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Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa
di , numero 48, novembre 2019, Note e Riflessioni

Orizzonti della Didattica della Storia. Un cammino tra Italia ed Europa

Nell’ambito della XVI edizione della “Festa internazionale della storia” intitolata “Viva la Storia Viva”, il 6 e 7 novembre 2019 nella Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, si è svolto il Convegno internazionale “Orizzonti della Didattica della Storia”, promosso dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio – DiPaSt del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Ateneo bolognese.
Finalità principale delle giornate di studio era la verifica comparata dello status questionis della didattica della storia in Italia, con un confronto con diverse realtà europee (Spagna, Portogallo, Germania, Francia, Gran Bretagna) e d’oltreoceano (Brasile e Argentina). Tale verifica è stata indetta per trarre un bilancio e delineare nuove prospettive dopo undici anni di attività del Centro di ricerca DiPaSt e oltre trenta anni di iniziative intraprese dapprima all’interno del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Ateneo bolognese con la costituzione del “Laboratorio Didattico” (LAD) e poi del Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica (LRMS) che hanno coinvolto centinaia di insegnanti e migliaia di studenti in attività di indagine, di apprendimento e di diffusione della storia.
In sintesi si è inteso creare un’occasione di confronto sulle ricerche nell’ambito della didattica della storia, ancora troppo poco praticate rispetto al contesto europeo, e sulle esperienze di insegnamento e apprendimento della disciplina.
Dopo i saluti introduttivi istituzionali (Marilena Pillati, Vice Sindaco del Comune di Bologna, Stefano Cavazza, delegato per la formazione internazionale dell’Università di Bologna, Stefano Versari, Direttore dell’Ufficio Scolastico della Regione Emilia-Romagna, Maurizio Fabbri, Vice Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna), e la lettura del messaggio pervenuto dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti, il Convegno si è aperto con l’intervento di Rolando Dondarini – Università di Bologna e cofondatore del Centro DiPaSt – sullo stato dell’arte della Didattica della Storia in Italia. Dopo aver rimarcato come l’insegnamento della storia offra “un quadro per la gran parte deprimente perché ancora oggi prevalgono le forme trasmissive e unidirezionali che hanno comportato il discredito della materia presso generazioni e generazioni di studenti”, Dondarini riscontra che le rare eccezioni sono dovute a insegnanti dotati di particolare passione, perché oltre ad impegnarsi nella ricerca e nella realizzazione di percorsi didattici coinvolgenti ed efficaci, spesso devono anche far fronte alle posizioni critiche dei loro colleghi che preferiscono limitarsi a richiedere un apprendimento memonico. Il Direttore del DiPaSt si è poi soffermato sul panorama italiano delle entità che si occupano della didattica della storia che si presenta come un mosaico eterogeneo, spesso frammentario e autoreferenziale, di numerosi enti ed agenzie che la studiano e la propongono in antitesi all’insegnamento trasmissivo tra cui: il Movimento di cooperazione educativa (MCE), Il Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (CIDI), la Federazione Nazionale di Scuola Media (FNISM), il Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia (LANDIS), l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI) – divenuto dal 2017 Istituto Nazionale Ferruccio Parri – l’Associazione Clio 92’ e dal 2008 il Centro Internazionale di Didattica della storia e del Patrimonio (DiPaSt); a queste realtà vanno aggiunte le iniziative del Ministero della Pubblica Istruzione attraverso gli Istituti Regionali di Ricerca Sperimentazione e Aggiornamento Educativi (IRRSAE). Dondarini constata inoltre che la didattica della storia nell’insegnamento universitario è ancora afflitta da “vecchi mali”, non ultimo l’abbinamento alla filosofia, retaggio della Riforma Gentile, ed è eminentemente trasmissiva e nozionistica; raramente dunque propone temi propedeutici che “tutt’al più si limitano a introduzioni di carattere terminologico e metodologico” relativo alla definizione degli elementi basilari quali la distinzione tra storia e storiografia, il periodizzamento e la classificazione delle fonti. Rileva inoltre che la gran parte dei docenti universitari di storia pare ancorata alla presunzione di svolgere una funzione didattica già insita nella propria formazione e nelle proprie esposizioni ricalcando consapevolmente o meno la visione spiritualistica e idealista di Giovanni Gentile che affermava che la conoscenza dei contenuti di una materia porta automaticamente alla capacità di insegnarla. Secondo questa visione non c’è un sapere che insegni “l’arte di far scuola” e non si insegna ad insegnare dato che la ricchezza spirituale del docente è già sufficiente a renderlo un maestro. In pratica non esisterebbe il metodo per insegnare: il metodo sarebbe già il maestro.
