigrafe in ricordo di Cesare Battisti al tempo dell’assassinio del deputato polesano, pose fine alla lunga stagione della contrapposizione fra neutralisti e interventisti, che aveva aperto il varco al fascismo, nobilitando il concetto di patria: “Per la libertà contro tutte le tirannie/per la difesa della nostra patria/ e di tutte le patrie… tu salisti il patibolo come un trionfatore”; e non ci può sfuggire l’attualità delle parole di Calamandrei, nel momento in cui lo stato di salute della democrazia nel nostro Continente non è dei migliori, con il dilagare di una corruzione che alimenta le pressanti spinte in atto a ricorrere a scorciatoie illiberali, nella convinzione che così si possano più agevolmente risolvere i gravi problemi del presente.
Fu la vedova di Battisti che a sua volta suggellò la ritrovata unità democratica nell’antifascismo – dopo le lacerazioni in campo socialista prodotte dalla guerra –, ricoprendo con un drappo nero, dopo il delitto Matteotti, il cippo eretto sul luogo dell’impiccagione di Battisti e inviando al Nuovo Trentino di Alcide De Gasperi, che aveva rilevato il suo gesto, queste poche ma significative righe: “Preg.mo Signor Direttore, il mio fu un gesto espiatorio, l’espressione della mia fiera angoscia di italiana. Il programma del corteo fascista non portava una sosta al Castello. Ma dove egli subì il martirio per l’Italia, ci doveva essere chi piangeva, mentre altri chiamava osannando il suo nome, a sostegno di una fazione da cui uscirono gli assassini della Patria. Non ho pensato a pose eroiche. Ho voluto che il mio pianto coprisse gli evviva del tradimento”.
A problemi complessi, soluzioni complesse, fu in tutta la sua attività amministrativa la parola d’ordine del riformista Giacomo Matteotti, allergico ad ogni disinvolta scorciatoia. Allo scoppio della Grande Guerra, lui riformista, nelle lettere alla fidanzata Velia confessava di essere “preoccupato assai in questi giorni della possibilità che anche l’Italia entri in guerra, e sto esaminando e discutendo se piuttosto non ci convenga allora provocare un’insurrezione…”; e ancora, il 3 settembre 1914, di fronte ai primi effetti devastanti della guerra: “Il pensiero di coloro che stanno uccidendosi è terribile; e mi par giusta l’insurrezione se si volesse domani con assai poca lealtà lanciarci in una guerra contro l’Austria. Ma tira vento di piccole viltà; anche nel mio partito”. Il 5 giugno 1916 Matteotti pronunciò, traendo spunto da una delibera in favore dell’assistenza ai profughi vicentini dopo la Strafexpedition austriaca, un duro discorso contro la guerra, da cui la decisone dell’autorità militare di trasferire il consigliere provinciale Matteotti in zone lontane da quelle di guerra per la sua figura di “pervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali e assolutamente pericoloso”.
L’estate del 1914 segnò anche per il Trentino la fine di un lungo periodo di relativa tranquillità; per trovare momenti di vera turbolenza nella vita regionale bisognava infatti risalire al 1866, al tempo della calata delle camicie rosse garibaldine su Bezzecca e del generale Medici in Valsugana. L’irredentismo e il pangermanesimo, fenomeni che avevano segnato gli anni a cavallo dei due secoli, erano stati fenomeni classificabili come febbri in grado di debilitare ma non di distruggere l’organismo trentino/tirolese, che al riparo della Triplice Alleanza aveva continuato la propria navigazione istituzionale, nel solco di una millenaria vicenda che aveva visto le valli dell’Adige e dell’Isarco uscire sostanzialmente indenni dalle contese fra mondo latino e mondo germanico, e mantenere una qualche forma di unità territoriale. Il significato di rottura di quel tradizionale assetto geopolitico che gli eventi dell’estate 1914 avrebbero finito per rappresentare non sfuggì ai più attenti operatori politici del Trentino: allorché il 23 luglio 1914 l’Austria intimò alla Serbia l’ultimatum di 48 ore che portò al primo conflitto mondiale.
