Bibliomanie

Calcio reale e Calcio virtuale
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

In questo articolo parlerò del rapporto tra lo sport – in maniera particolare il calcio – e l’universo videoludico dei vari giochi per computer, xbox, playstation e simili piattaforme digitali per l’intrattenimento, oggi diffuse in tutti i salotti quasi al pari delle televisioni. Sono bandiere della tendenza che sostituisce la realtà con un’altra realtà iperrealista dai contorni perfetti e dai colori scientificamente ideali.
Lo schermo è il grande protagonista del nostro secolo. Non più quello panciuto e opaco dei primi apparecchi tv, ma quello piatto, brillante e interattivo degli ultimi modelli. Non più una scelta limitata di canali come altrettante linee guida del pensiero, ma una totale interconnessione tra i più diversi argomenti, in cui il sé si crea ogni giorno improvvisando. Come nell’architettura moderna, il pensiero si sta evolvendo, passando dalla solida, ma immobile pesantezza di un muro di cemento, alla leggera versatilità del vetro, il carbonio, l’acciaio, le materie plastiche trasparenti. Si va, realmente e metaforicamente, verso una realtà senza muri, spessore e opposizioni visive, in cui la capacità di creare collegamenti e sostenere più fronti di pensiero contemporaneamente, ci costerà forse la profondità analitica, ma ci aprirà nuove prospettive, come vedersi la schiena grazie a un riflesso riflesso.
Internet ne è un esempio, una quantità infinita di informazioni su ogni cosa esistente, ma dalla vita breve e incerta come il volo di una farfalla. In questo contesto i videogiochi acquistano sempre più importanza, sia per la loro qualità grafica e narrativa che li rende simili a vere esperienze di vita (sempre più sceneggiatori passano dal settore cinematografico a quello videoludico), sia per la loro capacità di imitare la realtà.

I giochi di calcio e in generale di sport sono sicuramente i più realistici, perché non raccontano una storia, non danno spazio a divagazioni fantastiche o elementi fantascientifici. Al massimo vi è una tendenza all’esagerazione e alla spettacolarità. Non vi è evoluzione dei personaggi, perché il giocatore è il personaggio principale. Come Dio che ci osserva, come l’aviatore, l’alieno, lo scalatore, il punto di vista, lo sguardo d’insieme socratico che vede il noi-termiti dall’alto, come il dottor Manhattan che compatisce l’impotenza fisica di Ozymandias (il re dei re) in Watchmen, l’utente-spettatore guarda le piccole silhouettes colorate muoversi nel mare di pixels verdi e vi si identifica nell’attimo in cui la palla oltrepassa la linea di porta, ma è solamente strumento di massificazione, di diffusione del prodotto, viva pubblicità di carne.
Ma entriamo nel dettaglio e vediamo nello specifico alcune caratteristiche del gioco del calcio, per poi confrontarle con quelle del gioco di calcio più venduto e più valido degli ultimi tempi, cioè “Fifa”. Iniziamo con una veloce introduzione storica, come fondamenta per l’edificio di inchiostro che, punto per punto, andremo a costruire col lettore. 1 Credo non sia importante arrovellarsi sulla data esatta in cui sia nato il “calcio”, bensì ricordarsi che in quanto gioco è un insieme di regole, ovvero astrazioni su interconnessioni tra azioni sommate ad azioni semplici codificate. Naturalmente ci deve essere stata un’origine, che volendo, trovandoci nel puro campo delle ipotesi, possiamo identificare in un nostro antenato, che in un luogo e un tempo indefiniti, calcia una pietra per noia, rabbia o qualsiasi indizio di sentimento cosciente l’evoluzione andasse a formare nel suo cervello. Con l’aumento della popolazione umana e di conseguenza i contatti tra gli individui, non bastarono più i gesti e i grugniti per comunicare. Fu necessaria la voce per coprire una distanza maggiore e superare le barriere visive. Man mano che l’uomo camminava e si diffondeva per il mondo creando comunità da più gruppi separati, scopriva sempre più fiori, piante, frutti, animali. Alla vista di ognuno emetteva spontaneo un verso di curiosità o sorpresa e quando rincontrava lo stesso oggetto è verosimile pensare che ripetesse lo stesso suono fino a fissarlo nella memoria per semplice ripetizione. Per indicare a qualcuno un oggetto fuori dalla portata del gesto, l’uomo fu costretto ad astrarre quel semplice suono a nome proprio, fissandone per sempre il nucleo. Secondo me, la radice odierna è quel nucleo, distorto dai millenni. Penso sia questa la base del linguaggio. Prima il gesto che indica e la mano che tocca, poi il suono spontaneo ed infine il suono codificato in nome. Fu l’esigenza di raccontare ad altri, di formare relazioni, che spinse l’uomo a codificare tutto per tramandarlo.
Se in un primo momento questo accadde con le piante, l’acqua, il cibo e tutto ciò necessario per sopravvivere, quando si arrivò alla nominazione di una sufficiente porzione di realtà sensibile per riconoscere gli oggetti usati in un’azione, si passò poi ad associare un suono all’azione stessa, facendone probabilmente derivare il nome dagli oggetti medesimi. Questo è, penso, il modo cui si è costruito il significato del calcio.
Tuttavia, se vogliamo tracciare una rapida storia ufficiosa di questo gioco possiamo dire che fu giocato per la prima volta in Egitto come parte di un rito per la fertilità, durante il terzo secolo prima di Cristo, anche se la prima palla di cuoio fu inventata dai cinesi circa cento anni prima. Anche i greci e i romani lo praticarono e questi ultimi lo diffusero in Inghilterra, dove diventò la sport nazionale. Nel 1863 vennero aggiunte nuove regole, nel 1904 si fonda la FIFA che stabilisce le regole internazionali. Dalla “perfida Albione”, trasportato dalle ali di carbone della rivoluzione industriale e dall’egemonia culturale inglese, il gioco si diffuse poi in tutto l’impero e nel mondo.