Ancor più raramente “si appronta una strategia volta a motivare l’apprendimento e ad attivare gli studenti in ricerche dirette, con contatti e visite ad archivi e musei, nonché a scavi archeologici e a siti di interesse storico.” In questa prospettiva Dondarini auspica che si evidenzino i legami tra il presente e la storia che l’ha prodotto istituendo in tutti i gradi scolastici degli osservatôri dell’attualità attraverso i quali gli studenti si possano porre interrogativi sulle origini e gli sviluppi delle questioni di cui sono protagonisti essi stessi, conferendo in tal modo all’apprendimento della storia un moto circolare dal presente – per trarne attese e curiosità che stimolino all’apprendimento della storia – al passato per documentarsi e imparare, per poi tornare al presente più consapevoli e responsabili. Occorre invece ammettere che le attenzioni motivazionali e le coerenti adozioni metodologiche sono in genere trascurate nei corsi disciplinari di storia che in gran parte privilegiano ancora gli aspetti contenutistici. Queste carenze dovevano essere compensate da iniziative che per diversi anni si sono prese a livello postuniversitario, dapprima nelle SSIS (Scuole di Specializzazione all’insegnamento Secondario) poi quelli dei TFA (Tirocinio Formativo Attivo) e quelli dei PAS (Percorsi Abilitanti Speciali) che si sono posti l’oneroso compito di sanare le lacune dei normali insegnamenti. A porre rimedio a questa carenza dei corsi disciplinari sono in parte valsi per vari anni i laboratori che però in molte università sono stati di recenti aboliti. Era in questi ambiti che si potevano attivare gli studenti in ricerche motivate e metodologicamente corrette e seguite con risultati spesso lusinghieri.
L’intervento di Dondarini è proseguito con la presentazione del Manifesto sulla didattica della storia promosso dal Centro DiPaSt, organizzatore del Convegno che ha la finalità di individuare, nella condivisione dell’importanza del valore formativo e sociale dell’apprendimento della storia per una cittadinanza consapevole e attiva, le finalità e le metodologie che consentano di attivare una didattica della storia efficace e capace di rispondere alle nuove esigenze e alla formazione.
Il Manifesto, consultabile al sito del DiPaSt e pubblicato sul I numero della Rivista “Didattica della Storia” (novembre 2019), open access dell’Università di Bologna, rileva infatti i metodi e i passaggi essenziali che ogni percorso di didattica della storia deve compendiare e che prevedono un approccio teso a motivare e interessare alla conoscenza degli argomenti da affrontare. È in questa fase che occorre curare la piena disponibilità da parte di tutti dei prerequisiti necessari ad intraprendere il percorso. Ogni percorso comporta l’adozione del metodo laboratoriale con cui coinvolgere e attivare gli allievi ricorrendo all’uso di fonti e a ricerche di gruppo; la proposta di verifiche “in itinere” con le quali siano gli stessi soggetti dell’apprendimento a valutare ed eventualmente correggere le proprie acquisizioni; l’esposizione dei risultati raggiunti attraverso la varietà degli strumenti e delle esibizioni possibili; la verifica finale delle conoscenze apprese e delle nuove opportunità che comportano.
Dondarini conclude il suo intervento rilevando la necessità di condurre ricerche sulle strategie didattiche più idonee a rendere efficace l’insegnamento della storia in tutti i gradi scolastici, attivando confronti in ambito nazionale e internazionale.
I lavori del Convegno sono proseguiti con la sezione “gli sguardi europei” con gli interventi di Joaquim Prats Cuevas (Università di Barcellona, Spagna), di Maria Helena Pinto (Università di Porto, Portogallo), per l’ambito tedesco di Marialuisa Lucia Sergio (Università di Roma 3), per l’area francofona di Charles Heimberg (Università di Ginevra, Svizzera) e infine di Arthur Chapman (University College di Londra, Gran Bretagna) in video conferenza. Questi interventi hanno arricchito il dibattito sulla promozione del Manifesto, confermandone l’utilità e la necessità di una sua ampia diffusione al fine di attivare un confronto non solo in ambito nazionale ma anche e soprattutto internazionale che contribuisca a rendere efficace l’insegnamento della storia in tutti i gradi scolastici. Tutti gli interventi hanno confermato l’importanza di aprire “osservatori sul presente” e una necessaria attenzione al mondo intero, al fine di “sviluppare il senso di appartenenza alla propria terra attraverso la conoscenza delle sue radici, della sua cultura e della sua storia, per assecondare una fervida e responsabile partecipazione alla vita della propria comunità e del proprio territorio in una prospettiva di sostenibilità”.