Battisti, convinto assertore dell’ideale mazziniano dell’Europa dei popoli, instancabile diffusore delle idee di internazionalismo e di libertà, non poteva, come si è detto, non cogliere quell’evento in tutta la sua gravità. Per quattordici anni sul giornale socialista di Trento aveva dato ampio spazio ai temi di politica internazionale, dal manifesto dei socialisti trentini per i moti di Russia del 1905 ai numerosi articoli ripresi dall’Arbeiter Zeitung, dal tedesco Vorwarts, o dall’Humanité di Jaurès. Proprio l’uccisione di Jaurès fu un colpo durissimo per Battisti, come per tutti i socialisti europei: “Forse, Egli avrebbe potuto − giovandosi del suo enorme prestigio − influire sul corso degli avvenimenti e deprecare o allontanare l’inevitabile”.
Per il geografo di Trento il precipitare degli eventi non può che portare al distacco del Trentino dal nesso austriaco e alla sua unione all’Italia; da qui la sua scelta di far cessare la pubblicazione del giornale Il Popolo e di passare immediatamente, lui deputato a Vienna della città di Trento, la frontiera. Per richiamare il clima di allora, una pagina-testimonianza della sua compagna Ernesta Battisti, tratta dal suo lavoro Con Cesare Battisti attraverso l’Italia, pubblicato a più di vent’anni dallo scoppio della guerra: “Nell’incalzare degli avvenimenti, che rivelano l’Europa già in fiamme (del 3 e del 4 sono l’invasione del Belgio, le dichiarazioni di guerra alla Francia, alla Russia), Battisti rapidamente decide. Il giorno 8 agosto, a Vigolo Vattaro presso Trento, dove per brevi ore è salito a salutare i suoi bambini, egli mi legge l’indirizzo, da lui compilato ed ideato, al Re d’Italia, per l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria. Lo firmeranno, con Battisti, Guido Larcher, per la “Lega Nazionale”, e Giovanni Pedrotti per la “Società Alpinisti Trentini”. I rappresentanti delle tradizioni più antiche e della lotta recente; testimoni del durare di quell’imponente compattezza di popolo che aveva dato così eroico spettacolo nel Risorgimento… Fuori della casa la realtà dell’ora appariva. I richiamati salutavano, nella piccola piazza, piangendo, le loro donne ed i piccoli. Gruppi di operai del Veneto, reduci dalla Germania, lasciate le tradotte a Trento, ritornavano a piedi, pel Passo della Fricca, ai loro paesi, assorti in tristi pensieri; e passavano accanto ai lavori interrotti a mezzo, fra attrezzi abbandonati; un fanciullo cantava una strofetta lanciata (da chi?) prima della neutralità dell’Italia: Noi siamo tre sorelle / Italia, Austria e Prussia/ Contro la Serbia e Russia / Andiamo a guerreggiar. Ma un vecchio contadino si accostava commosso a Battisti; bambino, egli aveva visto lassù la bandiera italiana. Era questa l’ora in cui l’avrebbe rivista? Il sogno non era spezzato. L’amore era sempre quello. Quella la via. Battisti ridiscendeva rapido a Trento. Nel Trentino non l’avrei rivisto mai più”.
Quel “Battisti rapidamente decide” racchiude in sé il dramma di un’intera epoca, insieme a quello personale di Battisti, come ebbe modo di sottolineare Paolo Spriano. In quella primavera tutto crollava intorno a lui: la gravissima crisi finanziaria della STET, la sua società editrice sottoposta a continui sequestri, il venir meno di ogni forma di solidarietà fra i socialismi dei diversi paesi, il duro contrasto fra l’irredentismo e il socialismo italiano, furono tutti fattori determinanti nella scelta di Battisti, e causa di un suo profondo turbamento che il “dichiarar guerra alla guerra” non poteva certo mitigare.