2 È un gioco geometrico: l’area, la porta e al campo sono rettangoli, le diagonali e le parabole sono alcuni tipi di passaggi, lo stadio è una ellissi, corner significa angolo e la palla è proverbialmente tonda. La geometria crea ordine, la necessità di rispettarlo crea tensione, dalla quale nasce un’etica che i giocatori non possono violare, pena la perdita del loro ruolo di esempio positivo. Non si tratta di rispettare mere regole, ma di esercitare autocontrollo e senso di responsabilità sulla propria volontà. Per questo motivo lo sport è consigliato ai bambini, è un modo per educare la mente oltreché il corpo, oppure, secondo alcune teorie sociologiche vagamente alla Faucoult e, un mezzo di controllo, al pari della scuola e del lavoro.

3 Oggi è il calcio è uno sport professionale perché esercita un’attrazione tale nel pubblico da far sì che questo paghi per vedere i giocatori-artisti svolgere il proprio lavoro. Il prezzo del biglietto corrisponde all’aspettativa di divertimento o bellezza che gli organizzatori suppongono gli sportivi possano produrre. Come in un circo la gente va per distrarsi, divertirsi, ma allo stesso tempo come in un museo va anche per ammirare la bellezza, qualcosa che non può riprodurre, quindi intoccabile. Possiamo quindi, forse, pensare al calcio moderno come compromesso tra momento ricreativo ed esibizione estetica di qualità personali e collettive, il cui valore è dato dal confronto col passato. 4 È un gioco di squadra, ma il forte individualismo fa sì che il singolo sia fondamentale. Questa unicità è la causa della percezione del campione come eroe, artista creativo, mito (adorato con fervore religioso) e dopo la sua morte leggenda, in un contesto che possa legittimarla, cioè quello della società differenziata per funzioni, basata sulla democrazia, il merito, la idea razionale del tempo, l’energia motore e il denaro (Mandell).

5 È diffuso il pensiero che l’ epica tradizionale si sia trasferita nello sport, alimentando l’ idea che questo sia una metabasi della guerra. Non è un caso, ad esempio, che la parola campione (dal latino campus), colui che combatte sul campo, indicasse i paladini di Roncisvalle nella Chanson de Roland e i cavalieri, i guerrieri più valorosi. In effetti la disposizione dei giocatori sul campo da gioco ricorda quella di un esercito che attacca, difende, ripiega, con capitani, bandiere e inni propri. Nel gioco si affrontano sì solo due squadre, ma dietro queste ci sono Stati, minoranze etniche, gruppi di persone che si affrontano psicologicamente, trovando nelle gesta dei loro beniamini un collante per la propria identità collettiva e un modo per sentirsi orgogliosi di qualcosa. Con questo non voglio dire, come afferma Grillo, che lo sport fomenti il nazionalismo, ma anzi che è un ottimo antidoto contro il patriottismo nevrotico. Le olimpiadi, i campionati mondiali, le grandi manifestazioni internazionali, sono momenti di aggregazione globale, di mescolanza, di conoscenza reciproca che certo può essere venata di antipatie, ma sempre per qualcosa di già esistente, che prende lo sport in sé e lo traveste da causa scatenante. Una certa dose di violenza (fisica e psicologica) è connaturata allo sport che ha le sue origini nella lotta e nella caccia, ma oggi questa antica vera violenza è diventata agonismo, che non ha ragion d’esistere al di fuori del tempo limitato della competizione, perché l’uomo non ha più bisogno di colpire un animale o uccidere un altro essere vivente, per sopravvivere o non essere a sua volta ucciso. Naturalmente ne sono rimasti gli strascichi nel lessico usato dai cronisti, che cercano sempre parole forti e spesso forzate per risultare più incisivi nel loro particolare stile, quindi più popolari, di conseguenza i preferiti e più pagati. “Attacco, difesa, assedio, accerchiamento, cannonata, missile, muro, assalto, barriera, trincea, sfondamento, tiro…” sono tutte parole del sottocodice bellico, il più ricco, creativo ed evocativo di tutti (gli altri sono quello religioso, dello spettacolo e del gioco), da cui i commentatori sportivi e politici attingono per descrivere attività che hanno nello scontro e nel confronto la loro essenza, sia questo fisico o dialettico.