Successivamente si è passati all’esposizione delle Comunicazioni della linea tematica 1 “La ricerca scientifica nell’ambito della didattica della storia”, coordinate da Mirco Dondi – Università di Bologna – e che saranno pubblicate nel monografico dedicato al Convegno nella Rivista on-line “Didattica della Storia”.
Il Convegno ha poi visto l’intervento di Walter Panciera dell’Università di Padova sul rapporto tra la disciplina “storia” e la sua “didattica”, nel quale si è confermato lo “status questionis” esposto da Dondarini in apertura al Convegno, con particolare attenzione alla tematica delle “competenze”. Panciera ha sottolineato infatti che per una didattica della storia innovativa è fondamentale procedere verso un apprendimento della disciplina incentrata sull’acquisizione di competenze, che sappiano valorizzare il metodo storiografico e l’approccio per problemi. Una didattica dunque che, pur non rinunciando alla trasmissione del sapere storiografico, i cui contenuti si ritengono essenziali e irrinunciabili, può contribuire alla costruzione di quattro delle otto competenze chiave definite nella Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea nel 2006, tra cui in particolare la competenza digitale e la capacità di imparare a imparare, le competenze sociali e civiche e la consapevolezza ed espressione culturali. Fondamentale risulta dunque il rafforzamento della rete dei tanti soggetti che operano nel campo della didattica della storia per individuare nuclei tematici essenziali da indicare nel curricolo di storia.
È seguita poi la tavola rotonda, coordinata dal Direttore dell’Istituto Storico Ferruccio Parri, sezione di Bologna, Luca Alessandrini, dal titolo “Narrare la storia” che ha visto la partecipazione di Raquel Sanchez Ibanez dell’Università di Murcia (Spagna), di Maria Helena Pinto dell’Università di Porto (Portagallo), di Massimiliano Lepratti e Claudia Bernardi (Progetto “Get Up and Goals” e Università di Roma 3) e di Claudia Ilgenfritz e Alana Rigo Deon dell’Università Unijuí Universidade Regional do Noroeste do Rio Grande do Sul (Brasile). Il confronto tra i partecipanti ha fatto emergere come le pervenute consapevolezze sulla storiografia e sul rapporto che essa intrattiene con la storia, sul lavoro degli storici e sui limiti della storiografia, non trovano quasi mai seguito nei libri di storia che dovrebbero evitare racconti acritici grazie ad una preparazione che vada oltre la tradizionale progressione cronologica, ma che si basi su una successione di eventi in cui individuare le linee di continuità e i fenomeni di lunga durata; ciò in considerazione del fatto che il manuale (o sussidiario) non solo è una sintesi essenziale e parziale del passato, ma è anche, prima di tutto, interpretazione storiografica di eventi e processi accaduti nel passato. Ne consegue dunque che il ruolo del docente di fronte all’uso del sussidiario è fondamentale per fare in modo che gli alunni non costruiscano visioni distorte del passato, del presente e del futuro. È indispensabile che alla base della progettazione e nell’attuazione del processo di insegnamento/apprendimento vi sia una riflessione sull’uso che ne va fatto, perché diventi quanto più utile e corretto. Per le potenzialità e i pericoli in cui si può incorrere, il sussidiario si pone veramente come uno strumento potente con cui conoscere la realtà e la Storia e per questo non va sottovalutato, ma adottato nel migliore dei modi. Il dibattito ha affrontato anche il tema della “world history” e la presentazione di un manuale di “storia globle” volto a orientare gli studenti – e non solo – all’apprendimento delle dinamiche storiche che sottendono la costituzione dell’assetto internazionale e delle interdipendenze tra i fattori economici, politici, sociali e diplomatici e le diverse aree del mondo.
La riflessione sull’insegnamento e apprendimento della storia è proseguita con la tavola rotonda sulla “didattica della storia delle donne”. Come si ricorda nello stesso Manifesto, per una educazione alla cittadinanza attiva e democratica, risulta fondamentale porre l’attenzione sul tema dell’identità di genere, determinante per la formazione di ogni persona, e che “si avvalga in maniera incisiva dei recenti apporti storiografici della storia delle donne e dei generi attraverso percorsi esperienziali che superino la persistente visione stereotipata e silente della loro presenza nella storia”. Alla discussione hanno partecipato, attraverso interventi volti a presentare le recenti acquisizioni storiografiche, Liviana Gazzetta dell’Istituto per la storia del Risorgimento, comitato di Padova, Aurora Savelli dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (ISEM-CNR), Isabella Gagliardi dell’Università di Firenze, Paola Govoni dell’Università di Bologna, coordinate da Eloisa Betti dell’Università di Bologna.