Con la dichiarazione della neutralità italiana di fronte allo scatenarsi del conflitto, la questione dei confini d’Italia, del destino di Trento e Trieste, e in minor misura della Dalmazia, diventano oggetto dell’attenzione universale. Tutte le testate giornalistiche nazionali e le maggiori case editrici, nei mesi successivi all’esplosione del conflitto europeo, dedicano ampio spazio, a fianco delle notizie sui massacri in corso sui fronti occidentale e orientale, agli approfondimenti relativi alla storia e alla geografia delle province italiane d’Austria, “all’Italia d’oltre confine” per riprendere il titolo del bel volume di Virginio Gayda pubblicato nel ’14 dai Fratelli Bocca, e dedicato alle complesse questioni trentina e adriatica.
Il cittadino, giornale degli emigranti italiani d’America, apre in prima pagina nell’agosto del 1914 con la riproduzione a grandi caratteri del testo della tavola clesiana, il documento che attestava l’antica romanità dei popoli dell’Anaunia. Non si contano poi i contributi, dotti e meno dotti, sull’argomento. Valga per tutti lo schema proposto da Gayda per il Trentino nell’opera citata: “Il Trentino gravita sul regno. Ne è anche oggi, e non solo razionalmente, una continuazione naturale, indiscutibile, che solo la barriera dei pali doganali taglia con un colpo violento di artificio. Basti pensare alla tortuosità forzata della linea di confine. Il Trentino non è che una espressione politica. Geograficamente, non esiste: appartiene all’Italia. Tutto il sistema delle sue meravigliose valli alpine che lo compongono sbocca in Italia, verso il Po. La sua varia gaia cultura terriera a vigneti, gelsi e ulivi si stacca nettamente dalle eguali distese di prati e di abeti del Tirolo. La geografia è alla base della vita d’ogni paese…”. E, dopo una sintetica descrizione della storia recente e meno recente del Trentino, Gayda esprime il suo giudizio sul geografo di Trento, tra i fondatori del socialismo in quelle valli: l’idea socialista “è stata importata, si può dire, dal regno, dai giovani che avevano studiato nelle università italiane: sente, accanto il principio della lotta di classe, il problema della cultura e il suo valore. Il deputato socialista di Trento, il professor Cesare Battisti, uomo colto, sereno, dall’intelligenza agile e intuitiva, è stato già processato per questioni nazionali, affrontate con il suo giornale Il Popolo. Questo spiega il successo pratico che il socialismo si è conquistato nelle città trentine, soprattutto a Trento, in un paese che non ha industrie, né un grande proletariato cittadino. I giovani della borghesia sono con lui. La sua tendenza si potrebbe definire più di battaglia per la libertà nazionale e politica, che per una specifica lotta di classe”.
Nei dieci mesi che intercorsero fra lo scoppio della guerra mondiale e l’intervento italiano, la questione del giusto confine settentrionale si fa accesissima: a Gaetano Salvemini, che chiede lumi sull’argomento, Battisti risponde: “In merito all’Alto Adige, io penso che senza paure si possa difendere oggi il confine napoleonico. Ho dei dubbi per un confine più a nord. Pubblicamente non li espongo, perché non tocca a me, irredento, toglier valore al programma massimo degli irredenti. Militarmente il confine del Brennero è formidabile; il confine napoleonico piuttosto debole; il confine linguistico puro, a Salorno. assai buono. Credo che una difesa del territorio, qualora si andasse nell’Alto Adige, si dovrebbe farla da questo confine interno, abbandonando Bolzano. Ma il giudizio è molto arrischiato”.