Ora vediamo gli aspetti cardine che rendono Fifa 12 il gioco di riferimento per quanto riguarda una resa più realistica possibile del calcio com’è giocato.

1 Le origini inglesi risaltano nello slogan di Fifa 12 (“EA games it’s in the game”), pronunciato con una voce accattivante pregna di forza e decisione, che condensa in una frase tutta l’ egemonia linguistica inglese e la sua insita, rapida, ritmata superbia, la stessa che ha permesso al rock e all’ hip-hop di avere un tale successo. Ovviamente le tracce di queste origini sono oggi nei numerosi forestierismi come penalty, corner, goal, off-side, la stessa parola football (solo in Italia si usa “calcio”, probabilmente perché fu giocato alla corte dei Medici, nel resto del mondo si usano varianti del termine inglese).

2 In Fifa 12 lo sport, come del resto nella realtà, è una professione. Tra le varie modalità di gioco c’è n’è una chiamata “carriera”, che permette di vestire i panni di un allenatore per guidare la propria squadra alla vittoria. Questa opzione si basa sugli aspetti pratici del calcio vissuto come lavoro e attività commerciale. L’allenatore deve occuparsi dei contratti, del mercato, degli stipendi, dei rapporti con la presidenza e altre squadre, dell’organizzazione di conferenze, della gestione del budget e finalmente di raggiungere alcuni obbiettivi precedentemente concordati, pena il fallimento, che gli permetteranno una rapida ascesa tra le panchine. Le sue decisioni naturalmente si incrociano con quelle dei giocatori, che possono lasciare la squadra o pretendere uno stipendio più alto.

3 L’individualismo è il motore di Fifa 12. É possibile creare il proprio giocatore-avatar personale, sia il suo aspetto fisico, sia le sue abilità e valore tecnico. Si spazia dal ragazzino da oratorio con le gambette magre e nude al nuovo Maradona con la forza e l’agilità sovrumana di un semidio greco. Il cammino verso la gloria si ispira indirettamente dalla letteratura autobiografica dei grandi campioni degli anni catodici in bianco e nero ( essendo stato per anni argomento di conversazione nei luoghi di aggregazione stile bar Sport, è entrato nella cultura popolare dagli anni ’60 in poi, come le romanze nel Medioevo, e lì si è sedimentato), iniziando dalle categorie inferiori per arrivare al campionato del mondo. Non conta la squadra, solo il successo del singolo.

4 Comune è l’aggettivo epico fra gli internauti per definire un trailer cool. Questa coolness è il risultato della scelta artistica e stilistica dei programmatori. Per esempio, nella schermata iniziale del caricamento menù di Fifa, appare sullo sfondo l’inglese Rooney, la cui posizione ricorda la caotica forza passionale dell’uomo celata nella canonica armonia della scultura greca. I filmati introduttivi e i trailer cinematici sono rallentati appunto per suggerire questa sintesi tra opposti; perché lo spettatore possa percepire il suo personale spiffero di eternità, una sorte di magia sovrannaturale, la tensione drammatica e il furore fisico animale della guerra corpo a corpo, che emana da antichi, intensi occhi di condottiero in moderni volti digitali. Le uniformi, i calzettoni e soprattutto le scarpe, manifesti dell’unicità e segno distintivo di ogni sportivo ( nel basket, nella corsa e nel calcio almeno), sono oggi quello che nel passato erano i pennacchi degli elmi, i fregi delle armature e i blasoni dei casati. Come lo era la dama idealizzata per l’amor cortese, le gesta dei paladini del pallone sono ora il bersaglio di quel sentimento febbrile, empatico, che i saggi arabi medievali associavano alla “malattia amorosa” e che oggi ritroviamo negli estatici deliri dei cronisti.

Credo che il futuro, se il mondo non involverà in una lenta decadenza o continuerà come ora a progredire perdendo pezzi di passato, sarà sempre meno tangibile e più sfuggevole. Diventerà sempre più il regno della vista a scapito degli altri sensi. Confonderemo realtà e finzione digitale in un grande parco giochi mentale di gomma e cristallo. Non sono già nevrotici i vostri pensieri? Se non saremo poveri, ci dissoceremo dal fango, dagli animali, dalle nostre stesse mani per sogni virtuali di nitide, candide nuvole barocche, riflesse senza riflettere nei nostri specchi da illusioni, scomponendoci in albe di vetro.