La prima giornata del Convegno si è conclusa con il riassunto delle Comunicazioni della linea tematica 2 “Narrare e comunicare la storia”, proposto da Simona Salusti dell’Università di Bologna.
Il 7 novembre, il Congresso si è aperto con le Comunicazioni della linea 3 “Esperienze”, presentate da Filippo Galletti, Università di Bologna, a cui ha fatto seguito la tavola rotonda, dal titolo “Le esperienze. Viva la storia viva”, coordinata da Ivo Mattozzi (Associazione Clio 92). Sono state presentate le attività didattiche condotte da Cristina Carelli dell’Istiututo Comprensivo di Arcevia, da Cinzia Venturoli dell’Università di Bologna, da Thierry Guichard e Luchita Quario del Liceo “Laura Bassi” di Bologna e da Elisabetta Ruffini dell’ Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISREC, Bergamo).
La mattinata è proseguita con la tavola rotonda “Storia, geografia e ambiente”, coordinata da Gabriele Azzaro dell’Università di Bologna, con gli interventi di Stefano Piastra e Alessandra Bonoli dell’Università di Bologna e di Jussara Mantelli dell’Università Federale del Rio Grande (FURG), Brasile. Il confronto ha rimarcato il naturale intreccio tra storia e geografia che considera i dati spaziali e temporali inscindibili fra loro e che attribuisce alla storia locale una funzione fondamentale per far crescere la coscienza storica. Infatti, attraverso la “geostoria”, si comprendono sia le specificità della storia locale, sia le modalità con cui la storia generale si è concretizzata nella realtà locale e viceversa. Questi nessi sono particolarmente utili al cospetto di dinamiche e di fenomeni cresciuti di recente e di particolare impatto, quali l’intensificarsi dei cambiamenti climatici, degli squilibri planetari e delle immigrazioni, di cui una delle conseguenze è la crescente presenza di allievi provenienti da terre lontane e culture diverse che deve indurre ad approcci interculturali e a progetti di inclusione.
Il Convegno si è concluso con le osservazioni finali sul Manifesto a cura di Rolando Dondarini e Beatrice Borghi e la presentazione della rivista “Didattica della Storia”, che si propone come strumento di approndimento e di diffusione delle ricerche ed esperienze nell’ambito della didattica della storia, anche in chiave multidisciplinare. In particolare le ultime parole sono state pronunciate dai promotori del Congresso (Borghi e Dondarini), riprendendo quelle introduttive al programma della “Festa internazionale della storia” di quest’anno intitolata “Viva la storia viva”, che ancora una volta, sottolineano ulteriormente quanto postulato nel documento condiviso sulla didattica della storia.
“La Storia è viva perché ha generato e plasmato le situazioni e le vicende attuali che sono gli effetti transitori di una lunghissima serie di mutamenti che si sono succeduti nei millenni, lasciando tracce e retaggi ancora in gran parte percepibili nei contesti odierni. Rinvenire e osservare le loro ripercussioni nel presente permette non solo di comprenderne lo spessore storico, ma anche di trarre dalla loro conoscenza maggiori opportunità di scelta per il presente e per il futuro.
La Storia è viva perché non c’è angolo del nostro corpo e della nostra mente che non sia frutto dei lasciti di migliaia di persone che ci hanno preceduto e pertanto perché siamo allo stesso tempo esiti e soggetti della storia; una storia di cui ci si deve sentire partecipi ed artefici.
La Storia è viva perché la consapevolezza delle eredità che ci ha lasciato induce al rispetto e alla responsabilità nei confronti del patrimonio ambientale e storico-artistico. Non a caso l’attenzione e l’impegno sui temi della salvaguardia e della tutela dei beni culturali sono proporzionali al grado e alla qualità della conoscenza storica.
La Storia è viva perché considerare la vita attuale come il suo esito parziale consente di puntare un obiettivo verso il passato anche più remoto attivando un osservatorio permanente attraverso cui le vicende vicine e lontane appaiono come sviluppi di una grande rappresentazione collettiva nella quale ciascuno più o meno consapevolmente svolge la propria parte.
La Storia è viva perché in questa chiave rivela un’effettiva multidisciplinarità e una maggiore accessibilità e concretezza, come terreno di raffronto delle interrelazioni tra fenomeni di diversa natura e tra eventi locali e tendenze e trasformazioni a vasta scala.
La Storia è viva perché, oltre l’apparente aridità delle pagine dei libri e delle sequenze di date ed eventi da ricordare che spesso ne deprimono il significato, c’è la vita di milioni di persone che hanno gioito, sofferto e amato come noi: ritrovarle e cercare di capirle può contribuire a renderci eredi consapevoli del passato e artefici preparati del futuro.”

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