Queste idee, nel gennaio del 1915, Battisti non le esponeva pubblicamente: raccoglieva tutte le sue forze nella campagna per l’intervento, e non voleva, lui irredento, alimentare dissidi, opponendosi a quello che chiamava il programma massimo dell’irredentismo. Ma nel volume Trentino, illustrazione statistico-economica (Milano, Ravà C. editori), datato 24 maggio 1915, distingueva nettamente il Trentino dall’Alto Adige, e non dedicava neanche una parola alla descrizione dell’Alto Adige. E nell’altro lavoro, Il Trentino, pubblicato da De Agostini nel 1916, riserverà all’Alto Adige solo poche pagine in appendice.
Fu ancora Giacomo Matteotti, nel dopoguerra, a farsi carico dei diritti conculcati della minoranza tedesca inclusa nei nuovi confini: significativi furono i contatti che il deputato socialista tenne con gli esponenti trentini e sudtirolesi della sua parte politica fin dall’immediato dopoguerra, come ci testimonia questa lettera a Velia: “A Trento conferii con Arancini, ex-deputato del luogo, e con altri. Il pomeriggio proseguii per Bolzano: a Bolzano riunione di 4 ore con i socialisti tedeschi.” Di quell’incontro il Volksrecht riferì che “Dalle argomentazioni di Matteotti si è dedotto che il gruppo parlamentare rappresenterà la richiesta del progetto di autonomia socialdemocratico in tutti i i suoi punti qualificanti… in particolare sono stati trattati i problemi della lingua, della scuola, le questioni dei militari e degli impiegati, dei ferrovieri e la situazione della polizia. Anche sulla questione ladina si è raggiunto un pieno accordo”. Fu lo stesso giornale, come ci ricorda sempre Stefano Caretti, a pubblicare integralmente, il 17 giugno del 1920, il testo del discorso parlamentare di Matteotti dedicato al problema dell’Alto Adige. Per i socialisti trentini Matteotti rimase un punto di riferimento per tutti i travagliati anni che segnarono la transizione delle terre di confine dall’Austria all’Italia.
Diverso fu naturalmente l’approccio alla questione dei confini e della guerra da parte dei cattolici trentini e del loro leader Alcide De Gasperi: il giudizio sul ruolo avuto da De Gasperi nel periodo austriaco appariva già chiaro e limpido nel 1914, se un attento osservatore come Virgino Gayda poteva scrivere, nel già citato lavoro L’Italia oltre confine, dedicato alle province italiane d’Austria, che “Il partito popolare trentino ha impegnato tutte le sue forze nell’azione economica rurale. E’ del deputato dottor De Gasperi la formula che definisce il suo programma: ‘Coscienza nazionale positiva’. Essa significa: difendere l’autonomia, l’individualità del paese con una indipendenza economica. Il principio è positivo, e per una massa contadina, che non può sempre comprendere i problemi ideali, è forse indispensabile per una sicura difesa. Con esso il partito è sceso sul più moderno terreno cristiano sociale, ha dato la scalata ai poteri politici ed economici, ha creato una delle meraviglie del Trentino: l’organizzazione contadina”.
Lungo queste direttrici la polemica con i socialisti (e in particolare il contrasto con Cesare Battisti), che agivano sullo stesso terreno, non poteva che essere aspra in quegli anni. In una lettera alla moglie, scritta da Roma sul finire del 1914, Battisti espresse un giudizio severo sul comportamento del partito popolare: “Come al solito ci son qui dei deputati clericali trentini a far gli affaristi e peggio”.
La dura affermazione di Battisti potrebbe essere legata alle richieste avanzate dai popolari trentini al Governo italiano per il vettovagliamento delle loro valli: nel Trentino si era costituito un Comitato di approvvigionamento presieduto dal senatore Conci e del quale facevano parte i sindaci delle principali città, tra cui i senatori Zippel e Malfatti. Accanto a questo come organo esecutivo, o in parte anche come organo autonomo, fungeva il Sindacato agricolo industriale, che è il magazzino centrale di circa 400 famiglie cooperative.
Fu nell’interesse di questi enti chiamati ad assicurare l’approvvigionamento della popolazione che l’on. De Gasperi, da solo, o talvolta alla testa di deputazioni, intervenne a parecchie riprese presso i dicasteri centrali a Roma. In un primo periodo si trattava di ottenere il permesso di transito di frumento comprato in America, poi dell’importazione di derrate alimentari pure dall’Italia. Anche qui — conforme il periodo — verso pagamento in denaro o, come fu stabilito più tardi, verso scambio di merci utili all’Italia (soprattutto legname).
C’è da ricordare che i popolari trentini De Gasperi e Gentili, in particolare, furono spesso a Roma nel periodo della neutralità a perorare la causa del Trentino che, a loro dire, aveva tutto da guadagnare da una neutralità dell’Italia. Un passaggio indolore del Trentino all’Italia attraverso trattative diplomatiche, obiettivo perseguito dai popolari, metteva questi ultimi – e De Gasperi in particolare – in netto contrasto con l’azione di Battisti, favorevole all’intervento in guerra dell’Italia. Nel pieno della polemica, Battisti giungeva ad accusare i leader del movimento cattolico trentino di tiepida italianità: nella lettera aperta a Benito Mussolini sull’Avanti! del 14 settembre 1914, la protesta di Battisti si rivolgeva infatti contro quanti avevano messo in dubbio l’italianità dei trentini e la loro volontà di annessione alla madrepatria: “Migliaia di contadini del Trentino non seguono più le bandiere cattoliche ed hanno creato un fiorente movimento di classe che vicino alle questioni economiche ha affermato con schiettezza l’idea nazionale. Ma resta il grande esercito, clericale, tu mi dirai. No: restano i capoccia clericali: canonici, banchieri, impiegati austriaci che sono austriacanti nel vero senso della parola”.
Indubbiamente, il contrasto fra Battisti e De Gasperi non poteva che essere vivissimo, essendo il primo socialista e deputato della città di Trento, rappresentante dei ceti urbani, più legato alla modernizzazione e a uno sviluppo economico-sociale in sintonia con i processi di crescita del giovane stato italiano; mentre il secondo, deputato per il collegio di Fiemme, Fassa e Cembra, era un esponente di quella parte della società trentina in cui la stessa natura dei rapporti socio-economici tendeva a una maggior interazione con il mondo tedesco e ladino. Pur nella convinzione di voler preservare alla nazione italiana il Trentino con le sue valli migliori (va sottolineato anche il fatto che proprio il collegio di De Gasperi, nelle frenetiche trattative diplomatiche dell’ultima ora per scongiurare l’intervento in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, pareva dovesse rimanere escluso dai territori ceduti dall’Austria).

I tentativi diplomatici di De Gasperi per tenere il Trentino lontano dalla guerra, favoriti dall’interesse germanico ad agevolare un accordo per il passaggio, in base all’art.7 del trattato della Triplice Alleanza, di parte del territorio abitato dagli italiani d’Austria al Regno sabaudo, non sortirono l’effetto sperato e, nel marzo del ’15, come ha osservato Daniela Preda nel suo recente studio su De Gasperi, la linea politica del leader cattolico trentino “era destinata ad entrare in crisi di fronte all’approssimarsi della guerra e, in maniera definitiva, durante il conflitto, quando il Trentino si sarebbe trasformato in una sorta di ‘vasta zona di occupazione’. De Gasperi si manterrà tuttavia fedele ad essa sino alla fine, cercando dapprima di arginare la montata nazionalistica e il suo inevitabile sbocco alla guerra, prodigandosi poi per limitare i danni e le sofferenze della popolazione trentina, in una sorta di sospensione dell’attività politica in attesa che gli eventi decidessero sulle sorti della regione”.
Quella di restare in Austria e di non passare in Italia a conflitto ormai imminente fu comunque una scelta dolorosa per De Gasperi, come ci viene confermato dalla testimonianza dei cattolici italiani che gli furono più vicini al momento della sua definitiva partenza da Roma per Trento; al loro pressante invito a restare in Italia De Gasperi rispose che il suo dovere era quello di rimanere al fianco del suo popolo nei momenti drammatici a venire (il leader cattolico si adoperò da Vienna per tutto il periodo di guerra per gli aiuti a profughi e internati).
Diversa, e non poteva essere altrimenti, la scelta di Battisti che, allo scoccare delle “radiose giornate” del maggio 1915, visto raggiunto l’obiettivo che si era prefisso, rivolge tutto il suo pensiero all’arruolamento come volontario e così informa la moglie da Roma il 18 dello stesso mese: “Ieri ho parlato in Campidoglio ed ho fatto un discorso che avrebbe avuto la tua approvazione. Ho fatto male a non mandarne il testo ai giornali come fanno tutti gli oratori di questi giorni, compreso il D’Annunzio che ieri ha improvvisato male ed ha poi acconciato bene per la stampa il suo discorso. Sono stato poi portato a braccia di popolo dal campidoglio giù per la gradinata dell’Aracoeli e per alcune vie”. E ancora, secondo il suo stile, dopo aver liquidato come sostanzialmente inutile la visita al Re compiuta assieme ai parlamentari triestini, il 25 maggio informa la moglie di aver iniziato le pratiche per l’arruolamento: “Ormai la mia attività politica è compiuta. Sono rimasto qui oggi per indurre il ministro della Guerra ad emanare una circolare che faciliti l’arruolamento degli irredenti. E ci sono riuscito. […] Lo scrupolo costituzionale è giunto al punto che per gli irredenti non si sono presi provvedimenti, finché non è stato emanato (22 Maggio) il decreto che li parifica ai regnicoli”.
Battisti, ben conoscendo i sentimenti che si agitavano in quei terribili anni di guerra fra i suoi conterranei, ebbe piena consapevolezza che il conflitto, con il Trentino ridotto “ad un cimitero”, avrebbe sancito la sua sconfitta politica: “Se vivrò mi lapideranno, se morrò mi faranno una lapide”, scrisse in tempo di guerra.
Per Ettore Tolomei, l’inventore dell’Alto Adige, l’intellettuale che si fece interprete in Regione del nazionalismo italiano e tenne un significativo carteggio con Battisti, la scelta dell’entrata in guerra si rivelò il coronamento del sogno di una vita; lui stesso, nelle sue memorie, in un momento di verità, a guerra finita e raggiunto dall’Italia sabauda il confine al Brennero, affermò che l’impossibile si era realizzato. Per l’ideatore del “Museo della rivendicazione dell’Alto Adige” l’esperienza di guerra si ridusse, come del resto per i futuristi, ad una breve sortita sulla linea del fronte, nel basso Trentino. Ancor oggi, il permanere dei simboli nazionalisti nelle terre di confine testimonia del peso e dell’influenza esercitati dall’intellettuale di origini roveretane su più di mezzo secolo di storia della regione alpina. Ben diverso il giudizio sulla guerra espresso dai circoli intellettuali tirolesi controcorrente, e dal trentino di origine Carl Dallago in particolare: umanista di vastissima cultura, attivo, come ci ricorda Silvano Zucal, in quel “circolo” anticonformista austriaco di cui fecero parte “il grandissimo e tragico poeta Georg Trakl, il filosofo e padre del pensiero dialogico Ferdinand Ebner, il pensatore e traduttore di Kierkegaard Theodor Haecker”, circolo che ebbe come interlocutori privilegiati intellettuali del calibro di Karl Kraus, Hermann Broch, Adolf Loos.
Certo, per comprendere la radicalità di questa critica si deve tenere anche presente la lacerazione profonda, ben descritta da Quinto Antonelli, che l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria, fortemente voluta da Battisti – seguito poi da Mussolini a guerra mondiale già scoppiata – rappresentò per la comunità trentina e per quella della più ampia regione alpina in cui il Trentino storicamente si inserisce; lacerazione di cui Battisti con la sua vita e la sua morte è il simbolo per eccellenza, come sottolineato dallo stesso Carl Dallago, che così si espresse in piena guerra, nello scritto L’attività politica, la guerra e il Trentino, pensando alla sua “piccola patria” alpina, scossa dalle fondamenta, anche grazie, a suo dire, alla scelta di campo di Battisti: “La disgrazia ha funestato anche il Trentino. Una grande parte della popolazione ha dovuto fuggire dalle proprie case, abbandonando i propri averi e le proprie terre. Alcune località sono distrutte, molti abitati sono devastati e saccheggiati, le coltivazioni sono abbandonate, i boschi sono ridotti a ceppaie, i pendii prativi e gli alpeggi si sono trasformati in aride superfici cosparse di reticolati e tagliate da trincee. Le sorgenti alpestri sono intorbidite, sbarrati sono i sentieri, sfregiate le montagne, le caverne spalancano ovunque le loro umide fauci. Il puzzo delle latrine impregna di sé le ariose forre. Sotto l’innocente coltre di terra corre l’ alta tensione e si celano le mine, sempre pronte ad esplodere… Tutte le notizie erano terribilmente concordi: dappertutto miseria, crudeltà, devastazioni. Dappertutto gente in fuga, terrorizzata e disperata. Talvolta – così si diceva – non c’era altro da vedere che fumo, e in mezzo uno sprazzo di cielo e il sangue che scorreva sulla terra; di notte villaggi in fiamme. Tali notizie circolavano anche in Trentino. Quel capo irredentista però se ne andò in Italia e tenne discorsi in diverse città, per sollecitare la guerra contro l’Austria, che miravano all’aggressione del Trentino. ‘Vi si accoglierà a braccia aperte’, avrebbe aggiunto…

Allo scoppio della guerra mi consolava sapere l’Italia dalla nostra parte, nella buona fede che la Triplice Alleanza avrebbe anche dato buona prova di sé. Del resto mi sono da sempre augurato un buon accordo con il popolo italiano, al quale mi sento affezionato, la cui terra ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Spesso m’è sembrato che la mia patria, il Tirolo meridionale, avesse anzi tutte le caratteristiche per mediare, per così dire, tra il carattere tedesco e quello italiano. Era del resto singolare che, nonostante il mio germanesimo linguistico, mi sia sentito a casa tra la gente del Trentino così rapidamente e meglio che altrove… Si è così naturalizzata in me qualcosa che si oppone ad ogni atteggiamento di malevolenza nazionale. Così sono dunque – e lo voglio restare – liberato dalla piaga del nazionalismo, dalla sua limitatezza e dall’odiosità della sua politica.

Per questo non vorrò nemmeno mai conquistare qualcuno al carattere tedesco… Né vorrò mai conquistare nemmeno un palmo di territorio alla nazione tedesca o alla nazione italiana; ma destare il sentimento della patria: sì! Il sentimento per il radicamento alla terra, che è avverso al nazionalismo e alla politica. Che ringrazia di poter vivere in pace sul territorio cui si appartiene e si è affezionati”.
Questa visione, condivisibile in linea di principio, non teneva però conto del fatto che la spinta pangermanista indotta dalla guerra stava rapidamente portando alla cancellazione dell’identità nazionale del Trentino, e che questa fu la molla decisiva che portò Cesare Battisti a buttarsi anima e corpo nella campagna interventista. L’impossibilità del prender piede di un comune sentire fra gli intellettuali al crocevia dei due mondi, il latino e il germanico (come i fatti di Innsbruck del 1904 avevano da tempo certificato) creò così il terreno propizio per il passaggio dalla “guerra delle idee”, alla grande catastrofe del Novecento.